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Autore: Oggetto: L'(in)utilità fatta thread

Livello Fausto Coppi
UTENTE DELL'ANNO 2009
Utente del mese Luglio, Novembre e Dicembre 2009




Posts: 15932
Registrato: Jul 2007

  postato il 22/11/2009 alle 01:55

Elisa, qualche giorno fa, m’ha chiesto lumi in merito ad una mia particolare asserzione, dimostrando sensibilità e consapevolezza che l’argomento verso cui ci si stava avventurando, sia pure marginalmente, è di non facile percezione, per certi aspetti arzigogolato, ed infatti, nel suo invito affinché mi dilungassi nel tema, ho letto la piena cognizione che, nel tal caso, la prolissità è pressoché “fisiologica”.

Originariamente inviato da Abajia

Originariamente inviato da elisamorbidona

Strano che nessuno abbia fatto presente che la parola comunista in linguaggio giuridico significa anche l'abitante di un comune. Un professore di diritto pubblico, a Firenze negli anni sessanta, "buttò fuori" diversi studenti perché non sapevano rispondere alla domanda sul numero di comunisti esistenti in Italia


ecco perchè spesso c'è poco da fidarsi della competenza di chi ha fatto studi universitari. In questo modo si abituano le persone a pensare che la realtà , la carne e la sofferenza non esistano ma solo giochini del tutto astratti sui concetti più generali.
Chiedo perdono per lo sfogo del tutto OT


La sofferenza, di per sé, non esiste.
Ad un qualsivoglia fatto, si può reagire in una qualsiasi maniera, anche 'mersaultianamente' (da Mersault, protagonista del romanzo "L'Étranger", di Camus).
Sul fatto che Mersault, nella sua apatia, fosse il primo a soffrire, si può discutere ed affermare tutto così come il contrario di tutto.
E ciò proprio perché, di fatto, la sofferenza, nell'accezione comunemente diffusa, non esiste.
Esistono, piuttosto, infinite modalità di reazione ad una data situazione (alla Kierkegaard; e non parlo per 'simpatia' nei confronti di un particolare filosofo, ché, per inciso, il mio 'quasi omonimo' [il suo secondo nome è Aabye ] è forse quello dal quale più mi sento dissociato).



Trattasi di filosofia.
Qualcuno storcerà il naso, lo so, giacché ho motivo di credere che qualche benpensante si faccia grandemente fuorviare dall’etichetta che si attribuisce, oggi, ad un qualsivoglia (tentativo di) discorso filosofico.
Avviarsi in un logos di questo tenore, oggigiorno, equivale ad esser bollato, di primo acchito, alla stregua d’un ciarlatano, d’un fanfarone, come se si trattasse d’uno sproloquio del tutto aleatorio, volto alla facile persuasione, all’altrui consenso per mezzo di raggiro.
È opinione largamente diffusa, oramai, ma chi metterebbe la mano sul fuoco sul fatto che sia veramente un’opinione?
Intendo: è un punto di vista proriamente detto, oppure soltanto una di quelle mezze ideuzze che ballonzolano, di tanto in tanto, nella nostra mente, delle quali non abbiamo piena consapevolezza, eppure riteniamo valevoli al punto da farle nostre ed esplicitarle come le più convinte e convincenti delle valutazioni?

Che dire, se non che fate ancora in tempo ad evitare d’andare avanti.
Voi stessi che, laddove capitasse l’occasione, non avreste remore nel palesarvi quali personalità altamente “filosòfughe”, immuni ad un qualsiasi esercizio razionale-locutorio, voi stessi, dicevo, potreste ritrovarvi implicati in un circolo vizioso, dal quale vi risulterà complicato uscire, se non completando la lettura, raccogliere le vostre idee, rattopparle alla meglio, scorrere nuovamente, velocemente, quanto seguirà di questo mio surrogato di dissertazione, e condividerle con chi vorrà accostarsi all’argomento.
Non per chissà quale oscuro sotterfugio retorico, ma semplicemente perché spinti dalla piena volontà di dire la vostra; sia pure un millesimo di quello che avreste in seno di scrivere, ma sentirete, forse, il desiderio d’intervenire.

Ciò che ho in progetto d’introdurre è un topic “interattivo”.
Direte: sai che novità!
Avete ragione. I threads sono pensati proprio per la loro interattività, atti alla comunicazione estesa e vincolata per tema, ma di certo non per quantità di fruenti.
La differenza, se ci sarà – tra l’idea che si ha in testa, il dire, e poi il fare, c’è di mezzo… un sacco di cose! –, non sarà, probabilmente, d’immediata tangibilità.
Mi diletterò nel proporvi, di tanto in tanto, alcuni giochini, test, dubbi, rompicapo, illusioni psico-verbali e quant’altro, e (anche) da questi scaturirà fuori l’argomento che si andrà a trattare.
Ma, beninteso, la mia idea non è quella d’un thread ad esclusivo uso e consumo del sottoscritto. Anzi.
Meno sarò costretto ad intervenire, e più sarò lieto d’aver speso alcune delle mie giornate nell’intento di dar vita a tutto quello che, se vorrete, leggerete di seguito.
In ogni caso, non mi pentirò d’averlo fatto.

Del resto, checché se ne possa pensare, il mio fine non è l’altrui convincimento.
O meglio: sì e no.
Sì, perché, se ciò scaturisce dal mutuo scambio d’idee, opinioni, giudizi, consigli e via dicendo, allora ben venga una situazione postuma nella quale ci si troverà ad avere punti di vista sostanzialmente distanti da quelli iniziali.
No, per gli stessi motivi.
Potrei aver la sensazione d’interloquire con qualcuno che, qualsiasi cosa si scriva, non saprà far altro che plaudire qualsiasi abbozzo di sontuosa verbosità (ahahahah!).

Frasi di congratulo e manine plaudenti? Bello, sì, ma trovarsi davanti, per tutta risposta, una bella paginona di asserzioni critiche… non ha prezzo!
Non a caso, riprendendo una citazione di Oscar Wilde, “tutte le volte che gli altri sono d’accordo con me, ho come la sensazione d’aver torto”.


La risposta, Cara Elisa, non sarà concisa.
Anzi, per certi versi, potrei dire che neppure sarà una risposta vera e propria, se non per “vie (molto ma molto) traverse”.
Nel richiamare il concetto di sofferenza, sono andato a “pigiare tanti tasti”.
Dunque, piuttosto che lambire marginalmente alcuni temi, prenderne spunto per sommi capi e propinarti quattro frasette che nulla aggiungono a quanto già detto, preferisco scrivere perfino troppo.
Dire nulla in mezzo a tanto è comunque preferibile del dire nulla in mezzo a poco, no?

Darò, volutamente, un tono libresco a ciò che vado a trattare, e la “puzza del concetto di terza mano” farà sì che le mie idee personali (che, spero, verranno anticipate da quelle di qualche luminare del forum ) rimarranno distinguibili da ciò che ho premura di scriver prima (che, ribadisco, sono conoscenze proposte sostanzialmente in chiave “distaccata”, personale ma non del tutto personalizzata).
Una sorta di Propedeutica all’Abajianismo.


Nel ringraziare chi ha avuto la premura di leggere anche solo fin qui, do l’avvio.

Parto.


La Filosofia, oggi come oggi, è vista come una non-scienza, o, per meglio dire, come una scienza vuota, che ha esaurito la sua carica condizionante, ammesso che l’abbia avuto in epoca recente.
Non è mio intento scardinare cotanta credenza, ché, in fin dei conti, potremmo ritenere fondata.
Del resto, quella che pare esser la scienza madre di tutte le scienze (“pare”, ovvero: vallo a dire, oggigiorno, ad un chimico, o ad un matematico!), è pervenuta a noi, secoli XX-XXI, quasi sventrata della sua originaria portata innovatrice, in seguito alla “scissione” di quella “progenie” (fisica, fisiologia, chimica, e poi le scienze umane e sociali: psicologia, economia, sociologia e via di questo passo) che ora si dichiara del tutto indipendente.
M’avventuro, adesso, nel tentativo di tentare un “ripristino”, in tal senso, conscio che, se ciò avverrà, così sarà solo e soltanto in questa sede, motivo di svago e diletto d’un esiguo numero di “pocofacenti”.

Da secoli, oggetti di studio filosofico sono la Realtà, la Conoscenza e i Valori.


Realtà: essere, dio, natura, essenza, causalità, tempo, spazio, io, identità, libertà, infinito, numero, necessità, possibilità, divenire, funzione, fatti, verità

Aree principali e sottoaree
Metafisica: ramo della filosofia che si occupa delle caratteristiche universali, delle cause prime al di là degli accidenti
Ontologia: studio dell’essere (dal greco [che riporterò traslitterato] ontos, “essere”)

Domande-tipo: Chi siamo veramente? Che cosa siamo veramente? Cosa è fondamentale? Qual è la mia parte nell’esperienza della realtà? Il suo ordine è imposto dalla mente o dalle leggi fisiche?

Sulla base di questa definizione, la fisica è parte della metafisica, distinta da quest’ultima solo per la sua epistemologia scientifica (i suoi metodi).
Le scienze sociali, in quanto studio delle formazioni sociali, sono ivi comprese in senso ampio.

Punti d’incontro (punti d’interconnessione tra aree)
– Se i valori o la conoscenza non sono reali, allora sono illusioni
– La necessità rende possibile la certezza
– Avere uno scopo ed essere una persona sono concetti sia etici, sia metafisici
– Ciò che è permesso, è ciò che è eticamente possibile

Conoscenza: verità, metodo, dubbio, certezza, percezione, cognizione, errore, pregiudizio, paradosso, intuizione

Aree principali e sottoaree
Epistemologia: ramo della filosofia che si occupa delle condizioni della natura della conoscenza
Logica: scienza dell’inferenza o arte dell’argomentare; come si deve ragionare

Domande-tipo: Cosa posso conoscere? Cosa dovrei credere? Come posso essere sicuro? Vedere è credere? Come si riduce l’incertezza?

Sulla base di questa definizione, i metodi scientifici sono parte dell’epistemologia, e così è la neuroscienza cognitiva.
La sociologia della conoscenza è un diverso approccio empirico all’epistemologia.

Punti d’incontro (punti d’interconnessione tra aree)
– Se la realtà o i valori non possono essere conosciuti, sono concetti vuoti
– Questioni logiche all’interno della metafisica: verità, forma, necessità, insieme, infinito
– Il ragionamento morale implica sia valori etici, sia leggi logiche

Valori: giusto, sbagliato, buono, cattivo, virtù, scopo, dignità, salute, felicità, bellezza, il sublime, il sacro, danaro, prudenza

Aree principali e sottoaree
Teoria del valore: ramo della filosofia che comprende tutte le questioni relative al valore; include anche l’estetica (teoria dell’arte e della bellezza)
Etica e moralità: include anche i valori politici (libertà, giustizia, eguaglianza, comunità) e i valori spirituali (fede, il sacro, pietà, rettitudine)

Sulla base di questa definizione, questioni filosofiche sorgono anche in economia, medicina, politica, spiritualità.

Punti d’incontro (punti d’interconnessione tra aree)
– Non si dovrebbe fare filosofia laddove non avesse valore
– Ciò che è obbligatorio, è ciò che è eticamente necessario
– La verità è un valore. La fede è una pretesa di conoscenza
– La saggezza (quello che dev’esser saputo) è il culmine dell’epistemologia
– La libertà è un concetto metafisico, ma anche morale, politico, spirituale



Epistemologia

“Alle porte della conoscenza, lo scettico fa la guardia: per poter fare ingresso nella fortezza dobbiamo rispondere alla sua sfida”
(Annas & Barnes, 1985)

La conoscenza (cos’è, cosa richiede, cosa ci da’) è, indubbiamente, centrale all’impresa della filosofia.
È l’oggetto di quel ramo della filosofia noto come epistemologia, un’area che deriva il suo nome dalla parola greca episteme (conoscenza).
Ma tutti i rami della conoscenza sono intrecciati: nessuno di essi sarebbe minimamente plausibile, se non fosse per l’epistemologia.
Non ha senso fare affermazioni su ciò che è reale, o ha valore, in assenza di conoscenza.
La realtà e i valori possono ben esser come sono, ma, se non ne abbiamo conoscenza, tutto il nostro teorizzare è vano.
La conoscenza è la porta d’ingresso alla fortezza della filosofia stessa.

Tuttavia, pare che taluni filosofi trascorrano la vita intera rimanendo al di fuori di quella porta, e non tutti, peraltro, protestano per entrare; alcuni se ne stanno nei paraggi a ridicolizzare le credenziali di chi vorrebbe entrare.
Questi guardiani della conoscenza, autonominatisi tali, fanno domande: come ? Sei proprio sicuro? Come fai a saperlo? Non potrebbe essere andata diversamente? Gli scettici, secondo molti, sono fastidiosi, ma hanno un influsso benefico: tengono i dogmatici lontano dalla città ideale.
Inoltre, mostrano anche qualcos’altro: se, da una parte, la conoscenza è la via maestra per la fortezza della filosofia, la filosofia, tuttavia, fiorisce anche fuori della sua stessa porta.
La filosofia esiste come domanda, come “cosa sarebbe se …”, prima ancora di formulare una risposta, e, quindi, di puntare alla conoscenza.
Ma, posto che il mio ruolo non si confà a quello dell’elargitore di conoscenza, sarebbe consigliabile non aspettarsi di ottenerne molta!

Seguiranno, come detto, un vasto assortimento di dubbi, errori o presunti tali, illusioni, pregiudizi, qualche racconto improbabile ma “illuminante”, alcune teorie e miti e leggende.
Del resto, Aristotele stesso, Ipse dixit, affermò che la filosofia trova e sempre troverà avvio con lo stupore; ebbene: cosa produce stupore tanto quanto un piccolo dubbio? Ah, sì, un grande dubbio.

Per iniziare, prendo in considerazione la definizione provvisoria proposta da Platone: la conoscenza è credenza vera giustificata.
La tesi va letta in entrambe le direzioni: da una parte, per conoscere qualcosa, occorre crederla, bisogna che sia vera ed avere una giustificazione per crederla; all’inverso, ogni cosa che sia creduta con giustificazione, e che sia vera, è conosciuta.
La definizione, tuttavia, è passibile di critica, ma, prima, credo sia propedeutico iniziare ad esaminare le sue tre caratteristiche peculiari.

Credenza
La conoscenza è una specie di credenza.
A volte, se veniamo messi in discussione, diciamo: “Non è che lo credo: lo so!”, come se la conoscenza rendesse superflua la credenza.
Ma la credenza non scompare quando giungiamo alla conoscenza, a meno che non rimpiazzi una credenza falsa. E, anche in tal caso, sostituiamo una credenza vera ad una falsa.
Come individui, non possiamo sapere alcunché, se non lo crediamo.

Verità
Per conoscere una proposizione, occorre crederla. Ma crederla solamente è insufficiente.
Per prima cosa, la proposizione dev’esser vera. Ma cos’è la verità?
In puro stile socratico, non vogliamo un esempio di proposizione vera, ma una definizione della natura della verità.
In primo luogo, cosa vuol dire che una proposizione è vera, sia essa creduta o meno?
Si tratta d’una domanda metafisica, ma che ha ovvia importanza per l’epistemologia.
Ci tornerò (molto) in seguito, in esposizione delle tre teorie della verità.

Giustificazione
Avere una giustificazione non significa avere una scusa, bensì una prova.
Non si ha conoscenza se si crede una verità per mero caso; il modo in cui si ottiene conoscenza è parte della conoscenza stessa.
Giustificare vuol dire offrire una spiegazione razionale, una ragione credibile per accettare una credenza, una garanzia epistemica.

Gli esperti godono d’autorità, ma è la loro perizia che dovrebbe spingerci a chiedere il loro parere; la perizia si mostra da sé, nelle conclusioni a cui essa stessa conduce.
Altrimenti, è pure e semplice autorità, od un mito di fantasia.

Per Platone, fornire una spiegazione razionale (un logos) era un imperativo epistemico, così come lo è che gli esperti rispondano di ciò che asseriscono.
I suoi ideali di giustificazione erano la dimostrazione geometrica e l’intuizione dialettica, ma raccontava anche un bel po’ di storie fantasiose, miti in cui affermava di credere solo in quanto probabili o, al massimo, verosimili. Come il mito di Atlantide.
Socrate, da par suo, aveva i suoi misteriosi “strumenti” di giustificazione, ed in particolare il suo demone interiore: la voce divina, o coscienza, alla quale obbediva.

È stato detto che la filosofia nacque in Grecia nel momento in cui i miti cessarono d’esistere, andando a sostituire, come logos (discorso razionale), il defunto mythos (racconto, o narrazione).
Talete, considerato il primo filosofo greco, riteneva che l’acqua fosse l’archetipo, il principio originario del mondo.
Anassimene disse che era l’aria, Eraclito postulò che fosse il fuoco, affermando, poi, che l’unica costante è il divenire, il cambiamento, e che mai potremmo bagnarci due volte nello stesso fiume, poiché “acque sempre diverse scorrono” intorno a noi.
I primi filosofi (o meglio, sapienti), perciò, furono, da Aristotele, definiti “fisici”, o “naturalisti”.
In seguito, i colti sofisti (letteralmente, “saggi”) confluirono ad Atene, centro democratico d’un impero nascente, allo scopo di fornire consigli a ricchi e potenti.
Si guardagnavano lo stipendio dispensando pareri, educando i giovani ad esser virtuosi ed efficaci nelle loro azioni.
Oratoria e retorica, gli “strumenti” delle pubbliche relazioni d’allora, erano arti indispensabili nei tribunali e nell’arena politica.
Il fatto che codesti “saggi” portassero a casa la pagnotta dispensando pensieri, parole ed insegnamenti a destra e a manca, si rivelò, per loro stessi, un’arma a doppio taglio: non mancarono, infatti, le critiche a quel loro operato che fece sì che le idee messe in circolazione furono messe in secondo piano, bistrattate in ragione d’un esercizio, quello del sofista, che, in un certo senso, aveva bisogno di idee per andare avanti; dunque, pensiero diffuso era che tante parole venissero elargite solo col preciso fine della retribuzione economica, con tanti saluti a quella carica d’innovazione tanto sperticata.
Una sorta di “esercizio ad ogni costo”: urge trovar qualche cosa da dire!

Logica conseguenza d’una situazione di questo tenore è che, di tutta l’erba, si faccia un fascio unico, con buona pace di quei fili d’erba d’una rarità più unica che rara.
Tra questi, novero quel Protagora, figura complessa ed intricata, la cui importanza è stata oscurata anche e soprattutto per tutti questi motivi, e del quale ci è pervenuta la famosa citazione, forse più conosciuta addirittura dello stesso autore, “l’uomo è misura di tutte le cose”.

Socrate stesso è stato, spesse volte, accostato ai sofisti, ma certo non ne aveva le caratteristiche.
Non chiedeva d’esser pagato, danaro e potere non gli interessavano, e cercava di “seguire l’argomento dovunque esso conduca”.
In cerca della conoscenza, piuttosto che della persuasione efficace, Socrate faceva rifiuto dell’uso di artifizi retorici volti al raggiro del pubblico; sviare l’altrui mente e far sembrare più forte un argomento di per sé debole non erano mezzi che – così affermava – gli si confacessero.
Nella disputa, a Socrate piaceva vincere, sì, ma senza sotterfugi retorici.
All’etichetta di sofista (colui che è saggio), egli preferiva un’espressione più modesta: filosofo, cioè amante della sapienza, che Socrate non pretendeva, però, di possedere.
Sapeva di non sapere, ed invitava chiunque a seguirlo nella sua ricerca.
Ma, d’altronde, la scoperta stava nella ricerca stessa, vale a dire nell’attività di pensare per conto proprio, di ragionare a fondo su problemi morali ed epistemologici, senza dare per scontate le idee ricevute, o prender per buone risposte appena plausibili.

Per Socrate, verità e virtù sono la medesima cosa.
Nessuno fa il male intenzionalmente, sosteneva, ma solo perché non comprende ciò che è buono e giusto.
È solo pensando per conto proprio, vale a dire aspirando all’autonomia morale, che siamo in grado di ridurre il male fatto non intenzionalmente, e, quindi, rendere la nostra anima quanto più virtuosa possibile.
Ma non è possibile pensare da sé senza giungere a conoscersi; la conoscenza di sé stessi non può essere insegnata, ma è l’unica garanzia di virtù.
Dunque: la virtù è conoscenza, il vizio è ignoranza.

Un giovane ed appassionato seguace di Socrate consultò l’antico Oracolo di Delfi, sacerdotessa e portavoce di Apollo, dio della ragione e della misura.
Il giovane chiese se vi fosse qualcuno, ad Atene, più saggio di Socrate; la risposta fu no.
Al che, Socrate, venutolo a sapere, rimase pressoché sconcertato da questo fatto, dal momento che era persuaso di non possedere la saggezza.
Per nulla incline ad accettarla solo perché gli faceva comodo (immune, quindi, al bias di conferma), il filosofo si dedicò a testare l’affermazione del dio, per mezzo dell’oracolo, soprendo, infine, che non v’era alcun saggio tra loro che avevano la preta di esserlo.
L’obiettivo di Socrate era l’educazione dei giovani nobili, ma ciò implicava la denuncia degli impostori della conoscenza, quale che fosse il loro status: si faceva, così, non pochi nemici.
Nel corso del dialogo, Socrate esigeva dalla controparte una coscienza attiva nella ricerca della verità; per questo, afferma Conford, “Socrate scoprì l’anima”.
Taylor, sulla scorta di Burnet, sostiene che Socrate “creò la concezione dell’anima” che fin d’allora ha dominato la filosofia occidentale.
Giustino il Martire (secolo II d.C.) lo considerava un cristiano vissuto prima di Cristo, e molti altri filosofi occidentali (Platone, gli stoici, gli scettici) hanno identificato in Socrate il loro precursore.
Cicerone disse che “tutti i filosofi pensano a sé stessi come seguaci di Socrate, e vogliono che anche gli altri lo pensino”.

Socrate era esperto di matematica ed aveva studiato i primi filosofi greci, e giunse a ritenere che le loro tesi metafisiche non fossero superiori ai miti: trattàvasi di speculazioni oltre la portata della conoscenza umana, perfino al di là di nostri legittimi interessi.
All’inizio, Socrate nutrì molte aspettative per la filosofia di Anassagora, il quale sosteneva che l’origine del cosmo non fosse l’acqua, né l’aria o il fuoco, ma la Mente.
Socrate era sicuro che questa concezione fosse corretta, giacché solo la Mente avrebbe potuto ordinare tutto per il meglio, e far sì ch’ogni cosa seguisse le proprie funzioni.
Ma il libro di Anassagora (andato perduto) deluse Socrate, poiché, in esso, la Mente si limitava a dare origine al mondo: erano i ben noti princìpi fisici ad ordinare le cose nel modo in cui ora le vediamo.
La sua delusione, implicitamente, rivela una convinzione, di fondo, teleologica: non si può comprendere il mondo, se non se ne conoscono i fini.


Così come ho fatto per Socrate, laddove ritenessi propedeutico un quadro introduttivo d’un tratto caratteristico del pensiero filosofico di una particolare personalità, per scopi grossomodo introduttivi ad un segmento tematico, farò altrettanto anche in seguito.


Pregiudizi cognitivi

Il cretino ed il folle

Ci siamo passati tutti.
State facendo tardi al lavoro, andate di fretta, quando rimanete bloccati per strada, per colpa d’uno stupido lumacone che non si toglie di mezzo.
Oppure: state guidando rispettosi del codice della strada, quand’ecco che un folle vi si fionda dietro, impaziente di passare, ma praticamente impossibilitato a farlo.
Si incolla al paraurti. Ecco un altro pericolo pubblico!
L’autista lento che ci sta davanti è un cretino: noi non siamo mai i folli.
Quello che ci sta dietro dietro è un folle: noi non siamo mai i cretini.
Noi sì che andiamo sempre alla velocità giusta!

Se andiamo a curiosare nel chiacchierio continuo della nostra mente, impegnata nella sua quotidiana routine, vi troveremo le spiegazioni (provvisorie) che diamo a ciò che ci accade intorno.
Ad esempio, spieghiamo il comportamento delle persone attribuendogli delle cause – come quando biasimiamo o scusiamo qualcuno per quello che ha fatto – pur rimanendo nel silenzio privato dei nostri pensieri.
Gli psicologi hanno studiato quello che è, da tempo, oggetto di rimprovero da parte dei filosofi: la tendenza a prendere decisioni nel modo sbagliato, a giudicare con approssimazione, ad attribuire cause che non esistono.
La mente non è uno strumento di misurazione oggettivo, coloro che lo usano senza prendere precauzioni necessarie a controbilanciare il peso a proprio favore, si troveranno in un condizione di svantaggio.
Ma, d’altro canto, è solo grazie a questo strumento difettoso che possiamo sperare di correggere i suoi stessi difetti: impresa dall’esito alquanto incerto.

Come illustra l’esempio del cretino e del folle, tendiamo a proporre attribuzioni personali quando dobbiamo spiegare il comportamento altrui, ma, quando trattasi di noi stessi, facciamo attribuzioni situazionali: “è un’emergenza”, “ci sono i limiti di velocità”.
La nostra tendenza ad attribuire le cause del comportamento altrui, privilegiando i fattori interni alla loro personalità e sottostimando, invece, le condizioni esterne a cui sono sottoposti, è così diffusa che le è anche stato attribuito un nome: errore fondamentale di attribuzione, ed è stata acclamata come la pietra angolare della psicologia scientifica.

La storiella del cretino e del folle mostra anche che, quando spieghiamo il nostro comportamento, spesso evidenziamo un pregiudizio a favore di noi stessi (self-serving bias); quando l’esito delle nostre azioni è positivo, lo attribuiamo alla nostra virtù, intelligenza, capacità; quando l’esito è negativo, facciamo appello alle circostanze.
Ho passato l’esame perché son proprio bravo!
Sono stato bocciato perché c’era una domanda a tradimento…
Un errore simile, arcinoto, si riscontra nelle spiegazioni morali: quando le cose vanno storte, riteniamo gli altri responsabili, puntando il dito contro la loro inettitudine, ma discolpiamo noi stessi: le mie intenzioni erano buone, ho fatto tutto ciò che potevo!

Ulteriori ricerche hanno mostrato come l’età e la cultura in cui viviamo influenzino l’incidenza di queste attribuzioni.
Coloro che crescono in una cultura dell’Asia orientali sono meno, o per nulla, soggetti all’errore fondamentale d’attribuzione.
Simili differenze possono esser dovute ad un maggior livello complessivo d’attribuzioni di tipo situazionale, o anche ad un senso dell’identità personale più malleabile, esso stesso più situazionale.
Vi sono, poi, individui appartenenti a due culture che passano da uno stile di attribuzione all’altro, a seconda dei contesti.

A proposito dei pregiudizi cognitivi, avrei da proporvi un test veloce veloce che, personalmente, trovo fallace nella sua premessa e, di conseguenza, nella sua soluzione, ma la mia idea non è di propinarvi tutti i vari giochini che ho in mente tutti d’un colpo, ma un po’ alla volta.


Dubbi da Oriente
Lo scetticismo è una posizione filosofico molto antica. In senso (molto ma molto) lato, una qualche forma di scetticismo è all’opera ogni volta che presumiamo vi sia l’incertezza su qualcosa, o solleviamo dubbi circa un principio dato.
Lo scetticismo può essere un atteggiamento filosofico interno all’epistemologia, o, addirittura, può mettere in questione l’aspirazione stessa a giungere ad aver conoscenza riguardo alla conoscenza.
Per farla breve, e banalizzando anche grossolanamente l’accezione proprio di una sì radicata (e radicale) istanza filosofica, trattasi d’una filosofia potenzialmente anti-filosofica.
Molte delle sue formulazioni storicamente importanti si devono non filosofi di professione, bensì a poeti, mistici, religiosi.
La filosofia tutta sarebbe più povera se prescindesse dall’apporto di queste menti.
Peraltro, strano a dirsi, ma, spesso, sono proprio i credenti a dimostrare una maggior familiarità col dubbio.

L’antica filosofia cinese del taoismo prende le distanze da ogni pretesa assoluta di conoscenza.
Il Tao (cioè la via) è silente e non può essere affermato, né del tutto concettualizzato.
La verità che è possibile conoscere, non è la verità eterna.
Ecco qui, dunque, due proposizioni che s’avvicinano allo scetticismo e mettono in guardia da ogni ardente ottimismo epistemico.

“Colui che sa, non parla.
Colui che parla, non sa.”
(Lao Tzu, Tao Te Ching, capitolo 79)

“Una volta Chuang Chou sognò di essere una farfalla. Gli piaceva essere una farfalla, si divertiva e andava dove gli pareva. Non sapeva di essere Chou. Svegliatosi all’improvviso, sul momento si stupì di essere Chou. Non sapeva più se era Chou ad aver sognato di essere una farfalla, o se era una farfalla a sognare di essere Chou.
Tra Chou e la farfalla ci deve ben essere una differenza!”
(Chuang Tzu, Capitoli interni (Nei pian))

“Chi lo sa per certo? Chi lo proclamerà qui e ora?
Questa creazione dove è nata, e da dove viene?
Gli dei sono nati dopo la creazione di questo mondo: chi dunque potrà mai sapere da dove esso è sorto?”
(Da L’inno della creazione, nei Rig-Veda)

Esistono molti miti della creazione nei testi indù, i quali richiamano spesso a questioni filosofiche.
Gli dei – le innumerevoli divinità – nascono dopo la creazione e, quindi, non sono da ritenersi i creatori del mondo; tutt’al più, essi conferiscono uan forma ed un ordine.
L’inno pone domande che trascendono la realtà che ci è manifesta e, saggiamente, ci lascia con una serie di punti interrogativi.

L’induismo, in generale, non è una tradizione scettica.
Nella forma classica dei Vedanta, l’induismo proclama non solo le leggi del karma e della reincarnazione, ma afferma anche l’esistenza d’un Io unitario, che è l’identità ultima di tutte le cose. Questo Io, o Atman, è divino.
Non sembrerebbe esserci molto spazio per lo scetticismo, tuttavia, rendersi conto della nostra identità trascendente è come (ri)svegliarsi da un sogno.
Il problema è che questo mondo è proprio il sogno dal quale ci si (ri)sveglia.
Dire che il cosmo fisico è un’illusione (maya), non significa, però, negare la sua esistenza; i sogni esistono: è solo che non sono quello che sembrano essere.

“Non ho detto che il mondo è eterno o che il mondo non è eterno.
Non ho detto che il mondo è finito o che il mondo è infinito.
Non ho detto che l’anima e il corpo sono identici o che non lo sono.
Non ho detto che il saggio illuminato esisto dopo la morte o che il saggio illuminato non esiste dopo la morte.
E perché non ho detto niente di tutto ciò?
Perché non è utile e non serve alla saggezza suprema, né al Nirvana”
(Majjhima-Nikaya, Sutra 63)

Siddharta Gautama, il Buddha, credeva in una vita passata, e si dice abbia avuto una visione completa di tutto il suo Io; ma rifiutava molte questioni metafisiche, in quanto esempi di filosofia che non contribuisce alla liberazione.

Tuttavia, il Buddha teneva a dubitare dell’esistenza dell’Io o dell’Anima.
La rinascita può avvenire a prescindere dal passaggio dell’anima da una vita ad un’altra.
La rinascita è la conseguenza dell’ultimo pensiero prima della morte, non la continuità dell’Io dopo la morte.
Per la precisione, la concezione buddhista è una dottrina della rinascita, non una teoria della reincarnazione o della trasmigrazione delle anime, come la si può trovare nell’induismo o in Platone.
Rimane, però, il fatto che l’illuminazione è in grado di portarci al di là del ciclo di morte e rinascita: questo è ottimismo, non scetticismo.


Ho più volte citato Platone, il cui pensiero è stato, perlomeno agli esordi, influenzato dal maestro Socrate e, da par suo, ha condizionato le generazioni successive di filosofi, dall’Occidente all’Oriente.
Nato da un’illustre famiglia ateniese, Platone era ancora giovane quando venne attratto da Socrate, e ne divenne allievo.
Dopo la morte del maestro e mèntore, Platone lasciò Atene per alcuni anni, per poi tornarvi e ivi fondare un’istituto formale di istruzione, l’Accademia, precursore delle moderne università.

Il processo e la morte di Socrate colpirono profondamente Platone, il quale fornì intensi resoconti scritti degli eventi.
Molto di ciò che sappiamo in merito a Socrate è stato “filtrato” attraverso la mente e le mani sapienti di Platone, la cui filosofia propria, poi, emerse gradualmente, e la si può vedere, per molte ragioni, quale una difesa della vita e della missione del maestro.
Platone era deluso dal mondo in cui viveva: gli ideali di Socrate non aveva avuto realizzazione nel sistema democratico, né nella condotta dei potenti.
Socrate aveva dimostrato che l’integrità è possibile, ma deve venire dall’interno di noi, piuttosto che dal sapere dominante, o dall’ordine sociale esistente.

Socrate pareva incorruttibile, quali che fossero le corruzioni, tant’è che evitò la fuga dal carcere, laddove gli si profilò l’occasione d’evitare la condanna.
Quale conoscenza invisibile possedeva, tale da permettergli di vincere i motivi più meschini e porsi al di sopra delle politiche basate sulla ricchezza e sul potere?
Socrate sapeva qualcosa che lo rendeva virtuoso anche difronte alla morte, ma cosa?
La mente dell’infatuato Platone s’arrovellava e delle questioni simili si poneva, e non trovò pace fino a che non formulò un’ipotesi che gli parve credibile: il mondo non è come appare.

La questione della conoscenza divenne centrale in Platone.
La sorgente della conoscenza non può essere il mondo visibile, con le sue ingiustizie ed i suoi vizi.
Gli occhi ci mostrano la luce e i colori, ma occorre qualcosa in più delle cinque capacità sensoriali per riconoscere gli oggetti.
Prendiamo, a titolo esplicativo, un semplice giudizio osservativo del tipo: “questo è un uomo”; persino per formulare questo giudizio è necessario il pensiero, un’intelligenza interna (nous, in greco).
In un dialogo, Platone descrive Socrate mentre questi guida un ragazzo ignorante in matematica alla dimostrazione d’un certo teorema geometrico, il tutto ponendo al giovane soltanto delle domande.
Nessuno ha mai insegnato il teorema al ragazzo, e Socrate si limita, come detto, semplicemente a formulare domande.
Dunque, la conoscenza del teorema dev’essere esistita in forma latente nel ragazzo, benché lui non ne fosse consapevole.
Platone conclude anche che il ragazzo deve aver conosciuto il teorema in una vita precedente.

La teoria platonica della conoscenza e la sua concezione metafisica sono presentate nella famosa allegoria della caverna.
Noi viviamo come prigionieri, incatenati in una caverna, e vediamo solo ombre proiettate, da un fuoco alle nostre spalle, su un muro davanti a noi.
Una volta liberati e portati fuori dalla caverna, vediamo gli oggetti stessi, vale a dire quelli di cui prima scorgevamo le sole ombre.
Vediamo, così, gli originali, mentre prima ne conoscevamo le sole copie.

A poco a poco, impariamo a distinguere i corpi celesti, apprendiamo la matematica e la musica delle sfere del cielo; ciò ci darà l’accesso alle verità eterne, che stanno oltre il mondo fisico.
L’allegoria riporta, nella forma d’un racconto, gli aspetti teorici dell’epistemologia e della metafisica di Platone.
Entrambe sono rappresentate da una linea divisoria.

Metafisicamente, Platone divide la realtà in due: da una parte sta il mondo fisico, in perenne flusso, come secondo Eraclito, rivelato dai sensi; dall’altra c’è il mondo ideale (il cosiddetto “Paradiso di Platone”), stabile e comprensibile solo per mezzo dell’intelletto.
Per Platone, il mondo naturale e sociale, l’unico che la maggior parte di noi potrà mai conoscere, non è altro che un’illusione, simile ad un sogno.
Al di là del nostro cielo fisico, v’è un altro mondo, nel quale risiedono le forme ideali della Giustizia, della Verità, della Bellezza.
La nostra mente può giungere al mondo delle idee e sentire, così, un legame di familiarità ed appartenenza ad esso.
Solo il filosofo che si libera delle catene, divincolandosi dalle convenzioni sociali e dai comuni atteggiamenti di “bassezza intellettiva”, può emergere al di fuori della caverna, che simboleggia il mondo delle copie.

La mente, funzione superiore dell’anima, potrà anche sentirsi a proprio agio tra le forme ideali che risiedono nella realtà superiore, ma il filosofo liberato è vincolato all’obbligo di tornare nella società e darsi da fare per realizzare, qui, la visione del bene che ha avuto: il filosofo ha, dunque, il dovere di offrire il suo servizio al mondo.
Come Socrate, così il vero filosofo non è colui che se ne starà isolato, perso nel suo atteggiamento di meditabonda perditudine spirituale, ma, contrariamente, cercherà di riportare con sé, nel mondo inferiore, quei valori che ha conosciuto, in virtù della sua capacità “sovrasensoriale”.
Per questo, dalla saggezza deriva la responsabilità di governare.

Dunque, secondo Platone, come l’essere si caratterizza per due diversi gradi, dagli oggetti fisici alla metafisica delle forme etiche e di quelle matematiche, così anche la conoscenza è bigraduata, e si distingue tra opinione, mutevole ed effimera, e conoscenza vera e propria, immutabile ed eterna.


Dubbi da Occidente
Il dubbio è stato, fin dagli albori della filosofia, suo compagno di viaggio.
I primi grandi scettici occidentali sono avvolti dalla leggenda, per quanto loro stessi attaccassero le leggende. Allo stesso modo, attaccavano la possibilità stessa della conoscenza.
Sebbene tutto ciò appaia come un punto di vista dettato dalla disperazione epistemica, in realtà è così che si mantiene vivo lo spirito critico.
Lo scetticismo è morto e, dalle sue ceneri, più volte risorto, e, quando l’ha fatto, ha portato nuova linfa allo spirito stesso della filosofia.

Senofane
Conosciamo Senofane, poeta-filosofo (poeta filosofeggiante o filosofo poetanto? Bah, non ricordo!) del secolo VI a.C., solo attraverso frammenti letterari e resoconti di altri.
Era credente (riferitamente, ovvio, non a Cristo; “Dio è uno, ed è supremo tra gli dei e tra gli uomini”), ma non era disposto ad ammettere alcuna certezza completa (“Queste cose mi sono sembrate essere somiglianti alla verità”).
Inoltre, prese una posizione fortemente scettica nei confronti delle storie narrate da poeti famosi, quali Omero e Esiodo, ed in particolare quelle in cui gli dei erano rappresentati a mo’ d’esseri dotati delle umane debolezze (gelosia, ira, impulsi sessuali).
Senofane disprezzava la credulità del popolo.

“I mortali ritengono che gli dei siano nati così come loro, che indossino vestiti umani, e abbiano una voce ed un corpo umani.
Ma se i buoi o i leoni avessero le mani per dipingere […] e producessero opere d’arte come fanno gli uomini, di certo dipingerebbero i loro dei dando loro un corpo simile in forma al loro – i cavalli simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi”
(T. V. Smith [riprendendo un tema già trattato, in filosofia, svariati secoli a.C., intorno all’epoca dei già citati “naturalisti”], 1956)

Pirrone di Elide
Pirrone è, tra i Greci, il primo scettico estremo che si conosca.
La leggenda narra che il suo nichilismo epistemico fu ispirato dall’episodio del saggio indiano che si diede fuoco, uno dei “saggi nudi”, o yogi, che accompagnarono Alessandro Magno durante la ritirata dall’India.
Pirrone era presente quando Kalanos, un venerabile indiano ammalatosi nel corso del viaggio ed era, con tutta evidenza, già pronto alla morte, chiese che fosse allestita una pira, in cima alla quale salì.
Al suo segnale, la pira, e lui con essa, furono ben presto avvolti dalle fiamme.
La manifesta tranquillità e l’estremo autocontrollo (atarassia) con cui l’indiano si diede alla morte, impressionarono Pirrone.
Quest’immagine d’imperturbabilità, in netto contrasto con la certezza di possedere la verità, venne a caratterizzare il filosofo ideale, impassibile al dolore, padrone di sé e privo d’ogni credenza.

In risposta a questa terrificante dimostrazione di atarassia, Pirrone architettò la sua devastante filosofia scettica, sostanzialmente in tre punti:
– Niente esiste
– Laddove qualcosa esistesse, non potremmo conoscerlo
– Se lo conoscessimo, non potremmo comunicarlo

Inoltre, Pirrone presentò il dilemma seguente: il criterio di verità, col quale distinguiamo il vero dal falso, e viceversa, deve passare la prova di sé stesso; se non la passa, è un falso; se la passa, l’argomento sarà logicamente circolare (e tautologico): il criterio è vero perché è vero.
Dunque, non si può mostrare che sia vero alcun criterio di verità.

La filosofia scettica, nei suoi tratti caratteristici e caratterizzanti, ha trovato, nel corso dei secoli, maggior impeto laddove è stata ripresa, fatta propria e riproposta in chiave personalizzata, con l’ostentata intenzione di conferire sistematicità ed organicità al sistema dubitativo.
Tra quanti si sono cimentati nell’impresa, val la pena citare quel René Descartes, italianizzato in Cartesio, al quale riconduciamo il metodo del dubbio.

Sia come ricerca della verità, che come critica polemica, lo scetticismo, nelle sua varie versione, ebbe un certo successo nell’antichità.
Come molta parte della cultura antica, così anche la corrente scettica pian piano scomparve, cadde nel dimenticatoio, per poi venir riscoperta, nel corso del secolo XV, quando andò ad alimentare l’incendio provocato dal conflitto tra autorità religiosa e ricerca scientifica, campo già ampiamente minato e, non foss’altro che per ciò, del tutto instabile.
Il succitato metodo del dubbio cartesiano mirava, in realtà, a stabilire certezze e, quindi, a refutare lo scetticismo assoluto ed il pirronismo, i quali conoscevano allora un momento di “rinascita”.

Cartesio non era uno scettico: utilizzava sì i metodi dello scetticismo, ma col preciso fine di giungere ad una verità indubitabile.
Iniziava, così, a dubitare di tutto, ipotizzando come fallaci anche ciò che vedeva come ovvietà.
Ma la sua opera di “demolizione generale dell’opinione comune” non era totale: proprio utilizzando questo metodo, egli scopriva un insieme ordinato di proposizioni di cui non poteva non garantire l’assoluta certezza. Queste proposizioni erano qualcosa di cui era, dunque, impossibile dubitare.
Cartesio notò che i sensi, a volte, ci ingannano; il mondo fisico, così come ci è dato, sembra davvero reale: ma i sogni possono sembrare ugualmente reali, finché durano.
Basta una semplice conta per verificare l’addizione di piccole somme (come 2+3); ma è anche possibile che un genio maligno onnipotente introduca una risposta falsa nella nostra mente: crediamo solamente che la vera somma sia 5.

Cartesio provava un senso di vertigine nel dubitare di tutto questo, ma, per così dire, riuscì a raddrizzarsi trovando un punto fisso al quale potersi saldamente ancorare.
Scoprì, infatti, una verità incrollabile, che nessun dubbio poteva attaccare: Io esisto, perché sono io che dubito.
Lasciamo pure che il demone maligno faccia del suo peggio: se è me che inganna, se io vengo veramente ingannato, allora io devo essere reale.
La mia esperienza che io esisto.
L’esistenza dell’Io (chiamato anche Mente, Spirito, Anima) divenne il fondamento primario dell’intera filosofia cartesiana, il principio fisso, invulnerabile ad ogni eventuale attacco scettico.


I problemi di Gettier
Cos’è, allora, la conoscenza? Quali sono le sue proprieta?
Per più di duemila anni, i filosofi hanno grossomodo accettato la definizione di Platone, secondo cui la conoscenza – nel senso di certezza riguardo a determinate proposizioni – è credenza vera giustificata.
In tal senso, sapere qualcosa equivale, di fatto, a credere con buone ragioni che quel qualcosa sia vero.

Negli anni Sessanta, Edmund Gettier suggerì che vi possono essere situazioni in cui una credenza vera giustificata non costituisce conoscenza.
Come esempi, usò scenari che sono, da allora, noti come i Problemi di Gettier.
Il più noto di questi inerisce ai signori Smith e Jones, in competizione per lo stesso lavoro.

Primo problema
Dopo averne avuto notizia da una fonte affidabile, Smith crede che Jones abbia ottenuto il lavoro.
Inoltre, sa che Jones ha dieci monete in tasca.
Smith inferisce, validamente, che il lavoro è andato ad un uomo che ha dieci monete in tasca.
A sua insaputa, però, è proprio Smith ad aver ottenuto il lavoro; e, per puro caso, gli capita d’avere dieci monete in tasca, pur non essendone a conoscenza.
La conclusione di Smith, quindi, è corretta: il lavoro è, a tutti gli effetti, andato ad un uomo con dieci monete in tasca.
La sua inferenza è valida, la conclusione è vera e la sua fonte risulta autorevole, pur se in errore.
Tuttavia, nonostante Smith abbia una credenza vera giustificata, possiamo davvero chiamarla conoscenza?

Secondo problema
In un altro controesempio, Gettier presenta una situazione in cui Smith ha la credenza giustificata che Jones possieda una Ford.
Consideriamo, ora, la proposizione “o P, o Q”.
Se P è vero, allora la proposizione sarà ancora vera, sia che Q sia vero, sia che sia falso.
Allo stesso modo, se Q è vero, allora la proposizione sarà ancora vera, sia che P sia vero, sia che sia falso.
Quindi, fiducioso del fatto che Jones possiede una Ford, Smith conclude, giustificatamente, che “Jones possiede una Ford, o Brown è a Barcellona”, anche se non sa nulla di dove si trovi Brown.
In realtà, Jones possiede una Chevrolet, ma Brown si trova effettivamente a Barcellona.
Ergo: Smith ha una credenza che è vera e giustificata, ma – sostiene Gettier – non è conoscenza.

(Presunte) Soluzioni
Una soluzione al problema è affermare che non si tratti affatto d’un problema.
“Credenza vera giustificata” (CVG) è una buona definizione di conoscenza, e, quindi, Smith ha conoscenza.
Ma, d’altro canto, se ritenete che i casi di Gettier rivelino l’inadeguatezza della definizione classica, cos’è che potrebbe esser cambiato, o aggiunto, per migliorarla quale teoria della conoscenza?
Diversi filosofi hanno suggerito che una quarta condizione dev’esser soddisfatta affinché ci sia (legittima) conoscenza.

In ciascuno dei due problemi, la CVG di Smith è fondata su una premessa falsa.
Nel primo caso, Jones non ottiene il lavoro; nel secondo, Jones non possiede una Ford.
Dunque, in entrambi i casi, Smith deriva una credenza vera giustificata da una credenza sì giustificata, ma falsa.
Perciò, un modo di evitare i problemi posti dai suddetti esempi, consisterebbe nel dire che una CVG derivata da una premessa falsa non costituisce conoscenza.
Tuttavia, è possibile fornire esempi, egualmente problematici, nei quali sembra non ci siano premesse false.
Se credete che qualcuno è in una stanza perché pensate d’averlo visto, mentre in realtà avete visto un fantoccio, la vostra non è un’inferenza, bensì un giudizio basato sull’osservazione.
Dunque, se una persona, effettivamente, è nella stanza, anche se non è lei che avete visto, la vostra credenza vera giustificata costituisce forse conoscenza?

Un altro approccio, proposto da Alvin Goldman, richiede che vi debba essere una relazione causale “appropriata” tra la verità della proposizione e la credenza del soggetto.
Perché una CVG costituisca conocenza, la verità stessa deve originare la credenza, ed il soggetto che intrattiene la credenza dev’esser capace di ricostruire la catena causale tra le due.
Se ciò è vero, è la mancanza di questa condizione che spiega perché, negli esempi di Gettier, non v’è conoscenza.
Rimane, però, un problema: definire cosa renda una catena causale “appropriata”, affidabile, validante.

Alla fine degli anni Sessanta, Thomas Paxson e Keith Lehrer sostennero che una CVG costituisce conoscenza solo se non c’è alcuna informazione tale che, se il soggetto ne fosse al corrente, cancellerebbe, o renderebbe nulla, la credenza.
Una credenza è invincibile se nessuna informazione potrebbe annullarla.
Nel primo tra i due scenari di Gettier sopra proposti, se Smith fosse al corrente del fatto che Jones, in effetti, non ha ottenuto il lavoro, quest’informazione renderebbe nulla, e cancellerebbe, la credenza che il lavoro sia andato ad un uomo con dieci monete in tasca (giacché Smith, ricordo, non è consapevole di avercele).
La CVG di Smith, dunque, non è conoscenza, secondo Paxson e Lehrer.
Purtroppo, però, imporre alla conoscenza un requisito del genere, ci costringerebbe a buttar via il bambino con l’acqua sporca.


Del resto, però, la validazione e legittimazione d’una conoscenza non si esaurisce qui, tant’è che non sono state lesinate argomentazioni rivolgentisi verso altre direzioni, altri fattori chiamati in causa, altri dubbi da (tentar di) dissipare, in maniera quanto più convincente possibile.

Andando al dunque: cosa sapevamo quando siamo nati?
Ovvero: un netto distinguo tra conoscenza innata e conoscenza acquisita.

“Innata” significa, letteralmente, “esistente prima della nascita”, “congenita”.
Se la conoscenza è credenza vera giustificata, allora quella innata è, per certo, uguale a zero.
Quali credenze ha una mente prima di fare esperienze? Quale evidenza possiede il neonato prima di avere coscienza? Se non è nato con una predisposizione ad avere esperienze, come farà ad acquisire conoscenza altrimenti? Ma può, una semplice predisposizione, esser conoscenza?

Ciò che è innato è una predisposizione, una potenzialità ad avere esperienze e ad acquisire conoscenza.
La predisposizione dev’esser specifica: esser predisposti a tutto equivale, di fatto, ad esser predisposti a niente.
Ma, d’altro canto, neppure dev’esser troppo specifica: il neonato umano non è predisposto ad imparare l’inglese piuttosto che l’italiano, ma qualsiasi linguaggio umano.

Alcuni esperimenti hanno mostrato che i neonati ricordano le canzoni udite mentre erano ancora nel grembo materno.
I bebè evidenziano la preferenza per una certa musica, dando una poppata più vigorosa alla mammella.
Possiamo dire che i bebè conoscevano quelle canzoni già alla nascita?
Una distinzione, a questo punto, è d’obbligo, dato che una cosa è la familiarità, anche quando sia un fondamento per la conoscenza, un altro paio di maniche è una credenza vera giustificata.
Quello che lo psicologo chiama apprendimento, non è conoscenza per il filosofo; o, perlomeno, non lo è per il filosofo che aderisce alla definizione platonica di conoscenza.

Il neonato batte le palpebre per un soffio d’aria; afferra, con la sua manina, il dito d’un adulto quando questi gli sfuora il palmo; gira la testa quando gli si carezza la guancia.
Queste sequenze fisse di azioni avvengono a livello puramente comportamentale?

Il comportamento può evidenziare un saper-fare: ma è conoscenza? È qualcosa che può esser vero o falso? Può, la mera azione, esser la base della conoscenza?

Prima d’inoltrare la quesione ad un livello storico-filosofico, credo occorra distinguere, anche qui, ciò che si presume possa costituire conoscenza innata, da ciò che, oggi come oggi, un po’ tutte le parti chiamate in cause nell’argomentazione sono concordi nel porre esternamente alla conoscenza: i meccanismi innati; ovvero: istinti e pulsioni.

In breve, gli istinti sono sequenze di risposta, tipiche e non apprese, a specifici stimoli nella realtà.
Esempi ne sono la nidificazione degli uccelli, che – secondo mirati studi comportamentali – non viene loro insegnata, ed una varietà di comportamenti animali relativi alla caccia e all’accoppiamento.
In sé stesso, l’istinto è una spiegazione insufficiente delle azioni umane.

Le pulsioni sono stati psicologici che nascono in risposta a bisogni fisiologici, come la fama e la sessualità.
Esigono d’esser soddisfatte, ma il comportamento per raggiunger tal fine non è specificato in alcun modo, ed è assai flessibile, tant’è che, nel caso della sessualità, ad esempio, talune persone riescono a vivere un’esistenza che dichiarano felice senza soddisfarne la pulsione.


A grandi linee, secondo un’analisi delle varie correnti filosofiche che, nell’epoca moderna, si sono cimentate nella definizione della capacità conoscitiva dell’uomo, possiamo ricondurre il tutto – senz’altro un po’ grossolanamente – ad empirismo (tutta la conoscenza deriva dai sensi e dalle esperienze sensoriali), innatismo (siamo nati con delle predisposizioni che permettono alla conoscenza e ai comportamenti complessi di scaturire in risposta all’esperienza), razionalismo (la ragione è una fonte della conoscenza, indipendentemente dai sensi).

I filosofi, pertanto, sono divisi circa l’importanza della conoscenza innata.
Alcuni negano la sua esistenza, battendo chiodo sull’asserzione secondo la quale, prescindendo dall’esperienza, la mente del neonato è vuota, come una lavagna bianca (Aristotele), o come una tabula rasa (Locke), in attesa che l’esperienza vi intinga le proprie impronte.
Queste concezioni sono dette, per l’appunto, empiriste, dal termine greco empeiria (esperienza): i sensi sono la prima, se non l’unica, fonte di conoscenza.
Tra gli esponenti d’eccellenza dell’empirismo classico, cito, fra tutti, Hobbes e Hume.

Grazie a Darwin, comunque, gli empiristi dovettere riconoscere che un ruolo importante era rivestito dall’ereditarietà e dalle tendenza congenite; ma questa forma d’innatismo si limita agli istinti, ai sentimenti, all’azione.
La mente del bambino appena nato è ancora una lavagna vuota, priva delle idee che l’esperienza poi giunge a fornirle.

Tuttavia, anche se il feto che ste per esser messo al mondo non ha credenze, idee o conoscenza, i filosofi empiristi hanno spesso ammesso che nasciamo con certe predisposizioni innate alla conoscenza, con un potenziale specifico per l’esperienza, come la visione dei colori.
Siamo già pronti per raggiungere particolari obiettivi epistemici, come l’acquisizione della lingua madre.
Gli empiristi che accettano l’idea della predisposizioni innate a conoscere, possono risultare praticamente indistinguibili dai razionalisti, loro “avversari” storici.

I razionalisti pongono l’accento sull’importanza della conoscenza innata e, più in generale, di tutte le verità che la ragione può scoprire indipendentemente dai sensi.
Essi, però, spesso si fermano all’affermare che la cosiddetta conoscenza innata esiste solo a livello potenziale.

Di Cartesio, ad esempio, è ben nota anche la sua insistenza circa le idee innate, ma chiarisce che trattasi, di tendenze specifiche, piuttosto che di contenuti preconfezionati.
Cartesio, addirittura, paragona le idee innate alla gotta, malattia infiammatoria invalidante a carattere familiare: il bambino, alla nascita, non ha la malattia, ma solo la predisposizione ereditaria a svilupparla.
Leibniz, altro grande tra i razionalisti, usa un’immagine più “poetica”: le idee innate sono come venature nel blocco di marmo d’uno scultore, le quali predispongono la pietra a produrre una certa statua piuttosto che un’altra.

Il razionalismo è tornato prepotentemente in auge proprio nel corrente secolo, o, per meglio dire, a cavallo tra il XX ed il XXI, conseguentemente alla formulazione, da parte di Noam Chomsky, della teoria della grammatica universale: vi è un meccanismo innato che alla nascita è in uno stadio iniziale, ma che, in effetti, è in grado d’esser programmato dall’esperienza in modo tale da acquisire la conoscenza della grammatica.
L’esperienza, sostiene Chomsky da sola non è sufficiente a fornire una conoscenza grammaticale complessa, senza presupporre l’esistenza d’un dispositivo d’acquisizione linguistica, di cui il cervello del neonato è già biologicamente dotato.
Il problema scientifico, semmai, è come descriver correttamente tale dispositivo.

Chomsky paragona il compito del bambino alle prese coll’apprendimento d’una lingua, al problema del giovane nel Menone di Platone.
Come ho scritto prima, il ragazzo, all’oscuro della geometria, è comunque condotto, per mezzo di sole domande, alla dimostrazione d’un particolare teorema geometrico.
Le domande, di per sé stesse, non contengono informazioni sufficienti alla dimostrazione del teorema, dunque, il ragazzo deve, giocoforza, aver apportato una conoscenza che possedeva anzitempo, inconsapevolmente.
Questa conoscenza viene estratta da lui, non inserita in lui tramite ll’insegnamento.
Platone conclude – ripeto quanto precedentemente scritto – che il ragazzo deve aver avuto in sé questa conoscenza, acquisendola in un’esistenza precedente.

“Il problema di Platone, dunque, è spiegare come facciamo a conoscere quel tanto dato che l’evidenza che ci è disponibile è così scarsa”
(Noam Chomsky, 1986)

Chomsky argomento che, nel corso dell’acquisizione kinguistica, il bambino non riceve nozioni di grammatica, ma è condotto, per mezzo dell’interazione con altri esseri umani, a manifestare la propria conosceza grammaticale di una lingua particolare.
I bambino giungono a conoscere la grammatica della loro lingua nativa, non come fa un insegnante, il quale è in grado di spiegarla, ma dimostrando la loro conoscenza nella pratica di seguire determinate regole nella produzione e nell’interpretazione di frasi in quella lingua.
Per Chomsky, l’input di esperienza di cui gode il bambino – l’insieme di tutte le frasi che ha avuto modo di ascoltare – è assai povero (proprio come lo sono le domande di Socrate), perlomeno in rapporto alla quantità di frasi che si dimostra in grado di riconoscere come grammaticalmente corrette o meno.
Lo stimolo rappresentato dall’interazione sociale non riesce a spiegare la competenza linguistica ch’emerge.
Un bambino che apprende l’inglese non ha già in sé la grammatica dell’inglese, ma deve avere una qualche capacità, o predisposizione innata, che, insieme, all’input (più o meno scarso) dell’esperienza, gli fornisce questa notevole competenza.

Chomsky, in un certo senso, è concorde con Platone circa l’assunto che questa capacità innata – che definisce grammatica universale – sia acquisita in una vita precedente.
Tuttavia, occorre specificare che Chomsky fa riferimento alla storia evolutiva dell’uomo, piuttosto che ad una qualche pre-esistenza dell’anima, od alla reincarnazione.
La biologia ha dotato il cervello del bambino appena nato d’un dispositivo specializzato all’acquisizione di qualsiasi linguaggio umano, dati gli input appropriati.
Lo studio della capacità umana di possedere un linguaggio diventa, così, lo studio della nostra dotazione genetica.

“La grammatica universale può essere considerata una caratterizzazione della facoltà linguistica, geneticamente determinata.
Si può pensare a questa facoltà come a un dispositivo di acquisizione linguistica, una componente innata della mente umana che produce una lingua particolare grazie all’interazione con l’esperienza che ci è data, un dispositivo che converte l’esperienza in un sistema di conoscenze acquisite: la conoscenza di questa o quella lingua”
(Noam Chomsky, 1986)

Chomsky ritiene che il dispositivo di acquisizione linguistica sia un organo del linguaggio all’interno del cervello.
Coltiviamo una lingua, piuttosto che impararla.
Il dispositivo è concepito come una macchina biologica con un numero finito di interruttori, fissati dall’esperienza linguistica alla quale siamo sottoposti.
Premendo un interruttore, la macchina conosce la grammatica inglese, premendone un altro, conosce quella swahili o quella giapponese.
Tutte le possibile lingue umane sono rappresentate nelle varie impostazioni di questi interruttori.

L’ordine delle parole, inoltre, è importante per il significato.
C’è una bella differenzase il cane morde l’uomo, o l’uomo morde il cane.
Ma l’ordine superficiale delle parole non basta a determinare il significato; le parole devono anche ricoprire ruoli grammaticali ben definiti, e qusto si può fare in modi diversi, mantendendo inalterato l’ordine delle parole.

Quale valido esempio, prendiamo in considerazione queste due frasi, che suonano simili:
– Fino a dove verso l’acqua?
– Vai dove ti pare, ma non verso il vino!

Nella prima, “verso” è un verbo (prima persona singolare dell’indicativo presente di “versare”), mentre nella seconda è una preposizione.
Ma questa è solo la lettura più naturale, più immediata, credo.
“Verso” può essere anche letto come una preposizione nella prima frase, e come verbo nella seconda.
Frasi di questo tipo vengono chiamate anfibolie: ciascuna, cioè, ha due significati.


Quella che definiamo “percezione”, quindi, riveste un ruolo molto importante internamente alla conoscenza, oppure, per certi versi, preliminarmente.
La percezione, infatti, differisce dalla sensazione in quanto, mentre quest’ultima si limita all’informazione sensoriale, la prima ne fornise un’interpretazione.

È un’idea piuttosto influente, sia in filosofia che in psicologia, che nella perceziane siamo sempre e solo consapevoli dei contenuti della nostra mente.
La cosapevolezza e, dunque, la conoscenza del mondo esterno, è indiretta, mediata dalle nostre rappresentazioni mentali.
In prima istanza, le nostre percezioni, di fatto, vanno a formare il nostro mondo.
Ci è preclusa la possibilità di vedere quello che c’è dietro una rappresentazione, ergo: la realtà esterna è sempre filtrata attraverso i sensi.

Provate, ad esempio, a dilettarvi in quest’esperimento del tutto accessibile: prendete tre secchi, pieni d’acqua a diverse temperature: uno con acqua fredda, uno a temperatura ambiente e l’altro con acqua calda.
Disponeteli in ordine davanti a voi, dopodiché immergete le mani nell’acqua: chessò, la mano destra nell’acqua fredda e la sinistra in quella calda.
Attendete mezzo minuto, poi estraete le mani e inseritele nell’acqua a temperatura ambiente.
Come percepite, ora, quell’acqua?

Con la mano destra, fredda, dovreste sentire l’acqua piuttosto calda, e viceversa.
Dunque: com’è l’acqua, calda o fredda?

Questo enigma, se così vogliamo chiamarlo, si deve al celebre filosofo John Locke, ed è paragonabile a quell’altro famoso vecchio enigma dell’albero che cade nella foresta dove non v’è alcun orecchio che possa udirlo: farà rumore l’albero?
La soluzione, in enrambi i casi, sta nel compiere una distinzione tanto plausibile quanto sorprendenti sono le sue conseguenze.

I termini per le qualità percettive, come suono, caldo, freddo, sono ambigui.
Se, per suono, s’intende una serie d’oscillazioni della pressioni locale dell’aria, allora non v’è dubbio che i suoni, in quanto onde, vengono emanati dall’albero che cade, pur se nessuno v’è a percepirli.
Ma, se per suono intendiamo, invece, l’oggetto immediato delle nostre esperienze uditive, allora, nel caso dell’albero, non vi è alcun suono.
Il suono fisico esiste anche senza la presenza d’un ascoltatore, ma niente può esser sentito senza qualcuno che ascolti.
Non vi è suono soggettivo senza soggetto.

Una cosa è sapere come suona una nota alta, ma un’altra è sapere che le note alte sono associate ad oscillazioni rapide della pressione dell’aria.
I musicisti sono venuti prima dei fisici del uono.
L’esperienza soggettiva degli alti e dei bassi può esser provocata da oscillazioni più o meno rapide, ma la realtà soggettiva, il suono, non è identica alla realtà misurabile.
L’esperienza non è completamente spiegabile in termini fisici.

Il filosofo irlandese George Berkeley arrivò a negare la realtà della materia e d’ogni cosa al di fuori della mente.
Il suo celebre motto è “essere è esser percepito”: l’esistenza di qualcosa non è altro che il suo verificarsi all’interno d’una qualche mente.
Berkeley, pertanto, considerava la gravitazione di Newton alla stregua d’una forza occulta: trattasi, dopotutto, di azione a distanza.
Come può, la Terra, attrarre la Luna, o anche solo una mela senza toccarle?

Si narra che Samuel Johnson, famoso lessicografo e spirito arguto, abbia dato un calcio ad una pietra per dimostrare la falsità dell’immaterialismo di Berkeley: “Lo confuto così!”.
Naturalmente, Berkeley mai s’era sognato di dire che non fosse possibile dare un calcio ad una pietra.
Avrebbe, invece, asserito che l’idea del piede, l’idea della pietra e quella di prenderla a calci, devono per forza esistere tutte in una stessa mente.

Il calore, come s’è visto, è altrettanto ambiguo.
Se, per calore, intendiamo energia cinetica media, o velocità molecolare media, allora esso esiste indipendentemente da qualcuno che lo percepisca.
La velocità media delle molecole dell’acqua nel secchio a temperatura ambiente, sebbene venga alterata dall’immersione delle nostre mani, non è diversa a seconda delle mani.
Se, invece, per calore s’intende l’esperienza di caldo intenso, allora il calore è diverso da mano a mano.
In realtà, ovviamente, c’è una ragione fisica per questo fenomeno: i nervi implicati non stanno affatto registrando la temperatura dell’acqua, ma solo il cambiamento di temperatura delle mani stesse.
Questo varia a seconda della mano, ma la temperatura di entrambe tende a fissarsi sulla base della temperatura dell’acqua del secchio.

La vista, per certi aspetti, è soggetta ad un dualismo ancor più profondo.
I colori non sono comparabili intersoggettivamente.
Voi ed io possiamo facilmente esser concordi che quest banana e quell’ananas sono entrambi gialli, ma non possiamo determinare se le nostre esperienze del giallo sono simili.
Potrà mai la fisiologia superare questa incommensurabilità?

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 22/11/2009 alle 01:56

Il filosofo ingelse G. E. Moore cercò di provare la realtà del mondo esterno alla mente, affermando, senza troppi indugi, “questa è una mano!”, mentre la sollevava.
Voleva esser la rivincita del senso comune in filosofia.

Siete persuasi dall’esempio di Moore?
Se lo siete, cosa potrebbe farvene dubitare anche solo un poco?
Se non siete persuasi, quale altro tipo di evidenza vi potrebbe concincere della realtà del mondo esterno?


Lasciando da parte l’esperienza sensoriale, e rivolgendo un attimo lo sguardo alla percezione del tutto mentale, magari legata sì alla vista – in quato state leggendo –, ma prescindente dal tatto, dal gusto, dall’olfatto e dall’udito, qui calza a pennello un bel paradosso, che, però, così come il succitato test in merito ai pregiudizi cognitivi, vi lascio desiderare ancora un po’ (cosicché, laddove qualche d’uno ne facesse richiesta, saprei che qualcuno che ha avuto la premura di leggere almeno fin qui c’è!).



Tre teorie della verità
Esistono tre teorie tradizionali della verità.
Una afferma che la verità è corrispondenza: ad esempio, tra una credenza ed un fatto, tra asserzione e realtà, come abbiamo visto.
La seconda sostiene che la verità consiste in una qualche relazione logica esibita da una credenza o da una programmazione con altre credenze o proposizioni; di nuovo, quindi, la verità è una specie di relazione, ma di coerenza, piuttosto che di corrispondenza.
La terza teoria collega la verità con un qualche valore pratica, ed è, perciò, detta teoria pragmatica della verità.
In genere, razionalisti ed idealisti vedono la verità come coerenza, mentre gli empiristi preferiscono la teoria della corrispondenza o quella pragmatica.

Verità come corrispondenza
La prima teoria considera la verità come corrispondenza tra credenze e realtà.
Una credenza (un enunciato, una proposizione) è vero sole se corrisponde alla realtà che rappresenta.
Un’affermazione è vera solo se quello che afferma è ciò che si verifica, se rappresenta, cioè, le cose nel modo in cui stanno; se le cose stanno come la proposizione afferma, allora la proposizione è vera, altrimenti è falsa.
La falsità è mancanza di corrispondenza, dunque.

V’è un dibattito continuo circa la natura di codesta corrispondenza.
Secondo una certa concezione, la corrispondenza è come una copia che rappresenta tutti gli elementi d’uno stato di cose e le loro interrelazioni (l’originale).
La realtà è come la nostra credenza vera intorno ad essa: proprio nel modo in cui pensiamo che sia.
Il modo in cui ci appare il giallo, ovvero la credenza che il giallo ci appaia come tale e non copia, è ragion sufficiente a validare una concezione assoluta di giallo.

Ma un’immagine digitalizzata esiste come informazione contenuta nell’hard disk di un computer, anche quando questa non viene visualizzata.
La rappresentazione elettronica è un modello di corrispondenza diverso dalla semplice copia.
Alla stessa maniera, le rappresentazioni mentali e gli enunciati linguistici possono mappare la realtà astrattamente: la corrispondenza diventa isomorfismo.
L’enunciato “questo-è-così” ha la struttura grammaticale soggetto-copula-predicato, la quale riproduce una presunta struttura della realtà come entità-avente-una qualità.

A mio modesto avviso, già solo il fatto che le percezioni, che nei dettagli differiscono da persona a persona, siano condizionanti ai fini dell’esperienza, scredita l’assunto secondo cui si possa parlare, per ogni cosa, di verità al singolare.
Voglio dire: A e B possono esser concordi nell’affermare che “questo è giallo”, e sono concordi anche nel definire C quale acianobleptico, laddove questi dicesse “no, questo è grigio”, ma se A percepisse un giallo di Napoli (40% giallo; grazie Zanichelli ), e B un giallo chiaro (60% giallo)?
Sarebbe, pertanto, lecito parlare di “più di una verità circa una stessa corrispondenza”.


Verita come coerenza
La seconda teoria parte dall’idea che la verità è qualcosa che ha senso – la verità dev’essere, per l’appunto, coerente.
Preferita dai razionalisti, grandi costruttori di sistemi filosofici, questa concezione deriva dalla convinzione che la verità è una, che la verità intera è più vera d’ogni singola verità, e che tutte le verità si connettono intrecciandosi in un unico ordine.
Questo sistema ha senso, è coerente, si tiene in piede da solo.

Nelle scienze, scopo della ricerca è trovare leggi generali a partire dalle quali, con l’ausilio di condizioni iniziali, siamo in grado di prevedere logicamente un certo evento.
Le dimostrazioni scientifiche utilizzano una forma di deduzione ipotetica per giustificare l’aspettativa di certe osservazioni future, a partire da osservazioni attuali e regolarità passate.
In matematica, seguendo rigorosamente le regole di inferenza, si possono dedurre risultati nuovi ed inattesi da assiomi o verità già stabilite.

Le interconnessioni logiche derivano da interconnessioni ontologiche.
La ragioneè il filo d’Arianna della verità, quell’unità che ci conduce al di fuori del labirinto dell’ignoranza.

Anche l’etica si tiene in piedi da sola: i principi etici sono coesi tra loro.
Anzi, la coerenza della verità scientifica e matematica da’ forza alla speranza che non sia un’illusione quel senso d’unione che lega tutti gli uomini sulla zattera di salvataggio che è il mondo.

Il mondo, a volte, ci può apparire irrazionale, indifferente, o anche benignamente neutrale, ma questo è perché non siamo ancora penetrati nel suo cuore morale, o non abbiamo ancora colto lo sguardo dell’occhio divino, il quale darebbe al mondo un senso morale, solido quanto una dimsotrazione matematica (si coglie l’ironia?).

Bah, si potrebbe desumere una sorta di pretesa imperialistica dall’ingiunzione d’un sistema etico validamente esteso a miliardi di persone, ma, filosoficamente parlando, non è un motivo valido per deferirlo.
Direi, piuttosto, che, se le verità sono dedotte da altre verità, da dove vengone le prime verità?
Per evitare il regresso all’infinito ci devono essere alcune verità che non sono dedotte, ma le cosiddette proposizioni auto-evidenti (evidenti di per sé stesse) sono, molto spesso (vi risparmio il sempre) vuote tautologie.
Una concezione “marxista” della conoscenza (in senso lato, ovvero intesa come: è vero ciò che è vero per la maggioranza) non so quale gran senso possa avere; un conto è quando parlasi di una comune utilità pratica, ma qui la partita si gioca su un campo differente.


Verità come valore pratico
La teoria pragmatica identifica la verità d’una credenza con l’apporto che essa conferisce alla nostra esperienza.
In termini spicci, la verità è ciò che funziona.
Più precisamente, la verità è sia un processo di corroborazione e di verifica, sia il risultato parziale e costantemente aggiornato di tale processo.

Il pragmatista mira a trarre la verità come fa uno sperimentatore.
Costui accorda il suo assenso ad una proposizione, solo se questa è validata dalla prova scientifica.
In altre parole, bisogna compiere specifiche previsioni, basate rigorosamente su un’ipotesi precisa, e poi verificare che le previsioni risultino corrette.
In breve, un’ipotesi deve dare il proprio contributo al modo in cui va un esperimento; tale contributo per l’esperienza possibile è il significato, il valore della proposizione ipotizzata.
Poiché verità e significato vanno a braccetto, la verità della proposizione consiste proprio nel significato che emerge, nelle esperienze possibili che effettivamente si verificano.

La concezione pragmatica sostiene che il significato d’una proposizione scientifica si mostri tramite i suoi stessi metodi di verifica, necessariamente basati sull’esperienza.
Una verità scientifica è conosciuta come tale, se tutte le procedure sperimentali che, in linea di principio, potrebbero invalidarla, non riescono a farlo.
Se una proposizione non apporta un contributo possibile all’esperienza, allora è semplice non-senso, né vera, né falsa.

In contesti quotidiani, il test dell’esperienza pratica sostituisce il test dell’esperimento scientifico.
Il significato d’una credenza equivale alle conseguenze d’un’azione.
La credenza che sta per piovere è futile, se non conduce a prendere l’ombrello e a proteggersi.
Cos’è la credenza in Dio, se non un impegno a vivere secondo i Suoi princìpi?
Una credenza che non apporta alcuna differenza pratica nelle nostre vite, è mera apparenza.
La verità d’una credenza consiste nella sua utilità.

La teoria pragmatica giustifica, in casi limitati, la volontà di credere, basata su sentimenti di speranza, fiducia, o amore.
I fatti verificabili della scienza sono ivi fuor di questione.
La teoria pragmatica ci libera sia dal bisogno di dimostrare l’esistenza d’un universo morale corrispondente alle nostre credenze, sia dall’aspettativa d’una dimostrazione completa e rigorosa da parte della sola ragione.
La fede può andar bene da un punto di vista epistemico, se il suo frutto è un’esistenza più ricca.
Inoltre, alcune cose sono vere solo se ci crediamo.
Se ognuno si fida del prossimo, possiamo tutti vivere pacificamente.
La mia credenza che ognuno si fidi del prossimo, rende più vero che, in effetti, così possa accadere, e rende, a sua volta, più ragionevole la credenza per gli altri.
Ad alcune cose dobbiam tutti credere assieme, affinché siano vere: e non possiam credere tutti quanti se non si da’ il caso che ognuno creda.

Per tutti questi aspetti, la teoria pragmatica risulta come un qualcosa che, di fatto, mira a ridurre la verità a mera convenienza: se credere che fra poco pioverà mi convince del fatto che sia meglio munirsi d’ombrello, allora ben venga questa credenza.
E… porca miseria quanto sta bene, quest’assunto, ampliato alla sfera religiosa!



Voglio chiudere questa prima parte di simil dissertazione (come l’ho definita parecchie righe più sopra) con un filosofo “dubitativo”, nella speranza che qualche enunciato possa far breccia in quelle menti che ri reputano sorrette da chissà quali immani convincimenti di fondo.

Davide Hume distingue i tipi di verità e i modi relativi di conoscerle.
Egli distingue le “relazioni di idee”, che possiamo conoscere a priori (ad esempio, ogni proposizione la cui negazione è una contraddizione) dai “dati di fatto”, che possiamo determinare solo e soltanto empiricamente.

Tra le prime, vi sono le proposizioni matematiche e le tautologie; esse possono esser conosciute a priori, indipendentemente dalla testimonianza fornita dai sensi.
I dati di fatto, invece, implicano affermazioni empiriche, di esistenza, piuttosto che la sola consistenza logica.

Il problema dell’induzione
Il Sole è sorto ogni giorno della storia della Terra.
Penserete che questa è una ragion sufficiente per concludere che domani sorgerà di nuovo.
Le probabilità sono senz’altro a favore d’una tale ipotesi.
Ma è anche possibile che non sorga.
Non vi sarebbe auto-contraddizione se, per qualche motivo, il Sole si spegnesse prima che venga domani.
Non possiamo sapere a priori che sorgerà.
Resta logicamente possibile che non lo faccia, checché se ne discuta, persino se è vero che, nel passato, il Sole è sorto un numero di volte che sfido a quantificare.
Ciò che è stato, mai può legittimamente dimostrare ciò che sarà.
L’induzione non conferisce certezza alcuna.

Un insieme di fatti successi ieri non dimostra alcunché circa il futuro: solo che, per l’appunto, sono successi.
Il ragionamento induttivo assume che ciò che di solito s’è verificato, continuerà di solito a verificarsi.

Hume applica la sua critica scettica anche al ragionamento causale.
Si pensa che le cause rendano necessario il loro effetto, piuttosto ch’essere solo regolarmente congiunte ad esso.
Ma i sensi ci informano dei dati di fatto, e, tra questi, non vi sono congiunzioni necessarie.
Nonostante le nostre aspettative, non v’è auto-contraddizione se la causa occorre, ma l’effetto non segue.

Il contro-problema della contro-induzione
L’induzione ha sempre funzionato nel passato, quindi, dovrebbe funzionare anche ora.
Il problema è che anche questo ragionamento è induttivo.
Saremmo in un circolo vizioso, se usassimo l’induzione per giustificare l’induzione.

Per meglio inquadrare il problema, considerate il principio di contro-induzione.
La contro-induzione è una forma di ragionamento, opposta all’induzione, ch’è evidenziata dalla fallacia del giocatore: dopo una lunga serie sfortunata, un giocatore perdente può aver la sensazione che il suo momento fortunato sia arrivato, e che la fortuna, finalmente, passerà dalla sua parte al prossimo lancio di dadi, o, comunque, di lì a poco.
La lunga serie di perdite che ha subito è così improbabile che, molto presto, non potrà che iniziare a vincere.

Il principio generale, qui, è contro-induttivo: se una cosa non ha funzionato nel passato, dovrà improvvisamente cominciare a funzionare.
Osserverete che questa è pura follia: questo tipo di ragionamento mai è stato valido.
Ma, risponde il giocatore, forse proprio per questo oggi inizierà a funzionare!

Del resto, se l’induzione dimostra l’induzione, perché la contro-induzione non può dimostrare la contro-induzione?

La ragione: niente più che un utensile
Hume riduce la ragione a quella che è nota come ragione strumentale.
Egli capovolge la metafora (etica e politica) di Platone, secondo cui la ragione deve governare desideri e passioni.
Tale era l’immagine platonica d’un’anima giusta, bene ordinata.

Hume, al contrario, disse che “la ragione è, e dev’essere, schiava delle passioni”, per sua stessa natura. La ragione non ha potere motivante.
La funzione e lo scopo della ragione è di decidere tra mezzi alternativi per un certo fine, mostrando quale di questi realizzi con più efficacia l’obiettivo.
Di per sé, la ragione non determina i nostri fini, solo la passione può farlo per noi.

La ragione può anche aiutarci a calcolare, tra diversi obiettivi in competizione tra loro, quali sono i costi e quali i vantaggi di ciascuno, ma è impotente a decretare quale sia il migliore, a meno che i nostri sentimenti non l’informino circa le conseguenze che preferiamo.
La ragione non fa da peso, né da contrappeso, alle nostre passioni, e non comanda i desideri: è solo uno strumento per la nostra soddisfazione.

È illegittimo derivare un “deve” da un “è”
A Hume s’è spesso attribuita la scoperta del paralogismo naturalistico, o fallacia naturalistica, un’inferenza logicamente non-corretta che compiamo nel ragionamento morale.
Il punto, in breve, è che nessun insieme di fatti può bastare a provare un principio morale.
Da una semplice descrizione, non segue alcuna prescrizione.
La necessità etica non può esser derivata da fatti conosciuti empiricamente; ciò non significa che i fatti siano irrilevanti per l’etica, ma ciò che è non ha alcuna autorità per stabilire quello che dev’essere.
Per Hume, trattasi d’un principio logico: “da quello che è, è stato, o sarà, non segue quello che deve essere”.


Chiudo qui, per ora, dunque.
E pazienza se l’accezione di passione, in Hume, non s’approssima ai canoni “mocciani” : preferisco non svelare l’”inganno” e lasciare che l’immagine poetica faccia sì, che, dopotutto… “massì, la filosofia è pure piacevole, allora!”.



Ve l’avevo annunciato che avrei adoperato un tono libresco, quanto più comprensibile possibile; magari non terra terra, ma mi sono “esimato” (come dite? Participio pass… cosa? Cosa? Non esiste… cosa? Com’è che dite? Bah! ) dal lanciarmi in arzigogolati periodi di stampo boccaccesco.
Anche le nozioni, sonstanzialmente, sono libresche; non di seconda o terza mano, ma sta di fatto che le mie personali idee circa tutto l’ambaradan (a proposito, ho scoperto solo qualche giorno fa, grazie ad una via di Roma, l’esistenza del rilievo montuoso etiope denominato Amba Aradam, dal quale “ambaradan” tra evidentemente significato; toh!) filosofico e, di conseguenza, socio-culturale, non sono filtrate.
Approssimativamente, potrei dire che, fra tutte le nozioni sopraesposte, sono pochi, se non pochissimi, i tratti coi quali sentirei d’aderire; e anche in quei casi, mai a piene mani.
Non è che non abbia opinioni proprie a riguardo, ma, del resto, se anche così fosse, diceva Pirandello che “rifiutare di avere delle opinioni, è il modo di averle”.

Dunque, perché indugiare? Beh, perché siamo ancora all’inizio: vi spiattellerò noiosità a non finire, nella speranza che, quando dirò la mia su tutto, sarete già ben stufi di frequentare questo thread: potrei trovarmi attaccato da ogni dove!

... mmmmm… il che, a pensarci, in fin dei conti mi stuzzica parecchio!



PS: Qualcuno nutre ancora dei dubbi in merito al fatto ch’io sia completamente pazzo?





(continua…)


 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 22/11/2009 alle 11:20
...ma tu ci vuoi morti!!

 

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...E' il giudizio che c'indebolisce.

 
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  postato il 22/11/2009 alle 11:37
Abi, cucciolo, dobbiamo fare una chiacchierata noi due... '^^

 

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Un uomo comincerà a comportarsi in modo ragionevole solamente quando avrà terminato ogni altra possibile soluzione.
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  postato il 22/11/2009 alle 11:47
Ma gavte la nata !


Quella volta Belbo aveva perso il controllo. Almeno, come poteva perdere il controllo lui. Aveva atteso che Agliè fosse uscito e aveva detto tra i denti: “Ma gavte la nata.”
Lorenza, che stava ancora facendo gesti complici di allegrezza, gli aveva chiesto che cosa volesse dire.
“È torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata dalla propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà.”

da Il pendolo di Foucault di Umberto Eco


 

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  postato il 22/11/2009 alle 11:59
Originariamente inviato da Laura Idril

Abi, cucciolo, dobbiamo fare una chiacchierata noi due... '^^

si'
bisogna assolutamente trovare chi gli rimette a posto il ginocchio

 

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"Non chiederci la parola che mondi possa aprirti, si` qualche storta sillaba e secca come un ramo...
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 22/11/2009 alle 12:04
Ma le partite del campionato spagnolo non le guardi piu'?
 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 22/11/2009 alle 14:08
C'è poco da scherzare: è grave...

 

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  postato il 22/11/2009 alle 14:10
Originariamente inviato da Subsonico

...ma tu ci vuoi morti!!


La mia è, a tutti gli effetti, un'indelicatezza, sì.

 

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  postato il 22/11/2009 alle 14:20
Originariamente inviato da Laura Idril

Abi, cucciolo, dobbiamo fare una chiacchierata noi due... '^^

Penso di capire il tenore delle tue preoccupazioni, e... beh, mi sentirei di smentirle a priori, ma vabbè, ben venga la chiacchierata!


Originariamente inviato da pedalando

bisogna assolutamente trovare chi gli rimette a posto il ginocchio

Trovato, forse, ma forse!
A dicembre inizio le terapie, 15 sedute di laser e 15 di ultrasioni, oltreché un po' di posturale.
A quanto pare, siamo in tanti a sperare che la cura dia quanto prima i suoi frutti.

 

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  postato il 22/11/2009 alle 14:37
Originariamente inviato da uffa

C'è poco da scherzare: è grave...

Dopo due anni trascorsi dovendo, mio malgrado, rinunciare alla bici, la logica conseguenza era che sfociassi nella pazzia. Così è stato.


Originariamente inviato da forzainter

Ma le partite del campionato spagnolo non le guardi piu'?

Ora sto a Roma e non ho Sky.
Però dovrei provvedere entro un paio di settimane: pacchetti 'calcio' e 'sport' insieme a 'mondo'.


Quanto a Uribe, gli mando una bella pernacchia!


Originariamente inviato da Abajia

se A percepisse un giallo di Napoli (40% giallo; grazie Zanichelli ), e B un giallo chiaro (60% giallo)?

È indubbio che anche la casa editrice abbia i suoi meriti, ma forse sarebbe più adeguato rivolgere i ringraziamenti maggiori a Nicola Zingarelli.

Mi sono accorto stanotte, in sogno, di questo qui pro quo.
Non chiedetemi come.

 

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  postato il 22/11/2009 alle 19:32
Saremo pazzi in due ma il tuo thread mi piace moltissimo, soprattutto mi piace l'idea e il tempo e l'impegno che ci hai messo.
Ovviamente la filosofia non è morta e tanti mali del mondo nascono dalla sufficienza con cui si guarda al ragionare filosofico.
Per cui, caro Abaija, per quanto non sia abituata a leggere cose troppo lunghe su uno schemo del computer, ti leggo con grande piacere. Nell'epoca della scienza che si traveste da onniscienza, questo thread è un'aria pura, da respirare con calma.

 

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IO CORRO DOPATO COME TUTTI.

"E' tutto alla conoscenza di tutti" Marco Pantani,1997 ( tempi non sospetti),parlando di doping in un'intervista televisiva con Gianni Minà.

Non sono a favore del doping. Sono semplicemente contro l'antidoping.

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 22/11/2009 alle 23:50

Ti ringrazio, Maria Rita.
Apprezzo la tua volontà di lanciarti nella lettura, cosa che mi fa piacere già solo a prescindere dall'effettiva realizzazione del proposito: molti non la prenderebbero neppur minimamente in considerazione come ipotesi.
Del resto, ho già avuto modo di dire che l'altrui reazione non è un deterrente valido a frenare i miei propositi; in sostanza: chissene!
A parte tutto, comunque, ti metto in guardia: come ho anticipato, ti sembrerà di leggere nulla di "nuovo", nel senso che riservo le idee personali ad una fase successiva dello sviluppo del topic (nella speranza che...), dunque molto di ciò che leggerai magari farà già parte delle tue competenze culturali.
Delle tue come di molti altri, proprio perché, ripeto, sono concetti espressi, a tutti gli effetti, con quel che di libresco che li fa passare per noiosi, ed il sottoscritto quale un altezzoso e saccente. Pazienza.
L'idea è quella di promuovere argomenti che verranno man mano personalizzati, da tutti, e, quindi, resi del tutto personali, e questo proprio partendo da basi e temi sostanzialmente "classici".
Io le cose da dire ce l'ho sulla lingua, ma aspetto la (eventuale) controparte...


(Ah, ne approfitto per anticiparti che domani ti contatterò in privato perché sono diversi giorni che mi s'inceppa il "meccanismo" per l'acquisto del libro su Pantani )

 

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  postato il 23/11/2009 alle 00:25
Allora aspetto le considerazioni più personali. E' un thread che leggerò volentierissimo, te l'ho detto. La filosofia e la letteratura sono la mia vera passione e se ho del tempo libero è a queste passioni che mi dedico.

Sul libro va bene, contattami pure ma quello che posso fare è parlare con Tonina del tuo problema tecnico e chiederle in che modo puoi fare a ordinarlo non dal sito del Museo Pantani.

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 23/11/2009 alle 01:03

Beh, in realtà, visto che la tua intenzione è comunque di leggere il topic, se mi permetti un consiglio, è di farlo prima (anche perché mi sentirei a disagio nel "tirare innanzi la carretta" in perfetta solitudine ).
Il linguaggio adoperato è volutamente "leggero", immediato, e gli stessi argomenti sono trattati in maniera "soft" e direi anche piacevole.
Magari fino a quella sorta d'abbozzo di aneddoti riguardanti a Socrate ti verrà voglia di chiudere la pagina, ma non demordere! Continua, continua...

 

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  postato il 23/11/2009 alle 01:59
Mi sono fermato a "Elisa"

 

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  postato il 23/11/2009 alle 17:36
"Leggero" e "Immediato" e "soft"?

Visto che si parla di filosofia, Aba, ti ricordo che il fine principale non è solo la conoscenza (l'amore per il sapere) ma la divulgazione e l'invito al pensare. Guarda Socrate, Kant, addirittura quel pagliaccio coronato di Hegel (che al suo codice tripartito di buffonate ha comunque provato a dare un aspetto divulgativo). Gorgia invece era un sofista, usava la parola per ottenere tutto e il contrario di tutto, ma in ogni caso ne aveva una padronanza estrema. Piccolo parzialissimo excursus solo per suggerire che non sempre a modi e ragionamenti sofisticati corrisponde poi una reale sostanza.. anzi, a volte si esagera, come insegnano il Polonio dell'Amleto e certi divertentissimi racconti di Mark Twain.

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 23/11/2009 alle 17:49
ho scoperto solo ora questa discussione e apprezzo di cuore la lettura di questa opera (che ha rischiato di andare persa per sempre e meno male che l'autore è giovane e deve avere buona memoria) che, mi pare, alla fine si aggiri sulle 100 pagine...
appena riesco a leggere mi riservo di tentare un dialogo

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 23/11/2009 alle 18:01

Per dare una smossa al thread-delirio (copyright Monsieur 40% ).


Nel post-fiume, ho trattato, tra le altre cose, il tema della percezione, estendendo l'argomento a diversi gradi percettivi, da quelli più "immediati" (sensoriali) ad altri che, per non fuorviar troppo, definirei mentali.
Alla prima "categoria" ho ricondotto, ad esempio, l'esperimento dei tre secchi pieni d'acqua a differenti temperature, di Locke, mentre ho solo fatto accenno alla distorsione percettiva derivante, questa volta, dalle nostre attitudini cognitive e razionali.

Mi riferisco, in sostanza, a quelli che, comunemente, vengono chiamati "problemi di auto-riferimento".
Leggete questa frase:

In questa frase ci
ci sono due errori


Quali sono i due errori?
La frase contiene la stessa parola ripetuta due volte, ma, siccome le due occorrenze stanno su linee separate, il nostro cervello tende a non accorgersene.
Qual è, quindi, l'altro errore?
Non sembra proprio essercene un altro.
C'è un solo errore, dunque la frase non è corretta.
Uhmmmm... ecco il secondo errore!
Se la frase non è corretta, in quanto dice che ci sono due errori, mentre ce n'è uno solo, allora, in effetti, un altro errore c'è.
Dunque, la frase è corretta... e quindi un secondo errore non c'è!


Ecco un giochino (magari conosciuto dai più, e, forse, pure diffuso sul web - non ho controllato - quindi oh, fate come volete, ma se vi va di azzardare una risposta, che gusto c'è a sbirciare? ):

Immaginate di camminare in un labirinto.
Arrivate ad un bivio in cui entrambe le strade sono chiuse da una porta.
Una delle due vi condurrà al vostro obiettivo, l'altra a morte certa.
Ciascuna porta è sorvegliata da una sentinella che sa cosa vi è dall'altra parte, e vi è concesso di fare una sola domanda per cercar di capire qual è la porta che vi condurrà all'obiettivo.
Una delle sentinelle, manco a dirlo, mente sempre, mentre l'altra dice sempre la verità, però non siete al corrente di chi sia il mentitore e viceversa.
Dunque: che domanda fareste?

 

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  postato il 23/11/2009 alle 18:11
Originariamente inviato da desmoblu

"Leggero" e "Immediato" e "soft"?

Visto che si parla di filosofia, Aba, ti ricordo che il fine principale non è solo la conoscenza (l'amore per il sapere) ma la divulgazione e l'invito al pensare. Guarda Socrate, Kant, addirittura quel pagliaccio coronato di Hegel (che al suo codice tripartito di buffonate ha comunque provato a dare un aspetto divulgativo). Gorgia invece era un sofista, usava la parola per ottenere tutto e il contrario di tutto, ma in ogni caso ne aveva una padronanza estrema. Piccolo parzialissimo excursus solo per suggerire che non sempre a modi e ragionamenti sofisticati corrisponde poi una reale sostanza.. anzi, a volte si esagera, come insegnano il Polonio dell'Amleto e certi divertentissimi racconti di Mark Twain.


Sì, Desmo, ho scritto "leggero", "immediato" e "soft" in riferimento al linguaggio che ho volutamente adoperato, spiegando che non volevo "appesantire" e complicare ulteriormente temi già di per sé estesi, ampi, a volte cervellotici.
Ovvio che, al contrario, se mi riferissi alla filosofia stessa spacciandola per "immediata" e "soft", beh, come dire...


(Per inciso, ho sempre ammirato la padronanza locutoria e retorica propria dei sofisti; ritengo alcuni testi in merito dei veri e propri capolavori proprio per il fatto che, di per sé, in sostanza trattano [volutamente; e qui potrei dilungarmi... ] di nulla)

("Pagliaccio" e "Hegel" nella stessa frase stanno proprio bene )

 

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  postato il 23/11/2009 alle 18:24
Originariamente inviato da elisamorbidona

ho scoperto solo ora questa discussione e apprezzo di cuore la lettura di questa opera (che ha rischiato di andare persa per sempre e meno male che l'autore è giovane e deve avere buona memoria) che, mi pare, alla fine si aggiri sulle 100 pagine...
appena riesco a leggere mi riservo di tentare un dialogo

Ecco, ragazzi, prendetevela con lei, è la sua richiesta la pietra dello scandalo!


Eli, l'altro giorno ti ho scritto in privato dicendoti che avevo buttato nel cesso il file contenente tutto il lavoraccio al quale mi stavo dedicando "anima e corpo" , ed è vero.
Effettivamente, il file è capitato tra un "cumulo" che ho cancellato e a nulla sono valsi i vari Recuva, Drive Rescue, Smart Data Recovery e un altro paio di programmini di cui non ricordo il nome.
Quel file era di circa un centinaio di pagine di Word, yes.
Del resto, passato il momento di scoramento ( ), sono stato io a scrivere il tutto, quindi, bene o male, ricordavo più o meno tutto, e quindi mi sono (ri)messo di buona lena e ho ripreso a (ri)scrivere.
In un paio di giorni, credo, ho "riesumato" la prima parte delle originarie 100 (e qualcosa) pagine, cioè 26.
Mi sono limitato, per ora, al primo tassello, quello dell'epistemologia, tralasciando l'etica e la moralità, la metafisica e la spiritualità, la logica e l'infinito, ovvero tutto ciò che andava a comporre la restante ottantina di pagine di Word.
Per la gioia di tutti: arriverà pure il resto, non disperate!
Oltre alla mia idea in proposito, se non altro perché è quella che credo abbia suscitato la tua curiosità.

Un abbraccio.

 

[Modificato il 23/11/2009 alle 19:02 by Abajia]

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 23/11/2009 alle 18:34
Credo proprio di non farcela.
Non per limiti intellettivi, spero, ma per limiti fisiologici, certamente.
Anche per me la lettura a computer di testi lunghi è ormai quasi impossibile.
E' un sintomo grave ?

 

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nino58

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 23/11/2009 alle 18:37
Originariamente inviato da UribeZubia

Ma gavte la nata !


Quella volta Belbo aveva perso il controllo. Almeno, come poteva perdere il controllo lui. Aveva atteso che Agliè fosse uscito e aveva detto tra i denti: “Ma gavte la nata.”
Lorenza, che stava ancora facendo gesti complici di allegrezza, gli aveva chiesto che cosa volesse dire.
“È torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata dalla propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà.”

da Il pendolo di Foucault di Umberto Eco




Altro che sibilo !!!!

 

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  postato il 23/11/2009 alle 18:41
ma come? Io leggo tutto e tu mi freghi con i paradossi logici che proprio mi ci vuole tempo a risolverli, quando, raramente, ci riesco?

 

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  postato il 23/11/2009 alle 19:18
Originariamente inviato da nino58

Originariamente inviato da UribeZubia

Ma gavte la nata !

[...]



Altro che sibilo !!!!

Siccome ho la coda di paglia, una bella pernacchia anche a te, tiè!


Originariamente inviato da nino58

Credo proprio di non farcela.
Non per limiti intellettivi, spero, ma per limiti fisiologici, certamente.
Anche per me la lettura a computer di testi lunghi è ormai quasi impossibile.
E' un sintomo grave ?

Grave no, dài.
Ci passano tutti, prima o poi.
Si chiama vecchiaia.

 

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  postato il 23/11/2009 alle 19:20
Originariamente inviato da Donchisciotte

ma come? Io leggo tutto e tu mi freghi con i paradossi logici che proprio mi ci vuole tempo a risolverli, quando, raramente, ci riesco?:


Non crucciarti subito.
Avrai modo di farlo più avanti, vedrai.

 

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  postato il 23/11/2009 alle 20:28
Originariamente inviato da nino58

Anche per me la lettura a computer di testi lunghi è ormai quasi impossibile.


Nino, nella parte alta di ogni thread c'è l'opzione per leggere il thread nella "Versione stampabile".
http://www.cicloweb.it/forum/viewthread.php?fid=9&tid=8911&action=printable
Si perdono alcuni passaggi di formattazione, ma può essere un buon metodo per stampare il tutto senza spendere una fortuna di cartuccia...

 

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  postato il 23/11/2009 alle 21:01
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ho scoperto solo ora questa discussione e apprezzo di cuore la lettura di questa opera (che ha rischiato di andare persa per sempre e meno male che l'autore è giovane e deve avere buona memoria) che, mi pare, alla fine si aggiri sulle 100 pagine...
appena riesco a leggere mi riservo di tentare un dialogo

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Eli, l'altro giorno ti ho scritto in privato dicendoti che avevo buttato nel cesso il file contenente tutto il lavoraccio al quale mi stavo dedicando "anima e corpo" , ed è vero.
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Oltre alla mia idea in proposito, se non altro perché è quella che credo abbia suscitato la tua curiosità.

Un abbraccio.


mi pare che il tuo stesso programma se lo pose un certo Kant, partendo esattamente dalla questione della conoscenza nell'ambito della querelle tra empirismo e razionalismo, che tocchi in queste prime pagine...da dove viene la pretesa che tutti ci diano ragione quando diciamo ciò che riteniamo vero? più in generale da dove viene la "scientificità" della scienza?
la sua soluzione fondamentale del problema (anche se "soluzione" non è che renda bene l'idea) prende il nome di "deduzione trascendentale", adesso aspetto l'esito della critica della ragion pura secondo Andrea da Tortoreto...

 

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Livello Fausto Coppi
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' La verita' e' che sono cattivo. Ma questo cambiera', io cambiero'. E' l'ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Gia' adesso non vedo l'ora. Diventero' esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del ca.zzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l'apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l'auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.'

Mark Renton.Un saggio di materialismo storico.

 

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Io sto con Silvio che è
un gran furbacchione e con
la bellissima Oriana che ha
il coraggio di dire ciò che
tutti pensano ma nessuno dice
(si vocifera che la casalinga
di Voghera impallidisca
al suo cospetto).

---------------------------
Anti-Zerbinegnan club - Iscritto n°2

Anti Armstrong n°3
--------------------
Solo chi non ha paura di morire di mille ferite riuscirà a disarcionare l'imperatore

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 23/11/2009 alle 21:39
Originariamente inviato da pacho

' La verita' e' che sono cattivo. Ma questo cambiera', io cambiero'. E' l'ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Gia' adesso non vedo l'ora. Diventero' esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del ca.zzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l'apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l'auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.'

Mark Renton.Un saggio di materialismo storico.


Miii, pacho.
Mi son perso l'apriscatole elettrico.
E poi la vedo comunque grigia sul capitolo pensione: pubblica o privata che sia.
L'unica cosa certa è l'ultima.

 

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nino58

 
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  postato il 23/11/2009 alle 22:45
Originariamente inviato da Abajia
Immaginate di camminare in un labirinto.
Arrivate ad un bivio in cui entrambe le strade sono chiuse da una porta.
Una delle due vi condurrà al vostro obiettivo, l'altra a morte certa.
Ciascuna porta è sorvegliata da una sentinella che sa cosa vi è dall'altra parte, e vi è concesso di fare una sola domanda per cercar di capire qual è la porta che vi condurrà all'obiettivo.
Una delle sentinelle, manco a dirlo, mente sempre, mentre l'altra dice sempre la verità, però non siete al corrente di chi sia il mentitore e viceversa.
Dunque: che domanda fareste?

Eh, Abi... spero tanto che la risposta che ti aspetti da noi non sia quella sempliciotta del "Se tu fossi l'altro, dove mi diresti di entrare per non morire?" (e fare il contrario di quanto viene risposto)

In effetti noi forumisti, abituati a ben altri enigmi, ad esempio "Come può Bulbarelli essere riuscito a diventare telecronista?", oppure "Ma Abajia ci sta pigliando tutti per i fondelli?", sappiamo che per paradossi di quel tipo ci possono essere molteplici soluzioni.

Ad esempio si può costringere l'eventuale mentitore a fare i conti solo con se stesso, e a dire la verità senza tirare in ballo estranei... (ogni riferimento al pentitismo è assolutamente voluto )
Basta porre la domanda in maniera corretta in termini di logica delle proposizioni: nel caso in questione per esempio "Se io ti chiedessi qual è la porta della salvezza, quale mi indicheresti?" (già... se te lo chiedessi... )

Un mio amico filosofo, purtroppo recentemente impazzito nel vano tentativo di dare risposta ad una domanda molto più semplice (la domanda era "Per tentare di vincere il Mondiale, è più redditizio per il ciclista XY terminare la Vuelta o ritirarsi a poche tappe dal termine?"), mi aveva a suo tempo segnalato un'altra possibile soluzione, in verità molto più "Abajiana": "Tra le due asserzioni 'questa porta va verso la salvezza' e 'tu sei un mentitore' ce ne è una e una sola vera?"

Naturalmente, per la gioia del forum, lascio a te lo sviluppo della soluzione...


Però, cerchiamo sempre di ricordare che la realtà non è logica, e forse la citazione Trainspottinghiesca di Pacho al riguardo è particolarmente azzeccata...

 

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  postato il 23/11/2009 alle 22:55
Originariamente inviato da Abajia
Ecco un giochino (magari conosciuto dai più, e, forse, pure diffuso sul web - non ho controllato - quindi oh, fate come volete, ma se vi va di azzardare una risposta, che gusto c'è a sbirciare? ):

Immaginate di camminare in un labirinto.
Arrivate ad un bivio in cui entrambe le strade sono chiuse da una porta.
Una delle due vi condurrà al vostro obiettivo, l'altra a morte certa.
Ciascuna porta è sorvegliata da una sentinella che sa cosa vi è dall'altra parte, e vi è concesso di fare una sola domanda per cercar di capire qual è la porta che vi condurrà all'obiettivo.
Una delle sentinelle, manco a dirlo, mente sempre, mentre l'altra dice sempre la verità, però non siete al corrente di chi sia il mentitore e viceversa.
Dunque: che domanda fareste?


Sicuramente c'è anche su web. Ma e' un classico, ci fu addirittura
in una puntata di Doctor Who. Non rispondo per lasciare la possibilita'
di fondersi le meningi a chi non lo conosce ancora.

Ma visto che ti piacciono i paradossi eccoti quello della biblioteca
(se non sbaglio fu inventato da Bertrand Russel per addomesticare
la versione ufficiale contenuta nella sua 2filosofia matematica") :
il direttore di una biblioteca pretende che tutti i libri
presenti siano catalogati nel seguente modo:
1- quelli che non contengono citazioni al proprio titolo
2- quelli che invece contengono il loro titolo.
Di ogni categoria viene ovviamente redatto un registro nella forma di libro che necessita quindi di essere catalogato a sua volta.
In quale categoria metteresti il registro della categoria 1 ?

 

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"Non esistono montagne impossibili, esistono uomini che non sono capaci di salirle", Cesare Maestri

"Non chiederci la parola che mondi possa aprirti, si` qualche storta sillaba e secca come un ramo...
codesto solo oggi possiamo dirti: cio` che non siamo, cio` che non vogliamo.", Eugenio Montale.

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 23/11/2009 alle 23:56
Ah beh, se iniziamo con i paradossi di Russell mi prendo una settimana di ferie!

 

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  postato il 24/11/2009 alle 00:00
Originariamente inviato da Bitossi

Eh, Abi... spero tanto che la risposta che ti aspetti da noi non sia quella sempliciotta del "Se tu fossi l'altro, dove mi diresti di entrare per non morire?" (e fare il contrario di quanto viene risposto)

Beh, qualunque sia la risposta che t'aspett(erest)i da Abajia, alla fin fine che senso ha, se hai la certezza che quella da te proposta è comprovata nella sua correttezza?


In effetti noi forumisti, abituati a ben altri enigmi, ad esempio "Come può Bulbarelli essere riuscito a diventare telecronista?", oppure "Ma Abajia ci sta pigliando tutti per i fondelli?", sappiamo che per paradossi di quel tipo ci possono essere molteplici soluzioni.

Il secondo sarebbe, dunque, un paradosso?
A ben pensarci, quale ampio ventaglio di significati può assumere il "prendere per i fondelli"?
Non è, forse, un altro modo di essere semplicemente sé stessi?
E poi - mannaggia a me! - cosa significa "a ben pensarci"?
C'è un modo di pensare che è più legittimo d'un altro?
O è qualitativamente migliore?
Sono stati stabiliti dei criteri in proposito?
Se sì, fate un fischio, ché io son rimasto indietro!
Se no, allora, in sostanza, parlare di legittimità non è illegittimo solo in ragione della non-esistenza di quei criteri di legittimità.
E, quindi, interloquire intorno alla stessa (il)legittimità è legittimo.
In ogni caso, un comune denominatore: sto sparando un sacco di fregnacce!

Ma vogliamo parlare del primo dei due paradossi, o presunti tali, sopracitati?
Se un paradosso è tale laddove si caratterizza per la sua estrema logicità del suo sviluppo, per poi giungere a conclusioni contraddittorie e sostanzialmente illogiche, posto che Bulbarelli è, a tutti gli effetti, divenuto telecronista Rai, può, dunque, esser così contraddittorio il fatto che lo sia stato addirittura per svariati anni d'attività(!?)?
Sì, lo è, passiamo avanti.


Un mio amico filosofo, purtroppo recentemente impazzito nel vano tentativo di dare risposta ad una domanda molto più semplice (la domanda era "Per tentare di vincere il Mondiale, è più redditizio per il ciclista XY terminare la Vuelta o ritirarsi a poche tappe dal termine?"), mi aveva a suo tempo segnalato un'altra possibile soluzione, in verità molto più "Abajiana": "Tra le due asserzioni 'questa porta va verso la salvezza' e 'tu sei un mentitore' ce ne è una e una sola vera?"

Naturalmente, per la gioia del forum, lascio a te lo sviluppo della soluzione...

Buon per lui: io sono diventato pazzo per molto meno.

Quanto alla soluzione, ho ragione di credere che mi occorra preliminarmente sapere a chi sia rivolta la seconda asserzione.

(toh, l'ho presa come una cosa seria! ... o lo è? )


Però, cerchiamo sempre di ricordare che la realtà non è logica, e forse la citazione Trainspottinghiesca di Pacho al riguardo è particolarmente azzeccata...

Già, quella citazione è molto bella, m'ha stimolato ad alcune considerazioni (che vi risparmio; in fin dei conti, ho un cuore [metonimia] anch'io!).

Oh, checcazzo, pisendlove!

 

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Liège-Bastogne-Liège: 1°
Giro d'Italia: Carrara - Montalcino: 2°
Tour de France: Sisteron - Bourg-lès-Valence: 1°
Tour de France: Longjumeau - Paris Champs-Élysées: 1°
Tour de France - classifica finale: 3°
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  postato il 24/11/2009 alle 00:18
Originariamente inviato da pedalando

Ma visto che ti piacciono i paradossi eccoti quello della biblioteca
(se non sbaglio fu inventato da Bertrand Russel per addomesticare
la versione ufficiale contenuta nella sua 2filosofia matematica") :
il direttore di una biblioteca pretende che tutti i libri
presenti siano catalogati nel seguente modo:
1- quelli che non contengono citazioni al proprio titolo
2- quelli che invece contengono il loro titolo.
Di ogni categoria viene ovviamente redatto un registro nella forma di libro che necessita quindi di essere catalogato a sua volta.
In quale categoria metteresti il registro della categoria 1?


In realtà, l'ora è piuttosto tarda se si considera che vengo da una notte con meno di quattro ore di sonno, ma vabbè, la tentazione è troppa e quindi... vada come vada.

Venendo alla risposta, penso sia utile sapere se il registro abbia un titolo.


PS: In caso contrario, dimmi acqua, acquazzone, fuoco o fuochino, ché mi ci impegno!


Edit: Aspè, ora che ci penso - un flashback! - credo di ricordare, a grandi linee, il paradosso che citi...
Se la memoria non mi gioca un tiro mancino, però, non è proprio così l'arzigogolato giochino in questione, ma piuttosto un qualcosa del tipo... uhmmm... si iniziava a catalogare gli stessi cataloghi, così poi restavano fuori i cataloghi dei cataloghi, e si provvedeva a catalogare pure quelli, e così via.
Un circolo vizioso, penso.

Ma attendo comunque la tua risposta.

 

[Modificato il 24/11/2009 alle 00:29 by Abajia]

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  postato il 24/11/2009 alle 00:31
Originariamente inviato da Carrefour de l arbre

Ah beh, se iniziamo con i paradossi di Russell mi prendo una settimana di ferie!

Capito ora come e perché son diventato pazzo?

E con questo, auguro a tutti i "superstiti" (controllatina... c'è il solo Admin ) la buonanotte!

 

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  postato il 24/11/2009 alle 01:05
A quest'ora non c'e' neanche pu' Admin dato che non c'ha piu' il fisico e va a dormire presto
resiste solo Monsieur ma solo perche' lui non ha neanche piu' la testa
che consiglierebbe il sonno ad ogni persona normale
(ehmm ci sono anche io qui.... )

ma passiamo al quesito:
sì anche i registri hanno un titolo. Banalmente puo' essere
"categoria 1" e "categoria 2". E' ininfluente.

Inoltre credo che tu ricordi male infatti per questo quesito
la ricorsività non è necessaria. In realtà non è necessaria neanche
nel paradosso "originale" sugli insiemi anche se in quel caso la
definizione non l'escludeva.

 

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  postato il 24/11/2009 alle 09:22
Originariamente inviato da Abajia

"Tra le due asserzioni 'questa porta va verso la salvezza' e 'tu sei un mentitore' ce ne è una e una sola vera?"

Naturalmente, per la gioia del forum, lascio a te lo sviluppo della soluzione...


Quanto alla soluzione, ho ragione di credere che mi occorra preliminarmente sapere a chi sia rivolta la seconda asserzione.

(toh, l'ho presa come una cosa seria! ... o lo è? )



Ohibò, non mi prendi sul serio?

Guarda che invece è proprio una delle soluzioni possibili, indipendentemente da a chi viene rivolta la domanda... è un modo per "costringere" i mentitori a dare risposte uguali rispetto a chi dice la verità, un po' come nella domanda con la premessa "Se io ti chiedessi..." (se te lo chiedessi, tu mi daresti una risposta menzognera, e quindi, per non dire "una" verità, ti costringo a dire "la" verità, mentre il problema non si pone ovviamente per chi dice sempre la verità...).

Sono soluzioni più raffinate di quella che ho definito "sempliciotta" (che non so se è quella che si può trovare anche in rete), la quale implicherebbe che le due sentinelle conoscano i reciproci "usi e costumi", e quindi la cosa andrebbe dichiarata nelle premesse.

Quindi questi, più che paradossi, li definirei enigmi con una o più soluzioni (come i casi Bulbarelli e Abajia... ).

Diverso è il caso dei paradossi alla Russell (un altro è quello del barbiere), in cui di solito la risposta non c'è, o meglio è "aperta", e servono da una parte a mettere in crisi il concetto di logica, e dall'altra a svilupparla su piani diversi e più dialettici...

 

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  postato il 24/11/2009 alle 11:05
Originariamente inviato da pedalando

Ma visto che ti piacciono i paradossi eccoti quello della biblioteca
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la versione ufficiale contenuta nella sua 2filosofia matematica") :
il direttore di una biblioteca pretende che tutti i libri
presenti siano catalogati nel seguente modo:
1- quelli che non contengono citazioni al proprio titolo
2- quelli che invece contengono il loro titolo.
Di ogni categoria viene ovviamente redatto un registro nella forma di libro che necessita quindi di essere catalogato a sua volta.
In quale categoria metteresti il registro della categoria 1 ?

Originariamente inviato da pedalando

sì anche i registri hanno un titolo. Banalmente puo' essere
"categoria 1" e "categoria 2". E' ininfluente.


Delle due, l'una: o il paradosso necessita di qualche altro dettaglio, e quindi, così posto, fa acqua, oppure è la mia testa a fare acqua, e quindi necessita di qualche altro neurone.

In ogni caso, ammesso che non vi sia altro da aggiungere, avrei delle considerazioni.
I registri, posto che sono titolati "categoria 1" e "categoria 2" (quel "banalmente" sta forse per "è ininfluente"?), non dovrebbero contenere citazioni al proprio titolo (a meno che si passi a classificare pure i registri, ma quella è, a quanto pare, un'altra storia, e dunque non mi fossilizzo ).
Ora, però, mi sorge un dubbio: com'è che, nei registri, vengono classificati i libri? Riportando i titoli?
Se sì, dovrei prendere in considerazione il fatto che, in tal modo, vengono "create" delle citazioni ai vari titoli, oppure la classificazione è valida soltanto laddove vi siano citazioni all'interno dei libri stessi?
Poi oh, magari la soluzione è una cacchiata e sto solo sparlando, ma vabbè.

 

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  postato il 24/11/2009 alle 11:31
Originariamente inviato da pedalando

Inoltre credo che tu ricordi male infatti per questo quesito
la ricorsività non è necessaria. In realtà non è necessaria neanche
nel paradosso "originale" sugli insiemi anche se in quel caso la
definizione non l'escludeva.


Hai ragione! Sono andato a controllare, ed il paradosso che mi "diceva qualcosa" è evidentemente quello conosciuto come "paradosso del bibliotecario", il cui "esito" è senz'altro molto più raffinato di quello da me ipotizzato (ma va?! ).

Riporto da Wikipedia: Al responsabile di una grande biblioteca viene affidato il compito di produrre gli opportuni cataloghi. Egli compie una prima catalogazione per titoli, poi per autori, poi per argomenti, poi per numero di pagine e così via. Poiché i cataloghi si moltiplicano, il nostro bibliotecario provvede a stendere il catalogo di tutti i cataloghi. A questo punto nasce una constatazione. La maggior parte dei cataloghi non riportano sé stessi, ma ve ne sono alcuni (quali il catalogo di tutti i volumi con meno di 5000 pagine, il catalogo di tutti i cataloghi, ecc.) che riportano sé stessi.
Per eccesso di zelo, lo scrupoloso bibliotecario decide, a questo punto, di costruire il catalogo di tutti cataloghi che non includono sé stessi.
Il giorno seguente, dopo una notte insonne passata nel dubbio se tale nuovo catalogo dovesse o non dovesse includere sé stesso, il nostro bibliotecario chiede di essere dispensato dall'incarico
( ).

Da tutti gli assunti paradossali di Russell (tra i quali, Bitossi ha citato l'antinomia di Russell, altrimenti nota come "paradosso del barbiere"; questo sì lo ricordo bene ) derivò tutto l'ambaradan della contraddittorietà degli insiemi, la crisi della Matematica (e della Logica in particolare, nel senso che il gallese mise in evidenza le incongruenze nel progetto di Gottlob Frege di "logicizzare" l'intera Matematica), eccetera.

 

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  postato il 24/11/2009 alle 11:45
Originariamente inviato da Bitossi

Ohibò, non mi prendi sul serio?




Guarda che invece è proprio una delle soluzioni possibili, indipendentemente da a chi viene rivolta la domanda... è un modo per "costringere" i mentitori a dare risposte uguali rispetto a chi dice la verità, un po' come nella domanda con la premessa "Se io ti chiedessi..." (se te lo chiedessi, tu mi daresti una risposta menzognera, e quindi, per non dire "una" verità, ti costringo a dire "la" verità, mentre il problema non si pone ovviamente per chi dice sempre la verità...).
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Ora ho ben afferrato, sì.
In effetti, in considerazione del fatto che non ho dichiarato nelle premesse che le sentinelle "si conoscono" reciprocamente (mancanza mia!), la soluzione che proponi è più corretta. Anzi, direi proprio che, se non è esplicitato il fatto che le sentinelle sappiano se l'altra dica la verità o meno, la soluzione che riporta la domanda "se tu fossi l'altro..." (non ho controllato, ma penso sia questa quella più diffusa nel web, sì), decade.

Non avevo pensato a questa possibile sfumatura, bella...


Vabbè, sai che c'è? Il tempo di mettere un attimo in ordine idee e memorie e... chiedo altre illuminazioni.

 

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  postato il 24/11/2009 alle 11:53
Occhio che le antinomie "alla Russell" sono tali solo nella teoria 'intuitiva' degli insiemi. Le moderne teorie assiomatiche degli insiemi risolvono quel genere di problemi, ad esempio con il non permettere la costruzione degli insiemi incriminati... Aby, non farti trascinare in discussioni infinite e riprendi a pedalare.

Io sono preoccupato. Molto.



 

[Modificato il 24/11/2009 alle 12:14 by uffa]

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  postato il 24/11/2009 alle 12:01

Immaginate che quelle che seguono siano quattro carte:

--- E --- J --- 7 --- 6 ---

Su queste carte, sono stampati numeri da un lato, lettere dall'altro.
Dovete decidere se la seguente regola descrive accuratamente le carte, o no, le quattro carte:

se c'è una vocale su un lato, c'è un numero pari sull'altro

Quale carta, o quali carte, dovete girare affinché possiate verificare che queste carte seguono la regola?

--------------------------------------------------------------------------------------------------------

Sembra un test banale (e lo è ), ma... son curioso...

(chiamasi "test di Wason", e anche questo, manco a dirlo, è facilmente rintracciabile nel web, ragion per cui confido nella vostra voglia di dilettarvi un po' )

 

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Livello Fausto Coppi
UTENTE DELL'ANNO 2009
Utente del mese Luglio, Novembre e Dicembre 2009




Posts: 15932
Registrato: Jul 2007

  postato il 24/11/2009 alle 12:03
Originariamente inviato da uffa

Aby, non farti trascinare in discussioni infinite e riprendi a pedalare.

Io sono preoccupato. Molto.







Non dirlo a me!
Faccio 'ste sedute di fisioterapia e un po' di palestra mirata, e poi, appena posso ... ... e chissenefrega se abito a Roma!
Faccio Roma - L'Aquila - Roma come allenamento.

 

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« La superstizione porta sfortuna »
(Raymond Merrill Smullyan, 5000 B.C. and other philosophical fantasies, 1.3.8)


Fantaciclismo Cicloweb 2010

Piazzamenti sul podio:


Omloop Het Nieuwsblad Élite: 3°
E3 Prijs Vlaanderen - GP Harelbeke: 2°
GP Miguel Indurain: 1°
Ronde van Vlaanderen / Tour des Flandres: 3°
Rund um Köln: 1°
Liège-Bastogne-Liège: 1°
Giro d'Italia: Carrara - Montalcino: 2°
Tour de France: Sisteron - Bourg-lès-Valence: 1°
Tour de France: Longjumeau - Paris Champs-Élysées: 1°
Tour de France - classifica finale: 3°
Gran Premio Città di Peccioli - Coppa G. Sabatini: 1°

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Asso di Fiori

 
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Livello Greg Lemond
Utente del mese Gennaio 2009
Utente del mese Giugno 2010




Posts: 5660
Registrato: Mar 2005

  postato il 24/11/2009 alle 12:07
Originariamente inviato da Abajia


Non per chissà quale oscuro sotterfugio retorico, ma semplicemente perché spinti dalla piena volontà di dire la vostra; sia pure un millesimo di quello che avreste in seno di scrivere, ma sentirete, forse, il desiderio d’intervenire.

O questa espressione dove l'ài trovata?

Non a caso, riprendendo una citazione di Oscar Wilde, “tutte le volte che gli altri sono d’accordo con me, ho come la sensazione d’aver torto”.

Ne aggiungo una di Giorgio Gaber "Quando un mio pensiero trova compagnia ... forse è venuto il momento di cambiare idea.



Nel ringraziare chi ha avuto la premura di leggere anche solo fin qui, do l’avvio.

Non riesco a leggere al computer, senza perdere la concentrazione, più di ... e quindi, intanto, scrivo la prima puntata di risposta, se avrò altro ... alla prossima


 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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