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Autore: Oggetto: Fuori tema: Piccola storia delle religioni

Livello Greg Lemond
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  postato il 09/05/2010 alle 11:23
*La Chiesa dovrebbe stare attenta a non sconvolgere un immaginario simbolico
che essa stessa ha contribuito a costruire*.

Per quel che riguarda la maternità e la paternità, secondo quanto ci è stato
raccontato per secoli dalla Chiesa, la Madonna è vergine, Giuseppe non è il
padre biologico di Gesù e i suoi cromosomi (lo abbiamo appreso qualche anno
fa da un cardinale) non erano né dell'uno né dell'altro. Queste figure sono
il riferimento delle coppie cristiane, eppure la Chiesa sembra dimenticare
il valore dei simboli, cui pure molto ha affidato del suo messaggio. Si può
proprio dire che la confusione è massima sotto il cielo (o in cielo)?

Basta, dunque, con tutta questa arrogante superficialità, fa male alle
persone strumentalizzate e colpevolizzate nella vita privata e personale.
Basta con ingerenze, che vorrebbero costringere una società, già abbastanza
dilaniata da dubbi, a ubbidire a confusi e contraddittori imperativi, che
certo non risolvono nelle coscienze l'angoscia di scelte che riguardano i
propri destini futuri.

Il testo citato dall'autrice è:

. Robert Pollack, I segni della vita. Il linguaggio e il significato del
DNA, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, pp. 204

*L'articolo, è stato pubblicato nel sito www.steppa.net*

*(*)Flavia Zucco* è biologa, dirigente di ricerca presso l'Istituto di
Neurobiologia e Medicina Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche
(CNR). Coordinatrice di progetti europei di ricerca e membro di comitati
editoriali di riviste internazionali, è esperta europea per la Commissione
di valutazione di progetti. Specializzata nei meccanismi di azione di
xenobiotici su colture cellulari e nella messa a punto di modelli di
screening di sostanze potenzialmente tossiche, è docente di Bioetica presso
l'Università della Tuscia, e Presidente dell'associazione Donne e scienza.
Uno degli scopi principali dell'associazione è la promozione dell'ingresso e
della carriera delle donne nella ricerca scientifica.





(15-4-2010)

 

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la domenica i cristiani
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e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 14/05/2010 alle 12:43
Su "Parliamo di cinema ..." ho spedito un articolo sul film "Agorà" che interessa molto anche la Soria delle religioni.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 15/05/2010 alle 10:37
Pee un mondo migliore



http://www.youtube.com/watch?v=wMABbMMTwWY&feature=player_embedded#

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Eddy Merckx




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  postato il 15/05/2010 alle 22:24
Interessanti Lemon le riflessioni di Bioetica-donna-scienza-sessualità-maternità-ecc. Seguendo le tue indicazioni, ho trovato i testi della Zucco, grazie, preziosi!

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 09/06/2010 alle 11:16
* Si fa presto a dire Dio * di Paolo Scarpi (Ed. Ponte alle Grazie, pp. 160, euro 13,00). Chi sono Yahweh, Dio, Allah, e le altre divinità del pantheon induista, o di quello greco, egizio? "Dio" sembra essere una presenza costante e nient'affatto monolitica, anzi multiforme e ricchissima di sfumature, nella vita dell'uomo. Che cosa sono quindi le "religioni"? Cosa significa tracciarne una storia oggi, agli albori del secondo millennio? Quali sono le radici profonde del fondamentalismo, così prepotentemente attuale oggi, e dell'universalismo religioso? Sono domande cui Paolo Scarpi tenta di fornire una risposta, offrendo un'ampia panoramica che intreccia passato e presente, e che suggerisce molteplici punti di vista su temi apparentemente "intoccabili". Ma ciò che più preme all'autore, ancor prima che fornire risposte, è formulare le domande giuste, restituendo alle parole il loro significato più autentico: è quindi necessario rivedere il nostro stesso concetto di "religione", stabilire il peso dei filtri storici e sociali attraverso i quali osserviamo e viviamo il fenomeno religioso. Perché "si fa presto a dire Dio", basandoci su convinzioni e credenze tanto radicate da sembrare verità incontrovertibili.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 16/06/2010 alle 09:12

http://www.radioradicale.it/scheda/297657/nel-nome-di-giordano-bruno-il-valore-laico-della-liberta

In particolare, l'ultimo intervento è di L.L.V. che parla, anche, della sua vittora a Strasburgo, ove si evince la grande laicità e ... della magistratura italiana.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/07/2010 alle 08:40
Philippe Simonnot - Il mercato di Dio
Philippe Simonnot
Il mercato di Dio. La matrice economica di ebraismo, cristianesimo, Islam
Fazi 2009, pp. 336, 18,50 euro
ISBN 978-88-6411-045-5

Le proposte editoriali che affrontano il fenomeno religioso sono sempre più stereotipate, sia quelle realizzate da autori cattolici (i libri su padre Pio, per esempio, o le sedicenti ‘conversioni’ di personaggi mai allontanatisi dalla fede), sia che siano state elaborate in ambienti laici o anticlericali (su tutte le ‘definitive’ ricostruzioni della vita di Gesù). Anche in questo caso sembra che sia rigidamente applicata una sorta di regola aurea del mondo culturale: affidarsi ai soliti argomenti, in modo che editore e autore non corrano alcun rischio di prendere cantonate. Un pessimo segnale: se homo sapiens si fosse sempre comportato così, al giorno d’oggi non saprebbe probabilmente nemmeno conservare il fuoco.

Lo studio del rapporto tra economia e religione è uno di quegli sforzi che vengono regolarmente schivati come la peste: non esiste molta documentazione, non esiste nemmeno una diffusa competenza. Chi lo affronta lo fa a proprio rischio e pericolo: il tentativo intrapreso da Philippe Simonnot, giornalista economico e direttore dell’Observatoire des religions, è dunque da salutare con favore.

L’occhio che l’autore pone sulla fede è quello dell’economista che esamina il funzionamento (o per meglio dire il rendimento) delle organizzazioni religiose con gli stessi metodi con cui l’analista di borsa studia i bilanci societari. L’approccio in sé non è nuovo, quantomeno in ambito sociologico, ma a differenza della teoria del mercato religioso e della scelta razionale formulata da Stark e Finke qui non siamo in presenza di un tentativo apologetico di ribadire in modo nuovo la superiorità del cristianesimo, ritenuto capace di presentare un’offerta migliore sul mercato della fede (ritenuto contraddistinto da una domanda costante), quanto piuttosto a uno sforzo di comprendere quanto, al contrario, i meccanismi di funzionamento delle religioni dipendano da schemi economici.

Non a caso Simonnot comincia il libro citando Adam Smith, secondo cui il prezzo del prodotto è più elevato e la sua qualità minore se non c’è concorrenza religiosa: ogni monopolio, sia pure religioso, ha dunque bisogno dello Stato per conservarsi. L’affermazione può sembrare quasi un’ovvietà, tanto sono gli esempi che la suffragano, ma è indispensabile premetterla a ogni riflessione, perché la storia religiosa del mondo è in realtà caratterizzata da rarissimi periodi di concorrenza, da una domanda nient’affatto costante (e per di più calante in regime di ‘libero mercato’) e, invece, dall’universale istituzione di monopoli pubblici: «nella storia, ogni monopolio religioso si è appoggiato all’autorità pubblica, oppure se ne è appropriato». Constatazione coraggiosa, di questi tempi, anche se poi l’autore sembra considerare con un occhio diverso il decisivo sostegno costantiniano alla nascita del primo vero monopolio religioso, quella Chiesa cristiana che si impose a suon di decreti imperiali.

(segue)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/07/2010 alle 08:41
Come ogni impresa, scrive l’autore, anche ogni religione ha una tendenza più o meno spiccata alla monopolizzazione. Poiché l’efficacia della pratica religiosa non è né verificabile né falsificabile, le comunità di fede beneficia soprattutto dell’effetto di rete: «il valore che un consumatore attribuisce a un bene dipende dal numero di utenti di questo bene». E il monoteismo anche da questo punto di vista è, come la stessa etimologia evidenzia, la forma religiosa più attrezzata, specialmente quello proselitista che uniforma e centralizza la pratica religiosa: «a un dio unico deve essere dedicato un unico culto in un unico luogo».

La trattazione dei tre più noti monoteismi costituisce dunque la parte preponderante del saggio. Quello ebraico (che peraltro è fortemente debitore del mazdeismo) costituisce, a detta di Simonnot, una sorta di paradigma: nessun altro tempio dell’antichità ha raggiunto il livello di ricchezza di quello di Gerusalemme, «perché nessun altro era in condizione di monopolio al servizio di un unico dio», e dunque «si capisce che i monoteismi che riusciranno a entrare nel ‘mercato’ religioso saranno fortemente impressionati da questo business model, ma dovranno prima recuperare l’eredità di Abramo». Cosa che faranno senza problemi: per rendersi credibili sul mercato della fede si presenteranno, come ogni altra religione, facendo contemporaneamente ricorso all’antichità e alla novità del messaggio di ‘verità’: due errori argomentativi che, come ben sanno i maestri di retorica, hanno però un’efficacia senza pari.

Il cristianesimo, e in particolare la Chiesa cattolica, affineranno dunque il modello ebraico: la legislazione canonica introdurrà strumenti, quali il divieto di adozione, la durissima limitazione dei matrimoni tra lontani consanguinei e l’istituzione di orfanotrofi, che aggiungendosi alla fortissima incentivazione della castità andranno a ridurre fortemente i beni trasferiti da una generazione all’altra, favorendo il trasferimento di enormi risorse economiche alla Chiesa stessa: «una fecondità ricondotta al minimum minimorum moltiplicava la probabilità di coppie che muoiono senza eredi e allo stesso tempo la probabilità di donazioni o di lasciti alla Chiesa». Non solo: «essa poteva trovare una fonte apprezzabile di rendita monetizzando dispense alle proibizioni da lei stessa definite». In tal modo è stata forse messa a repentaglio la stessa sopravvivenza demografica del continente europeo, ma si è permesso al papato di essere per lungo tempo la maggiore potenza finanziaria del mondo.

L’economia dell’islam è trattata più brevemente: l’accento è posto soprattutto sulla ricerca delle ragioni della sua ascesa, di cui un po’ a sorpresa si mettono in discussione le diverse tappe della conquista araba, quasi che la costruzione di un passato idealizzato debba essere un prerequisito indispensabile per ogni religione che si rispetti. L’islam, privo di un’autorità centralizzatrice, troverà comunque nel califfato un punto unificante (Simonnot vede in Abd al-Malik il sovrano che, sul finire del VII secolo, darà all’islam la fisionomia attuale). Anche in questo caso una decima imposta ai fedeli, la zakat, sotto la veste di un’elemosina rituale consentirà la gestione di cospicue somme di denaro per fini religiosi. (segue)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/07/2010 alle 08:42
L’autore, se da un lato esprime il suo apprezzamento per «il ruolo propriamente capitalista di tanti papi, vescovi, abati», capaci di investire i propri patrimoni «nel modo più razionale», dall’altro riconosce che le tre religioni svolgono un «ruolo predatorio», rappresentando un freno allo sviluppo economico. Discutibili appaiono i brevi accenni alla laicità, definita una «pseudoreligione» a disposizione dello stato per fare concorrenza alle religioni ‘vere’: in realtà è proprio la laicità ad assicurare la concorrenza tra le religioni, per quanto c’è molto da dubitare (statistiche alla mano) che tale concorrenza sia benefica per la religione in generale

In conclusione, un libro ‘scientifico’ che non piacerà agli anticlericali vecchio stampo, ma che può costituire un utilissimo strumento di lavoro per chi intende studiare criticamente il fenomeno religioso. Documentato ed erudito, è anche un originale contributo per la comprensione della genesi del monoteismo.
(Fine)

 

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  postato il 01/07/2010 alle 08:45
Walter Peruzzi, *Il cattolicesimo reale** attraverso i testi della Bibbia,
dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili*, Roma, Indice.

I PARTE - LA RELIGIONE DELL'UGUAGLIANZA

*I. LA SCHIAVITÙ

*1. La schiavitù è legittimata da Dio* - 1.1 Presso gli ebrei. Non
desiderare lo schiavo d'altri - 1.2 Presso i cristiani. Schiavi, obbedite ai
vostri padroni - *2. Chiesa e schiavitù nell'alto Medioevo *2.1 La
Patristica fino ad Agostino - 2.2 Divieti e anatemi a tutela della schiavitù
- 2.3 La schiavitù come castigo contro il concubinaggio del clero *- 3.
L'istituto della schiavitù fino all'età moderna* - 3.1 Il pensiero di
Tommaso d'Aquino e altre dottrine a favore della schiavitù - 3.2 I papi.
Legittimazione e pratica della schiavitù *- 4. Condanne e giustificazioni da
Gregorio XVI al Vaticano II* - 4.1 La prima condanna generale della
schiavitù - 4.2 Pio IX torna a difendere la schiavitù - 4.3 Leone XIII fa il
punto - 4.4 La condanna del Vaticano II -* Note*

 

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  postato il 12/08/2010 alle 10:46
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. (I)

Autore: professor Gianni Grana (1924-2001 e.v.)

Il testo e' stato ridotto e rivisto, da M. Prometheus.

Aggiunte anche 2 *** brevi note*** di

Marcus Prometheus, segnalate da tre asterischi.

Il "cristianesimo" non ancora consistente non era e non fu nei primi secoli

che una delle tante "presenze" attive, fra i numerosi agitatori apocalittici

premonitori, predicatori messianici di credenze e "fedi" religiose: a opera

di gruppi più di altri organizzati in "chiese" (assemblee) originariamente

rudimentali, autonome e già - quasi sempre - in rissa "fraterna", in

competizione per ragioni pratiche o dissensi di opinione che poi si diranno

"dottrinali".

Era movimento fideistico e culturale di base, che assume consistenza e

"visibilità" crescente e pericolosità sociale, per la sua preminente

formazione "popolare". Perciò i suoi "annunci" e "messaggi" irrazionali

potevano riscuotere minimo interesse culturale da parte degli intellettuali

delle varie scuole di pensiero filosofiche, retoriche ecc. dell'impero.

Le reazioni note infatti sono irrilevanti, e per secoli si riscontrano solo

istituzionalmente in relazione ai disordini provocati dai "chrestiani",

quasi sempre indistinti dai giudei della grande diaspora dopo il 70.

Gli storici moderni non sono riusciti a racimolare nei primi secoli che *una
*

*dozzina di allusioni quasi tutte incerte, e tutte valutazioni negative*,
alla

*pura e semplice "esistenza" reale di questi devoti del Cristo, per lo più*

*accomunati ai giudei (che erano alcuni milioni)*, e su cui qui non vale

intrattenersi particolarmente.

 

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  postato il 13/08/2010 alle 10:28
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. (II)



Vi accenno servendomi della raccolta commentata, per un corso universitario,

di *Sandro Leanza storico cattolico del cristianesimo*

(*La letteratura anticristiana dal I al VI secolo, Edas 1979*),

e della documentazione annessa ai capitoli dell'opera in due grandi tomi,

ancora preziosa sebbene di indirizzo ufficiale cattolico,

*Fonti e studi di storia della Chiesa, diretta da Paolo Brezzi,*

*edita da Marzorati nel 1961* e non più ristampata.

Fra i primi documenti romani, si cita abusivamente una* lettera del
41,*diretta

dall'imperatore *Claudio a L. Emilio Retto*, che *fa divieti e minaccia i
giudei* -

non poteva assolutamente riferirsi ancora ai cristiani - come "suscitatori
di

una nuova sorta di malattia sparsa universalmente";

Fra i primi documenti romani, c'e' poi la più nota* lettera a Traiano di
Plinio *

*proconsole di Bitinia dal 111 al 113. Questa 80 anni dopo la morte di
Gesu', *

*fa riferimento specifico equilibrato a cristiani calunniati e denunziati*,
ma

ugualmente ne giudica la religione una "follìa" (*amentia*) e una
"superstizione

perversa e sfrenata" (*superstitio prava et immodica*), dal suo punto di
vista

istituzionale preoccupato del mantenimento dell'ordine pubblico, ponendo a
suo

carico la diserzione dei templi e delle festività religiose previste dai
culti di stato

(v. Carteggio con Traiano, tr.it. Rizzoli 1963, 96, pp.81ss.).

Si citano poi gli *Annali di Tacito*, storico coevo (XV,44, tr.it. Rizzoli

1951, pp.414-15), che riferisce sulle sevizie e sulle pene inflitte ai

cristiani, *falsamente accusati (_non_ falsamente per altri storici, seppur*

*minoritari), da Nerone nell'incendio di Roma,* riprovandone la crudeltà ma

reiterando il giudizio di Plinio sulla loro funesta superstizione, un

flagello che dalla Giudea si era diffusa fino a Roma, "dove ciò che è

vergognoso e abominevole confluisce e trova la sua consacrazione"!

Tacito si riferiva pure a Gesù Cristo suppliziato imperante Tiberio, che era

avverso ai giudei in continua agitazione, per ordine di Ponzio Pilato,

indicato dallo storico romano come solo responsabile della condanna alla

crocifissione, che infatti era pena romana (mentre la lapidazione era pena

giudaica), per i reati di sedizione contro lo stato.

Occorre rammentarsene, a sostegno possibile dell*'ipotesi, dibattuta oggi da
*S.G.F. Brandon (Gesù e gli zeloti, tr.it. Rizzoli 1985), che l'ebreo Gesù*

*fosse un capo zelota ribelle.*

 

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  postato il 14/08/2010 alle 07:19
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. (III)


Si citano *due allusioni di Svetonio alla superstizione malefica (120) dello
*

*stoico Epitteto, che nelle Diatribe o Dissertazioni citate (IV 7,6, p.483)*

*segnalava i Galilei come esempio di "mancanza di paura", ma non*

*positivamente perché l'attribuiva a abitudine e follìa, non a una libera*

*scelta razionale quale era concepibile da uno stoico.*

Pure* Marco Aurelio *un secolo dopo, stoico "persecutore" di cristiani
laudato

da apologisti quasi come precristiano, nei Ricordi (tr.cit. Rizzoli 1992, XI

3), più o meno coincideva in una riflessione sul distacco dal corpo dinanzi

alla morte, che nei cristiani giudica esibitorio, frutto di ostinazione e

non di scelta ragionevole, dato fondante nella cultura greco-romana.

>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>

Lo storico cattolico Pierre de Labriolle, professore alla Sorbona, ha
ricostruito

a suo modo la sequenza delle "polemiche anticristiane dal I al VI secolo" in
uno

studio dal titolo La réaction païenne (Paris 1934, 4^ 1950), che già in sé
riflette

il punto di vista cristiano-cattolico. Essendo il bilancio complessivo
necessariamente

piuttosto magro, per entità di "reazione" appunto, il titolo con la sua
qualificazione

negativa ("pagana"), si rivela inadeguato, con certi suoi sottotitoli come

"*Le temps de sécurité et de dédans" ("I tempi della sicurezza e del
disprezzo"),*

*che si estenderebbe per oltre un secolo dal 40 al 160 dopo la morte di Gesù
Cristo,*

e la cui insegna potrebbe compendiarsi per questa epoca nel primo
sottotitolo interno "

*La mancanza di curiosità pagana riguardo al cristianesimo nascente",*

complessivamente estensibile - come atteggiamento generale della
intellighentzia

greco-romana - fino alla istituzionalizzazione politica del cristianesimo
come

"religione di Stato", fra Costantino e Teodosio ed addirittura anche oltre.

 

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  postato il 15/08/2010 alle 08:37
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (IV)

Infatti è perfino sconcertante constatare che, se "reazioni" vi
furono, apparvero
e tanto

più appaiono oggi del tutto isolate, per iniziativa di pochissimi
intellettuali precisamente individuabili, di cui intendiamo occuparci: non
fu in alcun modo la "reazione" che si pretende enfatizzare del "paganesimo",
come è grottesco classificare in particolare la isolata

reazione di Porfirio "La réaction de l'Hellenisme"!

Il fatto è che lo storico, come spesso accade, avendo ammucchiato sul tavolo

le sue carte, e avendo in testa i suoi schemi nominali ereditati -

paganesimo, ellenismo - e avendo in questo caso presupposta la sua "fede"

cristiana militante, da tutto ciò può pure trarre il convincimento, se non

sorretto da forte senso storico, di una organica opposizione del possente

(quanto inesistente) "paganesimo" all'invisibile armata del "cristianesimo",

crescente spesso in clandestinità, condotto dal suo Dio-Cristo redentore

dell'umanità, proteso nella sua "lotta" contro i demoni coalizzati di una

grande tradizione culturale, che "reagisce" e "resiste" al "trionfo"
cristiano.

E' questo il mortificante quadro generale pressoché uniforme delle

pseudo-storie ecclesiastiche e perfino della storiografia "laica", non solo

relativa al cristianesimo, ma pure in genere relativamente all'antichità
classica.

*** E' insomma quello che (un po' piu' o un po' meno)

TUTTI abbiamo sempre avuto in testa, cristiani o miscredenti che siamo,

colti od incolti di storia della chiesa, ma e' semplicemente FALSO.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 18/08/2010 alle 06:52
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (V)


Fanno eccezione solo i pochissimi studiosi laici che si sono messi ad

approfondire davvero proprio questo aspetto della storia del cristianesimo.

Ma dei semplici appassionati di storia perfino laici atei agnostici ed

anticlericali sfegatati quanti sanno che le vere persecuzioni della

terribile superstizione durarono solo 11 anni su 3 secoli ?

L'opposizione sostanzialmente mancò per una sorta d'indifferenza

"tollerante" o - se si vuole - fatalizzante dei singoli e dei gruppi

intellettuali nei grandi centri di cultura, Atene Roma Alessandria, nei

confronti di pochi "apologisti" e "padri" della chiesa nascente e crescente,

che propugnavano fanaticamente un credo religioso fra i tanti, una

teo-mitologia folle come quella del crocifisso deificato.

Nel decomporsi della cultura alta del logos, già minoritaria e aristocratica

nelle grandi scuole originarie e in quelle dette "ellenistiche", franante

nei manierismi scolastici, e nella più vasta circolazione culturale mai

verificatasi prima fra Oriente e Occidente, dentro i due grandi imperi

greco-romani, circolazione di idee e miti e dottrine, di mistiche e
metafisiche

filosofiche, teologie e credenze e tecniche magico-alchemiche ecc., chi

poteva fare caso seriamente negli ambienti colti agli sparuti vescovi
esagitati

- simili ai tanti e tanti piccoli profeti ebrei predicanti nelle piazze
cittadine -,

che declamavano in difesa e propaganda della loro fede cieca nel "nuovo
dio"?

I pochi dati insignificanti che è possibile raccogliere lo confermano
appieno.

Nella grande storia dell'impero di Occidente, o anche solo nella history di

Gibbon sulla Decadenza e caduta dell'Impero romano, la nascita e la crescita

del cristianesimo ha una minima parte fino a quando, per uno dei tanti balzi

irrazionali della casualità storica, e per la spregiudicatezza politica

congiunta e concorrente di un monarca, principe avventuriero sanguinario, e

di abili vescovi "romani", retori insinuanti come Eusebio di Cesarea, in

genere accorti operatori politici, nonché falsi ricevitori di false
donazioni

d'imperi come il santo Silvestro I, assurse a protagonistica religione
imperiale,

impossessandosi in un secolo di ogni potere divino e demonico.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 21/08/2010 alle 09:37
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (VII)

E si pensi solo alla lunga discussione sull*'unica allusione storica degli*

*Annali di Tacito, che collega i cristiani all'incendio di Roma, sull'*

*autenticità dubbia del testo, sul silenzio di Svetonio e delle stesse fonti
*

*cristiane ecc., *come ricorda la stessa Sordi, naturalmente avversa ai
dubitanti.

Da tutto il contesto, fra Tacito e Svetonio, si desume al più che quella dei

cristiani era una superstitio nova et malefica, exitialis, e non certo a

torto, specialmente dal punto di vista politico e civile romano.

Tornando alle pochissime altre testimonianze raccolte, due tre allusioni del

medico filosofo naturalista Galeno, alla fine del II secolo, si riferiscono
ai

cristiani come esempio tipico, cioè al limite, di "fede" irrazionale
oltranzista,

di ostinazione irragionevole, di incapacità e rifiuto insieme della ragione

(Leanza, pp.43-44; de Labriolle, p.96).

La succinta e non estensibile documentazione ha ugualmente notevole

significato e valore dimostrativo, sotto il profilo dell'antitesi di
cultura,

anche se la filosofia e la "scienza" greche, che colmano le storie

e le biblioteche monografiche della filosofia ellenica, dai "fisici" ionici

ai naturalisti epicurei ai moralisti cosmici stoici, coi giuristi e oratori

romani, furono le avanguardie della cultura antica, coi suoi grandi

preannunci predispositivi del pensiero scientifico moderno.

>>>>>>>>>>>>>>>

Inconsistenti e quasi irrilevati dalle autorità statali romane, nel primo

secolo e oltre, se non per episodi locali, per quanto gravi, di disordine

pubblico, fra Nerone e Traiano, i fanatici "credenti" nel loro dio

crocifisso - lo ripeto - erano confusi tra i giudei riottosi o perfino fra

gli stoici perseguiti da Domiziano.

Delle cosiddette "persecuzioni" ("repressioni" pubbliche) diremo poi, ma

intanto è un dato storico che, dopo gli episodi di Nerone (imp. 54-68) e

Domiziano (imp. 81-96), si dovrà arrivare all'editto di Decio, a metà del

III secolo (251), perché si deliberino provvedimenti specifici (ma ancora

non esclusivi) riguardanti pure i cristiani, e perché siano perseguiti

perciò in massa, esigendone atti di ossequio al culto imperiale, a cui molti

resistono (martyres e confessores) ma molti altri cedono (lapsi), e su ciò

infurierà la controversia donatista.

Ma questa non era ovviamente la "reazione pagana", era la "reazione"

ufficiale e legale dello stato romano, in tempi politicamente difficili,

alla diffusione di culti irrazionalistici ritenuti tradizionalmente

pericolosi, per l'autorità dello stato e per l'unità dell'Impero, come

quelli segreti "misterici" (bacchici, dionisiaci ecc.), che erano anch'essi

ritenuti "pratiche religiose perverse e inconsuete", già dal 189 a.C.

represse nel sangue dal Senato Romano.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 21/08/2010 alle 09:38
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (VIII)

Ne narra lungamente Livio nel libro XXXIX delle sue Storie (v. A.Donini,

Storia del cristianesimo dalle origini a Giustiniano, 2^ ed. Testi 1977,

pp.190ss.).

Donini giustamente li rievoca come antefatti delle future repressioni

giudeo-cristiane.

Erano i severi limiti della "tolleranza" romana dei culti stranieri, nelle

istituzioni della "religione di stato", da Augusto incentrata sul culto dei

simboli imperiali, affiancato a quello della Dea Roma: culti positivi e

demitizzati, in antitesi ai culti mistici individuali detti di "salvezza".

Si consideri sempre alla base l'originaria mentalità antimitica e

antimistica romana (Bayet, La religione romana cit., pp.47ss.), che dalle

origini mitizzano deliberatamente la propria storia, i propri re e i propri

eroi, però col superamento o rigetto "naturale", raro nell'antichità, non

solo delle fantasie allucinatorie orientali, ma pure in genere delle

costruzioni teo-antropomorfe del politeismo greco.

I romani adottavano una ritualità storificata razionalmente, che alcuni

storici (da Koch a Sabbatucci) hanno interpretato come una deliberata

eliminazione dei miti (demitizzazione), con una sorta di spontanea presa di

coscienza "laica" e civile, che non impedì di accogliere con prudenza i

culti egiziani di Baal, Iside e poi di Mithra ecc..

Bayet, storico cristiano arriva a ritenere la tarda "rimitizzazione"

greca della religione romana "puramente artificiale a prova di valore

religioso" "fenomeno superficiale, estraneo se non a una storia della

religione romana, almeno alla sua natura specifica" (p.54).

Sicché appare strano che altri storici non se ne siano minimamente accorti,

come J.Ferguson in Le religioni dell'Impero romano (1970, tr.cit. Laterza
1989),

così minuziosamente attento al contrario a inzeppare l'universo imperiale di

miti, ascesi e deliri orientali, riti e superstizioni e misteri, magìa e
astrologia,

"sciamani mistificatori" "assimilazioni e sincretismo", in cui il
cristianesimo

guadagnò in alcuni secoli un primato duplice d'irrazionalità cieca alla base

(la "fede") e di organizzazione politica al vertice, finalmente
"vittorioso"!

Si compone un quadro di credenze religiose, miti e culti non rigido, anzi

estremamente "aperto" e fluido, giacché gli impersonali culti della

religione di stato consentivano ai singoli di aderire liberamente a culti

individuali e mistici, come quelli iniziatici detti "misterici", che perciò

sempre meno "segreti" ebbero una crescente e larghissima diffusione nell'

Impero, predisponendo e poi favorendo la diffusione del cristianesimo.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 22/08/2010 alle 07:43
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (IX)


Ma torniamo al confronto fra cultura classica e cristianesimo emergente,

anche perché de Labriolle, storico accademico clericale obnubilato dal suo

stesso cristianesimo cattolico, un caso quasi paranoicale, a cominciare

dalla formulazione del suo tema come

"la lotta intellettuale del paganesimo contro il cristianesimo nascente",

arriva addirittura a contrapporre già nelle rare controversie di questi

primi secoli, la chiesa all'impero romano, "pendant trois siècles"!

E muove sùbito preventivamente nella Introduction una serie di rimproveri ai

"polemisti pagani" autori di couteux maladresses, di "costose sciocchezze",

e perciò - nella visione storico-parrocchiale del retore francese - "sono

stati infine vinti".

Anzitutto quello di avere "sottovalutato i loro avversari", e poi per "la

cecità del loro partito preso", per non avere compreso "lo spirito del

cristianesimo, la sua anima segreta, il mistero della sua influenza morale e

religiosa", insomma di ignorarne la "vita intima, la linfa spirituale" e via

declamando (pp.10-11).

Infine rimprovera addirittura lo scetticismo religioso con una tipica

contromossa ecclesiastica, quando impotenti a replicare credono di mettere a

tacere chiunque eserciti la ragione critica nei confronti della religione,

di ogni religione e del cristianesimo espressamente, ritorcendo tale esercizio
come colpa.

In altri termini questo tronfio cristòmane della Sorbona si dispone, nel

XX secolo, a fare la historia documentata di queste pretese controversie
secolari, ponendosi nell'ottica trionfalistica della sua "fede" ubriaca e
della sua chiesa, che il cosiddetto "paganesimo" ovviamente ignorò a lungo
per inesistenza storica, e che *rari intellettuali - tre in tutto
identificabili nei testi in tre secoli! - intervenuti in opposizione
giudicarono criticamente,* con ovvia estraneità e scettica inaccessibilità
all'ineffabile "mistero" di questa "fede totale e conquistatrice" (foi
totale et conquérante!). E si noti che lui stesso aveva appena citato lo
storico correligionario M. Bidez, il quale scriveva - con la solita
personificazione retorica abusata - che "ogni volta che il razionalismo fu
alle prese con la rivelazione cristiana, non fece che ripetere ciò che aveva
detto Porfirio", e de Labriolle aggiungeva a riprova l'esempio di un noto
dialogo interreligioso di Bodin nel XVI secolo.

Infatti - lo si evidenzierà poi largamente - la confutazione di questi tre

soli intellettuali fra II e IV secolo (uno per secolo!), riassumeva già

quasi esaustivamente, con quella straordinaria "chiaro-veggenza" che qui gli

viene limitata, il quadro delle contestazioni fondamentali rivolte al

cristianesimo, anche nella critica storica dei secoli moderni.

Peraltro i tre furono anticipati in molta parte dalla critica antiteistica

delle grandi scholae greche, la sofistica, l' epicurea e la scettica, più o

meno secondo la sintesi tematica del De natura deorum ciceroniano.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/08/2010 alle 10:06
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (X)


I TRE principali intellettuali politeisti critici del cristianesimo
furono:*
**

*1 LUCIANO di Samosata nato ~120 e.v. espresse in dialoghi, satire, romanzi,
*

*uno spirito elegantemente scettico e beffardo.*

*Celebri i paradossali Dialoghi degli Dei, (come il"Giove confutato", "Il*

*concilio degli dèi", "Giove trageda", dove in un'assemblea di dèi questi*

*sono confutati da epicurei e stoici che dimostrano. la loro inesistenza) i*

*Dialoghi dei morti,*

*i romanzi "La storia vera" e "Lucio e l'Asino" (di discussa atrribuzione e*

*tema anche delle Metamorfosi di Apuleio). il "De morte Peregrini" (Perì tès
*

*Peregrinon teleutès). Luciano esprime ammirazione nei confronti di Epicuro*
*nel suo ultimo racconto "Alessandro o il falso profeta"*
**
*2 CELSO filosofo greco Platonico autore del Il vero discorso, ~ 178 e.v.*
**
*3 PORFIRIO di Tiro 233/4 - 305*
**

*Nota di Marcus Prometheus****

(4) Riprendendo i testi anticristiani, trascuriamo la figura minore

abbastanza incognita del filosofo cinico Crescente: ne parlavano Giustino
nella II

Apologia (III) e il discepolo Taziano nel suo Discorso ai greci (XIX),
coprendolo di

improperi (da scellerato a pederasta), perché in dibattiti pubblici trattava
i cristiani come empi e atei, non a torto dal punto di vista "pagano";

lo accusavano di averli denunciati all'autorità romana, loro dicevano per

mandarli a morte. Mentre con evidenza nelle esternazioni polemiche cristiane
dei due "padri" non si scorge un barlume solo delle argomentazioni
anticristiane di

Crescente, quella di ribellione era un'accusa ricorrente nel mondo
greco-romano, ripresa poi anche da

(5) il retore Elio Aristide (II secolo), che assimilava i cristiani agli

ebrei palestinesi, appunto per la loro insubordinazione all'autorità romana

(Leanza, pp.39-40).

Poiché si cita pure un Discorso perduto contro i cristiani, de

(6) il retore Frontone precettore di Marco Aurelio, che avrebbe attaccato il

cristianesimo, e però si dice che tali accuse sarebbero riassunte dal

"pagano" Cecilio nell'Ottavio di Minucio Felice, (ma chi può dirlo se il

Discorso è perduto?), vale la pena di rifarsi direttamente al vivace dialogo

apologetico del III secolo, per delineare già alcuni fondamentali temi di

antitesi culturale, fra tradizione classica e cristianesimo.

(6 bis) Qui dunque il romano Cecilio rappresenta con eloquenza calda, ma

con precisi e seri argomenti il punto di vista religioso della cultura

greco-romana,

(perdendo anche un po' il lume quando parla dei cristiani).

Si tenga in debito conto che l'autore è un apologista cristiano, e in

Cecilio

compendia tutti gli argomenti, quelli più ragionevoli o quelli più volgari,

opposti ai cristiani in ambienti diversi, quindi pure le dicerie più

offensive e

bassamente fantasiose sui loro riti segreti, le oscenità e gli amplessi poco

compatibili con l'etica sessuofòbica cristiana

(segue)

 

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  postato il 25/08/2010 alle 10:06

Un'altra importante linea di opposizione e reiezione culturale nei confronti

dei

cristiani è espressa dalla tradizione politeistica, che visibilmente non era

considerata in contraddizione con la negazione anti-teistica, proprio per la

concezione particolaristica, civile e domestica degli dèi protettori,

ereditata

dall'antico: specialmente quella imperiale romana, la più aperta all'

accoglienza di tutte le divinità, con il rispetto religioso della "divinità"

in tutti i popoli del mondo, anche dei nemici vinti, senza preclusioni e

tanto meno assurdi esclusivismi confessionali, d'infimi orizzonti culturali

(Ottavio, VI).

 

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  postato il 26/08/2010 alle 08:17
Il "paganesimo" imperiale e le sètte cristiane dei primi secoli. Gianni Grana (XI)


E' a contrasto con questa religiosità umanistica libera e spaziosa, e

davvero di orizzonti universali, riconoscibile in ogni divinità, che le

sette

cristiane eredi dei giudei appaiono empie e perciò "esecrande", con

l'affermazione del loro "dio unico e vero", del loro Cristo divinizzato (a

cui

qui non si fa cenno che come a "un uomo punito per un suo delitto con la

pena

suprema", IX), e col rigetto sprezzante di ogni altro culto come idolatrico,

la preclusione tipicamente settaria verso ogni altra credenza religiosa.

La ritorsione anticristiana prospetta una descrizione - che è pure una

testimonianza, sia pure mediata dal referente cristiano - esterna di questa

fede

cieca, come una religione d'ignoranti e di donnette, di "una congrega empia

di

gente, che si collega non con un rito, quale esso sia, ma piuttosto con una

sacrilega parodia di rito perpetrata a mezzo di riunioni notturne, di

liturgici

digiuni e di cibi ripugnanti, formando una genìa che ama appiattarsi e odia

la

luce del giorno, che è muta in pubblico e ciarla negli angoli più riposti:

guardano sdegnosamente ai templi come fossero sepolcri, irridono agli dèi,

scherniscono i sacri riti, nella loro miseria osano commiserare (se non è un

sacrilegio anche accennarvi) i sacerdoti, disprezzano gli onori e la

porpora,

essi che sono quasi nudi! Che stupefacente stoltezza, che incredibile

temerità!

arrivano a non curarsi delle torture di questa vita, mentre paventano gli

ipotetici castighi dell'aldilà e, mentre temono di morire dopo la morte, non

temono intanto di morire al presente: così in loro il terrore dei tormenti

di quaggiù è lenito dalla fallace speranza di una resurrezione confortatrice

dopo la morte" (VIII, p.15).

 

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  postato il 27/08/2010 alle 07:17
XII

L'avversione, che poi travalica nel credito alle più turpi fantasie
popolari,

carica sempre sul medesimo motivo dell'empietà, del rigetto degli dèi, dei
riti

tradizionali, da parte di una minoranza levantina, unica in tale

intransigenza confessionale. Altri spunti interessanti di contestazione si
riferiscono

a questo "loro dio", che immaginano presente ovunque, capace di occuparsi

di tutto e di tutti, di penetrare anche negli occulti pensieri, insomma

"fastidioso, irrequieto, curioso fino alla sfrontatezza" (ivi).

Inoltre, Cecilio si rivolta dinanzi alla prospettiva pazzesca della fine del

mondo, aspettata come imminente da quegli ebbri - e con cui evidentemente

terrorizzavano tanti creduli -, e tutto il castello di folli credenze

oltremondane, ancora con argomentazioni seriamente naturalistiche, di

notevole attualità.

Che "dire del fatto che minacciano l'incendio distruttore, macchinano

l'estrema rovina a tutto il mondo, all'universo intero con le sue

costellazioni, come se l'ordine universale, costituito per l'eternità dalle
leggi divine

della natura, potesse essere turbato, o come se, scompigliata l'unione di
tutti

gli elementi e scissa la compagine del cielo, possa crollare anche la mole

dell'universo, da cui essa è racchiusa e ricinta? E non contenti di tale

pazzesca credenza vi costruiscono e cuciono sopra altre fole da

vecchierelle:

vanno sostenendo che rinasceranno dopo la morte, pure dalle ceneri e dalle

faville del rogo, e finiscono col credere a simili menzogne in base a non so

quale fiducia che arrivano ad istillarsi l'uno nell'altro, a furia di

ripetersele scambievolmente.

A sentirli diresti che già una volta siano risorti da morte!" (XI, p.19).

A proposito della favoleggiata resurrezione dei corpi, fra le assurdità che

ne conseguono si domanda: con quale corpo, quello con cui siamo vissuti e

oramai consunto? con un altro corpo di nuova formazione? ma allora "nasce un
altro

uomo, non già si riforma quello di un tempo".

 

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  postato il 28/10/2010 alle 11:05
Questa, per chi non conoscesse, mi pare interessante.

I papi che seguirono Adriano IV (1154-1159), promettendo ai persecutori degli eretici le stesse indulgenze riservate ai crociati, spinsero i cattolici ad eseguire delle vere e proprie stragi come quelle volute da Innocenzo III che si servì delle milizie di Simone de Monfort per distruggere città intere, come Carcassonne, Tolosa e Beziers, perché gli
abitanti si erano rifiutati di consegnare i seguaci di Valdo (Valdesi). Soltanto a Beziers furono massacrati oltre 7.000 dei suoi abitanti. Le milizie cattoliche entrarono in queste città e senza curarsi di selezionare gli eretici dai non eretici, eseguirono le carneficine al grido: "Uccideteli tutti perché Dio saprà poi riconoscere i suoi!".

 

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e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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  postato il 07/12/2010 alle 07:34
Walter Peruzzi, *Il cattolicesimo reale** attraverso i testi della Bibbia,
dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili*, Roma,

I puntata

*Dalla quarta di copertina*
"L'infallibilità è il problema. Non soltanto per la Chiesa. Un'istituzione
bimillenaria, carica di prescrizioni assolute e astoriche riguardanti la
vita di ciascuna persona, confligge con la modernità e con l'evolversi delle
relazioni umane. Specialmente da quando fece dell'infallibilità un dogma.
Mossa audace, certamente. Ma alla fin fine autolesionista. Promosse infatti
come "infallibili" non solo la Bibbia (dettata da dio in persona) e i
concili ecumenici, ma tutti i papi. Ognuno, singolarmente inteso, qualsiasi
cosa abbia detto. Papi che hanno legittimato la schiavitù e la guerra, la
tortura e la pena di morte, l'antisemitismo e l'omofobia, la subordinazione
delle donne, la repressione della sessualità, le diseguaglianze sociali e la
religione di stato, passando per l'Inquisizione e la caccia alle streghe.
Infallibilmente.
Ma queste "verità" tutte egualmente "infallibili" sono spesso palesemente in
contrasto fra loro. Insostenibili. E tradiscono inoltre lo scarto
insanabile, non tanto tra dottrina cattolica e comportamenti di chi la
pratica, quanto fra quel che si intende per "valori morali" (giustizia,
amore, rispetto della vita, eguaglianza), e la dottrina cattolica come
realmente è.



 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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