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Fuori tema: Piccola storia delle religioni
lemond - 09/09/2008 alle 09:45

Piccola storia delle religioni (Epitome liberamente tratta dal libro “La nostra specie” di Marvin Harris, antropologo defunto nel 2001). Prima puntata Si possono rintracciare precedenti della religione anche nelle specie non appartenenti al genere umano se si accetta una definizione di religione abbastanza ampia da includere gli atteggiamenti cosiddetti superstiziosi. Gli psicologi del comportamento sanno da tempo che gli animali possono avere delle reazioni che associano per errore ad una determinata ricompensa. Per es. un piccione chiuso in una gabbia nella quale una macchina introduce pezzetti di cibo ad intervalli regolari, se per caso il boccone arriva, mentre si sta grattando, il pennuto comincerà a farlo più freneticamente. Se invece lo riceve, mentre sta battendo le ali, continuerà a sbatterle etc. Negli uomini ciascuno di noi conosce manie analoghe, come toccare ferro o altro:D, incrociare le dita e similia. Nessuna di queste azioni ha un qualche rapporto reale con quello che si vuole ottenere od esorcizzare, ma tant’è; e ad esempio un cardiochirurgo ascoltava sempre musica leggera in sala operatoria da quando aveva perso un paziente, mentre sentiva musica classica :Od: Se invece si adotta una definizione più ristretta e concordiamo con E. Tylor nel sostenere che il fondamento di ciò che è religioso sia l’animismo, ossia la credenza che gli uomini abitano il mondo con una popolazione di esseri straordinari, immateriali e in gran parte invisibili, che vanno dalle anime, ai santi, ai puri di spirito, agli amorini, ai demoni, ai geni, ai diavoli e agli dèi, allora possiamo pensare che la religione è propria soltanto della specie umana. Taylor sosteneva che era possibile trovare credenze animistiche in tutte le società, comprese quelle che seguono il buddismo, perché se anche questa “religione” non presuppone la credenza nelle anime e negli dèi solo nei principi, perché i semplici credenti invece non hanno mai accolto le implicazioni ateistiche degli insegnamenti di Gautama. La corrente principale, persino all’interno dei monasteri, si raffigurò presto Buddha come una divinità suprema che si era poi incarnata, e che aveva spazzato via. Un intiero pantheon di divinità e di demoni secondari. E furono credenze del tutto animistiche le numerose correnti che si diffusero dall’India verso il Tibet, l’Asia sud orientale, la Cina e il Giappone.


lemond - 09/09/2008 alle 09:47


Admin - 09/09/2008 alle 13:55

Lemond, se non ci fossi bisognerebbe inventarti :)


lemond - 10/09/2008 alle 09:27

Seconda puntata I vari tipi di enti spirituali delle religioni moderne hanno prototipi analoghi o identici a quelli delle credenze delle società primitive prestatali. I mutamenti dai tempi neolitici ad oggi sono soltanto una questione di grado e di elaborazione. Per es. le popolazioni organizzate in bande e villaggi credevano in dei che abitavano sulla cima delle montagne o in cielo; solo chi è ... può non riconoscere il modello per le più recenti nozioni di esseri supremi. Per gli aborigeni australiani il nome dei loro dei non può essere pronunciato dai non-iniziati. Mediatori fra il cielo e la terra sono quasi sempre i loro spiriti ancestrali e ciò che va sotto il nome di totemismo è in gran parte una diffusa forma di adorazione dell’antenato. Quando dalla banda si passò ai “chiefdom” le “elites” dominanti cominciarono ad impiegare specialisti che avevano il compito di memorizzare i nomi degli antenati del capo (perché come si può dedurre dal nome, in queste nuove associazioni non c’era più l’egualitarismo tipico nei villaggi più antichi). I capi supremi fecero costruire tumuli e tombe elaborate che esprimevano e conservavano in forma evidente i legami fra le generazioni al comando. (Da qui derivano i nostri democratici cimiteri, chiamati anche camposanti) :D. Fu (detto per inciso) per la costruzione dei “moai”, le statue che rappresentavano capi tribù indigeni defunti, e che, secondo la credenza popolare, avrebbero permesso ai vivi di prendere contatto con il mondo dei morti, che furono distrutti tutti gli alberi (servivano per il trasporto del materiale) e la popolazione si estinse! Infine, con la nascita di stati ed imperi, le anime dei capi furono inserite nel firmamento insieme agli dei più importanti e i loro resti mortali furono mummificati e sepolti in tombe e piramidi gigantesche, che soltanto un autentico dio avrebbe potuto innalzare!


Subsonico - 10/09/2008 alle 10:11

I Moai sarebbero le statue dell'isola di Pasqua, no? Specifica :)


lemond - 10/09/2008 alle 12:01

[quote][i]Originariamente inviato da Subsonico [/i] I Moai sarebbero le statue dell'isola di Pasqua, no? Specifica :) [/quote] Sì, quei famosi monumenti che sono un richiamo molto forte per i turisti e che rappresentano una buona parte della sceneggiatura del film ( abbastanza noto) "Rapa Nui": nome dell'isola di pasqua in lingua locale.


lemond - 11/09/2008 alle 10:04

Tera puntata Nei tempi più antichi, la credenza nell’esistenza di un mondo spirituale fece spesso nascere la speranza che gli esseri di quel mondo potessero venire indotti ad aiutare gli uomini ad avere una vita migliore e quasi ogni persona adulta possedeva la conoscenza dei rituali che servivano all’uopo. Tra gli eschimesi, ad es. ciascun uomo deve avere una propria canzone di caccia [ed ora Totti si segna prima di cominciare una partita ;-) ]. Dopo il “fai da te” in quasi ogni società conosciuta si affermano alcuni individui, chiamati sciamani (parola tratta dalle popolazioni di lingua tungusa della Siberia), che sembra abbiano una particolare attitudine nell’ottenere l’aiuto dall’altro mondo. Noi ormai sappiamo che tutti gli sciamani hanno una borsa da prestigiatore che usano per impressionare i loro “clienti”, quelli siberiani ad es. tenevano/tengono le loro sedute dentro una tenda buia con gli angoli attaccati a lunghe cinghie, nascoste sotto la coperta che copre i loro piedi e quando arriva lo spirito, basta agitare le dita dei piedi per ottenere l’ondeggiamento della tenda! Altri trucchi riguardano la presenza di spiriti maligni che provocano malattie e al relativo esorcismo;-). Potremmo continuare. Anche dopo la nascita di “chiefdom” e stati, gli sciamani, i maghi e gli esorcisti hanno continuato ad essere un elemento importante della vita religiosa e molti, ancora oggi, continuano addirittura a fare lunghi viaggi (pellegrinaggi) a Lourdes, Petralcina o a … I rituali religiosi nelle società moderne sono però anche altri, perché si è avuta la nascita di istituzioni amministrate da specialisti a tempo pieno, istruiti professionalmente: i primi sacerdoti e le chiese antiche. A differenza degli sciamani, vivono separati dalle persone normali, studiano astronomia, cosmologia e matematica, registrano le stagioni ed altri eventi del calendario e interpretano con infallibilità (a qualcuno può ricordare qualcosa?) la volontà dei grandi dèi adorati dalla classe dominante.


lemond - 12/09/2008 alle 08:36

Quarta puntata Gli uomini si sono sempre rivolti agli dèi con una grandissima varietà di emozioni, motivazioni ed aspettative, ma per dirla con le parole di Ruth Benedict : ”La religione fu anzitutto una tecnica per raggiungere il successo” ;-). Infatti i benefici ricercati sono guarigione, profitto nelle operazioni commerciali, pioggia per l’agricoltura, vittoria in battaglia [o nelle gare ciclistiche come fanno tutti quelli che guardano in cielo, mentre alzano le braccia in segno di trionfo ;-) ]. Perfino quando i benefici ricercati consistono in un aiuto per agire e pensare in conformità con i desideri della divinità o per raggiungere la pace interiore è pur sempre un servizio quello che cerchiamo. Non credo ci sia mai stata una religione che non abbia richiesto agli dèi quel che essi potevano fare per gli uomini. Certamente le religioni istituzionali dei “chiefdom e degli stati più antichi lasciavano meno spazio ad equivoci, ad es. Noè offre ogni animale e uccello puro in olocausto al Signore, il quale sente la “soave fragranza” e promette di non mandare mai più un altro diluvio. ;-) Quando le relazioni fra le “élites” al potere e i normali cittadini si fecero più gerarchizzate, lo scambio fra uomini e dèi divenne sempre meno equilibrato e quello che era cominciato come un dono dei primi ai secondi, finì per diventare una specie di tassa raccolta dalla chiesa e dallo stato. Si può dire allora che i cittadini avessero fatto un cattivo affare? No, se avevano ragione i sacerdoti, secondo i quali gli uomini sarebbero morti di fame e la terra e tutto ciò che la abita sarebbero andati in rovina se essi non avessero nutrito per tempo degli dèi! Benché quasi tutti gli esseri supremi siano onnivori, in tutte le antiche usanze, la carne rappresenta l’alimento essenziale nel ciclo dello scambio fra uomini e il mondo celeste, proprio perché la carne è il cibo più desiderato dagli uomini. Di conseguenza, uccisione degli animali e rituali vennero ad intrecciarsi durante lo sviluppo delle religioni istituzionali. Il libro del Levitico stabilisce con molta precisione quando, dove e come dovesse compiersi il sacrificio rituale e menziona almeno sette tipi diversi di offerte: l’olocausto, il sacrificio di pace, il s. espiatorio del peccato, il s. di riparazione, l’oblazione, le azioni di grazia e i s. volontari. Visto che naturalmente la carne non era lasciata a marcire, la descrizione dei banchetti come sacrifici nasconde il loro scopo pratico, parallelo a quello degli antichi banchetti re-distributivi (far mangiare chi aveva fame) diffusi in tutto il mondo.


lemond - 14/09/2008 alle 12:38

quinta puntata Le antiche religioni istituzionali ricorsero spesso agli esseri umani per farne offerta agli dèi, ma la carne raramente serviva per la redistribuzione nei banchetti organizzati dalle classi dirigenti “generose”. Il sacrificio della nostra specie era quindi tale in senso stretto: un’offerta con la quale si sperava di ottenere il favore, grazie a queste severissime privazioni autoinflitte. Nell’Antico Testamento è noto l’ordine che riceve Abramo e come Isacco è risparmiato. (ma non è sicuro, infatti, c’è una setta che crede ancora che si debba sacrificare il primo figlio per …) Non fu così per i bambini fatti sacrificare durante i regni dei tre re scismatici (Acaz, Manasse e Acab) come si legge nel libro dei Re. In Geremia si possono vedere le parole del Signore sui figli di Giuda: “Hanno costruito l’altare di Tofet per bruciare nel fuoco i loro figli …” (Il Tofet era un recinto sacro, poco a sud di Gerusalemme). Anche nei regni vicini a quello di Israele i bambini erano impiegati come vittime sacrificali e non è solo la bibbia a dircelo, ma anche ad es. gli scavi archeologici di Gerico confermano che i cananei, dopo averli offerti in sacrificio, li seppellivano sotto le fondamenta dei templi. Un’altra forma comune di vittime era costituita dai prigionieri di guerra. Infine la forma più diffusa di sacrificio umano è quella che accadeva in occasione della morte del re o di altri personaggi di stirpe reale. In questi riti la logica del sacrificio sta nella rinuncia del nuovo re ai più stimati cortigiani del vecchio, mandandoli così a servire in cielo il suo predecessore, sperando in questo modo di ottenere il favore degli dèi, amici dell’antenato così glorificato! Nello stesso tempo cos’altro avrebbe potuto incoraggiare di più le mogli e i servi a proteggere la vita del loro re della consapevolezza che se egli fosse morto … ? Gli dèi accettavano i sacrifici umani, ma non se ne cibavano; perché? Il motivo mi sembra semplice: gli dèi mangiavano le stesse cose che piacevano agli uomini ed il loro rifiuto rifletteva semplicemente il prevalente disgusto degli uomini a mangiare individui della loro stessa specie. Anche questa mi sembra una dimostrazione che sono stati, in antico, gli uomini a creare gli dèi non viceversa.


Admin - 14/09/2008 alle 15:13

Continuo a leggerti con un piacere indescrivibile :clap::clap::clap:


lemond - 15/09/2008 alle 09:09

sesta puntata Vorrei poter affermare che il diffusissimo tabù del cannibalismo esprima un impulso etico volto a proteggere la vita umana, ma la storia ci racconta cose diverse e il cannibalismo è stato accertato da fonti archeologiche (grotta di Fontebregona nella Francia sud occidentale), oltre che da molti resoconti, comprese testimonianze dirette, come quella di Lumholtz sugli aborigeni del Queensland. Le religioni istituzionali proibivano il cannibalismo, secondo me, perché era più semplice e soprattutto proficuo integrare nella propria forza lavoro le popolazioni sottomesse. Ogni contadino e lavoratore di una società organizzata in stato può produrre un “surplus” di beni e servizi, perciò più aumenta la popolazione di schiavi, più … sarà cospicuo il prelievo di tasse e tributi, dovuto alle classi di governo. Viceversa le società di banda e di villaggio non hanno la capacità di produrre più dello stretto necessario e quindi l’uccisione e il consumo dei prigionieri sono così il risultato più logico: se il loro lavoro non serve, sono più utili come cibo che come produttori dello stesso. Per dirla con Marx “E’ la struttura che determina la sovrastruttura”. Mi preme aggiungere che nessun gruppo umano ha mai considerato il cannibalismo economicamente favorevole al di fuori del contesto bellico. Gli uomini sono gli animali più difficili da catturare e addomesticare; ma se le popolazioni di banda e di villaggio combattevano fra loro, perché non avrebbero dovuto … ? La religione pre-colombiana degli atzechi rappresenta la grande eccezione al non cannibalismo rituale degli stati. Diego Duran, un cronista molto importante, spiega in che modo i padroni-guerrieri divorassero i cadaveri delle vittime catturate e immolate: “Una volta estratto, il cuore era offerto al sole … e al tramonto si celebravano i banchetti”. I membri della spedizione di Cortès scoprirono che la più grande teca per teschi nella piazza principale di Tenochtitlan conteneva le teste di 136.000 vittime sacrificali. Perché gli atzechi e i loro dèi mangiavano i prigionieri di guerra, a differenza di tutte le altre società di livello statale? La mia risposta è che gli atzechi non avevano ruminanti come le pecore, capre, i bovini, i lama e gli alpaca, che mangiano erba e foglie non commestibili per l’uomo e non avevano neppure i suini che erano di grande importanza negli altri luoghi come sciacalli domestici. Le loro fonti principali di carne non selvatica erano i tacchini e i cani, entrambi inadatti alla produzione di carne su grande scala in condizioni pre-industriali. I cani, essendo carnivori, sono in special modo inadatti per l’autoproduzione di carne in quantità sufficiente. Perché dare la carne ai cani per ottenerne di simile? Gli atzechi cercarono di selezionare una razza di cani che potesse essere alimentata e ingrassata con cibo vegetale cotto, ma … Per concludere questo capitolo, penso si possa sostenere con ragione che l’alto valore che gli atzechi attribuivano al consumo della carne umana non era una conseguenza delle loro credenze religiose, piuttosto il contrario: la passione dei loro dèi per la cibo umano rifletteva l’esigua riserva nel loro "habitat" di animali per il bisogno degli esseri umani (ad eccezioni degli stessi uomini). I re atzechi avevano sotto gli occhi la gente che raccoglieva le uova delle mosche e le ripuliva della melma verdastra del lago Texcoco e si interrogarono sul modo migliore per conservare la fedeltà dei loro sudditi e ... un colpo di genio produsse la loro religione ;-).


lemond - 16/09/2008 alle 09:50

Settima puntata I mille anni precedenti l’era volgare hanno visto la comparsa e l’ascesa di capi carismatici che condannavano i sacerdoti come assassini rituali. I nuovi profeti affermavano che le divinità non potevano lasciarsi incantare da doni materiali: i loro dèi pretendevano invece amore e gentilezza verso il prossimo ed anche nei confronti di ogni essere vivente. Lo zoroastrismo è il primo credo non violento di cui si abbia testimonianza storica, fondato da Zoroastro che aveva avuto una visione di Ahura Mazda “signore di illuminazione” e che rappresentava il giusto pensiero, contrapposto ad Ahriman, che indirizzava verso quello malvagio. Gli uomini erano liberi di scegliere da che parte stare: chi credeva in Ahura doveva rinunciare a sostanze inebrianti, abbandonare l’uso del sacrificio rituale ed astenersi in ogni modo dallo spargimento di sangue. Il riformatore religioso successivo fu Mahavira “il grande eroe” perché era uscito vincitore da una lunga lotta combattuta per raggiungere la pace spirituale fuori e contro la tradizione vedica, dominante nel suo popolo. Il nome della religione da lui fondata è giainismo, da Jina “il vittorioso”. Anche Gautama Siddharta (fondatore del buddhismo) si sottopose da giovane a severe penitenze per liberare la sua anima dal ciclo delle reincarnazioni e, come Mahavira, dichiarò la sua opposizione all’antica regola delle caste e dei sacrifici rituali ed annunciò un nuovo percorso: “L’ottuplice sentiero”, che prevedeva l’astensione dalle menzogne, dall’avidità, dall’uccisione di animali e uomini e dalle azioni che potevano recare danno agli altri. In conseguenza dell’affermarsi di queste nuove religioni in India, anche quella vedica si evolveva in direzione del moderno induismo ed i brahmani divennero addirittura i più zelanti difensori della vita animale “tout court” e l’ahimsa (il rispetto per tutti gli esseri viventi) divenne il concetto fondamentale dell’induismo, non meno che per il buddhismo e il giainismo. Il cristianesimo è stata la quinta religione di tipo etico ad apparire sulla scena del mondo (per quanto riguarda quelle di cui abbiamo sicure fonti storiche) e, come le altre quattro erano in relazione con le antecedenti indoiraniche basate sul sacrificio, così esso prese il via da un’altra religione dello stesso tipo: l’ebraismo. L’antico testamento non parla di salvezza dell’anima e neppure dell’esistenza di un’altra vita, ma solo di progenie numerosa, salvezza dalle malattie, vittoria sui nemici etc. Paolo di Tarso teorizzò invece l’abbandono delle offerte alimentari senza (forse) rendersi conto che ciò comportava la fine del consumo di carne nei banchetti redistributivi, che avevano costituito il substrato materiale dell’antico ciclo alimentare degli ebrei. Il banchetto tuttavia non sparì senza lasciare traccia ed, infatti, se ne può trovare il simbolo nell’attuale eucaristia (il più importante rito cristiano). Nel prossimo capitolo cercheremo di spiegarci come fu possibile la scomparsa delle antiche religioni a ciclo alimentare redistributivo.


lemond - 17/09/2008 alle 10:08

Ottava ed ultima puntata Le religioni non violente si svilupparono come risposta al fallimento delle prime formazioni statali nel processo di redistribuzione dei beni mondani, promessi da re e sacerdoti. Sorsero appunto, quando quegli stati furono devastati da guerre feroci e dispendiose; allorché l’esaurimento delle risorse ambientali e la crescita della popolazione crearono scarsità di cibo e, di conseguenza, si irrigidirono le distinzioni di rango sociale e si diffuse su vasta scala la povertà fra la gente comune. Ad es. nel primo secolo a.e.v. la Palestina era divenuta una colonia romana e presentava i classici sintomi del malgoverno: rapine fiscali, corruzione amministrativa e inflazione galoppante. La scarsità di animali domestici ostacolava ancor di più la pratica dei sacrifici rituali, con annessi banchetti redistributivi. In queste circostanze, la promessa cristiana di una salvezza extramondana, esercitò un notevole fascino su uomini di regioni differenti e di diverso rango sociale. Però, nonostante simile attrattiva, essa non sarebbe potuta assurgere a religione universale se non in ragione della sua (ANCHE E SOPRATTUTTO) capacità di giustificare e incoraggiare l’espansione militare e di favorire severe forme di repressione politica e di controllo. Perché le religioni dell’amore hanno sempre attirato i fondatori di imperi e dinastie? I re erano preoccupati di mantenere la legge e l’ordine, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per tenere lontano i nemici. Le religioni non violente offrivano al nemico la rassicurazione che non sarebbero stati uccisi i prigionieri e perciò favorivano un’accettazione di un eventuale dominio straniero. Nello stesso tempo, se la vita sulla terra era piena di dolore e se la povertà avvicinava alla salvezza eterna;-), allora la classe di governo non era più obbligata ad offrire ricchezza e felicità per giustificare il suo diritto al comando! [Date a Cesare …] Quanto all’uso delle armi e alla guerra, in flagrante violazione dei più sacri comandamenti, c’era sempre la giustificazione dell’autodifesa o di guerre giuste, buone e SANTE! Cosa piuttosto curiosa: una volta scoperto che ammazzare per conto dello stato era conciliabile con le dottrine sulla sacralità degli esseri viventi, i seguaci delle nuove fedi risultavano leggermente superiori alla media dei soldati, perché andavano [e vanno ancora;-)] convinti che le loro anime sarebbero state ricompensate, se morivano per il s/Signore! Per il cristianesimo, l’imperatore romano che per primo si accorse della grande utilità che poteva avere “pro domo sua” fu Costantino (per altro non credente). Una delle norme più importanti promulgate da costui fu la legalizzazione delle donazioni alla chiesa. Come pone in evidenza Robin Lane Fox, fu un provvedimento molto intelligente: in cambio i vescovi cristiani stabilirono che prendere in mano le armi quando l’imperatore lo ordinava fosse un obbligo cristiano;-). Altra iniziativa di grande importanza fu il Concilio di Nicea (325 e.v.) che pose fine, per imperio, alle dispute fra le tante fazioni e sette cristiane. A completare l’opera di Costantino nel 589 e.v. pensò Giustiniano, ordinando, a tutti quelli che rifiutavano di diventare cristiani, di abbandonare le loro proprietà e andare in esilio. E qui posso anche fermarmi, perché quanto avviene dopo: Le crociate, Giodano Bruno, Galileo, Darwin, la sana laicità, l’anti-illuminismo, Piero Welby, Eluana Englaro etc.) più che storia, mi sembra cronaca. P.S. Grazie dell'attenzione ed aggiungo per gli estimatori :), ai quali è piaciuto questo compendio, che ho intenzione di inviarne uno molto più lungo, dal primo gennaio 2009: il calendario laico di Marcus Prometheus, della durata, come tutti, di 366 giorni.


lemond - 23/09/2008 alle 08:56

INQUISIZIONE E TRIBUNALI SPECIALI (Prima puntata) Il fenomeno dell’Inquisizione va esaminato sotto gli aspetti della tutela dei diritti, del costume e della religione. Nella comparazione dei fenomeni bisogna rilevarne analogie e differenze. L’Inquisizione appartiene alla famiglia dei tribunali speciali, costituendone però, per alcune sue caratteristiche, una specie a sé. Il primo tribunale speciale religioso, istituito da Costantino nel IV secolo per perseguire le eresie, si uniformava al codice romano di Giustiniano, basato su un sistema accusatorio. Dal 1200, il processo canonico della Chiesa, dei suoi tribunali speciali dell’Inquisizione, seguì invece il sistema inquisitorio. Le dittature europee del XX secolo, dopo aver abbandonato la giurisdizione unica richiesta dagli stati liberali, per i suoi tribunali speciali, adottarono un metodo misto, con la figura del giudice istruttore inquisitore, che ricordava appunto il sistema inquisitorio, per il resto, il processo era accusatorio. In Italia, nonostante la costituzione democratica, questo sistema misto, ereditato dal fascismo, è durato fino al 1989. Esso conserva anche il procedimento indiziario, tipico dei processi inquisitori, perché non guarda alle prove, ma è ispirato dal sospetto, conserva anche una giurisdizione plurima, mentre quella democratica moderna dovrebbe essere unica. I sistemi accusatori moderni in alcuni paesi hanno conservato in sé parte del processo inquisitorio, con la figura del giudice istruttore che, con la polizia giudiziaria, raccoglie le prove, proscioglie o rinvia a giudizio. Il sistema accusatorio fornisce maggiori garanzie all’imputato, perché accusatore e accusato sono sullo stesso piano, il pubblico ministero deve fornire le prove e l’accusato può difendersi in contraddittorio tra le parti. Nessuno può essere punito per il suo pensiero o per un semplice sospetto, questo sistema era in vigore prima del 1200 e, grazie alla rivoluzione liberale, è ritornato ai nostri giorni. Inquisire significa investigare, nel sistema inquisitorio o canonico medievale, introdotto da Innocenzo III nel 1198, giudice e accusatore erano fusi in un unico soggetto, come nelle inchieste e nei processi amministrativi. Anche Costantino e Teodosio I, che si accanirono contro ariani, eretici e pagani, avevano la loro Inquisizione, anche se aveva altro nome, però seguiva ancora il rito accusatorio e non quello inquisitorio, poi adottato dalla Chiesa. Nel processo inquisitorio il giudice decideva autoritariamente le indagini da seguire, i testimoni da sentire e le prove di cui avvalersi; questo processo era rapido perché unificava la figura del giudice a quella dell’inquisitore o investigatore o accusatore e quindi imparziale era una parola vuota di significato. (Un esempio di simile processo molto interessante si può trovare nel film di di Milos Forman "L'ultimo inquisitore") Cardini di tale sistema erano la delazione, il sospetto, il carcere preventivo, l’interrogatorio con la tortura, il segreto processuale, la repressione e l’intolleranza. Il giudizio era insindacabile e generalmente inappellabile e senza contraddittorio; era l’accusato che doveva dimostrare la sua innocenza e vi era disuguaglianza tra le parti. Figure del processo inquisitorio erano il giudice inquisitore, il pubblico ministero, nominato dal giudice e senza autonomia, l’avvocato e il delatore; il processo era segreto e l’imputato non conosceva il nome dell'accusatore. Un difensore poteva parlare solo se autorizzato dal giudice e, se prendeva le difese dell’eretico, poteva anche essere accusato di favoreggiamento. Dalla Chiesa la delazione era presentata come un dovere dei buoni cattolici, tutti erano invitati a farlo e le indagini su di esse si svolgevano in segreto; però si poteva cominciare un giudizio d’ufficio, vale a dire anche senza di esse.


lemond - 24/09/2008 alle 09:51

Inquisizione e ... (seconda puntata) L’imputato, con la prigione preventiva, era invitato a "dichiarare" il vero, vale a dire: confessare la sua colpevolezza e, durante gli interrogatori, veniva torturato ed era chiamato reo, portando in testa il cappello dei pazzi. La tortura cessava solo con la confessione, ma, in ogni caso, le streghe (ad es.) sono sempre finite sul rogo. Chi abiurava era condannato, per lunghi anni, a pene detentive o, se personaggi importanti come Galileo, al domicilio coatto, e subivano l’esproprio dei beni. Chi moriva sotto tortura, finiva ugualmente bruciato, non volendo che le ossa dei condannati fossero oggetto di venerazione da parte dei viventi. Da notare che in Inghilterra, dove la tortura nei processi per stregoneria non era ammessa, le condanne erano pari al 50% , nel continente, dove era consentita, le condanne arrivarono al 95% , il che significa … I tribunali speciali e il metodo inquisitorio, come quelli dell’Inquisizione, (abbiamo già detto) sono tipici delle dittature, mentre le democrazie, teoricamente, prevedono la giurisdizione unica; in altre parole sono senza tribunali speciali. Tuttavia, in pratica, la democrazia italiana, non ha solo codice Rocco, legge sulla stampa, reati d’opinione, ma, vigente la costituzione democratica, fino a poco tempo fa, ha avuto un regime accusatorio spurio, con la figura del giudice istruttore; inoltre l’Italia ha ancora tribunali speciali e non una giurisdizione unica, cioè tribunali amministrativi, magistratura delle acque e commissioni tributarie, mentre i tribunali militari sono stati aboliti da poco, perché avevano più giudici che processati. :D Per tutte queste ragioni e per altre, in Italia la giustizia continua a non funzionare. La Chiesa pretese e ottenne dallo Stato anche una giurisdizione autonoma rispetto a quella dello Stato, che le consentisse di processare autonomamente i suoi preti anche per i reati comuni, e così li poteva assolvere anche per pedofilia. Ciò violava (ma sarebbe meglio dire vìola) il principio democratico della giurisdizione unica e sancisce la disuguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Le norme non sono più uguali per tutti: esiste una franchigia per alcuni, esattamente come nei regimi aristocratici e antidemocratici. :OIO


lemond - 25/09/2008 alle 09:26

Inquisizione ... (terza puntata) La Chiesa non tollerava che il popolo si scegliesse le proprie credenze, lo voleva obbediente alla fede da essa proclamata; era ostile alle novità scientifiche, alla ragione e si schierava sempre a difesa dei pregiudizi: condannò anche Galileo (1564-1642) e lo costrinse ad abiurare e Lorenzo Valla (1406-1457), che aveva dimostrato la falsità della donazione di Costantino, fu accusato davanti all’inquisizione e si salvò soltanto perché era protetto. Lutero ebbe la stessa fortuna perché aveva l'aiuto dei principi tedeschi. Le entrate dell’Inquisizione provenivano dalle proprietà confiscate, perciò essa operò per rendere duratura l’istituzione. Gli inquisitori domenicani, ebbero in affidamento l’Inquisizione, e, come già detto, erano investigatori e accusatori, oltre che giudici. Il processo era segreto, però massima pubblicità era data alla sentenza ed alla sua esecuzione, allo scopo di ammonire e terrorizzare il popolo. Generalmente le sentenze erano eseguite la domenica, giorno di festa, la scomunica di questi eretici prevedeva la confisca dei beni e, finché rimanevano in vita, erano dichiarati incapaci di testare e di ricoprire cariche pubbliche. Nel 1478 i domenicani, sotto Sisto IV, contro ebrei e mori, rilanciarono in Spagna il tribunale supremo dell’inquisizione e nel 1542 i gesuiti ripeterono l’operazione anche a Roma. A causa dell’Inquisizione, tanti ebrei furono massacrati e alcune ordinanze ne imposero la reclusione nei ghetti. Contro gli eretici albigesi si allestì anche una crociata che fece migliaia di morti. I domenicani dirigevano l’Inquisizione ed erano i consiglieri di corte; con la controriforma, sarebbero stati sostituiti dai gesuiti in questo ruolo. A causa della lotta per il potere e per interesse, le fazioni o partiti, all’interno e al di fuori della Chiesa, accusavano i nemici d’eresia. Per far funzionare l’Inquisizione, la Chiesa si avvalse del braccio secolare: in Italia l’inquisizione arrivò anche a Milano, Napoli, Firenze, Venezia e fondò confraternite. L’ordine francescano fu sospettato d’eresia e fu costretto a fare ritrattazioni, i valdesi (o poveri di Lione) furono richiamati, altri furono costretti ad abiurare; tanti italiani, per sfuggire all’inquisizione, si rifugiarono in Germania ed in Svizzera, tra loro erano i valdesi. Dalla parte “protestante” nel 1582 Elisabetta I d’Inghilterra affermò che era tradimento far passare i sudditi alla religione cattolica, costituì un tribunale speciale anticattolico accusando i gesuiti di istigare alla disobbedienza, fece dei martiri tra i cattolici e nel 1585 espulse i gesuiti dal paese. Sempre Elisabetta I fece decapitare, per tradimento, la cattolica regina di Scozia, Maria Stuart, in rapporto con il duca di Guisa di Francia, con Filippo II di Spagna e con Sisto V; Maria era sostenuta dal partito cattolico inglese che la voleva regina d’Inghilterra.


lemond - 26/09/2008 alle 13:37

Inquisizione e ... (quarta puntata) Nonostante il conflitto teologico, l’ostilità e la concorrenza, tra domenicani e gesuiti, occorre ricordare che pure i domenicani, che dirigevano l’inquisizione, avevano avuto i loro martiri per mano della stessa istituzione: il domenicano Girolamo Savonarola, voleva una riforma della Chiesa e nel 1498 fu giustiziato a Firenze, il domenicano Giordano Bruno, filosofo panteista, contrario al papa, nel 1600 fu bruciato vivo a Roma, il domenicano napoletano Tommaso Campanella era contro Aristotele e voleva una società comunista, fu incarcerato e morì nel 1639. I tribunali dell’inquisizione erano sottratti all’influenza dello Stato ed erano inviolabili, i giudici erano ministri della Chiesa, ma le loro sentenze dovevano essere applicate ciecamente dallo Stato ed i decreti dell’inquisizione entrarono nella raccolta delle leggi secolari. Domenicani e gesuiti approfittarono per arricchirsi, con ricatti ed estorsioni: furono perseguite persone a scopo di sfruttamento, papi ed inquisitori trasformarono le pene in ammende a loro vantaggio. Per trent’anni i vescovi di Albi lottarono contro la corona francese per il bottino ricavato dal massacro degli albigesi: diventare, in pratica i loro eredi. :Od: Delatori, boia, taglialegna, tutti avevano diritto ad una percentuale dei beni dei condannati, assieme a monaci, vescovi e prìncipi. Una volta riconosciuto colpevole, l’eretico era invitato a ritrattare ed a pentirsi, se non lo faceva era consegnato all’autorità secolare, con la raccomandazione formale di non ucciderlo, in realtà, se n’esigeva l’esecuzione. Era la solita ambiguità della Chiesa; ritualmente e ipocritamente pregava lo Stato di risparmiare l’eretico, però scomunicava l’autorità che non provvedeva all’esecuzione. Galileo fu accusato anche di aver scritto in italiano, invece che in latino, dimostrando così di non volersi limitare ad una discussione accademica, riservata ai dotti, ma di auspicare il coinvolgimento del popolo. Ecco a cosa serviva il latino e la diffidenza della Chiesa verso la traduzione della bibbia! Nel 1564 l’Inquisizione condannò Andrea Vasali, fondatore della moderna anatomia, perché, sezionando un cadavere, aveva scoperto che all’uomo non mancava la costola da cui era nata Eva. La Chiesa fece papi diversi inquisitori e nel 1867 santificò Pietro Arbues, crudele inquisitore di Spagna, il quale evitava sempre le discussioni con gli avversari, preferendo le proprie sentenze! La congregazione agì anche come polizia segreta al servizio delle lotte di potere all’interno della Chiesa ed operò prima contro eretici, ebrei e streghe, dal 1542 anche contro i protestanti. Per Gregorio IX gli scomunicati erano tali fino alla settima generazione, così la vita economica divenne incerta, perché soci e debitori, se erano accusati d’eresia, potevano essere espropriati a danno dei creditori, inoltre, il commercio con gli scomunicati era vietato. Forse fu a causa di questi fatti che "i traffici emigrarono" dall’Italia a vantaggio dell'Inghilterra e dei Paesi Bassi, dove l’Inquisizione era meno conosciuta. Per reazione, tanti inquisitori furono assassinati dal popolo, poi però furono fatti santi dalla chiesa. :mad:


lemond - 29/09/2008 alle 09:10

Inquisizione e ... (Quinta puntata) Nel 1482 in Spagna l’inquisitore Torquemada mandò al rogo più di 10.000 eretici e le corti di giustizia divennero tribunali non itineranti, ma fissi. Nel 1492 un decreto impose, per gli ebrei spagnoli, l’esilio o la conversione. Quell’anno coincideva con la scoperta dell’America, era stato conquistato il regno musulmano di Granada e la Spagna era stata unificata. Nel 1502 si fece un decreto analogo contro i musulmani. Con l’espulsione, c’era la pena accessoria della confisca dei beni. Gli ebrei di Spagna erano accusati di essere usurai, di assassinare i bambini, di profanare le ostie come le streghe, di avvelenare i pozzi e di essere alleati all’Anticristo che doveva venire. Gli spagnoli lottavano contro gli individui che avevano nelle vene “mala sangre”, cioè sangue ebreo, moro o eretico. I papi alimentarono l’antisemitismo: Innocenzo III, Onorio III e Gregorio IX (secolo XIII) avevano tutti dei programmi antisemiti e nel 1288 anche Nicolò IV, il primo papa francescano, esortò i sovrani a procedere contro gli ebrei. Dopo la riforma di Lutero, chi proveniva da paesi protestanti, correva il rischio di essere portato davanti ai tribunali dell’Inquisizione. Nel nono secolo anche nell’Islam esisteva l’Inquisizione contro gli eretici, chiamata Minha. I monaci sufi furono mistici perseguitati dall’Inquisizione, torturati e messi a morte; alcuni di loro erano comunisti, come i primi cristiani. Anche in Israele è esistita una forma di Inquisizione con le sue pene simili a quelle islamiche, per esempio, nei casi di apostasia e adulterio. Dopo la cattività babilonese (586-538 a.c.) gli ebrei tornarono in Palestina e, diretti da Esdra e Neemia, fecero una riforma religiosa, combattendo la degenerazione della loro religione e l’idolatria. Emisero sentenze di morte e, poiché temevano che i matrimoni misti minassero la bontà della loro fede, costrinsero i giudei a ripudiare le mogli straniere. Nel nono secolo il califfo abasside Al-Mamun lanciò un’Inquisizione contro il pensiero libero: voleva che si accettasse il corano così com’era. L’Islam conserva ancora alcune pene corporali tipiche della caccia alle streghe dell’Inquisizione cristiana e la dottrina ufficiale ad es. sostiene il dogma che il corano è increato e quindi eterno e il suo originale è in cielo. Nell’Islam furono considerati eretici i dualisti persiani, quelli che credevano alla metempsicosi, e quelli che non credevano alla religione rivelata e seguivano un ascetismo d’influenza buddista. Chi era giudicato eretico era decapitato o crocefisso.


dedalus - 29/09/2008 alle 14:22

ciao, molto molto interessante questo thread, che seguo con attenzione. ho avuto modo, quest'estate, di leggere un romanzo di Neal Stephenson: Snow Crash, nel quale tra mille spunti (va letto con un'enciclopedia vicino...) si parla anche di una sorta di ciclicità tra concezione elitaria e popolare della religione. sinceramente non ho ancora approfondito questo lato (ho iniziato a spulciare un po' le teorie economiche che vengono descritte, come l'anarco-capitalismo :?), ma ho più o meno capito, nella parte più vicina al mio vissuto, che lo scrittore tratteggia la venuta di Cristo come una sorta di rivoluzione rispetto alla religione dei farisei e delle leggi, passando anche dalla semplificazione dei comandamenti-norma (il decalogo) nell'unico comandamento-azione (ama!). tra l'altro le famose lingue di fuoco vengono viste - nel contesto del romanzo, che si basa su una specie di virus neurolinguistico - come una specie di ritorno alla comunicazione tra popoli attraverso un'unica lingua. cosa ne pensi di questa contrapposizione tra religione 'elitaria' e 'popolare'? il cristianesimo probabilmente all'inizio e durante il periodo delle catacombe era molto poco elitario (pur essendo 'limitato'). poi dopo l'organizzazione della chiesa e delle gerarchie (sostanzialmente quando ha ereditato la struttura dell'impero) forse è diventato meno 'popolare', per poi subire una vera e propria scossa con lutero. non so, forse ho perso un po' il filo del discorso...ma sono i limiti della comunicazione scritta o_0


lemond - 29/09/2008 alle 15:58

[quote][i]Originariamente inviato da dedalus [/i] ciao, molto molto interessante questo thread, che seguo con attenzione. ho avuto modo, quest'estate, di leggere un romanzo di Neal Stephenson: Snow Crash, nel quale tra mille spunti (va letto con un'enciclopedia vicino...) si parla anche di una sorta di ciclicità tra concezione elitaria e popolare della religione. sinceramente non ho ancora approfondito questo lato (ho iniziato a spulciare un po' le teorie economiche che vengono descritte, come l'anarco-capitalismo :?), ma ho più o meno capito, nella parte più vicina al mio vissuto, che lo scrittore tratteggia la venuta di Cristo come una sorta di rivoluzione rispetto alla religione dei farisei e delle leggi, passando anche dalla semplificazione dei comandamenti-norma (il decalogo) nell'unico comandamento-azione (ama!). tra l'altro le famose lingue di fuoco vengono viste - nel contesto del romanzo, che si basa su una specie di virus neurolinguistico - come una specie di ritorno alla comunicazione tra popoli attraverso un'unica lingua. cosa ne pensi di questa contrapposizione tra religione 'elitaria' e 'popolare'? il cristianesimo probabilmente all'inizio e durante il periodo delle catacombe era molto poco elitario (pur essendo 'limitato'). poi dopo l'organizzazione della chiesa e delle gerarchie (sostanzialmente quando ha ereditato la struttura dell'impero) forse è diventato meno 'popolare', per poi subire una vera e propria scossa con lutero. non so, forse ho perso un po' il filo del discorso...ma sono i limiti della comunicazione scritta o_0 [/quote] Leggerò anch'io codesto romanzo e poi cercherò di risponderti con maggior precisione. Per il momento ti posso solo scrivere che l'unica religione elitaria è l'ebraismo (oltre a qualche setta, che però non conosco e quindi ...), mentre le altre cercano di fare proseliti, pertanto, da questo punto di vista, sono popolari. Però io complessivamente direi che sono più populiste/demagogiche e quindi, nella sostanza, antipopolari. Ciao e grazie delle tue parole.


aranciata_bottecchia - 29/09/2008 alle 16:32

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] Nell’Antico Testamento è noto l’ordine che riceve Abramo e come Isacco è risparmiato. (ma non è sicuro, infatti, c’è una setta che crede ancora che si debba sacrificare il primo figlio per …) [/quote] [quote] Non fu così per i bambini fatti sacrificare durante i regni dei tre re scismatici (Acaz, Manasse e Acab) come si legge nel libro dei Re. In Geremia si possono vedere le parole del Signore sui figli di Giuda: “Hanno costruito l’altare di Tofet per bruciare nel fuoco i loro figli …” (Il Tofet era un recinto sacro, poco a sud di Gerusalemme). [/quote] Non riesco a comprendere perchè Acaz, Manasse e Acab vengono definiti "scismatici". Mi sebra che il regno fosse stato frazionato in due parti (Israele/Samaria e Giuda/Gerusalemme) già prima di questi personaggi, la cui giusta definizione credo che sarebbe quella di "empi" o "eretici", appunto perchè abbracciarono la religione dei fenici (c'erano anche degli accordi matrimoniali in funzione di alleanza politica con le principesse delle città fenice). Il "tofet" dovrebbe essere appunto il luogo dove i fenici sacrificavano i primogeniti.

 

[Modificato il 29/09/2008 alle 16:40 by aranciata_bottecchia]


Bitossi - 29/09/2008 alle 22:27

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] ..Per il momento ti posso solo scrivere che l'unica religione elitaria è l'ebraismo (oltre a qualche setta, che però non conosco e quindi ...), mentre le altre cercano di fare proseliti, pertanto, da questo punto di vista, sono popolari. Però io complessivamente direi che sono più populiste/demagogiche e quindi, nella sostanza, antipopolari.[/quote] Per amore di precisione, andrebbe forse detto che la definizione di "elitarismo" (inteso come religione che non si può abbracciare, o alla quale non ci si può "convertire") va riservata all'ebraismo considerando solo le religioni monoteiste "classiche". In effetti sono molteplici al mondo le religioni delle quali "non si può" diventare seguaci, come ad esempio l'induismo e lo shintoismo. Vuoi per ragioni etnico/geografiche, vuoi per la diversa sfumatura data al termine di seguace, che in alcuni casi non richiede professioni di fede particolari: nel caso dell'induismo (o come vogliamo chiamare quel coacervo di filosofie parallele che buona parte degli abitanti del subcontinente indiano segue), ogni persona che segua il proprio cammino senza ritenerlo superiore a quello altrui, senza cercare di convertire al proprio credo, senza discriminare, può essere definita induista. Da questo importante aspetto deriva in parte anche la recente ondata di "antipatia" verso il cristianesimo che ha causato i gravi incidenti degli ultimi mesi in India.


lemond - 30/09/2008 alle 08:36

[quote][i]Originariamente inviato da aranciata_bottecchia [/i] [quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] [/quote] [quote] Non fu così per i bambini fatti sacrificare durante i regni dei tre re scismatici (Acaz, Manasse e Acab) come si legge nel libro dei Re. [/quote] Non riesco a comprendere perchè Acaz, Manasse e Acab vengono definiti "scismatici". [/quote] Penso che tu abbia ragione, anche perché, dal punto di vista lessicale, la parola scisma in italiano è riferita solo al cristianesimo. Però R. Harris (o il suo traduttore) scrive così ed io mi ero adeguato, senza troppe "nuances" [(non trovo il termine appropriato. :OIO] P.S. Chiedo a Bitossi se sa qualcosa in più.


Bitossi - 30/09/2008 alle 09:31

Non sono un grande esperto in materia, però vedo che il termine scisma viene usato in molte fonti anche per quel che riguarda il regno di Israele, valga per tutte il programma dei Corsi dell'ISSR (Istituto Superiore di Scienze Religiose) di Mantova: http://www.issrmantova.it/materie1.shtml (vedi punto 3.5 del Corso "Introduzione alla Sacra Scrittura). Scisma prima politico e poi religioso, a quanto ricordo... con costruzione di un nuovo tempio per le tribù settentrionali. Quando poi alcuni regni (che potremmo definire "post-scismatici") abbracciano addirittura religioni diverse, allora si deve effettivamente parlare di abiura. Morale: in un certo senso avete ragione tutti e due... :D


desmoblu - 30/09/2008 alle 10:26

Tutto molto interessante. Avrei 'voluto' (che pretese! ;)) leggere qualcosa di più sull'elemento naturale nelle religioni arcaiche e animiste. Interessante ad esempio la mitologia celtica, molto simile per certi aspetti alle credenze di popolazioni ben diverse, anche dalla parte opposta del globo (e questo conferma che non è stato dio a creare l'uomo, ma viceversa.. ;)).


lemond - 30/09/2008 alle 11:26

[quote][i]Originariamente inviato da desmoblu [/i] Tutto molto interessante. Avrei 'voluto' (che pretese! ;)) leggere qualcosa di più sull'elemento naturale nelle religioni arcaiche e animiste. Interessante ad esempio la mitologia celtica, molto simile per certi aspetti alle credenze di popolazioni ben diverse, anche dalla parte opposta del globo (e questo conferma che non è stato dio a creare l'uomo, ma viceversa.. ;)). [/quote] Se hai un po' di pazienza ... dal primo gennaio invierò il calendario laico di Marcus Prometheus che spazia per migliaia di anni e poi, se ... cercherò io di spedire qualcosa sulle religioni più antiche. P.S. Sul fatto che (d)io si dovrebbe scrivere senza la d, sono affatto d'accordo :cincin:


lemond - 03/10/2008 alle 08:12

Inquisizione e ... (ultima puntata) L’Inquisizione, soprattutto in Europa, si accanì anche contro streghe, accusate di aver fatto un patto con il diavolo, erano anche sospettate di profanare l’ostia consacrata. Le streghe erano spesso levatrici ed erboriste, esperte di medicina empirica e praticavano aborti. Furono perseguitate fino al 1750. Per estensione, furono accusati di stregoneria gli eretici, gli ebrei, i valdesi, i catari e i templari. (Per quest'ultimi si può vedere nella serie intitolata "ipse dixit" perché il numero 13 porti male):Od: Nel 1484 Innocenzo VIII iniziò lo sterminio: furono accusate di stregoneria anche le levatrici. Nelle chiese fu collocata una cassetta per le denunce anonime: la presunta strega era invitata a confessare ed abiurare il demonio, se non lo faceva era torturata, quando confessava era bruciata. Gli eretici che confessavano spesso si salvavano, invece le streghe finivano lo stesso sul rogo. Strumenti di tortura erano il cavalletto, gli strumenti per slegare le ossa, le tenaglie, il fuoco sotto i piedi. Il supplizio durava a discrezione dell’inquisitore; spesso, per il dolore, si confessava la propria colpevolezza, anche se innocenti. Nel 1487 il “malleus maleficarum”, opera di domenicani tedeschi, costituì il modello per il programma di repressione dell’Inquisizione contro le streghe, voluto da Innocenzo VIII. L’opera era divisa in tre parti: la prima dimostrava l’esistenza della stregoneria e della magia, la seconda descriveva le varie forme, la terza forniva istruzioni su come interrogare, processare e punire le streghe. Per il malleus, le donne erano più inclini degli uomini alla stregoneria, per quei domenicani, tutto aveva cominciato ad andare storto con Eva. :Od: Nel 1600 c’erano dei personaggi che giravano per i villaggi, dicendo d’essere capaci di riconoscere le streghe a colpo d’occhio e si facevano pagare per ogni strega condannata. Per la caccia alle streghe si arrivò a distruggere dei villaggi e furono accusate d’essere responsabili anche della carestia. Nel 1500 in Friuli alcuni contadini, detti benandanti, erano accusati di stregoneria perché curavano le persone cadendo in "trance". Si credeva che fossero benandanti tutti i bambini che “nati con la camicia”, cioè coperti dalla placenta! Nella ricerca delle prove di colpevolezza, dall’Inquisizione fu adottata l’ordalia germanica o giudizio divino, con la prova del fuoco, del ferro rovente, dell’acqua e dell’olio bollente. Ad es. quella dell’acqua fredda: chi annegava era considerato innocente! :Od: Nell’ordalia germanica, diversamente che nell’inquisizione cattolica, il giudice era al disopra delle parti. Uno dei casi più clamorosi fu quello di Salem (Massachusetts) nel 1692. Fu istituito un vero e proprio tribunale, incarcerate e giustiziate 20 persone tra cui donne, uomini e bambini. Tra questi solo Giles Corey non venne impiccato: l'ottantenne non si lasciò processare, e per tale ragione venne schiacciato sotto lastre di pietra. Morirono ancora 4 persone in carcere. L'isteria generale si concluse nell'autunno del 1692 e il 12 ottobre 1693 il governatore Phips sciolse il tribunale creato per processare le streghe e istituì una Corte di giustizia che, dopo aver preso in esame 52 casi, assolse 49 detenuti e commutò la pena di 3 condannati a morte. Fonti: “L’inquisizione spagnola” di S. Turbeville - Feltrinelli Editore, “La chiesa che censura” di Pierino Marazzani – Editore Erreemme, “ Il libro nero del cristianesimo” di Fo, Tomat, Malucelli – Editore Nuovi Mondi, “Chiesa e stato in Italia”- di Arturo Carlo Jemolo – Einaudi Editore, “I papi contro gli ebrei” di David Kertzer – Rizzoli Editore, “Storia dell’antisemitismo” di Gerard Messadié – Piemme Editore, “ I papi storia e segreti” di Claudio Rendina – Newton Editore, “Verità e menzogne della chiesa cattolica” di Pepe Rodriguez – Editori Riuniti, “Storia criminale del cristianesimo” di Karlheinz Deschner –Ariele Editore, “Perché non sono musulmano” di Ibn Warraq – Ariele Editore, “Storia della città di Roma nel medioevo” di F. Gregorovius- Einaudi Editore, “ Storia dei papi” di Leopold von Ranke – Sansoni Editore, “I fratelli siamesi – lo stato e la religione” di Nunzio Miccoli.


lemond - 03/10/2008 alle 13:32

Con riferimento alla richiesta di Desmoblu, per ora ho trovato questa storiella(che non è né animista, né celtica, ma arcaica sì) Come nacque la Bibbia (prima puntata) di David Donnini http://www.nostraterra.it/ Indagine critica sulle radici storiche del Vecchio Testamento "Dio non avrebbe mai scritto un libro come questo" 1 - UN FARAONE PARTICOLARE. Una ventina d'anni fa, mentre rovistavo nella vecchia libreria di mio padre, fra scaffali nei quali facevano bella mostra di sé le eleganti costole rilegate in tela di volumi degli anni trenta e quaranta, mi capitò fra le mani un testo di Sigmund Freud: "Mosè e il monoteismo". Rimasi stupito del fatto che Freud si fosse occupato di quell'argomento; ero abituato a titoli come "Psicopatologia della vita quotidiana", o "L'interpretazione dei sogni", e pensavo che il padre della psicanalisi non si fosse mai interessato di questioni storiche o religiose. Iniziai a leggerlo e, devo confessare, fu un impatto travolgente; rimasi talmente affascinato da ciò che scoprii che mi domandai com'era possibile che certi significativi incontri dipendessero da circostanze così casuali. E se non ci fosse stato questo libro nella casa dei miei genitori? L'avrei mai letto? Sigmund Freud era ebreo di nascita. Egli apparteneva ad una stirpe che, in seguito alla plurisecolare persecuzione subita da parte dei cristiani, ha sviluppato per reazione un fortissimo senso della propria identità e trasmette ai propri figli un orgoglio fiero, composto ma deciso, capace di lunga rassegnazione, ma anche di uno spirito di autodifesa e di combattimento com'è difficile trovarne in altre realtà etnico-religiose. La prima parte del libro faceva spesso riferimento ad un faraone egiziano della XVIII dinastia, Amenofi IV. Costui fu il protagonista di una eccezionale riforma politico-religiosa del sistema egiziano. L'occidente cristiano non ha la benché minima idea di quanto sia debitore, nelle caratteristiche della propria identità culturale, al faraone Akhenaton e ai contenuti della sua riforma. Sarà bene procedere con calma e ordine, cominciando da una brevissima premessa sulla situazione dell'Egitto nel periodo che precedette l'ascesa al potere di questo singolare faraone. Sotto il regno di Amenofi III (negli anni dal 1405 al 1377 a.C.), quando Tebe era la città reale, una fortissima casta sacerdotale, custode e amministratrice del culto del dio Ammon, aveva sviluppato, in connubio con l'aristocrazia del paese, un grande potere, ed era entrata in una posizione conflittuale con l'egemonia della corte faraonica. Per questo motivo, ma anche per una propensione caratteriale e ideologica, allorché succedette ad Amenofi III il figlio che costui aveva avuto dalla regina Tiye, Amenofi IV (intorno all'anno 1377 a.C.), l'Egitto fu protagonista del suo più grande sconvolgimento, quale nemmeno le precedenti invasioni degli Hyksos avevano potuto produrre. In breve tempo, a partire dalla sua nomina al trono, il nuovo faraone rivoluzionò la religione di stato, spodestò la classe sacerdotale, sostituì il molteplice panteon egizio con una curiosa fede monoteistica. Si trattava forse del primissimo esempio nella storia di monoteismo di stato, incentrato sul culto del disco solare, che era chiamato Aton. Anche la capitale fu spostata ad Akhet-aton, più a nord rispetto a Tebe, e il sovrano mutò il proprio nome da Amenofi ad Akhenaton, o Ekhnaton (amato da Aton). Nell'insegnamento di Akhenaton possiamo notare la insistente ricorrenza del termine "maet" (verità), ed egli stesso si definiva "vivente nella verità", al punto da sovvertire la tradizione che, nelle opere d'arte, era solita presentare il sovrano in una forma stereotipata, coerente col formalismo celebrativo, e si faceva ritrarre in scene di vita familiare, mentre insieme alla moglie Nefertiti e alle figlie passeggiava e faceva offerte al dio sole. Fu, probabilmente, un faraone dal volto umano; sappiamo che perseguì una politica pacifista, riducendo le spese militari e rinunciando alla difesa ad oltranza dei territori fuori dall'Egitto. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che ciò comportasse una diminuzione del prelievo fiscale; possiamo anche avanzare l'idea che il popolo percepisse, nella figura del suo bizzarro faraone, qualcosa di meno lontano da sé di quanto non fossero stati i precedenti sovrani e sacerdoti. Ma queste, ci tengo a chiarirlo, sono speculazioni arbitrarie, senza un fondamento nelle prove storiche. E' abbastanza immediato pensare che un sistema del genere difficilmente avrebbe potuto funzionare a lungo. Infatti gli hittiti premevano ai confini orientali del regno e sfruttarono la circostanza per espandere il loro dominio a spese dell'Egitto. Molti fra i sacerdoti spodestati e gli aristocratici intuirono i pericoli della circostanza e tramarono per preparare una restaurazione del precedente regime e riconquistare i privilegi perduti. Allorché Akhenaton morì (intorno al 1362 a.C.), la moglie Nefertiti si adoperò per far salire al trono il giovanissimo genero Tut-ankh-aton, ma, alla morte della stessa Nefertiti, sacerdoti ed aristocratici approfittarono della situazione instabile e dell'inesperienza del nuovo faraone, per iniziare una rapida controriforma e per rimettere in piedi gli antichi poteri e la religione tradizionale dell'Egitto. La città di Akhet-aton fu abbandonata e la capitale fu ristabilita a Tebe. Anche il nome del faraone fu opportunamente corretto in Tut-ankh-amon, coerentemente col culto restaurato del dio Ammon. Tutti conosciamo il famoso faraone, è l'unico di cui è stata scoperta la tomba intera, inclusa la mummia, e questo ritrovamento è stato l'evento più spettacolare dell'archeologia egiziana. E' ovvio che, con l'avvento della restaurazione, una parte della società egiziana, che si era sviluppata alla corte di Akhenaton, visse un pesante tracollo. Possiamo facilmente immaginare in quale difficile situazione si siano trovati i suoi ex funzionari e sacerdoti, improvvisamente esautorati e, probabilmente, perseguitati. Ora, come spesso succede in questi casi, se sono i grandi poteri a stabilire certe tappe importanti del cammino storico, sono alcuni poteri meno appariscenti (oserei dire occulti) a dirigere il cammino definitivo della storia, anche se a lunga scadenza. Infatti è assolutamente certo che l'esperienza del regno di Akhenaton aveva lasciato una traccia profonda, non solo negli interessi politici e nei rancori di quanti erano stati colpiti dalla controriforma, ma anche, e forse soprattutto, nell'inconscio collettivo, grazie all'idea di una teologia monoteistica, che sostituiva le figure fantasiose delle numerose divinità col concetto affascinante di un principio creatore unico ed universale, irrimediabilmente superiore a quello delle immagini dall'aspetto antropomorfico o animale, simboleggiato dal disco solare; in cui chiunque riconosce istintivamente la paternità di ogni manifestazione della vita terrestre. Sebbene non ci siano elementi per riportare alla luce, dall'oblio in cui sono stati definitivamente sepolti, i movimenti e le trame di coloro che, per interesse o per adesione ideologica, simpatizzavano con le concezioni dell'ormai sconfitto sistema politico-religioso di Akhenaton, possiamo essere certi che questo desiderio di ritorno alle novità di cui l'Egitto aveva avuto un assaggio, non ha mai più abbandonato almeno una parte della società di questo paese, e ha giocato un ruolo non indifferente nella dinamica delle conflittualità interne.


lemond - 05/10/2008 alle 10:32

Come nacque la Bibbia (seconda puntata) GLI EBREI IN EGITTO. A questo punto, nel nostro discorso, possiamo innestare la realtà dei popoli semitici che erano penetrati in Egitto, pur non essendo egiziani, in una condizione che troppo spesso è semplicisticamente rappresentata dal termine "schiavitù". Già in precedenza i rozzi nomadi semiti avevano preso di mira, con le loro migrazioni di massa, altre grandi civiltà sedentarie, attratte dallo straordinario sviluppo tecnologico di cui queste erano depositarie, e della loro imponente organizzazione urbanistica e sociale. Mi riferisco ai sumeri, che furono letteralmente schiacciati da questa corrente migratoria. I semiti in questione erano gli accadi. Un grande condottiero di questi uomini (siamo intorno all'anno 2450 a.C.), protagonista di una clamorosa vittoria sui sumeri, fu Sargon. Di lui la leggenda accadica narra che era stato abbandonato dalla madre nelle acque del fiume, in un canestro di giunchi, per poi essere raccolto da un acquaiolo, su indicazione della dea Ishtar, che lo aiutò a diventare un re potente. E' una storia che già conosciamo, anche se con altri protagonisti. Adesso, nell'Egitto degli ultimi faraoni della XVIII dinastia, e dei primi della XIX, succedeva qualcosa di somigliante a ciò che era successo nel paese dei sumeri mille anni prima; e che succede ancora oggi nei paesi opulenti dell'occidente cristiano. Le popolazioni circostanti, etnicamente diverse, socialmente e culturalmente meno evolute, economicamente più povere (potremmo considerarli gli extracomunitari dell'epoca), entravano in Egitto e qui si stabilivano in cerca di fortuna. Gli stessi Egiziani tolleravano la loro presenza perché, non ostante gli evidenti svantaggi del fenomeno immigratorio, questa gente offriva forza lavoro a basso costo, e poteva svolgere gli innumerevoli compiti che i contadini egizi non avrebbero potuto né voluto svolgere. La Bibbia li rappresenta come un popolo che aveva già maturato una sua identità nazionale, chiamandoli ebrei. Ma questa è pura leggenda. Infatti le popolazioni che si erano introdotte in Egitto per lavorare erano molte e diverse, così come oggi, da noi, sono diversi i marocchini dai senegalesi, gli albanesi dagli slavi... E' probabile che, ad un certo punto, questa parte della varia umanità che componeva il tessuto sociale egiziano, abbia acquistato un certo peso e una certa coscienza di sé, maturando il bisogno di acquistare anche un senso della propria identità che, ovviamente, fino a quel momento non esisteva perché si trattava di un gruppo eterogeneo per lingua, razza e culti religiosi, in cui, probabilmente, prevaleva una componente semitica. L'opinione di Freud, che egli illustra con grande chiarezza nel libro che abbiamo citato in precedenza, è quella che le conflittualità interne alla società egiziana e, in particolare, le opposizioni nei confronti della classe dominante, costituita dai faraoni della XIX dinastia e dalla classe sacerdotale fedele al culto restaurato del dio Ammon, abbiano potuto concentrarsi intorno alla nostalgia per la perduta riforma voluta da Akhenaton. E' probabile che il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole offrisse l'idea di un concetto universalistico che si prestava alle istanze di quanti, in seno alla società egiziana, erano collocati in una posizione fortemente emarginata e subordinata. Ed è anche probabile che gli ex funzionari e sacerdoti di Akhenaton, o i loro discendenti, abbiano trovato nelle popolazioni semitiche, che vivevano in Egitto in una condizione di pesante asservimento, una comunità disposta ad ascoltarli, interessata a seguirli, a dare loro peso e importanza. Si sarebbe così determinata una simbiosi fra la parte dissidente della società egiziana, costituita da quanti avevano subito il tracollo del sistema di Akhenaton, e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state capaci di darsi né una identità né una forza come gruppo. Freud si è spinto fino ad avanzare l'idea che l'uomo che noi conosciamo come Mosè fosse stato un ex funzionario di Akhenaton, anche se ciò dà adito a qualche obiezione. Una di queste, per esempio, riguarda i tempi; infatti una delle probabili datazioni dell'uscita delle popolazioni semitiche dall'Egitto è intorno al 1250 a.C., durante il regno del faraone Ramsete II. Sono passati cento anni dalla restaurazione del culto di Ammon e Mosè non potrebbe essere stato un protagonista in prima persona dell'esperienza del sistema di Akhenaton. Anche se, in realtà, la datazione dell'esodo è quanto di più incerto ci sia e non è possibile porre questa obiezione come decisiva. Personalmente non credo affatto che determinare una datazione certa per il cosiddetto esodo sia molto importante, ai fini del nostro discorso; infatti non è così fondamentale che Mosè sia stato, oppure no, un funzionario del faraone Akhenaton. A noi importa soprattutto introdurre un'idea: quella che gli egiziani accomunati da un interesse nostalgico per il sistema di Akhenaton e per la sua concezione monoteistica, da un lato, e la componente emarginata della società egiziana che aveva avuto origine nei trascorsi flussi immigratori, dall'altro lato, avessero trovato un'intesa che li poneva in serio conflitto con le classi dominanti e che li aiutava a maturare una identità di gruppo. Ora, gli interpreti di questo più che verosimile processo possono essere stati sia gli ex protagonisti del sistema di Akhenaton, in un'epoca immediatamente successiva alla restaurazione (fra il 1350 e il 1300 a.C.), sia i loro discendenti (fra il 1300 e il 1200 a.C.), ovverosia all'epoca in cui siamo soliti ambientare l'esodo biblico.


desmoblu - 05/10/2008 alle 11:09

Per ora molto interessante. La mia domanda/proposta era più incentrata su un passaggio culturale precedente, ancora basato sul politeismo. Il riferimento alla 'religione' (meglio, mitologia) celtica non era esclusivo, è semplicemente un buon termine di paragone con- ad esempio- la religione nell'antica Creta o di popolazioni dell'Asia e dell'Oceania. Fondamentale il riconoscimento a grado di 'divinità' dell'elemento naturale, nel caso celtico del [i]singolo[/i] elemento: questa o quella montagna, questa o quella roccia, questo o quell'albero (anzi, gli alberi erano considerati entità femminili, e difatti ancora adesso in certe zone del Piemonte si parla di 'albere': curioso come anche in latino la maggior parte degli alberi abbiano nome femminile), questo o quel fiume. Su questa credenza 'locale' si inserisce il culto delle divinità, sempre legate all'elemento anturale. Ad esempio Morrighan, che si trasforma in corvo e 'procrea' a cavalcioni di un fiume: è la dea della guerra e della vittoria (ma anche della sconfitta: nasce con la 'militarizzazione' della popolazione celtica). E stranamente (ma nemmeno troppo ;)) è madre di Brigit, la dea della saggezza e protettrice dei fabbri, degli artigiani e dei poeti (tra le righe: dopo la conquista militare, le tribù diventano STANZIALI) . C'è anche il culto degli eroi, della stirpe. E ci sono riferimenti a una 'dea madre' (origine danese?) che sembra quella cretese, appunto. [img]http://www.tempiodellaninfa.net/nuovo/immagini/dea_serpenti.jpg[/img](fonte iniziale: scuolamanzoni.it) Insomma, è solo uno spunto di riflessione che ho buttato lì e potrebbe essere interessante :)


lemond - 05/10/2008 alle 11:23

Sono d'accordo, almeno a me interessa molto;). Sulla dea originaria, ho letto alcune cose, ma non rammento granché (a parte il discorso di presentazione di Albino Luciani, che poi forse fu ucciso, ma non credo per questo) :Od:


desmoblu - 05/10/2008 alle 19:40

Ah...dimenticavo: la foto postata- tratta da scuolamanzoni.it- rappresenta la Dea Madre (o dei serpenti) di Creta.


lemond - 06/10/2008 alle 08:33

Come Nacque la bibbia (terza puntata) MOSE' EGIZIANO? C'è un aspetto estremamente importante che Freud sottolinea con argomentazioni puntuali e, direi, piuttosto ineccepibili. Si tratta del fatto che Mosé sarebbe stato un egiziano e non, come si crede comunemente, un ebreo. Una delle basi di questa opinione risiede nel nome stesso: "...E' importante notare che il suo nome (il nome di questo capo), Mosè, è egiziano. Esso è semplicemente la parola egiziana "mose" che significa "fanciullo", ed è la contrazione di forme nominali più complesse, quali ad esempio "Amon-mose", che significa "Amon un fanciullo", o "Ptah-mose", che significa "Ptah un fanciullo", i quali nomi sono a loro volta abbreviazioni della forma piena "Amon ha donato un fanciullo", o "Ptah ha donato un fanciullo". L'abbreviazione "fanciullo" presto divenne una forma rapida più conveniente dell'ingombrante nome completo, ed il nome Mose, "fanciullo", non è infrequente sui monumenti egizi. Il padre di Mosé senza dubbio prefisse al nome del figlio quello di un dio egizio, quale Amon o Ptah, e questo nome divino si perdette gradualmente nell'uso corrente, finché il fanciullo venne chiamato "Mose"" [Citazione da History of Egypt, di J.H.Breasted, in Freud, Mosè e il monoteismo, Pepe Diaz, Milano, 1952]. "...nella lingua [egiziana] "Mosè" equivaleva a "bambino", "figlio", "discendente", sia in senso letterale che metaforico..." [J.Lehmann, Mosè l'egiziano, Garzanti, Milano, 1987]. E ancora: "...non ci resta perciò che il nome, il quale, malgrado la spiegazione giudaica "tratto dalle acque", riallaccia Mosè ai nomi egiziani Tutmosi o Ramesse (Rah-mose)" [F.Castel, Storia d'Israele e di Giuda, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1987]. C'è poi un'altra importante considerazione da fare. Il Mosè biblico ha un abito del tutto leggendario, a sostegno dell'idea che la sua identità sia il frutto di una operazione artificiale finalizzata a rappresentarlo come il padre nazionale degli ebrei . Infatti il racconto della sua nascita, coerentemente con le leggende semitiche, è la copia esatta del racconto che riguarda la nascita del grande Sargon di Accad, che fu abbandonato nelle acque e poi salvato per diventare, infine, un grande re. Evidentemente, allorché fu redatta la storia del popolo che era sfuggito dall'Egitto, si voleva che il suo condottiero possedesse i requisiti che lo rendevano meritevole, a pieno titolo, di quella dignità. Il racconto non fu scritto da storici, animati da uno spirito scientifico di cronaca, ma da apologeti, che dovevano contribuire alla creazione di una coscienza nazional-religiosa. Ora, esistono altri elementi di sostegno alla tesi del Mosé egiziano, seguace della teologia di Akhenaton: uno è il nome che gli ebrei utilizzano spesso per riferirsi al loro dio, al posto del termine tabù (indicato comunemente dal tetragramma YHWH) che nessuno poteva pronunciare ad alta voce. Si tratta della parola Adonai, che ha la stessa radice (Adon) del dio solare di Amenofi IV (Aton). I glottologi sanno bene che le lettere t e d sono del tutto intercambiabili nelle radici etimologiche, pertanto Adon e Aton sono esattamente lo stesso nome. Si osservi quanto afferma ancora Sigmund Freud: "Il credo ebraico, come è noto, recita: "Schema Jisroel Adonai Elohenu Adonai Echod". Se la somiglianza del nome dell'egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: "Odi Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l'unico Dio"" [Sigmund Freud, Mosè e il Monoteismo, Milano, 1952]. L'altro elemento è l'aspetto della famosa "arca dell'alleanza" , che, nel racconto biblico (Es 25, 10-22), Dio aveva ordinato a Mosè di edificare e che, in seguito, sarebbe stata conservata nel tempio di Salomone fino all'invasione assira. Essa riproduce la "barca degli dei" dei templi egizi, anch'essa coi cherubini ad ali spiegate. Ma c'è un altro elemento, senza dubbio quello di maggior peso: Mosè è comunemente considerato il padre del monoteismo, ma dobbiamo ammettere che la sua idea ha un precedente molto vicino nello spazio e nel tempo, e molto analogo, nella teologia di Akhenaton, pertanto ci rimane difficile credere che la sintesi monoteistica di Mosè non abbia alcun debito nei confronti della rivoluzione religiosa del faraone Amenofi IV. Riassumendo: 1 - Mosè predica in Egitto, come Akhenaton 50 o 100 anni prima, una teologia monoteistica; 2 - Mosè ha un nome egiziano; 3 - Mosè ha, nel racconto biblico, una nascita assolutamente leggendaria; 4 - Un nome del dio ebraico (Adonai), ha la stessa radice del dio solare (Aton) di Amenofi IV; 5 - L'arca dell'alleanza degli ebrei è quasi identica alla "barca degli dei" dei templi egizi.


lemond - 07/10/2008 alle 08:26

Come nacque la bibbia (quarta puntata) UN POPOLO ETEROGENEO. Ci troviamo davanti ad importanti constatazioni: le genti che uscirono dall'Egitto, attraverso quel processo che la Bibbia rappresenta nel libro dell'Esodo, erano costituite, per una componente, da una parte della società egiziana, quella dissidente, erede della riforma politico-religiosa di Akhenaton, fedele alla teologia monoteistica, e, per l'altra componente, da un insieme variegato di tribù, in prevalenza semitiche, che avevano trascorso in Egitto molti decenni, trovando interessi da condividere. Si trattava comunque di genti che parlavano lingue o dialetti diversi, con tradizioni religiose diverse, legate agli dei tribali. Non si trattava affatto di un popolo omogeneo, che potesse riconoscersi sotto il nome di ebrei. Ed è per questo che il racconto biblico ci testimonia la grande difficoltà di tenere unito questo insieme di persone ma, soprattutto, la difficoltà di Mosè a mantenere una egemonia su queste genti. Si ricordi a questo proposito il ritorno di Mosè dal monte Sinai, col popolo che, in sua assenza, aveva iniziato ad adorare il vitello d'oro, restaurando, chi lo sa, qualche culto tribale. E' molto verosimile che la componente egizia di questo insieme di genti, ovverosia gli eredi del sacerdozio di Aton, fossero quelli che la tradizione ebraica chiama "Leviti" e che Mosè ne fosse il capo. Volendo mantenere un atteggiamento storicamente onesto, noi dobbiamo dissociarci dall'immagine biblica e riconoscere che, all'epoca dell'esodo, non esistevano affatto, o ancora, gli ebrei, intesi come un popolo che potesse essere considerata tale a tutti gli effetti, ovverosia con una sua omogeneità etnica, linguistica, culturale e religiosa, e con una storia comune oltre al fatto di avere condiviso uno stato di emarginazione e di subordinazione in Egitto. Quello che la Bibbia ci rappresenta come il momento in cui gli ebrei realizzarono il loro riscatto dalla schiavitù egiziana è, in realtà, il primo momento in cui gli ebrei iniziano ad inventarsi come popolo. Mosè fu il loro punto di riferimento, come Maometto, 1800 anni più tardi, fu il punto di riferimento per la nascita di una nazione araba. Allora possiamo quasi affermare che la Bibbia non fu un prodotto degli ebrei ma, al contrario, furono gli ebrei un prodotto della Bibbia, nel senso che i principi teologici della Bibbia furono concepiti col fine primario di offrire una base adatta a creare e consolidare l'identità etnico-religiosa di quell'insieme di tribù che si era voluto far diventare popolo.


lemond - 08/10/2008 alle 08:56

Come nacque la bibbia (Quinta puntata) DAVID, L'UNTO DI YHWH. I fuoriusciti dall'Egitto, governati da una casta egiziana e da un capo che aveva riciclato il monoteismo di Akhenaton, ebbero vita difficile e peregrinarono in cerca di una casa finché non giunsero nei pressi di quella striscia di territorio che sta tra il fiume Giordano e il mar mediterraneo. In quel contesto di deserti infuocati (Sinai, Negev, penisola arabica...), dove in estate il sole, picchiando sulle rocce e sulle sabbie nude, produce comunemente temperature di 50 e persino 60 gradi che arrostiscono ogni creatura vivente, le colline della palestina, che sfiorano i mille metri d'altitudine, arrestano il vento che viene dal mare e facilitano le piogge, creano un ambiente assolutamente idilliaco. Clima temperato, boschi verdeggianti, erba adatta al pascolo, stambecchi che scorrazzano, sorgenti di acqua fresca e terra fertile. Chi non avrebbe pensato che quella sorta di oasi incredibile era un giardino preparato apposta dal creatore come dote per un popolo che godeva di una sua particolare simpatia? Ma, ahimé, altre genti occupavano questo suolo. Tribù che non erano molto intenzionate ad accettare l'intromissione di questa nuova banda di nomadi. Certamente i fuoriusciti dall'Egitto ebbero da affrontare prove molto dure, come del resto è chiaramente testimoniato dal racconto biblico relativo al tutto il lungo periodo che separa Mosè da David (due o tre secoli). Un periodo di lotte interne e di conflitti esterni in cui queste genti, oltre a combattere con gli indigeni che trovavano sul loro cammino, dovevano anche combattere contro quella crisi di identità che non poteva non affliggere coloro che tentavano di comportarsi come popolo, pur essendo un miscuglio molto bastardo. Ed è per questo che la società di Israele ha sempre conservato nella sua struttura una molteplicità che, nei fatti, si è espressa nella suddivisione in dodici tribù. Ovviamente, le vicende e i disagi che questo insieme di genti ha dovuto vivere nei due o tre secoli successivi all'uscita dall'Egitto, ha influito profondamente sulla maturazione della loro concezione religiosa. Infatti, sebbene l'eredità teologica della concezione monoteistica di Akhenaton fosse il concetto di un creatore unico per tutto l'universo e per tutti gli esseri, fu impossibile evitare che queste tribù, impegnate in una dura lotta per la sopravvivenza, non sviluppassero un'immagine del dio come "proprio" dio, un dio che amava intervenire a favore del suo popolo prediletto, un dio che determinava gli esiti delle battaglie e veniva definito per questo "dio degli eserciti". Questa, filosoficamente parlando, è senz'altro una involuzione del monoteismo pacifista di Akhenaton, che sembrava accarezzare l'idea incredibilmente moderna di una religione universale, legata all'immagine di dio non come signore tribale, ma come signore della natura, depositario di quella potenza che elargisce e governa la vita di tutte le creature. Ma è anche vero che Akhenaton, in giovane età, come principe ereditario, si è trovato senza fatica sul trono di una antica e splendida civiltà. Per lui è stato facile immaginare una religione universale e pacifica, e non possiamo dimenticare che la sua politica idealista, in fin dei conti, è stata abbastanza rovinosa per l'Egitto. Il dio unico di Israele non è più quel sole equanime che splende per tutti, i cui raggi scendono sulla terra come mani amorose che accarezzano tutte le creature. Il dio di Israele diventa molto partigiano, intende sterminare coloro che non vogliono essere suoi fedeli, incarica un popolo prediletto di farsi esecutore impietoso di questo piano finalizzato al risanamento spirituale dell'umanità. Questa è ovviamente la proiezione narcisistica eseguita da un gruppo umano che, a differenza di Akhenaton, non ha ereditato lo splendore di un antico e ricco paese, bensì non ha ancora una terra, non ha una storia comune, non ha altro che povertà, nemici ostili e crisi di identità collettiva. Che altro può fare, un gruppo umano come questo, se non inventarsi un orgoglio nazional-religioso, anzi, una missione spirituale, un patto privilegiato col creatore, colmare il proprio immaginario collettivo con l'idea di essere, fra tutti i popoli, il favorito del creatore e di legittimare il proprio interesse promuovendolo al rango di una causa di giustizia universale? Non solo è una idea necessaria, ma si tratta di una idea geniale, assolutamente vincente e, sebbene il presunto favore di dio sia solo una invenzione narcisistica, chi, in Israele, avrebbe osato metterlo in dubbio? Ed è così che l'idea di un monoteismo di stato, presa in prestito da Akhenaton, che non si era rivelata utile per il vecchio Egitto, si rivelò utile per il giovane Israele; adattando però una parte della sua filosofia alle necessità di questo popolo nascente e assumendo tinte di spiccato nazionalismo.


lemond - 08/10/2008 alle 09:41

Inchiesta sul cristianesimo (Recensione di Raffaele Carcano, Circolo UAAR Roma) Corrado Augias, Remo Cacitti. Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione. Milano, Mondadori 2008, pp. 276, € 18,50. ISBN 8804583037 Inchiesta su Gesù, scritto da Corrado Augias insieme a Mauro Pesce, fu accolto con un autentico tiro infuocato da parte cattolica (cfr., per esempio, le Ultimissime del 30 novembre 2006 e del 1° marzo 2007), benché il testo non contenesse certo tesi estremistiche o ascientifiche e, anzi, non fosse alieno da una certa fascinazione per il personaggio-Gesù. L’irritazione delle gerarchie ecclesiastiche scaturiva, molto probabilmente, da una ragione molto più terrena: il grande successo ottenuto dal libro, che sarà peraltro ulteriormente amplificato proprio dalle loro reiterate critiche. Due anni dopo Augias torna alla carica con una nuova opera, che rappresenta il logico proseguimento di quel volume: un’inchiesta sulla religione fondata da Gesù. O da Paolo, come sostengono in molti. L’impostazione è la stessa di Inchiesta su Gesù: Augias nel ruolo di chi vuole saperne di più e uno storico del cristianesimo, in questo caso Remo Cacitti, che risponde alle sue domande. Rispetto a Pesce, Cacitti ha a che fare con un compito apparentemente più facile, perché le fonti disponibili sono progressivamente più numerose man mano che la nuova religione (molto lentamente) si diffonde: anzi, a partire dal secondo secolo cominciano a essere disponibili anche fonti non cristiane, mentre per tutto il primo altro non c’è che le tre-righe-tre lasciate da Giuseppe Flavio, oltretutto frequentemente oggetto di discussione. In tal modo lo storico, anche se parte da un’impostazione cristiana, finisce però inevitabilmente per contrapporsi a quella vulgata che, benché in ambito scientifico sia rappresentata ormai solo da una minoranza di studiosi confessionalmente orientati, continua a essere promossa dalle gerarchie ecclesiastiche, supportata acriticamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione e, conseguentemente, presa per oro colato dall’opinione pubblica. Non sorprende pertanto che gli italiani, e in particolar modo i cattolici, continuino a essere così all’oscuro di tanti aspetti di quella fede in cui pur dicono di credere. La Verità cattolica è del resto instillata in loro fin da piccoli: un docente di religione, ricorda Cacitti, non può raccontare a scuola che Gesù, stando a quanto riportano gli stessi Vangeli, aveva quattro fratelli e alcune sorelle, perché rischierebbe il posto di lavoro, che “deve” al benestare del suo vescovo. Augias e Cacitti, consci di questa situazione, prendono esplicitamente le distanze dalla «restaurazione cattolica» tentata in prima persona da Benedetto XVI con il suo Gesù di Nazaret, il cui obiettivo dichiarato era «di tornare molto indietro, a prima degli studi storico-critici su Gesù». Per contro, l’Inchiesta sul cristianesimo ricorda, tra l’altro, che quasi sicuramente Gesù non affidò alcuna missione universale agli apostoli; che probabilmente Pietro non venne mai a Roma; che il pantheon romano, formato da tante divinità ognuna con un proprio compito, si riprodusse pari pari nel cristianesimo con la proliferazione dei santi; che il dottore della Chiesa Agostino, per formulare le sue «tragiche» teorie sul peccato originale e sulla conversione coatta, ha rielaborato alcuni passaggi evangelici in maniera molto “creativa”; che il cristianesimo «non ha portato rilevanti novità neppure nell’emancipazione della donna»; che il celibato ecclesiastico è «il portato di una tradizione senza fondamento biblico né dottrinale». Il cristianesimo non era affatto un monolite già in età apostolica: esistevano anzi molti cristianesimi, e per quanto sia difficile farlo sapere all’opinione pubblica, in ambito scientifico la circostanza è considerata quasi un dato di fatto (cfr. per esempio I cristianesimi perduti, di Bart D. Ehrman). Di quei cristianesimi una sola versione ha trionfato, e solo grazie a quello che Cacitti definisce «un ragionamento elementare» di Costantino, una sua valutazione politica. Sarà poi Teodosio a dare l’impulso definitivo, stabilendo che l’impero avesse una sola religione, il cristianesimo (nella variante cattolica): un monoteismo che, come si ricorda nel testo, proprio in quanto tale portava necessariamente con sé i germi dell’intolleranza. La Chiesa non spese mai parole per impedire questa deriva: un uomo come Lattanzio fu per esempio lestissimo nel trasformarsi da fautore della libertà religiosa a sostenitore della religione di Stato, una volta che il cristiano Costantino ebbe preso il potere. Ma il vero e proprio cardine della politica cristiana nel IV secolo fu Ambrogio, che seppe abilmente sfruttare il proprio ascendente su imperatori o troppo deboli, o troppo pii. «Il cristianesimo di oggi», scrive Augias, «in particolare il cattolicesimo, è prevalentemente l’erede, la conseguenza, del “constantinismo”, cioè del ruolo che quell’imperatore ha fatto assumere alla fede cristiana». Nel IV secolo, molto probabilmente il cristianesimo non avrebbe trionfato senza l’appoggio del potere politico. Così come anche oggi, senza l’appoggio del potere politico, la Chiesa cattolica non potrebbe orientare a proprio piacimento le scelte di governo di Paesi come il nostro. Questo libro, lontanissimo da suggestioni anticlericali, è un valido strumento per portare al grande pubblico notizie, studi e riflessioni che non ha ormai più occasione di conoscere altrimenti.


lemond - 08/10/2008 alle 09:51

[quote][i]Originariamente inviato da dedalus [/i] ciao, molto molto interessante questo thread, che seguo con attenzione. ho avuto modo, quest'estate, di leggere un romanzo di Neal Stephenson: Snow Crash, nel quale tra mille spunti (va letto con un'enciclopedia vicino...) si parla anche di una sorta di ciclicità tra concezione elitaria e popolare della religione. sinceramente non ho ancora approfondito questo lato (ho iniziato a spulciare un po' le teorie economiche che vengono descritte, come l'anarco-capitalismo :?), ma ho più o meno capito, nella parte più vicina al mio vissuto, che lo scrittore tratteggia la venuta di Cristo come una sorta di rivoluzione rispetto alla religione dei farisei e delle leggi, passando anche dalla semplificazione dei comandamenti-norma (il decalogo) nell'unico comandamento-azione (ama!). tra l'altro le famose lingue di fuoco vengono viste - nel contesto del romanzo, che si basa su una specie di virus neurolinguistico - come una specie di ritorno alla comunicazione tra popoli attraverso un'unica lingua. cosa ne pensi di questa contrapposizione tra religione 'elitaria' e 'popolare'? il cristianesimo probabilmente all'inizio e durante il periodo delle catacombe era molto poco elitario (pur essendo 'limitato'). poi dopo l'organizzazione della chiesa e delle gerarchie (sostanzialmente quando ha ereditato la struttura dell'impero) forse è diventato meno 'popolare', per poi subire una vera e propria scossa con lutero. non so, forse ho perso un po' il filo del discorso...ma sono i limiti della comunicazione scritta o_0 [/quote] Oggi mi è arrivato il romanzo di Neal Stephenson e fra un mesetto spero di saperti dire qualcosa, però leggo nella copertina che è un "profeta della fantascienza". :Od:


lemond - 08/10/2008 alle 10:10

Notizie Radicali martedì 07 ottobre 2008 Papa Ratzinger: por qué no te callas? [cheti :Od:] di Valter Vecellio A Hugo Chavez che si produceva, per l'ennesima volta nel suo carosello di scempiaggini e corbellerie, il re di Spagna Juan Carlos rivolse un secco: "Por qué no te callas?". E' quanto bisognerebbe dire a Benedetto XVI. Il panico - e la speculazione - hanno travolto Wall Street e le maggiori borse del mondo. A Milano si è perso in una botta solo l'8,24 per cento; è stata la seduta peggiore degli ultimi 21 anni; si sono bruciati 445 mld nelle solo piazze europee, migliaia in quelle del resto del mondo. Il commento di papa Ratzinger, in apertura dei lavori del sinodo dei vescovi sulla Bibbia? "Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine". Lo deve ricordare chi "costruisce solo sulle cose sono visibili, come il successo, la carriera, i soldi.Solo la parola di Dio è una realtà solida". La "riflessione" (chiamiamola così) di Benedetto XVI è partita dal brano evangelico sulla casa costruita "sulla sabbia o sulla roccia": "Costruisce sulla sabbia la casa della propria vita chi costruisce solo sulle cose visibili e toccabili, come il successo, la carriera, i soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà, ma questa realtà prima o poi passa: vediamo adesso nel crollo delle grandi banche, che scompaiono questi soldi, che non sono niente.Di per sè tutte queste cose che sembrano la vera realtà sono solo realtà di secondo ordine e chi costruisce su questo costruisce sulla sabbia.Solo la parola di Dio è fondamento della realtà e cambia il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce la realtà nella parola di Dio". Negli Stati Uniti, e in tante altre parti del mondo, ci sono migliaia di persone, di nulla colpevoli se non di essersi fidate dei consigli di altre persone ritenute "esperte" e fidate, che in pochi giorni, poche ore, hanno perso tutto: risparmi di una vita di lavoro, il posto di lavoro stesso, la casa, il credito, e tutto quello su cui si poggia la vita e la vita della propria famiglia; e quello che passa per "papa teologo" non ha niente di meglio da dire che "il crollo delle grandi banche" dimostra che "i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine"? Ogni giorno ci tocca di sorbire - debitamente amplificate dai mezzi di comunicazione - le scempiaggini che a ritmo quotidiano vengono da oltretevere: è dell'altro giorno, per esempio, la condanna dei preservativi anche quando possono servire a limitare malattie terribili come l'AIDS o ad avere gravidanze non desiderate; e la teorizzazione che l'amore ha - e deve avere - per unico scopo e funzione quella riproduttiva; e pazienza se grazie anche al "crescete e moltiplicatevi", ogni anno milioni di persone sono condannate a morire per fame, denutrizione, malattia. Quella di ieri, però, rischia di essere la "madre di tutte le corbellerie. Sarebbe troppo facile chiedere a quale "realtà", in tutti questi anni, ha creduto lo IOR. E del resto basta tornare a sfogliare "La Questua" di Curzio Maltese, Carlo Pontesilli e Maurizio Turco: ".Rispetto la fede e non identifico le gerarchie, soprattutto quelle abituate a maneggiare affari e politica, con i valori del cattolicesimo. Dopo tutto, non è difficile da dimostrare che dai tempi di Giuda Iscariota fino a Paul Marcinkus, passando per Sindona e Calvi, i discepoli cui era stata affidata "la cassa" non hanno quasi mai ripagato la fiducia che era stata riposta in loro. E' però sospetto il fastidio (e la censura) con cui la chiesa reagisce ogni volta che si toccano gli aspetti materiali dei suoi privilegi.". A volte, la realtà diventa di primissimo ordine, insomma. Ma alla fine il problema non è tanto o solo costituito da Benedetto XVI e dalle corbellerie che vengono spacciate come distillati di sapienti riflessioni, quanto il fatto che non c'è quasi nessuno che urla: "Por qué no te callas?


lemond - 09/10/2008 alle 08:40

Come nacque la bibbia (sesta puntata) - IL REGNO DI DIO. Uno dei momenti più gloriosi della sua storia Israele l'ha vissuto quando, a seguito di brillanti vittorie contro i popoli indigeni della palestina, si è trasformato in un regno, prima sotto Shaul, capo della tribù di Beniamino, e subito dopo sotto David, un umile pastorello della tribù di Giuda, che era andato in sposa alla figlia di Shaul. Shaul era riuscito a riunire sotto lo stesso regno solo tre tribù e non aveva stabilito una capitale, mentre David, un individuo affascinante, abile, spregiudicato, anzi, decisamente cinico, seppe riunire tutte e dodici le tribù sotto un grande regno. E poiché si trattava del regno di un popolo che aveva ormai maturato la convinzione di essere depositario di una missione affidatagli direttamente da dio, o meglio, che era cresciuto e aveva vinto proprio perché aveva trovato la sua identità e la sua forza inventandosi tale convinzione, quel regno non poteva essere altro che il "regno di dio". E il suo compito era quello di splendere davanti a tutti i popoli della terra come luce di verità. David fu l'unto del signore, messia (mashiah in ebraico, che si traduce christos in greco e cristo in italiano). Le sue umili origini devono in qualche modo essere promosse e la Bibbia ci racconta del profeta Samuele che va a Betlemme (città natale di Davide) e, ispirato da dio, lo riconosce come colui che regnerà su Israele e lo cosparge con l'olio dell'unzione. David esprime un disegno ambizioso: dare una capitale grandiosa al regno di dio e erigervi un tempio monumentale, che potesse competere con la memoria degli splendori egiziani, sumeri, babilonesi... E' sua la scelta felice di Gerusalemme come capitale, sopra uno dei colli più fortunati della palestina, fra i boschi, a ottocento metri di altitidine, dove i nemici non possono sorprendere con attacchi imprevedibili, dove zampillano sorgenti rigogliose e dove il clima estivo è quello, delizioso, di una località di vacanze di mezza montagna. Ma David dovette anche affrontare un problema che non era per niente risolto e che dimostra, in modo inequivocabile, quanto eterogeneo fosse questo popolo e come fosse difficile tenerlo unito. David dovette superare gravi difficoltà interne, fra cui una ribellione voluta da uno dei suoi figli, Assalonne, che egli non esitò a far uccidere. E così David non riuscì a edificare il tempio, sarà uno dei suoi figli, Salomone, che egli ebbe da Betsabea, a realizzare questa ambizione, ma i costi di tale impresa furono talmente elevati, in termini umani e fiscali, da far precipitare il problema della coesione interna, che non poteva non essere sempre minaccioso in un popolo che si era inventato tale, appiccicando insieme tribù diverse e dalle origini più varie. E così il sedicente "regno di dio" si sfasciò troppo presto sotto il proprio peso e si trasformò in due regni: quello di Israele, nelle regioni della attuale Samaria (palestina centro settentrionale), e quello di Giuda, nelle regioni a ovest del Mar morto (palestina centro meridionale). Il regno di dio durò meno di un secolo, né mai più trovò il suo antico splendore. Furono uomini come quello che Pilato fece crocifiggere alla vigilia di una festività pasquale che, mille anni dopo David, tentarono di replicarne l'impresa, ma fallirono e finirono puntualmente i loro giorni con le mani e coi piedi inchiodati.


lemond - 09/10/2008 alle 08:54

Notizie Radicali mercoledì 08 ottobre 2008 Affermazioni reazionarie e banali, quelle di papa Benedetto XVI di Danila Celant Personalmente sono credente, ma sinceramente non ne posso veramente più di Ratzinger. E mi complimento con Valter Vecellio ("Notizie Radicali" 7 ottobre) per aver avuto il coraggio di dire una semplice verità che nessuno, in quest'epoca di ipocriti baciapile,"atei devoti", politici incapaci di difendere il sacrosanto principio della laicità dello Stato, ha mai osato dire. Ratzinger fa affermazioni non solo reazionarie, ma di una banalità sconcertante. Certe volte viene da chiedersi se viva su Marte, è completamente avulso dalla realtà. Quanto poi al recente intervento sulla contraccezione e sulla finalità procreativa del matrimonio, che dire... Saprete certamente che le posizioni dei padri conciliari erano più aperte alla discussione, ed ultimamente è venuto alla luce un documento sulla "procreazione responsabile" di cui Paolo VI volutamente non tenne conto nell'enciclica "Humanae Vitae". Si tratta di un documento che avrebbe potuto aprire finalmente un serio dibattito, anche all'interno della Chiesa, sulla contraccezione. Ad ogni modo, se le gerarchie credono, attraverso l'uso politico della religione, di rafforzare la posizione della Chiesa, credo che facciano dei calcoli completamente sbagliati. Intanto, quest'anno un consistente numero di cittadini non ha più destinato l' 8 per mille alla Chiesa Cattolica (io da tre anni lo destino alla Chiesa Valdese); in secondo luogo una parte dell'associazionismo cattolico sta diventando sempre più insofferente verso questo pontificato e le sue scelte. Si sta creando una frattura latente tra due parti del mondo cattolico - prima o poi essa emergerà con tutta evidenza,è solo questione di tempo. Se Giovanni XXXIII aveva invitato la Chiesa a confrontarsi con la modernità, Ratzinger la sta trasformando proprio in quel "museo di antiquariato" che Roncalli voleva evitare che diventasse. Una Chiesa senz'anima, un'istituzione pienamente "secolarizzata" (alla faccia delle prediche) perchè completamente immersa nella difesa dei suoi interessi materiali. Che tristezza!


lemond - 10/10/2008 alle 08:40

Corriere della Sera 26.9.08 E i lingotti salvano il Vaticano dal «rosso» Il Vaticano sembra potersi permettere, in questi tempi inquieti, di guardare con una certa serenità e distacco alla crisi dei mutui e alle tempeste finanziarie che stanno scuotendo il resto del mondo: sta infatti seduto - rivela il settimanale britannico Tablet - su una «roccia d'oro» perché già nel 2007, e su consiglio di abili consulenti finanziari, aveva trasformato i suoi investimenti azionari in lingotti, oltre che obbligazioni e contanti. La rivista del Regno Unito ha fatto esaminare a un analista economico i dati contenuti nel rapporto annuale sulla gestione delle finanze vaticane relativa allo scorso anno, preparato dalla Prefettura degli Affari economici della Santa sede e reso pubblico già nel luglio 2008. Non si tratta di cifre nuove, ma dalla lettura degli esperti emerge ora che la Santa sede, sapientemente consigliata, aveva fiutato in anticipo i venti avversi del mercato e convertito i propri investimenti azionari, come un novello «re Mida», in tanto metallo prezioso. La Santa sede possiede attualmente una tonnellata di oro che può valere circa 19 milioni di euro. Il Tablet ironizza: «La roccia di Pietro, su cui è stata fondata la Chiesa, si è trasformata in una roccia d'oro». E da quale posto migliore osservare quanto sta accadendo in queste ore nelle tumultuose acque dell'economia mondiale? Il settimanale riporta l'opinione di un esperto finanziario, di cui non fa il nome, secondo il quale la Santa sede «appare finanziariamente ben posizionata per raccogliere profitti, anche nell'attuale tempesta finanziaria». «Complessivamente - aggiunge - la Santa sede è stata ben consigliata e non ha probabilmente perso molto nella crisi. Hanno abbandonato man mano le azioni e nel tempo si sono concentrati su investimenti obbligazionari e monetari». Secondo i dati contenuti nel rapporto finanziario del 2007, il Vaticano disporrebbe di 340 milioni di euro in valuta, di 520 milioni in obbligazioni e in poche azioni, insieme ai 19 milioni in oro più molti altri in preziosi. Una quota più che ragguardevole per un piccolo stato come quello pontificio. La roccia tuttavia è più traballante di quello che appare. «I risultati del primo periodo del 2008 sono preoccupanti e non inducono all'ottimismo», dice il vescovo Vincenzo Di Mauro, segretario della Prefettura degli Affari economici. «Si rende sempre più necessario - aggiunge - il richiamo alle Amministrazioni della Santa sede a operare con prudenza e con la massima oculatezza nella gestione operativa delle spese e nell'assunzione di nuovo personale». In ogni caso, questo è certo, il Vaticano si avvale dei migliori consulenti disponibili sul mercato, che finora non lo hanno tradito. Solo una decina di anni fa avvenne un curioso incidente, mai reso noto. Il «portafoglio» personale del Papa era affidato a una grande banca internazionale e se ne occupava un funzionario che aveva il compito di investire nel modo migliore il denaro raccolto nell'Obolo di San Pietro e di essere pronto a smobilizzarlo a ogni occorrenza per le opere di carità. Era però in vacanza mentre Papa Wojtyla, in Brasile nel 1997, staccava un assegno per la costruzione di un orfanotrofio a Rio de Janeiro. Assegno risultato «scoperto»: un errore tenuto nascosto a cui però fu poi dato rapido rimedio. Corriere della Sera 8.10.08 Le finanze della santa sede e la grande crisi del `29 Risponde Sergio Romano Da racconti dell'epoca, mi risulta che il Vaticano uscì indenne dalla crisi del 1929, anzi ne trasse vantaggi. Anche nell'odierna bufera che investe i mercati, a detta di un quotidiano inglese, i banchieri di Dio si sono messi anticipatamente in salvo investendo in beni rifugio. Invece di leggere le cronache finanziarie, sarebbe stato probabilmente più utile aver sottoscritto un abbonamento all'Osservatore Romano. Adriano Ponti Temo che i «racconti dell'epoca » abbiano diffuso una idea alquanto sbagliata del modo in cui le finanze della Santa Sede uscirono dalla grande crisi finanziaria del 1929. Per capire ciò che accadde occorre fare un piccolo passo indietro al febbraio del 1929, quando Mussolini e il cardinale Gasparri firmarono i Patti lateranensi. L'Italia liquidò il debito assunto con la Legge delle guarentigie e versò allo Stato pontificio un miliardo e 750 milioni, di cui un miliardo in consolidato 5% al portatore e 750 milioni in contanti. La Chiesa non poteva vendere immediatamente il consolidato (se lo avesse fatto l'Italia avrebbe corso il rischio di una crisi finanziaria), ma disponeva di una somma che, tradotta in euro, ammonterebbe oggi a 534 milioni. Per investirla e trarne frutto, Pio XI creò una Amministrazione speciale e chiamò a dirigerla uno dei più abili e intelligenti finanzieri di quegli anni. Si chiamava Bernardino Nogara, era stato dirigente della Banca Commerciale Italiana, aveva rappresentato l'Italia in alcuni dei maggiori negoziati economico- finanziari degli anni precedenti ed era per più (aspetto molto importante agli occhi di papa Ratti) un cattolico lombardo, membro di quelle famiglie della buona borghesia milanese che Paolo XI aveva conosciuto e apprezzato negli anni in cui era stato Prefetto dell'Ambrosiana e arcivescovo della «capitale morale». Per bene amministrare questo nuovo patrimonio vaticano, Nogara si servì dei suoi contatti internazionali e distribuì la somma prudentemente fra diversi investimenti: oro, valuta, azioni di società ferroviarie e titoli pubblici dei Paesi più affidabili, con una preferenza per Svizzera, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Secondo lo storico inglese John Pollard, autore di un libro sulle finanze vaticane apparso anche in Italia presso Corbaccio («L'obolo di Pietro. Le finanze del Papato moderno 1850-1950»), il portafoglio avrebbe dovuto fruttare ogni anno più di 87 milioni di lire. Rassicurato da queste previsioni e dai buoni risultati della fase iniziale, Pio XI si lanciò in un ambizioso programma edilizio per rinnovare la Città del Vaticano, restaurare Castel Gandolfo, promuovere la costruzione di nuove chiese e realizzare le opere pubbliche (fra cui una stazione ferroviaria) necessarie alle esigenze del nuovo Stato. Le opere vennero in parte realizzate, ma la fonte dei redditi, nel 1931, cominciò a inaridirsi. Nogara dovette spiegare al Papa che il crollo della sterlina, l'insolvenza delle banche e il fallimento di alcune grandi imprese avevano duramente colpito le finanze vaticane. Per uscire dalla crisi dovette in primo luogo convincere Pio XI a ridurre le dimensioni del suo programma edilizio e decise in secondo luogo di puntare soprattutto su due investimenti: l'oro e il mercato immobiliare. Riuscì a salvare in tal modo una parte consistente del patrimonio, ma il reddito del capitale fu considerevolmente ridotto. Sembra che il Papa, poco esperto di cose economiche, abbia capito con un certo ritardo la gravità della crisi. Quando ne fu consapevole disse che era «la più grande calamità umana dopo il Diluvio».


lemond - 10/10/2008 alle 08:50

Come nacque la bibbia (settima ed ultima puntata) - UN LIBRO SACRO CHE RACCONTI LA NOSTRA GLORIOSA STORIA. L'ideale monoteista, in associazione con la convinzione di essere toccati da una scelta di dio, e quindi di essere gli affidatari di una missione spirituale e i destinatari di una terra promessa, è l'ideologia che ha consentito agli ebrei di inventarsi come popolo, di svilupparsi, di risolvere i suoi problemi di sopravvivenza, di mantenere una difficile coesione, per quanto traballante essa sia stata. Ed è per questo che gli ebrei, ad un certo punto della loro storia, fra le tante altre cose geniali che hanno fatto, hanno deciso di darsi come punto di riferimento delle scritture. Naturalmente una buona parte dei contenuti che tali scritture avrebbero dovuto esprimere era già preesistente alla loro stesura in forma grafica e, come è normale nei popoli antichi, la loro conservazione e trasmissione era stata affidata ad una tradizione orale di cui i saggi erano i depositari. Ma una scrittura da leggere in pubblico, le cui frasi fossero da imparare a memoria e da ripetere innumerevoli volte, intorno alla quale la gente si sarebbe potuta incontrare, avrebbe offerto al popolo qualcosa di assai più concreto e tangibile che non la sapienza custodita da una ristretta elite di iniziati. Quand'è che questa necessità si presentò con una urgenza irrinunciabile? La risposta è senz'altro all'epoca della formazione del regno, quando David tolse alla tribù di Beniamino l'egemonia per darla alla tribù di Giuda e scelse, o impose, Gerusalemme come capitale. E' questo il momento in cui gli scribi si sono rimboccati le maniche e hanno redatto i primi libri. Come minimo è questo il momento in cui diventano bianco su nero le storie di Abramo e di Isacco e, forse, molte altre cose. Ovviamente gli scribi del "regno di dio" appena nato, sono spinti da una serie di esigenze molto precise. La coesione fra le genti del regno è precaria, la scrittura deve eliminare questo vizio congenito di Israele, essa non solo deve raccontar loro che essi sono figli dello stesso dio, ma figli di uno stesso padre umano, e Abramo, figura di cui non sapremo mai se è prodotta dalla fantasia o dalla storia, vince questo ruolo. A lui dio chiede delle prove molto dure, infine lo sceglie per dare origine al popolo a cui sarà affidata la missione. Nel redigere queste scritture gli scribi compiono una sintesi colossale e fanno man bassa di tutto il materiale che possono raccogliere per rendere la loro opera nobile, grandiosa, venerabile, prestigiosa, autorevole. Oggi la Bibbia ci si presenta come parola di dio perché i suoi redattori furono spinti dalla necessità ideologica di farla apparire tale al giovane popolo di Israele. Una parte abbondante della mitologia del vicino oriente confluisce in questa sintesi, non solo quella accadica, ovverosia quella dei popoli che condividevano con Israele la radice semitica, ma anche quella sumera, una etnia completamente diversa, con cui gli accadi avevano avuto a che fare a lungo. E così il quadro della genesi si apre con una scena assolutamente sumera, ovverosia con il racconto della trasgressione primordiale compiuta da Adamo e Eva nel giardino dell'Eden. E poi continua con il racconto del diluvio, che è letteralmente sottratto all'epopea sumera di Gilgamesh, poi ripresa dai babilonesi, in cui Noè si chiamava Ziusudra, Uta-napishtim, Atrahasis. Ed anche il racconto della torre di Babele ha come punto di riferimento gli ziggurat mesopotamici, mentre la confusione delle lingue sta senz'altro a rappresentare il disagio dovuto all'imbastardimento della società sumerica in seguito alla consistente infiltrazione accadica. Un presupposto di grande importanza è la creazione fittizia di una continuità, o meglio, di una linearità. Una delle principali mistificazioni prodotte da questa esigenza è, per esempio, il fatto che gli ebrei avessero questa radice etnica unitaria e fossero un popolo prima ancora delle vicende dell'esodo. Sarebbero stati un popolo già in Egitto, un popolo schiavo e prigioniero da raffigurare con una buona dose di vittimismo ma, a parte il fatto che gli immigrati e gli emarginati della società egiziana non avranno certamente avuto vita facile né molto privilegi da condividere, si tratta di una rappresentazione del tutto falsata. Infatti non si trattava di un popolo omogeneo; né il loro stato poteva definirsi schiavitù secondo quella accezione del termine a cui siamo stati abituati dall'immagine latina, ovverosia dello schiavo inteso come oggetto subumano, che è proprietà privata del suo padrone, su cui quest'ultimo ha pieno diritto di vita e di morte. Abbiamo una subordinazione del tutto diversa, che non rispecchia questo cliché romano. Al fine di ottenere l'effetto della continuità storica, le scritture abbondano di lunghi elenchi di patriarchi i quali, posti in fila in lunghe paginate, offrono una efficace suggestione didattica. E molti imparano a memoria, e ripetono all'infinito questi elenchi, finché essi realizzano un condizionamento psicologico che infonde nell'immaginario collettivo l'idea di appartenere ad un popolo che ha radici antiche, che ha una messaggio da trasmettere, che ha una eredità da salvaguardare. Dopo avere costruito la figura chiave del padre della razza, Abramo, è necessario costruire quella del padre della nazione, Mosè. Ed è così che l'egiziano diventa ebreo, gli si innesta artificialmente la mitologia accadica del "salvato dalle acque", lo si fa salire sul monte Sinai per incontrare personalmente il dio dell'universo e prendere da lui le tavole della legge. E, sebbene una componente considerevole della teologia di Mosè abbia una derivazione dal monoteismo di Akhenaton, questa radice è completamente recisa e abbandonata nell'oblio. Esattamente come mille anni dopo, quando dal monoteismo ebraico, attraverso la sintesi sincretistica di San Paolo, si stacca la fede cristiana, che recide il suo cordone ombelicale e rinnega l'ebraismo, pur avendo derivato da quello una mole fondamentale del suo bagaglio teologico e scritturale. Il leit motiv di questa base dell'identità etnico religiosa di Israele deve essere, senza mezzi termini, la continua regia di dio dietro le quinte del teatro storico. E così è, attraverso i suoi frequenti interventi. Quando manda le piaghe in Egitto, quando apre le acque del mar rosso, quando fa scendere la manna, quando ferma il sole in pieno cielo durante una battaglia, o guida la mano del pastorello David a colpire il gigante Golia. I protagonisti umani che svolgono un ruolo fondamentale in questa storia sono quasi sempre ammantati da una cornice miracolosa, le loro nascite sono annunciate, le loro madri partoriscono pur essendo sterili, le loro gesta non sono completamente umane. Il prodigio è la chiave di autentificazione della scrittura, il sigillo di riconoscimento dell'autorità. Le figure di Abramo e di Mosé si completano con quella di David, il padre politico, il messia, il costruttore del "regno di dio". Anche in seguito, dopo lo scisma dei due regni che avvenne alla morte di Salomone, e quando il paese iniziò a subire un plurisecolare destino di dominazioni straniere, sotto gli assiri, i babilonesi, i persiani, i greci e i romani, le scritture sono caratterizzate da un fine primario: salvaguardare l'eredità nazionale, continuare a dimostrare che Israele è sempre, malgrado tutto, il popolo di dio, che il suo futuro gli riserva un riscatto. Il profetismo messianico, ovverosia l'attesa di un liberatore che ripeta la figura di David e ricostruisca il "regno di dio", diventa un motivo ricorrente, finché si trasforma in autentica ossessione e porterà, sotto la dominazione romana, ad una crisi fatale. L'imperatore Tito, interprete della esasperazione romana nei confronti di questo popolo, visto come affetto da una patologia teocratica maniacale, farà strage e rovina degli ebrei e della loro capitale, ed essi ricadranno improvvisamente nella condizione in cui si trovavano in Egitto, come emarginati vittime di una diaspora penosa. E' il momento in cui l'eredità monoteistica di Akhenaton, che aveva subito una prima grande trasformazione con la sintesi biblica, subisce una seconda grande trasformazione con la sintesi cristiana. Occorreranno ancora cinquecento anni perché maturino in medio oriente le condizioni per la terza sintesi: quella coranica. Adesso non vorrei essere accusato di ambizioni profetiche, perché è solo la ragione, e non la visione mistica, che mi suggerisce quando sarà la prossima tappa del monoteismo: quando il sistema commerciale globalistico avrà mostrato in modo drammatico la stridente contraddizione che esiste fra la promessa del benessere tecnologico e la crescita inarrestabile dei problemi planetari (demografici, economici, politici ed ecologici), facendoci vivere tragedie di dimensioni bibliche che oggi non abbiamo nemmeno il coraggio di immaginare. Allora nascerà una nuova sintesi religiosa e potrebbe addirittura darsi che l'essere supremo sia di nuovo rappresentato come un disco solare, circondato da una corona di raggi che scendono sulla terra e terminano con mani affettuose che carezzano le creature. E' una visione non lontanissima da ciò che accadrà realmente, nel millennio che ... Io, personalmente, sono già pronto. Ma il momento è ancora prematuro.


lemond - 11/10/2008 alle 14:17

Madre Teresa di Calcutta (prima puntata) Mi sono procurato una copia del libro "La posizione della missionaria" di Chris Hitchens (Minimun Fax,1997). È un testo del 1995 dedicato alla teoria e alla pratica di Madre Teresa di Calcutta, che nel mercato anglosassone suscitò vivaci polemiche. In Italia invece è stato subito osteggiato dalla chiesa cattolica, risultando per anni praticamente irreperibile. Tengo a precisare che Hitchens è un saggista di grande successo negli Usa, dove scrive anche per Vanity Fair e The Nation. Comunque il libro è documentatissimo, attendibile e sempre preciso nelle citazioni... e mi ha colpito profondamente. Vista la sua importanza, ho pensato di fare un breve riassunto. 1- MADRE TERESA: LA SUA FILOSOFIA In un dialogo che è stato addirittura filmato, Madre Teresa si rivolge ad un malato terminale che sta soffrendo terribilmente, rantola e si contorce. MT (per brevità, ndr) prima descrive la malattia, poi si rivolge al moribondo dicendo: «Stai soffrendo come Cristo in Croce, di sicuro Gesù ti sta baciando». Il povero le risponde: «Per favore digli di smettere di baciarmi».:OIO Nel precedente colloquio viene fuori tutto il messaggio di MT: l'ossessione per il dolore e la sofferenza, la tracotante supponenza e soprattutto la ferma volontà di NON lenire realmente le sofferenze dei poveri, ma bensì di dare loro unicamente un appoggio spirituale. NON volle mai combattere realmente la povertà e l'ingiustizia, ma anzi si augurava che nascessero sempre più poveri per aumentare il numero dei possibili proseliti e, quindi, il suo prestigio religioso. Infatti fu sempre violenta oppositrice di aborto e contraccettivi, e allo stesso tempo amica di dittatori che producevano miseria e sopruso. Si definiva "povera tra i poveri", in realtà voleva fare carità non per riconoscere l'altro ma per umiliarlo e correggerlo. All'entrata delle sue case di carità c'era scritto: "Chi ama il sapere ama la correzione". Nella camera mortuaria invece un cartello recitava: "Oggi vado in Paradiso". MT dichiarò: «I più poveri costituiscono il mezzo per esprimere il mio amore per Dio». Un'occasione per esercitare la pietà cristiana, non per migliorare le loro condizioni di vita. In un'altra occasione pontificò: «E DOVESSI SCEGLIERE FRA GALILEO E L'INQUISIZIONE, MI SCHIEREREI CON L'INQUISIZIONE».


lemond - 12/10/2008 alle 08:00

(Seconda puntata) - MADRE TERESA E LA CURA DEI MALATI È il capitolo più sconvolgente e rivelatorio. Nel 1994 R. Fox (direttore di The Lancet, la più importante rivista medicaa livello mondiale) visitò a Calcutta un Centro di MT. Ecco cosa scrisse in proposito:«Ci sono dei medici che si fanno vivi di tanto in tanto, ma di solito le suore prendono le decisioni come possono. (...) Ho visto un giovane con la malaria le cui condizioni andavano aggravandosi. Qualcuno non avrebbe potuto fare prima gli esami del sangue? Gli esami, mi risposero, sono raramente permessi. E perchè non usare semplici algoritmi? Ancora una volta no. GLI APPROCCI SISTEMATICI SONO ESTRANEI ALL'ETICA DELLA CASA. ALLA PIANIFICAZIONE M. TERESA PREFERISCE LA PROVVIDENZA. (...) La notizia che la loro farmacopea non comprende nessun analgesico forte mi ha turbato. Insieme alla negligenza delle diagnosi, la mancanza di antidolorifici forti contraddistingue i metodi di MT». Mary Loundon, ex-volontaria nel Centro di MT a Calcutta, aggiunge: «Tutti i pazienti avevano la testa rasata. Non c'erano sedie, solo barelle. Nemmeno un cortile. (...) I malati non ricevevano molte cure. Non ricevevano antidolorifici oltre all'aspirina; non avevano sufficienti fleboclisi. USAVANO E RIUSAVANO GLI AGHI ALL'INFINITO. Ogni tanto una suora lavava gli aghi sotto l'acqua fredda. Le chiesi perchè non li sterilizzasse in acqua bollente, ella rispose: "Non c'è motivo, non c'è tempo." (...) Vidi un ragazzo 15 enne che aveva un semplice problema renale, che si era aggravato a causa dell'incuria delle suore. Bastava portarlo con un taxi al vicino ospedale per operarlo, ma le suore si rifiutarono di farlo». Elgy Gillespie, ex infermiera nel Centro MT di S. Francisco: «Tutti i malati erano molto depressi, non potevano guardare la Tv né ricevere amici, nemmeno quando erano moribondi. Un guatemalteco gravemente malato cercava di scappare perchè non voleva morire senza morfina». Susan Shields, ex-suora per 9 anni per MT: «A S. Francisco fu messo a disposizione dal comune un convento a 3 piani con stanze spaziose e ben arredato. Le suore si sbarazzarono immediatamente dei mobili indesiderati, buttarono materassi, divani, tende e tutte le sedie. La gente era sbalordita. Il riscaldamento rimase chiuso tutto l'inverno, nonostante la forte umidità; e molti si ammalarono di TBC». «Nel Bronx c'era il progetto di aprire una casa per i senzatetto. Il comune donò un palazzo per 1 dollaro, la normativa ministeriale imponeva un ascensore per disabili. Madre Teresa non ne volle sapere: un ascensore per gli handicappati era per lei inaccettabile. Dopo molte trattative IL PROGETTO FU ABBANDONATO». Ma tutte queste criminali incurie avvenivano a causa delle ristrettezze economiche? NO!!! Immense somme di denaro donate da persone di tutto il mondo giacevano in conti bancari esteri. Le suore non avevano il permesso di spendere quei soldi per aiutare i poveri. Sempre Susan Shields: «Le donazioni arrivavano continuamente in gran quantità, ma non avevano alcun effetto sulla nostra vita ascetica né tanto meno su quella dei poveri che dovevamo aiutare. Per MT ciò che contava era il BENESSERE SPIRITUALE DEI POVERI. MT insegnava alle suore come BATTEZZARE DI NASCOSTO I MORIBONDI (anche indù e mussulmani). Questi battesimi venivano estorti con l'inganno».


lemond - 13/10/2008 alle 09:35

Terza puntata MADRE TERESA, L'ABORTO E LA CONTRACCEZIONE In materia sessuale MT fu reazionaria e fondamentalista. Ecco alcune sue illuminanti dichiarazioni. Nel 1979, quando ricevette il premio nobel per la pace (cosa fece lei per la pace rimane un mistero), dichiarò: «Secondo me oggi la pace è minacciata dall'aborto, che è una vera propria guerra di una madre contro il suo bambino. L'aborto è il male peggiore. (...) Molti si preoccupano dei bambini che muoiono in Africa in massa per la fame, ma altri muoiono intenzionalmente per volontà delle proprie madri». Nel 1992 in Irlanda durante una messa all'aperto disse: «Non esiste nesso tra le condizioni di povertà e miseria e la mancanza di un controllo demografico. (...) Promettiamo alla Madonna che tanto ama l'Irlanda che in questo paese non permetteremo mai un solo aborto. E NIENTE CONTRACCETTIVI». Nel 1979, durante un discorso fatto a Washington, disse: «Mi sembra che l'AIDS sia la giusta condanna per una condotta sessuale impropria». Durante un'intervista, a chi le faceva notare che forse in India il controllo delle nascite era un problema, rispose: «Dio provvede sempre. Provvede per tutte le cose del mondo. I bambini sono la sua vita. Non potranno mai essercene abbastanza».


lemond - 14/10/2008 alle 08:22

(Quarta puntata) MADRE TERESA E IL DENARO In una celebre intervista MT dichiarò: «Non possiamo lavorare per i ricchi né accettare alcuna ricompensa in denaro per le azioni che facciamo. Il nostro deve essere un servizio gratuito per i poveri». Ma di fatto le Missionarie della Carità sono state per decenni beneficiarie di una enorme beneficenza da parte di governi, fondazioni, società e privati. L'ostentazione di povertà ha nascosto perennemente questa situazione. Ricordiamo alcuni esempi: - Nel 1971 il Vaticano le conferì il premio Loto Prodigioso. - Nel 1971 a Boston ricevette il premio in denaro Buon samaritano. - Nel 1972 il governo Indiano le diede un cospicuo premio in denaro. - Nel 1973 il principe Filippo donò alle Suore della Carità 34.000 sterline. - Nel 1975 l'Onu coniò una speciale moneta in onore di MT e gli introiti della vendita furono interamente devoluti. - Nel 1979 il governo italiano le conferì il Premio Balzan (250 milioni di lire). - Nel dicembre 1979 ricevette il premio nobel per la pace e il relativo assegno. Eccetera... MT collaborò e ricevette soldi dal truffatore americano Robert Maxell, ora defunto; 10.000 dollari le furono regalati dal predicatore-impostore John Roger. Inoltre ricevette donazioni per 1.250.000 dollari da Charles Keating, protagonista di una gigantesca frode a danno dei risparmiatori americani. Addirittura durante il processo a Keating, MT inviò una lettera ai giudici chiedendo clemenza per il truffatore; il procuratore Turley le rispose spiegandole che razza di farabutto fosse Keating, e chiedendole di restituire il denaro da lei ricevuto, in quanto frutto di ladrocinio. MT non rispose mai al procuratore. Infine MT ricevette grandi somme di denaro da dittatori sanguinari come J. Duvalier di Haiti. Ma allora come si spiega il vergognoso livello di indigenza dei suoi istituti? Nessuno si è mai preso la briga di calcolare l'ammontare dei premi in denaro e della beneficenza, né nessuno ha mai chiesto che fine abbiano fatto i fondi. È certo che MT distribuì i soldi col contagocce e preferì destinarli all'attività religiosa piuttosto che al sollievo dalle privazioni.


lemond - 15/10/2008 alle 08:48

(Quinta puntata) MADRE TERESA E LA POLITICA In svariate occasioni Madre Teresa si dichiarò assolutamente apolitica... ma anche in questo caso predicava bene e razzolava male. Vediamo perchè... - MT fu amica e appoggiò J. C. Duvalier, feroce dittatore haitiano che infine scappò all'estero con i soldi rubati al suo popolo. - Nel 1981 in una conferenza stampa disse: «È bellissimo che i poveri accettino il loro destino, condividendo la passione di Cristo. La sofferenza della gente è di grande aiuto per il mondo». - Rese omaggio a Hoxha, dittatore albanese. - In Spagna simpatizzò apertamente con i nostalgici di Franco, contestando la moderna legislazione spagnola in materia sessuale. - Nel 1988 si recò in G. Bretagna e diede il suo accorato appoggio al deputato liberale Alton, che voleva limitare le possibilità di aborto. - Ebbe frequenti contatti col dittatore eritreo Menghistu, che usava l'arma della fame contro il dissenso interno. - Quando visitò il Nicaragua ammonì il governo sandinista e diede il proprio appoggio al Cardinale di Managua, sponsor dei contras e stipendiato dalla CIA. - Visitò il Guatemala, straziato dagli squadroni della morte e dichiarò: «Tutto era pacifico nel paese che visitai. Io non mi faccio coinvolgere dalla politica».


lemond - 16/10/2008 alle 09:36

(Sesta puntata) MADRE TERESA E LA BEATIFICAZIONE DEL DOLORE Chi era davvero Madre Teresa? Negava medicine ai malati, ma per sé sceglieva cliniche lussuose. Rifiutava doni, ma non l'amicizia di dittatori. Chi era davvero Madre Teresa? possiamo leggere anche da -La Repubblica delle donne del 10 dicembre 2002- di Maria Grazia Meda. È possibile, con un gesto iconoclasta, smontare il mito di Madre Teresa? Per quanto paradossale possa sembrare, è più facile farlo che dirlo. L'ha scoperto un celebre - e serio - saggista inglese, Christopher Hitchens, autore di La posizione della Missionaria: Teoria e pratica di Madre Teresa, edito in Italia da Minimum fax. Il libro, uscito nel 1995, provocò ampio dibattito nel mondo anglosassone. Quello latino e cattolico, che ne scoprì la traduzione nel '97, invece non gli dedicò alcuna attenzione. O, in qualche raro caso, lo definì un libercolo pieno di odio e nefandezze, chiudendo la faccenda con la sempre utile formula del Vangelo: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno". Il tutto senza mai confrontarsi con i contenuti del saggio. Vale la pena di domandarsi perché informazioni magari spiacevoli, ma documentate e mai confutate, vengano sostanzialmente ignorate in Italia. Ora, comunque, sarà più difficile, visto il bailamme che si creerà attorno alla beatificazione, prevista entro dicembre. Sarebbe un trattamento di favore, e un caso unico nella storia. Infatti, per la prima volta verrebbe ignorato l'obbligo di attendere cinque anni dalla morte dell'interessato prima di avviare qualsiasi pratica. I devoti giubileranno. Altri potrebbero tentare di andare oltre il mito, e porsi qualche domanda. Quello che disturba, che lascia perplessi e che a suo tempo spinse Hitchens a scrivere il libro, sono le azioni terrene di Madre Teresa, il suo aver messo in piedi un sistema altamente discutibile che nessuno ha mai osato, o voluto, esaminare e ancor meno criticare. Hitchens racconta di essersi interessato per la prima volta alla suora dopo essersi reso conto della cieca devozione di cui era oggetto a livello planetario. E cominciò a porsi qualche domanda. Per esempio: come si può adorare una donna che, ricevendo il Nobel per la pace, ha pronunciato un discorso nel quale la frase clou era: "L'unica, vera minaccia alla pace nel mondo è l'aborto"? Che intrattiene relazioni di amicizia, e sostegno politico, con dittatori sanguinari quali gli haitiani Duvalier? Dov'è la credibilità di una persona che proibisce l'uso delle medicine più comuni nei "suoi" ospedali, ma si fa curare nelle migliori cliniche private della California? Con quale diritto decide le sorti dei "suoi" bambini, preferendo lasciarli parcheggiati nei "suoi" miseri orfanotrofi piuttosto che affidarli a genitori pieni d'amore, ma privi degli altissimi standard morali da lei richiesti? Perché, di tutti i milioni di dollari affluiti nelle casse dell'Ordine, neanche un centesimo si trova nel posto più logico, ossia nelle banche di Calcutta? In effetti, a quest'ultima domanda Hitchens aveva già trovato risposta. Per intuire quale sia, basta riflettere sul fatto che il Governo indiano è molto rigido in materia di contabilità delle organizzazioni no profit: per legge, tutte le donazioni e i conti devono essere resi pubblici. Per le altre domande, il saggista andò in India a incontrare Madre Teresa. Non senza aver letto, prima, un rapporto pubblicato nell'autorevolissima rivista scientifica The Lancet: un lungo articolo, nel quale un medico esponeva le condizioni sanitarie dei vari "ospedali" creati dalla suora. Il resoconto era raccapricciante: i malati sono ammucchiati per terra o su brandine sporche, lo stesso ago è riutilizzato finché non si rompe (alla faccia delle più elementari regole di igiene), non c'è personale specializzato, non è prevista alcuna terapia del dolore né alcuna forma di training medico per le sorelle che accudiscono i non morenti, nessuno è in grado di fare una diagnosi e quindi di salvare una persona. Tutte informazioni che Hitchens verificò in prima persona. E soprattutto un fatto lo sconvolse: Madre Teresa non ha mai avuto la più lontana intenzione di curare gli altri, di alleviare fisicamente le loro sofferenze. Anzi, uno dei cardini della sua dottrina è basato proprio sul dolore fisico: Gesù ha sofferto sulla croce, ergo i suoi figli devono fare altrettanto. Indipendentemente dalla loro volontà. Nel suo libro, e nelle decine di interviste rilasciate dopo la pubblicazione, Hitchens riporta le testimonianze dei volontari e delle tante sorelle che hanno abbandonato l'ordine. Storie sempre uguali: non accettavano più di vedere soffrire fisicamente i malati, sapendo che esistevano i mezzi per alleviarne il dolore. Non sopportavano più di non potere comprare antibiotici specifici per curare la tubercolosi di tanti bambini. Né che un paziente facilmente curabile non fosse mandato in un altro ospedale perché "altri avrebbero potuto chiedere la stessa cosa". Erano disgustati dal dover battezzare di nascosto i morenti. O dal veder rifiutata la costruzione di un ascensore, offerta dal Comune, in un rifugio per i poveri nel Bronx, perché allo spostamento dei disabili "avrebbe provveduto il cielo". Non capivano perché, con tutto il denaro raccolto, non si potesse costruire un ospedale efficiente. Né perché Madre Teresa si buttasse, con una foga da crociato, nel referendum contro il divorzio in Irlanda, ma rilasciasse interviste nelle quali benediceva con giubilo la fine del matrimonio della sua amica Lady Diana. Erano esterrefatti dall'esperienza di alcune sorelle romane, le quali, trovandosi con troppi pomodori, avevano deciso di farne conserva. Che fu buttata, in quanto segno di sfiducia nella provvidenza divina. Se questi episodi fossero decontestualizzati, fornirebbero materia eccellente per qualche gag di humour nero. Ma Hitchens non è un umorista e noi, leggendolo, non possiamo ignorare la domanda che sottende tutto il libro: Madre Teresa era davvero una santa? O piuttosto era una dogmatica integralista, che usò i poveri e i morenti per lodare e promuovere una forma di religiosità spietata, intollerante e probabilmente estranea alla maggior parte dei credenti? Quegli stessi credenti - troppo occupati dai problemi materiali, e dal bisogno di avere la coscienza tranquilla - che parteciparono alla costruzione del mito senza porsi troppe domande. Ora che Madre Teresa è in cielo (ma siamo sicuri che, con il suo passato, non debba scontare almeno una piccola pena in purgatorio?) pare che il nuovo vertice delle Missionarie di Carità stia modificando le regole. Nell'attesa di una conferma, ci sono tantissime Ong, laiche e trasparenti, alle quali possiamo dare fondi. E continuare così a riscattare la nostra coscienza di occidentali ricchi, egoisti ma, speriamo, un po’ meno ciechi.


lemond - 17/10/2008 alle 08:17

(Settima ed ultima puntata) MARIA TERESA: VITA E CARRIERA DI UN’ICONA 1910: Agnes Gonxha Boilaxhiu nasce a Skopje, Macedonia, da genitori albanesi. 1928: entra nell'ordine delle Sorelle irlandesi di Loreto, a Dublino, e parte per l'India, dove farà il noviziato. 1931: prende i voti a Darjeeling diventando Madre Teresa, in onore di Santa Teresa del Bambino Gesù. Va a Calcutta per insegnare geografia alla St. Mary High School. 1937: è nominata direttrice della scuola e responsabile delle Figlie di Sant'Anna, l'ordine indiano collegato alle suore di Loreto. 1948: fa richiesta a Roma per poter vivere fuori dal convento, e lavorare nei quartieri più poveri di Calcutta. Apre un primo centro a Motijheel, due stanze in affitto: in una insegna, nell'altra accoglie malati e morenti. 1950: il Vaticano approva la nascita della Congregazione delle Missionarie della Carità. 1953: creazione di Link of Sick and Suffering Co-Workers (una rete di solidarietà di aiuto per i morenti) e inaugurazione della prima Shishu Bhavan (Casa per i bambini abbandonati e malnutriti). 1969: il documentario della Bbc Qualcosa di bello per Dio, nel quale viene suggerito che Madre Teresa abbia compiuto un miracolo, la lancia sulla scena mondiale. 1979: riceve il Nobel per la pace. 1997: il 5 settembre Madre Teresa muore, il 13 vengono celebrati i funerali di Stato. 1998: l'ex arcivescovo di Calcutta Henry D'Souza avvia le pratiche per beatificarla. 2002: l'arcivescovo di Bombay Ivan Dias annuncia la beatificazione entro Natale. L'ordine delle Missionarie di Carità conta più di quattromila suore e circa 40 mila operatori laici. È presente in 127 Paesi con 670 lazzaretti, ospedali, orfanotrofi. Tra i riconoscimenti ricevuti da Madre Teresa: Premio per la pace Giovanni XXIII; Premio internazionale J.F. Kennedy; Premio Jawaharlal Nehru per la comprensione internazionale; Medaglia Fao; Premio Albert Schweitzer; Premio internazionale Balzan; Bharat Ratna ("perla d'India"), il più alto riconoscimento ufficiale indiano; Medaglia d'oro del Congresso Usa, Legion d'Onore haitiana, cittadinanza indiana e americana, più varie lauree honoris causa.


lemond - 18/10/2008 alle 13:54

L'esodo biblico Chi abbia una certa passione per la storia, a proposito del presunto esodo degli ebrei dall’Egitto, può legittimamente chiedersi quanto tutto ciò sia letteralmente "vero", visto che si desume solo dalla parzialità del testo biblico, tramandato come "parola di Dio" e quindi "sacra scrittura". Non si esce cioè da questo cerchio che inibisce di approssimarsi con autonomia laicista a una qualche possibile "verità" storica, sulle tracce della antica storia d’Israele. Infatti, quanto si è autorizzati a identificare e confondere la lunga storia civile, economica e politica del popolo israelita con la storia della "invenzione" religiosa del Dio unico nominato Jahvè, e con la storia parziale ma totalitaria del suo culto, ricavata dall’unica fonte "divina" perché sacralizzata dalle gerarchie sacerdotali? Basterebbe pensare all’incredibile problema storico discusso su un personaggio dominante come Mosè, la cui "fondazione" religiosa e legislativa nella storiografia novecentesca, non solo è invalidata ma da alcuni negata al punto da escludere finanche la sua presenza sul Sinai, in relazione agli eventi tramandati (M.Noth, pp.167ss.). Fu dunque "teocrazia" dalle origini quella di Israele, o la ierocrazia dominante ne costruì e ne impose d’autorità l’immagine in tradizione e in scrittura, per i secoli futuri usurpando, con le funzioni giuridico-amministrative, anche quelle che direi "pubblicistiche", della trasmissione ufficiale delle informazioni storiche, ricomposte non solo in mitografie "bibliche", in libri-memoria di lettura dogmatica, ma anche in perpetua e univoca scenografia sacra, soggetto e oggetto rituale di venerazione assoluta. Ma la risposta a questi e simili interrogativi è semplice, giacché la Bibbia non è un documento arcaico o antico dato come tale all’analisi critica, come qualunque testo antico: è un corpus testuale che fu nei secoli e resta ancora oggi il fondamento storico-religioso di Israele. Quindi ciò che vi si racconta, comunque sia stato raccolto e confezionato, vale ancora oggi come "verità" di fede, soggetta magari a interpretazione allegorica, nell’esercitazione bimillenaria in cui rifulsero Filone e Origene, ma pur sempre "verità divina", assoluta e immodificabile perché "rivelata". E’ d’altra parte vero che in tutta l’antichità, dall’ispirazione naturalistica delle civiltà egiziana, sumerica e babilonese, di popoli devoti al dio-sole, pure nell’affidamento al "saggio" mediatore di una divinità "padrona del destino umano" (Moscati, Le antiche civiltà semitiche cit., pp.43ss), fino a ... , le religioni politeistiche permeavano ugualmente la vita privata e pubblica, ma nel paganesimo la dimensione religiosa era "aperta" a misura dell’uomo e della vita reale, Tutt'altra cosa è la mistica dell’assolutismo (mono)teistico, che, se non fu un’invenzione ebraica, ne fu l’ossessione permanente, e la Bibbia ne rappresentò la compiuta codificazione ecclesiastica, frutto di lunga selezione e raccolta e relativa unificazione. Pure Hammurabi figura in cima alla stele di basalto nero dove è incisa la sua legge, a tu per tu – non prosternato - con Marduk suo Dio-Sole ispiratore seduto in trono come se fosse lui il vero Re, ma il testo che il suo vicario produce ("riceve") e trasmette rappresenta solo un "illuminato" codice di norme etico-giuridiche a servizio dell’uomo, giacché Hammurabi faceva soprattutto politica e amministrazione, con ogni mezzo, e il codice porta ancora il suo nome! Non è una "scrittura sacra" concepita per una celebrazione teistica delirante, una apoteosi del Dio-Signore assoluto, da cui tutto promana – come nella Bibbia ebraico-cristiana – anche la Legge.


lemond - 19/10/2008 alle 11:25

Giovanni XXIII (prima puntata) Papa boys o papa bo.a? Per i quattro ultimi sovrani del vaticano ho avuto sentimenti contrastanti, in ogni modo due mi erano simpatici per ragioni diverse: di Montini apprezzavo l’intelligenza, per Luciani faceva premio l’umanità. Del primo ero innamorato (era un’altra età). Ma, il quarto … :Od: La prima domanda che mi faccio è perché un così grande entusiasmo per tale persona? In prima approssimazione mi rispondo così: a) Protagonismo b) Forza morale c) Povertà d) Santità e) Europa f) Letteratura g) Pace h) Socialità i) la mia Africa l) Bontà m) Laicità n) Perdono o) amore per i Bambini p) Carisma q) Morte Però non basta una breve sintesi, per illustrare 27 anni di regno e quindi mi, e vi, impongo una lunga analisi. A) : “ Super Star” Egli ritiene di aver realizzato il succo del suo programma espresso dalla frase, che pronunciò appena eletto: «Aprite le porte a Cristo: non abbiate paura». L'intenzione è certamente nobile, ma il metodo è ambiguo e infine controproducente. Cristo in realtà è rimasto escluso: al posto di Cristo è entrata dappertutto la grande star mediatica papale. E’ il Papa, con la sua ubiquitaria presenza itinerante, con il suo corpo visibile dietro i vetri della “papamobile” più che con la sua parola, il baricentro della Cristianità cattolica, la “Roma” dello spirito, il cuore della comunità ecclesiale. Grazie ai media e alla facilità dei viaggi, l’universalità ecclesiale ha assunto dimensioni e orizzonti fino a ieri impensabili. Ritengo che Wojtyla fosse consapevole dell’innovazione, e la considerasse il più importante dei suoi lasciti. Ed è qui è la responsabilità più grave del pontificato wojtyliano. Per conquistare i media il papa stesso si è trasformato in potere mediatico, un potere immenso capace di dominare la comunicazione, di raggiungere picchi di ascolto e trascinare le folle, usando senza riserve la potenza dei mezzi mondani in alternativa alla forza intrinseca dell'annuncio profetico e della fede. E la persona del papa, divenuta fenomeno mediatico, ha quasi annullato l'autonomia di ogni altra realtà ecclesiale dando al mondo l'immagine di una identificazione della Chiesa cattolica col sommo pontefice. La Chiesa tutta vive della sua luce, della sua popolarità e forza. La stessa esibizione della sofferenza del papa sta in questa linea di conquista del potere mediatico. L'esibizione della sofferenza del Dio fatto uomo è stata la chiave strategica con cui il cristianesimo si è imposto come religione universale vincente, offrendosi al tempo stesso all'Impero di Costantino come strumento di stabilità e unità. Di questo cristianesimo, di questa religione della croce vincente, simbolo del valore salvifico universale della sofferenza, l'esibizione on line della sofferenza di Wojtyla è profezia. Gesù è stato oscurato dalla star pontificia. E la chiesa, nell'immagine dei media, è stata ridotta a un gregge di fan (fanatici). Una coltre di ghiaccio paralizzante sembra aver coperto la vita ecclesiale. Ma il potere mediatico, nell’esibizione sia della forza che della sofferenza del leader massimo, non è profezia del cristianesimo, bensì annuncio di morte. L’ex papa adorava il culto della persona. Ha fondato il suo personale successo lanciando la sua immagine con palcoscenici da concerto rock, con mosse popolari (come il baciare la terra appena sceso dall'aereo, usare la parola giovani spesso per non dire niente, sempre per cercare di richiamarli, ostentare la propria sofferenza etc.) e dando di sé l'immagine del buon uomo vicino alla gente. Nella realtà è facile capire quanto ogni sua mossa sia stata studiata a tavolino per ottenere scena, palco e consensi, un vero politico da campagna elettorale che fa propaganda al suo dio. Tutti i dittatori, da Mussolini a Stalin a Hitler (solo per citarne i più grandi) hanno fondato la loro forza sul culto dell'immagine e come loro con le guardie scelte, la nostra « star » mediatica, si è appoggiato soprattutto ai « nuovi movimenti » di origine italiana, all'Opus Dei di casa in Spagna e a un pubblico acritico e fedele del Pontefice. Tutto ciò è sintomatico del rapporto del papa con la laicità e della sua incapacità di dialogare con un pubblico critico. I grandi raduni mondiali dei giovani sostenuti a livello regionale e internazionale, sotto la sorveglianza della gerarchia dei nuovi movimenti laici ( Focolare, Comunione e Liberazione, Sant'Egidio, Legionari di Cristo, Regnum Christi, etc.), hanno attirato e attirano centinaia di migliaia di giovani. Molti di loro volonterosi, troppi, del tutto acritici. Il carisma personale di Wojtyla è quasi più importante dei contenuti da lui trasmessi. Questo papa istrione ben si concilia con la psicologia italiana di massa, che è a sfondo religioso. Per questo siamo poco democratici, ci piacciono i fascismi, le figure che li incarnano. La nostra matrice antropologica è profondamente religiosa, ma è una religiosità di tipo infantile, proiettiva, mitica. Ha bisogno del grande uomo, del personaggio per commuoversi. C’è qualche analogia tra l'affollarsi in migliaia ad un concerto all'aperto di Vasco Rossi, o ad una partita di calcio e andare in piazza San Pietro coi papa-boys. La metafora è l'adunata di massa, ben nota al comunismo e al fascismo. Alla massa si dà uno stimolo e subito reagisce. È qualcosa di molto primitivo. Vuote le chiese, il papa ha saputo riempire le piazze. Questo, per molti, è un successo del suo pontificato. La religione dovrebbe invece identificarsi con l’interiorità, e questo papa non ha espresso interiorità, ma il suo contrario: una chiesa trionfante, populista, demagogica, televisiva. E se le adunate a San Pietro sembrano spontanee, in realtà è perché la chiesa ha la possibilità di lavorare sull'inconscio. Freud racconta bene questa macchina: il sentimento oceanico, la fusione totale col Padre (un fenomeno irrazionale potentissimo). Resterà sempre il sospetto che molte sue decisioni fossero prese proprio in funzione della tv e dei giornali. Non per caso fu il primo papa a nominare un vero addetto stampa, a scrivere libri e articoli, a organizzare viaggi in aereo insieme con i giornalisti, in conferenza stampa viaggiante. Amò le folle, come se fosse insicuro di sé e avesse un disperato bisogno d’un surrogato di consenso politico. E tra la folla morì. L’Italia allora sembra un paese in sospeso: riprese a reti tv unificate, città chiuse al traffico, cinema chiusi, spazi pubblici requisiti. Una Repubblica a sovranità limitata! Non c’è altro modo di definire un Paese in cui per anni in tutti i telegiornali ogni domenica dieci minuti erano dedicati all’inquadratura del papa: come l'immagine del leader del momento, il quale, a sua volta, arriva alla TV quando ha raggiunto un patto solidale con il potere. Giovanni Paolo II, il più grande attore politico di quest´ultimo quarto di secolo, ha saputo approfittare subito di questo potere, perché il teatro è stato, fin dai tempi dell’occupazione nazista della Polonia, la seconda passione del giovane Karol, che ha dato prova di talento sul palcoscenico. Prima di essere colpito dal morbo di Parkinson, aveva una bella voce, e la capacità di esporre il suo pensiero, come ha detto il grande attore britannico John Gielgud, «in maniera perfetta». Aveva la straordinaria capacità di parlare ad una folla di milioni dando l´impressione di rivolgersi direttamente a ciascuna di loro. Parlava per immagini, anche al di là delle parole (si pensi alla sua foto con un sombrero e un bimbo messicano in braccio). Il calore che emanava dalla sua persona bucava lo schermo della tv. Il militante sovietico per i diritti umani Andrej Sacharov ha detto di lui: «È un uomo che irradia luce». Bill Clinton, che pure possedeva notevoli doti d’attore, ricorda nelle sue memorie che il Papa gli aveva dato «una lezione di politica» con il suo superbo, teatrale ingresso in una cattedrale americana, dove le suore «squittivano come ragazzine ad un concerto rock». Per questo Giovanni Paolo II incarna lo spirito del tempo. Conservatore a livello ideologico ha impedito ogni spinta di rinnovamento interno alla chiesa, che gli chiedeva il rispetto del concilio vaticano II, ha riportato la chiesa ad una classicità, una solennità, una tradizione che fanno parte oggi del senso comune (che non è buon senso, ma il suo contrario). E lo ha fatto non con le armi tradizionali, ma con le armi della comunicazione. Tutto il suo pontificato è stato un viaggio, ricerca e creazione di eventi. Come il giubileo, che, rispetto al concilio, non ha portato un rinnovamento di idee o princìpi, ma una esibizione vistosa della liturgia. Anche in questo il papa è stato contemporaneo: con Wojtyla ritorna la liturgia. Lo spirito del tempo è conservatore e visionario. Chiede emozioni e immagini, e la chiesa tradizionale è più fotogenica e solenne dei preti operai. Esiste una spiritualità che non si esprime per concetti, ma per sensazioni: il canto gregoriano, l'incenso, le folle, il latino incomprensibile, come il corano, recitato meccanicamente a memoria ma egualmente solenne.


lemond - 19/10/2008 alle 11:36

Riporto due citazioni, che mi sono piaciute (il libro per il momento, no) da C. Augius "Inchiesta sul cristianesimo" pag. 4 S. Freud, da L'avvenire di un'illusione "Dove sono coinvolte questioni religiose, gli uomini si rendono colpevoli di ogni sorta di disonestà e illecito intellettuale" pag. 5 J.J. Rousseau "Il cristiano non può essere un buon cittadino. Se lo è, lo è di fatto, ma non di principio, perché la patria del cristiano non è di questo mondo."


lemond - 20/10/2008 alle 08:22

Giovanni Paolo II (seconda puntata) Correzione al messaggio precedente ove il titolo era Giovanni XXIII :OIO B): Restaurazione Woytila è stato un papa re, nella realtà e nel mito. All'interno della Chiesa ha rafforzato una concezione dottrinaria e intransigente della fede. Mille anni prima avrebbe fatto anche le crociate, quelle vere. Il papa polacco ha fatto sua la massima di un celebre cardinale: “L’unico fanatismo ammesso è quello di Dio". Nonostante i pronunciamenti ufficiali, Woytila continuava a concepire la chiesa cattolica come “società perfetta”, seguendo la teologia preconciliare. Essa è l'unico porto di salvezza per l'umanità e custode esclusiva della verità di Cristo. Chi si è discostato dalle direttive del papa, ha meritato la condanna ufficiale della rimozione da ogni incarico di responsabilità nella chiesa. Si pensi ai vescovi avvicendati e ai teologi messi a tacere, che vivono e operano ai margini dell'istituzione: un'altra chiesa del silenzio. Giovanni Paolo II ha continuato nella visione imperiale-universalistica del cattolicesimo romano, che non tollera le mediazioni dialogiche con altre concezioni del mondo, alle quali invece possono adeguarsi senza difficoltà le confessioni protestanti più “liberal”, che nulla hanno in comune con la volontà di governo giurisdizionale su cui regge la concezione cattolica. L’ortodossia, vissuta a lungo sotto il forte controllo dell’Imperatore d’Oriente, non ha papa (solo pope), non ha il senso di una missione universalistica (se non nel suo misticismo rituale): resta essenzialmente la Chiesa degli slavi, in ogni caso dei popoli del nuovo impero costituitosi, dopo il crollo di Bisanzio, a Mosca, la “terza Roma”. Mantenuto saldo dalla Controriforma, il retaggio dell’imperialismo obbliga i papi a coltivare nel profondo e immutabilmente, strutture, valori, linguaggio e prospettive della chiesa loro affidata. Ciò, pensiamo, spiega che Wojtyla, nel momento in cui ha dato il massimo impulso alla predicazione universale piantando le sue tende ideali in mezzo mondo, ha bloccato le riforme modernizzanti (ah, l’odiato “modernismo” dei Buonaiuti!), respingendo ogni richiesta in tal senso. Ha affidato anzi al suo braccio destro, il cardinal Ratzinger, il compito di spezzare e liquidare con metodi inquisitori ogni esperienza innovatrice, sia nella direzione pastorale che in quella teologico-speculativa. Wojtyla rappresenta quindi soltanto il tentativo di arginare un processo di modernizzazione che ha fatto irruzione nella chiesa all'altezza degli anni sessanta, e che stava interessando tutto il cristianesimo. In questo modo è venuta realizzandosi una resa dei conti che la chiesa sta affrontando rispetto a due gravi questioni, dalle quali è martirizzata da più di quattro secoli. La prima è legata alla nascita e allo sviluppo delle altre chiese, come conseguenza della Riforma Protestante avvenuta nel XVI secolo, la quale ha fratturato l'unità dell'Episcope cattolico-romana, obbligandola a tollerare le nuove chiese, che ha interpretato come scismatiche ed eretiche. La seconda deriva dalla modernità illuminista, con l'imporsi del primato della ragione, della tecnoscienza, delle libertà civili e della democrazia. Questa nuova cultura ha messo sotto scacco la rivelazione di cui la Chiesa si sente esclusiva custode e ha messo in discussione la forma istituzionale con cui la Chiesa stessa si è andata organizzando: come una monarchia assolutista spirituale in contraddizione con la democrazia e il valore dei diritti umani. In rapporto alle chiese evangeliche, la strategia del Vaticano puntava alla riconversione, al fine di restaurare l'antica unità ecclesiale sotto l'autorità del papa. In rapporto alla società moderna, si critica e condanna il progetto emancipativo e secolarizzatore, mirando a ricreare l'unità culturale sotto l'egida dei valori morali cristiani. La Chiesa cattolica si è vista trasformare in un bastione di conservatorismo religioso e di autoritarismo politico. Era stata opera di coraggiosa e ispirata lungimiranza di un papa, Giovanni XXIII, la convocazione di un concilio ecumenico che affrontasse entrambe quelle questioni non risolte. E, in effetti, il concilio vaticano II (1962-65) assunse come motto di base: ”Non più anatema, ma comprensione, non più condanna, ma dialogo”. Rispetto alle altre chiese fu inaugurato il dialogo interconfessionale, che presuppone l'accettazione dell'esistenza delle altre realtà. Rispetto al mondo moderno s’impose una riconciliazione negli àmbiti del lavoro, della scienza, della tecnica, delle libertà e della tolleranza religiosa. Con il nuovo papa si ha invece un ribaltamento completo e quindi il ritorno alla più rigida disciplina. Strinse accordi con la burocrazia vaticana, conservatrice per sua natura, che era del suo medesimo avviso. Si stabilì un granitico blocco storico costituito dal papa e dalla curia, che aveva il fine di imporre la restaurazione dell'antica identità ecclesiale e della vecchia disciplina. Le caratteristiche personali di Giovanni Paolo II contribuirono a realizzare nella maniera migliore un simile progetto, grazie alla sua figura carismatica, alla sua innegabile capacità di irradiazione, alla sua abilità nel drammatizzare mediaticamente. Egli si dotò degli strumenti adeguati. Riscrisse il diritto canonico in modo da reinquadrare la totalità della vita ecclesiale, giunse a pubblicare il catechismo universale della chiesa cattolica e con esso ufficializzò il pensiero unico all'interno della chiesa. Sottrasse potere decisionale al sinodo dei vescovi, sottomettendolo in toto al potere del papa, così come limitò il potere delle conferenze vescovili continentali, di quelle nazionali, delle conferenze religiose a livello nazionale e internazionale, marginalizzò il potere di partecipazione decisionale dei delegati e negò piena cittadinanza ecclesiale alle donne, relegate in funzioni secondarie, sempre distanti dall'altare e dal pulpito. In accordo con il suo principale ministro, il cardinale Joseph Ratzinger, il papa professa una visione agostiniana della storia, per questo ciò che importa effettivamente è soltanto ciò che passa attraverso la mediazione della chiesa, portatrice di salvezza sovrannaturale. In accordo con questa visione, ciò che passa per la mediazione degli uomini e della storia non raggiunge la divina profondità ed è insufficiente agli occhi di dio. Come prelato polacco, Wojtyla proveniva da quello che era probabilmente l'avamposto nazionale più reazionario di tutta la chiesa cattolica, pieno di piagnucolosi adoratori di Maria e fervidi nazionalisti. L'aver avuto a che fare per anni con i comunisti polacchi, aveva trasformato Wojtyla e la sua compagnia di vescovi in consumati politici. In effetti, Wojtyla aveva dato alla chiesa polacca un'organizzazione spesso non differente da quella della burocrazia stalinista. Entrambe le istituzioni erano dogmatiche, ottuse, censorie e gerarchiche, impregnate di miti e culti della personalità. In realtà, gli uni e gli altri erano nemici mortali tra loro, ingabbiati nella loro battaglia per la conquista dell'anima polacca. In una visita al vaticano, prima di essere papa, l'autoritario Wojtyla era inorridito alla vista dei litigiosi teologi. Non era così che si faceva a Varsavia. L'ala conservatrice della curia, che fin dalle origini detestava il Concilio II e aveva tentato di tutto per sabotarlo, guardò quindi ai polacchi come ancora di salvezza. Quando il trono di Pietro si liberò, i conservatori si turarono il naso e vinsero la loro avversione per un non-italiano, eleggendone uno per la prima volta dal 1522. Una volta investito dei poteri papali, Giovanni Paolo II fece marcia indietro su tutte le liberalità concesse dal concilio vaticano II. I più importanti teologi liberali furono chiamati al suo cospetto per una strigliata. Uno dei suoi primi obiettivi fu quello di ripristinare in mano del papa il potere fin lì decentrato presso le chiese e le curie locali. I primi cristiani eleggevano (uomini e donne) i loro ministri. Il vaticano II non arrivò a sostenere la necessità di tornare a tale istituto, tuttavia aveva insistito sulla dottrina della collegialità, nella quale il papa non era il capo dei capi, ma il primus inter pares. Giovanni Paolo, però, non riconosceva eguaglianza con nessuno. Dall'inizio della sua carriera ecclesiastica, era sempre stato noto per la sconfinata fiducia nei suoi mezzi spirituali e intellettuali. Graham Greene una volta disse di aver sognato un titolo di giornale che diceva «Papa Giovanni Paolo beatifica Gesù Cristo». I vescovi erano convocati a Roma per ricevere ordini, non consigli fraterni. Destrorsi gallonati, filofranchisti erano onorati, e i teologi della liberazione sudamericani sgridati ad alta voce. L'autorità del papa era così indiscutibile che il capo di un seminario spagnolo riuscì a convincere i suoi studenti di aver ricevuto dal papa stesso l'autorità per masturbarli. Come risultato dell'accentramento di tutto il potere a Roma, vi fu una regressione di tutte le chiese locali. Il clero si trovò incapace di assumere decisioni autonome senza guardarsi alle spalle, verso il sant'uffizio. Questo è il pensiero di un papa presentato da tutti i media nazionali come "moderno" ed "innovatore", e tanto amato anche dalla sinistra nostrana, che si guarda bene dal metterne in discussione la morale anacronistica e teocratica. Non si sono mai accorti che dopo la primavera del concilio vaticano II, è venuto l'inverno di Giovanni Paolo II: ha normalizzato la teologia ed imposto il pensiero unico. Il pontefice e il suo Grande Inquisitore Ratzinger hanno creato un clima di sospetto per impedire qualsiasi riforma e ogni possibile dissenso in vaticano. Come faceva già a Cracovia, ha concesso piena fiducia all'Opus Dei, potente associazione conservatrice, in passato compromessa con il fascismo. Una devastante politica pastorale ha prodotto un episcopato servile e di basso livello morale: questa è l'ipoteca più pesante del suo lungo pontificato. Predica il dialogo ma ha isolato la chiesa, le sue idee di fede e di morale hanno cancellato il concilio vaticano II, la sua « politica estera » ha preteso da tutto il mondo conversione, riforma, dialogo. Però, in tutta contraddizione, la sua « politica interna » ha puntato alla restaurazione dello status quo ante concilium, ad impedire le riforme, al rifiuto del dialogo intra ecclesiastico e al dominio assoluto di Roma. Giovanni Paolo II predica i diritti degli uomini all'esterno, ma li ha negati all'interno, vale a dire ai vescovi, ai teologi e soprattutto alle donne. La separazione dei poteri, principio fondamentale del diritto moderno, è sconosciuta alla Chiesa Cattolica romana, nel cui comportamento non vi è nessuna lealtà: nei casi di disputa l'autorità vaticana funge nel contempo da legislatore, accusa e giudice. Il Papa ha elogiato spesso e volentieri gli ecumenici, ma al tempo stesso ha pesantemente compromesso i rapporti con le Chiese ortodosse e con quelle riformate ed evitato il riconoscimento dei suoi funzionari e dell'eucarestia. Il Papa avrebbe dovuto consentire, come suggerito in molti modi dalle commissioni di studio ecumeniche e come praticato direttamente da tanti parroci, le messe e l'eucarestia nelle chiese non cattoliche e l'ospitalità eucaristica. Avrebbe anche dovuto ridurre l'eccessivo potere esercitato dalla chiesa nei confronti delle chiese dell'Est e delle chiese riformate e avrebbe dovuto rinunciare all'insediamento dei vescovi romano cattolici nelle zone delle chiese russe ortodosse. Avrebbe potuto, ma non ha mai voluto. Ha voluto invece mantenere e ampliare il sistema di potere romano. La politica di potere e di prestigio del Vaticano è stata mascherata da discorsi ecumenici pronunciati dalla finestra di piazza San Pietro, da gesti vuoti e da una giovialità del papa e dei suoi cardinali che cela in realtà il desiderio di « sottomissione » della chiesa dell'est sotto il primato romano e il “ritorno” dei protestanti alla casa paterna romano cattolica. La vera natura di Wojtyla si rivelava durante il giubileo quando il Papa affermava che il terzo millennio doveva essere dedicato alla conquista del continente asiatico. Ma il vangelo non mira al proselitismo, pone invece il cristiano sulla dimensione di chi deve convertire se stesso! Karol Wojtyla ha preso parte al concilio vaticano II. Una volta diventato Papa, ha però disprezzato la collegialità del pontefice con i vescovi, decretata proprio al concilio. Questo pontefice ha più volte dichiarato la sua fedeltà al concilio, per poi tradirlo nei fatti attraverso la sua « politica interna ». I termini conciliari come « aggiornamento, dialogo, collegialità e apertura ecumenica » sono stati sostituiti da parole quali « restaurazione, magistero, obbedienza, romanizzazione ». Il criterio per la nomina dei vescovi non è affatto lo spirito del vangelo e l'apertura mentale pastorale, bensì la fedeltà assoluta verso la condotta romana. Meisner, Dyba, Haas, Groer e Krenn sono solo gli errori più clamorosi di questa politica pastorale devastante, la quale fa pericolosamente scivolare in basso il livello morale e intellettuale dell'episcopato, reso ancor più mediocre, rigido, conservatore e servile (forse l'ipoteca più pesante di questo lunghissimo pontificato). La grande credibilità della chiesa cattolica ottenuta da Giovanni XXIII ha lasciato il posto ad una vera e propria crisi della speranza. Questo è il risultato della profonda tragicità personale di questo papa: la sua idea di stampo polacco (medioevale, controriformista e antimoderna), l'ha voluta portare anche nel resto del mondo cattolico. Il pontificato di Giovanni Paolo II era modellato sulla monarchia del XIX secolo. Il suo ritorno all'infallibilità era appropriato al concilio vaticano I, convocato da Pio IX nel 1869. Le preoccupazioni di Pio IX, oltre al suo antisemitismo viscerale, avevano più a che fare con il potere personale che con la verità teologica. Un secolo dopo, Giovanni Paolo II chiedeva la stessa obbedienza cieca alla sua interpretazione delle leggi di dio. La questione di quando la vita abbia inizio, al centro del dibattito sulla contraccezione, sull'aborto e sulla ricerca sulle cellule staminali embrionali, ha interrogato la Chiesa per quasi tutta la sua esistenza. Ci sono stati importanti teologi da entrambe le parti. Tommaso d'Aquino prese la strana posizione che una vita esistesse già ancor prima che un ovulo sia fertile. Che l'anima umana risiedesse nello sperma dell'uomo. Che la masturbazione fosse un crimine al pari dell'omicidio. C'è da chiedersi se il cardinale Joseph Ratzinger, che presiede la congregazione per la dottrina della fede, l'Inquisizione moderna del vaticano, non abbia a prendere quasi le stesse posizioni assolutiste ed erronee. Non essendo un teologo, papa Wojtyla disprezzava questi legittimi dubbi. Poco importava a lui che, un tempo, il clero potesse sposarsi o che le donne servissero come diaconi. Su questi temi, come sull'uso del preservativo per prevenire l'Aids in Africa, il primitivismo dottrinale del tipo Opus Dei ha fatto fuori lo spirito degli interrogativi teologici incoraggiati dai gesuiti e da altri ordini relgiosi. Quello di Giovanni Paolo II, in realtà, è stato un pontificato devoto al suo stesso potere. Il papa ha promosso l'autorità temporale a spese della sua missione spirituale. Così, il rifiuto del vaticano di agire con decisione sulla crisi generata dai preti pedofili, ha messo la protezione delle gerarchie e del benessere materiale della chiesa sopra le necessità del gregge. Il paradosso è che l'autoritarismo di Giovanni Paolo II ha dissanguato l'autorità della Chiesa. La maggior parte dei cattolici praticanti ignora le regole del vaticano e continua a ricevere i sacramenti guardando alla propria coscienza e non agli insegnamenti del papa su questioni di etica personale. Giovanni Paolo II, in sintesi, è stato "un entusiastico condannatore" e, anche se sarà ricordato come uno dei "responsabili della caduta del Comunismo", "non era una grande figura religiosa". Anzi, "nei tempi a venire, potrebbe essergli attribuita la responsabilità di aver distrutto la sua chiesa".


lemond - 21/10/2008 alle 08:22

Giovanni Paolo II (terza puntata) C): La Teologia della liberazione Questo Papa ha cercato il dialogo con le religioni del mondo (dicono), ma contemporaneamente ha disprezzato le religioni non cristiane definendole “forme deficitarie di fede”. In India incontra i capi delle chiese orientali affermando che non esiste una religione che possegga una verità superiore a quella delle altre. Ma, appena tornato in Vaticano, propone di fare santo Pio IX… l’autore del Sillabo, la bolla più assolutista mai scritta nella storia della Chiesa, in cui si afferma che solo la chiesa cattolica possiede la verità. Non solo, perché, quando la componente latinoamericana del suo gregge chiese di operare in modo da strappare i poveri alla miseria, convertendo questa realtà, dal male che è, in bene, Giovanni Paolo II si oppose a queste eretiche tendenze. Furono senza dubbio determinanti, in relazione a questa posizione, la sua origine polacca e le élite della curia romana, messe ai margini ma non estinte dal concilio vaticano II. Il papa ebbe una fondamentale incomprensione della teologia della liberazione. Questa afferma che la liberazione è opera dei poveri tutti. La Chiesa è soltanto un'alleata che rafforza e legittima la lotta per la liberazione dei poveri. Per il cardinal Ratzinger e per il papa defunto questa liberazione è unicamente umana e carente di rilevanza soprannaturale e il duo teorizzava la missione religiosa della Chiesa, non la sua missione sociale e si comportò di conseguenza. Papa Wojtyla, in Brasile, allo stadio Maracanà, tenne un discorso sulla Teologia della Liberazione che, in pratica, sconfessava l’apertura di Paolo VI (fatta nello stesso luogo anni prima) e bloccò ogni tentativo di liberazione dei popoli oppressi (ed in particolare di quelli latino-americani). Sono anni in cui migliaia di contadini, sacerdoti e monaci sono uccisi dai governi fascisti latino-americani perché aiutano la povera gente. Sono anni in cui i contadini che vanno a prendere regolarmente possesso del pezzo di terra assegnatogli dal governo sono massacrati dagli jaunqueros… i pistoleros dei latifondisti. Spesso l’unico posto in cui i superstiti riescono a trovare rifugio, è una chiesa. Paolo VI disse: “Come non capire quelle povere creature che si vedono ammazzare le mogli ed i figli mentre stanno cercando di prendere possesso del loro pezzo di terra… e reagiscono levando le armi”? Papa Wojtyla, nello stesso identico luogo, disse che per nessun motivo al mondo un cristiano deve alzare un’arma, nemmeno verso il peggior nemico: i latifondisti, i fazenderos, anche se ricchi, erano anch’essi figli di Cristo. Wojtyla interdice per un anno il capo della Teologia della Liberazione, il francescano Leonard Boff (che sarà costretto a ritirarsi per sempre dalla vita ecclesiastica). Sostituisce, in tutto il mondo, i vescovi progressisti vicini alla povera gente con quelli più conservatori e reazionari, lontani dai veri bisogni dei popoli che soffrono e che sono oppressi. Il vescovo Romero del Salvador uscì dall’udienza papale (che aveva richiesto per spronare papa Wojtyla a fare qualche dichiarazione ufficiale contro il governo fascista del Salvador che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che erano squarciati dalle esplosioni) e al giornalista che gli chiese com’era andata, il vescovo Romero rispose soltanto questo: “Non mi sono mai sentito tanto solo in vita mia”. Tornato in patria, di domenica, dopo l’omelia in cui denuncia per l’ennesima volta il governo che assassina i bambini, mentre dà la comunione sull’altare, viene assassinato con un colpo di pistola da un killer del governo. (Dopo averlo isolato, avrebbero detto in altri casi i politici nostrani antimafia). Al funerale papa Wojtyla non andrà. Ci si recherà solo in seguito a rendere omaggio sulla tomba dell’amico Romero… ma non al vescovo che non si era conformato. Così continuo è anche lo scontro col basso clero, coi preti rivoluzionari, con quella parte dei gesuiti che, specie in centro America, si schierano apertamente con i ribelli armati in Nicaragua, Guatemala, Costarica. Egli li ferma con estrema durezza, la sua religiosità contadina prevale sulla modernità della nuova teologia, ma la disputa va bene al di là di una questione teologica, assume il rilievo della primazia del magistero papale su ogni altra ipotesi di assetto della struttura gerarchica nella chiesa e si dispiega sul simbolismo religioso, sul ruolo della madonna, dei santi, dei beati, sull'esistenza del diavolo come dato di fatto attuale, sul gelo che cala tra l'alto clero sudamericano e i movimenti di liberazione contadina di quei paesi. A vent'anni dal golpe, così come farà poi con Castro, legittima il dittatore Augusto Pinochet dalle stanze del Vaticano. 18 febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d'oro è allietata da due lettere autografe in spagnolo che esprimono amicizia e stima e portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di Stato Angelo Sodano. “Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine», scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, “con gran piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II.» Ancor più caloroso e prodigo d’apprezzamenti è il messaggio di Sodano (da sempre compagno di merende del papa e di Ratzinger), che era stato nunzio apostolico in Cile dal '77 all'88, e che nell'87 aveva perorato e organizzato la visita del papa a Santiago, trascurando le accese proteste dei circoli cattolici impegnati nella difesa dei diritti umani. Il cardinale scrive di aver ricevuto dal pontefice “il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l'autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza”. Aggiunge: “Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile». E conclude riaffermando al signor generale “l'espressione della mia più alta e distinta considerazione”. Il vaticano non rese pubbliche queste missive così partecipi, né lo fece Pinochet, che pure probabilmente le aveva sollecitate. Si decise di mantenerle nell'ambito della sfera privata, per timore che l'eccesso di enfasi attizzasse nuove polemiche. Tre mesi dopo prevalse la vanità del dittatore. I documenti furono portati alla luce dal quotidiano cileno "El Mercurio" e furono ripresi da "Témoignage Chrétien", la rivista francese dei cattolici progressisti, provocando “reazioni di rivolta, di tristezza e di vergogna”, nel ricordo delle barbare esecuzioni e delle feroci torture perpetrate dal regime di Pinochet. Molti lettori indirizzarono al Vaticano lettere d’indignazione. Un gruppo di preti-operai di Caen diede una risposta particolarmente risentita all'iniziativa del papa e di Sodano, opponendo al commosso ricordo di Wojtyla, altre emozioni: “La morte del presidente Allende e di molti suoi collaboratori, la retata e il parcheggio dei sospetti nello stadio di Santiago, le dita amputate del cantante Victor Jara per impedirgli di intonare sulla sua chitarra gli accordi della libertà, le sparizioni, le carcerazioni, le torture”. La Fraternità e la comunità francescana di Béziers espressero la loro costernazione in modo lapidario: “Durante il potere di Pinochet Gesù Cristo era crocifisso!” Possiamo aggiungere per completare il discorso il silenzio assordante su Banzer, Stroessner, Videla, o la beatificazione di personaggi come Escrivà, o il cardinale Stepinac, vicino al regime nazi-fascista degli Ustascia, mentre per Romero ... (vedi sopra). Foto con Pinochet papa1 JPEG - 25.4 Kb, 328 x 550 pixels papa2 JPEG - 22.7 Kb, 448 x 416 pixels papa3 JPEG - 21.2 Kb, 400 x 323 pixels papa3 JPEG - 9.1 Kb, 337 x 296 pixels ________________________________________ Qualche tempo dopo questi scatti, Giovanni Paolo II intervenne ufficiosamente presso il governo inglese per impedire l'estradizione del macellaio cileno in Spagna, perché fosse processato per l'assassinio di alcuni cittadini spagnoli, Le Madri della Piazza di maggio ricordarono a tutti quelle foto (davvero impressionante quella dal balcone della Moneda a cui si affacciò Allende prima di essere trucidato) e scrissero una durissima lettera di cui riporto alcuni brani: «Ci rivolgiamo a Lei come ad un cittadino comune perché ci sembra aberrante che dalla sua poltrona di Papa nel Vaticano, senza conoscere né aver sofferto in carne propria il pungolo elettrico (picana), le mutilazioni, lo stupro, si animi in nome di Gesù Cristo a chiedere clemenza per l'assassino. (...) Signor Giovanni Paolo, nessuna madre de1 terzo mondo, che ha dato alla luce un figlio (che ha amato, coperto e curato con amore e che poi è stato mutilato e ucciso dalla dittatura di Pinochet, di Videla, di Banzer o di Stroessner) accetterà rassegnatamente la sua richiesta. Noi La incontrammo in tre occasioni, però Lei non ha impedito il massacro, non ha alzato la sua voce per le nostre migliaia di figli in quegli anni d’orrore. Adesso non ci rimangono dubbi da che parte Lei stia, però sappia che sebbene il suo potere sia immenso non arriva fino a Dio, fino a Gesù. Molti dei nostri figli s’ispirarono a Gesù Cristo, nel donarsi al popolo. Noi, la Associazione "Madres de Plaza de Mayo" supplichiamo, chiediamo a Dio in un’immensa preghiera che si estenderà per il mondo, che non perdoni Lei signor Giovanni Paolo II, che denigra la Chiesa del popolo che soffre, ed in nome dei milioni di esseri umani che muoiono e continuano a morire oggi nel mondo nelle mani dei responsabili di genocidio che Lei difende e sostiene, diciamo: No lo perdone, Señor, a Juan Pablo Segundo. Asociación Madres de Plaza de Mayo»


lemond - 22/10/2008 alle 07:08

Giovanni Paolo II (quarta puntata) D): Santo! Subito! "Santo subito!", gridavano i fedeli a piazza San Pietro, con gli enormi striscioni (tutti stranamente uguali) esposti lungo via della Conciliazione. Mai si è assistito ad un movimento di massa così imponente per la canonizzazione di un papa. Ma la cosa significativa è che la gerarchia ecclesiastica stavolta non ha esercitato la sua naturale funzione di freno dell'onda emotiva, ma l'ha cavalcata, con inaspettati strappi al diritto canonico. Era pratica medievale la santificazione " vox populi ". Fino al concilio di Trento, i santi erano dichiarati tali per acclamazione popolare... esattamente ciò che sta accadendo oggi, anno domini 2005. Questa strana fretta fa pensare, sembra quasi che si voglia imporre un'ipoteca (non certo solo sulla canonizzazione, ma sull'ideologia e il programma di governo) al successore, nel caso non fosse eletto un altro boia. Evidentemente Wojtyla “docet”. Egli era notoriamente contro il capitalismo (vedi) e massime contro il consumismo, però ha sempre “chiuso un occhio” sul consumismo religioso, fatto di nomine di santi e beati (superiori in 26 anni rispetto a quelle dei 4 secoli precedenti). La simonia è un'operazione di marketing, ovviamente, e serve a vendere il prodotto. Il nostro ha ben imparato dall’ultimo conclave che, per farsi pubblicità, elesse un papa polacco alla vigilia del crollo del comunismo (e quindi dell'aprirsi del mercato religioso est-europeo). Per qualche cristiano convinto e sincero tutto ciò dovrebbe apparire triste e impuro, ma si sa, la TV riesce a patinare chiunque voglia ed ora poi siamo in piena orgia massmediatica, voci in disaccordo non sono previste (in barba al pluralismo dell'informazione), né si innalzano da alcuna parte, comprese quelle che predicherebbero cose ben lontane da quelle da sempre osannate dal papa ormai morto (quando qualcuno muore, poi tutti ne devono parlar bene...che uggia, la paura della morte è tale da levare agli individui il coraggio delle proprie opinioni). Certo è stato santo per chi vive una religione "all'antica", che è stato educato ad una gran devozione per i santi e specialmente per la Madonna, per le reliquie e i luoghi di pellegrinaggio. E' stato un santo viaggiatore, ma soprattutto un uomo di preghiera (lui pregava più bianco!). Nella preghiera egli si trasfigurava e impallidiva, altre volte gemeva e arrivava alle lacrime. Una volta lo sorpresero nella sua cappella personale, disteso al suolo in forma di croce, come in estasi, simile agli illuminati spagnoli del XVI secolo. Quando infine gli enormi riflettori mediatici taceranno, quando la folla sarà libera di smetterla di commuoversi quasi per dovere, quando ci tornerà in mente di vivere in uno stato laico, nel quale forse, fatto salvo il doveroso rispetto per la parte cattolica della nostra società, si sarebbe dovuto lasciare qualche piccolo spazio in più a quei non credenti che pure avevano il diritto all'indifferenza, allora il bilancio di questo pontificato potrà essere tentato. Il papa polacco, ripeto, ha praticato un numero elevatissimo di canonizzazioni, ma al tempo stesso ha operato l'inquisizione nei confronti di teologi, sacerdoti e membri di ordini malvisti dalla chiesa. I devoti, strumentalizzati politicamente e commercialmente con spese ingenti e conseguenti profitti per la curia, sono soprattutto pie suore, fondatori di ordini religiosi o Papi come l'antidemocratico, antisemita, autoritario Papa Pio IX. Devoti sono divenuti anche l'imperatore asburgico Carlo I e il ben poco pio fondatore dell'Opus Dei Josémaria Escrivá. Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi) che si sono distinti, per il loro pensiero critico e per la loro energica volontà di riforme, sono stati invece trattati con metodi da Inquisizione. Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger con Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l'Arcivescono di Seattle Huntington. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del concilio. Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo Pontificato. I vescovi si sentono governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa e troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono. Il papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei “figli e delle figlie della chiesa”, ma non per quelle del “santo padre » , per quelle della chiesa stessa e dei gerarchi presenti. Il papa non ha mai preso posizione contro gli intrighi delle varie sedi della curia in affari mafiosi e ha contribuito più all'occultamento che alla rivelazione di scandali e crimini ( Banca Vaticana, il « suicidio » di Roberto Calvi, l'omicidio avvenuto nell'ambiente del corpo delle guardie svizzere...). Anche con la rivelazione degli scandali della pedofilia nel clero, il vaticano è stato straordinariamente titubante: il papa non ha mai dato udienza ad alcuna vittima. Anzi, ha riempito d’elogi un insigne criminale nel corso di una fastosa cerimonia al vaticano: il messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo ( 500 sacerdoti e 2.000 seminaristi) e del movimento laico Regnum Christi, diventato ormai concorrente ancora più conservatore dell'Opus Dei. Papa Wojtyla c’introduce forse, insomma, ad una concezione della storia nella quale il primato passerà alle grandi figure carismatiche, al loro “messaggio” personalizzato, fideistico, populistico, etc. Infatti, quello che alla folla (l'Homo wojtylianus, var. juvenilis (ovvero tifoso iuventino al tempo di Capello), che arranca con la bottiglietta d'acqua in una mano e la fotocamera digitale) è piaciuto, in realtà, è soprattutto l'idea del pellegrinaggio d'avventura al grande Divo dello Spirito che ha avuto successo, di cui tutti parlano, entrato nel Mito appena morto. La ricerca di un contatto feticistico col neo-taumaturgo, prima che sia calato per sempre nella tomba. Ecco la "devozione popolare" di centinaia di migliaia di turisti da catafalco, collezionisti d’immagini carpite e ricordi da video-telefonino, accalcati per poter dire un giorno di aver partecipato anche loro al "famoso evento mediatico". Come fanatici stiliti esposti al sole, alla pioggia e al vento, non sentono né caldo né freddo, né fame né sete. E' questo il primo miracolo? (ecco il secondo) "Ho visto il Papa era con la Madonna" Antonio Socci Infatti, il nostro ha sempre proclamato di essere un grande ammiratore di Maria e predicato gli ideali femminili, vietando però alle donne la pillola e negando loro l'ordinazione. Per molte donne cattoliche tradizionali ( soprattutto le donne appartenenti a ordini religiosi), l'aspetto più apprezzato di questo Papa è il suo respingere le donne moderne, giacché le ha escluse da tutte le consacrazioni più importanti e considera la contraccezione appartenente alla « cultura della morte ». (seguono) Francesco Marchisano, arciprete di San Pietro, ha raccontato pubblicamente di quando il papa "gli toccò la gola e lo guarì". Una signora dalla fede molto ardente. “accende un cero per il papa e le va a fuoco la casa”, salvata dai pompieri avrebbe dichiarato "il papa mi ha salvata!" Ratzinger, da 23 anni teutonico custode della Fede, Ha parlato nell'omelia funebre di un “Wojtyla "già in Paradiso". (Ultimo miracolo) La grande invenzione di Woytila ha portato alla Chiesa una crescita enorme d'immagine (televisione e giornali), potere politico e soldi. Tanti soldi. Dalle donazioni libere a quelle mediate dallo Stato (8 per mille). Dopotutto "pecunia non olet". Anzi, per paradosso, questo è l'unico movente razionale dell'intera faccenda. Prima la chiesa era povera, dopo Wojtyla è ricca. Gli immobili Inpdap (Ente pensionistico degli statali) sono stati tutti ceduti alla Fimit per la privatizzazione del patrimonio immobiliare. I prezzi pagati sono stati irrisori visto che gli immobili sono stati rivenduti dalla Fimit a tre volte il loro prezzo. Il fabbricato di Via Buozzi a Roma è stato comprato dalla soc. Berrywoods Ltd dell'isola di Man, paradiso fiscale. Chi c'è dietro? L'Opus Dei, che sponsorizza tra l'altro, anche l'elezione del Papa. La banca centrale del Vaticano: può emettere fino a 670 mila euro l'anno, con l'aggiunta di 201 mila euro in occasione di un concilio, di un santo o, "sede vacante".


lemond - 23/10/2008 alle 07:18

Giovanni Paolo II (quinta puntata) E) Olanda e Svizzera Fiori e non opere … Il nostro, si dice, ha viaggiato come mai nessun papa, portando la buona novella per tutto il mondo. Uno dei paesi che ha visitato è l’Olanda. Il rapporto fra il defunto Giovanni Paolo II ed i Paesi Bassi è sempre stato molto difficile e pieno d’incomprensioni. Il primo canale della televisione di stato olandese, Nederland 1, ha tracciato crudamente l'ingloriosa storia di questo rapporto. Le relazioni fra il Vaticano e il clero olandese, quando Karol Wojtyla salì al trono nel 1978, erano già pessime. Il Cardinale Arcivescovo Alfrink si era fatto portatore, insieme alla maggioranza degli altri vescovi e preti olandesi, di grandi aperture su temi scottanti come omosessualità, aborto, pratiche anticoncezionali, il sacerdozio delle donne, il celibato dei preti ed il divorzio. Già sotto Paolo VI, nel 1975, Alfrink fu "dimissionato". Ovviamente non bastò la testa del cardinale progressista per calmare gli animi. La società olandese stava cambiando rapidamente ed il clero cattolico locale stava cercando di rimanere forza sociale viva aprendosi alle nuove idee di libertà e abbandonando i pregiudizi di sapore più medievale. Giovanni Paolo II smorzò presto gli animi e nel 1980 chiamò a Roma i vescovi olandesi per un sinodo, in cui gli ricordava, con grande costernazione di quest'ultimi, che solo quella del vaticano e' l'unica ed incontestabile via giusta. Wojtyla impose al nuovo primate d'Olanda il cardinal Simonis, già vescovo di Rotterdam, noto per le sue posizioni fortemente reazionarie. Al suo fianco fu posto il cardinal Gijsen: i due avevano il compito di restaurare l'ortodossia romana ormai palesemente smarrita. Viste le premesse, il viaggio, che Giovanni Paolo II intraprese nel 1985 nella terra dei tulipani, non poteva che trasformarsi in un autentico disastro. A Den Bosch le strade rimasero deserte, a testimonianza di tutta l'ostilità che il papa polacco si era guadagnato nei suoi 7 anni di regno. Durante la visita ad Utrecht finì anche peggio: la contestazione degli attivisti di sinistra fu così dura che dovette intervenire la polizia. L'incontro con la base cattolica fu anch'esso infelice. Il pontefice fu sommerso di critiche, in particolare si ricorda il discorso di una donna cattolica che chiedeva piena accoglienza nella chiesa per conviventi, divorziati, omosessuali, preti sposati e donne. Negli anni seguenti le critiche dei cattolici olandesi nei confronti di Roma non diminuiranno, nonostante i tentativi di normalizzazione wojtyliani. Molti credenti abbandoneranno del tutto il cattolicesimo, aprendo quella crisi in cui la chiesa cattolica olandese tuttora versa. Scontri fra la monarchia assoluta vaticana e la democrazia olandese, si ripeterono negli anni, soprattutto all'indomani dell'approvazione di leggi che toccavano la morale e la sessualità: la legge sull'eutanasia, la legalizzazione della prostituzione e soprattutto il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Giovanni Paolo II condannò ferocemente come atto sovversivo la scelta del parlamento de L'Aia, di permettere a due uomini o a due donne di sposarsi e adottare bambini. L'Olanda sembra ora quasi voler archiviare in fretta questo funesto pontificato. Comprensibilmente. L'agonia del papa e' stata quasi del tutto ignorata dai mezzi d'informazione olandesi, oscurata dalla crisi di governo apertasi, negli stessi giorni, con le dimissioni del viceprimoministro di D66, Thom De Graaf. Ironia della sorte, D66 è anche il partito che ha promosso la legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso. Quasi un ultimo casuale sgarbo. Nessun canale ha interrotto le trasmissioni per lanciare la notizia della morte del papa, e solo verso le 23 Nederland 1 ha dedicato uno speciale di una quarantina di minuti all'evento. Wojtyla da queste parti sembrano più volerlo dimenticare che ricordare. Riforme: tieh! I cattolici svizzeri hanno spesso avuto un ideale di chiesa diverso da quello promosso da Giovanni Paolo II e ora sperano in un papa riformatore. L’unico rappresentante svizzero nel conclave che eleggerà il futuro pontefice è il cardinale Henry Schwery, ex vescovo di Sion. "Al contrario delle guardie in Vaticano, i religiosi svizzeri faticano a piegarsi agli ordini provenienti da Roma.") Papa Giovanni Paolo II ha più volte rimproverato la ritrosia dei cattolici svizzeri e frenato la loro smania di riforme. I rapporti tra la Svizzera ed il Vaticano sono spesso stati difficili, anche a causa del sistema di democrazia diretta vigente nella Confederazione che mal si combina con la pronunciata gerarchia che caratterizza invece lo Stato del Pontefice. Il Papa scomparso era stato criticato in modo veemente per aver concentrato il potere nella curia romana. Durante il suo pontificato, la chiesa cattolica in Svizzera ha dovuto affrontare le crescenti critiche della propria base. Credenti troppo critici sono stati isolati. Parroci scomodi sono invece stati trasferiti. "Sarei felice se il nuovo Papa fosse meno dittatoriale e ridistribuisse quel potere che ora è in gran parte concentrato a Roma. Il mondo e la base della chiesa cattolica devono essere considerati maggiormente", dice Elia Marty, suora superiora presso la casa di riposo Viktoria di Berna, dove Giovanni Paolo II aveva soggiornato in occasione del suo ultimo viaggio in Svizzera. Le finestre che sono state chiuse nel recente passato dovranno essere riaperte, continua la Marty. È urgentemente necessario che la chiesa si confronti con i tempi e gli sviluppi nella società attuale, conclude. Pure i vescovi svizzeri chiedono più attenzione alle chiese locali e l’attribuzione di maggiori poteri alle conferenze episcopali nazionali. In passato, i principali attriti con il papa erano nati a proposito del concetto di laicità dei pastori. La diatriba concernente la nomina di Wolfgang Haas, quale vescovo della diocesi di Coira, aveva poi suscitato interesse anche all’estero. Il cardinale elvetico dice di favorire un candidato che conosca il lavoro pastorale ma ammette che sarà per lui difficile trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei membri della curia che hanno svolto la loro carriera nella burocrazia vaticana. Come ha indicato un recente sondaggio, anche la popolazione svizzera spera in un Papa riformatore. Tre quarti dei cattolici elvetici sperano, infatti, che la loro nuova guida difenda posizioni più progressiste rispetto al predecessore. Una grande maggioranza si esprime per l’abolizione del celibato dei parroci e per l’ammissione delle donne al ruolo di prete. Molti sperano in un Papa giovane, in ogni caso non oltre i 60 anni.


lemond - 23/10/2008 alle 08:37

From: Paolo Dune - Scrittore, satiro, aforista Notizie surreali (vere para-notizie!): un processo a Dio. In America è stato intentato un processo contro Dio. Sembra l'idea di un mio romanzo, invece è accaduto realmente. Il senatore democratico del Nebraska, Ernie Chambers, il 14 settembre dello scorso anno, ha fatto causa a Dio, presso una corte del Nebraska, in quanto responsabile di aver diffuso paura e terrore nel mondo. Nel documento gli si attribuisce anche la responsabilità di "terremoti, uragani, guerre e nascite di bimbi con malformazioni". Ancora: Dio è accusato di aver "distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza" da parte degli uomini. Chambers ha spiegato di aver avviato questo procedimento per sottolineare che "ognuno può essere citato in giudizio". Il suo obiettivo era di ottenere dai giudici una diffida, in cui si sarebbe dovuto sollecitare Dio a interrompere ogni genere di "minaccia" al mondo. Ma la notizia di maggior rilievo è che il giudice, Marlon Polk, ha dichiarato l'improcedibilità dell'azione in quanto non sarebbe possibile notificare l'atto, poichè Dio non ha un indirizzo ufficiale. Praticamente il giudice non ha negato l'esistenza di Diio, ma ha solo detto che risulta irreperibile (interessante metafora teologica). Eppure da un punto di vista giuridico, la motivazione presenta un vizio intrinseco, per cui sarà possibile ricorrere in appello: se Dio esiste, infatti, ed è onnisciente e onnipresente, non c'è alcun bisogno di notificargli l'atto, in quanto lo conosce già. Tra l'altro, ad ascoltare il papa, sembra che Dio abbia eletto domicilio in Vaticano, per cui si potrebbe ricorrere alla procedura del codice civile: affiggere un avviso all'albo pretorio e mandare una raccomandata a Roma. In ogni caso, sicuramente il processo si svolgerebbe in contumacia, perchè Dio non ha interesse a legittimare una giustizia "concorrente" con la sua (e soprattuo nulla da temere se il processo si svolge in Italia). Al limite, si avvarrebbe delle leggi ad personam del suo "unto", Berlusconi. Ma il vero problema sarebbe trovare una corte imparziale, cosa piuttosto difficile in quanto tutti hanno qualche congiunto in Purgatorio, e difficilmente si metterebbero contro Dio per timore di qualche ritorsione. Ci sono precedenti di un simile processo? In letteratura si segnala l'opera "Abaddon" di James Morrow, che narra proprio di un processo a Dio. L'opera è recensita sul mio sito. Analoga è anche la mia opera "L'attenuante 666", in cui narro di un processo al diavolo, che tira in ballo Dio. Sul piano giudiziario, in Italia c'è stata una inziativa interessante, in cui il cristologo Luigi Cascioli ha citato in giudizio la Chiesa cattolica per confutare l'autenticità del suo "Gesù storico". Paolo Dune www.paolodune.it


lemond - 24/10/2008 alle 08:51

Giovanni Paolo II (sesta puntata) F): Il libro dell’infamia Memoria e identità è il titolo dell'ultimo libro uscito a firma di Karol Wojtyla. Fin dalle prime pagine l'autore ci proietta in una dimensione greve, in cui l'intera realtà è letta ed interpretata alla luce di categorie mistiche come quelle di peccato originale, redenzione, bene/male, conversione: il classico bagaglio dell'ideologia medioevale cristiana, nell'ultima versione papista. Quanto di carismatico e di travolgente poteva esserci nella personalità del papa brilla per la sua assenza in ciò che egli ha reso pubblico del proprio pensiero: si tratta di speculazioni dottrinali scolasticamente retrograde, dichiaratamente opposte non solo all'illuminismo voltairiano, ma a tutta la modernità intellettuale partendo da Descartes. Un ritorno senza complessi, naturalmente, ma anche senza troppe luci al meno flessibile tomismo medievale, al punto che sorge il sospetto che se lo stesso San Tommaso d'Aquino, il quale fu considerato ai suoi tempi personaggio abbastanza «di rottura», tornasse oggi alla Sorbona sarebbe immediatamente bocciato perché troppo allineato alla «via modernorum». La grande divisione tra bene e male, che viene affrontata sin dall'inizio del libro, serve all'autore per rappresentare una dinamica sociale manichea, in cui da una parte ci sarebbero i buoni, coloro che accettano e fanno proprio il vangelo di Gesù Cristo letto attraverso la dottrina del magistero cattolico, dall'altra tutti coloro che negano la "realtà" del messaggio cristiano. In particolare il discorso del papa prende in considerazione il ruolo delle dittature nazista e comunista, alla cui base starebbe un atteggiamento ontologicamente incline al male, cioè il rifiuto della concezione cristiana della libertà. Come già affermato da Wojtyla nell'enciclica "Veritatis splendor", infatti, la libertà non è pensabile se non in vista della verità, anzi la libertà è se stessa nella misura in cui realizza la verità sul bene. Per Wojtyla la verità è oggettiva e assoluta, perché rappresentata da una persona, Cristo stesso, che ha redento l'umanità con la sua morte e resurrezione, dando a tutti la possibilità di emanciparsi dal peccato commesso dai "progenitori" (Adamo ed Eva!). Il peccato originale scaturito dalla ribellione primordiale dei progenitori coinvolge l'umanità tutta, perché avrebbe mutato, ereditariamente, l'essenza degli esseri umani. Di conseguenza nessun uomo può fare a meno della redenzione offerta dal sacrificio di Cristo. Per essere liberi, quindi, è necessario conoscere ed accettare la "verità" così come ci viene narrata nei testi sacri; come scrive l'evangelista Giovanni: "Se voi rimanete nella mia parola conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". «Non abbiate paura», ci suggerì questo papa. Eppure egli ebbe «profondamente paura della complicata verità» intrinseca agli aspetti della sessualità umana. Soprattutto, fu un papa che seppe «distogliere lo sguardo». I credenti forse si sono accorti di dove egli non ha saputo guardare. I guai, secondo Wojtyla, sarebbero cominciati con il ribaltamento moderno e scellerato prodotto da Cartesio, il quale nel suo famoso "penso dunque sono" avrebbe proclamato la priorità del pensiero sull'essere, dando vita ad un percorso antropocentrico che, ulteriormente sviluppato dagli illuministi, ha portato l'umanità alla presunzione di poter agire "et si deus non daretur", come se dio non ci fosse, con le conseguenze aberranti delle ideologie pagane ed atee espresse dal nazismo e dal comunismo. Il fatto che, qualche anno prima della nascita di Cartesio, i sostenitori cattolici della dottrina dell'essere di Tommaso D’Aquino avessero attuato in Sud America il più grande genocidio che la storia ricordi, non sembra porre a Giovanni Paolo II dubbi di sorta. Nonostante l'apparente sconfitta del bene rappresentata dalle dittature del Novecento, la provvidenza divina ha impedito che il male potesse trionfare a lungo e ha permesso (anche tramite il suo vicario Karol) che le dittature anti-cristiane cadessero, lasciando spazio alle moderne democrazie (le quali, in ogni caso, non sono immuni dal male, come dimostrano le pratiche abortiste e l'alta percentuale di divorzi). Alcune considerazioni su quanto detto: è evidente come la chiesa, affermando l'unicità e l'assolutezza della propria visione morale, non abbia mai veramente rinunciato al primitivo progetto teocratico, fatto che si ricava dalla lettura di tutti i testi ufficiali della gerarchia cattolica. In particolare il rifiuto dell'antropocentrismo moderno e contemporaneo, cui sono attribuiti tutti i mali dell'umanità, rivela in maniera palese come la chiesa ritenga di essere depositaria non solo di valori morali assoluti ed universali, ma anche del diritto di poter governare il mondo alla luce di quei valori, sponsorizzando tutti i sistemi politici che se ne facessero portatori. Sembra proprio il ritorno al potere temporale. Egli parla ad esempio di "gravi forme di violazione della legge di Dio", tra cui mette le "forti pressioni del parlamento europeo sulle unioni omosessuali", riconosciute "come una forma alternativa di famiglia". "E' lecito e anzi doveroso, scrive il pontefice, porsi la domanda se qui non operi ancora una nuova ideologia del male, forse la più subdola e celata, che tenta di sfruttare, contro l'uomo e contro la famiglia, perfino i diritti dell'uomo". Infatti se un'azione è etica solo se "cristiana" e cosa sia o no cristiano può essere stabilito esclusivamente dall'interpretazione magisteriale dei vangeli, (di cui vescovi, cardinali e papi sono gli unici interpreti "autorizzati") si delinea, di conseguenza, il progetto teocratico che è sempre stato proprio delle gerarchie vaticane. Oggi, come al tempo del fascismo e poi della democrazia cristiana, si usa il braccio secolare della politica "laica" di stato, asservita agli interessi clericali. È impossibile rintracciare, nelle parole del papa, una seppur minima ricerca delle reali responsabilità dei cristiani in tutti i massacri perpetrati ai danni dell'umanità. La mancanza assoluta di strumenti sociologici e psicologici per analizzare le dinamiche storiche e l'uso esclusivo di una prospettiva metafisica fanno sì che nel discorso del papa non esistano né individui, né società, né processi storici e che non ci sia, di conseguenza, spazio per le scienze sociali, né per le scienze naturali. C'è solo una teleologia medioevale, datata quanto presuntuosa, e una teologia della storia bella e pronta cui tutti gli uomini, al di là delle "irrisorie" differenze di razza, religione, sesso, ideologia, classe sociale, dovrebbero adeguarsi per poter entrare a far parte dell'esercito del bene. Esercito al quale i cattolici appartengono per diritto divino, nonostante i crimini di cui hanno potuto e potranno macchiarsi. L'identità della persona nel progetto teocratico è data da un intreccio profondo tra la generazione umana, quella divina (cui l'uomo partecipa per adozione) e l'appartenenza territoriale alla propria patria. La patria ha un ruolo fondamentale nella costruzione dell'identità dell'individuo, in quanto "l'espressione patria si collega con il concetto e con la realtà di padre", cioè è portatrice di un legame tra aspetto spirituale e materiale, cultura e territorio. L'importanza della patria nella genesi della coscienza valoriale e individuale delle persone ha la propria giustificazione morale (neanche a dirlo) negli insegnamenti di Cristo, che contengono in sé i più profondi elementi di una visione teologica sia della patria che della cultura. Il vangelo, così, conferisce un nuovo valore al concetto di patria, che non è solo ciò che abbiamo ereditato dai nostri padri e dalle nostre madri sulla terra, ma l'eredità stessa che dobbiamo a Cristo, il quale orienta ciò che fa parte del patrimonio delle patrie umane e delle umane culture verso la patria eterna. In soldoni, i concetti di patria terrena e patria celeste s’intrecciano e chiariscono a vicenda, tanto che potremmo dire che senza il valore della patria terrena non saremmo in grado di comprendere quello della patria celeste, e viceversa. Sebbene Wojtyla tenga a distinguere il patriottismo dal nazionalismo, che ne sarebbe una degenerazione totalitaria, egli afferma che la dipartita di Cristo ha aperto il concetto di patria sulla dimensione dell'escatologia e dell'eternità, ma non ha tolto nulla al suo contenuto temporale. Il papa afferma di sapere, sulla base della storia polacca, quanto il pensiero della patria eterna abbia favorito la prontezza a servire la patria terrena, disponendo i cittadini ad affrontare ogni genere di sacrifici in suo favore, sacrifici non di rado eroici. Wojtyla ricorda come il valore morale del patriottismo sia contemplato dal quarto comandamento del decalogo di Mosè: "Patriottismo significa amore per tutto ciò che fa parte della patria, la sua storia, le sue tradizioni, la sua lingua, la sua stessa conformazione naturale… La nostra storia ci insegna che i Polacchi sono sempre stati capaci di grandi sacrifici per preservare questo bene, o per riconquistarlo. Lo testimoniano le numerose tombe dei soldati che hanno combattuto per la Polonia su vari fronti del mondo, esse sono disseminate sia in patria che fuori dei suoi confini". Benché il XX secolo testimoni un diffuso stimolo ad avanzare nella direzione di strutture sopranazionali o cosmopolite, in realtà "sembra tuttavia che come la famiglia, anche la nazione e la patria rimangano realtà non sostituibili", perché società naturali, senza le quali non è data alcuna possibilità di umana convivenza. Quindi dio, patria e famiglia rimangono la base ideologica sulla quale convergono chiaramente gli interessi della chiesa cattolica e della parte più reazionaria della società italiana. Non solo, ma al di là di questo noto trittico valoriale, non è neanche data libertà possibile, perché non c'è verità al di fuori della società blindata concepita da Karol Wojtyla. Già, povera Italiana, povera Polonia e povero mondo piagate e piegato dall’assolutismo e dall’ipocrisia cattolica che ha demonizzato l'individualismo solo per farvi fiorire l'egoismo di dio, patria e famiglia!


lemond - 25/10/2008 alle 12:36

Giovanni Paolo II (settima puntata) G) Antiamericanismo Fu critico con gli Stati Uniti e i paesi liberali, nemico del mercato e della concorrenza, mettendo spesso sul banco degli accusati l'economia libera, le multinazionali, la moderna società dei consumi e la pubblicità. Non capì che era stato proprio il confronto con le libertà d'una società ricca, non l'idea pura della "libertà dello spirito", ad abbattere la dottrina più falsa e pericolosa della Storia. Secondo il tradizionale pauperismo della chiesa, giustificò tutte le debolezze e le povertà del sud del mondo, imputandole all'Occidente anziché alla corruzione e all'arretratezza culturale degli individui e delle classi dirigenti di quei paesi. Condannò le guerre contro l'Iraq chiedendo di dialogare con un criminale, ma nulla disse del massacro dei curdi. Ma il pacifismo del 1991 è ancor più marcato e ricco d’implicazioni del 2002, nei mesi precedenti e successivi alla guerra contro Saddam Hussein e alla sanguinosa e purulenta ferita dell'"Intifada" e reazione militare israeliana. Questa volta, infatti, Giovanni Paolo non si limita a predicare la pace, il disarmo degli animi e il negoziato al posto della guerra, ma indica nominativamente l'America di Bush come l'elemento di turbolenza e nella teoria della guerra preventiva un fattore di destabilizzazione permanente al di fuori della cornice del diritto internazionale e delle istituzioni preposte al suo corretto funzionamento. E ancora: lo scambio d’idee, in Vaticano, con Hassan Al Tourabi, il maestro di Ben Laden, l'eminenza grigia del fondamentalismo omicida e internazionalista. Secondo Patrick Sabatier un incontro logico: «Ultraconservatore, il Papa ha incarnato il ritorno ai tempi del bastone, all'opera in tutti gli integralismi più o meno violenti, induista, islamico e cristiano, accomunati dall’ostilità con ogni rilassamento della morale. Logico quindi che dopo l'Undici settembre il papa sia diventato la bandiera di quanti vogliono, fortissimamente vogliono, ostacolare la riscossa dell'Occidente, quell'Occidente calvinista che per il solo fatto di esistere prima ancora che di vincere, umilia tanto la controriforma quanto il bolscevismo. Del resto basta leggere l'intervista concessa a Messori per capire che il capitalismo è tollerato mentre il socialismo ha un germe di Verità. Il capitalismo va bene solo se regolato dallo Stato e dai sindacati; l'individualismo è male. D’altra parte lui questa volta è coerente con il viaggio a Cuba nel 1998 ove il profeta che aveva “torto il collo al totalitarismo comunista” andò a rendere visita all'ultimo suo bastione e la critica del papa all'embargo americano fu una boccata d'ossigeno per un regime agonizzante. Castro ripagò con una più grande libertà di religione e con le condanne a morte degli oppositori. Però le campane della chiese cubane hanno suonato ogni mezz'ora per Papa Giovanni Paolo II, mentre le autorità hanno consentito ai cattolici di piangere pubblicamente la morte del Pontefice. I cubani hanno riempito le chiese per pregare per il solo Papa che abbia girato a piedi l'isola e Fidel Castro ha decretato tre giorni di lutto nazionale dal 3 al 5 aprile, ha sospeso le programmate feste della Gioventù comunista e le finali del campionato di baseball. Funzionari hanno detto che i funerali del pontefice saranno seguiti dai media di stato, che normalmente non si occupano di questioni religiose. "E' stato un respiro di libertà. Non c'era stato niente di simile prima", ha detto Carmen Vallejo, cattolica devota, che ha partecipato alla messa, anche se forse, ha aggiunto: "Le persone hanno paura di parlare". Ma certo, i cubani hanno ragione! La chiesa romana non combatteva il comunismo, suo figlio un po’ degenere, perché brutale negazione della libertà, ma in quanto ateo. Una volta sconfitto, ha costretto i suoi resti a genuflettersi davanti al suo potere e si è coalizzata con loro contro il vero nemico: la libertà individuale, il capitalismo e la modernità. Nel 1993 dichiara: “La situazione di sfruttamento a cui un inumano capitalismo aveva sottoposto il proletariato fin dai primordi della società industriale rappresentava un'iniquità che anche la dottrina sociale della Chiesa apertamente condannava. Questa, in fondo era l'anima di verità del marxismo”. E aggiunge in altro tempo: “Il benessere conduce alla secolarizzazione e quindi la cosiddetta "corruzione" dei costumi”. Pertanto si condanni tutto ciò e questo spiega anche perché è molto amato da certi terzomondisti d'accatto un po' in tutta Italia ma anche fuori dai patrii confini). Galimberti ha detto che il papa deve essersi accorto che c'era più etica in quel comunismo che lui aveva tanto a lungo “combattuto”. Ma non per intrinseca superiore virtù del comunismo, bensì perché col comunismo c'erano pochi soldi, si era tutti mediamente poveri e c'era poco da lussureggiare. foto con Fidel


lemond - 26/10/2008 alle 08:59

Giovanni Paolo II (ottava puntata) H) Come sta il sociale? Sta bene, grazie. La società moderna, con il suo portato di libertà, di scienza e di tecnica si è convertita in paradigma per il mondo intero e lui, in apparenza, si presentava come paladino del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell'ecumenismo. Domandava perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato, e incontrava i leader spirituali delle altre confessioni per pregare, tutti uniti, per la pace mondiale. Invece, dietro le quinte quale consumato regista teatrale, mutilò il diritto di espressione, proibì il dialogo e diede vita ad una teologia dai forti toni fondamentalisti. Il progetto politico-ecclesiastico, a cui il papa lavorò, non ha condotto ad alcuna risoluzione in merito alle questioni dei rapporti con la Riforma, la modernità e la povertà. Piuttosto, ha aggravato quei problemi, ritardando la resa dei conti. I limiti dello stile che ha adottato nel governare la chiesa non hanno impedito che Giovanni Paolo II raggiungesse in grado eminente la santità personale (tanto ormai la santità non si nega a nessuno), perché per i media e per la chiesa solo due cose hanno importanza, esse sono: i conti nelle banche e l’apparenza. E allora dai! Attacco ai diritti e all'autodeterminazione delle donne, guerra alle leggi sull'aborto, all'eutanasia, alla laicità delle istituzioni, ingerenze indebite nella vita politica del paese, attacco ai diritti dei/delle omosessuali, sostituiti da quelli sacri degli embrioni. La campagna d’evangelizzazione del papa, il cui punto centrale è rappresentato da una morale sessuale ben poco adeguata ai tempi, ha discriminato soprattutto le donne: quelle che in questioni controverse, quali la contraccezione, l'aborto, il divorzio, l'inseminazione artificiale hanno dimostrato di avere opinioni diverse da quelle della Chiesa, sono state definite portatrici di una “cultura della morte”. Attraverso interventi politici (com’è accaduto in Germania contro il Parlamento e l'episcopato nel caso del conflitto sul tema della gravidanza), la curia romana ha dato l'impressione di rispettare poco la separazione giuridica tra Stato e chiesa. Il vaticano cerca (attraverso il gruppo parlamentare del P.P.E.) di esercitare pressioni anche sul Parlamento Europeo, incentivando l'ingaggio di osservatori particolarmente vicini alle idee di Roma, per questioni relative alla legislazione sull'aborto. Invece di farsi ovunque fautrice di soluzioni ragionevoli che consentano la mediazione, la curia romana con i suoi proclami acutizza, di fatto, a livello mondiale la polarizzazione tra oppositori e sostenitori dell'aborto, moralisti e libertini. Ma l'ultimo lascito di Giovanni Paolo II al cattolicesimo verrà dalle sue nomine episcopali. Per essere ordinato vescovo, un prete deve essere visto come un oppositore assoluto della masturbazione, del sesso prematrimoniale, del controllo delle nascite, dell'aborto, del divorzio, delle relazioni omosessuali, del matrimonio nel clero, delle donne prete. E' quasi impossibile trovare un intellettuale che garantisca completamente questo catalogo di certezze; il risultato è che i ranghi dell'episcopato sono pieni di gente senza cervello e d’incompetenti passacarte. Inoltre le ricerche in molti paesi cattolici dicono che la campagna del papa contro il caos ha solamente aumentato il caos. In Europa, Nord America e Australia, la maggioranza delle popolazioni cattoliche si è ostinatamente rifiutata di cambiare idea su questioni come il controllo delle nascite, il sesso prematrimoniale, la fecondazione assistita e il matrimonio dei preti. In più l'attitudine dei cattolici durante il suo regno sembra essersi allontanata ancor di più dai precetti del papa. (Dopo il raduno giovanilista di Tor Vergata, gli addetti alle pulizie hanno spazzato migliaia di preservativi!). Anzi, con i cattolici praticanti che diminuiscono in tutto il mondo, la strategia del papa sembra essere stata controproducente. Questo stesso dogmatismo, che gli ha impedito di rilanciare le vocazioni nella chiesa con il matrimonio dei preti o l'accesso delle donne al sacerdozio, lo rinchiude nell'immagine di un prelato la cui sola volontà era, come già detto, la restaurazione. In pieno ritorno delle religioni, in cui la Chiesa cattolica sembra la sola a non approfittarne, questo immobilismo resterà, forse, agli occhi della sua stessa parrocchia, che vuole e sa vedere, il suo peccato capitale. Soprattutto dagli Stati Uniti arrivano le voci di dissenso dei movimenti femministi, Come Joana Manning, fondatrice di “Catholic Organisation for Renewal”: “In 27 anni ha restaurato la concezione di una donna sottomessa, la femminilità incarnata nella Madonna. Esaltava l’ideale femminile e poi ci negava la pillola e ci vietava di diventare preti”. E degli omosessuali, altro capitolo difficile del pontificato: “Non ci ha mai teso la mano che avremmo voluto stringere», accusa “Rainbow Sash Movement”, organizzazione di omosessuali cattolici. La situazione per i veri credenti è disastrosa. Chi entra in una chiesa di domenica, vede solo banchi vuoti. (a parte Capraia Alta, che però non è negli U.S.A.), dice un fedele di cui non posso citare il nome, per suo basso desiderio.


lemond - 27/10/2008 alle 07:48

Giovanni Paolo II (ottava puntata) I) Siddharta no, Sida (Aids) sì Il più grosso crimine di questo papato è stata la grottesca ironia con la quale il vaticano ha condannato come "cultura della morte" i profilattici, che avrebbero potuto salvare non si sa quanti cattolici (e no) del terzo mondo da una lenta e dolorosa morte per AIDS. Il papa va verso la sua gloria eterna portando in braccio tutti questi morti. È stato una delle più grandi disgrazie per il cristianesimo e per l’umanità! Le scelte compiute, prima di tutto in Africa, lasciano in bocca il sapore amaro di un integralismo quasi medievale. Questo pontefice ha predicato contro la povertà di massa e l'indigenza nel mondo ma, al tempo stesso, con la sua posizione in merito al controllo delle nascite e all'esplosione demografica, si è reso colpevole di questa fame e di questa malattia. In occasione dei suoi numerosi viaggi e anche di fronte alla Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo nel 1994, questo Papa ha preso posizione contro l'uso della pillola e del profilattico e, pertanto, potrebbe essere ritenuto responsabile più di qualsiasi uomo di Stato della crescita demografica incontrollata in alcuni Paesi e del dilagare dell'Aids in Africa. Mi rendo conto perfettamente che nessuno sarebbe in grado di dire quante decine di milioni di morti in meno ci sarebbero stati senza la guerra vaticana al preservativo, ma mi piacerebbe tanto che si potesse farlo. I bambini poveri in Africa continuano a morire a decine di milioni ogni anno perché non si usano profilattici che ridurrebbero l'AIDS e ridurrebbero le nascite (e, infatti, il messaggio infame che ha lasciato questo papa antimodernista e terzomondista è stato quello che per far star bene i bambini moribondi bastasse abbracciarli e baciarli, poi ripartire in aereo per Roma). Ora che è morto, speriamo che diminuisca l’opposizione perniciosa del vaticano all'uso dei preservativi per combattere l'Aids, che ha causato tre milioni di morti, cancellato una generazione, ucciso economie già moribonde, l'onda lunga di quel vuoto angoscerà il continente africano per un secolo. L'ostinato rifiuto di Giovanni Paolo II ad accettare “il peccato” salvatore della contraccezione, sì chiede il britannico «Guardian», non ha contribuito a condannare quei malati, quei bambini? Non sì uccide anche con il rigore dottrinario praticato fino all'estremo, fino a non accorgersi della realtà? Gli fa eco il francese «Libération»: “L'epidemia è iniziata quasi in concomitanza con il suo pontificato, ed è stata la più grande catastrofe sanitaria della storia umana. Per un quarto di secolo la linea del papa polacco verso questo virus non ha avuto cedimenti, ha continuato a ribadire che la castità era l'unico modo sicuro e virtuoso per fermare il contagio. Le conseguenze sono state drammatiche”. Sono le stesse domande aspre che si pongono molte organizzazioni che si battono contro l'epidemia. “La chiesa rimpiangerà un giorno le posizioni dogmatiche di Giovanni Paolo II in tema di preservativi, accusa Act Up, (una delle sigle francesi più famose e attive), perché in questo modo si è resa corresponsabile della morte di milioni d’uomini donne e bambini». L’Africa, continente dei massacri tribali, ha molto amato il Papa. Ma sul tema della sessualità ammette di non averlo compreso. “Bisogna riconoscerlo. Purtroppo è stato un ostacolo oggettivo per noi che cerchiamo di rallentare l’Aids”. Nathan Geffon è portavoce di «Treatment Action Campaign», nel Sud Africa dove l'epidemia uccide anche le speranze nate dalla fine dell'apartheid: “Speriamo che il nuovo Papa sia meno conservatore». Pierre Somse di «Onusi» dal Congo dove solo il silenzio dei massacri nasconde le cifre della malattia sceglie un’amara ironia: “Qui le parole del Papa sono inutili: nessuno ha la possibilità di comprarli, i preservativi”. E per fortuna le chiese locali, africanizzate, gli hanno disobbedito”. Il papa condannava l’emarginazione dei malati, invitava alla pietà anche eroica del curare, ma poi rifiutava di disfare l’antica intelaiatura delle concezioni cattoliche. “Nessuno gli ha chiesto certo di promuovere il preservativo, si chiedeva solo che non lo condannasse. La sua ostinazione si è rivelata catastrofica”, afferma Christian Saoult della “Associazione francese per la lotta contro l’AIDS”.


lemond - 27/10/2008 alle 13:53

Leggo a pag. 192 del libro di Augias-Cacitti "Inchiesta sul cristianesimo" - Fra gli effetti personali sequestrai dall'FBI nella residenza di M. Atta, uno dei responsabili dell'attentato alle torri gemelle di New York, c'è una lettera che sorprende per la consonanza con la spiritualità martiriale dei primi cristiani. Vi si legge: "Purifica il tuo cuore e liberalo da ogni cosa terrena. Il tempo dello spreco è finito. Il tempo del giudizio è arrivato. Dobbiamo quindi usare queste poche ore per chiedere perdono a Dio... Dopo comincerai a vivere una vita felice, il paradiso infinito. Ricorda sempre che... desidereresti la morte prima d'incontrarla, se solo riconoscessi la ricompensa che esiste dopo la morte... Ricorda che se Dio ti sostiene, nessuno potrà sconfiggerti... Continua a pregare ... Non c'è altro Dio che Dio e io sono un peccatore siamo di Dio e a Dio torniamo". Il desiderio della morte per ottenere la ricompensa divina, tema già presente in Paolo di Tarso, costituisce la cifra costante di tutto il martirologio cristiano antico e, come si vede, anche di quello islamico.- Commento mio: non è vero che le religioni sono tutte eguali, bensì ciascuna è peggiore dell'altra :Old:


lemond - 28/10/2008 alle 07:31

Un decalogo laico di Piergiorgio Odifreddi su la Rinascita della Sinistra del 19/10/2008 Per una delle ironie della storia, il motto risorgimentale «Libera Chiesa in Libero Stato» viene considerato nell'Italia repubblicana un'espressione di anticlericalismo, invece che un'asserzione di laicismo. Naturalmente, quasi tutti i nostri politici concordano sul fatto che la Chiesa e il Vaticano debbano avere la massima libertà di parola e di azione, e che lo Stato non debba interferire né con l'una, né con l'altra. Ma quasi nessuno pensa, o almeno dice, che le stesse libertà le debba avere anche lo Stato, senza esser costretto a subire la pressione ufficiale e ufficiosa delle gerarchie ecclesiastiche, a legiferare in ossequio alle loro credenze, e a pagare di tasca propria per la propaganda e gli affari altrui. Per affrontare concretamente la pratica di un comportamento laico nella quotidianità individuale e sociale, proviamo dunque a formulare un Decalogo Laico che isoli una serie limitata di «comandamenti» sui quali ci si potrà confrontare ed, eventualmente, chiamare a raccolta. «Comandamenti» che, a seconda dei casi, sono rivolti al laico come stimoli propositivi, o al clericale come moniti dissuasivi. 1. Non avrai altro Stato all'infuori di me Il rapporto fra Stato e Chiesa deve tener conto del fatto che quest'ultima è indissolubilmente legata in matrimonio col Vaticano, e che il Papa è anche il capo di uno stato estero indipendente. Questo conflitto di interessi genera un'indebita confusione tra la religione e politica, che un laico (anche, e soprattutto, se credente) dovrebbe sapere e volere dirimere: in particolare, favorendo l'abrogazione dell'articolo 7 della Costituzione e del relativo Concordato, che limitano l'indipendenza e la sovranità dello Stato italiano in maniera ormai anacronistica, perpetuando il «giogo pretesco» (come lo chiamò Benedetto Croce) che Mussolini le impose l'11 febbraio 1929, e Togliatti le reimpose il 25 marzo 1947. 2. Non nominare il nome di Dio invano Il precedente conflitto di interessi tende a far sì che, andando ben oltre i diritti sanciti dal Concordato, la Chiesa pretenda di dettare politiche allo Stato sulle questioni più disparate, ritenendosi l'unica interprete di valori etici universali. Anzitutto, un laico non può accettare un preteso monopolio della religione sull'etica: al contrario, rivendica da un lato l'assolutezza di alcuni principi etici basati sulla natura e sulla ragione umane, e dall'altro la relatività di altri princìpi etici basati sulle convenzioni e sulle consuetudini sociali. Inoltre, un laico non può neppure accettare un preteso monopolio religioso della Chiesa Cattolica sull'etica, a scapito delle altre confessioni cristiane (protestanti o ortodosse) e delle altre religioni (monoteiste e non). 3. Ricordati di rispettare il tuo ruolo istituzionale Un politico che ricopra incarichi istituzionali rappresenta l'intero elettorato, nazionale o locale, e non deve dunque compiere atti pubblici che ledano la sensibilità di una parte di quell'elettorato e la dignità del suo ruolo. Ad esempio, un ministro o un assessore laici non devono prendere parte a funzioni religiose, seguendo l'esempio del cattolico De Gaulle, che rifiutava di fare la comunione in pubblico per questo motivo. In particolare, sono lesive del principio della laicità le partecipazioni alle funzioni religiose dei rappresentanti della nazione e degli enti locali, soprattutto se effettuate come prassi regolare. 4. Onora il credente e il non credente Un laico rispetta le credenze altrui, e questo rispetto si manifesta in maniere complementari. Un laico non credente, infatti, rispetta qualunque fede e religione (non solo una), e non rifiuta un'istanza etica soltanto perché dedotta da princìpi religiosi: semplicemente, non ritiene quei princìpi probatori e rivendica il diritto di valutarne le conseguenze indipendentemente dalle premesse. Un laico credente, simmetricamente, rispetta la mancanza di fede degli agnostici e degli atei, e non pretende di affermare che solo chi crede ha un senso etico, e che «senza Dio tutto sarebbe permesso»: non fosse altro, perché la storia ha sistematicamente smentito entrambe le affermazioni. 5. Non uccidere la razionalità scientifica La scienza ricerca la verità mediante dimostrazioni ed esperimenti, e non si sottomette a giudizi e tribunali che non accettino questo metodo. Questa sua caratteristica la rende più compatibile con certe religioni, ad esempio il buddismo, e meno con altre: soprattutto con il cattolicesimo, la cui ricerca della verità si affida invece alla rivelazione biblica e ai pronunciamenti dogmatici dei Concili e del Papa. Il motto «la scienza è laica» significa semplicemente che si può essere scienziati, credenti o no, solo se si accettano le regole del gioco scientifico, che richiedono di tenere la religione fuori dalla porta dei laboratori: altrimenti si abiura e, come dice il Galileo di Brecht, «si tradisce la propria professione». 6. Non commettere adulterio filosofico Più delicato è il rapporto tra filosofia e religione. E' innegabile che ci siano stati e ci siano filosofi cattolici, ma rimane il fatto che «nessun servo può servire due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro» (Luca, XVI, 13). Un filosofo laico, dunque, dovrebbe scegliere con chiarezza se servire la filosofia o la teologia, e soprattutto evitare di fare i salti mortali per «servire Dio e mammona», come oggi va di moda fra gli «atei devoti». 7. Non rubare Tra spiritualità e materialità della Chiesa esiste un innegabile conflitto di interessi, che si manifesta in maniera dirompente negli immensi benefici economici, concordatari e non, che essa riceve dallo Stato e dagli enti locali italiani. La legge di attuazione dell'otto per mille, ad esempio, assegna alla Chiesa non solo le quote ad essa esplicitamente destinate da circa il trenta per cento dei contribuenti, ma anche la quasi totalità delle quote non destinate: una furberia tremontiana che si configura come un vero e proprio furto, che un laico (anche, e soprattutto, se credente) dovrebbe denunciare come truffaldino, alla stregua di molti altri «finanziamenti illeciti» che assommano a miliardi di euro all'anno. 8. Non dire falsa testimonianza Parte delle tensioni laiche nel rapporto con la Chiesa sono dovute all'esagerata cassa di risonanza che i media offrono alle sue istanze, unita a una loro diffusa mancanza di obiettività. L'Osservatorio Radicale ha fatto notare, ad esempio, che nei suoi primi tre anni di pontificato il Papa ha ricevuto dal Tg1 e dal Tg2 più copertura sia del Presidente del Consiglio che del Presidente della Repubblica, come ci aspetterebbe da una Televisione Vaticana: un laico dovrebbe invece chiedere e pretendere un opposto comportamento dalle televisioni e dai giornali nazionali. 9. Non desiderare la scuola d'altri La Chiesa continua ancor oggi a pretendere che si attui la richiesta del restauratore De Maistre: «dateceli dai cinque ai dieci anni, e saranno nostri per tutta la vita». Un laico progressista, credente o no, dovrebbe invece invocare la libertà di insegnamento religioso negli oratori e nelle scuole private, ma la neutralità dell'insegnamento nella scuola pubblica: che si abolisca dunque l'anacronistica ora di religione, o che almeno la si muti in un'ora di religioni (al plurale), insegnata da docenti statali che non siano sottoposti a un benestare della Curia che umilia uno Stato sovrano, tanto quanto il benestare del governo alle nomine dei vescovi umiliava una Chiesa coatta. 10. Non desiderare l'università d'altri Ricordando la polemica sull'opportunità di invitare il Papa a parlare alla Sapienza, un laico non avrebbe certamente nulla da obiettare a che egli aprisse da solo l'anno accademico di un'università cattolica (forse sì, invece, al fatto che essa fosse finanziata coi soldi dello Stato). E sarebbe comunque felice di sentirlo dibattere con altri sul rapporto tra fede e ragione, o tra religione e scienza, anche in un'università pubblica. Facciamoli allora questi dibattiti, a tutti i livelli e in tutte le sedi, comprese quelle vaticane e non solo in quelle statali, per affermare i princìpi dell'ascolto reciproco e della mancanza di preclusioni da entrambe le parti, come richiede appunto la laicità. Ma soprattutto osserviamo questi "comandamenti", per affermare e riaffermare che le chiese e le religioni non hanno il monopolio dell'etica, e che comportarsi «come se Dio non ci fosse» non significa affatto rinunciare al nostro essere uomini morali, ma è piuttosto l'unico vero modo di farsene carico completamente.


lemond - 28/10/2008 alle 07:45

Giovanni Paolo II (nona puntata) L): Buonismo Sono pure disgustato per questo buonismo. Nessuna nazione si è mai sognata di mettersi a lutto quando è morto Hitler per rispetto al dolore delle SS. Se vi pare troppo forte il paragone (per me non lo è affatto), pensiamo ad altri grandi del XX secolo... Giovanni XXIII, De Gaulle, Stalin, Feynmann, Mao, Miles Davis, Franco, Planck, Gandhi, Ford, Che Guevara, Einstein, Kennedy, von Karajan, Mitterand, Fermi, Paolo VI, McCartney... per nessuno di questi si è fermata la nazione. Per nessuno di questi si è vista una simile unanimità di consensi. Ciascuno di questi ha fatto grandi cose, nel bene e nel male e per ciascuno di loro ci sono state milioni di persone che hanno sofferto quando sono morti e talvolta anche quando erano in vita. Non per questo si è imposto il rispetto universale. Sarà ancora lecito sperare di essere in un paese laico e liberale, tale da considerare i propri cittadini degli adulti responsabili capaci autonomamente di stabilire, per sé stessi e senza bisogno di chi li mandi a letto senza cena, quali spettacoli seguire o non seguire, quali comportamenti tenere o non tenere, quali idee e sentimenti concepire? Si può ancora manifestare un interesse consono, semplicemente consono, alla morte di un pontefice, senza far divenire un evento ineluttabile e normale, seppure doloroso, dolorosissimo (per chi lo prova), e commovente, commoventissimo (per chi la sente), come la morte di un anziano malato, una tragedia collettiva? Si può ancora fare e farsi forza sulla dignità del soffrire sommessamente, in raccoglimento, con chi condivida il proprio dolore, senza sventolarlo come uno stendardo portato in testa alle folte schiere compatte marcianti all'unisono? Il buonismo non dovrebbe essere definito in positivo, ma in negativo. E’ più facile capire cosa non è, piuttosto che ciò che è. Non è analisi delle cause dei fenomeni, ma è l’uso propagandistico delle immagini di sofferenza e disagio. L'approccio buonistico alle sofferenze dei popoli dell'Africa ad esempio, permette di offrire una visione edificante e consolatoria per chi ha bisogno di sentirsi buono senza affrontare gli inconvenienti e i costi del pensiero critico e dell'azione efficace. Giovanni Paolo II ha offerto nel 2000 una pubblica confessione dei peccati per gli errori della chiesa nel passato, senza però trarne alcuna conseguenza pratica. La confessione dei peccati ampollosa e barocca inscenata a San Pietro per gli errori della chiesa è rimasta vaga e ambigua, altro tipico esempio di buonismo, perché è facile chiedere scusa alla scienza per Galileo, molto meno lo sarebbe fare ammenda sulla genetica! Per Giovanni Paolo II. , da sempre, l'unica realtà che conta, è quella dei media e Galileo “fa audience”. Ed è così che è diventato la più grande star mediatica di tutti i tempi, raggiungendo l’apice con la malattia e la morte (si fa per dire, perché lui non è certo morto, bensì è passato a miglior vita!).


lemond - 29/10/2008 alle 08:27

Giovanni Paolo II (decima puntata) M): Morte al laicismo! La Chiesa non ha apprezzato il risultato complessivo del Trattato per quanto riguarda la posizione di rilievo riconosciuta alle Chiese in Europa, ai sensi dell'art. 52 del Trattato. Anzi, anche qui emerge il limite del concetto di laicità per gli uomini di Chiesa. Il Trattato costituzionale europeo realizza il principio storico, incontestabile e irreversibile, della libertà di religione, comprensiva della pienezza delle sue espressioni pubbliche, giuridiche e politiche, affermando che «rispetta lo status previsto nelle legislazioni nazionali per le Chiese», «riconoscendone l'identità e il contributo specifico». Nel contempo però il Trattato non favorisce le Chiese rispetto ad altre «organizzazioni filosofiche e non confessionali». Il testo costituzionale sottintende cioè che i valori rappresentati dalla religione-di-chiesa sono soltanto un’espressione di quella «libertà di coscienza» individuale dei cittadini cui va il primato assoluto nella gerarchia delle libertà fondanti della democrazia. In questa prospettiva, la laicità non è un valore accanto ad altri (secondo il cliché del laico giustapposto al credente) ma è il criterio stesso con cui tutte «le visioni della vita» si confrontano con pari dignità etica. Ciò che conta è il confronto ragionevole degli argomenti e la leale osservanza delle procedure democratica nella decisione politica. Considerare l'art. 52 del Trattato costituzionale un’implicita, surrettizia diminutio delle chiese significa non aver capito nulla della laicità della democrazia. D’altra parte il vaticano per il suo “de iure condito” continua a non poter sottoscrivere la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del Consiglio d'Europa: troppi canoni del diritto ecclesiastico romano, assolutistico e medioevale, dovrebbero prima essere modificati. Il governo della Chiesa è oggi sostanzialmente simile a quello dei giorni pre-conciliari. I vescovi locali sono poco più che funzionari al servizio della Curia. A chiedere un programma di riforma del papato furono in molti a partire dai giorni del concilio vaticano II, specialmente dall'esterno delle gerarchie vaticane. Un forte impegno in questo senso si vide ad esempio da parte del gruppo di studi bolognese, guidato per anni da Guiseppe Dossetti. Ai cardinali riuniti nel conclave del 1978, che poi decise la nomina di Giovanni Paolo II, fu fatto pervenire un documento in cui si chiedeva al nuovo pontefice di mettere fine al papato monarchico, si chiedeva la creazione di un organo collegiale di vescovi e cardinali, dotato di una capacità legislativa vera e propria, si chiedeva inoltre di far eleggere i nuovi vescovi dalle comunità ecclesiali interessate. Nell'ambito di una revisione della condotta concordataria internazionale portata avanti anche da Paolo VI, nel documento compariva tra l'altro anche un invito per l'abolizione delle nunziature apostoliche troncando i rapporti con gli stati "come potenza tra le potenze". Nessuna di tutte le richieste avanzate nel documento del gruppo di Bologna fu accolta dal nuovo eletto al soglio di Pietro nel 1978. Il concetto della democratizzazione del vaticano restò lettera morta nell'impronta che il papa polacco dava sempre di più con il passare degli anni al suo magistero. Il culmine di questo allontanamento lo si tocca nel discusso ultimo libro di Giovanni Paolo II, pubblicato nel febbraio 2005. «Fu un parlamento regolarmente eletto - scrive Giovanni Paolo II in questo libro a pag.161 - ad acconsentire alla chiamata di Hitler al potere nella Germania degli anni Trenta; fu poi lo stesso Reichstag che con la delega dei pieni poteri […] a Hitler, gli aprì la strada per la politica d'invasione dell'Europa, per l'organizzazione dei campi di concentramento, e per l'attuazione della cosiddetta "soluzione finale" della questione ebraica». Poche righe più avanti, il papa aggiunge: «è proprio in questa prospettiva […] che ci si deve interrogare, all'inizio di un nuovo secolo e di un nuovo millennio, circa alcune scelte legislative decise nei parlamenti degli odierni regimi democratici. Il riferimento più immediato è alle leggi abortiste. Quando un parlamento autorizza l'interruzione della gravidanza, consentendo la soppressione del nascituro, commette un grave sopruso […]. I parlamenti che approvano e promulgano simili leggi devono essere consapevoli di spingersi oltre le proprie competenze e di porsi in palese conflitto con la Legge di Dio e con la legge di natura». La realtà è che quando il papa usa le parole: trattati, costituzione, libertà e democrazia, le intende in modo univoco a vantaggio dei soli clericali e non di tutti. Domandano le guarentigie a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro. La chiesa avrebbe invece bisogno di un papato riformato una monarchia costituzionale al posto di una monarchia assoluta. Il punto di partenza è un ritorno allo spirito di collegialità episcopale del concilio che metta da parte il concetto dell'infallibilità.


lemond - 30/10/2008 alle 07:32

Giovanni Paolo II (undicesima puntata) N): Scuse Come Celentano, papa Woytila ha chiesto perdono per gli errori di ieri, ma non per quelli di oggi. La storia di un “mea culpa” piuttosto lungo, come quello in nome dell'Occidente per la schiavitù e la tratta, dimenticando che solo l'Occidente è stato capace, in un secolo (dal 1760 al 1860) di bandire una pratica legale e comunemente accettata da almeno 5000 anni. Capisco che questo storicamente è stato più un merito dei Metodisti (la fede in cui fu allevata la baronessa Thatcher e a cui si convertì Bush, tanto per capirsi) e degli illuministi che dei cattolici, ma tant'è, questo dettaglio se lo poteva ricordare. Ha riconosciuto gli sbagli e perfino i crimini passati della Chiesa cattolica, come l'antigiudaismo religioso, i ghetti e la persecuzione degli ebrei, l'Inquisizione, la strage degli Ugonotti, il rogo di Giordano Bruno, la condanna di Galileo. Ma dopo la riabilitazione di Galileo i danni chi li paga? E non ha chiesto perdono per le gravi colpe di oggi, come le ingerenze politiche, la negazione della libertà di scienza, di critica e di stampa, l'appropriazione indebita dell'etica da parte della Chiesa cattolica, il riconoscimento dei dittatori e dei gruppi rivoluzionari o terroristici, l'umiliazione della ricerca scientifica (medicina, aborto, sperimentazione, clonazione, fecondazione, controllo delle nascite) e della donna. Insomma, ha chiesto, al solito, la "libertà" solo per la chiesa, non nella chiesa o nei confronti della chiesa. Per la chiesa cattolica questo Pontificato si rivela una grande speranza (per chi sperava) delusa, in fin dei conti un disastro, perché Karol Wojtyla, con le sue contraddizioni, ha profondamente polarizzato la chiesa, allontanando i suoi innumerevoli uomini e gettandoli in una crisi epocale. O): Pedofilia Una delle più serie accuse contro il suo pontificato è il fallimento nell'affrontare onestamente gli scandali legati alla pedofilia che hanno coinvolto centinaia di preti americani e che il Vaticano ha cercato invano di occultare, tentando di sottrarre i colpevoli alla giurisdizione. Possiamo prendere ad esempio Bernard Law, nato in Messico da genitori americani, è divenuto arciprete dopo essersi dimesso dalla carica di arcivescovo di Boston nel 2003, in seguito ad uno scandalo sulle molestie sessuali perpetrate da sacerdoti della sua arcidiocesi, di cui il cardinale sarebbe stato a conoscenza. Le prime critiche arrivarono nella seconda metà degli anni Novanta, quando il sacerdote John Geoghan fu processato per 130 casi di molestie su minori: nel 1998 rinunciò ai voti poco prima di essere condannato. Dagli atti del processo risultò che il cardinale Law, giunto a conoscenza degli abusi, per tre volte trasferì padre Geoghan in nuove parrocchie, senza prendere precauzioni affinché le violenze non si ripetessero. Law presentò per la prima volta le sue dimissioni nell’aprile 2003, ma il pontefice le rifiutò. Quando le denunce per molestie raggiunsero la quota 500 e gli atti d’alcuni processi furono resi pubblici (lettere in cui il cardinale esprimeva il proprio sostegno a preti indagati), 58 sacerdoti della sua stessa arcidiocesi domandarono ufficialmente le dimissioni del cardinale. Nel gennaio 2003, Bernard Law fu sollevato dall’incarico e trasferito a Roma. Nelle ultime settimane avevano duramente criticato il ruolo di rilievo di Law, di fianco a Ratzinger nei funerali di Wojtyla: ”E’ come spargere sale su una ferita aperta”. Alla loro voce si erano unite altre, come l’associazione cattolica “Voice of the Faithful”, il Boston Globe, e alcuni sacerdoti dell’università cattolica Georgetown.Ieri una piccola delegazione del Survivor Network era a Roma per esprimere il proprio dissenso nei confronti di Law ma anche le proprie esigenze in vista del conclave. Una di loro, Barbara Dorris, che ha subito delle violenze da parte di un insegnante sacerdote quando era alle elementari, ha detto che gli onori conferiti al cardinale Law, nonostante il suo comportamento, danno l’impressione che la Chiesa attribuisca più valore ad un personaggio come Law, che ai bimbi vittime di violenze da lui coperte. Eppure, Barbara Dorris si dice una fervente cattolica: “Se sono qui, è perché la Chiesa tenga presente che quello degli abusi sessuali sarà tra i problemi che il prossimo pontefice dovrà affrontare”.


greglemond - 06/11/2008 alle 08:29

Giovanni Paolo II (dodicesima puntata) P): Politicismo Con realismo, dobbiamo considerare papi, vescovi e cardinali come veri e propri uomini politici, non potenziali "santi" o eroi, a differenza delle folle acritiche eccitate dal messaggio televisivo. Questo sono e vogliono essere i generali della chiesa. A cominciare dagli accordi politici e dal lungimirante realismo machiavellico, con cui sono ordinati vescovi ed eletti pontefici. Sanno bene, del resto, che per la pura e semplice contemplazione e testimonianza spirituale sarebbe bastato loro esser umili frati, semplici preti o perfino laici praticanti. Ma se vogliono, invece, essere un potere del mondo, se costruiscono un governo, se instaurano una gerarchia, se conducono campagne di informazione, se stipulano accordi, se prescrivono di votare o non votare, se criticano i politici o condannano la stampa (e un tempo incoronavano, combattevano guerre sanguinose, incarceravano e condannavano a morte), noi dovremmo considerarli per quello che sono: politici. E il carisma politico fa certamente parte della personalità del papa defunto, ma il cedere alla dimensione carismatica è anche infantilismo delle masse. Va concesso ai giovani, i papa-boys sono l'effetto evidente della dimensione carismatica, ma il mondo laico non è di soli ragazzi. E restando nel tema, è infantile pensare che un sistema ad es. crolli per l'azione di un uomo. Il sistema sovietico è crollato per una semplice ragione: l'apparato tecnico dell'Unione Sovietica era certamente inferiore a quello americano. È imploso per ragioni proprie. Il papa ha favorito l'azione di Solidarnosc; ha approfittato del crollo del comunismo per far uscire la Polonia prima degli altri Stati satelliti. Punto. Non solo, Wojtyla può essere ritenuto responsabile, anche se marginalmente, del massacro jugoslavo. Chi furono, dopo lo sfaldamento, i primi Stati a riconoscere le nazioni cattoliche Slovenia e Croazia? La Germania di Kohl e il Vaticano. Wojtyla ha canonizzato Stepinac, il cardinale di Zagabria che aveva benedetto le armi degli ustascia, i massacratori (pulizia etnico-religiosa) dei serbi. Papa Wojtyla non è potuto andare in Russia, né con Gorbaciov né con Putin, ma non per i comunisti: per il veto della Chiesa ortodossa. E perché? Perché la distanza che la separa da Roma da mille anni è ancora, più di prima, il primato del papa.


greglemond - 07/11/2008 alle 08:38

Giovanni Paolo II (tredicesima puntata) Q): Funerali in TV I funerali sono un trionfo senza precedenti, sono un evento. Presenti i capi di stato attuali e storici di tutto il mondo. La folla affluisce da ogni parte ed è incontenibile, commossa, conscia di partecipare ad un evento storico. Woytila ha vissuto il suo papato alla presenza ossessiva delle telecamere per cui sarà una dura impresa, per i suoi successori, eguagliare la sua mediaticità estranea al nascondimento di Nazareth. I prossimi papi sapranno sottrarsi al trasporto emotivo delle folle, come fece Cristo che rifiuto di essere proclamato re? Questo papa non è morto nell’infamia del venerdì santo, ma nel trionfo della domenica delle palme: è morto sulla ribalta, come ha scelto di vivere. Tra le grandi cerimonie dei media, questa è la cerimonia per eccellenza. L'eccezionale successo di questo evento è legato ad una serie di congiunture favorevoli: la figura del papa incarna oggi lo spirito del tempo. Il bisogno di superstizione è pa(l)pabile. La gente è affamata di cerimonie che consolidano il reciproco legame di appartenenza e connessione. Partecipare ad una cerimonia storica, essere parte attiva di una maggioranza, essere inquadrato da una telecamera come un punto in mezzo a centinaia di migliaia di punti sembra oggi un obiettivo sufficiente a dare un valore alla vita. Si dirà: il papa è il papa. Ma non basta. Nessun papa storico, e tutti i papi hanno fatto la storia, ha incarnato così profondamente gli umori della folla. Le spoglie di Pio IX, storico papa del Risorgimento italiano, furono assalite dagli anticlericali al grido «al fiume il papa porco». (Nessuno invece a lui ha gridato: papa boia!) E anche il pontefice più popolare Giovanni XXIII non ebbe per le sue esequie un così massiccio, irrazionale e divistico assalto di pubblico, perché tutto il suo pontificato era stato svolto sulle corde della carità, dell'impegno terreno e dell'aiuto reciproco tra gli uomini. Cerimonie storiche sono state le nozze e i funerali di Diana, ma anche la monarchia è più sobria e meno sacrale e solenne della chiesa e della sua liturgia. A questo si aggiunge il bisogno di aggregazione della nostra epoca. Conformismo e maggioranza sono stati a lungo disvalori. Oggi il bisogno di aggregazione, d' integrazione, prevale sul bisogno di distinzione. Nessuno ricerca più l'esclusività, la differenza, l'originalità. L'imperativo è partecipare, essere accettati, connessi, presenti. Viviamo oggi un’adolescenza collettiva in cui il bisogno di appartenenza al gruppo prevale sulla ricerca della propria identità. Appartenere alla maggioranza, fare maggioranza, non passivamente, ma attivamente è il desiderio di tutti. Per questo come per i pellegrinaggi dell'anno mille, un’immensa folla si è riversata sul sagrato di san Pietro. E' una folla di fedeli, ma anche di menefreghisti, che non andrà forse a votare al referendum, ma che capisce che un frammento di storia si celebra oggi e che è importante essere presenti. Ore di coda sono sopportabili per poter fissare sul telefonino l'immagine del papa. Quell'immagine significa: “Io c'ero”. A quella folla in jeans attaccata al cellulare, compatta ed eternamente connessa, la chiesa conferisce forma e significato. E' la liturgia che attribuisce a questa massa informe un contenuto religioso, una convinzione. La maggioranza, la folla, scopre di avere un senso, di essere venuta per un’idea e uno scopo e le guance di tutti si rigano di lacrime. La “kermesse” dei funerali del papa, la folla dei fedeli piangenti e commossi, degli spettatori curiosi, degli uomini potenti chini davanti alla bara di un uomo la cui forza era nelle parole e nella grandezza dell'istituzione che rappresentava. Alcuni hanno detto che questo spettacolo aveva al contempo un che di pagano oltre che di cristiano, al pari di altri riti che hanno accompagnato in passato la morte dei grandi e dei meno grandi, degli uomini di stato così come delle celebrità di dubbio merito. Sono quasi sicuro che il papa avrebbe approvato lo spettacolo delle folle festanti, che sono arrivate a rendergli, come si dice, omaggio. L'uomo aveva un’altissima concezione di sé e del suo ruolo, non tanto come persona (questo non si sa, ma dicono che fosse personalmente umile), quanto come capo della chiesa. Tanta gente è rimasta colpita, nel rivedere le immagini che si sono susseguite in questi giorni, dall'espressione intensa e benevola, dalla postura leggermente inclinata anche nei primi anni quando ancora stava bene: certamente non una persona arrogante, o vanitosa nel senso comune del termine, o trionfalistica; una persona molto compresa della sua missione, intensamente dedita a realizzarla. E la sua missione era quella di fare trionfare la grandezza della chiesa in quanto guida di tutta l'umanità verso la croce, verso Cristo. E' il caso di dire beato chi ci crede! Da questa visione "clericale" in senso alto sono anche nate le durezze verso coloro che nel suo gregge gli disubbidivano, le incomprensioni della modernità e le compromissioni con il potere; e anche l'uso della spettacolarità, al servizio della quale ha messo la sua persona in vita e il suo corpo in morte. Un grande antico papa. Noi, uomini e donne che ci professiamo laici, guardiamo e restiamo meravigliati di fronte allo spettacolo di tanta fede missionaria; ma allo stesso tempo pensiamo che in definitiva anche questo pontefice, pur definito grande, non abbia molto da insegnarci, perché crediamo che il mistero della vita e della morte, il bisogno di permanenza e di spiritualità presente in ogni singolo uomo, è ancora più profondo, ancora più insondabile di quanto il suo messaggio, il suo insegnamento abbiano da proporre. Certo, Giovanni Paolo II ha entusiasmato in vita ed entusiasma da morto il suo gregge, gli ha consentito di immedesimarsi, di riconoscersi suo seguace e di sentirsi parte della sua missione. Anche questo è un bisogno degli uomini, o meglio una via d’uscita dall'angoscia. E questa folla cerca disperatamente di riempire un vuoto apparentemente incolmabile, tante persone costrette a fare qualche gesto che le mostrasse in lutto. Porte socchiuse, saracinesche abbassate, bandiere a mezz'asta. A quelli con una fede sincera (quanti?) non sarà venuta voglia di smettere di fronte a questo teatrino mediatico? Non ci resta che continuare a dire che c'e un modo migliore per vivere. Secondo me sono tutti colpevoli di avere dato in pasto al pubblico un uomo morente, con maxi schermo come se si fosse trattato di un evento sportivo. Volevano fare “tutto il calcio” minuto per minuto, solo che i telecronisti non sapevano cosa dire per apparire sensazionali, anche perché non c'era nulla da dire. Uno scempio della vicenda che sarà ricordata forse più per com’è stata raccontata: con dovizia d’inutili particolari. Epitaffio Ventisettanni, poco più son mezza vita ma qualcuno (io) oggi può esultare perché una tirannia è finita.


greglemond - 08/11/2008 alle 13:40

Giovanni Paolo II (ultima puntata) Papi E’ venuto il momento di chiedersi a quale tradizione egli sia appartenuto. Anche la scelta del suo nome, Giovanni Paolo II è solo apparenza: ha poco da condividere con il suo immediato predecessore. Giovanni Paolo I, per esempio, prima della sua elezione si congratulò con i genitori del primo bambino in provetta, non si tratta certo di un gesto che fa rima con il fondamentalismo della chiesa. Giovanni Paolo II è stato anche l'opposto di Giovanni XXIII, che portò il cattolicesimo a confrontarsi con le realtà del 20° secolo, accettandone i princìpi moderni. E ad entrambi il nostro ha risposto con “ i diritti degli embrioni”!!! Paolo VI, infine, affascinava quale intellettuale sottile, che lasciava ai teologi la libertà di cercare e sperimentare. In sintesi possiamo dire, che la tradizione alla quale si richiama il nostro è san Pio IX. Giovanni XXXI Giovanni XXIII a Regina Coeli La parole di Giovanni XXIII Riportiamo alcuni brani estratti dall'enciclica "Pacem in Terris", di Giovanni XXIII «Il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità, in vista di una conoscenza della medesima sempre più vasta e profonda». «La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che [si] operi consapevolmente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall'esterno». «Vi è un fatto a tutti noto, e cioè l'ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell'ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica». «Per il fatto che l'autorità deriva da Dio, non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla; come pure di determinare le strutture di poteri pubblici, e gli àmbiti entro cui e i metodi secondo i quali l'autorità va esercitata. Per cui la dottrina sopra esposta è pienamente conciliabile con ogni sorta di regimi genuinamente democratici». «Dev'essere sempre riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà della iniziativa personale dei singoli cittadini, ma per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile, nell'effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona». «Gli esseri umani, nell'epoca moderna, hanno acquistato una coscienza più viva della propria dignità: coscienza che, mentre li sospinge a prendere parte attiva alla vita pubblica, esige pure che i diritti della persona - diritti inalienabili e inviolabili - siano riaffermati negli ordinamenti giuridici positivi; ed esige inoltre che i poteri pubblici siano formati con procedimenti stabiliti da norme costituzionali, ed esercitino le loro specifiche funzioni nell'ambito di quadri giuridici». «Vi sono regimi politici che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano; anzi in quei regimi è messa in discussione o addirittura misconosciuta la legittimità della stessa esistenza di quella sfera. Ciò, non v'è dubbio, rappresenta una radicale inversione nell'ordine della convivenza, giacché la ragione di essere dei poteri pubblici è quella di attuare il bene comune, di cui elemento fondamentale è riconoscere quella sfera di libertà e assicurarne l'immunità». «I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà. Il che significa che nessuna di esse ha il diritto di esercitare un'azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza. Tutte invece devono proporsi di contribuire perché in ognuna sia sviluppato il senso di responsabilità, lo spirito di iniziativa, e l'impegno ad essere la prima protagonista nel realizzare la propria ascesa in tutti i campi». «I poteri pubblici della comunità mondiale devono proporsi come obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona: con un'azione diretta, quando il caso lo comporti; o creando un ambiente a raggio mondiale in cui sia reso più facile ai poteri pubblici delle singole comunità politiche svolgere le proprie specifiche funzioni». «Atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite è la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo approvata in assemblea generale il 10 dicembre 1948». (m.l.) Conclusioni E' vero, morto un papa così, non se ne fa un altro uguale. Probabilmente Wojtyla ha fallito su tutta la linea, poiché il suo successo è stato solo d’immagine, un'anomala imitazione del maestro. Col soffio dello spirito che rinnova, la chiesa attende, ora, un papa meno spettacolare, più vicino alla collegialità apostolica che all'impero dei cesari. Un papa che, come Giovanni Battista, vedendo Cristo esclami: "E' necessario che io diminuisca e lui cresca", un papa che "aprirà le porte a Cristo" ma non porrà la sua persona, di traverso, su quella soglia. Risposta del santo spirito: Joseph Ratzinger.


greglemond - 09/11/2008 alle 10:30

[quote][i]Originariamente inviato da dedalus [/i] ho avuto modo, quest'estate, di leggere un romanzo di Neal Stephenson: Snow Crash, nel quale tra mille spunti (va letto con un'enciclopedia vicino...) si parla anche di una sorta di ciclicità tra concezione elitaria e popolare della religione. sinceramente non ho ancora approfondito questo lato (ho iniziato a spulciare un po' le teorie economiche che vengono descritte, come l'anarco-capitalismo :?), ma ho più o meno capito, nella parte più vicina al mio vissuto, che lo scrittore tratteggia la venuta di Cristo come una sorta di rivoluzione rispetto alla religione dei farisei e delle leggi, passando anche dalla semplificazione dei comandamenti-norma (il decalogo) nell'unico comandamento-azione (ama!). [/quote] Quello che scrivi è vero: il cristianesimo delle origini, rispetto alla legge Mosaica rappresenta una rivoluzione. [quote][i]Originariamente inviato da dedalus [/i] tra l'altro le famose lingue di fuoco vengono viste - nel contesto del romanzo, che si basa su una specie di virus neurolinguistico - come una specie di ritorno alla comunicazione tra popoli attraverso un'unica lingua. [/quote] Quello che si dice nel romanzo a me pare il contrario: Enki ha fatto il dono di Babele al mondo, in modo che, in presenza di un multilinguismo, un eventuale "virus" potesse attaccare soltanto una parte e non la totalità del genere umano (cosa che sarebbe accaduta invece nella lingua unica di Sumer). P.S. Per quanto riguarda il cristianesimo dell'origini etc. farò un riassunto (a puntate) del libro di Augias-Cacitti ove si tratta proprio dell'argomento in maniera, secondo me, piuttosto esaustiva.


greglemond - 10/11/2008 alle 07:55

Religione e miti sumerici I sumeri avevano una religione politeista che aveva le proprie origini sul concetto di mito. Allorchè il regno celeste venne sulla terra, esso fiorì in Eridu. Così recita la più antica lista reale sumerica, scritta in caratteri cuneiformi alla fine del III millennio a.C.. In questa lista sono contenuti nomi mitici di re di Eridu, Alulim e Alagar che vissero prima del Diluvio Universale, conosciuto anche nella tradizione sumerica. La prima città sacra fu Eridu che conobbe una grande importanza in epoca arcaica. Si osserva dunque che l'Antico Testamento della Bibbia e la tradizione sumerica si muovono nella stessa direzione. Il signore della terra dei Sumeri era Enki, dio della sapienza e degli oracoli che governa i me, cioè le 100 forze divine che assicurano ad Eridu la supremazia sulle altre città sumeriche. Enki è il signore di tutto ciò che sta sotto e, come Jahve, decide di popolare la terra di uomini. La madre di Enki è Nammu, madre primigenia, la dea che ha generato il cielo e la terra. Essa accoglie il suggerimento del figlio che per aiutare gli altri dei nel compiere il loro lavoro propone di creare l'uomo. Nammu, con l'aiuto di 8 dee, plasma l'argilla usando l'abzu, l'acqua dolce sotterranea dispensatrice di vita. Una delle dee, Ninmah, mossa dall'invidia crea esseri deformi con difetti fisici ed anomalie sessuali contro la bellezza del genere umano. Enki, in risposta a questo, crea l'umu'ul, cioè il vegliardo che simboleggia il compimento della felicità umana, in contrasto con la sofferenza di Ninmah. Inoltre offre all'uomo la possibilità di guardare al futuro: nascono così gli studiosi degli astri, del fegato di pecora (auruspici) che ritroviamo tra gli Etruschi , nonchè gli oracoli. Enki si mostra il dio più vicino agli uomini. Enki ha il debole per le donne. Ebbe numerosi incesti (del resto come Zeus) con diverse divinità e con le loro figlie: Ninkhursanga, Nirsikil, Nintu, Damgalnunna, Ninkurra (dea della fecondità), Uttu; quest'ultima interrompe la catena degli incesti. Il luogo di questo paradiso incestuoso ha il nome di Tilmun, terra di fecondità e ricchezza, già conosciuto dalla tradizione di el Obeid e trasmessa a quella semita. Questa terra oggi sembra individuata nell'isola di Bahrein, nel Golfo Persico. Dunque la mitologia di Eridu ha le sue origini in epoca protosumera. Nel corso del tempo Eridu lasciò il posto ad Uruk come importanza politica. Questo si deve alla dea dell'amore Inanna, che approfittando dell'ubriacatura di Enki gli tolse le cento forze divine e le portò nella sua città preferita Uruk. Ogni dio, dunque, era venerato in una specifica città ed ogni divinità veniva impiegata per fini politici. Il pantheon sumerico era molto variegato: An, dio del cielo; Enlil, dio del vento; Uras o Ki, dea della terra, che partorirà Inanna e Nintu, dee dell'amore e fecondità; Enki, dio dell'acqua, simbolo di vita e della terra. Ci sono poi Mamitu, dio della morte; Marbu, dio della tempesta,; Guanna, il toro celeste che lotterà contro Gilghamesh; Tiamat, genitrice di tutti loro, che in accadico rappresenta il nome del mare, e Abzu (Apsu in semitico-accadico), il procreatore. Questi ultimi due sono noti nel mito di Enuma Elish, riutilizzato dai Babilonesi. Si descrive la lotta tra Enlil, geloso del salvataggio dell’uomo, ed Enki. Per vendicarsi, ordina a Tiamat di generare dei mostri e comandare su tutti gli dei. I babilonesi chiameranno in causa il loro dio Marduk che ucciderà Tiamat e fonderà Babilonia. Enlil è anche il dio del destino, poichè è capace di porre fine ad ogni vita umana. Sarà lui a provocare il diluvio universale e se non fosse stato per Enki che avvertì il re Ziusudra (il Noè biblico) sarebbe scomparso tutto il genere umano. Si macchia di numerose colpe, come l'aver sedotto la dea Ninhil, figlia di Nammu. Per questo Enlil viene esiliato agli inferi, dove sarà accompagnato da creature infernali. Fondamentale per i sumeri fu il mito di Gilgamesh, (***) diretto discendente di Dumuzi, che può essere paragonato al dio-eroe greco Ercole. Si richiama ad un re sumero vissuto ad Uruk intorno al 2700 a.C., che sperimenta l'esperienza della mortalità umana e compie un viaggio verso la conoscenza perfetta. Egli ci viene tramandato come per un terzo uomo e due terzi dio. Egli sconfigge anche Enmebaragesi, re di Kish, e sarà in lotta con la sua discendenza. Tra le sue imprese, Gilgamesh avrebbe ucciso un toro divino, inviato sulla terra dalla dea Inanna, che opprimeva il proprio popolo. LA BIBBIA ED I SUMERI Attraverso documenti ed incisioni cuneiformi sono state ricostruite varie ipotesi circa diversi miti che si vengono ripresi anche nella Bibbia. Abbiamo già accennato circa il diluvio universale che secondo la tradizione sumerica sarebbe avvenuto all'epoca del re Ziusudra (Utnapishtim per i Babilonesi), presso Nippur. Questo re, ritenuto giusto da Enki, viene avvisato dei piani diabiolici di Enlil e si salva, salvando anche tutto il genere umano. Attualmente sono state fatte scoperte in tal senso presso Ur. Ciò potrebbe confermare l'ipotesi che il diluvio universale coinciderebbe con una grande alluvione dell'Eufrate (la Mesopotamia era ricca di alluvioni). Questa avrebbe lasciato il segno nella tradizione sumera, tramandandola poi a quella semita, attraverso gli accadi . La Torre di Babele è stata cercata per anni dagli studiosi. La storia ci dice che l'ultimo a ristrutturarla fu Alessandro Magno, per dare splendore a Babilonia. Alcuni l'hanno identificata a Samarra, altri ad Aqar Kuf, presso Bagdad, altri ancora a Birs Nimrud, vicino Babilonia. Sicuramente si trattava di una Ziqqurat costruita dopo la grande alluvione. Tra l'altro la grande alluvione segna da sparti-acque nella storia mitologica sumera, in quanto i re antecedenti al diluvio sopravvivevano almeno 10.000 anni, quelli successivi 100 anni. Questo significa che l'uomo, dopo aver conosciuto la catastrofe alluvionale, si è reso conto dei limiti del tempo e della vita. Successivamente al diluvio troviamo la lotta tra il pastore Dumuzi ed Enkimdu, il contadino. Questo mito richiama quello di Caino e Abele, anche se nella Bibbia è antecedente al diluvio universale. I due rappresentano due classi sociali diverse in lotta tra loro. Nel mito la lotta è per la bellissima dea Inanna.Alla fine sarà Dumuzi a primeggiare, senza uccidere il rivale, anzi si accorderanno in pace. Dumuzi diventa dio dei pastori, ma Inanna discende agli inferi per essersi unita ad un uomo. Così Inanna per riscattarsi fa uccidere Dumuzi, ma, per amore, si pente e lo fa risorgere ogni sei mesi per averlo con se. Si innesca così un ciclo di morte e resurrezione nell'arco di ogni anno che i sumeri festeggiano. In questo episodio si riscontrano tanti miti: la morte e la resurrezione, la fragilità della vita, l'amore, il pentimento, la fertilità. E' necessario ricordare che la Mesopotamia era diventata una regione fertile, dunque c'era di tutto, ma questo tutto era esposto ad ogni pericolo e poteva morire: nessuno può sentirsi al sicuro. Gli dei dunque non sono immortali, ma la loro importanza è legata al luogo dove si trovano, affinchè possano accompagnare gli uomini nella loro avventura terrena e quindi essere immortali nella loro tradizione. Il mito di Dumuzi richiama il raccolto che viene effettuato ogni metà anno e viene festeggiato dai sumeri come fonte di vita e di fertilità. Questo mito verrà ripresero dai Babilonesi con Innin e Tammuz . Elementi fondamentali nella religione sumerica erano: una dea nuda (Inanna) ed un toro, simbolo degli eventi naturali che l'uomo non può gestire e controllare. Si possono osservare anche dei richiami alla creazione dell'uomo ed alla cacciata dal paradiso terrestre.


greglemond - 11/11/2008 alle 12:01

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) L’ardua ricerca di una dottrina Si può cominciare a parlare di religione cristiana a partire dalla metà del secondo secolo, quando la corrente giudaico-cristiana viene quasi del tutto emarginata a favore dei "gentili". Il canone si forma in tale periodo e per riuscire a renderlo stabile e sconfiggere "le eresie" occorre una struttura istituzionale e quindi gerarchia e denaro. La prima da "esorcizzare" era quella "gnostica" per la quale Dio non era nel mondo (opera del Demiurgo), ma dentro l'uomo e quindi non ci sarebbe bisogno di nessuna struttura ecclesiastica. Diventare gnostici significa liberarsi degli impacci del corpo ed esser consapevoli della negatività dell’universo. Tale visione era anche un ingegnoso tenativo di coniugare un essere onnipotente e buono con tutto il male e le ingiustizie che esistono nel mondo. Nessuno in realtà ha risolto l’interrogativo che l’umanità si è sempre posto e massime dopo la Shoa. Le primissime comunità di fedeli non avevano una precisa divisione gerarchica, bensì uno spirito fortemente paritario [con tanti saluti a chi vuol far credere che i papi abbiano potuto regnare sin dalle origini:-) ]. Nessun dubbio comunque sul fatto che alla fine del secondo secolo la maggioranza delle comunità erano passate al sistema episcopale. Alla domanda su come sia stato individuato il criterio di legittimità per il potere demandato agli “episcopos” si può rispondere in due modi: a) un’investitura apostolica diretta b) il fenomeno delle visioni La prima non necessita di spiegazioni, mentre sul punto b potremmo cominciare con il descrivere il famoso episodio della grande visione collettiva (denominata pentecoste). C’è poi la drammatica visione di Saulo e ci sono quelle dei santi, dei martiri, delle vergini e dei profeti, che durante le loro estasi raccolgono parole attribuite direttamente a dio. Nel 1951 M.L. von Franz, una dei migliori allievi di Jung, ha pubblicato un saggio sull’interpretazione dei sogni e delle visioni contenute in un trattato della letteratura martirologica “La Passione di Perpetua e Felicita” ed esso arriva a risultati piuttosto interessanti da un punto di vista psicoanalitico. Un’altra interpretazione ce la fornisce il Bernini con la sua statua di Teresa d’Avila (chiesa di S. Maria della vittoria a Roma) mescolando il trasporto celeste con espressioni della più intensa partecipazione erotica. Per siffatti motivi la chiesa (non delle origini) si è tenuta in posizione molto prudente, se non ostile, nei confronti dei mistici. Ma la tendenza visionaria prosegue nel corso del tempo con Fatima, Lourdes, Medjugorje, ma il prof. Cacitti sostiene che il contenuto propriamente di fede sia piuttosto scarso. Si tratta di visioni ad es. ove la Madonna ha rivelato che non bisogna né fumare, né bere, facendo così una buona “Pubblità progresso”, ma non certo una profonda … :-)).


greglemond - 12/11/2008 alle 10:35

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) “Tu es Petrus” Gesù non ha mai detto di voler fondare una nuova religione, che avrebbe dovuto chiamarsi cristianesimo. L’affermazione di Augias è condivisa dalla larga maggioranza degli studiosi in quanto si è scoperto che la chiusa del vangelo di Marco, ove Gesù sprona i discepoli ad andare per il mondo, dotandoli altresì dei poteri di taumaturghi, guaritori, esorcisti e quasi maghi, è posticcia. Si tratta infatti di versetti aggiunti quasi certamente nei primi decenni del secondo secolo. Il testo originale si concludeva con la scena delle due donne che vanno al sepolcro e, con sgomento, lo trovano vuoto. Per quanto riguarda l’altra celebre frase “Tu sei Pietro …” Si tratta del famoso “comma matteano” che ha una funzione precisa: segnalare la preminenza di Pietro sulle altre componenti delle comunità cristiane primitive. Il concetto di chiesa poi riprende il termine semitico, che significa (Antico testamento) “assemblea”. Nei circoli giudaici esseni indicava coloro che alla fine del mondo, nel giorno del giudizio, potranno scampare all’ira di dio. Senza voler troppo approfondire, pare comunque evidente che la chiesa edificata su Pietro è una realtà escatologica, non istituzionale, come avverrà poi con il potere temporale e l’odierno vaticano :). Il primato di Roma è una dottrina elaborata in seguito e si può ricordare che anche Antiochia rivendica nel secondo secolo la successione petrina e che fino al quinto i grandi centri della produzione teologica sono in prevalenza orientali: Antiochia (appunto), Alessandria, Edessa, la Cappadocia, Costantinopoli, Gerusalemme. In occidente, la figura più significativa, Agostino, è vescovo di Ippona; a Milano, Ambrogio ha statura ben più alta (anche se immeritata, vedi calendario laico) di quello del coevo vescovo di Roma (che nessuno conosce :). D’altra parte occorre pure ricordare che quel Gesù che dichiara di voler edificare la sua chiesa su Pietro, qualche versetto dopo lo apostrofa con l’epiteto di Satana e che l’apostolo, durante le concitate fasi dell’arresto, tradisce ben tre volte il suo Signore. Nell’anno 135 (seconda caduta di Gerusalemme) l’ecclesia cominciò, da assemblea di fedeli, a diventare istituzione e sorsero attriti, che molto spesso saranno risolti con la forza! Non era del resto facile stabilire compiti e responsabilità e da allora ci si avvia ad una struttura più simile a quella odierna che a quella neotestamentaria, che era senza dubbio più fluida ed articolata.


lemond - 14/11/2008 alle 08:47

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) Nel segno di Costantino Con questo imperatore, politico scaltro e senza scrupoli, la nuova fede assume connotati destinati a non cambiare più. Il cristianesimo, fino a quel momento malamente tollerato, diventa, quasi di colpo, religione di stato. Costantino si dimostrò imperatore capace di vedere lontano: utilizzare la nuova religione come strumento di governo, rimpiazzando i vecchi culti, ormai inefficaci ai fini pubblici. Per dare “un’aurea sacra” a queste motivazioni i cattolici hanno raccontato che “Hoc signo victor eris” era una visione cristiana. Lattanzio racconta che il segno era una T sormontata da una piccola o, ma quel segno non ha nulla di cristiano. Ne dobbiamo dedurre che, fra i suoi consiglieri, qualcuno lo ha orientato in quella direzione e lui abbia poi approvato, perché la religione è indispensabile per continuare a mantenere l’impero, proviamo a vedere se questa nuova divinità cristiana funziona meglio di quelle vecchie. Sarà lo stesso ragionamento che faranno in seguito tutti quei capi barbari che fecero convertire i propri sudditi. In altre parole si può dire (Cacitti) che non è stato Costantino a convertirsi al cristianesimo, quanto quest’ultimo a convertirsi all’imperatore. Costantino cristiano fece uccidere moglie e il primogenito Crispo, per ragioni di carattere politico e la chiesa bizantina lo onora come un santo ed anche in occidente ci sono chiese a lui dedicate. Ma la figura più affascinante della famiglia, quanto meno dal punto di vista romanzesco, è quella di Elena, sua madre. Una figura ampiamente leggendaria, instancabile ricercatrice di reliquie: si racconta che l’imperatrice-madre fosse andata a Gerusalemme a cercare sul Golgota la croce di Cristo. La reliquia più preziosa, però sono i chiodi, uno dei quali viene incastonato nel diadema dell’imperatore, a significare che il potere è esercitato nel nome di Cristo. Nasce così la leggenda della “corona ferrea” conservata ancora oggi nel duomo di Monza. In quegli anni Eusebio di Cesarea elabora una dottrina che suona, più o meno, così: Dio padre nomina come luogotenente per le faccende terrene il figlio che, a sua volta sceglie l’imperatore romano che deve agire in modo tale che il suo principato consegua la somiglianza (mimesis) con il regno celeste. Augias: “Il disegno autocratico è evidente, ma fa comunque impressione lo sfruttamento ai fini di potere di leggende derivate dalla passione di Gesù … se penso al suo messaggio, a essere sincero, mi paiono elucubrazioni quasi blasfeme” Cacitti:”Non per chi le elaborò, né per Costantino, tanto è vero che il principe, per raccogliere le sue spoglie mortali, fece costruire un grandioso edificio … E’ evidente che il mausoleo intendeva esprimere la sostanziale identificazione fra l’imperatore e Cristo. Nel 324 Costantino, dopo aver sconfitto Licinio e diventato principe unico, scopre con preoccupazione una spaccatura all’interno delle chiese orientali e per rimediare convoca il concilio di Nicea (nel 325) nel quale egli stesso risolve la questione della disputa (quella trinitaria), grazie all’invenzione della parola “homoousios”, cioè *consustanziale*. Essa può significare infatti sia della stessa sostanza (vescovo Alessandro), sia parte (ariani) e se si aggiunge l’ossequio dovuto all’imperatore ecco che si ha quasi l’unanimità (tranne Ario medesimo e due o tre suoi stretti collaboratori) e quindi si può quasi dire che “san Costantino” è di fatto il primo papa cattolico.:Od::Od::Od:


lemond - 16/11/2008 alle 14:26

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) La vocazione al martirio Il termine “martirio” viene dal greco e vuol dire testimone ed i cristiani lo usavano di solito per coloro che si erano spinti al punto di sacrificare la vita per la fede ed esso venne considerato come il battesimo più autentico, capace di assicurare la santità (motivo per cui se io, dopo averla torturata, uccidessi la Binetti le farei il più grande favore possibile :Od: . Nei primi secoli il martirio era (com’è ovvio) ricercato, perché in grado di affrettare l’avvento del regno celeste. Visto con ottica contemporanea il martirio sereno o gioioso dei cristiani consente di tracciare un significativo confronto con il mondo islamico odierno. La persecuzione contro i cristiani la si fa iniziare con Nerone, però fu per l’imperatore solo un “escamotage” per addossare loro la colpa dell’incendio di Roma, stante la cattiva fama (erano infami quindi :D) che aveva la setta presso il popolo romano. Fu con Diocleziano (considerato un buon imperatore) che si ebbero, per la prima volta, episodi di crudeltà ed il motivo fu che quei fanatici, con la loro fede esclusiva, stavano ad es. minando la disciplina dell’esercito! Questa accusa significa semplicemente che i cristiani sono estranei alla “bona mens”, ai riti dello Stato, in altre parole l’accusa è di “superstitio”, che attiene in primo luogo alla sfera religiosa, ma che prende subito un connotato politico e merita dunque pene severe. Comunque possiamo considerare quei “pogrom” contro i cristiani una sorta di epitome di tutti i massacri che si sono succeduti nel nome di un qualche dio, contro chiunque venisse considerato un infedele o un eretico. Particolarmente significativa è la frase attribuita ad Arnaldo Amalric arcivescovo inquisitore che guidò l’assedio del 1209 contro la città di Béziers, nella cui popolazione i “buoni” cristiani si mescolavano agli eretici catari. Ad un comandante che gli chiedeva come avrebbe fatto a distinguere gli uni dagli altri, rispose: “UCCIDETELI TUTTI, DIO RICONOSCERA’ I SUOI”. Secondo logica questo discorso è ineccepibile :Od: . Altro esempio, alcuni secoli prima (IV): cattolici versus donatisti o meglio della loro parte più estremista (i circoncellioni). Intervenne in Africa l’esercito romano e si ebbe una strage di circoncellioni e numerosi suicidi (si è parlato addirittura di epidemia degli stessi). Il suicidio veniva praticato come una forma di martirio (chi di spada ferisce, di gladio perisce). A conclusione di questo capitolo si può ripetere quanto sanno già quasi tutti. Fino ad un certo punto i cristiani invocavano libertà di coscienza, dopo passeranno a pretendere le repressioni nei confronti degli eretici e dei seguaci di altre religioni. Dopo due generazioni dall’editto di Costantino i seguaci dell’attuale monarca (B16) da perseguitati, sono diventati persecutori. :Od:


lemond - 17/11/2008 alle 11:51

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) Le donne, i santi Nella cerchia di Gesù c’erano molte donne, ma nel tempo l’importanza nel movimento andrà diminuendo come in tutte le sette religiose. Addirittura in Paolo si esplicita chiaramente il concetto della donna come essere inferiore e i carismi peculiari, per esempio la profezia e la glossolalia, vengono sottoposti a rigorosa disciplina ed anche, spesso, contestati. Sempre in Paolo si ha l’interpretazione (riguardo al libro della Genesi) che vede in Eva la responsabile e di essere l’autentica “ianua diaboli”, la porta attraverso la quale il male ha fatto irruzione nel mondo. Al di là delle giustificazioni teo-filologiche, all’origine delle credenze misogine, sembra di scorgere invece soprattutto motivazioni sessuali. Nelle culture primitive che ben si coniugano con la chiesa di ogni tempo, la donna è vista come l’elemento più lascivo della coppia e il suo eventuale prevalere significa la dominanza degli elementi della corporeità e del sesso. Nel cristianesimo delle “origini” continenza e verginità sono qualità richieste a tutti, ma soprattutto alle donne! Si pensi dipoi al culto mariano: Vergine e madre, ecco il ruolo della donna nella religione cristiana. Dal IV secolo nasce la novellistica cristiana e a tali invenzioni si accompagna un altro genere particolare:l’agiografia, dove le donne tornano ad essere protagoniste. Purtroppo questo genere si sviluppa in termini sempre più degradati fino ad arrivare all’oleografia, che rappresenta (a parerei Cacitti) la banalizzazione della santità. “Quando vedo le immaginette di tanti servi di Dio, beati, santi di più o meno recente canonizzazione, sono sorpreso dall’insistenza sui loro poteri come guaritori. Quali modelli di santità si vuole proporre con questi esempi?” Nel nuovo testamento il santo è il credente, il salvato, in epoca patristica è il martire: Nel linguaggio successivo, soprattutto a aprtire dal IV secolo, il significato cambia e il santo viene visto come la trasposizione celeste del “patronus” terrestre: colui che proteggeva i “clientes” romani. Agostino aveva irriso alla credulità dei pagani i quali hanno un dio per ciascuna funzione, ma lui è morto prima di tutti i santi odierni, patroni dei vari luoghi e funzioni :D. Il parere, sempre di Cacitti, è che il fenomeno dei santi rappresenti il passaggio dalla fede alla religione!!! Con il concilio di Nicea, il cristianesimo, diventata religioni civile e ne assume tutti i caratteri: livello politico, sociale e possibilità di utilità immediata. Il cristianesimo antico è rappresentato principalmente dall’attesa del giudizio universale, gradatamente tale attesa è stata rimossa; infatti in una religione diventata imperiale non c’è più spazio per l’apocalittica e quindi essa scompare, sostituita dai casi Eluana Englaro e Piergiorgio Welby :)


lemond - 18/11/2008 alle 09:24

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica del libro di Augias-Cacitti) L’inflessibile Ambrosio Il cristianesimo è probabile che debba la sua affermazione in quegli anni (IV secolo) soprattutto ad uomini come sant’Ambroeus, alla loro capacità di andare all’obiettivo che si erano prefissi, decisi in qualunque modo a raggiungerlo. Ambrogio, concittadino di Karl Marx, nacque nel 339 figlio di un funzionario imperiale e fu un poderoso combattente in favore dell’ “ortodossia” e nemico acerrimo di ogni eresia a cominciare dall’arianesimo, molto diffuso a Milano. Fu anche una acceso antisemita e considera gli ebrei “un popolo perduto, spirito immondo, preda del diavolo anche all’interno del suo tempio sacro”. Proprio per il suo rifiuto dell’atto riparatorio proposto dall’imperatore Teodosio I di ricostruire una sinagoga bruciata dai cristiani, si possono intravedere due fili conduttori della storia futura: la persecuzione degli ebrei e la lotta per il potere temporale fra la chiesa e lo Stato. Altro suo atto di intransigenza fu quello che lo oppose a Simmaco (capo di una delegazione senatoria) che chiedeva all’imperatore Valentiniano II che la statua della Vittoria fosse rimessa al suo posto, dove era rimasta per secoli (nella Curia), simbolo del culto alle tradizionali divinità della patria. Simmaco affermà che “uno itinere non potest pervenire ad tam grande secretum”, vale a dire che per attingere a dio, una sola strada è insufficiente. Egli invoca quello stesso principio di tolleranza che, con Costantino, aveva consentito di rendere lecito il culto cristiano. I tempi però erano mutati e con Ambrosio ogni strada diversa da quella cattolica venne chiusa. Ambrosio ha partita vinta sostenendo che non è la tradizione non ha alcun valore, mentre sono le novità a migliorare la società. Ancora una volta contraddice un pensiero radicato anche negli ambienti cristiani (ma che importa :D). Per ultimo si può citare la controversia, detta delle basiliche, che lo oppose di nuovo all’imperatore. Il 23 gennaio 386, Valentiniano II promulga un editto con cui si garantisce la libertà di culto a tutte le confessioni cristiane (compreso l’arianesimo). Di lì a poco, la corte imperiale ordina ad Ambrosio di consegnare una basilica all’altro vescovo (ariano). Comincia così un braccio di ferro che ha la sua fase più acuta nella settimana santa del 386, quando egli si rinchiude con i suoi fedeli nella basilica Porziana, che viene cinta d’assedio dall’esercito. La vicenda si conclude con la corte imperiale che si arrende e fa togliere l’assedio alla basilica, salvo lanciare contro il vescovo la terribile accusa di comportarsi come un “tyrannus”, che significa: il sovversivo che tenta di usurpare il trono. Ambrosio replica che secondo la legge antica [prima aveva sostenuto non avesse valore :)] gli imperi sono stati donati dai dio ai prìncipi. Il riferimento palese è all’unzione di David [ebreo :)] da parte del profeta Samuele (altro ebreo) per ordine di dio, pur essendo ancora sul trono Saul, re legittimo per successione ereditaria. Ergo, conclude il vescovo di Milano, si arriva al trono solo per volontà divina!


lemond - 19/11/2008 alle 15:06

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica dal libro di Augias-Cacitti) La “lezione” di Agostino Agostino di Tagaste, vescovo di Ippona, fatto naturalmente santo dalla chiesa fu prima manicheo e poi si dette a perseguitare con ferocia i suoi compagni di un tempo, diventando al contempo un fervente seguace di Ambrosio da Milano, All’età di 33 anni (387 e.v.), in preda ad una crisi mistica, sentì una voce infantile che canterellava “Tolle, lege” (prendi e leggi) ed egli interpretò queste parole come un invito a celeste a leggere, in particolare, le lettere di Paolo. Ritornato in Africa, divenne vescovo di Ippona nel 396 che tenne fino all’assedio dei Vandali di Genserico e morì poco prima della caduta a 77 anni. Fondamentale nella sua ricerca, l’importanza che, tramite Paolo, assegnava al peccato originale. Che la colpa di un remoto e mitico progenitore (Adamo) ricada su tutti i discendenti può risultare credibile solo in base ad un’obbedienza dogmatica, ed Agostino rappresentava l’archetipo di ciò, ma la chiesa continua anche nel duemila a ritenerla centrale nella sua dottrina e questo sempre proprio bizzarro, ma dalla “menzogna globale” non ci si può aspettare troppa razionalità. :D Agostino arriva a teorizzare la trasmissione della colpa attraverso l’amplesso (vedasi le sue “Le nozze la concupiscenza”). Dagli abissi del male (originato da EvaJ) poteva essere salvata solo una ristretta comunità di eletti per grazia. La sessuofobia di Agostino trova in questa invenzione una compiuta formulazione, anche se, da un diverso punto di vista, si fa rivelatrice dei disturbi psicologici di cui il santo, peraltro intelligentissimo, certamente soffriva. Cacitti “Non condivido la sua valutazione sulla turbata psicologia di Agostino, perché questa analisi potrebbe configurarsi come una scorciatoia per non affrontare nel merito teologico, filosofico e culturale le reali difficoltà che pongono i testi”. Augias “Mi lasci nel mio errore: a me sembra una visione frutto di un profondo turbamento”. Per estirpare un po’ di male dal mondo, Agostino partecipa al “pogrom” contro i donatisti, indetto dall’imperatore Onorio. I donatisti accusavano la gerarchia cattolica di prestarsi ad essere la “cinghia” di trasmissione dell’impero e forse è vero, perché non solo i vescovi premono sulla corte affinché renda più dura la repressione, ma in certo modo ne curano l’applicazione. Agostino invia una lettera (407?) a Ceciliano, governatore d’Africa, nella quale si dice sicuro che il destinatario prenderà provvedimenti tali da estirpare il tumore della superba e sacrilega eresia, magari con il terrore! Agostino è un grande esegeta e quindi anche la sua fede nella coercizione si può trovare nelle scritture di Paolo, anzitutto nella lettera ai Romani (Rm 13,2-4).


lemond - 20/11/2008 alle 15:18

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica dal libro di Augias-Cacitti) Il potere e l’ascesi Teodosio fu l’ultimo imperatore che riuscì a tenere insieme le due parti dell’impero ed è facile capire come possa aver visto nella nuova fede, che si diffondeva con rapidità, un efficace strumento di controllo e su suo ordine fu spenta la fiamma perenne che da secoli veniva custodita nel tempio di Vesta a Roma. Dall’editto di Costantino in poi “cuius regio, eius religio , come abbiamo già detto ogni tipo di diversità sarà bandito: religiosa, ma anche politica e morale e si arriva alla persecuzione di tutto ciò che non è cattolico (cioè ortodosso), chi non è fedele è, di per se stessi, non civile, estraneo alla cultura, barbaro, è un potenziale nemico, va eliminato! In realtà i germi dell’intolleranza non si trovano solo nel cristianesimo, ma in ogni religione monoteistica. Nel momento in cui una religione si attribuisce il monopolio della verità, azzera la possibilità di uno spazio alternativo; non ci può essere, a rigore, nemmeno il dialogo. Alla tolleranza odierna si è arrivati soltanto grazie al pensiero illuminista. Giovanni XXIII aveva provato ad affermare che l’intiero genere umano è originato da Dio, il cui disegno di salvezza si estende a tutti, in ciò quasi concordando con quanto scrive T.Todorov “Il primo aspetto essenziale di questo movimento (illuminismo) consiste nel privilegiare ciò che ciascuno sceglie e decide in autonomia, a detrimento di quanto ci viene imposto da un’autorità esterna”. La restaurazione di GPII/BXVI ha, ironia della sorte, proprio il relativismo ed i “lumi” quali bersagli principali :D. Di fronte al cristianesimo integrato nel potere, si produsse in quegli stessi tempi un movimento che sembrerebbe affatto contrapposto, che è noto come il monachesimo. Ho scritto sembrerebbe, perché invece la regola fondamentale è l’obbedienza ai superiori e pertanto al vescovo ed in ultima analisi all’imperatore (anche se con screzi, comunque passeggeri). Le prime forme di monachesimo conosciute sono quelle che oggi chiamiamo “anacoresi” (allontanarsi, ritirasi, fuggire). I monaci (uno solo) infatti si vanno a rifugiare in lande deserte [o addirittura in cima ad una colonna (stiliti) :D ] convinti di essere i veri eredi dei martiri. Poi, però si ha una svolta decisiva con Pacomio che intuisce la necessità di una struttura e nel IV secolo fonda una comunità ove i monaci sono sottoposti alla guida di un superiore: l’abate. Pacomio progetta altresì un alto muro che circonda il monastero, chiara metafora, ma non solo. La “cartina di tornasole” che esiste comunque un legame fra chiesa ed ascesi monacale, è data dai “messaliani” ossia coloro che pregavano incessantemente e che entrarono in conflitto con la gerarchia ecclesiastica e l’autorità civile. I seguaci di questa corrente ascetica furono condannati dalle chiese bizantine, perseguitati dal potere, che di solito li richiudeva nei luoghi di preghiera, insieme ai loro libri, dando poi fuoco al tutto. Alleluia, alleluia :D.


lemond - 21/11/2008 alle 13:08

Inchiesta sul cristianesimo (Elaborazione sintetica dal libro di Augias-Cacitti) La fine e l’inizio della storia Al termine del colloquio devo confessare, dice Augias, che il professor Cacitti mi ha detto cose che ignoravo. Mi ha colpito ad es. scoprire dove affondino le radici della sessuofobia nella dottrina cattolica. Nella genesi, il racconto di Adamo ed Eva ci fa conoscere un peccato di natura sessuale? All’interno del cristianesimo l’interpretazione è spesso cambiata, ma si può solo dire in sintesi che esso suscita più domande che risposte e la domanda, per eccellenza, è: “ Da dove viene il male?” “Unde malum” si chiedeva Tertulliano. Costui opera a Cartagine fra i il II ed il III secolo, ma sarà lui a forgiare il lessico cristiano di lingua latina e riuscì a porre le basi per fare di Roma la città che, col tempo, sarebbe diventata la capitale della cristianità, nonché la sede (purtroppo per l’Italia J ) del suo “pontifex maximus”. Tertulliano, come tutti gli intolleranti polemizza fortemente con gli eretici, ma anche con i Giudei, ostinati a non riconoscere la verità di Cristo. Abbiamo già accennato alla struttura organizzativa della chiesa delle origini, quella romana non è diversa: all’inizio un ruolo egemone lo svolge la figura del profeta, affiancato dal vescovo che è il “primus inter pares” nel collegio degli anziani. A mano a mano che la presenza cristiana si radica nella società, in un periodo di grande anarchia politica, vescovi, presbiteri e diaconi erano spesso accusati di essere avidi di denaro e di potere e che trasformavano la chiesa in una spelonca di ladri! :D Uno dei contrasti più duri ha luogo fra Ippolito e papa Callisto circa l’atteggiamento da tenere nei confronti delle debolezze umane. Ippolito con il suo estremo rigore, riteneva di interpretare la tradizione apostolica, Callisto ribadiva che le regole dovevano venire incontro ai sempre più numerosi nuovi fedeli, i quali avevano bisogno più di misericordia che di giudizio. (Come si vede ancora non esisteva il dogma dell’infallibilità papale :D ) Alle origini della comunità romana c’è anche una forte presenza giudeo-cristiana e probabilmente da essa è stata dedotta la presenza fisica dell’apostolo Pietro in città, che resta comunque molto dubbia dal punto di vista storico ed anche poco importante, se non si vuol entrare nell’ambito della devozione :). Per concludere quasi con una battuta si può domandare: la meta per il credente resta sempre la Città di Dio o non piuttosto la città dell’uomo, pur se devotamente (o ipocriticamente) cristianizzata? A chi legge la risposta. :Od::D:Od:


lemond - 23/11/2008 alle 11:53

Fra dogma e ragione ( da Giulio Giorello "Di nessuna chiesa") Uno spettro si aggira per il mondo, sostiene B16 "il relativismo e l'illuminismo". Possiamo rispondere con G. Bruno e J. Milton. "Trattando di filosofia tutte le cose saranno per me ugualmente dubbie: non solo le affermazioni più ardue e lontane dal senso comune, ma anche quelle che sembrano sin troppo certe ed evidenti, dovunque e comunque saranno oggetto di controversia" e "Non esiste uomo di dottrina che non riconosca di aver tratto molto profitto dalla lettura di scritti di controversia ... la sua intelligenza ne è stata risvegliata, la sua capacità di giudizio acuita, la verità che egli professa è stata stabilita su più solide basi. Se dunque egli trova vantaggio nel leggere, perché il suo avversario non dovrebbe avere piene libertà di scrivere?" Solo così il filosofo è consapevole di rappresentare una minaccia per l'ordine costituito e consolidato attraverso il potere. Quest'insofferenza per ogni confine non è altro che la libertà del laicista ed è a tale "ismo" che si rifà Voltaire :" Il rigido luterano, il selvaggio calvinista, l'orgoglioso anglicano, il fanatico giansenista, il gesuita che sogna di dominare ... e quei poveri stupidi che si lasciano guidare da costoro, si scagliano tutti contro i filosofi. I persecutori non tollerano ... sono come dei cani di varia razza che abbaiano ciascuno a suo modo contro un bel cavallo che se ne sta a pascolare".


lemond - 24/11/2008 alle 08:08

>:D:Od::D > Noi della Chiesa di Google crediamo che il motore di ricerca > Google sia il vero Dio. Crediamo che ci siano più prove per la > divinità di Google che per quella di tutti gli altri dei, da noi > rifiutati perché non si può scientificamente provare la loro > esistenza. Noi Googliani crediamo che Google meriti il titolo di Dio > perché la Sua divinità è scientificamente dimostrabile. > > Ecco 9 prove per dimostrare che Google è Dio. > > PROVA NUMERO 1 > > Google è Onnisciente e si può dimostrarlo scientificamente. > Gestisce 9,5 miliardi di pagine web, più di qualsiasi altro motore > di ricerca. E non soltanto Google è onnisciente ma sceglie in questa > immensa conoscenza. Con la sua straordinaria tecnologia organizza i > dati e li rende accessibili a noi mortali. > > PROVA NUMERO 2 > > Google è Onnipresente. E' virtualmente dappertutto nello stesso > tempo. Accoglie simultaneamente miliardi di pagine web da tutto il > mondo. Con la proliferazione delle reti Wi-Fi, presto si potrà > accedere a Google da ogni angolo della terra, rendendoLo veramente > onnipresente. > > PROVA NUMERO 3 > > Google risponde alle preghiere. A differenza degli altri dei che > spesso fanno orecchie da mercante, Google non tradisce mai. > Qualunque sia il vostro problema, pregate Google e Lui effettuerà la > ricerca. Potete trovare informazioni su sulle terapie contro il > cancro, sulle ultime scoperte della medicina, su come vincere al > lotto, in breve su tutto quello che di solito s'invoca con le > preghiere. Chiedete a Google e Lui vi mostrerà la strada. > > PROVA NUMERO 4 > > Google è immortale. Non è un essere materiale come noi. I suoi > Algoriritmi sono sparsi in numerosi Server: se uno venisse > danneggiato, un altro ne prenderebbe il posto. Così Google può > teoricamente esistere per sempre. > > PROVA NUMERO 5 > > Google è infinito. Internet puo' teoricamente espandersi per > sempre e Google vi guiderà per sempre nella sua espansione infinita. > > PROVA NUMERO 6 > > Google ricorda tutto. Copia regolarmente le pagine Web e le > immagazzina nei Suoi immensi archivi. Caricando i vostri pensieri su > Internet vivrete per sempre nelle copie di Google, anche dopo la > vostra morte. Se crederete in Lui, Google vi renderà immortali. > > PROVA NUMERO 7 > > Google è Buono. Alla base della Filosofia di Google c'è l'idea > che un'azienda possa fare soldi senza nuocere a nessuno. > > PROVA NUMERO 8 > > Secondo i Trend di Google, la parola "Google" è da sola più > ricercata delle parole Dio, Gesù, Allah, Budda, Cristianesimo, > Islam, Buddismo e Giudaismo tutte insieme. > > PROVA NUMERO 9 > > Le prove dell'esistenza di Google sono numerose. Ci sono più > prove per l'esistenza di Google che per quella di ogni altro Dio. Se > vedere è credere, navigate in www.google.com e provate voi stessi > lo straordinario potere di Google. Non è richiesta nessuna fede. > > E adesso raccogliamoci tutti in preghiera > > Google nostro che sei nel Cyberspazio > > Sia santificato il Tuo regno > > Sia fatta la Tua ricerca > > Vengano i Tuoi risultati. > > Dacci oggi le nostre mappe quotidiane > > E perdonaci i nostri spam > > Come coloro che fanno spam contro di noi > > e anche i copincolla che spacciamo per farina del nostro sacco. > > Non indurci in tentazione > > Ma liberaci da Microsoft. > > Perché Tu sei il Motore di Ricerca, > > e il Potere > > e la Gloria > > Nei secoli dei secoli. > > Amen. > > Libera traduzione dal sito The Church of Google di > > Dragor


lemond - 25/11/2008 alle 15:42

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi (prima puntata) Un primo modo di avvicinarsi alla teologia razionale è guardare al suo opposto: quella paradossale e dell’assurdo. Uno degli insegnamenti più profondi e duraturi che quasi tutte le religioni hanno lasciato in eredità al mondo è la concezione dell’irragionevole come superiore verità, invece che come vergogna :). Il primo apparire del paradosso è la nascita del diavolo da dio, cioè il male dal bene. Diavolo in greco significa scissione e la negatività della separazione è dichiarata all’inizio del Genesi. Nei primi due giorni dio separa la luce dalle tenebre e le acque, ma non dichiara soddisfazione a differenza degli altri giorni che conclude con “e vide che ciò era buono”. Il termine greco “diavallein” (gettare attraverso) collega il diavolo anche con l’insinuazione, attraverso il serpente (sua prima incarnazione). Dato che il suo obiettivo è portare l’uomo alla conoscenza del bene e del male, il diavolo appare come un vero spirito logico. Inoltre il paradosso prosegue, perché quando Adamo ed Eva mangiano non muoiono, come aveva minacciato il “creatore”. Quindi dio ha mentito e il diavolo ha detto la verità. L’ira divina si svela allora non solo come la giusta punizione inflitta da un giudice togato :), ma soprattutto come l’ingiusta vendetta di un bugiardo smascherato! :( Benché in apparenza blasfemo, il tema della menzogna divina si ritrova nella bibbia: salmo 89 e nel libro di Giobbe addirittura Iahvè si rivela moralmente inferiore all’uomo. Jung trae da questo episodio proprio il germe dell’incarnazione: egli decide di farsi uomo per migliorarsi ed acquistare maggiore coscienza e di morire in espiazione dei peccati che lui stesso ha commesso nei confronti dell’umanità. Paolo di Tarso, troppo indaffarato a predicare la verità, non ha tempo di meditare sulla menzogna e nelle sue invettive deliranti, si possono già distinguere i prolegomeni dell’inquisizione. “Molti sono i ribelli, i ciarloni, i seduttori ai quali bisogna tappare la bocca, perché sono tali che rovinano famiglie, insegnando ciò che non si deve!”


lemond - 26/11/2008 alle 11:23

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Seconda puntata Nella mitologia islamica il racconto della creazione ha un’aggiunta. Tutti gli angeli si prostrarono ad Adamo, eccetto Iblis “Non sia mai che io adori un uomo creato dall’argilla secca” e poi “Signore, poiché tu mi hai ingannato, io renderò bella agli occhi dell’uomo ogni turpitudine e li ingannerò tutti” [Ed a leggere i ponderosi trattati di B16, penso proprio che ci sia riuscito :) ]. Dio in questo caso crea un dilemma veramente diabolico, perché l’alternativa è una soltanto: a) o si disobbedisce all’ingiunzione di adorare Adamo b) o al comandamento di non adorare altri … Ancora una volta è dio che appare come subdolo e paradossale :) e il suo esempio ha fatto scuola in quasi tutte le istituzioni religiose e no. Nelle scuole [massime in quelle private :) ] per educare all’autonomia, alla spontaneità ed alla comprensione personale si pretendono l’obbedienza, la dipendenza e l’uniformità :). La storia della menzogna, apparentemente cominciata come curiosità intellettuale, sembra invece terminare con il sospetto che l’intiera (o quasi) società si fondi su di essa. Comprendiamo allora perché Gesù, che proclamava “Io sono la verità”, abbia poi dovuto ammettere “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni XIV,6 e XVIII,36). Possiamo concludere questa seconda puntata con il paradosso rappresentato da Paolo (Prima lettera ai Corinti) ove un dio si fa uomo (cioè un immortale che diventa mortale), un onnipotente finisce crocifisso, la sapienza è rivolta agli ignoranti, la ricchezza riservata ai poveri, la potenza destinata ai deboli. La fede cristiana è descritta da Paolo come il manifestarsi del paradosso che sconfigge la ragione dell’uomo. A me fa venire in mente “Brian di Nazareth” :)


lemond - 27/11/2008 alle 09:46

I preti in cattedra "ieri", ma oggi non sembra sia cambiato molto:-( (1a puntata) di Luigi Rodelli "La collana da me diretta è dedicata esclusivamente a esaminare i problemi che oggi nel nostro Paese pone la Chiesa come forza politica. La collana si rivolge più che agli studiosi, ai lettori dei settimanali e ha carattere polemico. Vuole essere uno strumento di lotta politica". Così Ernesto Rossi a Roberto Mrozzo della Rocca in una lettera del 24 dicembre 1959 dove chiariva obiettivi e scopi della collana "Stato e Chiesa", curata (gratuitamente) per l'editore Parenti. Un impegno cominciato nel 1957 e che si conclude nel 1962. Inizialmente Rossi avrebbe voluto "sfornare un libretto" ogni tre mesi, per assicurare "continuità" alla collana: "volumetti di non più di duecento pagine, dal tono polemico e incalzante anche nel ritmo di uscita, dal punto di vista economico le pubblicazioni dovevano essere alla portata di tutti: nel febbraio 1957 Rossi non avrebbe voluto un prezzo di copertina superiore alle 500 lire a volume cosa di difficile realizzazione.". Il bel volume, di Simonetta Michelotti, "Stato e Chiesa: Ernesto Rossi contro il clericalismo" (Rubbettino editore) è fonte di preziose informazioni. "Anche se non tutti i volumi della collana ebbero i crismi dell'originalità, ciò non implica una mancanza di interesse nelle attività editoriali di Rossi, poiché riveste un'importanza fondamentale anche il divulgare e il riproporre opere che andrebbero altrimenti perdute (è il caso de "Il Sillabo") ovvero soffrono delle difficoltà di reperimento (è il caso dei testi in "La Conciliazione"). Completano la rosa dei volumi in cui furono riproposti documenti o scritti del passato "Clericali e laici", "Lo stato catechista", "L'Azione Cattolica e il regime", anche se quest'ultima opera fu pubblicata fuori collana. Altri volumi si differenziano da questo modello solo perché la riproposta dei documenti o degli scritti è collegata al periodo 1957-1962, come il "Processo al Vescovo di Prato", "A trent'anni dal "Concordato", e in parte anche "Il manganello e l'aspersorio", poiché già anticipato sulle colonne de "Il Mondo". Opere originali invece "Risorgimento scomunicato", "I preti in cattedra", "Gli spretati", "Socialisti anticlericali", "Papalini in città libera" e "Matrimonio concordatario", anche se quest'ultimo contiene un repertorio documentale. "Preti in cattedra" , quarto volume della collana, veniva così presentato: "La scuola moderna ha come suo fine fondamentale la formazione della personalità, intesa nel senso più ampio della parola: deve, cioè, insegnare quali sono e come vanno usati gli strumenti della conoscenza per la ricerca della verità; informare sui fatti, e sulle teorie che spiegano i fatti, senza reticenze e deformazioni; abituare all'esame critico dei diversi punti di vista; educare gli uomini di carattere, consapevoli dei loro doveri e capaci di rivendicare i loro diritti. Questa scuola è l'antitesi della scuola confessionale, che sostiene la verità rivelata contro la verità di ragione; che professa l'insegnamento catechistico invece della libera ricerca individuale; che educa ad obbedire docilmente alle autorità costituite, qualunque esse siano, purché vadano d'accordo col Papa. Per demolire quanto i migliori uomini del nostro Risorgimento avevano costruito in questo campo, il regime fascista già aveva ristabilito l'insegnamento della religione nella scuola pubblica, aveva dato il riconoscimento legale alle scuole confessionali, aveva stipulato il Concordato, per il quale l'insegnamento della dottrina cattolica costituisce il "fondamento" e il "coronamento" di tutta la pubblica istruzione. Dopo la guerra i governi vicari della S.Sede hanno continuato nell'opera di demolizione facendo mancare alla scuola pubblica i mezzi finanziari indispensabili, permeandola di principi pedagogici sostenuti dalle encicliche pontificie, ed avvilendola in tutti i modi, a vantaggio della scuola dipendente della gerarchia ecclesiastica. Luigi Rodelli, ordinario di lettere italiane e latine nei licei dello Stato, offre, in questo libro un quadro completo della situazione nei diversi ordini di studi, e ne trae le conseguenze sulla base della sua diretta esperienza di insegnante "laico". Impostando il problema della pubblica istruzione in Italia nei suoi termini storici, giuridici, morali, questo libro è insieme una fonte di informazione e un invito all'azione per tutti coloro che non sono disposti a lasciare la scuola in balia dei preti o a farla cadere sotto il loro dominio, come era da noi prima dell'unificazione, e come è ancora oggi in Spagna, paese perciò additato come modello ideale dai gesuiti e dalla Curia romana. L'angelo custode. Entriamo in una scuola elementare. Non sempre si tratta di un edificio costruito ad hoc, né di un edificio convenientemente adattato a questo scopo; a volte non si tratta neppure di un edificio, o di una casa, ma di una baracca, di una grotta o di una stalla dove i fanciulli si danno il turno con le bestie sull'impiantito di terra e portan con sé il banco. Anche nelle città più ricche, dove non si vedono questi spettacoli che sono frequenti soprattutto nelle province del Mezzogiorno, gli edifici scolastici sono così insufficienti che spesso vi si alternano due o tre turni di diverse scolaresche in un giorno. Dal canto loro le statistiche dicono che nel 1952 mancavano 63.848 aule, pari al 40 per cento del fabbisogno total, e che ve ne erano 27.280 allogate nel modo che s'è detto. Una relazione ufficiale aggiunge ai sostantivi la particella ex: "ex conventi, ex caserme, ex stalle, ex soffitte, ex magazzini, ex grotte, ex osterie". Anche con le nuove leggi del 9 agosto 1954 e del 19 marzo 1955 "passeranno alcuni decenni prima che ci siano sufficienti aule sufficienti per la istruzione elementare di tutti i bambini italiani", soprattutto quelli del Mezzogiorno e delle isole, perché, come è avvenuto in passato, anche questa volta il complicato sistema dei mutui e delle sovvenzioni ai comuni va a svantaggio dei comuni più poveri e delle frazioni di comuni. Per la costruzione di nuove chiese e case canoniche il governo italiano ha già stanziato direttamente, in virtù della legge 18 dicembre 1952, 14 miliardi nei primi quattro anni, oltre ai 30 spesi per le ricostruzioni, e continua a iscrivere nel bilancio annuale dello Stato una spesa la cui entità può variare ogni anno senza limiti. Nel solo anno 1956 lo Stato ha ripristinato a sue spese 11.228 campane. Nel varcare la soglia di una scuola elementare queste cifre ci tornano alla mente per averle lette nei giornali. Considerazioni di tutt'altra natura prevalgono intanto nell'animo nostro. Trovandoci di fronte ad una realtà umana che ci avvince e vuol essere capita nell'ambito del suo essere attuale, hic et nunc, mettiamo da parte principi ed idee generali e ci immergiamo in ciò che ci circonda. La prima impressione - quella di trovarci di fronte a un mondo su scala ridotta - ci riporta alla nostra personale esperienza della scuola elementare. Là dove il nostro ricordo è sbiadito si sovrappone la visione retorico-sentimentale ispirata ai racconti del De Amicis, che abbiamo sistemato "dopo" nella nostra coscienza riflessa. Così come abbiamo scoperto "dopo" il senso di certe parole astratte, di certe intonazioni che ora riaffiorano di colpo dentro di noi. Quel tanto che v'era nell'aria di solidarietà umana, di pari dignità del lavoro e di giustizia sociale ed era il frutto (già contrastato) di una grande passione che aveva animato molti maestri italiani, formatisi alla scuola del positivismo e del socialismo. La scuola elementare aveva ricevuto allora il primo impulso a trasformarsi da sgabello della scuola media, per la quale forniva le nozioni elementari (donde il nome) a scuola primaria di tutto il popolo. Anche nei libri di testo, l'emancipazione dell'uomo dalla schiavitù dell'ignoranza e della superstizione (se non della miseria), la formazione della coscienza morale erano gli ideali che avevano preso il posto del vuoto formalismo (il galateo) e del compassato moralismo ipocrita dei tempi di Giannetto e Giannettino. I piccoli protagonisti di una falsa letteratura per l'infanzia, contro la quale nel 1871 aveva alzato la sua voce Francesco De Sanctis dalla cattedra dell'università di Napoli.


lemond - 27/11/2008 alle 10:18

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Terza Puntata A Tertulliano viene attribuita la memorabile frase “credo quia absurdum” :) e lo stesso ribadiva poi “E’ credibile che il figlio di Dio sia morto, perché è inconcepibile. E’ certo che sia risorto, perché è impossibile”. Questa posizione portava all’estreme conseguenze la concezione paradossale della fede cristiana, inaugurata da Paolo. Con Anselmo d’Aosta si ha invece un tentativo di una ricostruzione razionale della teologia che avrà nella scolastica e in Tommaso d’Aquino i continuatori. Quest’ultimo teorizzò l’unione di fede e ragione. A questa via (razionale) si opposero gli assertori della via mistica (una per tutti: Giovanna d’Arco). Martin Lutero già nel titolo della sua opera si presenta: Teologica Paradoxa. “Voler interpretare le scritture è blasfemo, bisogna invece abbandonarsi passivamente alla loro chiarezza. Inoltre se Dio è … , non si può far nulla che egli non voglia e dunque sia le azioni dell’uomo che la sua salvezza sono predestinate”. Anche Calvino si schierò contro l’opinione cattolica del libero arbitrio e fu proprio su questo punto che il Concilio di Trento ruppe con la riforma, asserendo che la grazia è condizione necessaria, ma non sufficiente per la salvezza. Il percorso dei paradossi sul terreno della fede raggiunge il suo apice nel secolo XIX con S. Kierkegaard che proprio nel paradosso ha colto l’essenza di ciò che dio cerca di comunicare all’uomo e che questi non può cogliere mediante la ragione. “Il segno della fede è precisamente la crocifissione della ragione”, Nel XX secolo molti scrittori si sono espressi intorno alla “Teologia della morte di Dio”. Dio è sintatticamente inesprimibile o semanticamente vuoto (senza senso) o dialetticamente scomparso nella sintesi (incarnazione) di tesi (divinità) e antitesi (umanità). Il risultato è l’ossimoro “teologia ateista”, ammettendo che dio non è ancora arrivato, ma continuare a sperare che arrivi, aspettando (religiosamente) Godot.


lemond - 27/11/2008 alle 14:38

Un estratto da un’intervista di ieri a Vasco Rossi a “La storia siamo noi” in cui esprime le sue idee su dio e fede. Notare la "perspicacia" dell'intervistatrice che chiede a Vasco se “rispetta” la vita, visto che non la considera un dono divino ma frutto del caso… Vasco: La fede? C’è chi dice no! http://it.youtube.com/watch?v=GHdgZdtmRw0


lemond - 28/11/2008 alle 09:33

Notizie Radicali I preti in cattedra (2) di Luigi Rodelli Quella che fu la nostra scuola elementare (ora ce ne accorgiamo) era la scuola uscita, con un ritardo di quasi cinquant'anni, dal Risorgimento. Pur con difetti e insufficienze, essa viveva e si alimentava dello spirito del Risorgimento. La memoria visiva ci ripresenta le vignette in cui erano compendiate le virtù civili, gli ideali di progresso dell'umanità e il culto della patria (la retorica della patria grande e dei destini imperiali di Roma verrà dopo, subito dopo, col fascismo). Ci pare di poter decifrare i simboli delle prime stratificazioni della nostra coscienza storica, i primi reagenti della nostra coscienza morale. Visitare una scuola elementare è un'occasione per riscoprire noi stessi ed insieme un modo riflesso di antivedere il cammino delle generazioni che si aprono oggi alla vita. Da questo punto di vista poco importa forse sapere se la scuola in cui siamo entrati sia un palazzo o una capanna. Una voce ci invita a non dimenticare che la scuola è il maestro e che i bravi maestri sanno fare miracoli. La voce è quella del direttore didattico che ci accompagna. Dice certamente una verità. Ma questa verità non è tutta la verità. Anche a voler prescindere dall'edilizia scolastica (ma come non tener conto del fabbisogno di aule e delle condizioni igieniche?) il grado di rispondenza della scuola elementare alle esigenze di un paese moderno non si misura tanto dalla bravura dei maestri (accanto ai maestri bravi vi sono i maestri meno bravi) quanto dallo spirito che anima tutta l'istituzione, dal carattere e dal tono generale dell'insegnamento, dal suo contenuto morale e civile. Guardiamoci dunque intorno ed ascoltiamo. Gruppi di bambini entrano nell'aula dall'esterno, urtandosi tra loro con le cartellette a zaino. Corrono di qua e di là vociando come per rispondere al richiamo di urgenti impegni di lavoro: una matita nuova da provare, un disegno da appendere alla parete, un mazzetto di fiori da offrire alla maestra. Della nostra presenza sembrano non accorgersi. Il mondo infantile è un tutto, in cui si entra soltanto col sortilegio della fantasia dei bambini. Essi ci scopriranno più tardi, quando la logica del loro intenso operare - la logica del giuoco - li porterà ad imbattersi in una delle tante novità della loro giornata. La maestra che ora li osserva entrare - questi sono i più piccoli, gli alunni del primo ciclo (prima e seconda classe) - sarà una guida discreta e sempre pronta a favorire la libera espansione della cerchia delle curiosità e degli interessi dei fanciulli. Ne stimolerà lo spirito di osservazione dirigendo la loro attenzione su oggetti e fatti della più elementare esperienza e dell'ambiente locale - non sappiamo se qualche volta uscirà con loro per le vie dei dintorni - mediante conversazioni, indagini personali, osservazioni più attente, li condurrà a riflettere su quei medesimi oggetti e fatti, perché parlino più suggestivamente alla loro naturale sete di conoscere e li avvierà ad esprimere nelle più varie forme, con spontaneo processo spirituale, i risultati delle loro personali conquiste. La maestra sa che bisogna muovere dal mondo concreto del fanciullo, tutto intuizione, fantasia, sentimento; che bisogna far scaturire dall'alunno stesso l'interesse dell'apprendere, preoccupandosi sempre di aiutare in tutti i modi il processo formativo dell'alunno senza interventi che ne soffochino o ne forzino la spontanea fioritura e maturazione, perché infine, scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia e il gusto di imparare e di fare da sé, in modo che ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita. La maestra non ignora l'orientamento liberale della pedagogia moderna; ma queste precise indicazioni le sono suggerite direttamente dai programmi scolastici. Ne abbiamo tra le mani il fascicolo a stampa e i nostri occhi hanno percorso le righe in cui sono allineate le frasi da noi ripetute. Le indicazioni attinenti al metodo da seguire per il raggiungimento degli scopi dell'istruzione primaria "non hanno - dice la Premessa - carattere strettamente normativo: esse sorgono come sintesi concorde e spontanea della meditazione sui problemi attuali dell'educazione e dell'insegnamento e presuppongono come acquisiti alla nostra tradizione educativa e il riconoscimento della dignità della persona umana e il rispetto dei valori che la fondano; spiritualità e libertà". Cerchiamo nello sguardo della maestra un riflesso di questa vivente tradizione educativa. Tra i grandi educatori del passato hanno posto nella libertà interiore con cui si compie l'atto di accettazione o di ripulsa della volontà o del pensiero altrui il valore educativo di qualsiasi in segmento. L'opera educativa presuppone infatti l'esistenza di una attività spirituale del soggetto da educare, che è libera in se stessa perché libero è lo spirito da cui propana. L'educatore non solo non può prescindere da questa libera attività interiore dell'educando, ma indirizza l'opera sua a stimolarla e ad affinarla offrendogli argomenti ed occasioni per ripensare e saggiare i contenuto via via sempre più ricco di esperienze e di pensieri su cui ogni individuo forma i propri convincimenti, tempra il suo carattere e crea la sua personalità. L'infanzia non si sottrae a questo bisogno di libertà interiore ed è merito della pedagogia moderna averne indicato il segreto nel giuoco della fantasia che conduce il fanciullo alla gioiosa scoperta del mondo, alla percezione dei rapporti fra i fenomeni della natura e alla valutazione dei fatti umani, seguendo il ritmo spontaneo delle risposte che egli dà alla realtà che lo circonda. I metodi coercitivi, i castighi corporali, le spiegazioni assurde (e implicitamente autoritarie) che gli adulti sogliono dare ai bambini quando questi rivolgono loro domande ritenute imbarazzanti - ma per essi importantissime - discendono da concezioni largamente superate dalla pedagogia e dalla psicologia dell'età evolutiva. L'equilibrio emotivo è infatti essenziale per lo sviluppo armonico della vita interiore del fanciullo. Molti turbamenti, "complessi" e squilibri psichici, che si manifestano magari più tardi nel giovane e nell'adulto, possono essere scongiurati o mitigati da una buona educazione scolastica, che consenta al bambino fin dalle prime classi di dipanare con le sue mani le maglie della realtà per ricomporle liberamente nell'unità del suo mondo fantastico, sotto lo sguardo di chi sappia penetrarne il senso, accettarne i significati e preparare così il naturale passaggio alla logica astratta che è proprio dell'età successiva. Anche nella formazione della coscienza morale l'esperienza diretta e l'unica via attraverso la quale il bambino possa acquistare la capacità di formare dei giudizi morali giusti. Non si raggiunge questo scopo col presentagli delle decisioni belle e fatte insistendo perché il bambino le accetti senza discussione come giuste, o col fornirgli definizioni astratte del bene e del male, il bene e il male devono essere definiti in termini di ciò che è di volta in volta benefico o dannoso. 2) Segue


lemond - 28/11/2008 alle 13:59

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Quarta Puntata Il novanta per cento dei credenti è sotto l’influsso delle nove religioni universali. Il tratto comune di esse è che riducono le divinità ad un numero uguale o minore di uno, in prima approssimazione: zero per il buddismo, giainismo e confucianesimo, uno le altre. Volendo approfondire le cose sarebbero più complicate e allora lascio … basti solo dire che chi sta per l’uno ha cercato anche di dimostrare tale asserzione: “provare per credere” :-) . Le prove possono distinguersi in “teologia naturale” e “t. trascendentale”. Le prime si basano tutte sul rifiuto del regresso infinito (ovvero della causa prima). Ciò che è prima del cielo e della terra è forse una cosa? No, ciò che fa sì che le cose siano non è una cosa! Se si applica la causa prima in direzione contraria si ottiene l’esistenza del fine ultimo. :-). Le vie della teologia naturale incorrevano in due tipi di errore. Per quanto riguarda l’esistenza di dio, si basavano sul rifiuto dell’infinito; nel momento però in cui filosofia e matemica decisero di accertarlo, tali argomenti persero il loro valore probatorio. Inoltre non c’era nessun motivo serio, cioè logico, di credere all’unicità, per non parlare poi della coincidenza (sempre unica per tutti) con il dio della rivelazione a Mosè, Paolo, Maometto etc. Tommaso faceva un passo indietro rispetto ad Aristotele, il quale coerentemente aveva ritenuto che ci fossero tanti primi motori quanti erano i movimenti delle sfere celesti e cioè 47 secondo Eudosso o 55 secondo Callippo. Nonostante ciò, la filosofia dell’aquinate è ancor oggi (G.P.2 docet nella sua fides e ratio) rappresenta l’ortodossia della chiesa cattolica, apostolica romana! :-)


lemond - 29/11/2008 alle 14:20

I preti in cattedra (3) di Luigi Rodelli Il bambino deve essere preparato a far fronte alle diverse situazioni quando insorgono, deve scegliere da sé la sua condotta ed essere responsabile della scelta fatta. Così si formerà in lui il giudizio morale ragionato e indipendente. L'esperienza degli educatori moderni conferma su questo punto il principio basilare della filosofia morale che riconduce la formazione della coscienza morale alla libertà e autonomia del soggetto. Nel suo bisogno di sicurezza e di protezione, il bambino cerca la simpatia dei grandi e la loro partecipazione ai suoi problemi per quel tanto per cui può essere aiutato a risolverli dal suo punto di vista, nel quadro del suo mondo. Le soluzioni mancate, le spiegazioni autoritarie o le dolci violenze creano in lui abissi emotivi, lo spingono a cercare surrogati simbolici dell'amore e dell'affezione di cui si sente privato, cagionano in lui un complesso di colpa. La scuola materna, o asilo d'infanzia, ha, a questo riguardo, un'importanza ancor più grande della scuola elementare; eppure una delle prime cose che i bimbi apprendono frequentando oggi in Italia un asilo è la prova terrificante dell'inferno. Ma ecco che la giornata scolastica comincia. La maestra è riuscita ad attirare su di sé gli sguardi dei fanciulli e, fissandoli per un attimo, ha trasmesso il segno della sua volontà: "In nome del Padre, del Figliolo, e dello Spirito Santo. Così sia". Gli alunni hanno ripetuto le sue parole pur continuando ad essere intensamente occupati dalle scoperte e novità. Occorre un altro richiamo alla maestra: "Ave o Maria, piena di grazia: il Signore è teco: tu sei benedetta ta le donne, e benedetto il frutto del ventre tuo, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Così sia". Gli sguardi dei fanciulli corrono dal fiocco rosso di Piero alle cannucce di Mario, all'astuccio nuovo di Franco. "Gloria al Padre, al Figiuolo, e allo Spirito Santo, come era nel principio, e ora e sempre, nei secoli dei secoli. Così sia". Le ultime parole si sono confuse con altre voci infantili. Abbiamo perduto il contatto con lo sguardo della maestra, preoccupata di far assumere agli alunni un atteggiamento di compostezza devota, congiungendo ella stessa le palme delle mani nel gesto della preghiera. Ci sfugge il legame fra la gioiosa animazione con cui i fanciulli sono entrati nella scuola, tutti presi dalle loro intense curiosità, dai problemi che si presentano alla loro mente ad ogni nuovo incontro con la realtà, e la recitazione collettiva delle preghiere del catechismo, voluta in quel momento dalla maestra. Quando un bambino sente veramente il bisogno di pregare, e prega, inventa una sua preghiera, adatta alla necessità del momento. Nella preghiera che il bambino sussurra quando è solo o almeno in un certo isolamento sentimentale egli scarica il suo cuore dalle onde emotive provocate dai vuoti affettivi e, nel suo bisogno d'amore, ricompone l'equilibrio interiore chiedendo per sé e per i suoi genitori la protezione di un padre di saggezza infinita e protettore onnipotente. Il bambino cerca nell'armonia del suo mondo intuitivo quella tranquillità e sicurezza che non gli viene ancora dalla ragione. E' lo stesso sentimento che spinge l'uomo primitivo alla adorazione delle forze benefiche della natura, dalle quali riceve benessere e pace. Quel che aveva intuito Giovan Battista Vico è confermato dalla osservazione e dalla scienza. Qui però, nella scuola, non pare che vengano messi a frutto questi tesori di umanità e di cultura. Sono state fatte recitare preghiere e formule prefissate, che sono fuori dall'ambito delle esperienze e delle capacità intellettive dei fanciulli. Ci vien fatto di formulare dentro di noi un giudizio poco lusinghiero sulle qualità didattiche della maestra. Volgiamo uno sguardo interrogativo al direttore didattico. Questi torna a indicarci i programmi ministeriali che abbiamo tra le mani. C'è un passo che dice: "La vita scolastica abbia quotidianamente inizio con la preghiera che è elevazione dell'animo a Dio, seguita dalla esecuzione di un breve canto religioso o dall'ascolto di un semplice brano di musica sacra". Si tratta dunque di una prescrizione. Cerchiamo allora di capire. Il passo sembra volerci dire che si deve cominciare con la preghiera "perché" la preghiera è elevazione dell'animo a Dio. L'elevazione dell'animo a Dio deve venire "prima" di ogni altro atto. Alla priorità nel tempo pare che si voglia attribuire il significato di una priorità nella scala dei valori. Nulla da obiettare se si trattasse del protocollo di una cerimonia. Ma qui siamo nel mondo concreto del fanciullo, tutto intuizione, fantasia, sentimento, Non devono i tempi e i modi subordinarsi al ritmo spontaneo degli atteggiamenti dell'animo infantile? Che cosa può significare per i bambini di quest'età l'espressione "elevazione dell'animo a Dio"? L'idea che il bambino ha di Dio è varia e diversa a seconda del carattere individuale, delle circostanze o degli stati d'animo in cui il bambino se l'è formata. Se gli è stata imposta un'idea arbitraria coi metodi di propaganda, psicologica o di altro genere, il bambino già non vi crede più, ed è pieno di amarezza perché ha scoperto che ci si è approfittati di lui. Per molti bambini un Dio che punisce è inconcepibile, perché Dio è presentato come la bontà personificata, come qualcuno che fa tutto quello che c'è di bello nella vita. Per altri, essendo stato il suo nome associato all'idea del castigo essa è causa di inibizioni e di paure. Alcuni, invece, sono guidati da quel senso religioso e perciò unitario delle cose che è stato attribuito all'infanzia come suo proprio e dicono di sentirsi vicini a Dio quando sono all'aria aperta, dove sono gli alberi l'erba e i ruscelli. Trovano che una persona può essere religiosa anche se non va in chiesa, perché si può pregare tanto bene fuori come in chiesa o in casa, o in qualunque posto: la natura e i fiori sono opera di Dio - ha detto un bambino - mentre la chiesa è opera dell'uomo. C'è la bambina che osserva candidamente che tutti dicono che Dio è in cielo, lassù per aria, ma gli aeroplani hanno volato tanto in alto e non l'hanno incontrato. Altri cercano di maturare le idee ricevute dalla chiesa e si sentono sicuri. E' impossibile trovare un'unica formula che interpreti e contemperi una così diversa realtà di sentimenti. Se un bambino non ha voglia di pregare, che cosa significherà per lui "farlo pregare"? E' necessario che i bambini - tutti i bambini, non questo o quel bambino - preghino qualche volta? E' opportuno che siano richiesti di farlo a scuola in un determinato modo e in un momento fissato in anticipo? Non deve la maestra avere "la costante preoccupazione di aiutare in tutti i modi il processo formativo dell'alunno senza interventi che ne soffochino o ne forzino la spontanea fioritura e maturazione"? 3) Segue


lemond - 30/11/2008 alle 11:01

I preti in cattedra (4) di Luigi Rodelli Abbiamo assistito ad un atto contraddittorio, di spiritualità - non libertà. Quest'atto, ripetuto ogni mattina, non può non incidere sul processo formativo dell'alunno in senso contrario alla spontaneità e alla interiorità della vita spirituale. La scuola comincia così con un atto di passività e di conformismo. "Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Così sia". Se è vero che la via più naturale e più facile dell'apprendere è per i fanciulli l'immagine piena, la visione globale del reale, e che il significato delle immagini offerte dai miti si imprime nella mente con la compiutezza dell'immagine fisica, bisognerà chiedersi quali sono i significati delle immagini che le preghiere e i dogmi imprimono nella mente dei fanciulli, nel momento e nel luogo medesimo della loro formazione intellettuale e morale, cioè della scuola. La preghiera dell'Angelo Custode che gli alunni hanno recitato or ora è forse la più semplice e facile. Il fanciullo che la pronuncia è indotto a credere alla presenza reale di un essere che sceglierà per lui e lo condurrà per mano nei più difficili passi della sua strada. Nella preghiera dell'Angelo Custode c'è la rappresentazione più ingenua del metodo pedagogico dell'acquiescenza all'autorità assoluta e della riposante fiducia in una guida esterna, cui appartiene, per superiore decreto, il compito di guidarci. Nelle alte preghiere del primo ciclo compaiono già gli elementi di una intera visione del mondo dominata da un potere assoluto, presso il quale qualcun altro, distinto da noi, sia pure la figura soave della Madonna, debba intercedere in nostro favore. L'abito della ricerca, la spontaneità e gradualità della conquista, la gioia della scoperta, tutti gli elementi attivi dell'educazione alla responsabilità, cedono il passo alla dolce epifania dell'autorità di un consiglio e di una verità inaccessibili alla ragione e irriducibili all'esperienza. L'esperienza, a sua volta, si svuota del suo valore morale e il processo formativo non giunge al suo compimento. Il rapporto dinamico tra esperienza diretta e azione individuale è spezzato. L'atto di culto che i fanciulli compiono recitando a scuola le preghiere del catechismo li pone subito sul piano psicologico della colpa, in quell'atmosfera di trepidante attesa in cui i contrastanti motivi della disperazione apocalittica e della salvezza eterna prendono la forma di un terribile giudizio finale e di una sconfinata graziosa speranza. I miti del peccato, della catastrofe universale e della resurrezione futura, gli elementi carismatici che hanno un significato catartico nell'atto della comunione del fedele col suo dio, afferrano il fanciullo con le loro figurazioni corporee e gli comunicano ad un tempo lo spavento dell'uomo primitivo di fronte alle forze avverse della natura e la contrapposta speranza di uno scampo miracoloso per opera di una potenza smisuratamente superiore all'uomo. Le figure intermedie, tutte dolcezza e soavità, quelle che incarnano il precetto evangelico dell'amore (il bambino Gesù, la madre misericordiosa), lungi dal cancellare il senso della colpa e l'incubo della disperazione originaria, li sospingono nel fondo della coscienza come una minaccia sempre latente, che potrà essere tenuta lontano solo se ci si troverà sotto l protezione benevola di quelle figure soavi. Il complesso mondo di sentimenti, di fantasia e di immaginazione che rivive nel fanciullo come un tratto della nostra umanità primitiva - nel senso indicato da Vico - invece di essere avviato a quella graduale semplificazione individuante da cui esce rafforzata la capacità ragionativi, è risospinto verso l'abbraccio disperato e fidente di quelle rappresentazioni corporee di forze vendicatrici o salvatrici in cui l'umanità primitiva ha espresso la propria visione del mondo e che i culti misteriosofici hanno perpetuata. Né vale osservare che quell figure sono entrate a far parte di una concezione teologica che ha tentato di razionalizzare lo schema entro cui esse si muovono, trasformando il loro contenuto mistico in una istanza metafisica, perché - a parte il giudizio che si può dare di una tale operazione intellettuale - l'astrattezza stessa dell'argomentare, che è propria disimili giustificazioni teologiche, esula dalla capacità intellettiva del fanciullo, il quale terrà per sé, conglobandole nel primo fondamentale amalgama della coscienza, le forti suggestioni del castigo e dell'autorità assoluta che lo infligge, dell'aiuto o della grazia da ottenere per intercessione di altre potenze, delle quali occorre conciliarsi il favore per mezzo della preghiera. La fusione degli animi e la comunione religiosa che si determina fra coloro che recitano una preghiera stabilisce un legame (religio) che affonda nella coscienza e distingue da sé tutti coloro che non partecipano a quel processo di rigenerazione salutare. Nella preghiera collettiva si ha una prima esperienza vissuta di una separazione di gruppo religioso del resto degli uomini: se essa ha una giustificazione nella chiesa, non ne ha alcuna nella scuola. La separazione di gruppo, psichicamente acquisita nella pratica della preghiera, si fa poi razionale e cosciente quando interviene un giudizio di condanna degli infedeli, degli eretici e degli atei. La presentazione che si fa di costoro come di insidiosi nemici della religione e della morale, di uomini da evitare (vitandi) come se spargessero la peste e da combattere con ogni mezzo, depone nell'animo dei fanciulli il seme dell'odio e della diffidenza, prepara il terreno al fanatismo e allo spirito di crociata. "Gli atei per la tua anima sono - leggiamo in un libro di testo - un pericolo maggiore che non la peste o la lebbra per il tuo corpo". E più oltre: "Dio aveva comandato a Mosé che i bestemmiatori fossero subito lapidati. Oggi non vengono lapidati, ma presto o tardi saranno tutti ugualmente puniti". Anche il Vangelo viene falsificato ignominiosamente per insegnare non l'amore ma l'odio: "I Giudei si ritirano nelle loro case per la cena. Alcuni sono pentiti. Si battono il petto esclamando: - Che cosa ho mai fatto? - Altri no. Sghignazzano. E il loro turpe riso, tramandato di generazione in generazione, è giunto fino a noi e tutti conosciamo questi traditori che con le loro opere nefande ogni giorno uccidono un poco Gesù". I sacerdoti che, con l'autorizzazione del provveditore agli studi, nel novembre 1957 si sono recati a predicare una "Missione" di mons. Montini nelle scuole elementari di Milano, hanno fatto disegnare agli alunni due bambini, colorare in rosa il bambino "buono", battezzato e munito della grazia divina, e lasciare in ombra o passare in nero l'altro bambino, il bambino "cattivo", quello che non ha la grazia divina, non è battezzato, è ateo. 4) Segue


lemond - 01/12/2008 alle 14:46

I preti in cattedra (5) di Luigi Rodelli Astenersi dall'insegnare un dogma e dal praticare un culto nella scuola non significa combattere la religione o ignorare il fenomeno religioso: significa coltivare nei fanciulli l'amore verso tutti gli uomini, insegnando loro che gli uomini sono ugualmente degni di rispetto a qualsiasi religione appartengano, credano o non credano in Dio, purché siano buoni e sinceri, e che i riti e le credenze delle altre religioni, che possono apparire strani a noi solo perché diversi dai nostri (i quali possono apparire altrettanto strani agli altri), non devono essere oggetto di riso o di scherno da parte nostra perché rispondono tutti in vario modo ad una tendenza comune agli uomini di tutta la terra. Una buona educazione non deve forse cogliere a preferenza i tratti che uniscono piuttosto che quelli che separano gli uomini tra loro? Cerchiamo nei programmi una risposta a queste nostre considerazioni e leggiamo nella Premessa: "Una vecchia opinione popolare considerava la scuola elementare come la scuola del leggere, dello scrivere e del far di conto. Si può intenderla ancora oggi così, salvo una accurata determinazione del significato di queste parole. Nell'auspicare una scuola che insegni per davvero a leggere si esige che da essa escano ragazzi che ragionino con la propria testa, giacché saper leggere è ben anche aver imparato a misurare i limiti del proprio sapere e ad esercitare l'arte del documentarsi. Analogamente saper scrivere vale saper mettere ordine nelle proprie idee, saper esporre correttamente le proprie ragioni. Quanto a far di conto nel nostro secolo, che è il secolo dell'organizzazione e delle statistiche, è chiaro che una persona è tanto più libera quanto più sa misurare e commisurarsi". Tutto ciò è assai ben detto. Se l'intendimento del legislatore fosse quello espresso da queste parole e se la meta che "si esige" che si raggiunga fosse veramente quella indicata, noi avremmo già il quadro di tutta l'opera educativa della scuola nella necessaria autonomia delle sue premesse scientifiche e delle sue finalità umane. Dalle parole dei programmi si ricava l'immagine di un meraviglioso giardino in cui il maestro cercherà "di ottenere dall'alunno la partecipazione quanto più possibile spontanea e impegnativa alla ricerca e alla conquista individuale di quelle esperienze, cognizioni, abilità, che nel loro complesso concorrono appunto alla formazione integrale della personalità in questo stadio dello sviluppo". Dove cercare infatti il valore universale e il significato ultimo dell'opera educativa, il suo "fine", se non in quel metodo educativo in cui essa si risolve completamente? Ma ecco che il legislatore fa cadere nel vivo di questa metodologia liberante - alla quale non si attribuisce, d'altra parte, carattere normativo - il chiuso scrigno della dogmatica e della precettistica cattolica. In quello scrigno deve trovarsi racchiuso "per dettato esplicito della legge" il fine "assegnato all'istruzione primaria". Improvvisamente si apre un passo che comincia così: "l'insegnamento religioso (cioè l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica) sia considerato come fondamento e coronamento di tutta l'opera educativa". Ciò significa che, mentre il metodo può essere quello della libera ricerca, il fine è di dare per trovato in anticipo ciò che si cerca. Il fanciullo non sa nulla di tutto questo ed è perciò tanto più grave il prendersi gioco di lui. Nelle classi terza, quarta e quinta, costituenti il secondo ciclo, "alle preghiere precedentemente apprese - dice il programma - si aggiunga la Salve Regina e si spieghi più particolarmente il significato del Padre nostro; infine si guidi il fanciullo alla conoscenza e all'apprendimento del Credo. Si continui nella narrazione facile ed attraente di episodi del Vecchio Testamento (primo anno del ciclo) e del Vangelo. Nel secondo e terzo anno del ciclo si tengano pure facili conversazioni sui Comandamenti e sui Sacramenti, sulle Opere di misericordia corporale e spirituale, sul Santo patrono, sulle tradizioni agiografiche locali, sui Santi la cui lettura possa interessare particolarmente i fanciulli, sui periodi dell'anno ecclesiastico e sulla Liturgia romana; si leggano e si commentino passi del Vangelo accessibili alla mentalità degli alunni. Non si trascuri l'eventuale riferimento a capolavori dell'arte sacra". Anche nelle preghiere assegnate alle classi del secondo ciclo ritorna il concetto della vita come di un esilio in una valle di lacrime, cui sovrasta un regno celeste ordinato nella forma di una monarchia assoluta. Per l'assunzione a quel regno si invoca l'intercessione della regina "avvocata nostra" presso il monarca. La vita interiore del fanciullo è chiamata a "plasmarsi così su un esempio di sudditanza sospirosa, che è antitetico all'appello alle forze interiori e all'autogoverno. Le figure dogmatiche, del tutto sfuggenti al dominio dei sensi, dell'Unità e Trinità di Do, dello Spirito Santo, della Vergine-Madre contribuiscono a porre il fanciullo in uno stato di incertezza e di timore reverenziale, cui si aggiunge l'inibizione causata dall'incubo della tentazione del demonio, del peccato e delle fiamme (vere fiamme rosse) dell'inferno. 5) Segue


lemond - 02/12/2008 alle 10:40

I preti in cattedra (6) di Luigi Rodelli Gli insegnanti ed educatori non avrebbero occasione di occuparsi del contenuto intellettuale e morale delle preghiere religiose - che sono parte integrante di un tutto a se stante, la chiesa o comunità religiosa - se esse non fossero state calate nel vivo dell'opera quotidiana della scuola, che dev'essere volta - come gli stessi programmi suggeriscono - a creare le condizioni dello sviluppo armonico delle facoltà del fanciullo e ad avviarlo a "pensare con la propria testa" e ad esercitare "l'arte di documentarsi". A nessuno verrebbe in mente di "documentarsi" o di "pensare con la propria testa" nel momento in cui si accinge a compiere un rito o un atto di culto, nel luogo, nell'atmosfera o nelle circostanze in cui può sorgere il bisogno di una partecipazione religiosa dell'animo umano al mistero della vita. Ogni uomo ricompone a suo modo i vari momenti della sua vita interiore e ne salva la spontaneità e la ricchezza se ha imparato a distinguerne il significato e il valore, a rispettarne i caratteri e i limiti. Sovrapporre e confondere tra loro l'attitudine a cogliere e a sistemare i dati dell'esperienza con l'atteggiamento religioso d'adesione a un tutto misterioso è errore colpevole se commesso nel corso di svolgimento dell'opera educativa della scuola. Gli episodi del Vecchio Testamento, anche quelli "accessibili alla mentalità degli alunni", mal si prestano a fondare una educazione morale e civile degna della nostra civiltà: essi sono lo specchio di momenti diversissimi fra loro di civiltà e di barbarie, che la moderna critica biblica ha dimostrato appartenere ad uno spazio di tempo di 10-15 secoli, rendendo insostenibile la concezione tradizionale di una legge mosaica omogenea, di una specie di oracolo della Sibilla. Né si vede come possa essere ancora accolta senza riserve la figura stessa del Dio della Bibbia. Dio "geloso", Dio di tribù, esclusivo e non universale, che ordina a Mosé di sterminare il suo popolo: e Mosé sceso dal Sinai, vedendo che il popolo aveva adorato un vitello d'oro, fa uccidere tremila uomini, risale sul Sinai, rabbonisce Dio e placa la sua ira. E' il Dio che, quando intima la "guerra santa" comanda di distruggere "al modo dell'interdetto" e di estirpare le nazioni dei peccatori, di "non far patto con loro e non far loro grazia", e monta in collera con Saul perché ha risparmiato il re degli Amaleciti catturato in battaglia: allora il sacerdote Samuele fa venire il re degli Amaleciti e lo fa squartare "nel cospetto del Signore". Dalla concezione ebraica primitiva della vita morale, dominata dalla visione di un premio di prosperità individuale, esula ogni carattere di universalismo etico. Elementi magici, del tutto estranei alla morale evangelica, si trovano elaborati nella dottrina dei Sacramenti, concepiti come oggettiva conferma della fede "ex opere operato", indipendentemente dalla partecipazione soggettiva del fedele: credenze che hanno dietro di sé la sanzione dogmatica della Chiesa cattolica e possono trovare una loro giustificazione psicologica ed emotiva nella mistica professione del culto, ma che, inculcate nel corso del medesimo processo formativo in cui i fanciulli costruiscono con le loro mani il mondo dell'esperienza, possono provocare un fatale sdoppiamento della coscienza morale. Di elementi magici, di credenze fallaci e superstiziose, di narrazioni di miracoli sono piene poi le vite dei santi e le tradizioni agiografiche locali, mentre la liturgia romana, sulla quale pure si dovranno tenere "facili conversazioni", consacra il concetto antidemocratico - ignoto al Cristianesimo primitivo - della distinzione del clero dal laicato e della superiorità del prete sui fedeli. "L'educazione religiosa si ispiri alla vita e all'insegnamento di Gesù esposti nei Vangeli" - prescrivono i programmi. Ma quale significato educativo ha questa frase, incorporata com'è nella dogmatica, nella precettistica, nella liturgia romana? "La vita religiosa -prescrivono sempre i programmi - derivi da una sentita adesione dell'anima ai principi del Vangelo e dalla razionalità dei rapporti fra tali principi e l'applicazione della legge morale e civile". La frase è alquanto oscura. La legge civile attiene al dominio del limite e del possibile; il Vangelo anticipa il Regno di Dio, la "città celeste". Si può giungere, come vi si è giunti col Kant, ad accettare una religione morale (che non è da riporsi in dogmi e in precetti, ma nella disposizione del cuore a rispettare tutti i doveri umani come precetti divini), entro i limiti della sola religione. Questi programmi insinuano invece che vi sia un rapporto di razionalità, ad esempio, tra la parabola degli uccelli che ricevono cibo e veste dal padre celeste, quella del cammello e della cruna d'ago, il precetto evangelico del porgere l'altra guancia e la applicazione della legge civile, la quale sancisce i diritti e i doveri del cittadino. Di questi diritti e di questi doveri è necessario che ai fanciulli sia data un'idea chiara e un fondamento certo; qui invece si mira a confondere nelle menti i termini razionali con l'infinito ineffabile. 6) Segue


lemond - 02/12/2008 alle 13:04

ALCUNE OSSERVAZIONI SU CRISTO ED IL CRISTIANESIMO di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it Grazie alla numerosa letteratura al riguardo, su Cristo ed il cristianesimo mi sembra di poter esprimere alcune opinioni. Cristo non è esistito, il suo nome è fatto di due titoli, Salvatore e Messia, che non sono veri nomi; potrebbe essere esistito con diverso nome, come quello dsi Giovanni di Gamala, ad ogni modo, se fosse esistito, la sua vera vita e la sua natura sarebbero state diverse da quelle raccontate dalla chiesa e perciò si ricadrebbe in un caso d’omonimia. Cristo fu assemblato, per la parte filosofica, attingendo al neoplatonismo, per la parte teologica, attingendo a Mitra, per l’organizzazione sociale dei primi cristiani si prese dagli esseni e, una volta che si decise di dare un corpo a Gesù, come accade nei romanzi storici, si prese dallo zelota Giovanni di Gamala (Cascioli); l’evangelista Luca trasformò i suoi fratelli nei fratelli di Gesù. Per far posto nella storia a Cristo, non citato da storici di rango, come l’ebreo contemporaneo Giosefo, si falsificarono Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane. Lo storico ebreo romanizzato Giovanni Flavio, che accenna brevemente a Gesù nel “Testimonium Flavianum” (Antichità Giudaiche) è un falso interpolato nel testo, infatti, nei primi tre secoli il passo era ignorato dai padri della chiesa. C’è da dire però che Flavio, come tutti gli storici di corte, fece anche delle falsificazioni da parte sua, soprattutto con delle omissioni, parlò bene dei romani, Vespasiano e Tito, suoi protettori e male degli zeloti rivoluzionari. Apparentemente, lo storico Giuseppe Flavio era un ebreo appartenente ad una famiglia sacerdotale, nel corso della prima guerra giudaica (66-73 d.c.) fu comandante militare antiromano in Galilea, si arrese ai romani e divenne collaborazionista di Vespasiano al quale previde l’elezione ad imperatore, poi fu adottato dalla sua famiglia dei Flavi; Tito era figlio di Vespasiano e concluse la prima guerra giudaica. Noi sappiamo che in politica esiste trasformismo, tradimento, collateralismo e collaborazionismo, però anche su Flavio possono persistere dei dubbi. Come oggi l’alta aristocrazia non vuole comparire in finanza e perciò si serve di prestanomi, anticamente non amava comparire in letteratura e perciò si serviva di pseudonimi, come facevano quelli che cercavano di sfuggire alla censura. Secondo Adelard Reuchlin, con il nome di Flavio ha scritto l’aristocratico Ario Pisone, imparentato con gli imperatori. Questa famiglia, con l’aiuto d’esperti in cose religiose e di Plinio il giovane, adottò precedenti idee filosofiche e religiose e soprattutto lo gnosticismo cristiano egiziano, sorto nel I secolo. Nel 150 lo gnostico Marcione aveva portato la sua fede a Roma, fu lui ad inventare il personaggio Paolo, mai esistito come Cristo. La famiglia Pisone voleva una riforma religiosa e intendeva utilizzare la religione per il potere. Alla fine del II secolo, con una riforma religiosa a quella di Marcione, nacque il cristianesimo protocattolico di Ireneo con il vangelo di Giovanni. Nel 150 a Roma esisteva solo il cristianesimo gnostico di Marcione che vedeva in Cristo un essere celeste e non corporeo, Marcione aveva un suo vangelo e le prime quattro lettere di Paolo; alla fine di questo secolo, il vescovo Ireneo impose il secondo canone protocattolico dei quattro vangeli. L’arianesimo fu una riforma religiosa all’interno dello gnosticismo, intenzionata a contrastare il cattolicesimo nascente, all’inizio del III secolo cercò di dare un corpo a Cristo, lo considerava un superuomo, superiore agli uomini ma inferiore a Dio e di diversa sostanza da lui. Invece la teologia di Giovanni e Ireneo voleva Cristo uomo e Dio, della stessa sostanza del padre. Nel IV secolo Costantino, per imporre l’unità all’impero, con la collaborazione del vescovo Eusebio, fece un’altra riforma religiosa, al concilio di Nicea impose il terzo canone definitivo cristiano, con la credenza nella trinità. Il cristianesimo divenne religione lecita, in precedenza erano stati perseguitati solo cristiani gnostici, il successore Teodosio I volle uno stato confessionale e perciò vietò le altre religioni. Tra le riforme cristiane successive più fortunate, vi fu, alla fine del medioevo, quella protestante, sostenuta da principi tedeschi ed europei in genere. Sono state tante le religioni sponsorizzate dal potere, è accaduto con le riforme religiose ebraiche, a cominciare da Mosè, fino ad Esdra, al ritorno dalla cattività babilonese, fino alle riforme dei rabbini, all’avvicinarsi dell’era volgare. Anche l’Islam subì riforme, nel VII secolo i califfi abassidi fecero una riforma religiosa del primo islamismo, il quale si era già ispirato ad ebraismo, cristianesimo e zoroastrismo. Anche Budda metabolizzò idee di altre religioni, nacque come riforma protestante all’interno dell’induismo; lo stesso Mitra aveva preso da altre divinità solari precedenti, lo zoroastrismo nacque come religione sincretica e così il manicheismo, che prese da gnosticismo, buddismo e zoroastrismo. Con questa tecnica, nel XX secolo in Indocina, i servizi segreti francesi, per l’esercizio del potere, s’inventarono una nuova religione, il caodaismo, che fondeva cristianesimo, buddismo e altre religioni orientali, la quale però ebbe poco successo. Se papa Paolo III ha affermato che Cristo non è mai esistito e che aveva preso il posto di Mitra, un imperatore d’Austria ha affermato che lo stato si deve reggere sulla religione e sull’esercito, Napoleone I ha affermato che quelli che s’intendono meglio sono i preti ed i militari. Fonti: “Nuove ipotesi su Gesù” di Davide Donnini – Macro Edizioni, “Il segreto più nascosto” di David Icke – Macro Edizioni, “La leggenda di Gesù” di Renato Souvarine – La Fiaccola Editore, “Gli anni oscuri di Gesù” di Robert Aron – Mondatori Editore, “Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo” di R. Caimani – Mondadori Editore, “Gesù e Gesù” di Daniel Unterbrink – Editore Alterego, “Giovanni il nazireo, detto Gesù Cristo” di Emilio Salsi, “La morte di Cristo” di Luigi Cascioli, “Il metabolismo cristiano” di Nunzio Miccoli, “I fratelli siamesi – lo stato e la religione” di Nunzio Miccoli, “La croce di spine” di Giancarlo Tranfo – Chinaski Editore, “La favola di Cristo “di Luigi Cascioli, “ Il vero autore del Nuovo Testamento” di Adelard Reuchlin.


lemond - 03/12/2008 alle 10:47

I preti in cattedra (7) di Luigi Rodelli E’ questa una prova della cattiva coscienza con cui sono stati formulati questi programmi, che non sono destinati ad una comunità monastica, ma a creare le condizioni “per un’effettiva e consapevole partecipazione alla vita della società e dello Stato”. Quanto “alla sentita adesione dell’anima ai principi del Vangelo” – dalla quale pure deve derivare, secondo i programmi, la “vita religiosa” – come non osservare che qui, a parte il fatto che la “adesione dell’anima” non s’impone con una legge, i principi del Vangelo sono posti in relazione con la vita religiosa e con l’ “anima”, senza la mediazione della coscienza morale? Anche per i migliori pedagogisti cristiani, da Pestalozzi a Lambruschini, la coscienza morale è attività dell’io. Se per i principi del Vangelo il legislatore ha voluto intendere i puri principi etici che vi sono contenuti, il compito della scuola rispetto ad essi non è di farvi “aderire l’anima” del fanciullo perché ne derivi la sua vita religiosa, ma di offrirli come nutrimento della sua coscienza morale. La formazione della coscienza morale presuppone infatti una personale ad attiva rielaborazione dei sentimenti e dei principi morali. Ora gli alunni sono passati alla lettura. Il libro di lettura è aperto sul banco. Han preso a leggere quasi in coro, con tentennamenti e scoppiettii di parole. Il breve racconto (2 elementare) è intitolato: “I dentini di latte”. Un moretto era stato portato alla Missione. Non aveva che cinque anni, ma scappava sempre nel capannone che serviva da Chiesa, per ascoltare la parola che il missionario rivolgeva ai fanciulli e alle fanciulle che si preparavano alla prima Comunione. Il padre due o tre volte l’aveva mandato via: - Tu non capisci niente e disturbi gli altri. Ma il moretto, furtivo, veniva ogni giorno; e stava zitto ad ascoltare. Alla vigilia del grande giorno, il moretto si presentò al Padre e gli disse: - Sono pronto anch’io per la prima Comunione. - Tu sei troppo piccolo, non puoi. - E quando potrò? - Quando non avrai più codesti dentini di latte. Il moretto parve rassegnato e se ne andò. Il mattino dopo, con gli altri comunicandi, il Padre vide comparire anche il moretto. - Ancora qui? - Certo Padre; ora non ho più i dentini di latte. Me li sono tolti per poter ricevere Gesù. E al Padre, commosso e sbalordito, mostrò le gengive ancora insanguinate e senza dentini. Anche nel suo piccolo cuore scese Gesù. La maestra ha ripetuto l’ultima frase del racconto come per riassumere il senso. Ma qual è il senso? Che Gesù fu contento che il moretto si era tolto i dentini? Una bambina di quattro anni, alla quale è stato ripetuto questo racconto in un asilo di suore, all’uscita si è messa a colpirsi i denti con un sasso. Si sa che i bambini piccoli, sotto la suggestione dell’esempio, possono giungere a compiere su di sé atti di mutilazione fisica. Qui poi l’auto-asportazione dei dentini di latte è messa in rapporto con la discesa di Gesù nel cuore. Quale miscuglio di sensazioni fisiche e di stati d’animo si produrrà nei fanciulli? La sovrapposizione di immagini reali, di simboli e di tesi dottrinali ai dati dell’esperienza quotidiana è assai frequente nei libri di lettura scritti dopo la pubblicazione dei nuovi programmi. Le illustrazioni a colori mettono in risalto il testo e ne anticipano l’effetto. In alcune di esse si vede campeggiare accanto al fanciullo che va a scuola la grande figura dell’Angelo Custode che lo guarda e lo guida: fa che la mente e il cuore io devoto t’affidi, dice la poesia. E quest’altra, nel libro di lettura della quarta classe: L’ANGELO CUSTODE Dice il Signore all’angelo: - corri da quel bambino e restagli vicino. Non lo lasciar giammai. - Signor, cosa gli dico se mi chiede chi sono? - Digli: io sono un dono di Dio. Sono l’amico. - E se piange, che faccio? - Fa come il pastorello. Quel bambino è un agnello e tu lo prendi in braccio. - E se gioca? – Tu giochi. I bambini innocenti van felici di pochi sassolini lucenti. L’angelo via volò. Ed era già lontano nel ciel, che si voltò per chiedere più piano: - E se si ammala? Se muore? - Riportalo al Signore. Un grande angelo, la veste trapunta di stelle, riempie l’altra metà della pagina col suo moto ascensionale: porta nelle braccia il bambino morto. Chi non vede quanto sia dannoso, per non dire crudele, sgomentare, proprio nella scuola, il bambino, con rappresentazioni della sua vita e della sua morte avvolte in un senso di mistero, nella scuola dove tutto dovrebbe concorrere a creare quell’atmosfera di serenità che è indispensabile al naturale dispiegarsi dell’attività del bambino? Un’altra illustrazione mostra l’Angelo Custode che si accompagna ad un bambino sotto il suo medesimo ombrello, appoggiandogli una mano sulla spalla. Ecco il racconto: Gigi aveva ascoltato con gioia e con meraviglia la mamma, che gli parlava dell’Angelo Custode. Poi le aveva domandato: - Ma dov’è, mamma, quest’Angelo, che non lo vedo? - E’ uno spirito e non lo puoi vedere: ma lo hai sempre con te. - Dove? - Dalla parte del cuore. Egli ti camminerà sempre al fianco. Dopo pochi giorni tornando dalla Messa, Gigi fu colto da un’acquazzone. Aprì l’ombrello e corse verso casa. La mamma, appena lo vide, gli andò incontro e notò, meravigliata, che aveva tutta la parte destra bagnata. - Ma perché non ti sei coperto bene con l’ombrello? - Perché dalla parte del cuore dovevo coprire anche l’Angelo Custode – rispose Gigi. Che cosa si deve pensare di Gigi? Che era un po’ grullo? O che era un esempio di celestiale innocenza, tale da dover essere imitato dagli altri bambini? Molti racconti, dei quali si potrebbe fare un’ampia raccolta spigolando dai libri di lettura, hanno a protagonista il parroco o la suora e legano l’attenzione del piccolo lettore ai santi e ai miracoli. I racconti hanno una grande importanza per il retto sviluppo del raziocinio e della sensibilità infantile, perché col loro carattere allusivo offrono ai fanciulli la possibilità di inquadrare liberamente i dati della loro esperienza. Assai dannosi sono perciò quei racconti che, deviando il corso naturale dell’osservazione, mirano a distorcere il significato del più banale fatterello della vita quotidiana per farlo rientrare in uno schema prestabilito. 7) Segue


lemond - 03/12/2008 alle 16:01

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Sesta puntata Esaminiamo il culmine della prova ontologica, ossia la versione di Godel (sulla “o” ci vorrebbe la dieresi). La prima idea del nostro fu di rimpiazzare le perfezioni, che non è ben chiaro che cosa siano, con le proprietà positive, di cui invece non si sa per niente che cosa siano. Il vantaggio sembrerebbe dubbio, ma è invece essenziale: si sostituiscono concetti consunti sui quali non si possono avere che idee nebulose, con concetti nuovi sui quali non si ha nessuna idea preconcetta. Essendo un logico, G. decise di delimitare preventivamente la natura delle proprietà positive, enunciando esplicitamente alcune loro caratteristiche e limitandosi ad usare solo quelle. 1) Poiché il prodotto di due numeri positivi è positivo, anche la proprietà che è soddisfatta dagli elementi che soddisfano entrambe le proprietà date (intersezione), è una proprietà positiva. Es. se piccolo è positivo e nero pure, lo sarà anche “piccolo e nero”. 2) Poiché lo zero non è positivo, la proprietà vuota, che non è sodifatta da nessun oggetto, non è positiva. 3) Un numero o il suo inverso sono positivi. Es. se piccolo non è una proprietà positiva, lo sarà “non piccolo” 4) Un numero maggiore di uno positivo, è positivo, una proprietà più grande di una positiva, soddisfatta ciòè da più oggetti, è ancora positiva. Ad es. se “piccolo e nero” è positiva, allora lo è anche piccolo, perché sono di più gli oggetti piccoli, che quelli “piccoli e neri” [come Calimero:) ] Possiamo ora definire Dio come un essere che ha tutte le proprietà positive, qualunque cosa siano, purché sodisfino le caratteristiche precedenti. A questo punto possiamo già dare una prima versione dell’argomento di G. “In un mondo finito, Dio esiste ed è unico”. Le proprietà sono infatti insiemi di oggetti tratti dal mondo e se il mondo è finito, ci può essere solo un numero finito di proprietà e quindi anche un numero finito di proprietà positive. La prima condizione è sodisfatta perché dopo aver intersecato le prime due qualità positive e poi, con la loro intersezione, una terza e cosi via, si arriverà all’intersezione di tutte che risulta essere ancora una proprietà positiva. La seconda condizione assicura che una proprietà positiva non è vuota e quindi tale è l’intersezione di tutte le proprietà positive. La terza condizione assicura che la proprietà di essere Dio è positiva, perché il suo inverso “non essere Dio” non lo è. La quarta condizione non serve, ma permette di dimostrare che le proprietà positive sono esattamente quelle possedute da Dio, perché Egli possiede ogni proprietà positiva per definizione. Naturalmente, l’ipotesi che il mondo sia finito è contingente e dunque non particolarmente attraente in un ambito teo(logico). Per vedere come sia possibile andare avanti, non ci resta che aspettare la prossima puntata:).


lemond - 04/12/2008 alle 09:52

I preti in cattedra (8) di Luigi Rodelli Il "fondamento e coronamento". Se il catechismo clericale è inaccettabile Nella scuola laica, un catechismo laico Sarebbe peggio che inaccettabile: sarebbe stupido Gaetano Salvemini Gli alunni hanno riposto il libro di lettura e hanno aperto il libro di studio o sussidiario, cioè il libro dove sono riunite le diverse materie d'insegnamento, come la grammatica, la storia, la geografia, l'aritmetica. La prima parte del sussidiario è riservata alla religione, considerata anch'essa materia d'insegnamento. L'equiparazione può apparire un po' forzata. (*) Nota: in V elementare, nell'anno scolastico 2008-09, mia nipote ha due ore settimanali dedicate alla religione:D Il cattolico Tommaseo, che richiedeva l'insegnamento religioso domenicale ad opera di un buon prete, ripeterebbe che "il farne cattedra accanto alla geografia e alla grammatica è un farne pedanteria odiosa e sovente tediosa". Ma i filosofi idealisti scoprirono che, consistendo la religiosità in un momento dello spirito - nel sentirsi cioè partecipi di un assoluto - in essa è da riconoscere un tratto fondamentale della natura umana, dal quale l'educazione dell'infanzia non deve prescindere. Essi sostennero perciò - soprattutto il Gentile e il Lombardo-Radice - che nelle scuole elementari si dovesse dare l'insegnamento religioso. Per il Lombardo-Radice esso doveva avere un carattere di universalità e di poesia, doveva essere immune da ogni dogmatismo e sostanziato di puri principi etici, tali da essere riconosciuti di alto e universale valore educativo, qualunque fosse la particolare credenza o il particolare punto di vista dei non cattolici frequentanti le pubbliche scuole. Senza vincolare le coscienze con un insegnamento dogmatico, da lui ritenuto antieducativo, la lettura commentato del Vangelo avrebbe assolto a questa funzione di elevazione morale e di educazione religiosa. In tal senso - assai diverso da Quello catechistico, per cui a giudizio del Tommaseo si sarebbe fatto della religione una pedanteria - si poteva parlare di insegnamento religioso nelle scuole elementari: in un senso cioè tanto elevato quanto difficile da realizzare. Ma il Gentile aveva dedotto dalla sua concezione storicistica, gerarchica e autoritaria della vita dello spirito le conseguenze che vi erano implicite e, da ministro, le aveva tradotte in decreto-legge. A lui, non credente, non premeva affatto che s'insegnasse, ad esempio, il dogma della Vergine-madre; ma, poiché quel dogma fa parte della religione "storicamente determinata" in Italia e una visione generale del mondo - egli diceva - "o la dà la religione o la dà la filosofia" e nelle scuole elementari non può darla che la religione "storicamente determinata", egli doveva volere che s'insegnasse anche il dogma della Vergine-madre. E così volle. Il decreto del 1923 poneva a fondamento e coronamento dell'istruzione elementare l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta nella tradizione cattolica". In nome della libertà dello spirito e della filosofia liberatrice, di cui i giovani delle classi liceali si sarebbero serviti per imparare a tener soggetti i poveri diavoli che non vanno oltre la scuola elementare, il Gentile chiudeva intanto tutti i fanciulli - anche quelli che non avrebbero poi studiato la sua filosofia - entro il cerchio di una visione gerarchica e autoritaria del mondo. Affermando che "ogni forza è forza morale", il filosofo idealista plaudiva al manganello di Mussolini e insieme gli conciliava il favore dei gesuiti, i quali videro accolte dal governo italiano gran parte delle richieste formulate nel campo educativo dalla loro rivista,"Civiltà Cattolica". Il primo programma ministeriale non era molto dottrinale; ma già nel 1924 fu prescritto l'imprimatur dell'autorità ecclesiastica per i libri di religione da adottarsi. Le circolari Belluzzo del 1925 riconoscevano all'autorità ecclesiastica il diritto di intervento nella scuola pubblica per la scelta dei libri il testo di religione e degli insegnamenti di religione, nonché il diritto di vigilanza e di ispezione per mezzo di sacerdoti delegati dall'ordinario della diocesi, che poteva esercitarsi anche senza l'intervento del provveditore agli studi. L'eredità dei cattolici liberali del Risorgimento era tradita. Gioberti, Capponi, Lambruschini avevano avuto un concetto dell'educazione religiosa diverso da quello catechistico prevalso nella chiesa per opera della controriforma; per essi la religione non era un rito né un formulario, ma testimonianza interna, rigenerazione interiore: libertà spirituale, non autorità. Nel voltare le pagine del sussidiario dedicate alla religione cerchiamo di capire come esse parlino all'animo dei piccoli lettori, per quali vie suscitino in essi il senso religioso della vita e li portino a riconoscere in ogni uomo il segno di una realtà spirituale a carattere universale. Tra il cattolico Tommaseo, che non voleva la religione nella scuola perché vi sarebbe divenuta odiosa, e il Gentile che ve la introdusse come "filosofia inferiore" per favorire l'attività dello spirito che nello stesso fanciullo, divenuto uomo, avrebbe superato questa fase puerile per mezzo della critica e del pensiero, chi dei due aveva ragione? La risposta dobbiamo cercarla in queste pagine spalancate davanti agli occhi attoniti dei fanciulli. Essi sentono che son diverse dalle altre pagine del sussidiario. Le illustrazioni accanto alle semplici figure ispirate alle parabole evangeliche, introducono con insistenza elementi attinenti alla sfera del sacro: chiese, altari, ostie, pissidi, aspersori. E' un processo che muove dall'esterno - dalla vista di oggetti che racchiudono un significato rituale, forse magico - verso l'interno. Un processo inverso a quello della conquista interiore, che risolve in sé ed informa delle necessità, proprie dello spirito di ognuno, i dati dell'esperienza. Anche le parabole evangeliche, delle quali viene spesso accentuato l'aspetto paradossale e miracolistico piuttosto che il valore-limite e il significato morale, sono manipolate e riassunte in modo che lo spirito umanitario ed altruistico del vangelo ne esce travisato in senso autoritario ed ecclesiastico. Leggiamo ad esempio, sotto il titolo "Gesù buono e potente", a commento della guarigione del paralitico: "Nessuno è mai stato e sarà mai potente come Gesù. Egli ora è in cielo e ha la stessa potenza. Dobbiamo avere fiducia in Lui. I Santi con questa fiducia sono stati anch'essi capaci di operare miracoli". Quale idea si farà il bambino della bontà e della potenza? Tutto s'annebbia nell'attesa del miracolo. Nel frattempo il bambino dovrà scrivere nel suo quaderno: "Gesù fammi obbediente agli ordini dei genitori e dei superiori". Ottimo sistema per educare un suddito. E se gli ordini dei superiori saranno contrari alla voce della coscienza, che bisognava risvegliare? Sotto il titolo "Gesù capo della Chiesa", "per non disobbedire a Gesù bisogna obbedire al papa e a quelli che ci trasmettono i suoi ordini. I vescovi e i parroci. Cerca una bella immagine di Gesù Cristo Re e mettila nel tuo quaderno. Aggiungi le effigi del papa, del vescovo e del parroco". Ecco a che cosa si riduce la lettura del Vangelo. Sui principi etici del discorso della montagna, quasi completamente trascurato, prevalgono i discorsi e gli "ordini" del papa. Davanti agli occhi del bambino si fissano le persone fisiche del vescovo e del parroco che sono là a comandare. 8) Segue


lemond - 04/12/2008 alle 15:32

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Settima puntata Occorre non farsi prendere troppo dall’entusiasmo:), perché innanzitutto Dio è definito come un Essere con certe proprietà positive, ma le proprietà sono godute dagli oggetti del mondo; dunque Dio è un’entità che fa parte del mondo, un essere immanente e non trascendente. Inoltre, l’unicità di Dio è solo relativa alla classe di proprietà positive considerate: ogni classe ha un suo unico Dio, ma le classi sono tante: più che un Dio, si dovrebbe forse parlare di un capoclasse. Infine l’ipotesi che essere Dio è una proprietà positiva non è molto diversa dall’assumere direttamente che Dio esiste e quindi non è difficile dimostrare un risultato, assumendolo (quasi) come ipotesi. In conclusione si può dire che se si passa la prova ontologica al filtro della matematica/logica, si può rammentare quanto Hume scriveva a proposito di Berkeley: “ I suoi argomenti non ammettono la minima confutazione, ma non suscitano la minima convinzione!” Sic transit gloria Dei :)


lemond - 04/12/2008 alle 15:33

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Settima puntata Occorre non farsi prendere troppo dall’entusiasmo:), perché innanzitutto Dio è definito come un Essere con certe proprietà positive, ma le proprietà sono godute dagli oggetti del mondo; dunque Dio è un’entità che fa parte del mondo, un essere immanente e non trascendente. Inoltre, l’unicità di Dio è solo relativa alla classe di proprietà positive considerate: ogni classe ha un suo unico Dio, ma le classi sono tante: più che un Dio, si dovrebbe forse parlare di un capoclasse. Infine l’ipotesi che essere Dio è una proprietà positiva non è molto diversa dall’assumere direttamente che Dio esiste e quindi non è difficile dimostrare un risultato, assumendolo (quasi) come ipotesi. In conclusione si può dire che se si passa la prova ontologica al filtro della matematica/logica, si può rammentare quanto Hume scriveva a proposito di Berkeley: “ I suoi argomenti non ammettono la minima confutazione, ma non suscitano la minima convinzione!” Sic transit gloria Dei :)


lemond - 05/12/2008 alle 10:55

I preti in cattedra (9) di Luigi Rodelli Nella pagina seguente, sotto il titolo "Gesù giudice", si vedono le fiamme rosse dell'inferno nelle quali Gesù precipita i dannati. Poi viene la spiegazione del Comandamenti e, sotto il titolo "Sia santificato il tuo Nome", ci sono due illustrazioni, una di qua una di là dalle righe stampate: nella prima si vedono tre bambini che, tenendosi per mano, vanno in chiesa, nella seconda si vede il frontespizio del Codice Penale e poi il volume aperto alla pagina che contiene l'articolo 724, di cui si leggono queste parole: "Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose contro la Divinità o i simboli o le Persone venerate nella religione di Stato, è punito". Di qua la chiesa, di là il carabiniere. Che cosa penserà il bambino? La spiritualità decade di colpo al livello di un calcolo di opportunità. Se ciò non importa alla gerarchia ecclesiastica, importa all'educazione del senso morale. Non può dirsi infatti uomo morale colui che si abitua fin da fanciullo a non trasgredire ai principi morali (qui ridotti a un divieto della Chiesa) non già perché essi hanno un valore assoluto, ma per non incappare nel codice penale (si tratta poi in questo caso, di uno di quegli articoli del codice penale Mussolini-Rocco ispirati al principio della "religione dello Stato" che la Costituzione della Repubblica non contempla. Questa visione autoritaria e gerarchica della religione, concepita come un sistema di trasmissione degli "ordini" del "capo", questo ecclesiasticismo istituzionale si fa sempre più insistente nei volumi del sussidiario dedicati alle classi successive. Forse per dare maggiore autorità ai "comandi" della Chiesa, questi vengono paragonati alle leggi dello Stato. "Se voi andate a guardare l'albo della vostra Scuola troverete affissi dei fogli contenenti degli ordini, firmati dal Signor Direttore. Al Municipio sono affisse delle ordinanze firmate dal Sindaco o dasl Prefetto. Nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica vi sono dei decreti e delle leggi firmate dai Ministri e dal Presidente della Repubblica. I Comandamenti contenuti nel Decalogo sono decreti firmati da Dio che li consegnò a Mosé; le leggi evangeliche della carità verso Dio e verso il prossimo e le Beatitudini sono decreti firmati da Gesù Cristo che li affidò agli apostoli. Ma ci sono anche leggi firmate dal papa come Capo della Chiesa e Vicario di Gesù Cristo: sono i precetti della Chiesa". Il senso di questo discorso è chiaro: il fondamento della legge morale non va cercato nella coscienza morale, cioè nell'assenso interiore, ma nella forma, nell'essere la legge morale formalmente perfetta, scritta e firmata dall'autorità competente, come avviene per le leggi civili. L'alto insegnamento di Antigone che, nella tragedia greca, si appella dalla legge scritta alla legge non scritta, dalla legge civile alla legge della coscienza, è andato perduto per gli educatori cattolici. La legge morale, una volta assoggettata e confusa con la precettistica ecclesiastica, ha perduto non solo la sua autonomia ma anche il suo primato: chiede aiuto alla legalità, ha bisogno perfino della firma di Gesù Cristo! L'illustrazione a colori fa vedere l'albo della scuola, l'albo del comune, la copertina della Gazzetta Ufficiale e.il ritratto di Pio XII, quest'ultimo con la seguente didascalia: "Il papa può fare le leggi"! Religione, morale, precetti della chiesa, leggi canoniche e leggi civili sono confuse in un unico imbroglio. L'insegnamento dell'educazione civica dovrebbe poi servire a sbrogliare l'imbroglio creato dall'insegnamento della religione. Bel metodo pedagogico! Ma la colpa è tutta della civiltà laica, la quale ha inventato la democrazia. Se anche nello Stato, come nella Chiesa, le leggi si lasciassero fare al papa invece che al Parlamento, tutti ubbidirebbero al papa, visto che "può far le leggi", e non vi sarebbero inutili complicazioni pelagiche. In ogni caso, i nostri scolari, i quali hanno studiato che devono - in senso assoluto, naturalmente - obbedire al parroco, quando saranno adulti e avranno bisogno di lumi e di consigli andranno da lui o dal vescovo e sapranno, caso per caso, in qual conto tenere la voce della coscienza, le leggi dello Stato e i doveri del cittadino. L'insegnamento della religione avrà raggiunto così lo scopo che, evidentemente, si prefigge: annebbiare le menti, confondere le coscienze, togliere il senso della responsabilità. Se il ragazzo avesse ancora qualche esitazione o qualche dubbio, in quinta elementare apprenderà che "un Sacerdote non è più un uomo come gli altri. Chi crede alla parola e alla potenza di Gesù sa che il Sacerdote ha la potenza di Gesù stesso, che è un altro Gesù che dona alle anime la grazia e l'amore di Dio". Le seguenti domande lo porranno di fronte a esigenze insospettate e gli insegneranno a fare la spia: "Le persone che voi conoscete che cosa dicono dei sacerdoti?...Se venissero a mancare i sacerdoti cattolici [nota d.r. : ormai ci vorrà poco tempo :-)] che cosa accadrebbe ai cristiani?". 9) Segue


lemond - 06/12/2008 alle 14:06

I preti in cattedra (10) di Luigi Rodelli Non tutti i libri di testo, come questo di Gesualdo Nosengo, arrivano a queste insinuazioni e insegnano a fare la spia in nome di Gesù; ma tutti, nella parte dedicata alla religione, sono informati allo stesso metodo dogmatico-deduttivo, nonostante che fingano di infarinarsi dei metodi attivi: e intanto raggiungono lo scopo di mandare i ragazzi dal parroco per chiedergli quali miracoli hanno compiuto certi santi (agiografia locale!). “Non basta – leggiamo in un altro sussidiario – ascoltare la S. Messa. Un bravo ragazzo non manca al Catechismo perché soltanto istruendosi si impara ad amare e a servire il Signore: aggiunge inoltre qualche “opera buona”. Gli resta tempo anche per giuocare coi compagni all’oratorio e per divertirsi al cinema parrocchiale”. E poi sotto: “Scrivi nel tuo quadernetto come trascorri le feste”. Il fanciullo non sa che ciò che scriverà nel suo quadernetto potrà essere oggetto di inquisizione. Ma lo imparerà presto. Allora comincerà a scrivere qualche bugia. C’è poi in ogni sussidiario la parte dedicata al vero e proprio catechismo. Domande come le seguenti: “Chi è Dio?”, “Qual è il peccato originale?”, “Che cos’è l’inferno?”, “Che cos’è l’eucarestia?”, con le relative risposte obbligate. Il contenuto dogmatico sfugge evidentemente al dominio dei sensi. Quel che importa sapere è il tipo di processo mentale a cui lo studio del catechismo obbliga l’alunno, il quale deve abituarsi a determinate domande. Se si trattasse di un puro giuoco o di una semplice convenzione, nulla di male; in tali casi infatti si sa che alle parole prescelte non corrisponde alcun valore sostanziale. Trattandosi invece di proposizioni, il cui significato logico si riferisce ad astruse definizioni teologiche, sulle quali si vuol fermare la attenzione del fanciullo, è naturale che egli – sempre che non lo consideri una macchina che produce risposte esatte – sia portato a ragionarci sopra con la propria testa, proprio come i programmi d’insegnamento prescrivono che gli alunni debbano essere educati a fare. Come si svolgerà allora il colloquio tra l’alunno e l’insegnante? E’ quel che si è chiesto il professor Guido Calogero nel suo saggio “Il Catechismo di Stato”. Se un ragazzino dopo aver appreso che “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo” apprende altresì che “l’inferno è il patimento eterno della privazione di Dio”, e, più sveglio degli altri, osserva che se Dio non è anche all’inferno e nella coscienza stessa dei dannati, allora non è vero che sta dappertutto; mentre se davvero è dappertutto allora non esiste l’inferno in cui si sia privati di lui, che cosa succederà a quel ragazzino? La sua difficoltà verrà discussa o gli sarà semplicemente ordinato di stare zitto e di studiarsi a memoria quelle due formule, per rispondere esattamente alle rispettive domande “dov’è Dio?”, e “che cos’è l’inferno?” senza presumere di saperla più lunga dei grandi? E se, anche dopo una lunga e amorevole discussione, egli non si convince e rimane del suo parere, deve egli essere costretto a ripetere comunque quella formula? E’ chiaro che se lo scopo finale dello studio del catechismo è la ripetizione mnemonica di determinate risposte non verificabili, quel colloquio o non avrà luogo mai o rimarrà soltanto fittizio, e prima o poi cederà il passo all’invito autoritario a ripetere le cose così come stanno scritte nel libro. Eppure perfino S.Tommaso sapeva che la coscienza dell’individuo non si può coercire! Qui è il punto – osserva il professor Calogero – in cui non c’è sacralità di catechismo che tenga. Sul tema se ci sia o non ci sia l’inferno può avere competenza particolar e il papa, così come ogni spirito religioso anche in disaccordo col papa, ma sul punto che non si possa essere costretti a crederci quando non se ne sia più convinti la competenza non è più del papa che di chiunque altri. Quel ragazzino più sveglio degli altri potrà, se i suoi genitori si prenderanno cura di lui, essere dispensato per il successivo anno scolastico dalle lezioni di religione. Ma il guasto irreparabile è già avvenuto nella sua coscienza di scolaro, perché è stata minata la sua fiducia nella serietà della scuola e nell’autorità dei maestri, soprattutto se l’insegnamento della religione gli è impartito dal maestro di classe. E’ giusto anche chiedersi che cosa avverrà degli altri fanciulli, di quelli che non hanno osato sollevare obiezioni e che hanno accettato in blocco in concetto di un Dio misericordioso, onnipotente e onnipresente che sia nello stesso tempo vendicativo e castigatore. Porteranno dentro di sé per tutta la vita questo Dio da tribù primitive, meno civile del tipo di educazione da essi ricevuta? Riusciranno a pensarlo liberamente o tenteranno di razionalizzare a tutti i costi la concezione inculcata loro fin dall’infanzia? Anche qui ciò che è dannoso non è tanto il contenuto di quella determinata concezione quanto il suo assolutismo. Dannoso è impiantare nella mente infantile – ha osservato lo psichiatra canadese dottor Chisholm, per sette anni direttore generale dell’organizzazione mondiale della sanità – quei concetti che non si debbono discutere perché discuterli è “peccato” e che persisteranno nell’età adulta. Così anche gli atteggiamenti e i principi pur sani che vi sono nelle religioni più assolutistiche e teocratiche risultano dannosi in quanto assolutistici, non discutibili, dal momento che non si deve mettere in dubbio la loro validità. Ciò che pregiudica tutto è l’opposizione al pensiero individuale, indipendente. 10) Segue


lemond - 07/12/2008 alle 12:11

I preti in cattedra (11) di Luigi Rodelli Se un principio pedagogico esce avvalorato dai metodi attivi è quello legato al concetto di "interesse". Il fanciullo può trovare interesse, ad esempio, nello studio della storia solo in quanto s'accorge che la storia ha fatto nel passato quello che egli stesso farebbe per la trasformazione e il miglioramento delle cose che egli conosce (case, mobili, mezzi di trasporto). Per il fanciullo - ha osservato il Claparède - apprendere la storia è in qualche modo collaborare col tempo nell'edificazione di questo stato presente in mezzo al quale egli vive e che egli conosce: questa collaborazione sarebbe fittizia se fosse sottomessa a un insegnamento. All'"insegnamento storico" bisogna perciò sostituire il "lavoro storico": non "informare" il fanciullo, ma fare in modo che in lui sorga il bisogno di "informarsi" della storia delle cose, cominciando da quelle che sono più vicine alla sua diretta esperienza e lasciando libero il fanciullo di condurre le sue ricerche nelle più diverse direzioni. Il lavoro di ricostruzione storica sarà completo per il grado di maturità del fanciullo se avrà soddisfatto quegli interessi che in lui si erano manifestati spontaneamente. Ma se si fissasse in anticipo il punto da dove il fanciullo deve cominciare le sue ricerche e quello al quale si vuole che mettano a capo, si svuoterebbero i metodi attivi del loro valore pedagogico e si ricadrebbe in una nuova forma di indottrinamento autoritario. Questa involuzione si è rapidamente compiuta nelle scuole tenute da enti religiosi, le quali, per non rinunciare ad una patina di modernità, hanno adottato la terminologia dei metodi attivi lasciando immutata la sostanza del più gretto e retrivo insegnamento. Nei sussidiari adottati nelle nostre scuole vi sono alcune parti dedicate espressamente alla "ricerca" del mondo circostante, che dovrebbe gradualmente allargarsi dal presente al passato, dal villaggio o dal quartiere alla regione, all'Italia, all'Europa e al mondo. Vengono proposti alcuni temi. Ma le ricerche e la conversazione devono stare entro il binario imposto. Tema: "La famiglia e la casa"; ricerca, domande. Primo punto: "A Nazareth, Gesù fanciullo viveva in una piccola casa ordinata, amava i suoi genitori, li aiutava, li obbediva. Tu come vivi nella tua famiglia?". Tema: "Vita nel paese"; ricerca, domande. Primo punto: "Padre nostro.Siamo dunque tutti fratelli. Paese e quartiere devono essere i luoghi dove la gente si conosce, si comprende, si aiuta". Tema: "Vita nella città", ricerca, domande. Primo punto: "Santuari nel cuore della città o in luoghi sperduti, dove la tua gente confida al Signore le sue speranze. Ecco un primo aspetto della tua provincia; un piccolo proposito di ricerca per te". Tema: "Chi lavora per te"; ricerca, domande. Primo punto: "Il lavoro, redento da Gesù, che lavorò per trent'anni fra gli uomini, è il mezzo più nobile per dimostrare l'amore a Dio e al prossimo". Tema: "Terra madre"; ricerca, domande. Primo punto: "Sia fatta la Terra.Da quel giorno cominciò la storia, in gran parte misteriosa, della terra che noi abitiamo: anche di quel lembo di terra, sulla quale vivi e che i tuoi avi hanno reso abitabile e feconda". Tema: "Erbe, piante, fiori, frutta"; ricerca, domande. Primo punto: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano.La storia di Giuseppe Ebreo"; anche nella storia sacra, i prodotti dei campi sono presenti come beni necessari". Secondo punto: "Questo è il mio corpo.: scende Iddio nel mistero del pane e del vino, del grano e della vite; io ti ungo con l'olio.; e l'ulivo partecipa del divino mistero di grazia; Tema: "Gli animali"; ricerca, domande. Primo punto: "La colomba dell'arca di Noé, il bue e l'asinello di Betlemme, la colomba mistica del Giordano, gli uccelletti che ascoltavano tacendo, S.Francesco d'Assisi; molte volte, vero o simbolico, l'animale è presente nella storia sacra". Tema: "Storia e vita della mia terra"; ricerca, domande. Primo punto: "Cattedrale, basiliche, santuari, monasteri, chiese della tua parrocchia; sono le case del Signore. Sai forse chi le ha costruite? Di qualcuna potresti facilmente conoscere la storia". Per i maestri che non vogliano sentir parlare di metodi attivi (dato e non concesso che il formulario sopra citato abbia a che fare con i metodi attivi), c'è poi la narrazione storica condotta secondo il metodo tradizionale dell'opposizione diretta. Qui i fanciulli imparano a confondere nuovamente i fatti storici,cioè i fatti accertabili per mezzo di documenti storici, con le verità della fede. La resurrezione di Cristo, l'ascensione al cielo, l'invio di un angelo da parte di Dio a liberare S.Pietro dal carcere entrano nella storia allo stesso titolo con cui vi entrano Garibaldi e Mazzini. Allo stesso titolo entra nella realtà della vita quotidiana del bambino la guida dell'angelo custode e l'attesa dei miracoli, che i santi sacerdoti possono fare per delegazione di Gesù. Se i santi possono fare miracoli oggi, nulla di più logico che li facessero anche in passato. Per imparare "l'arte di documentarsi" di cui parlano i programmi, basterà che gli alunni chiedano notizie e immaginette al parroco, come abbiam visto essere ormai abituati a fare nelle loro ricerche. Così, in nome dei metodi attivi, si è tornati tranquillamente all'ipse dixit! 11) Segue


lemond - 07/12/2008 alle 15:35

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Ottava puntata La teologia naturale e la prova antologica sono ai due estremi del pensiero: la prima necessita la conoscenza del mondo ed è quindi sintetica ed “a posteriori”, l’altra analitica ed “a priori”. Ma sappiamo che nel mezzo ce ne sta una terza: sintetica “a priori” il che significa che presuppone l’esistenza di qualcosa, ma non la sua conoscenza e che altri hanno denominato “prova cosmologica”. Essa non è assoluta, e quindi rientra nel relativismo che tanto è in odio a BXVI :), richiede un fatto contingente e si limita a dimostrare che Dio esiste se qualcosa esiste. Essa consiste nel seguente ragionamento: ”Definiamo contingente un essere che ha bisogno di qualche altro essere per esistere, ci si può fermare all’indietro solo introducendo un essere necessario, che esiste di per sé”. Kant provò in un primo tempo a difenderla, ma poi nella “Critica della ragion pura” dovette riconoscere che si trattava solo di una di quelle idee trascendentali delle quali la ragione non può trattare consistentemente. L’ultima parola sulla teoria fu scritta nel 1942 dal logico H. Curry. Da questo punto di vista un essere necessario o causa prima si possono rappresentare mediante una formula A che equivalga alla formula “A implica B” per qualunque formula B. Da una parte si può dimostrare che una tale formula A è vera ed essendo essa equivalente ad “A implica B”, basterà dimostrare che da A segue B. Supponiamo allora A e dunque anche A implica B, da esse segue B per modus ponens (o ragionamento diretto che dir si voglia). Però non sfugge a Curry che B è una formula qualunque ed in particolare può essere scelta falsa :). In altre parole, l’assunzione di un essere necessario o di una causa prima è incompatibile con la logica. Diversamente dalla versione di Godel della prova di Anselmo, che si limitava a dissolverla nel formalismo, la versione di Curry della prova cosmologica (Avicenna) la inverte dunque in una vera e propria dimostrazione della NON esistenza di Dio.


lemond - 11/12/2008 alle 09:18

I preti in cattedra (12) di Luigi Rodelli A questo punto entra in classe il parroco in persona. Siamo in classe terza. Non indossa la cotta bianca, non ha in mano l'aspersorio e non è seguito dal chierico, come quando viene sotto Pasqua a benedire le aule. Viene a svolgere il suo corso di catechismo. La maestra, che ha già fatto recitare ai suoi alunni le preghiere giornaliere e ha tenuto loro le "facili conversazioni", previste dai programmi, sui sacramenti e sulle altre parti del catechismo, ha l'obbligo di assistere al catechismo del parroco. Non ci pare di aver letto nei programmi che ci debbano essere due diverse lezioni di catechismo, tanto più che il catechismo s'insinua dappertutto, nelle letture, nelle ricerche, nella storia, nell'educazione civica, nella geografia e forse anche negli esercizi di aritmetica! Il direttore didattico ci racconta allora una curiosa storia vera. Bisogna dunque sapere che c'era una volta l'O.N.B. (chi non se lo ricorda? L'Opera Nazionale Balilla!) e i "balilla" e le "piccole italiane" che frequentavano le classi terze quarte e quinte elementari dovevano si imparare a "credere obbedire e combattere", ma con l'"assistenza religiosa". I cappellano dell'O.N.B. impartivano loro venti lezioni, di mezz'ora ciascuna,durante il corso dell'anno scolastico. Nel 1937 l'O.N.B. fu trasformata in G.I.L. (diamine! Chi non se lo ricorda? La Gioventù Italiana del Littorio!): le venti lezioni rimasero immutate. Poi successe qualche cosa - la caduta del fascismo, la lotta di liberazione - che nei libri di questi ragazzi è raccontata in modo estremamente ambiguo e tendenzioso ("certo Mussolini era un uomo intelligentissimo, amava il popolo, amava l'Italia.L'ambizione lo condusse a guerre in parte non giuste, forse, ma soprattutto non preparate a sufficienza; la Resistenza al nazifascismo, che, combattuta da tutte le forze democratiche del paese in nome dei più alti ideali di libertà, ha dato all'Italia il suo titolo di riabilitazione internazionale, è definita "una atroce guerriglia civile che desolò le regioni del centro e del nord con vendette e rappresaglie sanguinosissime") scomparve la G.I.L., ma non scomparvero le venti lezioni di religione per i "balilla" e per le "piccole italiane". Non era ancora finita la guerra che il ministero della Pubblica Istruzione (gabinetto Bonomi, ministro Arangio Ruiz), emanava la circolare del 9 febbraio 1945, n.311, con la quale si provvedeva ad incamerare quell'eredità, assimilando le venti lezioni alla normale attività della scuola pubblica - come se in essa non fosse già compreso l'insegnamento della religione cattolica - e affidandole ai sacerdoti "presentati" ai provveditori dell'autorità ecclesiastica vescovile". Il ministro democristiano Gonella non ebbe altro sforzo da fare: confermò la precedente circolare con una nuova (12, IV, 1947 n.41318) ricordando che le lezioni dovevano avvenire "alla presenza dell'insegnante della classe". Una circolare - si dirà - non è una legge e quante circolari sono disapplicate! Qui però c'è il vescovo che se ne cura l'applicazione, al punto da pretendere, in qualche caso, che l'ispettore scolastico, assunte informazioni dal direttore didattico, gli comunichi se il sacerdote da lui "presentato" si reca o no alla scuola per le venti lezioni! Per compiacere alla volontà del Vaticano, il ministro democristiano Ermini non ha esitato invece a ricorrere a un sotterfugio, indegno della carica da lui ricoperta. Prima che il decreto contenente i nuovi programmi fosse firmato dal Presidente della Repubblica, egli aggiunse alcune righe, all'insaputa della commissione che li aveva predisposti e della III sezione del Consiglio superiore della pubblica istruzione che li aveva presi in esame. In quelle poche righe è indicato il testo cui i maestri devono attenersi nello svolgimento del programma di religione: la "Guida di insegnamento religioso per le scuole elementari", pubblicata dalla Commissione superiore ecclesiastica per la revisione dei testi di religione. Di questa "Guida" non è indicato l'anno di stampa: ogni successiva edizione, anche diversa dalla prima, sarà dunque valida per lo svolgimento dei programmi. Lo Stato ha firmato un foglio in bianco. Il governo ha dimostrato la sua incapacità di addivenire a qualsiasi accordo bilaterale. 12) Segue


lemond - 18/12/2008 alle 14:02

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Nona puntata Le prove logiche dell’esistenza di dio, esaminate, sono “eroi tragici” della storia della religione: i loro grandiosi propositi teologici infatti escono distrutti dallo scontro teoretico. Le prove matematiche che esamineremo, a parere di chi scrive, ne rappresentano invece l’aspetto di farsa (Marx docet). La matematica esercita la sua influenza sulle credenze religiose attraverso la numerologia e nella “Creazione del Mondo” il filosofo ebreo Philo Judaeus sostenne che Dio creò il mondo in sei giorni proprio perché il numero sei è perfetto (quei numeri che sono eguali alla somma dei loro divisori, incluso il numero uno) ed Agostino confermò nella “città di Dio”, Dipoi con “Il libro dei ventiquattro filosofi” si pretende di dedurre dall’equazione 1 x 1 = 1 un’immagine aritmetica della trinità: il prodotto dell’unità moltiplicante (Dio Padre) e dell’unità moltiplicata (il Figlio) produce una nuova unità (lo Spirito Santo) uguale alle prime due. :) Pascal si affidò alla sua maggiore abilità matematica per cercare metafore più adeguate e scrisse: “Si può sapere che Dio esiste, senza sapere che cos’è” (Pensieri). L’idea è che esistono numeri di cui si conosce l’esistenza, ma non le proprietà. Ad es. poiché ci sono infiniti numeri intieri, ma non si sa se se “l’ultimo” sia pari o dispari. Oggi noi diremmo che il problema non è quello, bensì che non tutte le proprietà dei numeri finiti hanno senso per quelli infiniti. La metafora andrebbe dunque interpretata teologicamente dicendo che non a senso attribuire a dio le stesse proprietà che abbiamo noi, ed una delle proprietà insensate potrebbe benissimo essere l’esistenza e, a maggior ragione, la bontà, la giustizia etc. :)


lemond - 19/12/2008 alle 15:41

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Decima puntata Ci provò anche Leibniz a dare un Dimostrazione matematica della creazione e dell’ordinamento del mondo, che si basava sulla coperta della notazione binaria, condita però della solita metafisica, condensata nel motto “omnibus ex nihilo ducendis sufficit unum” (per generare tutto dal nulla, basta l’uno). In altre parole la possibilità di ridurre la rappresentazione di ogni numero a zero e uno, diventava un’immagine della creazione di ogni cosa a partire dal nulla e da Dio. Un altro grande matematico che si interessò di teologia fu J. Wallis che propose la seguente immagine: come avere tre dimensioni distinte (ampiezza, profondità ed altezza) non impedisce ad un cubo di essere un solo cubo; così avere tre persone distinte non impedisce alla Trinità di essere un solo Dio. La superficialità della metafora di Wallis viene smascherata dal passaggio ad una dimensione in più: basterebbe sostituire il cubo con un ipercubo a quattro (per accomodare la Lettera agli Efesini di Paolo che ivi parla di larghezza, lunghezza, altezza e profondità della carità di Cristo) per ottenere un dio uno e quartino, che presterebbe il fianco a spiritosaggini da osteria :) Pascal ammise che nelle questioni religiose la matematica serve poco e per contro inventò quella che, per ironia della sorte, viene chiamata oggi “prova morale” dell’esistenza di Dio e che consiste nel far diventare la teologia una bisca in cui si gioca a testa o croce sull’esistenza di Dio. Ci sono quattro casi possibili. Se si scommette che Dio esiste e si vince, si ottiene il paradiso; se si perde, si spreca la vita. Se si scommette che Dio non esiste e si vince, ci si gode la vita; se si perde, si finisce all’inferno. Ora, paradiso e inferno sono vincita e perdita infinite, mentre la vita … La scommessa che Dio esista dà un premio maggiore e quindi da un punto di vista di guadagno puro conviene scommettere sulla prima:). Da un punto di vista teologico, la furberia di Pascal è squallida, ma se si considerano i cattolici odierni, nemmeno tanto:) Nella prossima puntata vedremo che la scommessa non tiene neppure dal punto di vista matematico.


lemond - 21/12/2008 alle 13:06

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Undicesima puntata Dal punto di vista matematico, l’aspetto più evidente della “scommessa” è che Pascal confonde la probabilità che un evento accada con l’utilità ad esso associata. Volendo cercare di ricostruire razionalmente l’argomento del pur grande francese, conviene ricondurlo più alla teoria dei giochi che a quella delle probabilità. Consideriamo due giocatori: dio e l’uomo, il primo dei quali ha la scelta se rivelarsi o no e il secondo se credere o no. Il ragionamento di dio, secondo le scritture, è il seguente: la cosa migliore è che l’uomo creda, meglio senza rivelazione, ma, se necessario, anche con essa. Se però l’uomo sceglie di non credere, la cosa migliore è che lo faccia in mancanza di rivelazione, perché altrimenti dio sarebbe costretta ad osservare quanto ha scritto Marco “Chi non crederà sarà condannato” :( . Per l’uomo l’interrogativo è decidere che cosa fare nel caso che dio non si riveli e Pascal suggerisce appunto che sia meglio credere. La teoria dei giochi considera un’opzione irrinunciabile (dominante) per il giocatore, quella che per lui va bene qualunque sia il comportamento dell’avversario. Non rivelarsi è irrinunciabile per dio: se l’uomo crede avrà più merito, se non crede meno demerito. Il fatto che si sia messo a scrivere prima l’antico e poi il vecchio testamento ci pone di fronte ad una semplice alternativa: a) il padre, il figlio e lo spirito santo non sono razionali b) non sono DIO Naturalmente è possibile che ci sia un altro Dio razionale, ma se c’è non verremo mai a saperlo, il che conferma il Vangelo secondo Giovanni: “Dio non l’à mai visto nessuno” :) Credere è invece irrinunciabile per l’uomo se si accetta la posizione di Pascal anche nel caso che dio non si riveli, ma la sua posizione non è l’unica possibile, visto che persino un apostolo, Tommaso, preferisce quella contraria. :) La scommessa di Pascal si rivela un cinico “bluff” teologico ed è molto migliore la conclusione di Gaber; “No, non fa male credere (nell’uomo), fa molto male credere male (in dio)”.


lemond - 23/12/2008 alle 10:21

curiosità: 1. tra i vari miracoli del figlio di una vergine: Horus, c'è quello dell'aver resuscitato un morto di nome El Azar us (Lazzaro). Veniva chiamato anche Iusa ("figlio prediletto"). Combattè per 40 giorni nel deserto contro il malvagio fratello Seth, signore della tenebra. La lotta tra Horus e Seth era eterna. 2. I parallelismi si fanno ancora più evidenti se si prende in esame il culto di Osiride, il padre di Horus, risalente ad epoca egizia anteriore. Il rituale dell'adorazione di Atum-Amòn-Osiride, prevedeva che i fedeli mangiassero alcune focacce di frumento che rappresentavano il "corpo" della divinità (le piantagioni di frumento potevano crescere grazie al sole, rappresentando così la manifestazione fisica di Dio). Nel corso del rituale veniva esibito un ostensorio rappresentante il disco solare, che veniva sollevato in alto dinanzi ai fedeli riuniti in preghiera. Il termine "ostensorio", contrariamente a ciò che si crede, non è cristiano e non deriva da "ostia", ma da un etimo egizio, poi adottato anche dal latino, che significa "mostrare, esibire". Fino al XV sec. d.C., gli ostensori cristiani avevano la forma di un disco d'oro luccicante (il sole). Fu San Bernardino da Siena a sostituire per primo, intorno al 1400, tale disco con la teca contenente l'ostia consacrata. 3. Le preghiere a Osiride erano intercalate e concluse dall'invocazione del suo nome (Amòn), che ricorda in modo inequivocabile l'"Amen" che conclude le preghiere cristiane.


lemond - 24/12/2008 alle 12:51

Dodicesima Puntata La prova ornitologica e la relatività J.L. Borges immaginò di chiudere gli occhi e di vedere uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno e quindi non sa quanti uccelli ha visto. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell’esistenza di dio. Se Dio esiste, il numero è definito perché Dio sa quanti erano gli uccelli, altrimenti il numero è indefinito, perché nessuno aveva potuto contarli. Borges ad es. può aver visto un numero di uccelli che sta fra 1 e 100, ma non ne ha visti né 2, né 3, né novantanove: codesto numero intiero (indefinito) è inconcepibile e quindi il numero deve essere definito ed ergo: Dio esiste! Però T. Skolem ha scoperto nel 1934 che ci sono universi aritmetici strani, chiamati “non standard” in cui esistono proprio numeri interi “indefiniti”, diversi da tutti i numeri definiti, ma aventi esattamente le stesse proprietà esprimibili nel linguaggio dell’aritmetica (che parla di somme e di prodotti). L’affermazione di Borges che, se Dio esiste, allora ogni numero è definito, gli si ritorce dunque contro, essendo equivalente all’affermazione che se qualche numero è indefinito, come appunto succede negli universi “non standard”, allora Dio non esiste. :) Nel 1920 lo stesso Skolem aveva dimostrato l’esistenza di quello che a lui sembrava un paradosso: gli universi “piccoli”. Ma un vero e proprio paradosso non sono, perché, da un punto di vista umano sono “grandi” e l’infinito che era sembrato un pensiero al limite, ridiventa ciò che era per i greci: “un limite del pensiero”. In altre parole, parafrasando le parole del primo uomo sulla Luna: ciò che può essere un piccolo infinito per Dio, può apparire un infinito da gigante per l’umanità”; o come diceva Cusano dell’universo: ciò che appare infinito a noi, può benissimo essere finito in realtà. Dipende dunque dalla prospettiva, il che è come dire che forse Dio è un’illusione ottica e la sua apparenza trascendente e necessaria è solo il frutto della nostra natura immanente e contingente. Insomma dio potrebbe essere un vero e proprio figlio dell’uomo :) . Cosa che aveva già intuito il “geomètra” Dante quando ammise nel Paradiso (XXXIII, 137-139): “veder volea come si convenne l’imago al cerchio e come vi si indova ma non eran da ciò le proprie penne.


lemond - 25/12/2008 alle 09:37

Il natale? Anno 7 avanti l’era volgare, (oppure 6 oppure 5 oppure 4 avanti Cristo): secondo i moderni storici cristiani è l’anno in cui sarebbe nato Cristo (se è esistito storicamente, cosa messa in dubbio sempre piu’ da altri, data l’assenza di testimonianze contemporanee). Anno 1 dopo Cristo: sarebbe la data del primo Natale di Gesu’ secondo il creatore della datazione calendaristica degli anni a partire dall’anno del concepimento e della nascita di Cristo, adottata oggi da quasi tutto il mondo non islamico. Egli fu Dionysus Exiguus monaco del VI secolo, abitante della Scytia minor, ovvero della attuale Dobrugia, regione costiera della Romania sulla costia del mar Nero.. (Secondo la sua datazione non esiste un anno zero, ma solo un anno prima ed un anno dopo.) La nostra epoca è datata come “dopo Cristo” dai credenti cristiani e dagli indifferenti,, ma i non NON cristiani più attenti la chiamano “era volgare”. L’epoca precedente invece che “ avanti Cristo” può essere detta “prima dell’era volgare” ( o anche prima della nostra era) IL NATALE FESTA DI TUTTI Gli antichi romani il 25 Dicembre celebravano il gioioso dies Natalis, cioè ggiorno NATALE di Bacco, del Sole Invincibile, di Mithras e di altri dei solari. I cristiani dei primi 4 secoli, invece, celebravano la nascita di Gesù (successivamente trasformato in loro Dio), il 6 di Gennaio. Solo svariati secoli dopo ( fra il 337 ed il 450 dopo Cristo), per soppiantare le feste di questi dei solari, i cristiani spostarono al 25 Dicembre anche il natale del loro Dio per appropriarsi del significato del ben più antico NATALE dei POLITEISTI che era il Natale del solstizio e del ritorno della luce del 25 Dicembre, il natale di Dionisio-Bacco, del Sole invincibile, di Helios, di Mithras. Chi non si riconosce nella tradizione cristiana, dunque non si senta fuori posto durante le festività natalizie, ma festeggi pure, con parenti ed amici e con la intera comunità italiana ed occidentale le feste del ritorno della luce, riconoscendole come proprie, come laiche o come pagane con tutti i diritti di priorità rispetto all’appropriazione cristana. Rivendichiamo come festa laica il ritorno di giornate di luce più lunghe, ottimo motivo per festeggiare. E di fronte ai cristiani che alzano la bandiera del tradizionalismo, rivendichiamo le autentiche tradizioni autoctone romane precedenti alla loro e da loro snaturate. Ed anche l’albero di Natale non ha niente di originariamente cristiano! La tradizione di festeggiare alberi era tipicamente pagana ed aspramente condannata già dalla Bibbia. L’abete poi (con precedenti romani), è di tradizione nordica, al solito tardivamente fatta propria dai cristiani eppoi più recentemente “laicizzatasi” quasi completamente nel sentire comune. I laici reagiscano alla retorica religiosa ma NON estraniandosi dalla propria comunita’, bensì rivendicando orgogliosamente le proprie radici nella tolleranza e nella libertà di pensiero dei tempi “pagani”. Se consideriamo (come fanno perfino i neopagani) che il paganesimo non è stato una religione, bensì un atteggiamento tollerante verso tutti i modi di pensare e tutte le tradizioni, non avremo difficoltà a mantenere intatto il nostro laicismo pur recuperando pienamente il folclore gioioso delle nostre radici più profonde. * 25 Dicembre NATALE : il giorno della rinascita della luce : è una data sicuramente importante, visto che sembra abbia dato il NATALE a molti Dei ! 1. Dionisio o Bacco o Libero, dio del vino della gioia e delle orgie di Grecia e Roma. Moltissime sono le similitudini fra i misteri di Dionisio (conosciuto da 13 secoli prima di Cristo) ed il "mito cristiano": Dioniso (uomo che divenne dio), era venerato come "dio liberatore" (dalla morte) perché, defunto, discese agli inferi ma dopo alcuni giorni tornò sulla terra. Proprio questa sua capacità di resurrezione offriva ai suoi adepti la speranza di una vita ultraterrena tramite il suo divino intervento. Anche per essere ammessi al culto dionisiaco era necessario essere battezzati, introdotti al tempio e sottoposti ad un rigido digiuno. Altra somiglianza fra il culto di Dionisio e quello ben più tardo di Gesù è nel rituale che prevedeva l'omofagia (consumazione della carne e del sangue di un animale, identificato con Dioniso stesso), come segno di unione mistica con il suo corpo ed il suo sangue. Dioniso inoltre era strettamente connesso con i cicli vitali della natura alla quale venivano legati il concetto di resurrezione (primavera) e morte (autunno) proprio come manifestazione della morte e la resurrezione del dio. Anche i simboli di Dioniso: la vite, il melograno l'ariete corrispondono perfettamente (vite e melograno) o approssimativamente (ariete - agnello) ai simboli attribuiti dai cristiani a Gesu’. Robert Graves in Greek Myths ha scritto: "... Dioniso, anche detto «colui che è nato due volte» una volta affermato il suo culto in tutto il mondo, ascese al cielo e ora siede alla destra di Zeus come uno dei Dodici Grandi " Oltre a Dionisio fra i nati verso il solstizio d’inverno ci sono anche; 2. Ercole ( Eracles nato il 21/12 per i greci, ma il 1°/2 per i Romani) 3. Sol Invictus dio indigete cioè fra le divinità delle origini romane piu’ antiche, ricevuto da ancor più lontani cicli di civiltà cioe’ dalla tradizione indoeuropea, identificato poi con Mithra ed anche col dio solare siriano Elio Gabalo 4. Elio Gabalo (o El Gabal) di cui un gran sacerdote omonimo divenne (pessimo) imperatore per breve tempo. 5. Mithras, nato in una grotta (da una roccia), sotto gli occhi di pastori che lo adorarono, culto dei militari di Roma e quindi diffuso in tutti gli angoli dell’impero dalle legioni, (e diverso dal numero 6 Mithra di Persia) 6. Mithra di Persia, nato da una vergine morto e risorto (sembra dopo tre giorni), e diverso ancora dal num. 7 7. Mitra indiano, dio della luce e del giorno. Poi, sempre nati insieme all’allungarsi delle ore di luce ci sono ancora : 8. Adone (o Adonis) di Siria, e forse anche il suo corrispondente di Frigia, 9. Attys (nato da una vergine, morto a titolo di sacrificio, e che inoltre risorge il 25/3 in corrispondenza anche di data, oltre che di significato di rinascita della vegetazione, col periodo della pasqua) eppoi 10. Atargatis di Siria, grande dea madre, dea della natura e sua rinascita, chiamata dai romani anche Derketo e dea Syria (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita). 11. Kybele (o Cibele) dea della Frigia amata da Adone (il 25 Dicembre era festeggiata insieme ad Adone: ma che tale data fosse considerata la nascita in questo caso non è certo, è solo presunto). 12. Astarte (o Asteroth) della Fenicia, dea suprema, nonché dea della fecondità e dell’amore. Venerata anche dal re Salomone a Gerusalemme (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita). Anche essa scese agli inferi e risorse. 13. Shamash il dio solare babilonese e Shamash del Vicino Oriente, e 14. Dumuzi (detto Tammuz a Babilonia) il dio sumero Dumuzi (detto Tammuz a Babilonia) la cui morte periodica rituale (corrispondente a quella di Adonis) era pianta anche alle donne ebree (Ezechiele VIII,14). 15. Baal – Marduk, dio supremo del pantheon Babilonese. 16. Osiride dio supremo egizio della morte e rinascita della vegetazione, e per estensione della rinascita dell’uomo. La resurrezione è il tema centrale del mito trinitario egizio di Osiride, Isis ed Horus dal quale pare proprio che sia stata presa l’ispirazione per una successiva famosa resurrezione in ambito ebraico. Anche Osiride muore con l’inverno e rinasce di primavera. 17. Horus, dio falcone solare, figlio di Osiride ed Iside con cui costituiva una popolarissima triade che (insieme alle tante altre triadi di dei popolarissime in tutto il mediterraneo) è stata d’ispirazione alla triade cristiana non ufficiale di Dio padre, Madonna e Bambino Gesu’, nonché al raggruppamento ufficiale della trinita’, che esclude l’elemento femminile. La sua nascita era celebrata il 26/12 18. Ra, il dio Sole egizio corrispondente ad Helios, la cui nascita era celebrata il 29/12 nella città -tempio di Heliopolis a lui dedicata nella zona dell’attuale Cairo. 19. Krishna, (attualmente il dio più importante dell’India) che inizialmente appare nel testo sacro Mahabarata come reincarnato dal dio padre Visnù come un uomo eroico o semidio, ed infine si rivela come dio. Era venuto al mondo per riconquistarlo dai demoni. ( Avete notato qualche parallelismo?). Infine Krisna muore ucciso (da una freccia, non sulla croce), ma, tranquilli, rinascerà anche lui. Fra l’altro anche lui come babbo natale porta doni nel cuore della notte! 20. Joshua Ben Josef (detto Gesu’, Gesu’ bambino, Nazareno [o Nazireo], Galileo, Cristo = unto, Messia e il Salvatore) che arriva buon ultimo nella serie di dei di ambito mediterraneo orientale ed indoiranico . (alcuni aggiungono alla lista dei nati intorno al solstizio d’inverno anche Zaratustra in Media e Buddha India; In ambito Nord Europeo vi sono 2 dei: 21. Freyr dio solare Scandinavo, patrono di pace e della fecondita’ della natura (n. solstizio d’estate, m. inverno) 22. Baldur (o Baldr, o Palatar il padrone) dio Scandinavo della primavera e della bellezza figlio di Odino 23 Scing-Shin in Cina In ambito Centro Americano Messicano pre Colombiano troviamo 3 dei: 24. Bacab (Balam Acab giaguaro della notte) dio dei Maya dello Yucatan (Guatemala e Messico Sud Est), eppoi 25. Huitzilopochtli dio azteco solare signore del mondo e della guerra e simbolo del Sud del sole e del cielo 26. Quetzocatl (Quetzalcoatl) dio serpente piumato azteco (di origine Tolteca), simbolo dell’Oriente e del Mais. Non solo Gesù ma molti altri eroi semidei e dei discesero agli inferi e da lì’ fecero ritorno: (in totale sono sei fra quelli elencati come nati verso il solstizio d’inverno Dioniso, Adone, Attis, Tammuz, Baal-Marduk, Osiride. (Poi separatamente ne contiamo almeno altri 10 fra quelli nati in altri periodi o di cui non si conosce la data: Teseo, Orfeo, Enea, Zagreo, Sabazio, Apollonio di Tiana, Chuchulain, Gwydion, Amathaon, Ogier danese, ma la lista è certo incompleta di molti altri personaggi antecedenti o contemporanei a Gesù Cristo). Alcuni di questi 26 dei sono morti attorno all’equinozio di primavera (che è il periodo della Pasqua) e risorti dopo qualche giorno, a volte proprio dopo 3 giorni, come per Gesù (ma il dio Baldur, forse più pigro, è risorto dopo quaranta giorni). Ad alcuni di questi dei, (sembra una mezza dozzina, la maggior parte di quelli orientali dal 6. al 15.) è stata attribuita dai seguaci la nascita da una vergine (così come è attribuita una nascita da una vergine anche il non dio Buddha. Anche Buddha, come Gesù, è stato deificato da parte dei seguaci in aperto contrasto col suo insegnamento che non giustificava niente di simile. Nel mito di Gesu’ si possono poi riscontrare talune attinenze col mito di Asklepio o Esculapio figlio di dio (Apollo) guaritore e resuscitatore di morti ed altre attinenze col mito di Ercole figlio di dio (Zeus) soccorritore di uomini, e che raggiunge l’immortalita’ ed ascende al cielo tramite la sofferenza (morte sul rogo).


lemond - 26/12/2008 alle 15:16

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Tredicesima puntata Opzioni per il terzo millennio In questo capitolo finale, resta da aggiungere qualche considerazione sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendano perseverare (diabolicum est) sulla via della fede. Fermo restando che non può essere ragionevole ammettere anche solo come ipotesi provvisoria e assurda la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione dalle sue stesse caratteristiche :D . La prima è il dogmatismo in generale, che la rende incompatibile con la dignità umana (almeno quella occidentale figlia di numerose rivoluzioni culturali). La seconda riguarda nello specifico l’elenco dei dogmi che determinano il potersi dire cattolici: a) Dio uno e trino b) Duplice natura e volontà di Cristo c) Purgatorio d) Transustanziazione e) Immacolata concezione da parte di Marta che generò Maria che … f) Assunzione in cielo della Madonna, e non in senso metaforico :) g) Infallibilità pontificia Come si possono credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire ad es. quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”. Per quanto siamo in grado di sapere e comprendere, nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce e quindi dovremmo pensare che la Madonna sia, al più, a 1950 anni-luce da noi e dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia e provare a localizzarlo con il telescopio? Il cattolicesimo si impicca dunque con la sua stessa corda: escludendo dalla comunità ecclesiale coloro che non ne accettano tutti i dogmi, si autodefinisce come una fede in cui nessuno può credere! :D:Od::D


lemond - 26/12/2008 alle 15:17

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Tredicesima puntata Opzioni per il terzo millennio In questo capitolo finale, resta da aggiungere qualche considerazione sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendano perseverare (diabolicum est) sulla via della fede. Fermo restando che non può essere ragionevole ammettere anche solo come ipotesi provvisoria e assurda la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione dalle sue stesse caratteristiche :D . La prima è il dogmatismo in generale, che la rende incompatibile con la dignità umana (almeno quella occidentale figlia di numerose rivoluzioni culturali). La seconda riguarda nello specifico l’elenco dei dogmi che determinano il potersi dire cattolici: a) Dio uno e trino b) Duplice natura e volontà di Cristo c) Purgatorio d) Transustanziazione e) Immacolata concezione da parte di Marta che generò Maria che … f) Assunzione in cielo della Madonna, e non in senso metaforico :) g) Infallibilità pontificia Come si possono credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire ad es. quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”. Per quanto siamo in grado di sapere e comprendere, nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce e quindi dovremmo pensare che la Madonna sia, al più, a 1950 anni-luce da noi e dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia e provare a localizzarlo con il telescopio? Il cattolicesimo si impicca dunque con la sua stessa corda: escludendo dalla comunità ecclesiale coloro che non ne accettano tutti i dogmi, si autodefinisce come una fede in cui nessuno può credere! :D:Od::D


lemond - 27/12/2008 alle 14:09

Dal politeismo al monoteismo * (prima puntata) di *Mario Alighiero Manacorda* *Questo articolo è lo sviluppo della relazione introduttiva al Convegno su "2004: una Costituzione laica per l'Europa", tenutosi nella sala della Protomoteca in Campidoglio a Roma, sabato 9 febbraio 2002, per iniziativa della Società laica e plurale.* da "*Lettera Internazionale*" Parlerò del quarto secolo, ma intendendo fare un discorso attuale, perché in quello si svolse e si risolse il conflitto tra "paganesimo" (una parola per me positiva, che userò da ora in poi senza virgolette) e cristianesimo. Nasce allora l'antagonismo dei due poteri, ignoto al mondo classico, che, attraversando tutto il Medioevo e l'età moderna, è ancora oggi presente come rapporto conflittuale tra Stato e Chiesa. *Il breve secolo IV * Mi sia consentito rievocare brevemente i dati minimi della storia di questo secolo breve, entro il quale inquadrare gli elementi della grande battaglia ideale. Il secolo si apre con la vittoria di Costantino contro Massenzio a Ponte Milvio, nel 312, quando il cristianesimo, religione di pace, innalzò contro il labaro imperiale di Ercole la croce di Cristo come vessillo di guerra: *In hoc signo vinces!* Possiamo forse ignorare che l'esercito vincitore non eracerto cristiano, dato che fino al giorno prima non sapeva nulla della visione cristiana del suo comandante? E che ambedue gli eserciti erano composti di mercenari? Al momento del congedo i veterani acclameranno Costantino* *col grido rituale:* "Dei te nobis servent*", al plurale: e solo due secoli dopo il *Codice* di Giustiniano lo correggerà al singolare. Come è noto, subito dopo la vittoria, nel 313, Costantino promulgò il suo famoso editto: non cristiano, si badi, ma pagano, almeno nella forma, e perciò politeistico, "di tolleranza"; ma presto il suo esito pratico sarà l'intolleranza, una religione imposta a forza, grazie all'alleanza tra potere imperiale ed ecclesiastico. Poi, nel 330, trasferiva la capitale dell'impero a Costantinopoli, lasciando quella Roma che era la roccaforte dell'aristocrazia senatoria pagana, e dove si affacciava nel papato un potere alleato ma rivale.* *Intanto, non a caso solo ora, sotto l'egida del potere imperiale, nei primi concilii ecumenici di Nicea nel 325 e di Costantinopoli nel 381, il cristianesimo definiva la sua teologia e la sua struttura autocratica. A questo consolidarsi del cristianesimo come potere si oppose, tra il 361 e il 364 il breve tentativo di Giuliano "l'Apostata", cui dopo la nuova repressione cristiana seguì, qui in Roma ma anche in Atene e Alessandria, una breve rinascita pagana, che ebbe nel circolo romano dei Saturnalia una sua alta espressione. Ma nel 396, mentre la repressione imperiale si esprimeva in una serie di duri editti, nella battaglia sul fiume Frigido, ai confini nord-orientali d'Italia, il "pacifico" cristianesimo con Teodosio vinceva ancora una volta in guerra; e nel 409, il sacco di Roma a opera dei visigoti cristiani di Alarico metteva l'ultimo sigillo. Questi gli eventi essenziali di quel secolo, decisivo anche per noi: e con millenni di storiografia, archeologia, antropologia culturale, sociologia eccetera, ancora non sappiamo spiegarci compiutamente perché il cristianesimo abbia vinto, e perché in guerra. Scartando, ovviamente, la vacua ipotesi dell'intervento divino con le sue miracolose visioni e i massacri in guerra, dobbiamo domandarci: quali furono queste cagioni? Forse, entro le complesse questioni socio-economiche della crisi generale dell'impero, la forza di attrazione della iniziale connotazione rivoluzionaria del cristianesimo? O, di là dalla casualità delle guerre, la sempre più profonda divisione tra intellettuali e popolo, che lasciava gli intellettuali pagani in una solitaria difesa della tradizione, dall'apparenza conservatrice? O una superiorità culturale e morale del monoteismo cristiano sul politeismo pagano?


lemond - 28/12/2008 alle 12:22

Dal politeismo al monoteismo * di *Mario Alighiero Manacorda* (seconda puntata) *Dal mito al dogma Cerchiamo di capire come si svolse la battaglia delle idee in quel decisivo quarto secolo. Una vulgata storiografica, che ancora rispecchia le idee dei vincitori cristiani, continua a tramandarci un'immagine dominante: da una parte politeismo, dall'altra monoteismo: romani politeisti e intolleranti, cristiani monoteisti e tolleranti; romani persecutori e cristiani perseguitati; romani dediti ai circensi e cristiani dediti alle chiese, gli uni feroci e gli altri miti, e così via. Che gratificante immaginazione storica! Ma è credibile? In realtà questa vulgata è da rovesciare: ma per farlo dobbiamo cominciare dal chiarirci le idee su politeismo e monoteismo. Riprendendo la paradossale definizione delle idee platoniche che Croce riferiva di aver ascoltato da un vecchio filosofo napoletano, potremmo suggerire una cautela preliminare: non fare di politeismo e monoteismo dei "caci cavalli appisi", cioè non elevare questi nomi o astrazioni a enti, dando loro la consistenza materiale di cose reali, appese sopra le nostre teste. Questi nomi o etichette altro non sono che allusioni, di cui ci serviamo in ogni campo della ricerca culturale, presupponendo un comune loro significato nelle menti dei nostri interlocutori. Ma guai a dimenticare che sotto di essi vivono, in determinate condizioni sociali e culturali, persone vive, diverse tra loro, e in sé contraddittorie; e guai ad attribuire loro una connotazione positiva o negativa. Tuttavia continueremo a usarli, magari tra virgolette ideali, purché con questa consapevolezza. Il politeismo si presenta in duplice aspetto: da una parte come culto di una molteplicità di presenze o forze naturali, cielo e corpi celesti, terra e mari, monti, laghi, fiumi, sorgenti, boschi, e le manifestazioni atmosferiche e così via, premesse della nostra vita, concepite come manifestazioni divine; dall'altra, come molteplicità diffusa di culti etnici monoteistici, in cui ogni popolo venera i propri progenitori o fondatori o eroi eponimi, in perenne confronto, competitivo o no, tra loro. Anche il monoteismo presenta una sua duplice natura, da una parte come rinvio, di là dalla moltitudine delle manifestazioni naturali, a un loro principio unico; dall'altra, come una forma intollerante del politeismo diffuso, ma "geloso" (la definizione è di Mosè), per cui il proprio dio appare a ciascuno superiore agli altri, quindi l'unico vero. In questo caso, la superiorità intellettuale e morale, nelle menti degli uomini reali, dell'una o dell'altra versione della religione, quella politeistica o quella monoteistica, sarebbe tutta da dimostrare: né, d'altronde, si scriverebbe così la storia della filosofia. Tipico, in concreto, l'esempio dell'incerto procedere degli ebrei tra politeismo e monoteismo. Sì, c'è nella *Genesi* la presenza di un dio unico, ma talmente confusa che in realtà si vedono due dèi diversissimi, l'uno creatore per la forza della parola, l'altro un signore di terre aride, che attende chi gliele irrighi e coltivi. E’ politeista anche il patriarca Abramo che si confronta con gli dèi di altri re, ricevendone la benedizione e pagando loro le decime. E tra gli ebrei compaiono perfino piccoli dèi etnici, lari o penati, come tra Labano e Giacobbe, zio e nipote, che dichiarano: "Il dio di Abramo e il dio di Nacor siano giudici tra noi". E Mosè, dovendo dare alla "masnada promiscua e raccogliticcia", fuggita con lui dall'Egitto, un dio etnico e "geloso" che ne facesse un popolo, impone, con una guerra civile, il precetto "Non avrai altro dio fuori che me", che è tutto meno che monoteistico. E durante la monarchia il culto del dio unico - evidente proiezione in cielo del monarca terreno, si affermerà con le armi nella lotta contro i culti delle alture, dove si veneravano gli dei etnici dei clan. E l'ambiguo processo dal politeismo al monoteismo si compirà al ritorno dalla cattività babilonese, quando, con Esdra e Neemia, sotto l'influsso del dio unico dei persiani di Ciro, Jahvè sarà insieme il dio unico del cielo e della terra e il dio geloso del popolo ebreo e, purtroppo, sarà anche l'emblema di un razzismo teologico che spingerà a ripudiare mogli e figli dei connubii babilonesi. Come per gli ebrei, politeismo e monoteismo appaiono sempre variamente intrecciati, e possono mostrarsi ora tolleranti ora intolleranti. Resta comunque che, in generale e fuori dai momenti conflittuali, il politeismo è convivenza di più dèi, e perciò tendenzialmente tolleranza religiosa e accoglienza di culti altrui; il monoteismo è troppo spesso un culto geloso e magari aggressivo (o missionario). In che modo, allora, una società politeistica come quella romana, abituata ad accogliere nel proprio Pantheon tutti gli dèi, sarebbe stata intollerante? E in che modo, invece, un culto monoteistico avrebbe rappresentato una nuova e più profonda libertà? Venendo a Roma, la sua storia mostra un ininterrotto susseguirsi di quelle che Cicerone chiamava "*insitivae** doctrinae*", cioè culture o religioni trapiantate o importate, a cominciare dalla etrusca e dalla greca. Anche il cristianesimo era una *insitiva doctrina*, un mito straniero, *peregrinus*: che però fu respinto. Perché diverso dagli altri? E in che cosa? Per il suo monoteismo, per i costumi, o per che altro? Il paganesimo ellenistico-romano, almeno al livello colto degli intellettuali, tende sempre più, magari anche sotto la spinta cristiana, ad essere altrettanto monoteistico; mentre a livello popolare, e non solo, il cristianesimo appare fin troppo politeistico. Pagani e cristiani non si differenziavano molto, anche perché non c'era, se non nell'oleografia, un tipo unico dell'uno e dell'altro, e molti esitavano nel decidere quale nome o etichetta darsi, e magari si ricredevano. E gli stessi cristiani si dividevano in sètte, definite a vicenda eretiche, che si combattevano con ferocia pari a quella usata contro i pagani. E credevano anche loro nella reale esistenza degli dèì pagani, sia pure come idoli o demoni: Tertulliano definiva il circo tempio di tutti i demoni, e di fronte a questa mentalità il più riflessivo Cipriano dové scrivere un libro per spiegare che gli idoli non esistono, *Quod idola non sint*. E allora, dov'era la diversità? Sembra a me che la diversità tra pagani e cristiani stia non tanto nell'opposizione tra i due "caci cavalli appisi" del politeismo e del monoteismo, quanto in un diverso atteggiamento mentale nei riguardi della religione, dell'uno o dell'altro tipo. Ciò che per i pagani è mito, per i cristiani è dogma: e qui è il discrimine tra tolleranza e intolleranza. Per dirla con Platone, il mito, cui si ricorre quando la ragione non basti a spiegare le cose, è una immaginazione plausibile, che comunque lascia aperta la ricerca, anche se poi "solo Dio sa se questa immaginazione risponda a verità". Questo gli intellettuali pagani lo sanno bene: Giuliano l'Apostata, discutendo con Eraclio, spiega che i miti "vanno intesi in misura più che umana, non credendo semplicemente ma indagandone il significato riposto"; e del suo stesso discorso lascia incerto se "sia mito o discorso vero"; e si mostra addirittura insofferente di dover ricorrere al mito: "Costringi anche me a farmi inventore di miti". Il mito è fantasia e ricerca, e perciò tolleranza; il dogma, ignoto alla tradizione classica, è immaginazione cristallizzata in verità assoluta, è preclusione di ogni fantasia, e perciò intolleranza. Ma i cristiani trasformano il mito in verità, la verità in dogma, e il dogma in imposizione a tutti con la forza del potere. È questa, storicamente, la differenza essenziale tra paganesimo e cristianesimo.


lemond - 28/12/2008 alle 12:23

Dal politeismo al monoteismo * di *Mario Alighiero Manacorda* (seconda puntata) *Dal mito al dogma Cerchiamo di capire come si svolse la battaglia delle idee in quel decisivo quarto secolo. Una vulgata storiografica, che ancora rispecchia le idee dei vincitori cristiani, continua a tramandarci un'immagine dominante: da una parte politeismo, dall'altra monoteismo: romani politeisti e intolleranti, cristiani monoteisti e tolleranti; romani persecutori e cristiani perseguitati; romani dediti ai circensi e cristiani dediti alle chiese, gli uni feroci e gli altri miti, e così via. Che gratificante immaginazione storica! Ma è credibile? In realtà questa vulgata è da rovesciare: ma per farlo dobbiamo cominciare dal chiarirci le idee su politeismo e monoteismo. Riprendendo la paradossale definizione delle idee platoniche che Croce riferiva di aver ascoltato da un vecchio filosofo napoletano, potremmo suggerire una cautela preliminare: non fare di politeismo e monoteismo dei "caci cavalli appisi", cioè non elevare questi nomi o astrazioni a enti, dando loro la consistenza materiale di cose reali, appese sopra le nostre teste. Questi nomi o etichette altro non sono che allusioni, di cui ci serviamo in ogni campo della ricerca culturale, presupponendo un comune loro significato nelle menti dei nostri interlocutori. Ma guai a dimenticare che sotto di essi vivono, in determinate condizioni sociali e culturali, persone vive, diverse tra loro, e in sé contraddittorie; e guai ad attribuire loro una connotazione positiva o negativa. Tuttavia continueremo a usarli, magari tra virgolette ideali, purché con questa consapevolezza. Il politeismo si presenta in duplice aspetto: da una parte come culto di una molteplicità di presenze o forze naturali, cielo e corpi celesti, terra e mari, monti, laghi, fiumi, sorgenti, boschi, e le manifestazioni atmosferiche e così via, premesse della nostra vita, concepite come manifestazioni divine; dall'altra, come molteplicità diffusa di culti etnici monoteistici, in cui ogni popolo venera i propri progenitori o fondatori o eroi eponimi, in perenne confronto, competitivo o no, tra loro. Anche il monoteismo presenta una sua duplice natura, da una parte come rinvio, di là dalla moltitudine delle manifestazioni naturali, a un loro principio unico; dall'altra, come una forma intollerante del politeismo diffuso, ma "geloso" (la definizione è di Mosè), per cui il proprio dio appare a ciascuno superiore agli altri, quindi l'unico vero. In questo caso, la superiorità intellettuale e morale, nelle menti degli uomini reali, dell'una o dell'altra versione della religione, quella politeistica o quella monoteistica, sarebbe tutta da dimostrare: né, d'altronde, si scriverebbe così la storia della filosofia. Tipico, in concreto, l'esempio dell'incerto procedere degli ebrei tra politeismo e monoteismo. Sì, c'è nella *Genesi* la presenza di un dio unico, ma talmente confusa che in realtà si vedono due dèi diversissimi, l'uno creatore per la forza della parola, l'altro un signore di terre aride, che attende chi gliele irrighi e coltivi. E’ politeista anche il patriarca Abramo che si confronta con gli dèi di altri re, ricevendone la benedizione e pagando loro le decime. E tra gli ebrei compaiono perfino piccoli dèi etnici, lari o penati, come tra Labano e Giacobbe, zio e nipote, che dichiarano: "Il dio di Abramo e il dio di Nacor siano giudici tra noi". E Mosè, dovendo dare alla "masnada promiscua e raccogliticcia", fuggita con lui dall'Egitto, un dio etnico e "geloso" che ne facesse un popolo, impone, con una guerra civile, il precetto "Non avrai altro dio fuori che me", che è tutto meno che monoteistico. E durante la monarchia il culto del dio unico - evidente proiezione in cielo del monarca terreno, si affermerà con le armi nella lotta contro i culti delle alture, dove si veneravano gli dei etnici dei clan. E l'ambiguo processo dal politeismo al monoteismo si compirà al ritorno dalla cattività babilonese, quando, con Esdra e Neemia, sotto l'influsso del dio unico dei persiani di Ciro, Jahvè sarà insieme il dio unico del cielo e della terra e il dio geloso del popolo ebreo e, purtroppo, sarà anche l'emblema di un razzismo teologico che spingerà a ripudiare mogli e figli dei connubii babilonesi. Come per gli ebrei, politeismo e monoteismo appaiono sempre variamente intrecciati, e possono mostrarsi ora tolleranti ora intolleranti. Resta comunque che, in generale e fuori dai momenti conflittuali, il politeismo è convivenza di più dèi, e perciò tendenzialmente tolleranza religiosa e accoglienza di culti altrui; il monoteismo è troppo spesso un culto geloso e magari aggressivo (o missionario). In che modo, allora, una società politeistica come quella romana, abituata ad accogliere nel proprio Pantheon tutti gli dèi, sarebbe stata intollerante? E in che modo, invece, un culto monoteistico avrebbe rappresentato una nuova e più profonda libertà? Venendo a Roma, la sua storia mostra un ininterrotto susseguirsi di quelle che Cicerone chiamava "*insitivae** doctrinae*", cioè culture o religioni trapiantate o importate, a cominciare dalla etrusca e dalla greca. Anche il cristianesimo era una *insitiva doctrina*, un mito straniero, *peregrinus*: che però fu respinto. Perché diverso dagli altri? E in che cosa? Per il suo monoteismo, per i costumi, o per che altro? Il paganesimo ellenistico-romano, almeno al livello colto degli intellettuali, tende sempre più, magari anche sotto la spinta cristiana, ad essere altrettanto monoteistico; mentre a livello popolare, e non solo, il cristianesimo appare fin troppo politeistico. Pagani e cristiani non si differenziavano molto, anche perché non c'era, se non nell'oleografia, un tipo unico dell'uno e dell'altro, e molti esitavano nel decidere quale nome o etichetta darsi, e magari si ricredevano. E gli stessi cristiani si dividevano in sètte, definite a vicenda eretiche, che si combattevano con ferocia pari a quella usata contro i pagani. E credevano anche loro nella reale esistenza degli dèì pagani, sia pure come idoli o demoni: Tertulliano definiva il circo tempio di tutti i demoni, e di fronte a questa mentalità il più riflessivo Cipriano dové scrivere un libro per spiegare che gli idoli non esistono, *Quod idola non sint*. E allora, dov'era la diversità? Sembra a me che la diversità tra pagani e cristiani stia non tanto nell'opposizione tra i due "caci cavalli appisi" del politeismo e del monoteismo, quanto in un diverso atteggiamento mentale nei riguardi della religione, dell'uno o dell'altro tipo. Ciò che per i pagani è mito, per i cristiani è dogma: e qui è il discrimine tra tolleranza e intolleranza. Per dirla con Platone, il mito, cui si ricorre quando la ragione non basti a spiegare le cose, è una immaginazione plausibile, che comunque lascia aperta la ricerca, anche se poi "solo Dio sa se questa immaginazione risponda a verità". Questo gli intellettuali pagani lo sanno bene: Giuliano l'Apostata, discutendo con Eraclio, spiega che i miti "vanno intesi in misura più che umana, non credendo semplicemente ma indagandone il significato riposto"; e del suo stesso discorso lascia incerto se "sia mito o discorso vero"; e si mostra addirittura insofferente di dover ricorrere al mito: "Costringi anche me a farmi inventore di miti". Il mito è fantasia e ricerca, e perciò tolleranza; il dogma, ignoto alla tradizione classica, è immaginazione cristallizzata in verità assoluta, è preclusione di ogni fantasia, e perciò intolleranza. Ma i cristiani trasformano il mito in verità, la verità in dogma, e il dogma in imposizione a tutti con la forza del potere. È questa, storicamente, la differenza essenziale tra paganesimo e cristianesimo.


lemond - 28/12/2008 alle 14:45

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Quattordicesima puntata Uno dei motivi più popolari addotti per l’esistenza di dio, talmente superficiale che … è l’appello al senso comune: “Dio esiste perché lo dicono tutti!” Questo argomento “ad popolum” non ha bisogno di confutazione e poi non è nemmeno vera, perché molte fedi della popolazione mondiale sono incompatibili fra loro, fino al punto che non sono d’accordo neppure sull’esistenza di almeno un dio! [il Buddismo ad es. è una fede senza dio e il cristianesimo non si è mai saputo se è monoteista o no :) ] Una prova eguale e contraria, fa appello al senso particolare: “Dio esiste perché lo dice qualcuno” Nel caso che il qualcuno in questione sia proprio chi parla la prova si riduce al “delirio di potenza del Messia” [Lei non sa chi sono io!!! :D) :D) :D) ] o a quello del mistico [Dio esiste, perché lo sento io, come Saul sulla strada di Damasco :) ] Il caso del messia diventa naturalmente problematico in presenza di più pretendenti, come successe nel famoso episodio del manicomio di Ypsilanti, nello stato del Michigan :D Il caso del mistico è più interessante, ma resta pur sempre un caso clinico: epilessia o altro. Il qualcuno della prova per appello al senso particolare è, però, in generale “qualcun altro”. In questo caso si ha un argomento “ad autoritatem” : “Credo perché lo dice Lui”. Nella situazione più comune la “logica” è circolare :”Credo che Dio esista perché lo dice la Bibbia o il Corano e credo a questi Libri, perché sono parola di Dio”. Ciascuno può comprendere che non esiste nessuna prova al di fuori del circolo vizioso e tentativi ancor più ridicoli sono quelli in cui il testo riporta, a sostegno delle sue affermazioni, varie testimonianze, che ovviamente, facendo parte del testo, sono esse stesse interne e quindi … Tipico è l’esempio del libro di Mormon di J. Smith. Costui dettò la traduzione di quanto aveva ricevuto da un angelo a due segretari e i tre si recarono poi da un notaio a depositare la loro testimonianza congiunta, come se non si potesse mentire in tre ad un notaio :D Un secondo modo per tentare di uscire dal circolo è la verifica della consistenza interna di un testo: interpretare ciò che è scritto, disinteressandosi dei riferimenti esterni, come fanno gli ebrei e i protestanti [e per altro verso i “cattolici” italiani, che però non leggono il testo :D ]. Ciò conduce naturalmente a religioni personalizzate, a filosofie di tormentato dubbio, più che a tronfia certezza, a metodologie di irrequieta ricerca, più che di sodisfatto ritrovamento una volta per tutte. Non a caso il tipico scienziato credente è ebreo o protestante e può essere anche “cattolico”, ma non Cattolico :)


lemond - 28/12/2008 alle 14:47

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi (Quindicesima Puntata) Una risposta definitiva ad ebrei e protestanti, la dette però Gospel che nel 1931 dimostrò il suo famoso teorema, che dice semplicemente: potrà anche darsi che non ci sia niente al di fuori dei testi (matematici o teologici), ma se così è, allora non esiste neppure alcuna loro consistenza, perché essa non è dimostrabile senza uscire dal testo. Dipoi, come notava Frege, non basta che un testo sacro sia consistente affinché automaticamente esista cuò di cui esso parla e non si può neppure sapere che il teso è consistente se non si accetta di guardare altrove. In altre parole nessuna Rivelazione può autogiustificarsi :) . L’affermazione che non c’è niente al di fuori del testo ammette anche un’interpretazione più forte, nel senso che il testo è effettivamente tutto ciò che esiste: non c’è proprio nulla al di là. In questo caso, ogni riferimento a entità trascendenti viene lasciato cadere. Si potrebbe pensare che una religione esplicitamente di questo tipo (c.d. decostruzionista) sia una contraddizione in termini, un ossimoro teologico, invece non solo è possibile in teoria, ma esiste in pratica: il buddismo è infatti una religione senza dèi, senza profeti e senza testi sacri. Il Buddha storico non è una persona eccezionale in alcun senso, è solo un uomo che cerca, sperimenta, sbaglia e infine trova la via per la liberazione dalla sofferenza. E, dopo averla trovata, la insegna a chi si dimostri interessato: “Io ho fatto così, se vuoi prova anche tu”. La ricerca del Buddha si basa su una fenomenologia affatto scientifica: la genesi del dolore e i possibili mezzi per eliminarlo. Il buddismo dunque è una religione del tutto umana, democratica e scientifica ed il capo spirituale ogni due anni dedica un’intiera settimana (ogni due anni) ad un incontro con scienziati, nella sua residenza in esilio a Dharamsala. Queste considerazioni sembrerebbero portare ad un’unica conclusione: se proprio l’uomo volesse essere religioso, farebbe bene ad essere buddista. Il condizionale indica però la presenza di possibili controindicazioni (che vedremo nella prossima puntata), quelle stesse che hanno fatto dire al Dalai Lama nella sua autobiografia che è meglio se ciascuno si tiene la fede che ha. :Od:


lemond - 30/12/2008 alle 08:35

*La tolleranza politeistica dei pagani* Tollerante era la religiosità romana: e lo mostrerò con le parole dei suoi protagonisti. Comincerò anzi da tre testimonianze risalenti al III e al II secolo a.C., provenienti dagli stessi romani, dai greci, e dagli ebrei. Se è vero che in Roma, come presso tutti i popoli, non mancarono sacrifici umani in nome della religione, come quelli delle vestali sacrificate per le loro inadempienze rispetto al rito, è pur vero quanto ci narra Plinio il vecchio, che nel 287 a.C. i romani, primi tra tutti i popoli, nell'emendare l'antica legge delle XII Tavole, abolirono "quei sacrifici mostruosi nei quali era considerato cosa religiosissima uccidere un uomo", sancendo "che nessuno fosse immolato" (*ne** homo immolaretur*), cioè condannato a morte per motivi di religione. Un grande principio, mai rispettato dal cristianesimo dalla sua ascesa al potere in questo IV secolo fino a ieri, quando il potere statale gli è stato finalmente tolto. E anche più chiare sullo spirito di tolleranza dei romani le testimonianze greche ed ebraiche. Gli ambasciatori della Locride, teste Livio, li onorarono perché "non solo veneravano i loro dèi, ma accoglievano e veneravano con anche maggiori onori gli dèi degli altri". E gli ebrei, nei due libri dei Maccabei, deuterocanonici ma storiograficamente di grande interesse, li ammiravano non solo per la loro potenza, ma anche "perché accordano amicizia ai popoli, e non c'è in loro né invidia né gelosia": cosa che, detta da cultori di un dio "geloso", si riferisce chiaramente alla religione. Ma è da dire che, in una città che Livio definiva "religiosissima" soprattutto nei momenti duri delle guerre, in generale gli intellettuali romani furono, semmai, piuttosto scettici o indifferenti: consideravano la religione un insieme di miti tradizionali da rispettare come la propria irrinunciabile eredità culturale, ma da ripensare in privato liberamente. Si pensi, come esempi del loro atteggiamento, all'epicureo Lucrezio, il quale cominciava il suo poema con la stupenda invocazione a Venere, insieme "genitrice degli Eneadi" e immagine della rigogliosa natura, ma denunciava poi ogni mentalità religiosa, al punto di esclamare: "Quanti mali la religione poté persuadere!"; e laicamente pensava: "Dio è che il mortale aiuti il mortale, e questa è la via verso l'eterna gloria". Si pensi al sentire panteistico di Virgilio, col suo evocare lo *Spiritus* vivificante e la* mens *che* "*diffusa per le membra, agita l'intera mole e si confonde con gran corpo". O aOvidio, che all'inizio del gran poema sulle *Metamorfosi*, capolavoro del politeismo come fantasiosa lettura analitica della natura, ripercorre i due miti orientali delle origini con formulazioni identiche a quelle della *Genesi* biblica, ma segnandone apertamente la diversità: "Sia vero questo racconto o l'altro". E qui c'è da domandarsi: ma perché ci siamo dimenticati di Ovidio e abbiamo voluto ricordare soltanto quel grandioso ma stupido mito della Genesi, e farne un dogma? E si pensi poi a Seneca e alla sua riflessione morale, alta indagine interiore della coscienza, che gli stessi cristiani vollero accaparrarsi. Semmai, il limite di questi atteggiamenti è che segnalano una divisione tra intellettuali e popolo, che sarà non ultima cagione della sconfitta del paganesimo. Ma, per venire ad aspetti più concreti sulla diversità tra pagani e cristiani, ecco Cicerone disposto a credere negli dèi e in un cielo per le anime grandi (*si quis piorum manibus locus...*), che non credeva però negli aruspici. E Livio, un grande conservatore, che nella sua storia registrava attentamente le manifestazioni religiose in occasione di guerre e di ludi, e di fronte all'indifferentismo dei suoi tempi dichiarava: "A me, mentre scrivo di queste cose vetuste, non so come, l'animo mi si fa antico, e mi forza a ritenere degne di esser riferite nei miei annali le cose che uomini saggissimi intesero venerare pubblicamente". Religiosità, dunque, solo in quanto rispetto per la tradizione. Perciò era loro incomprensibile il settarismo (oggi diremmo fondamentalismo) giudaico e cristiano, una * superstitio*. Plinio il vecchio, accomunando la religione di Mosè alle "sètte magiche", parlava degli ebrei come di "un popolo insigne per il suo disprezzo verso gli dèi";* *Svetonio di "una razza di gente di una nuova e malefica superstizione"; Tacito di "un popolo incline alla superstizione e contrario alle religioni", che "nella sua ostinazione religiosa e nel suo odio accanito verso tutti... considera empio tutto ciò che da noi è sacro... disprezza gli dèi e ha a vile la patria". Dove patria significa ormai quell'impero che, ai tempi di Pretestato, Rutilio Namaziano esalterà dicendo, rivolto a Roma: "Hai dato a genti diverse una patria comune" (* Fecisti** patriam diversis gentibus unam*). Ciò che appare intollerabile ai pagani è l'intolleranza degli ebrei e dei cristiani. E questi loro giudizi ci saranno ampiamente confermati dagli stessi cristiani, che se ne faranno anzi un vanto. Più tardi, la battaglia delle idee tra pagani e cristiani ci è testimoniata egualmente dagli uni e dagli altri: sia dai neoplatonici come Plotino e Porfirio, che dai cristiani Tertulliano e poi Lattanzio e Arnobio, i quali riferiscono l'accusa rivolta dai pagani ai cristiani, di "venerare un uomo, per di più torturato e crocifisso da uomini", di "sostenere che un essere nato uomo e morto in croce era un dio", di praticare nell'eucarestia, in cui il corpo mangiato preserverebbe l'anima nella vita eterna, un rito cannibalico, non giustificato nemmeno dalla sua intenzione mitologica o allegorica. E dai pagani, come ricorda Arnobio, veniva la domanda: "Se vi sta a cuore il culto divino, perché non venerate con noi gli altri dèi e non praticate in comune i riti religiosi?". E il pagano Simmaco, amico di Pretestato nel circolo romano dei Saturnalia, nel chiedere la restituzione in senato dell'altare della Vittoria che l'imperatore Costanzo II aveva rimosso nel 357, chiariva il senso della religiosità pagana di fronte a quella cristiana riconoscendo che "ognuno ha i suoi costumi, la sua religione", spiegando che "quasi tutti gli dèi, greci e romani e dei culti orientali, altro non sono che rappresentazioni del Sole", e ammonendo che a comprendere "un segreto così grande non si può giungere per una sola via": e infine, altro non chiedeva se non di "ripristinare quella condizione della religione che ha giovato a lungo allo Stato". Tale era il modo di vedere dei pagani, che proprio non capivano perché si volesse cancellare l'antica religione e imporne d'autorità un'altra.


lemond - 01/01/2009 alle 13:36

*La tolleranza religiosa nella Roma imperiale * Mi si dirà: d'accordo per gli intellettuali, ma il potere imperiale? Ebbene, anche il potere romano era rispettoso, anzi curioso delle religioni altrui: del resto, ciò faceva parte non solo del costume, ma anche di un progetto politico generale, di accaparramento del favore possibile di tutte le divinità, come avevano ben visto gli ambasciatori della Locride. E anche qui possiamo citarne alcune testimonianze. Secondo il racconto dello storico ebreo Flavio Giuseppe, già nel 64 a.C.,Pompeo, espugnata Gerusalemme ed entrato nel tempio di Jahvè, non solo si astenne dal toccarne i tesori, ma reintegrò i sacerdoti e ordinò riti espiatori per la violazione compiuta. Cesare rinnovò l'antica amicizia del tempo dei Maccabei, e Augusto non solo consentì che gli ebrei "seguissero i loro costumi rispettando la legge dei loro padri", ma concesse franchigie per le rendite del tempio. Adriano meditò di innalzare un tempio a Cristo e "dispose che in tutte le città si facessero templi senza immagini, detti appunto di Adriano". E anche Severo Alessandro, che venerava Abramo, Cristo e Orfeo, voleva innalzare templi senza immagini, ma ne fu dissuaso dai consiglieri che lo ammonirono che il risultato sarebbe stato che alla fine tutti sarebbero andati ai templi cristiani. E, ancora, secondo il cristiano Paolo Orosio, nel 244, a celebrare il primo millennio dalla fondazione di Roma fu un imperatore cristiano, Filippo l'Arabo che, a quanto pare senza troppo scandalo, avrebbe perfino trascurato i riti pagani tradizionali. Dunque, anche l'impero era incline a riconoscere libertà religiosa per tutti. E anche dopo Costantino e i suoi successori, duri persecutori dei pagani, Giuliano l'Apostata operò formalmente nel solco della tolleranza costantiniana, quando riaprì i templi pagani senza perciò chiudere le chiese cristiane. Vero è tuttavia che, nel ridar vita alla tradizione classica, egli impose che nelle università "tutti coloro che richiedono di insegnare... abbiano convinzioni non contrastanti con quelle che professano": non si può, diceva, commentare poeti che parlano di Giove, e credere in Jahvè o in Cristo. Chiedeva, insomma, coerenza, lasciando ai professori cristiani la scelta "di andare nelle chiese dei galilei a esporre Matteo e Luca". Moralmente ineccepibile: anche se c'è da temere che proprio questo suo intervento possa essere servito ai cristiani come un precedente da portare a conseguenze estreme di intolleranza. Mi si dirà ancora: sì, d'accordo, non solo gli intellettuali romani saranno stati tolleranti, ma anche alcuni imperatori che possiamo definire intellettuali saranno stati rispettosi, ma le persecuzioni imperiali ci sono state, e sadiche, e feroci. Ahimè, sì: anche se la loro ferocia è parte non di una persecuzione religiosa, ma di una repressione politica in forme comuni a tutta l'antichità. E sorvolo qui non certo per reticenza: sono cose che sanno tutti a memoria, dato che, se non altro, fanno parte della vulgata storiografica. Ma non si possono trascurare altri aspetti, meno noti e certamente più veri. Non si possono chiamare persecuzioni religiose le prime repressioni occasionali da parte di Tiberio, Claudio e Nerone, rivolte contro ebrei e cristiani che si azzuffavano continuamente tra di loro (*adsidue** tumultuantes*): del resto, l'impero li conosceva assai poco, confondendo le due sette, ebraica pura ed ebraico-cristiana. Le persecuzioni ricorrenti verranno in seguito, nel generale inasprirsi delle tensioni sociali, di fronte alle insurrezioni legate spesso al nome cristiano, divenute endemiche; e soprattutto di fronte all'incomprensibile rifiuto cristiano degli dèi degli altri: un'offesa a tutti gli altri uomini, prima che una ribellione al potere. La persecuzione imperiale, feroce come tutti i rapporti di pace e di guerra allora (solo allora?), non è religiosa, ma politica: come quella già avvenuta in piccolo contro i baccanali, proibiti nel 186 a.C. col *Senatus** consultum de bacchanalibus*, rivolto non certo contro Bacco, ma contro una licenziosità contraria al *mos** maiorum*. Non si perseguitava la religione, bensì l'intolleranza cristiana verso tutte le altre religioni, il rifiuto di far parte della patria comune. Erano i cristiani a non volere gli dèi degli altri, non gli altri a non volere il dio cristiano: e di questa intolleranza, ripeto, i cristiani si vantavano.


lemond - 01/01/2009 alle 14:14

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Diciassettesima puntata L’elenco delle prove dell’(in)esistenza di dio è ancora incompleto e da esse manca proprio l’argomento che sembra essere il più convincente per l’uomo comune: perché c’è l’universo? La risposta che dànno in molti (compreso Leibniz) è “C’è qualcosa perché Dio l’à voluto”. Ovvero è quella la tipica che si dà ad un bambino petulante: “Perché sì” :). Una riformulazione più precisa della domanda sarebbe: perché i valori costanti della fisica sono quelli e no altri? E perché una serie improbabile di coincidenze permette la presenza della vita? Un primo tipo di risposta è che l’universo è un evento possibile, come mostra il fatto che si è verificato, ma ci rendiamo conto che non è molto esaustiva :) . Un tentativo più serio è l’ipotesi dei molti universi. Tale ipotesi è compatibile sia con una loro simultaneità che con una loro successione, com’è tipico delle probabilità: ad es, dire che si ottenga 5 quando si tira un dado è 1/6 significa che in media un 5 esce quando si tira un dado 6 volte consecutive o quando si tirano sei dadi contemporaneamente. All’estremo opposto della casualità sta la necessità, cioè i particolari valori delle costanti fisiche fondamentali potrebbero essere gli unici possibili e ciò apparirà chiaro quando gli scienziati in un futuro (più o meno prossimo) conosceranno meglio tutte le leggi fisiche. Nell’attesa qualcuno si contenta della prova teleoologica: come l’orologio, richiede un orologiaio, così … :) Tale argomento non è per nulla convincente, se si considera che il problema fondamentale riguarda la nozione stessa di ordine. Supponiamo che qualcuno segni su una carta una quantità di punti a caso, ebbene i matematici sanno che è possibile trovare una curva geometrica definibile in maniera uniforme mediante una regola e che passi proprio per quei punti, nell’ordine in cui la mano li ha tracciati! Ciò significa che in qualunque modo si fosse creato il mondo, esso sarebbe stato sempre regolare e fornito di un ordine generale. Se quindi ogni universo, per quanto caotico, sarebbe ordinato in senso astratto, allora il particolare ordine di questo universo non dimostra nulla. Quindi al massimo Dio, sarebbe la descrizione matematica dell’universo, ovvero (conclusione un po’ più logica dell’esistenza di dio) la matematica ha natura divina :).


lemond - 02/01/2009 alle 08:41

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Diciottesima ed ultima puntata Il secolo XX ha portato una novità nel rapporto fra natura e matematica: nel momento in cui la scienza si addentra nel microcosmo, il linguaggio antropomorfo non è più in grado di svolgere la sua funzione e quella realtà può essere descritta solo con la matematica. Il decrostruzionismo moderno, secondo il quale la realtà ultima è matematica, fornisce dunque una inequivocabile risposta alla domanda di partenza. Poincaré: “L’universo è un’equazione differenziale” Heisemberg: “Le particelle sono soluzioni di un’equazione differenziale” Turing: “La scienza è un’equazione differenziale e la religione una condizione di contorno” Alla fine della storia, riscopriamo dunque ciò che già Pitagora sapeva benissimo; che la vera religione è la matematica, il resto è superstizione. O, detto altrimenti: la religione è la matematica dei poveri di spirito :-). Qui possiamo fermarci, aggiungendo soltanto che non di pane spirituale (matematica) vive l’uomo e, come scrive Jung in Psicologia e alchimia : “Le persone farebbero qualunque cosa, per quanto assurda, pur di evitare di affrontare la propria coscienza”. E allora dobbiamo rassegnarci ad una teologia basata su un’imperfetta conoscenza della natura e contraria alla ragione [basti vedere a riprova il caso Englaro, quando le apparecchiature per far vegetare quel povero corpo, vengono fatte passare per “pane e acqua” :( ]


lemond - 02/01/2009 alle 09:22

*L'intolleranza monoteistica dei cristiani* Cristiani remissivi e pacifici? Un'altra appagante immaginazione storica! Stavano davvero così le cose? Anche qui è necessario correggere la vulgata cristiana. Di fronte alla durezza delle persecuzioni, la risposta cristiana fu dura: in quegli anni i cristiani non saranno da meno dei pagani, dapprima nell'immaginare la vendetta, poi nel praticarla. Ma, anzitutto, che voleva poi dire essere cristiano? In quel secolo di conflitti si poteva a lungo esitare tra le due visioni della vita. Gli intellettuali pagani potevano credere in un dio padre, e gli intellettuali cristiani potevano essere pagani per la loro formazione culturale, se non anche per i costumi: è nota l'angoscia di san Gerolamo, che avendo dichiarato in sogno a Dio: "*Christianus** sum*", si sente rispondere*: *"* Ciceronianus** es, non es christianus*". La stessa teologia cristiana si viene spesso determinando di fronte alle accuse dei pagani, come risposte dalle quali nascono i dogmi dei concilii ecumenici di quell'età. Comunque, le etichette né li distinguono sicuramente, né dicono tutto su di loro. Sicché, per mostrare l'animo dei cristiani citerò, come ho fatto per i pagani, testi precisi: anch'essi non marginali, ma una costante del loro atteggiamento. Nel 202, Tertulliano, avendo sperimentato le persecuzioni, sogna sadicamente, nel libro *De spectaculis*, la punizione dei persecutori nel finale giudizio di Dio: "Che spettacolo immenso allora! Che cosa ammirerò? Di che riderò? Dove godrò, dove esulterò vedendo tanti re, che si celebravano accolti in cielo, gemere con lo stesso Giove e i suoi testimoni nelle tenebre più profonde? E, come loro, i magistrati che perseguitavano il nome del Signore, struggersi su fiamme più spietate di quelle con cui avevano incrudelito sui cristiani, insultandoli?". Ammira, ride, gode, esulta, come nessun intellettuale pagano si era mai sognato di fare. E, un secolo dopo, Lattanzio, nel 316, gode anche lui, sadicamente elencando nei loro atroci particolari le *Morti dei persecutori*, tutti finiti male per l'*Ira di Dio *(sono titoli di suoi libri), e commenta: "Quelli che avevano insultato Dio giacciono, quelli che avevano abbattuto il sacro tempio caddero con rovina maggiore, e quelli che avevano scarnificato i giusti, profusero le loro anime malvagie sotto i colpi celesti e i meritati tormenti". Già, i meritati tormenti: non è dunque l'idea in sé dei tormenti che disturba i cristiani, ma l'idea che siano applicati a loro e non agli altri. Ed Eusebio, vescovo di Nicomedia e biografo di Costantino, gode nel prefigurare la vendetta divina: "Così possano perire i nemici di Cristo!". E Firmico Materno, nel *De errore profanarum religionum*, così esorta gli imperatori cristiani a perseguitare i pagani: "La legge del sommo Dio esige che la Vostra severità perseguiti in ogni maniera il delitto di idolatria", e sui modi della persecuzione cita il *Deuteronomio*, che prescrive che se un fratello o un amico ti spinge all'idolatria, "lo accuserai, e la tua mano sia la prima a levarsi su di lui per ucciderlo... E anche intere città, se mai sono còlte in questo peccato, è stabilito che periscano". E il santo Gerolamo, autore della vulgata del *Nuovo testamento*, intervenendo nella polemica sul culto delle pietre (le statue degli dèi) da parte dei pagani, e delle ossa (le reliquie dei martiri) da parte dei cristiani, usava nelle sue *Lettere* questo affettuoso ed elegante linguaggio: "Vigilanzio apre di nuovo la sua fetida bocca e butta il suo schifosissimo fiato contro le reliquie dei santi martiri e contro di noi, che le conserviamo"; perciò piamente suggeriva che il vescovo "lo consegni alla morte della carne, affinché sia salvo lo spirito..., e che i medici taglino la lingua... a quel mostro..., pazzo furioso". E Prudenzio, nel suo *Peristephanon*, celebrando i martiri cristiani, così fa parlare la vergine Eulalia durante il processo: "Eccomi, io sono nemica della vostra religione demoniaca (*daemonicis** inimica sacris*), e ne calpesto gli idoli sotto i miei piedi"; e quando il pretore le chiede non di rinunciare al suo dio, ma di rispettare gli dèi degli altri, freme e sputa negli occhi al tiranno, poi rovescia i simulacri e calpesta col piede il farro versato nei turiboli"; e poi, torturata, "canta lietamente", finché la sua anima vola visibilmente al cielo in forma di colomba, lasciando tutti sbigottiti. La sola certezza in questa leggenda dai toni aspramente sadomasochistici è il disprezzo cristiano verso le altre religioni: e non risulta comunque che poi qualche pagano, dichiaratosi nemico del demoniaco culto cristiano, sia stato piamente perdonato. E a Simmaco, che abbiamo sentito dichiarare l'impossibilità di capire i grandi misteri della vita per una sola via, un altro santo, Ambrogio, risponde superbamente: "Ciò che voi ignorate, noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con le vostre ipotesi (*suspiciones*), noi lo abbiamo per certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità". È, da parte di chi sente di avere ormai vinto, il rifiuto di ogni dialogo e l'imposizione del dogma; e la sua conclusione è un secco rifiuto: "Le vostre idee non si accordano con le nostre", cui seguirà, a differenza di quanto aveva fatto Giuliano, la chiusura dei templi e la fine di ogni culto pagano. La stessa intransigenza troviamo nella rilettura ideale della storia di Roma, sul merito o il demerito degli dèi pagani nelle sue vicende. Già Arnobio citava l'accusa pagana ai cristiani che "da quando al mondo cominciò a esserci la gente cristiana, l'orbe terrestre era andato in rovina"; e abbiamo sentito Simmaco invocare rispetto per la religione che "aveva giovato a lungo allo Stato" (i cristiani rovesceranno questa accusa, facendone anzi un cavallo di battaglia). Tra l'altro, ci fu allora un rifiorire della storiografia pagana, con le * Storie* di Ammiano Marcellino, amico di Giuliano, e coi compendi di Eutropio e Festo o della *Historia** Augusta*, destinati a creare una coscienza romana nella nuova, ignara, burocrazia bizantina: e vi si accompagnava un rifiorire della poesia in Claudiano, Rutilio Namaziano e altri, stanca e imitatrice quanto si vuole, ma non priva di una sua dignità e di umani affetti. Ebbene, proprio a quelle accuse, a quell'accenno di Simmaco e a quella storiografia sembra replicare Agostino, quando nella *Città di Dio* addita in tutta la storia di Roma nient'altro che una serie ininterrotta di disastri dovuti alla impotenza dei suoi falsi dèi. Affermazione, a dir poco, paradossale, dopo il sacco di Roma del 409, a opera dei visigoti cristiani: ma per lui quella era stata una vittoria sul paganesimo. :D Non pago di questo, Agostino volle affidare la riscrittura cristiana di tutta la storia romana al suo discepolo Paolo Orosio, che premurosamente si accinse al grave compito: "Ai tuoi comandi ho obbedito, o beatissimo padre, Agostino. Mi avevi comandato di mostrare quanto negli annali dei secoli passati avessi potuto trovare di grave per le guerre, di corrotto per le malattie, di triste per la fame, di terribile per i terremoti, di insolito per le inondazioni, di tremendo per le eruzioni vulcaniche, di feroce per le cadute di fulmini e della grandine, di miserabile per i parricidii e le scellerataggini". Che sadico inventario dei mali del mondo, per dimostrare che la trionfante Roma pagana, creatrice del più straordinario impero della storia, aveva subìto sconfitte peggiori di quelle che il desolato impero cristiano stava soffrendo nei nuovi, sventuratissimi tempi! Che modo idiota, bisogna pur dirlo, dato che era tale anche per la cultura di allora, di scrivere la storia come storia degli orrori! Un modo obnubilato dall'odio teologico, sconosciuto agli storici pagani e a ogni altra storiografia. Leggendo questi testi, non sembra davvero che il monoteismo, e tanto meno il cristianesimo, abbia reso migliori gli uomini.


lemond - 03/01/2009 alle 13:27

Metafisica di Luigi Corvaglia "La mia mente è libera!". Quando un matematico riceveva questa comunicazione da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata libera per un pezzo. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella di Erdos. Questo ungherese, genio assoluto della matematica, che si teneva sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un'equazione e che fu in grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi, viveva libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel suo ricco vocabolario alternativo donna si diceva "capo"), non aveva una casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti, venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua disponibilità al lavoro congiunto con la formula "la mia mente è libera!". Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di rara eleganza, usava dire "questa è scritta nel libro". Si riferiva ad un ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una mente libera quale quella che si faceva annunciare prima di bussare alle porte degli accademici ha, infatti, la capacità di non confondere metafora e realtà. Erdos diceva "Dio" e intendeva "razionalità", "capo" e intendeva "donna", "schiavo" e intendeva "uomo", "ypsilon" e intendeva "bambino", "predicare" e intendeva "tenere una conferenza". Uno psichiatra che avesse creduto alla lettera dei suoi discorsi lo avrebbe fatto ricoverare. Una simile tendenza all'interpretazione letterale, così comune nella media cultura, rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone mentalmente "oltre". E' il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in questi giorni rivivendo l'esperienza del "tiro della giacchetta" in due differenti direzioni da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei tempi moderni scrisse: "Non ho trovato nessun termine migliore di "religiosa" per qualificare la fiducia nell'esistenza di una natura razionale della realtà" e, ancora, commentando la teoria quantistica proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase "Dio non gioca a dadi" (Bohr rispose che "non solo gioca, ma bara"). Eppure, ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di fede, quanto segue: " Quella che mi è stata attribuita come convinzione religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera sistematica. Non credo in un Dio personale e non l'ho mai nascosto, anzi l'ho detto a chiare lettere". Sentenziò: "Sono un non credente profondamente religioso". Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio. Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi. Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita *teismo * la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore delle religioni istituzionali, il SF, che stava per "Sommo Fascista". E' invece nota come *deismo* la concezione di un Dio in disparte, un Ente Supremo da cui origina l'universo ma che non partecipa alle vicende del mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il deismo sarebbe "una forma annacquata" di teismo. Come dire che il Sommo Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula "Deus, sive Natura" (*Dio, cioè la Natura*) è nota come *panteismo*. Si tratta di una concezione, generalmente *immanentistica*, che fa coincidere la divinità con le leggi dell'universo, con l'ordine, la razionalità, il *Logos*. Pitagora chiamava * logon* il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di misura. L'ordine è *logico, *matematicamente logico. E' probabilmente a qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è "ateismo ornato". Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa. Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto. Cionondimeno, questi ultimi lo venerano. Bene. Anch'io vado matto per l'antiquariato. La gente riesce a venerare ogni cosa.


lemond - 04/01/2009 alle 12:16

*I cristianissimi concilii ecumenici * Mentre gli intellettuali cristiani manifestavano così la dubbia superiorità del loro dubbio monoteismo, si veniva consolidando la difficile alleanza tra potere imperiale e Chiesa cristiana, quale intanto si definiva nei concilii ecumenici. Non si possono leggere questi concilii come astratta elaborazione intellettuale, avulsa dalla realtà circostante: questi concilii sono incomprensibili senza gli evidenti riferimenti al contesto del tempo. I primi concilii ecumenici, cioè di tutta la cristianità (di Nicea nel 325 e Costantinopoli nel 381, cui seguì quello di Edessa nel 431), che tennero dietro a una ventina di concilii locali dei secoli precedenti, furono pesantemente condizionati dalla supervisione imperiale. Essi stabilirono anzitutto la dottrina, ma anche, al suo riparo, la posizione della Chiesa al di sopra dei fedeli e, naturalmente, di tutti. Ma è soprattutto alla polemica pagana che essi intendono rispondere: facendo delle accuse un vanto, e trasformandole orgogliosamente in dogmi apertamente irrazionali. Si sa che non solo i pagani, ma anche molti cristiani, come Ario, rifiutavano l'assurdità di un uomo-dio e l'identità del Figlio col Padre, necessaria alla fondazione divina della Chiesa. Ecco allora a Nicea un Simbolo o Credo che poneva fine alla disputa approvando i dogmi sulla Trinità divina (qualcosa di simile già in Plotino), fatta di un Dio Padre, creatore del cielo e della terra; del Figlio unigenito, "generato ma non fatto", il quale, "incarnato di Spirito Santo e da Maria Vergine, si è fatto uomo"; e infine dello Spirito Santo, del quale per allora non si disse niente, sicché più tardi a Costantinopoli si dovette aggiungere che "procede dal Padre" (senza peraltro definirlo figlio, dato che Cristo è figlio unico), ma dimenticando di dire che procede anche dal Figlio, sì che si dovrà provvedervi più tardi dicendo "che procede dall'uno e dall'altro" (*procedenti ab utroque*), dirà san Tommaso nel *Pange** lingua*. E l'aggiunta che lo Spirito "parla per bocca della Chiesa" significava consacrare un potere che, in quanto disceso non da un uomo, ma da un "vero dio e vero uomo", è autocratico, anzi teocratico; e significava confermare la *immunitas* del vescovo di Roma, "sottratta alla possanza dei re, dei principi, dei popoli interi, conoscendosi, in chi vi siede, rappresentato Cristo Signor nostro, principe supremo ad ogni foro e ad ogni principato", sancita dal concilio di Roma di un anno prima. Era il preludio alla sua infallibilità: la Chiesa si poneva così al di sopra dei suoi stessi fedeli, come potere teocratico, al pari di quello dell'Impero. Tutte queste teologiche insensatezze, frutto di compromessi raggiunti attraverso conflitti sanguinosi, e imposte come dogmi, valsero comunque a definire quell'ambiguo sistema di convivenza conflittuale di due poteri, impero e papato, cioè Stato e Chiesa, incerto tra cesaropapismo e teocrazia, ignoto al mondo antico, e che segnò tutto il Medioevo e pesa ancor oggi sulla nostra vita politica.


lemond - 07/01/2009 alle 09:40

*La condanna della gioia di vivere * Se tali erano la durezza dei grandi intellettuali cristiani e l'intransigenza dogmatica della Chiesa contro tutta la tradizione pagana, occorre dire che altrettanto duro fu anche l'orientamento dell'impero ormai cristianizzatosi. Dalla iniziale tolleranza costantiniana, pur solo formalmente dichiarata, si passò presto a una intolleranza peggiore di quella del potere imperiale pagano. In questo processo c'è un aspetto tanto vistoso quanto di solito trascurato: che esso si rivolge contro le manifestazioni non solo della vita culturale ma anche, e forse più, della vita ludica, fisica e intellettuale, cioè circensi e teatri. Può sembrare un paradosso, ma la polemica cristiana ha insistito in forme maniacali contro la vita ludica, dando fra l'altro luogo a un'altra inaccettabile vulgata storiografica, cioè che i romani altro non facessero che darsi a teatri e circensi, e che nell'eccesso dei circensi fosse la principale causa della caduta dell'impero. In realtà, la società politeistica pagana aveva mostrato una totale coerenza tra l'ideologia e il costume di vita: la vita ludica era mimesi gioiosa della vita impegnata delle armi e della cultura; teatro e circensi, ludi dell'uno e dell'altro genere (*ludi* *utriusque** generis*), intellettuale e fisico, erano atti religiosi, per il culto degli dèi e il piacere degli uomini (*cultus** deorum et hominum voluptatis causa*). Per questo, cosa lontanissima dalla cultura di oggi, Varrone ne aveva parlato nelle *Antichità divine*, e ora Macrobio confermava, tra l'altro, che "i culti si celebrano quando si fanno ludi in onore degli dèi". Ebbene, proprio per questo, non solo gran parte della polemica cristiana si rivolge contro i ludi, ma anche gli imperatori si accaniscono contro di essi: la cancellazione dei ludi è una persecuzione religiosa. Già alcuni concilii locali avevano fulminato pene gravissime contro quanti "nei ludi dei circhi, dei teatri e delle arene si scomponessero nel guidar cocchi e atteggiarsi da buffone". A queste condanne della Chiesa si aggiunsero in modo risolutivo, a fine secolo, quelle dell'impero: gli imperatori* *Valentiniano, Arcadio, Teodosio e Onorio, nel 392, 394 e 399, rovesciando la tolleranza costantiniana e distorcendo la lezione morale di Giuliano, proibirono tutte le manifestazioni pagane, intellettuali e fisiche, nei templi, nei teatri e nei circhi. E pochi anni dopo, nel 409, l'imperatore d'Oriente, Teodosio II, ribadiva la condanna con le stesse e anche più precise parole: "Di domenica, primo giorno della settimana, e a Natale, Pasqua e Quinquagesima, è proibito ogni divertimento dei teatri e dei circensi, tutte le menti dei cristiani e dei fedeli siano occupate nei culti di Dio". Si badi, le menti: dalla politeistica e pagana libertà di culto, si è ormai passati alla monoteistica e cristiana costrizione non solo dei comportamenti (i *mores*), ma anche delle menti (la *doctrina*). Si doveva essere cristiani per forza, pensare come volevano la Chiesa e l'impero. Con queste, che ad Agostino parevano "misericordiosissime leggi", minaccianti punizioni divine ed umane, si attuava una cosa nuova e tremenda, ignota al politeismo pagano: si creava un dualismo dei poteri, uno dei quali addetto al dominio sulle menti.** Paradossalmente, tutto ciò si manifestava nella polemica contro la vita ludica, mimesi gioiosa della vita reale. Eppure, anche su questo punto c'è una vulgata storiografica, che "da queste feste i cristiani si tengono lontani per ragioni di ordine morale". Che appagante immaginazione storica, anche questa! I pagani empi e tutti dediti ai teatri e al circo, i cristiani pii e riservati in chiesa! Fatto sta che le proibizioni imperiali la smentiscono: non si proibisce se non ciò che si suole fare, e in generale la prima lettura che si dovrebbe fare delle leggi nella storia, è che ci informano sul contrario di quello che prescrivono o proibiscono: in particolare, queste leggi cento volte ripetute contro teatri e circensi ci mostrano come esse fossero normalmente trasgredite dagli stessi cristiani. Del resto, sono più volte gli stessi padri della Chiesa a mostrarci i cristiani impazzare e sputtaneggiare (*bacchari** et moechari*) nei teatri e nei circhi. E Agostino ci narra che, dopo le grandi persecuzioni durante le quali molti cristiani erano ricaduti, *lapsi*, nel paganesimo, molti che sarebbero voluti tornare cristiani "rimpiangevano queste pericolosissime e tuttavia antichissime voluttà". Che fare, allora? Semplice: "Parve opportuno celebrare altri giorni festivi in onore dei santi e dei martiri, non con tale sacrilegio quantunque con simile lusso". Insomma, si cambiò il nome delle divinità cui dedicare le "voluttà": ma così si perse l'antica coerenza tra ideologia e vita, si tolse ai ludi il loro valore religioso di mimesi della vita seria, che era l'altissima virtù del paganesimo. D'ora in poi, tra ludi e religione, tra svaghi e morale si instaura una contraddizione insanabile, e ne risulterà un inguaribile spirito di ipocrisia, un divaricarsi tra predica e pratica, che accompagnerà tutta la civiltà cristiana. Più tardi, negli anni intorno alla caduta dell'impero d'Occidente, Salviano, vescovo di Marsiglia, tornerà su questo tema definendo, con amaro gioco di parole, "i pubblici ludi ludibrio della nostra vita"; e, dando ai circensi la colpa della decadenza di Roma (confondeva, semmai, la causa con l'effetto), aggiungerà: "Tutto il mondo romano è misero e lussurioso. Chi, domando, è povero e scherza; chi, aspettando la prigionia, pensa al circo; chi teme la morte e ride? Noi anche nel timore della prigionia giochiamo e, posti nel timore della morte, ridiamo. Potresti credere che tutto il popolo romano si sia saturato di erbe velenose: muore e ride". Questa strana idea cristiana di una Roma che muore ridendo è un'altra vulgata storiografica, seriosamente ripresa anche da tanta moderna storiografia, a cominciare dal grande Gregorovius. Eppure, come non vedere che nei ludi, mimesi gioiosa della *virtus* romana, si esprimeva la nostalgia dell'antica grandezza?


lemond - 09/01/2009 alle 08:36

*L'odio teologico e i suoi guasti * La polemica infuria ancora contro questa Roma prostrata. Agostino, vissuto nel momento in cui Teodosio celebrava i fasti della sua intolleranza, esultava perché l'imperatore "dall'inizio del suo stesso impero non cessò di aiutare la Chiesa travagliata per mezzo delle sue giustissime e misericordiosissime leggi contro gli empi": dove gli avversari sono tali perché empi, e diventa misericordia il minacciare pene perfino alle coscienze. Ma, ad additare l'incoerenza delle accuse cristiane, valga la polemica di Agostino sulla pena di morte. I pagani, diceva, sogliono uccidere, mentre "i cristiani non uccidono nessuno". Peccato che subito dopo aggiungeva una tremenda riserva, che ricorda le minacce di Teodosio e risuona tanto più torva dopo le tremende stragi gotiche di Roma,* *che lui e i suoi cristiani avevano rimpianto che non fossero state totali, una *shoah*, contro i pagani: "non uccidono nessuno, eccetto quelli che Dio comanda di uccidere" (*exceptis** his, quos Deus occidi iubet*). E, a scanso di equivoci, ripeteva e precisava: "Eccetto dunque quelli che o una legge giusta * generaliter* o la stessa fonte della giustizia, Dio, *specialiter* comanda di uccidere...". E che altro è questo presunto comando di Dio, se non l'arbitrio di quelli che si autoproclamano suoi rappresentanti in terra? Questo sadismo teologico, che uccide negando di uccidere, è cosa esclusivamente cristiana: si ricordi il decreto romano, citato da Plinio il vecchio, *ne** homo immolaretur*. Ma in Agostino c'è anche dell'altro. Quante volte si è scritto che il cristianesimo ha abolito la schiavitù? Ebbene, eccolo ancora: "Si comprende che la schiavitù è imposta a buon diritto al peccatore... La prima causa della schiavitù è il peccato". E il peccato, secondo lui e comunque da Teodosio in poi, è anzitutto il credere in un dio diverso da quello predicato dal beatissimo apostolo Pietro, e imposto a tutti dall'imperatore. E pensare che già Seneca aveva scritto, e Macrobio ripetuto: "Ma perché tanta ingiustificata avversione per gli schiavi? Come se non fossero uguali a te... Sono schiavi, anzi uomini. Sono schiavi, anzi compagni di servitù, se rifletti che la sorte esercita sugli uni e sugli altri il suo potere in ugual misura". Agostino è stato uno dei grandi padri della Chiesa, che da lui ha appreso per secoli le ragioni della sua fede e dei suoi comportamenti, anche su queste due questioni di principio, quali la pena di morte e la schiavitù. E se, a riprova, mi è qui concesso un diretto riferimento a quell'oggi, che ho cercato di dimostrare nato in quel IV secolo, ecco il nuovo *Catechismo della Chiesa cattolica*, dell'11 ottobre 1992, sancire il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte: una sentenza pubblicata nel fervore delle iniziative mondiali per abolirla. E sarebbe poco, se poi non si intendesse giustificare questa tesi spiegando che "nei tempi passati, da parte delle autorità legittime si è fatto comunemente ricorso a pratiche crudeli per salvaguardare la legge e l'ordine, spesso senza protesta dei pastori della Chiesa, i quali nei loro propri tribunali hanno essi stessi adottato le prescrizioni del diritto romano sulla tortura". Come dire che la colpa è del diritto romano: eppure la Chiesa, mentre lo assumeva tranquillamente per questa parte omicida, ne stava cancellando ogni traccia nella tradizione culturale e nella sua mimesi ludica. Ma il paragrafo del *Catechismo* continua: "Accanto a tali fatti deplorevoli, però, la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza e della misericordia: ha vietato al clero di versare il sangue": certo, lasciandolo materialmente versare per secoli, su sua indicazione e sotto la sua supervisione, al braccio secolare dello Stato, e addirittura santificandolo come *auto da fé*, atto di fede. E a proposito del diritto romano, come non ricordare che il cristianesimo dove non ha potuto distruggere tutto ciò che era pagano, se lo è accaparrato? Giustiniano, questo imperatore che, secondo Procopio, era "praticamente analfabeta, cosa che non si era mai vista nell'impero romano..., e che nella lingua, nell'aspetto esterno e nella mentalità si comportava come un barbaro", ordinata la raccolta delle leggi romane (c'è forse qualcosa di più pagano?) la intitolerà al nome di Cristo: *Prooemium**de Confirmatione Institutionum, In nomine Domini nostri Jesu Christi...*". * *Che impudente falsificazione storica! Il cristianesimo o cancella o si accaparra quanto di vitale c'è nel paganesimo: accoglie l'eredità delle sue leggi, proibisce o santifica i suoi ludi, trasforma i templi in chiese, come in "Santa Maria sopra Minerva", sostituisce gli dèi con angeli e santi, chiama il papa Pontefice Massimo, occupa la sua sede, fuori della quale e senza la quale il vescovo di Roma non sarebbe papa. Certo, la società imperiale romana, che già ai tempi di Livio "soffriva per la sua stessa grandezza", era ormai giunta al culmine di una gloriosa e tremenda parabola storica. Eppure, essa ha conservato agli occhi della storia un suo fascino, non solo per la sua grandezza, ma anche per una virtù che la fece apparir bella agli uomini del Rinascimento, e che le successive società cristiane hanno per sempre perduta: la coerenza tra l'ideologia e il costume di vita, tra la *doctrina* e i *mores*.


lemond - 25/01/2009 alle 10:59

Non l'avevo inviata "a suo tempo" Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi Quinta puntata Intuendo che gli argomenti della teologia naturale non portavano molto lontano, il monaco benedettino Anselmo d’Aosta si rivolse alla logica. Nel 1077 elaborò e diffuse la sua famosa “prova ontologica”. “Definiamo Dio come un essere del quale non si può pensare uno più grande: Se esso non fosse unico, potrebbe pensarne uno più grande che comprendesse entrambi. Se esso non esistesse, si potrebbe pensarne uno più grande che esistesse: Dunque Dio esiste ed è unico”. La prima e definitiva critica alla c.d. P.O. venne da Gaunilone, un ottantenne monaco dell’abbazia di Marmoutier :” L’essenza di Dio non può essere intesa dall’uomo e le supposte definizioni di tale essenza sono puri giochi verbali”. Nel 1637 Cartesio cercò di riformulare la prova in due parole:” L’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza”. Ma in realtà questa non è che una versione dell’autocertificazione divina rivelata “Io sono colui che è”. Ma anche Cartesio si rese conto che come prova non è granché e infatti si premrò di riportarne altre, fra cui quella famosa della “scommessa”. Quando entrò in scena Kant, “fece giustizia di tutti”. Kanto notò che non è possibile dimostrare l’esistenza di un concetto puro mediante argomenti empirici: tutte le prove devono quindi fare appello ad un argomento di natura ontologica. Ma l’esistenza non è una proprietà, bensì la copula di un giudizio e non può far parte dell’essenza di un oggetto. La prova ontologica è dunque soltanto un’invenzione della sottigliezza scolastica e gli sforzi impiegati intorno ad essa sono “fatica sprecata”. Egli spiegò, in un altro capitolo della Critica, che era impossibile ogni dimostrazione: l’idea stessa di Dio porta ad un’inconsistenza della ragione, nel senso di poter trattare del trascendente senza contraddizioni. L’intiera impresa della teologia razionale risulta allora dimostrabilmente disperata! Ma Kant sapeva che i suoi argomenti non avrebbero decretato la morte della teologia analitica, perché l’illusione non può essere sradicata da nessun insegnamento. Imperterrita, la prova ontologica continuò infatti ad apparire in filosofia. :D


herbie - 25/01/2009 alle 14:17

non ho ben capito se questo topic è una discussione, visto che non risponde nessuno...:D provo io con la mia. A proposito di storia della religione, visto che la spiritualità occidentale (anche quella cristiana) affonda le sue radici nel pensiero semitico-giudaico ma anche in quello greco, riporto un interessante aneddoto riguardo ad un famoso pensatore greco, tale ( :cool: ) Eraclito, citato da Aristotele, che potrebbe fare un pò di luce anche su quella matrice greca a volte non ben interpretata . Un gruppo di persone venne dal famoso pensatore per ascoltarne gli insegnamenti. Entrando in casa trovarono solo un vecchietto che si riscaldava alla fiamma di un fuocherello acceso in un angolo, era il maestro Eraclito. Profondamente delusi di non trovarlo assorto in alti pensieri o intento ad ammestrare una classe di allievi, stavano già per tornarsene indietro. Allora Eraclito provò a convincerli a restare con lui dicendo: " einai gar kai entautha theous" (trad. :"anche qui" - presso il focolare a cui ci si scalda - "sono presenti gli dei"). A questo aneddoto si accompagna efficacemente -ma questo non sono io a dirlo bensì un altro filosofo contemporaneo di cui non faccio il nome per evitare pregiudizi- l'altro celebre detto di Eraclito (dopo il "panta rei", naturalmente) : "ethos anthropo daimon", solitamente tradotto con "il carattere proprio è per l'uomo il suo demone" o "..il suo modo di congiungersi al divino (che è poi il fine proprio di ogni re-ligione)". Ma Ethos in senso più vicino all'espressività greca antica starebbe per "soggiorno" o "luogo abituale dell'abitare" e dunque si potrebbe rendere un pò liberamente con "l'uomo si congiunge al divino nel luogo dove abita"- "in ciò che gli è abituale, vicino". Questo per dire che nel pensiero greco nasce la razionalità monderna (e da qui anche la teologia analitica di cui in parte è figlio S.Anselmo) in un senso molto molto lato e tutto da reinterpretare. Cito una altra celebre frase, visto che è stato appena citato, di Kant che con la religione mi pare che c'entri un pochino: "il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me" (Critica della ragione pratica), tanto per dire che anche il pensiero di Kant ha conosciuto una evoluzione nel corso della sua esistenza e andrebbe forse inteso in una ottica più fluida.

 

[Modificato il 25/01/2009 alle 14:34 by herbie]


lemond - 26/01/2009 alle 08:16

Grazie per il contributo. P.S. Se leggi tutta la serie, puoi accorgerti che, è intervenuto anche qualcun altro :cincin:


lemond - 02/02/2009 alle 15:07

Ricevo ed inoltro From: axteismo.press5@yahoo.it Subject: Cristo, apostoli e sacra famiglia: Personaggi mai esistiti CRISTO, APOSTOLI E SACRA FAMIGLIA: PERSONAGGI MAI ESISTITI A beneficio di chiunque desideri conoscere e approfondire, attraverso analisi storico critiche, le verità evangeliche senza basarsi sulla esclusiva propaganda clericale di stampo medioevale, ripresa dai media in modo fazioso, la redazione di Axteismo ritiene doveroso informare con il massimo rigore nel metodo della ricerca le reali vicende legate alle Origine del Cristianesimo. A tal fine abbiamo chiesto al cristologo Emilio Salsi l'autorizzazione a pubblicare i suoi studi avanzati nel nostro sito. In tali studi vengono illustrati i personaggi denominati Gesù Cristo, apostoli e "Sacra Famiglia". A questi documenti al top di studi laici di cristologia gli abbiamo dato il titolo: CRISTO, APOSTOLI E SACRA FAMIGLIA: PERSONAGGI MAI ESISTITI Sono Emilio Salsi, uno studioso di storia dell'Impero Romano, autore di una ricerca sui personaggi teologici descritti nei documenti neotestamentari cristiani intesa a verificarne l'effettiva esistenza attraverso una analisi comparata con la storiografia ed accertare, attraverso le loro gesta, se i Santi fondatori del Cristianesimo furono piuttosto rappresentanti ideologici di una dottrina che, giocoforza, doveva essere "incarnata" in uomini prescelti e ispirati da Dio. Ratzinger Benedetto XVI, gli esegeti cristiani ed i fedeli tutti dichiarano apertamente che l'esistenza di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli, come uomini, è comprovata e documentata dagli storici dell'epoca. Sin dall'inizio i Padri fondatori si sentirono obbligati a dichiarare ciò perché i protagonisti del nuovo credo furono fatti interagire con persone famose, realmente esistite, pertanto rintracciabili nella storiografia laica, ufficialmente riconosciuta, supportata da archeologia, numismatica, epigrafi ecc. Da una ricerca fondata su avvenimenti datati e comprovati, si riscontrano, senza ombra di dubbio, non solo semplici errori storici, ma numerose falsificazioni mirate che obbligano lo studioso mettere in evidenza. Le manomissioni non sono fini a se stesse ma volute e, attraverso i personaggi dei quali vengono contraffatte le imprese, si possono individuare e riconoscere gli autentici protagonisti di vicende reali dell'epoca la cui testimonianza è sopravvissuta sino ai nostri giorni. La dottrina cristiana è interconnessa con la vita di questi personaggi; quindi con la storia. La Chiesa ne è consapevole pertanto, ad iniziare dal Papa, tutti i suoi esegeti devono dichiarare che la vita di Cristo è una "Verità" comprovata. Ma.se la storia riuscisse a dimostrare che i "sacri testi" furono inventati, sino a scoprirne le falsificazioni introdotte per crearli, e da chi, come e perché, allora.la "Fede" e i suoi contenuti dottrinali che fine farebbero? Se la storia, effettivamente, verificasse che Gesù Cristo e Apostoli non sono mai esistiti e, non solo, che lo Spirito Santo e Dio stesso furono concepiti e fatti muovere, da mistici creatori, in un teatro ideologico avente per fine la costituzione di un nuovo potere terreno (fu chiamato Regno dei Cieli) basato sulla persuasione e sul convincimento di altri uomini a poter sopravvivere alla morte, risorgere nella carne e vivere felicemente per l'eternità.uomini e donne che, per tale fine, ieri come oggi, hanno fatto propri i "codici di comportamento" dettati dai ministri di tale culto ai quali si assoggettano, riverendoli e riconoscendoli come loro capi, divenendo, nel contempo, la vera base del potere secolare della Chiesa. Stiamo per addentrarci in una ricerca critica storiologica tesa ad indagare se gli avvenimenti descritti nei testi evangelici del Nuovo Testamento, oltre ai nomi, trovano una effettiva corrispondenza con la realtà conosciuta di allora, comparando gli "scritti sacri" fra loro stessi e con quelli degli storici vissuti nel I e II secolo, compresi i patristici. Prima di iniziare ho il dovere di mettere in guardia gli eventuali visitatori credenti curiosi: se vogliono conservare intatta l'illusione della vita eterna è bene evitino di approfondire la conoscenza in materia. La storia è neutrale ma il suo innocente, lucido, candore verrà percepito come un pugno nello stomaco da chi è uso inghiottire l'ostia consacrata convinto che il pasto teofagico del proprio Dio gli possa aprire, un domani lontano nel tempo, le porte del paradiso. Dopo aver riprodotto la Bibbia, a fine '400, gli allievi di Gutemberg iniziarono a diffondere il nuovo sistema di stampa che, a sua volta, accrescerà il propagarsi della cultura, ma, anziché compiacersi ... Concilio di Trento, di Papa Giulio III (sessione IV, 8 Aprile 1546) "Il sacrosanto concilio tridentino ecumenico e generale, seguendo l'esempio dei padri della vera fede, con uguale pietà accoglie e venera tutti i libri, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi". "darsi da fare, in tutti i modi e con tutte le forze, affinché a nessuno venga consentita, né oggi né in futuro, la lettura, anche solo frammentaria, del Vangelo" (Regola Ecclesiastica). Giulio III e gli alti prelati del clero, sin dal lontano passato, sapevano che i Vangeli contenevano "verità" che non dovevano essere rivelate ai fedeli...tali che avrebbero finito col distruggere la dottrina cristiana. San Luca evangelista l'impostore Atti degli Apostoli: Dopo l'ascensione di Gesù sopra una nube, gli Apostoli, rimasti nella Città Santa, danno inizio alla diffusione della dottrina predicata da Cristo al fine di salvare gli uomini dalla morte e dalle fiamme dell'inferno. Sotto il portico di Salomone e nelle piazze, emulando il loro "Maestro", dimostrano le loro capacità miracolistiche esibendosi in guarigioni straordinarie, esaltano il popolo e attirano la folla delle città vicine "che accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti". Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, "pieni di livore", li fanno arrestare con l'accusa di "aver predicato in nome di costui " (Gesù) e, convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il massimo Tribunale giudaico, avviano l'atto processuale minacciando di "metterli a morte". "Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso,e quanti s'erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli perì e quanti s'erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini (gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; (come avvenuto a Tèuda e Giuda il Galileo n.d.a.) ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in libertà" (At. 5, 34-39). Tutti i personaggi descritti erano veramente esistiti all'epoca ma la prima considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è verificato quando Re Erode Agrippa I era sempre vivo, cioè prima del 44 d.C., anno della sua morte. Infatti i dodici Apostoli sono ancora tutti vivi e fra questi, oltre a San Pietro, è presente anche Giacomo il Maggiore che, secondo San Luca, verrà ucciso successivamente da Re Agrippa I, che regnò sulla Giudea dal 41 al 44 d.C., mentre Simone Pietro riuscirà a salvarsi grazie all'intervento di un angelo del Signore che lo farà fuggire dal carcere (At. 12, 1 e seg.). Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nel XX libro di "Antichità Giudaiche": 97. (numerazioni dei versi usate nei codici) "Durante il periodo in cui Fado era Procuratore della Giudea, (44-46 d.C.) un certo sobillatore di nome Tèuda persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. (stile Mosè n.d.a.) Con questa affermazione ingannò molti. 98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Tèuda fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme. 99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era procuratore Cuspio Fado. (dal 44 al 46 d.C.) 100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro (Procuratore dal 46 al 48 d.C.), figlio di quell'Alessandro che era stato alabarca in Alessandria. 101. Fu sotto l'amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una grave carestia, durante la quale la regina Elena comprò grano dall'Egitto con una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra. 102. Oltre a ciò, Giacomo e Simone, figli di Giuda Galileo, furono sottoposti a processo e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda che - come ho spiegato sopra - aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea." (Ant. XX, 97/102). Questi eventi, separati fra loro di due o tre anni, sono la prova che il sacerdote Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio "quel discorso" a difesa degli Apostoli perché in quel momento il Profeta Tèuda era ancora vivo. Infatti, facendo attenzione alle date, seguiamo la storia. Giuseppe Flavio ci porta a conoscenza che: - nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I, ma, essendo il figlio troppo giovane per governare, l'Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di: Giudea, Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza . - nel 44 d.C., gli subentra, come Governatore della Provincia, il Procuratore Cuspio Fado che, durante il suo incarico (44-46 d.C.), fa uccidere Tèuda, la cui testa viene portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse seguire il suo esempio; - nel 46 d.C., il Procuratore Tiberio Alessandro, sostituisce Cuspio Fado e, nel corso del suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l'ordine di crocifiggere Giacomo e Simone. Pertanto, all'interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere sulla sorte dei "Dodici", da quanto abbiamo letto in "Atti degli Apostoli", come ha potuto San Luca far dire a Gamalièle che Tèuda era morto (prima del censimento del 6 d.C. - At. 5, 36) mentre Erode Agrippa era ancora vivo? (lo ucciderà dopo un angelo - At. 12, 23)... e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso Tèuda), non era ancora subentrato ad Agrippa?. Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle non poté farlo perché il Re Erode Agrippa e Tèuda erano sempre vivi. Se lo inventò in un futuro lontano San Luca e lo mise in bocca a Gamalièle, importante membro del Sinedrio veramente esistito, per "discolpare", in un processo del Tribunale giudaico, gli "Apostoli" arrestati, fra cui Simone e Giacomo, dall'accusa di ribellione uguale a quella di Tèuda e Giuda il Galileo; accusa che comportava la pena di morte. Ma poiché il discorso era (ed è) un'assurdità è evidente che non fu fatto, pertanto era falso sia l'arresto che l'assoluzione, quindi, a quella data, nessuno degli Apostoli era ancora stato arrestato. Al contrario, al verso 102, come sopra abbiamo letto in "Antichità", sia Giacomo che Simone, figli di Giuda il Galileo, "furono sottoposti a processo" e fatti giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo la morte di Erode Agrippa). Contrariamente a quanto risulta dalla storia, il vero scopo di San Luca era far risultare ai posteri che il Sinedrio, supremo tribunale giudaico, aveva assolto gli "Apostoli", fra cui Giacomo e Simone, dall'accusa, così come articolata in ipotesi da Gamalièle, di essere equiparati ai profeti rivoluzionari Giuda il Galileo e Tèuda; accusa, come abbiamo visto, smontata da un Gamalièle che nella realtà non si sarebbe mai sognato di fare un discorso simile perché non poteva prevedere né la morte, improvvisa del Re Agrippa I, né che questi sarebbe stato sostituito dal Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Tèuda. Questo "Atto del Sinedrio", inventato e riportato in "Atti degli Apostoli", convocato mentre Erode Agrippa era sempre vivo, è un falso grossolano finalizzato ad allontanare qualunque dubbio sulla venerabile condotta degli "Apostoli" e ad introdurre l'altra menzogna correlata: la "fuga" di Simone Pietro per opera di Dio e l'uccisione di Giacomo (ormai degno di essere beatificato), ovviamente per colpa del Re, secondo l'evangelista. Ovviamente, un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo, pertanto, anche la sua datazione era ed è.nulla! Inoltre, introdurre negli "Atti degli Apostoli" un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del Sommo Sacerdote del Tempio, con funzioni giudiziarie ed amministrative (pur se asservito al potere imperiale di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si deve rispondere di fronte alla Storia. Questa è una delle tante falsificazioni riportate nei sacri testi e non è fine a se stessa, ma mirata, e attraverso i personaggi dei quali vengono contraffatte le gesta si riconoscono i veri protagonisti di vicende reali dell'epoca la cui testimonianza è sopravvissuta sino ai nostri giorni: basta scoprirne il nesso. Emilio Salsi


lemond - 09/02/2009 alle 12:43

Sono passati quasi diciassette anni da quel lontano gennaio del 1992, quando, causa un incidente stradale, Eluana entrò in coma profondo per un trauma cranico grave. Ora questi signori, che tanta violenza, torture e sangue hanno causato dai secoli passati, vengono a voler profittare delle condizioni di vita artificiali, assolutamente inconcepibili con la dignità di un individuo della nostra stessa specie, qualsiasi essa sia, e questa è cosa di cui io come individuo ho vergogna, ma intanto, si sa, le società vengono plagiate fin dai primi anni di vita ed è così che continuiamo ad avere società cristiane, islamiche, indu, e quante altre ancora ne vogliate; continueremo a vivere le assurdità che ci vengono imposte per il nostro stesso essere plagiati, per il nostro stesso essere liberi, ma succubi di queste autorità che con le loro influenze egemoni godono di privilegi che a noi sono negati, compreso quello di morire silenziosamente e dignitosamente. Il concetto è orribile, ma è la conseguenza di sviluppi di quelle scienze e tecniche che splendide sarebbero se non cadessero spesso in mani terroristiche, sfruttatrici e impudiche. Scienze e tecniche che nella storia, sappiamo, sono state osteggiate dalle Chiese, fino al punto da produrre martiri, sono poi state da queste utilizzate (e tuttora lo sono) quando hanno fatto loro comodo. Le nostre ipocrisie vogliono che si dimentichino gli orrori di cui nel tempo ci siamo macchiati; oggi consideriamo barbari i kamikaze, i lapidatori, i tagliatori di teste, ma anche quei cerimoniali che sono al limite delle torture e delle violenze corporali, come le infibulazioni, le circoncisioni e vari altri. È incredibile come le cecità intellettuali indichino con disprezzo certe pratiche magari non rendendosi conto di far parte di categorie simili. Chi è circonciso critica gli infibulatori, chi imprigiona e tortura critica i lapidatori, chi si fa scoppiare o bombarda lo fa giustificando la lotta contro gli sgozzatori e così via è sempre stato. Certo è che il coma irreversibile consente con respirazioni e nutrimenti forzati ad alcuni organi di funzionare, ma tanto le cose che entrano nel corpo per sostenerlo che quelle che ne vengono fatte uscire per evacuarlo significano una situazione per cui l'aggettivo "ipocrita" non è sufficiente e certamente non si può parlare di dignità o di qualità di vita. Vogliamo in aggiunta suggerire un fatto di cui non si parla perché la scienza è ancora lontana da certe scoperte. Cosa ne direste a chi vi suggerisse che un corpo sostenuto, da macchine che ne tengono in movimento la vita vegetativa, ma che per tutto il resto è come morto, inerte, non sia immerso in alcune parti del suo cervello in una specie di sonno e che il suo subcosciente abbia delle più o meno chiare percezioni, appunto come in un sogno - incubo terribile? -, al quale sogno il corpo sia condannato a non potersi ribellare e che questo coma profondo porti con sé una tortura di percezioni subcoscienti, alle quali corrisponde un'impotenza assoluta di reazione? Il solo pensiero di tale possibilità dovrebbe riempirci di orrore e di pietà: certo sarebbe una delle più orrende torture. Nemmeno esistono aggettivi per definire le campagne che i cosiddetti credenti fanno, sfruttando casi simili a quello di Eluana, nel nome della sacralità del corpo. Proprio questi credenti, e non sono solo i cristiani, ma praticamente quelli di tutte le religioni, che tanto oggi parlano di sacralità del corpo, dimenticano, dato che la memoria storica ha tempi brevissimi, che nel passato il rispetto del corpo non era assolutamente preso in considerazione. Parlando delle nostre religioni cristiane, ma vale anche per molte altre, la necrofilia su cui si basano dovrebbe essere ricordata; questa infatti viene usata quale propaganda, anche in questo caso: le tecniche di queste scienze tanto osteggiate da tutti i prelati producono un fenomeno nuovo per cui la vita in bilico con la morte sollecita le paure ataviche del morire, con le speranze altrettanto ataviche delle vite eterne. Queste propagande sono state sviluppate per aumentare il lucro e il potere delle autorità religiose a scapito degli ingenui creduloni. Questi stessi difensori della sacralità vogliono che si dimentichino gli orrori di cui si sono macchiati fino all'Ottocento e poi ancora oggi. La storia dei martiri cristiani, con cui la nostra necrofilia è stata alimentata, continua con le antiche tradizioni di grandi monumenti funerari per reliquie più o meno mummificate e con il moltiplicarsi delle chiese dedicate allo stesso santo (quanti pezzi del cuore, o degli occhi o delle dita di questi o questa dovevano moltiplicarsi per produrre le famose sante reliquie!). Come ancora oggi avviene per il corpo di padre Pio nella chiesa principale di San Giovanni Rotondo, dove c'è il corpo intero con tutti i pezzi al loro posto, succede che, se c'è, si utilizza il corpo intero conservato nella principale chiesa dedicata al santo, mentre nelle altre dedicate allo stesso santo ci sono singole reliquie, che dunque dovrebbero essersi moltiplicate. Io dico: "Che schifo!", ma pure questo schifo quanto serve ad alimentare la fede degli umili e poveri modesti credenti! Sono d'accordo che la mia possa essere chiamata presunzione, ma di fronte a quella dei costruttori di reliquie, di cadaveri e simili, visto che loro parlano nel nome di un Dio, col quale non è certo dimostrata una linea di comunicazione diretta[1], penso che non sia la mia, ma la loro, vera presunzione, oppure vera fede cieca. La sacralità del corpo non ha impedito quantità di martiri molto maggiori di quanti non sono i martiri subiti dai cristiani. Ma questi martiri, da Ipazia d'Alessandria e ben prima di lei, a Giordano Bruno e ben dopo di lui, assieme alle tante streghe, eretici e simili, per quanto moltissimi, ben pochi sono nei confronti di coloro che erano considerati selvaggi e senz'anima, per cui, se non si facevano battezzare, lavare da chissà poi quali peccati, dovevano essere sterminati con quei genocidi che hanno eliminato la quasi totalità degli indigeni delle Americhe e di tante altre popolazioni ben lontane dal Vaticano. Ricordiamo qui che sembra che le ultime tre condanne furono eseguite per conto di papa Pio IX nel 24 gennaio 1854; e vogliamo ricordare che fra le leggi - insindacabili - del Vaticano la condanna a morte pare fosse cancellata solo alla fine del XX secolo! Noi viviamo in una buona società dove ci preoccupiamo dei deboli, dei poveri e dei sofferenti, perché siamo quasi tutti molto buoni e per dimostrarlo nulla di meglio è che avere a portata di mano poveri, deboli, dei sofferenti e dei disperati. Poi esiste la storia della sacralità, che va dall'ovulo, allo sperma, all'embrione, fino a questi che, come Eluana, devono essere chiamati, senza falsi pudori, "morti viventi". [1] Ricordiamoci il simpatico Fernandel, in Don Camillo, che conversava col crocifisso! Crocifisso che, se parla, non è certo più un simbolo, ma è semplicemente questo poveraccio che da duemila anni sta appeso a una croce mentre l'umanità, nient'affatto salvata, va allo scatafascio. Diciamo qui, per inciso, quanto furono e sono ingenui, candidi, ovvero ipocriti questi teologi che si sono inventati un dio che è così poco accorto o che ha così poco potere da far sacrificare se stesso, ma nel suo figliuolo, per salvare un'umanità che non viene affatto salvata, anzi. e che quindi hanno costruito quel che hanno voluto essere: un potere onnisciente e onnipotente che non ha certo in questa storia dimostrato tali caratteristiche. di Vittorio Giorgini


lemond - 10/02/2009 alle 10:15

Storia degli antichi ebrei (prima puntata) Comincio con l'esporre qualche problema posto dalla lettura della Genesi. Al cap. 12. versetto 1 leggiamo: "Ora Jhwh disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, e vai verso la terra che io ti avrò mostrato ["ti mostrerò" nella maggior parte delle traduzioni]» ...etc.." A prima vista non c'è nulla di strano o che possa mettere in dubbio l'interpretazione che ne danno i credenti: il dio Jhwh chiama Abramo e gli fa delle promesse. Abramo ha fiducia in lui (la famosa "fede abramitica") ed esegue le sue direttive. Anche se, sulle prime, le promesse non sembrano mantenute. Infatti sua moglie Sarai è sterile e la terra in cui viene a trovarsi è abitata dai Cananei. Ciononostante "(7)Jhwh però apparve ad Abramo e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Sicchè egli costruì colà un altare a Jhwh che gli era apparso. (8) Poi rimosse (la tenda) di là verso la montagna, ad oriente di Bet-El e rizzò la sua tenda, avendo Bet-El ad occidente ed Ay ad oriente. Ivi costruì un altare a Jhwh e invocò il nome di Jhwh. (9) Poi Abramo sloggiò, levando, tappa per tappa, l'accampamento, verso il Negheb." Come ha notato G. Borgonovo [1] la situazione di Abramo è paradossale: egli, cui sono state promesse, e ripetutamente, una folta discendenza ed una vasta terra, "va a stanziarsi senza figli nel deserto". Al cap. 14, versetti 18-20 leggiamo: "(18) Intanto Melchisedech, re di Salem, fece portare pane e vino. Era anche sacerdote di El Elyon (19) sicchè lo benedisse dicendo: «Sia benedetto Abramo da El Elyon Creatore/Signore del cielo e della terra! (20) E benedetto sia El Elyon che ti ha dato nelle mani i tuoi nemici!». E Abramo gli diede la decima di tutto." Nel leggere questi versetti il lettore può avere qualche dubbio: El Elyon e Jhwh sono due nomi dello stesso dio? Sembrerebbe di sì, sia perché Abramo dà la decima parte al suo sacerdote, e questo è un atto di adorazione che, se El Elyon e Jhwh fossero state due divinità diverse, avrebbe messo in crisi il monoteismo abramitico, sia perché al versetto 22 Abramo pronuncia tutte e due i nomi. Però l'episodio si presta almeno ad una considerazione: Abramo viene solitamente presentato come il primo monoteista in mezzo ad una marea di idolatri, e qui invece il suo dio ha perfino un sacerdote; in altre parole, il "Padre dei credenti" si rivela il "figlio" di un certo Melchisedech di Salem. Al cap. 17, versetti 1-3, troviamo: "E Abramo aveva novant'anni quando Jhwh gli apparve e gli disse: «Io sono El Shaddai; cammina nella mia presenza e sii integro. (2) Stabilirò la mia alleanza tra me e te e ti moltiplicherò grandemente». (3) Subito Abramo si prostrò col viso a terra, ..." Anche nel leggere questo passo il lettore può dubitare ed interrogarsi: perché Jhwh dice di chiamarsi El Shaddai? Non era stato invocato da Abramo (Gen. 12:8) con il nome di Jhwh ? Si può capire che Melchisedech l'abbia chiamato El Elyon e Agar "El Ro'i" (Gen. 16:13): può darsi che loro non conoscessero il nome Jhwh. Ma Abramo, secondo Gen 12:8 lo conosceva, perché dunque tale presentazione?. Facciamo un salto, andiamo a leggere il Cap. 6 di Esodo, versetti 2 e 3: "(2) Dio[2] parlò a Mosè e gli disse: «Io sono Jhwh! (3) Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come El Shaddai, ma con il mio nome Jhwh non mi sono manifestato a loro [oppure: ma il nome mio Jhwh non feci loro conoscere] »". Se quanto affermato in questo passo è vero, allora in Gen 12:8 è stato affermato il falso: Abramo non poteva costruire un altare a Jhwh e invocare il suo nome se non lo conosceva. Se, viceversa, lo conosceva, allora in Es 6:3 si afferma il falso. I due versetti non possono essere entrambi veri. Più dettagliatamente, se fosse vero quanto si afferma in Gen 12:8 allora Gen 17:1 sarebbe contraddittorio ed Es 6:3 falso. Se invece è vero quanto si afferma in Es 6:3 si possono formulare due ipotesi: 1. Lo scrittore del libro della Genesi, raccontando la storia di Abramo e degli altri Patriarchi, inventando i fatti narrati o scrivendoli sotto divina ispirazione, è incappato in un anacronismo, facendo pronunciare ad Abramo il nome "Jhwh" che invece, neanche come personaggio mitico o inventato o ispirato, egli poteva conoscere (questo è ad es. il convincimento espresso da Eliade [3]). 2. Lo scrittore del libro della Genesi, per raccontare la storia di Abramo e degli altri patriarchi, ha utilizzato racconti preesistenti, orali o anche scritti (in questo caso, poi perduti, fatti sparire o scritti in una lingua diversa dall'ebraico), in cui evidentemente non poteva comparire il nome "Jhwh" e li ha aggiustati, sostituendo con la parola `Jhwh' il nome che era presente nel racconto originario. Avrà fatto questo aggiustamento in buona fede, ma il risultato è stato unico: ha commesso una falsificazione (questa è ad es. l'opinione di Manacorda [4]). Lasciamo la prima ipotesi a quei fondamentalisti, o simili, che credono che i libri del Pentateuco siano stati scritti da Mosè, e procediamo discutendo la seconda. Note. 1) Borgonovo, G. Traduzione e introduzione a Genesi, La Bibbia, Oscar Mondadori, 2000. 2) Elohim nell'originale ebraico. 3) Eliade, M. Storia delle credenze e delle idee religiose. Vol. I (p.191), Sansoni, 1979. 4) Manacorda, M. A. Lettura laica della Bibbia (p. 219).Editori Riuniti, 1989. I brani della Genesi sono tratti da "Genesi" a cura di E. Testa. Edizioni Paoline, 1981. Il brano dell'Esodo da La Bibbia, testo integrale CEI, Piemme, 1988.(Nella citazione è stato sostituito l'originale Jhwh alla traduzione "Signore").""


lemond - 12/02/2009 alle 08:42

Storia degli antichi ebrei 2. La critica vetero-testamentaria relativa al Pentateuco. L'analisi critica del Pentateuco ha riconosciuto in questi cinque libri l'apporto di quattro tradizioni diverse, indicate dalle lettere J, E, P e D. La tradizione, o il documento, "J" è caratterizzata dall'uso del termine Jhwh come nome divino e si sarebbe formata nei secoli X e IX a. C. nel regno di Giuda, dalla rielaborazione di racconti o tradizioni precedenti. Il documento "E", da "Elohim", si sarebbe formato nei secoli IX e VIII a. C. nel regno di Israele, ovviamente utilizzando racconti precedenti. Il documento E non è anacronistico, in quanto utilizza il termine "Elohim" come nome divino per tutti i racconti riguardanti fatti avvenuti prima della "rivelazione" del nome Jhwh a Mosè. Per i fatti successivi può però usare il nome Jhwh: gli esegeti e i critici vetero-testamentari devono allora usare altri indizi per stabilire se un brano, seguente Es 6: 3 e contenente il nome Jhwh, appartenga alla tradizione J o E. Per il libro della Genesi il problema, comunque, non si pone: il documento E è sempre caratterizzato dall'uso del nome divino "Elohim". Questo non significa che tutti i passi della Genesi in cui è presente il nome "Elohim" appartengano alla fonte E. Ad esempio il primo racconto della creazione (Gen 1:1 - 2:3), in cui il nome divino è "Elohim", viene attribuito ad una tradizione posteriore sia a J che ad E, e che è stata chiamata P (dal tedesco "Priesterkodex", codice sacerdotale), e che si fa risalire ai secoli VI e V a.C. Ad un periodo intermedio fra le due fonti più antiche, J ed E, e quella più recente, P, si attribuisce la tradizione Deuteronomista, D, che, come indica il nome, è presente nel Deuteronomio, scritto in parte durante il regno di Giosia (intorno al 620 a.C.) e composto nei secoli VII e V a.C. (Barbaglia 2000, p. 6). L'identificazione di queste "tradizioni" è il risultato dello studio critico del Pentateuco iniziato da Spinoza e proseguito da Witter, Eichhorn e Astruc nel sec. XVIII. All'inizio del secolo XIX De Wette identificò la fonte deuteronomistica; gli studi di Graf e Vatke sulle fonti "J" ed "E" furono integrati con i precedenti da Julius Wellhausen, che giunse a dare una chiara impostazione alle fasi di formazione del Pentateuco. In definitiva esso è considerato la combinazione di parti provenienti da tradizioni diverse operate da uno o più Redattori finali, i quali aggiunsero qua e là dei versetti per raccordare e integrare le varie tradizioni (integrazioni o interpolazioni "R"). Per quanto riguarda il libro della Genesi, ed in particolare la storia di Abramo, noi ci troviamo di fronte a passi attribuibili a J, ad E e a P con qualche versetto di R. Fino a non molto tempo fa le traduzioni della Bibbia non riportavano le fonti cui erano attribuibili i vari passi, mentre "Elohim" veniva tradotto "Dio" e "Jhwh" "Signore" (perchè gli Ebrei, non potendo pronunciare il nome di Dio, dove è scritto Jhwh leggono "Adonai", che si è convenuto significasse "Signore", mentre secondo alcuni studiosi sarebbe una forma del nome del dio egiziano Aton). Evidentemente una traduzione siffatta non permetteva al lettore non esperto di capire che il nome "Jhwh" era stato usato in racconti riguardanti un'epoca in cui era ignoto. Adesso vi sono traduzioni che mantengono i nomi originali Elohim e Jhwh ed indicano passo passo in nota a quali tradizioni sono attribuiti i vari versetti ("Nuovissima versione della Bibbia", Ed. Paoline 1972), altre che rendono "Elohim" con "Dio" ma mantengono Jhwh e danno indicazioni generiche sulle varie fonti ("La Bibbia", Oscar Mondatori, 2000), ma nella maggior parte dei casi si usano ancora i termini "Dio" e "Signore". Il libro di R. E. Friedman "Chi ha scritto la Bibbia?" riporta in Appendice una utilissima tavola riassuntiva dei vari brani del Pentateuco con l'indicazione della fonte documentaria cui vengono attribuiti. In questo lavoro faremo riferimento a Friedman e a Testa (Versione, introduzione e note a Genesi, Ed. Paoline, 1981) per quanto riguarda le diverse fonti. Fonti citate: Barbaglia S. Introduzione a La Bibbia.Vol. 1. Oscar Mondadori, 2000. Friedman R. Chia ha scritto la Bibbia? Bollati Boringhieri, 1991.


lemond - 14/02/2009 alle 13:50

Storia degli antichi ebrei 3. Un quesito fondamentale. Fatta questa rapida premessa sul modo in cui sono stati raccolti e assemblati i testi della Genesi, possiamo tornare alla domanda principale: quale nome poteva esserci al posto di Jhwh nei racconti che hanno per protagonisti Abramo, Isacco e Giacobbe? La risposta è apparentemente facile: El Elyon, El Shaddai sono i nomi con cui "Jhwh" si presenta o è chiamato, e quindi si può concludere che il termine "Jhwh" abbia sostituito questi nomi nei discorsi indiretti riportati nei vari racconti e talvolta anche nei discorsi diretti (es. in Gen 15: 17, 18:14 e 19). Tuttavia El Elyon, El Shaddai, "Jhwh", nelle storie che stiamo esaminando presentano delle caratteristiche molto diverse dallo Jhwh con cui avrà a che fare Mosè. La studiosa giapponese Yukiko Ueno intrattenne una discussione epistolare sui contenuti della Bibbia con Mario Alighiero Manacorda nel 1987 - 88. Nella lettera scritta da Tokyo il 3.7.1988 ella espose su Jhwh le seguenti due osservazioni: "La prima riguarda il rapporto tra Dio e il patriarca, e il significato dei suoi comandi e delle sue promesse. Ebbene, El Shaddai (e non so se anche El Elijon) dava ad Abramo (e meno agli altri) ordini come da padrone a un servo, sia pure prediletto, e il servo doveva eseguirli personalmente:«Vattene dal tuo paese....», «Non scendere in Egitto....», «Alzati e va...», e agli ordini accompagnava le promesse: «Farò di te un grande popolo.. » ecc. Invece Jahvè dà a Mosè ordini come ad un proprio rappresentante presso un intero popolo: ordini non tanto da eseguire personalmente quanto da trasmettere e far eseguire ad altri, coi quali dovrà comportarsi come dio con lui, cioè come un sovrano potente e prepotente .... La seconda osservazione riguarda i modi delle teofanie. Il dio di Abramo, sia egli El Shaddai o Jahvè, gli appare in sogno o in visione senza nessun accenno alla coreografia, e per di più nell'aspetto di "un uomo" o magari di due o tre uomini. Invece con Mosè tutto cambia e abbondano le apparizioni sovrumane e meravigliose: il roveto ardente, che però non arde, il monte fumante e la discesa di una nube di fumo o di un fuoco compongono una coreografia che, se ho ben capito, è già una liturgia: cioè una religione trascendente, confessionale ecc...ecc.., adatta a costituire un potere teocratico nuovo e indipendente". In definitiva Yukiko Ueno giunse a distinguere tre diversi tipi di divinità in Genesi ed Esodo: "un dio cosmologico creduto vero" [la divinità del primo racconto, di fonte sacerdotale, della creazione, Gen 1:1 - 2:3]; "degli dei che sono dei possibili sovrani terreni" [El Elyon, El Shaddai, "Jhwh" dei racconti dei patriarchi]; "un dio che, creduto vero o inventato [da Mosè], è l'espressione della nascita di un potere terreno del tutto nuovo...." [lo Jhwh del libro dell'Esodo]. Possiamo aggiungere altre differenze tra lo Jhwh di Genesi e lo Jhwh di Esodo. Il primo ad esempio si fa vedere, parla con Abramo in diverse occasioni (Gen 12:1; 17:1; 18:1-32), con Sara (Gen 18:15), mangia alla mensa di Abramo (Gen 18:8), manda spesso dei messaggi per mezzo di angeli (Gen 16:7-12; a Sodoma, Gen 19:1-22); il secondo non si mostra nemmeno a Mosè, che lo può vedere soltanto di spalle, come è scritto in Es 33:20-23: "20)E Jhwh disse: «Non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere» 21) E Jhwh disse: «Ecco un luogo vicino a me: ti terrai sulla roccia. 22) Quando passerà la mia gloria, ti metterò nella fenditura della roccia; e ti coprirò con la mia mano fino a quando sarò passato. 23) Allora ritirerò la mia mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si vedrà»." Chi era dunque lo Jhwh che così spesso passava per la terra di Canaan durante la vita di Abramo, e che era così affabile e confidenziale, almeno nei confronti di Abramo (e non invece verso gli abitanti di Sodoma), diversamente dallo Jhwh di Mosè? Per trovare una risposta dobbiamo innanzitutto cercare di situare la vicenda di Abramo nello spazio e nel tempo. Fonte citata: Manacorda M. A. Lettura laica della Bibbia. Editori Riuniti, 1989.


herbie - 14/02/2009 alle 15:16

intervengo per dire che il Dio "affabile e confidenziale" di Abramo ad un certo punto gli chiede di immolare l'unico figlio Isacco, - la promessa vivente della "generazione numerosa come le stelle del cielo" - come sacrificio (cosa che non ha precedenti nella Bibbia dove non è contemplato il sacrificio umano, ma solo quello divino). Solo quando Abramo ha già alzato la mano contro il figlio sarà fermato. Il fatto è che il Dio della Bibbia ha "vie che non sono le nostre vie" si esprime nel "soffio di un vento leggero" e questo lo rende spesso incomprensibile, a volte razionalmente inaccettabile, spesso indica vie che di primo acchito sembrano l'antitesi di ciò che sembra buono giusto ed equo. Sarà forse che il più delle volte ciò che appare buono giusto ed equo in realtà non lo è?


lemond - 19/02/2009 alle 15:44

[quote][i]Originariamente inviato da herbie [/i] intervengo per dire che il Dio "affabile e confidenziale" di Abramo ad un certo punto gli chiede di immolare l'unico figlio Isacco, - la promessa vivente della "generazione numerosa come le stelle del cielo" - come sacrificio (cosa che non ha precedenti nella Bibbia dove non è contemplato il sacrificio umano, ma solo quello divino). Solo quando Abramo ha già alzato la mano contro il figlio sarà fermato. Il fatto è che il Dio della Bibbia ha "vie che non sono le nostre vie" si esprime nel "soffio di un vento leggero" e questo lo rende spesso incomprensibile, a volte razionalmente inaccettabile, spesso indica vie che di primo acchito sembrano l'antitesi di ciò che sembra buono giusto ed equo. Sarà forse che il più delle volte ciò che appare buono giusto ed equo in realtà non lo è? [/quote] Oppure sarà che la morale, coincidente con la forza, che poteva andar bene per chi ha scritto quel libro (ricavato da un insieme di leggende di vari popoli con cui gli ebrei sono entrati in contatto, per lo più in modo violento), ad un lettore moderno non suona più così bene? :Od:


herbie - 19/02/2009 alle 17:04

la mia era solo una domanda, può darsi che sia come dici tu. Però è vero anche che il buono il giusto il vero non appaiono di certo alla prima considerazione delle cose, e spesso nemmeno dopo lunghe indagini. Volevo solo mettere un pochino in discussione l'immagine della divinità "dialogante" con Abramo contrapposta a quella "imperante" di Mosè, data nel precedente intervento. Se proprio bisogna assegnare questi aggettivi ad uno dei due direi che sarebbe più azzeccato dire il contrario. Piuttosto c'è un carattere che accomuna il Dio della Torah, quello di uno che chiede di sperare ben oltre l'umana soglia della speranza, anche quando non ce ne sarebbe più ragione. Gli episodi in tal senso senso sono molteplici in tutta la Bibbia. Questo semmai è, esistenzialmente parlando, piuttosto difficile da digerire, perchè richiede un'azione, uno sforzo anche quando non si vede una speranza concreta di successo. E' vero altresì che anche la Bibbia, ben al di là del problema (per me tutto sommato trascurabile, vista la distanza temporale e la difficoltà di reperimento di prove inconfutabili) della storicità del testo, rimane un testo che si prefigge di sondare le profondità del cuore umano, tentando anche di farne scaturire un'etica. Naturalmente è lasciato al giudizio di ciascuno valutarne il valore, su un tale delicatissimo argomento direi che non si può dare nulla per scontato.


lemond - 20/02/2009 alle 07:37

[quote][i]Originariamente inviato da herbie [/i] E' vero altresì che anche la Bibbia, ben al di là del problema (per me tutto sommato trascurabile, vista la distanza temporale e la difficoltà di reperimento di prove inconfutabili) ... [/quote] Le ricerche archeologiche sembrano dimostrare che non c'è mai stata una presenza numerosa di antichi ebrei in Egitto, come, invece, è esistita a Babilonia. Ergo si può dire "iuris tantum" che si hanno prove della famosa "cattività babilonese", mentre è da escludere (sempre iuris tantum) come reale tutto quanto è scritto nell'Esodo.


herbie - 20/02/2009 alle 11:23

infatti io parlavo di "prove inconfutabili", sappiamo che la scienza, a differenza della fede, non può prescinderne per affermare la verità di una cosa. A me non piacciono molto, (proprio per il fatto che indagare a fondo sulla Bibbia come se si trattasse di un libro di storia non coglie il cuore del problema, che è eminentemente esistenziale), ma se vai a leggerti i libri degli storici cosiddetti "apologeti" (cioè che vanno a cercare gli argomenti in difesa della storicità e veridicità dei testi sacri) di argomenti e prove archeologiche e filologiche ne trovano anche loro a iosa. Non voglio dire che non sia un fatto culturalmente utile e bello che si vada ad indagare approfonditamente riguardo alle vicende narrate nella Bibbia, tuttavia mi pare più importante non perdere di vista il fatto che si tratti pur sempre di un testo che vuole (o pretende, a seconda di ciò in cui si crede) parlare di ben "altro" che delle reali vicende di un popolo numericamente assai esiguo rispetto alla grande moltitudune di persone che vive e continua a soffrire sulla Terra.


lemond - 20/02/2009 alle 15:52

[quote][i]Originariamente inviato da herbie [/i] ma se vai a leggerti i libri degli storici cosiddetti "apologeti" (cioè che vanno a cercare gli argomenti in difesa della storicità e veridicità dei testi sacri) di argomenti e prove archeologiche e filologiche ne trovano anche loro a iosa. Non voglio dire che non sia un fatto culturalmente utile e bello che si vada ad indagare approfonditamente riguardo alle vicende narrate nella Bibbia, tuttavia mi pare più importante non perdere di vista il fatto che si tratti pur sempre di un testo che vuole (o pretende, a seconda di ciò in cui si crede) parlare di ben "altro" che delle reali vicende di un popolo numericamente assai esiguo rispetto alla grande moltitudune di persone che vive e continua a soffrire sulla Terra. [/quote] Non credo che gli apologeti meritino il nome di storici (allo stesso modo dei negazionisti) così come non si possono considerare scienziati ad es. coloro che pensano che la vita umana coincida con la vita "tout court" o che scambiano un corpo per una persona :OIO Confronta http://www.radioradicale.it/scheda/272838/verita-e-menzogne-su-eutanasia-coscioni-welby-englaro-sotto-il-dominio-violento-e-antidemocratico-della-partitocrazia Per quanto riguarda gli scopi, penso proprio che gli antichi ebrei abbiano prodotto i principi teologici della Bibbia col fine primario (se non unico) di offrire una base adatta a creare e consolidare l'identità etnico-religiosa di quell'insieme di tribù che si era voluto far diventare popolo. Ma se tu hai altri pensieri, sarò ben felice di discuterne. :cincin:


elisamorbidona - 20/02/2009 alle 18:41

Intervengo nella discussione conoscendo bene il pensiero dell'utente herbie, che è molto vicino al mio, anzi mi chiede lui stesso di partecipare alla discussione. Sono stati citati gli "apologeti" giusto per fare l'esempio opposto, per dire che quando gli avvenimenti risalgono così lontano negli anni e la verità storica rimane così difficile da provare in maniera scientifica è molto facile fare ricostruzioni storiche adattando le cose a ciò che si vuole dire. Facciamo fatica a capire bene come e perchè si sono svolti gli avvenimenti di pochi anni fa, che dire con certezza quale fosse il reale intento degli autori dei testi sacri è perlomeno azzardato. Poi è giustissimo dire la propria anche sulla base di alcuni riscontri archeologici e filologici.... La mia idea è che questo lunghissimo testo che nell'intenzione degli autori stessi, chiunque fossero, doveva essere un testo meta-storico, nell'intento di narrare dei fatti come fenomeni dell'orizzonte della fede, vada valutato in base a ciò che dice riguardo all'esistenza della persona, alle sue sofferenze, al suo cuore. Tutto l'Esodo parla della liberazione dalla schiavitù, ma è un modo, figurato, di parlare delle catene di ogni genere che tengono l'uomo fisicamente e spiritualmente imprigionato. Sinceramente mi interessa poco capire cosa fossero in realtà le piaghe d'Egitto e quanto ci sia di reale nei dialoghi di Moseè con il faraone. Che poi la via indicata dall'Antico Testamento (il deserto, la fede in un Dio dalle vie imperscrutabili, lo spogliarsi di ogni specie di "idolo", un'etica molto precisa ed esigente) possa apparire disumana o illogica o psicologicamente deviante non c'è dubbio che si possa liberamente pensare. Però è in questa ottica esistenziale-spirituale che questo testo va interrogato fin nei più minuti particolari. E riguardo a ciò già ce ne sono di intricatissimi e profondissimi problemi...

 

[Modificato il 20/02/2009 alle 18:45 by elisamorbidona]


lemond - 21/02/2009 alle 13:05

Storia degli antichi ebrei 4. Abramo nello spazio e nel tempo. 4. a. Per quanto riguarda lo spazio: La Genesi (11:27-31) lascia intendere che Abramo nacque (o comunque visse per la prima parte della sua vita) in "Ur dei Caldei" (Ur-Kasdim). Tale località e stata tradizionalmente identificata con la città di Ur della bassa Mesopotamia fondata e abitata dai Sumeri e distrutta, e mai più abitata, verso la fine del III millennio a.C. I Caldei dominarono la bassa Mesopotamia (Babilonia) nel I millennio a.C., ovvero nell'VIII secolo e dal 626 al 539 a.C., e non abitarono mai la suddetta città di Ur, da tempo ricoperta da sabbia e detriti. Identificare quindi "Ur dei Caldei" con "Ur dei Sumeri" o è un anacronismo del redattore biblico, come ritengono i commentatori della Genesi che giudicano corretta l'identificazione, o è un errore commesso dai primi studiosi che l'hanno proposto e non corretto dagli altri, anche se ci sono state voci discordanti. Tra i primi a dubitare della correttezza di tale identificazione ricordiamo Eissfeldt e Franken (trad. it. 1976; ristampa 1988, p. 855): "i Settanta traducono Ur-Kasdim come "Terra dei Caldei" e non è certo che l'accettata identificazione di Ur-Kasdim con la sudbabilonese El-Muqayyar [cioè Ur dei Sumeri] sia in realtà corretta, per cui dobbiamo forse cercare Ur-Kasdim nell'area intorno a Harran" [cioè nell'alta Mesopotamia]. Nel 1988 F. Barbiero, dopo aver analizzato e confrontato il testo biblico con altre fonti, giunse alla conclusione che "l'Ur del Caldei" da cui era partito Abramo era l'Urartu meridionale. Tra le indicazioni citate a favore della sua proposta abbiamo: 1. Giosuè, ricordando la terra di origine di Abramo (Gios 24:2) disse che essa era situata "al di là" del fiume (Eufrate), mentre Ur dei Sumeri, vista dalla Palestina, (cioè dal luogo in cui parlava Giosuè), si trovava, e si era sempre trovata, "al di qua" dell'Eufrate. 2. Quando Abramo mandò il suo amministratore a cercare moglie per l'erede Isacco gli disse: «Vai al mio paese ... » e quello andò nell'Aram Naharaym, alla città di Nahor (Gen 24:4-10). Anche se la città di Nahor non è stata identificata essa era vicina ad Harran (nell'alta Mesopotamia, quindi; "Naharaym " significa "terra dei fiumi" e "Nahor" "città del fiume"). 3. Senofonte. nel 400 a.C., riporta nell'Anabasi (IV: 3,4; V:5, 17; VII: 8,25) che durante la loro ritirata i diecimila greci si scontrarono, nell'Urartu meridionale, con una popolazione chiamata "Caldea". Anche Manacorda (1989), indipendentemente da Barbiero, ha notato più volte che la zona da cui si faceva originare Abramo doveva essere nei pressi di Harran. Nel novembre del 1995 è stata comunicata una notizia che ha confermato quanto sostenuto da F. Barbiero, anche al di là delle migliori previsioni: gli archeologi Giorgio Buccellati e Marilyn Kelly dell'Università della California a Los Angeles, hanno annunciato di avere trovato nella Siria settentrionale, quasi al confine con la Turchia, (ovvero nell'Urartu Meridionale), i resti di Ur Kish capitale prima hurrita e poi Mitanni (Valenziano 1995). Dove Barbiero aveva pensato ci fosse stato solo un territorio è stata trovata una città il cui nome richiama molto da vicino Ur- Kasdim. Nel 1999, commentando il progettato viaggio del Papa Giovanni Paolo II in Iraq, con sosta alle rovine di Ur dei Sumeri e visita alla "casa di Abramo", l'assirologo italiano G. Pettinato fece presente che la meta era sbagliata, in quanto era ormai certo dal punto di vista archeologico che Abramo non aveva avuto niente a che fare con Ur dei Sumeri e che la sua terra di origine andava cercata da un'altra parte: "Negli archivi di Ebla sono menzionate diverse città con il nome di Ur e nel regno di Kharran [altra grafia per Harran] (dove Abramo stava con suo padre prima di recarsi nella terra di Canaan) esiste proprio una località chiamata Ur, che fa parte di questo regno". (La Repubblica del 31/7/1999, p. 27). Infine, nel 2000, una traduzione cattolica della Genesi (a cura di Borgonovo) riporta, seppur in forma dubitativa, in una cartina, una posizione della città di Ur dei Caldei nella Turchia meridionale (anche se stranamente è posta a meridione di Harran anziché a settentrione, come vorrebbero la logica e le nuove scoperte).


lemond - 21/02/2009 alle 14:05

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] Intervengo nella discussione conoscendo bene il pensiero dell'utente herbie, che è molto vicino al mio, anzi mi chiede lui stesso di partecipare alla discussione. Sono stati citati gli "apologeti" giusto per fare l'esempio opposto, per dire che quando gli avvenimenti risalgono così lontano negli anni e la verità storica rimane così difficile da provare in maniera scientifica è molto facile fare ricostruzioni storiche adattando le cose a ciò che si vuole dire. Facciamo fatica a capire bene come e perchè si sono svolti gli avvenimenti di pochi anni fa, che dire con certezza quale fosse il reale intento degli autori dei testi sacri è perlomeno azzardato. Poi è giustissimo dire la propria anche sulla base di alcuni riscontri archeologici e filologici.... [quote][i] Giusto, ma secondo me, non si può sostenere che quando non si è certi di una cosa, tutte le ipotesi sono equivalenti, perché altrimenti non si può mai discutere su niente. Pertanto fra chi sostiene che il Mar Rosso si è aperto per far passare gli israeliti, richiudendosi poi sugli egizi, e chi invece argomenta che non c'è mai stata una moltitudine di antichi ebrei in Egitto credo si possa scegliere. [/quote] La mia idea è che questo lunghissimo testo che nell'intenzione degli autori stessi, chiunque fossero, doveva essere un testo meta-storico, nell'intento di narrare dei fatti come fenomeni dell'orizzonte della fede, vada valutato in base a ciò che dice riguardo all'esistenza della persona, alle sue sofferenze, al suo cuore. Tutto l'Esodo parla della liberazione dalla schiavitù, ma è un modo, figurato, di parlare delle catene di ogni genere che tengono l'uomo fisicamente e spiritualmente imprigionato. Sinceramente mi interessa poco capire cosa fossero in realtà le piaghe d'Egitto e quanto ci sia di reale nei dialoghi di Moseè con il faraone. Che poi la via indicata dall'Antico Testamento (il deserto, la fede in un Dio dalle vie imperscrutabili, lo spogliarsi di ogni specie di "idolo", un'etica molto precisa ed esigente) possa apparire disumana o illogica o psicologicamente deviante non c'è dubbio che si possa liberamente pensare. Però è in questa ottica esistenziale-spirituale che questo testo va interrogato fin nei più minuti particolari. E riguardo a ciò già ce ne sono di intricatissimi e profondissimi problemi... [/quote] A me la tua interpretazione "alta" di questo libro convice poco, per quel che ne so rispecchia fedelmente la mentalità "bassa" del pensare di allora e la volontà di costruire una ideologia, basata sulla fede che rappresenta il modo migliore per "incatenare" il popolo. Rammento che anni or sono ho smesso di leggerlo, quando vidi che c'era scritto: "Se una donna partorisce un maschio è immonda per, mi pare, una settimana, se invece fa nascere una femmina, lo è per tre!:Od::OIO:Od:


elisamorbidona - 21/02/2009 alle 19:18

beh se proprio dobbiamo dirla tutta c'era anche un rituale di purificazione ben preciso per tutta una serie di cose che oggi riterremmo pura superstizione. E naturalmente alla donna era riconosciuta una posizione sociale nettamente subordinata e spesso di semi-schiavitù. Naturalmente, nelle civiltà antiche medievali e moderne (ma in una certa misura anche oggi) la donna aveva quella considerazione sociale. Certo se la Bibbia fosse stata scritta da una civiltà extraterrestre si potrebbe pensare di trovarvi un qualcosa di diverso rispetto ai costumi sociali dell'epoca. Non mi pare un buon motivo per smettere di leggere il libro dell'Esodo. Allora bisognerebbe smettere di leggere quell'arretrato credulone di un Galileo perchè non conosceva la relatività? Che il Pentateuco non sia tout-court un libro di storia però non me lo sono inventato io...i libri più propriamente "storici" della Bibbia, sono quelli che raccontano le vicende posteriori a quelle dei patriarchi, ma anche là l'intento primario dell'autore non è quello descrittivo.

 

[Modificato il 21/02/2009 alle 19:26 by elisamorbidona]


lemond - 21/02/2009 alle 19:51

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] beh se proprio dobbiamo dirla tutta c'era anche un rituale di purificazione ben preciso per tutta una serie di cose che oggi riterremmo pura superstizione. E naturalmente alla donna era riconosciuta una posizione sociale nettamente subordinata e spesso di semi-schiavitù. Naturalmente, nelle civiltà antiche medievali e moderne (ma in una certa misura anche oggi) la donna aveva quella considerazione sociale. Certo se la Bibbia fosse stata scritta da una civiltà extraterrestre si potrebbe pensare di trovarvi un qualcosa di diverso rispetto ai costumi sociali dell'epoca. Non mi pare un buon motivo per smettere di leggere il libro dell'Esodo. [/quote] Per quel motivo, ho smesso di leggere la Bibbia "tout court" e codesto "libro per antonomasia" mi pare sia stato proprio scritto dagli extraterrestri (almeno secondo gli interpreti "ortodossi"):Od: P.S. Secondo te e Herbie la bibbia a cosa è servita? Io, al di là di guerre, discriminazioni, razzismo etc. non riesco vedere niente, ma sei occhi ... :cincin:


elisamorbidona - 21/02/2009 alle 20:20

oggi al fianco delle popolazioni oppresse e sterminate dalle guerre nel terzo mondo non ci trovo i proprietari delle multinazionali del lusso... Riprendiamo l'esempio della Rivoluzione francese. Se centinaia di persone anche del tutto innocenti (come, tra molti altri, anche interi conventi di suore) sono finiti sulla ghigliottina durante il terrore, significa che bisogna rigettare come sanguinario e reazionario il secolo dei lumi e i suoi moderati e illuminati padri? Evidentemente le situazioni, i giochi di potere, l'ambizione dei singoli personaggi hanno piegato l'idea alle proprie passioni, o forse è meglio dire che precisi interessi sono intervenuti sfruttando e distorcendo l'idea. Così anche la religione (ogni religione) è stata piegata, violentata nel corso dei secoli dall'ambizione dell'uomo e dalla sua sete di potere. La Bibbia (come anche i testi sacri e no di tutte le religioni) contiene pagine che possono ridare vita a qualunque cuore spento, disperato e incapace di amare. Utilissime. Ma se ci si indispettisce del fatto che non siano contemplati i principi della democrazia in uno scritto risalente a molti secoli prima di Cristo di una civiltà non greca ma semitica....è come disprezzare le trenette al pesto perchè non sanno di cioccolato!


lemond - 22/02/2009 alle 12:32

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] oggi al fianco delle popolazioni oppresse e sterminate dalle guerre nel terzo mondo non ci trovo i proprietari delle multinazionali del lusso... Riprendiamo l'esempio della Rivoluzione francese. Se centinaia di persone anche del tutto innocenti (come, tra molti altri, anche interi conventi di suore) sono finiti sulla ghigliottina durante il terrore, significa che bisogna rigettare come sanguinario e reazionario il secolo dei lumi e i suoi moderati e illuminati padri? Evidentemente le situazioni, i giochi di potere, l'ambizione dei singoli personaggi hanno piegato l'idea alle proprie passioni, o forse è meglio dire che precisi interessi sono intervenuti sfruttando e distorcendo l'idea. Così anche la religione (ogni religione) è stata piegata, violentata nel corso dei secoli dall'ambizione dell'uomo e dalla sua sete di potere. La Bibbia (come anche i testi sacri e no di tutte le religioni) contiene pagine che possono ridare vita a qualunque cuore spento, disperato e incapace di amare. Utilissime. Ma se ci si indispettisce del fatto che non siano contemplati i principi della democrazia in uno scritto risalente a molti secoli prima di Cristo di una civiltà non greca ma semitica....è come disprezzare le trenette al pesto perchè non sanno di cioccolato! [/quote] L'illuminismo non è la rivoluzione francese e meno che mai il regime del terrore, quindi uno può benessimo accettare l'uno e rigettare l'altro/a, così come Marx non è Stalin. Quindi ti invito di nuovo a non fare, direbbe il preside de "La scuola" (visto che sei un'insegnante) "poesia" ;), bensì ad esemplificare casi in cui le religioni monoteiste hanno contribuito al miglioramento della società? Bella e poetica, [si parlava di essa appunto ;)] l'espressione "ridare la vita a qualunque cuore spento", ma, scusa la domada di un vecchio laicista, che vuol dire? :cincin:


lemond - 22/02/2009 alle 12:36

I Gesù della storia, il Gesù della fede di Franco Cardini - Fonte: francocardini [scheda fonte]http://notizielibere.myblog.it/archive/2009/02/21/i-gesu-della-storia-il-gesu-della-fede.html Mi è pervenuta una lettera aperta a firma Andrea Carancini a proposito della personalità storica di Gesù; in seguito ad essa, ho avuto molti messaggi con richieste di chiarimento. Sono di solito persona educata e disponibile, quando non perdo la pazienza: e la perdo di rado, perchè il mio mestiere è l’insegnante. Prego solo i miei interlocutori di capire che la mia giornata è di 24 ore come quella di tutti, che la passo lavorandone circa 16-18 e non posso fare di più: anche perchè debbo pensare alla mia professione oltre che a vari argomenti su cui sono sollecitato, che vanno dalla Englaro a Israele. Grazie a tutti per la fiducia, ma forse qualcuno mi sopravvaluta. Quanto ai rilievi mossimi a proposito di Gesù, è inutile che io cerchi qui di approfondire una materia su cui esistono biblioteche intere: se scrivessi un trattato di 500 pagine, e non saprei nemmeno farlo, sarei comunque non esauriente. Tanto vale che riassuma in pochi punti quel che con molta modestia e umiltà penso: 1. Cerchiamo di non confondere il Gesù persona storica con il Gesù dell’ortodossia cattolica, cioè con quello della fede. Si tratta di due cose che ovviamente sono strettamente connesse tra loro e non vanno separate: ma distinte, sì. 2. Il Gesù storico lo conosciamo dalle fonti. Tra esse, quelle attendibili sotto il profilo della ricerca storica sono poche e per la stragrande maggioranza interne al mondo dei cristiani, cioè di quelli che, dal I sec. a.C., hanno creduto che Egli fosse il Messia atteso dal popolo ebraico e che, da quando la formula teologica imposta da Paolo di Tarso ha trionfato, lo hanno ritenuto non solo “Il Messia, Figlio del Dio vivente”, ma Dio Egli stesso, morto e risorto (il Messia atteso dagli ebrei non doveva essere né Dio, né vincere la morte). Quindi il cristianesimo scaturisce senza dubbio dall’ebraismo e ne mantiene le radici, ma diviene presto altra cosa. 3. Che la personalità di Gesu sia autenticamente storica, non è comprovato da sufficienti fonti. Voglio dire che, tradizione scritturale neotestamentaria a parte (sul cui valore storico è aperta una polemica vertiginosa), né Giuseppe Flavio, né Tacito, né Traiano ci forniscono prove storiche sufficienti a ritenere storica la figura di Gesù come riteniamo per esempio storica la figura di Giulio Cesare, sulla quale esiste una quantità di “prove incrociate” di tipo documentario (annali, ma anche documenti legittimamente ritenuti autentici di tipo epigrafico, archeologico, iconico ecc.). 4. Quel che come cristiani sappiamo su Gesù, lo sappiamo fondamentalmente per fede. Era chiarissimo ai Padri di Nicea, quando nel 325 essi hanno steso il loro “Simbolo”, il manifesto dell’ortodossia che è stato poi precisato nei successivi grandi concili, soprattutto quelli di Calcedonia e di Efeso. Si tratta di quanto noi cristianucci ripetiamo nel “Credo”: se vi fossero evidenze storiche, non avremmo bisogno di quel documento. Ma la fede no ha bisogno di essere comprovata dalla storia: né la storia serve a confutare la fede. 5. Gli ebrei che parlano del Gesù storico, partono dalle Scritture neotestamentarie, né altrimenti potrebbero essere; e le sottopongono ovviamente a critica sia antropologico-religiosa sia filologico-storica, com’è loro diritto. Questo è vero sia per quelli che in fondo continuano a considerare l’Appeso figlio di un legionario romano e di una prostituta, sia per gli “Ebrei per Gesù” che lo trattano con rispetto e affetto come uno di loro: e hanno ragione di farlo, alla luce della lettura storica che essi fanno dei Vangeli da cui emerge la figura di un Maestro della legge che si è posto in modo originale in discussione all’interno della polemica tra farisei e sadducei, cioè alla polemica sul valore o meno delle Scrittura veterotestamentarie profetiche. Come si comportino gli “Ebrei per Gesù” dinanzi alla risposta che Egli dà al Gran Sacerdote e che lo induce a strapparsi le vesti, bisogna chiederlo a loro. 6. Dire che “Gesu era cristiano” non vuol dire nulla. Cristiano è chi crede nel Cristo, cioè chi ritiene che Gesù di Nazareth fosse il Messia: ma qui la cristologia come parte della teologia non si esaurisce: è da qui che comincia. 7. I Vangeli dicono che per “gli ebrei” Gesu era “reo di morte” in quanto bestemmiatore. La Sua risposta alla domanda del Gran Sacerdote non poteva, per orecchie ebraich , che essere una bestemmia. Ma quelli che davvero ce l’avevano con Gesù erano i sacerdoti e i membri del sinedrio, sadducei, nemici della fede nelle profezie; e che c’erano all’ultimo momento, forse, con loro, anche gli altri, delusi perchè Gesu non aveva accettato la corona che gli avevano offerto dimostrando così secondo loro di non essere il vero Messia. Ma è al conflitto tra farisei e sadducei che bisogna guardare. Storicamente, è ovvio. La fede è un’altra cosa. 8. Mi si chiede se secondo me il Gesù storico è risorto oppure no. Singolare questione. Come cattolico, credo che sia risorto: cio è, appunto, articolo di fede. Come cattolico, credo anche che Dio possa operare miracoli, e risorgere e far risorgere è miracolo, vale a dire temporanea sospensione delle leggi naturali cui Dio di solito si sottopone (Potenza ordinata) pur avendo il potere di derogarne in quanto ne è Creatore e Signore (Potenza assoluta). Parlando da storico con altri storici non miei correligionari, posso solo premettere che la mia fede dice questo, ricordare che la fede non è suscettibile di dimostrazione razionale e tenere presente che i cristiani credono sia risorto e che tale fede è argomento testimoniabile, ma non razionalmente utilizzabile nel dialogo con chi tale fede non condivide: sono le regole del gioco. Dopo di che, se dobbiamo discutere delle evidenza storiche che riguardano tutto ciò, facciamolo pure tenendo presenti che esse non sono risolutive. Se lo fossero, non ci sarebbe bisogno della fede. 9. La 31 del Lamentabili non mi riguarda, perchè io non mi sogno nemmeno di contestare le risoluzioni conciliari nicena, efesina e calcedoniense in materia di fede appellandomi alla ragione storica. Storicamente, è Paolo di Tarso e i Padri conciliari che ci hanno spiegato come intendere gli insegnamenti di Gesù: che, dai testi evangelici canonici, non sono affatto così evidenti, chiari e lampanti come risulta dall’esegesi posteriori. La Chiesa lo sa bene: difatti respinge il Libero Esame delle Scritture ed esige che si usino testi annotati. Se nei vangeli ci fosse scritto tutto e in chiaro, non ce ne sarebbe bisogno. 10. Conosco qualcosa della critica biblistica ed evangelistica anche più recente: e non mi persuadono, come storico, le affermazioni di quanti si dicono sicuri che i testi evangelici siano assolutamente e totalmente attendibili dal punto di vista storico. M’inchino sempre naturalmente a chi ne sa più di me: ma, siccome la questione è controversia, mantengo le mie riserve. Una soprattutto, da credente: se quella è tutta storia, allora la fede non serve. Basta la conoscenza. Questa si chiama gnosi. Io non sono uno gnostico. Sono appunto un credente. E’ grave? 11. Attilio Mordini, mio venerato Maestro, mi ha appunto insegnato che nelle Scritture vi sono molti misteri, che solo la Chiesa è abilitata a sciogliere (quelli non destinati a restar Mistero per sempre, sino alla Fine dei Tempi). Egli mi ha altresì insegnato che la Scrittura per il cattolico non basta; è necessaria altresì la tradizione, che parte dall’insegnamento dei padri, quindi dal Magistero della Chiesa. Un altro mio Maestro, che amo un po’ meno di Mordini, Delio Cantimori, mi ha insegnato (perfezionando una cosa che mi avevano già spiegato al liceo), che la tesi secondo la quale il credente può arrivare da solo alla verità attraverso il personale libero esame della Scrittura è quella del dottor Lutero. Sostenere la totale attendibilità storica dei Vangeli equivale a sostenerne l’autonoma e intrinseca conoscibilità, senza l’aiuto della fede e del magistero della Chiesa. Io non posso giungere a tali conclusioni. Chi ne sa più di me, lo faccia. Sarà così facendo fuori dell’ortodossia cattolica: ma, dato che è detentore di un tale bagaglio di conoscenze, che se ne fa dell’ortodossia? Credo sia il caso di alcuni miei interlocutori. 12. Attenzione a giudicare dell’ortodossia altrui. Gli inquisitori lo facevano: ma erano in genere buoni teologi e uomini pii. Chi mi chiede continuamente se sono ortodosso ecc., col piglio del giudice inquisitoriale, ha in misura sufficiente entrambe quelle qualità? Se lo chieda; se non ce l’ha, perchè abusa del mio tempo?


elisamorbidona - 22/02/2009 alle 18:00

beh "ridare vita da un cuore spento" vuol dire che quando le preoccupazioni, le sofferenze, le disgrazie tolgono la forza e la speranza se si trova in una persona, o in uno scritto o in una situazione quel senso di comprensione e magari una idea su cosa fare per tirare avanti giorno per giorno, questo da alla persona l'impressione di rivivere un pochino trovando consolazione e forse anche una via per migliorare la propria situazione. Mi preoccupa un pò che ci sia bisogno si "spiegare" una affermazione simile, probabilmente la tua domanda era un tantino ironica. Anche oggi, come sempre, l'uomo è scosso dalle vicende più serie che lo coinvolgono, in cui si decide realmente della sua vita. Se vengono a mancare le parole per raccontare le vicende del cuore, quello che si sperimenta dentro, la solitudine diventa una tenaglia di acciaio anche nel mezzo di una festa di piazza. Sulla vicenda illuminismo-rivoluzione: egalitè-libertè-fraternitè erano pur sempre il motto della rivoluzione e il terrore è stato imposto dagli stessi uomini che usavano quelle parole di pace. Non era per dire che l'illuminismo ha prodotto la violenza, ma per dire che quando gli uomini vogliono possono fare dell'idea più giusta e bella un pretesto per l'assassinio e la guerra. Nemmeno il tribunale dell'inquisizione si deduce dal Vangelo, tuttavia in quella situazione storica colma di violenza e fanatismo furono persi di vista alcuni principi evangelici. Come non si può rigettare l'illuminismo a causa del terrore, così è ingiusto identificare il cristianesimo con l'inquisizione, o l'islamismo con il terrorismo.


lemond - 23/02/2009 alle 10:35

Originariamente inviato da elisamorbidona beh "ridare vita da un cuore spento" vuol dire che quando le preoccupazioni, le sofferenze, le disgrazie tolgono la forza e la speranza se si trova in una persona, o in uno scritto o in una situazione quel senso di comprensione e magari una idea su cosa fare per tirare avanti giorno per giorno, questo da alla persona l'impressione di rivivere un pochino trovando consolazione e forse anche una via per migliorare la propria situazione. Mi preoccupa un pò che ci sia bisogno si "spiegare" una affermazione simile, probabilmente la tua domanda era un tantino ironica. Lemond Appena un po', cara Elisa ed in questo (appena) non c'è ironia, ma solo stupore, perché non c'è bisogno di nessuna religione per quanto dici tu. L'uomo è un primate e per questo socializza, non è come i felini che devono stare quasi sempre da soli; è quindi naturale che ci sia il senso del gruppo. L'ideologia, di qualunque tipo sia, spinge invece verso la divaricazione, il predominio in nome di ... in una frase, citando Plauto, "homo homini lupus" Elisa Sulla vicenda illuminismo-rivoluzione: egalitè-libertè-fraternitè erano pur sempre il motto della rivoluzione e il terrore è stato imposto dagli stessi uomini che usavano quelle parole di pace. Non era per dire che l'illuminismo ha prodotto la violenza, ma per dire che quando gli uomini vogliono possono fare dell'idea più giusta e bella un pretesto per l'assassinio e la guerra. Lemond Non posso che ripetere che l'illuminismo era solo speculazione filosofica che ha lasciato il suo immenso dono all'umanità, non certo ai movimenti politici sedicenti rivoluzionari, che in realtà erano solo tentativi riusciti di colpo di Stato (come quello del 1917 che abbattè il governo Keremsky in Russia) ammantati di parole, parole, parole per ... Non conosco una sola rivoluzione politica fatta veramente dal popolo e non da una "élite" che si dice autorizzata a conoscere quello che "tutti" vogliono. L'umanità non può certo sperare di migliorare con la violenza, il solo modo, secondo me, è cercare di ragionare (illuminismo) con gli altri, senza distinzione di sesso, razza, religione e quant'altro, in modo che ci si possa avvicinare con gradualità ad una massima di Hegel: "Ciò che è razionale è reale" :cincin: Elisa Nemmeno il tribunale dell'inquisizione si deduce dal Vangelo, tuttavia in quella situazione storica colma di violenza e fanatismo furono persi di vista alcuni principi evangelici. Come non si può rigettare l'illuminismo a causa del terrore, così è ingiusto identificare il cristianesimo con l'inquisizione, o l'islamismo con il terrorismo. Lemond Il "sillogismo" non vale, perché, come ho ripetuto sopra, l'illuminismo non è *la rivoluzione*, mentre la violenza si trova nella Bibbia e nel Corano ad opera quindi dell'extraterrestre che, dicono, l'abbia scritto o dettato. Alcuni esempi: Sodoma e Gomorra, le mura di Gerico, la guerra santa, l'uccisione per maleducazione del fratello di Aronne, il sacrificio di Isacco, la cacciata dei mercanti dal tempio ... (potrei continuare "ad iosa"). Che poi il senso religioso di molti fedeli dell'una o dell'altra religione sia tutt'altra cosa ed alberghino in loro sentimenti di grande nobiltà non lo metto in dubbio. Uno per tutti, in campo cattolico, don Franzoni che era alla manifestazione organizzata da Micromega a favore di un vero Testamento biologico e contro la tortura di Stato e che ad es. sostiene da tempo che la vita è un "dono di Dio" e quindi quando il soggetto decide di non volerlo più, basta che dica: " Ti ringrazio oh signore, ma ora ho deciso di restituirtelo" :Od:


lemond - 25/02/2009 alle 10:55

Storia degli antichi ebrei 4. Abramo nello spazio e nel tempo. 4. b. Il tempo. Per calcolare l'epoca in cui vissero Abramo e i suoi successori gli studiosi hanno seguito tre metodi di calcolo che portano a cronologie lunghe, medie e corte. La cronologia lunga si ottiene in base ai numeri forniti dalla Genesi e dagli altri libri della Bibbia: sommando tali numeri la nascita di Abramo viene fissata intorno al 2018 a.C. e la sua entrata in Canaan al 1943. I Testimoni di Geova e i Fondamentalisti sono molto bravi in questo genere di calcoli e sanno integrare i dati mancanti in modo da ottenere risultati "sicuri". L'inconveniente di questo tipo di cronologia è che bisogna ammettere che Abramo Isacco e Giacobbe vissero rispettivamente 175, 180 e 147 anni, e che per i 400 anni trascorsi in Egitto si ebbero solo 3 o 4 generazioni per ciascuno dei capostipiti delle tribù israelitiche: strano che gli egiziani non siano rimasti stupiti, e non abbiamo scritto, di questi uomini straordinari che iniziavano a far figli a 130 (o a 100) anni suonati! La cronologia media si basa sulla versione dei Settanta. Secondo Testa (1981, p. 161) "Partendo dalla fondazione del Tempio, avvenuta nel 960 circa, ammette l'Esodo 480 prima ( I Re 6: 1) più o meno nel 1420. Dato che gli Ebrei restarono in Egitto solo 215 anni (Es 12: 40) ne consegue che essi entrarono in Egitto nel 1665, quando Giacobbe aveva 130 anni, e siccome anche nel Canaan vi stettero altri 215 anni, vi entrarono nel 1870". Con tale cronologia si ha qualche lieve miglioramento dal punto di vista della razionalità: gli Ebrei in Egitto cominciavano a far figli a circa 70 anni (cioè più giovani quasi del 50 % rispetto alla età loro attribuita dalla Bibbia) anche se a Giacobbe nessuno riduce i suoi 147 anni di vita. La cronologia corta si basa sulle genealogie. Nei vari libri biblici ne sono riportate diverse: importanti sono ad esempio quelle che da Giuda vanno a Davide, da Giuseppe a Samuele o l'elenco dei discendenti di Levi. I personaggi delle varie genealogie sono tra loro corrispondenti e non si osservano netti salti generazionali, anche se si deve tenere conto della differenza di età fra i capostipiti: ad esempio le discendenze di Giuda o di Levi sono un paio di generazioni avanti rispetto a quelle di Giuseppe e di Beniamino, ma Giuda e Levi erano già adulti quando nacquero prima Giuseppe e poi Beniamino. Un esempio di tali cronologie è offerta da Testa (1981, p. 161) ed è basato sulla genealogia dei Leviti, computando 40 anni per ogni generazione. L'idea di far procreare la gente a un'età media di 40 anni può essere venuta solo a un prete cattolico, evidentemente abituato a pensare che un po' di celibato o di astinenza sessuale dovessero confarsi ai leviti che appunto costituivano la classe sacerdotale ebraica. Nella sua opera, Barbiero ha esposto un criterio semplice e razionale per stabilire l'epoca in cui vissero Abramo e i suoi successori. Innanzitutto ha considerato la durata della vita dei vari personaggi: da dove potevano spuntare quei numeri spropositati? Egli ha notato che nella Genesi mancano le quantità approssimative come "un paio", "alcuni", "diversi", "parecchi", "molti", mentre abbondano i numeri esatti 3, 7, 40, 70 e 400, ed ha supposto che tali numeri indicassero le quantità approssimative sopra riportate e corrispondenti nella realtà a quantità variabili anche se minori (l'uso di numeri "tondi", ed anche esagerati, in più o in meno, al posto di quantità indefinite è in effetti abbastanza comune nel linguaggio ordinario, come si può rilevare se ci si fa caso. Es.: "eravamo quattro gatti", "ti aspetto da tre ore", per un'attesa di 15 minuti): Lo schema proposto è il seguente: 3 un paio cioè da 2 a 3 7 alcuni " da 4 a 9 40 diversi " da 10 a 20 70 parecchi " oltre 20 400 molti " oltre 50 Pertanto Barbiero ha supposto che gli autori delle narrazioni da cui poi prese corpo la Genesi avessero usato nei loro racconti i numeri esatti al posto di quantità indefinite e approssimative e che i successivi redattori, mettendo assieme i vari racconti, abbiano semplicemente sommato i vari numeri che indicavano i periodi della vita dei vari personaggi, ottenendo le cifre spropositate che abbiamo visto assegnate alle loro vite, secondo il seguente schema: Abramo: "70" + 5 + 25 + "70" + 5 = 175 Sara: "40" + "40" + "40" + "7" = 127 Isacco: "40" + "70" + "70" = 180 Giacobbe: "40" + 20 + "70" + 17 = 147 dove i numeri tra virgolette indicano le quantità indefinite per le quali si può ricavare un valore approssimativo, ma attendibile, dallo schema precedente. Läpple (1981, p. 152) ha notato anche che gli anni di vita di Abramo, Isacco e Giacobbe presentano alcune particolarità, ovvero che essi sono rispettivamente: 175 = 7 x 5 x 5 180 = 5 x 6 x 6 147 = 3 x 7 x 7 Ebbene, la somma dei fattori è sempre 17, e si notano due serie, una decrescente (7, 5, 3), e una crescente (5, 6 e 7). Tutto ciò costituirebbe, secondo Läpple, "uno strano simbolismo numerico, voluto e non ancora interamente chiarito". Integrando le osservazioni di Läpple e di Barbiero possiamo dire che il redattore, o i redattori, della Genesi, mettendo insieme le varie tradizioni, oltre a sommare acriticamente i numeri che trovavano nei vari racconti fecero anche qualche piccolo aggiustamento, al fine di ottenere le quantità simboliche svelate da Läpple. Considerando poi le liste genealogiche di vari personaggi, Barbiero ha notato che esse non si contraddicono e sono armonicamente correlate: "Tutti i personaggi di cui viene riportato l'albero genealogico, che hanno contatti reciproci, occupano sempre posizioni analoghe [corrispondenti] nella lista. E quando appartengono a generazioni diverse, la differenza di età risulta con evidenza" (p. 7). Ragionando in termini di generazioni, e tenendo conto anche conto della più o meno matura età in cui ogni personaggio generava il successivo, ad esempio se si trattava del primo o dell'ultimo dei figli, Barbiero ha stimato in poco più di duecento anni il tempo intercorso tra l'Esodo e la nascita di Salomone (avvenuta verso il 1000 a.C.), ed in circa duecentotrenta quello tra la "chiamata" di Abramo e l'Esodo, concludendo che Abramo "nacque nella prima metà del XV o al massimo alla fine del XVI secolo a.C., quando in Egitto regnava la XVIII dinastia" (p. 31). Nello stesso periodo (1500-1470 a.C.) la regione di Harran e Nahor faceva parte del regno dei Mitanni.


elisamorbidona - 25/02/2009 alle 12:00

dalle queste ultime considerazioni riguardo al calcolo comparativo delle generazioni di diversi personaggi leggo che si dedurrebbe che tra la chiamata di Abramo e l'uscita dall'Egitto sarebbero passati 230 anni. Tra i due eventi ci sono tre generazioni e mezzo (Abramo-Isacco-Giaccobbe-i 12 figli di Giacobbe) più un periodo di "schiavitù" in Egitto al termine del quale il figlio di Giacobbe, Giuseppe era già morto perchè ne furono riportate le ceneri in Canaan insieme all'arca dell'alleanza. Dunque, considerando il periodo egiziano non molto lungo, tra i 50 e 100 anni, se ne dedurrebbe una durata media della vita dei patriarchi abbastanza "normale": tra i 40 e i 70 anni (sono tre generazioni e mezzo in poco più di 100 anni). Tempo fa avevo letto di una usanza semitica nel computo degli "anni", che venivano conteggiati in base alle stagioni e non in base agli anni solari veri e propri, per cui le impressionanti cifre sulla lunghezza della vita dei patriarchi andrebbero per lo meno dimezzate e il motivo per cui compaiono quelle cifre sarebbe dovuto alla datazione dello scritto compatibile con quel modo di computare gli "anni" contando le stagioni (o per lo meno l'alternarsi dell'estate all'inverno). Tuttavia non saperei citare la fonte, se qualcuno ha modo di verificare questa informazione potrebbe farlo, lo ringrazio in anticipo.


lemond - 26/02/2009 alle 09:23

"Questa Chiesa diventerà una setta" intervista a Hans Küng a cura di Nicolas Bourcier e Stéphanie Le Bars in "La Stampa" del 25 febbraio 2009 Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng, considerato il massimo teologo cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai muri tappezzati di libri, dove i suoi - tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d'onore. Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la scomunica ai quattro vescovi integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard Williamson, è un negazionista? «Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un giornale italiano, Monsignor Lefebvre diceva che "alcuni cardinali sostengono il mio corso" e che "il nuovo cardinal Ratzinger ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione". Questo dimostra che la questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI ha sempre parlato molto con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che sia il momento giusto per farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli scismatici i quali, pur conservando le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l'impressione di essere d'accordo con il concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato». Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione della protesta che la sua decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti di Richard Williamson? «La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o di tattica, ma un errore del governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei discorsi negazionisti di monsignor Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei quattro vescovi lo sono. In questa faccenda il problema fondamentale è l'opposizione al Vaticano II, in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l'ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto considerare centrale questo punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell'Olocausto. Invece non ha valutato bene il pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente reagito. Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha viaggiato molto poco. E' sempre rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d'un tempo -, dove è al riparo dalle critiche. All'improvviso, non è stato capace di capire l'impatto nel mondo di una decisione del genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere un contropotere, era un suo subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo di dottrina, completamente sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di struttura. Non c'è nessun elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è stato eletto dai conservatori e oggi è lui che nomina i conservatori». In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli insegnamenti del Vaticano II? «A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la "tradizione". Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale ed ellenistico. Soprattutto non vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad esempio sul riconoscimento della libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del Concilio». L'idea di fondo di Benedetto XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non al modo dei lefebvriani, ma in ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per esempio è sempre stato critico sulla liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché non si trova a suo agio con la modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato l'integrazione nella Chiesa cattolica del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non l'ha mai accettato, e nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha una certa simpatia per monsignor Lefebvre. D'altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni dal lancio del Concilio da parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto l'elogio del suo predecessore, ma abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte a questo concilio». Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori? «Penso che difenda l'idea del "piccolo gregge". È un po' la linea degli integralisti: pochi fedeli e una Chiesa elitaria, formata da "veri" cattolici. È un'illusione pensare che si possa continuare così, senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una restaurazione, che si manifesta nella liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la Chiesa cattolica è l'unica vera Chiesa». La Chiesa cattolica è in pericolo? «La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si aspettano più niente da questo Papa. È molto doloroso». Lei ha scritto: «Com'è possibile che un teorico dotato, amabile e aperto come Joseph Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il Grande Inquisitore romano?». Allora, com'è possibile? «Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia resuscitato il suo passato. Ratzinger era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era già scettico. Con il `68, è tornato a posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi». Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione? «Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho veramente creduto che avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro anni, invece, ha dimostrato il contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di coraggioso. Tanto per cominciare, dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi profonda. Poi potrebbe fare un gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono essere ammessi alla comunione. Potrebbe correggere l'enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha condannato tutte le forme di contraccezione, dicendo che in certi casi l'uso della pillola è possibile. Potrebbe correggere la sua teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe dire: "Abolisco la legge del celibato". È molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere conto a una Corte Suprema! Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio». Un Vaticano III? «Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come il celibato dei preti e la limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per eleggere i vescovi, che contempli il coinvolgimento anche del popolo. L'attuale crisi ha suscitato un movimento di resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema. Anche alcuni vescovi sono stati costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può ignorarlo». La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti? «In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli scismatici! Ma non credo che lo farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che alle persone come me, che hanno lavorato al Concilio e l'hanno accettato». Copyright Le Monde


lemond - 26/02/2009 alle 15:44

mercoledì, 25 febbraio 2009 CATTOLICI, PENSIAMO A UN CONCILIO VATICANO III di Vito Mancuso (da "La Repubblica" del 25/2/2009) Sono passati cinquant'anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell'evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a mio awiso è necessario iniziare a coltivare nella mente l'idea di un Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c'è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa. La svolta positiva che il Vaticano II ha introdotto nel rapporto tra cattolici e storia deve essere estesa al rapporto con la natura. Una volta fatto ciò, avverrà che, come oggi i cattolici sono tra i piu equilibrati nell'interpretare le questioni economiche e sociali, e tra i pochi ad avere una coscienza profetica di fronte alla forza militare, lo stesso equilibrio apparirà sulle questioni bioetiche. Si tratta solo di estendere alla natura il medesimo principio di laicità applicato alla storia dal Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal Concilio nel punto 7 della dichiarazione "Dignitatis humanae": "Nella società va rispettata la consuetudine di una completa libertà, secondo la quale all'uomo va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e non dev'essere limitata se non quando e in quanto e necessario". Se questa libertà, come insegna il Concilio, deve essere garantita agli uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più prezioso che c'è), è evidente che una sana teologia non puo non estenderla anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. E' questo passaggio che la dottrina della Chiesa, in fedeltà a sé stessa, è chiamata a esplicitare. Tra gli storici cattolici (eminenti prelati compresi) fervono in verita le discussioni sul Vaticano II, se abbia costituito davvero una svolta rispetto al magistero precedente (un po' come la Costituzione repubblicana rispetto allo Statuto albertino) oppure se sia stato una semplice e naturale opera di riforma come altre. C'è più discontinuità, o c'è più continuità tra il Vaticano II e i pontefici preconciliari? A mio avviso non ci possono essere dubbi che il Vaticano II abbia costituito una svolta, anche abbastanza radicale, rispetto al magistero precedente. Riporto due episodi emblematici. Nel 1832 Gregorio XVI scomunica Lamennais per aver sostenuto la libertà di coscienza in materia religiosa, definita dal pontefice "delirio"; nel 1965 il Vaticano II approva quel delirio con la dichiarazione "Dignitatis humanae". Nel 1950 Pio XII condanna la theologie nouvelle allontanandone dalla cattedra i principali esponenti tra cui il gesuita Henri de Lubac, il quale, una volta eletto papa Giovanni, torna in cattedra, partecipa al Vaticano II, riceve lettere autografe da Paolo VI e nel 1983 viene nominato cardinale da Giovanni Paolo II. Se già da questi due fatti è difficile negare in buona fede che qualcosa sia radicalmente mutato ante e post Vaticano II, la discontinuità appare in tutta la sua limpida chiarezza quando si passa ai seguenti elementi contenutistici: 1) la lettura della Bibbia, prima scoraggiata, viene promossa a tutti i livelli, e scompare ogni diffidenza nell'utilizzo del metodo storico-critico negli studi biblici; 2) in liturgia si passa dal latino alle lingue nazionali, si sposta l'altare verso l'assemblea, si restaura l'anno liturgico; 3) da una concezione clericale della Chiesa si passa a una valorizzazione del sacerdozio universale dei fedeli; 4) i cristiani delle confessioni non cattoliche passano da scismatici ed eretici a "fratelli separati", mentre Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli si tolgono le reciproche scomuniche; 5) si rivede il rapporto con gli ebrei, togliendo il "perfidi giudei" dalle preghiere del venerdì santo e non considerandoli piu popolo "deicida"; 6) le altre religioni non sono più pensate come idolatrie ma come vie di avvicinamento al mistero divino e portatrici di salvezza; 7) il mondo moderno non viene più condannato in blocco per ciò che di nuovo produce, in particolare le libertà democratiche, ma si passa a un atteggiamento di ascolto e cordialità. Per quest'ultimo punto è sufficiente mettere a confronto anche solo due righe del celebre Syllabus di Pio IX del 1864 con il documento conclusivo del Vaticano II "Gaudium et spes" per rendersi conto che c'è una differenza molto maggiore dei 101 anni che li separano nel tempo. Pio IX parla di "scellerate trame degli empi, che, come flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini", il Vaticano II invece di "scrutare i segni dei tempi per conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo". A che cosa è dovuta la notevole differenza? Al mondo, alla diversa idea del rapporto tra cristiani e mondo. Col Vaticano II il mondo, da avversario con cui lottare, è entrato a far parte della coscienza che il cristiano ha di sé e della propria fede. Il che ha comportato che alcuni concetti, prima condannati, siano poi diventati positivo insegnamento dei papi. Oltre alla libertà religiosa si possono ricordare le libertà democratiche, la salvezza universale, la separazione Chiesa-Stato, la libertà di stampa. Con il Vaticano II finisce l'epoca della Controriforma, cioè della Chiesa che è contro: contro le altre chiese cristiane, contro le altre religioni, contro il mondo civile. In questo senso io concordo pienamente con coloro che colgono la principale novità del Vaticano II non tanto in un insegnamento positivo quanto in un atteggiamento spirituale e parlano di "spirito del Vaticano II". Tale spirito consiste in un rinnovato rapporto della Chiesa col mondo, nel senso che nel leggere la storia del mondo è subentrata la categoria di laicità, giungendo così a riconoscere l'autonomia della storia, della politica, della ricerca scientifica, dellasocietà civile. La mano di Dio non è più pensata come direttamente coinvolta nella storia, la quale ha una sua autonomia e deve essere lasciata libera di autodeterminarsi: è da questa nuova teologia che è scaturita una relazione più serena e più amichevole col mondo. Se ai nostri giorni la Chiesa sembra talora tornata quella della Controriforma (non a torto Marco Politi intitola il suo nuovo libro "La Chiesa del no"), questo lo si deve in gran parte a un'antiquata teologia della natura che ancora governa la dottrina, incapace di assumere il principio di laicità introdotto dal Vaticano II a proposito della storia. Come il Syllabus di Pio IX non coglieva la necssità di una nuova teologia della storia, così i documenti del magistero odierno non colgono la necessità di una nuova teologia della natura, e conseguentemente della vita e della morte degli uomini. Questo sarà il compito del Vaticano III, che ogni cattolico responsabile deve iniziare a preparare dentro di sé, nella preghiera e nell'esercizio vigile dell'intelligenza. Lo Spirito è sempre al lavoro.


lemond - 01/03/2009 alle 12:51

Dio, esiste? o non esiste? Boh! Mi sa anche che la risposta dipenda da cosa s'intende qui per "esistere". Come idea nelle mente degli uomini (che poi credano o non credono che "esista" anche al di fuori dell'idea, è un altro discorso), esiste: è semplicemente l'idea di una perfezione molto desiderabile e anche cercata talvolta (non sempre!) dagli uomini, ma mai trovata né fra gli uomini, né fra quanto li circonda. E' accaduto allora che, pensando a qualcosa di simile a sé e al mondo che li circonda, gli uomini abbiano pensato che la perfezione esista non (o non soltanto) come idea, ma come una realtà, insieme uguale ed estranea (e quindi diversa) alla realtà in cui vivono. Solo che l'esistenza così intesa è concetto contraddittorio, perché è pensato contemporaneamente come uguale e come diverso dalla realtà in cui gli uomini vivono. Si può credere in Dio come idea di perfezione desiderabile ma non conseguibile, senza credere in dio come realtà. Dio sarà allora solo un'idea di bontà, bellezza, verità assoluta nel cuore degli uomini. "Considerate la vostra semenza / Fatti non foste a viver come bruti / Ma per seguir virtute e conoscenza". Oppure, come dice Gaber "È un Dio inconsueto, che non ha niente di assoluto è un Dio che non conosce il bene e il male figuriamoci il sociale è un Dio severo che con magica ironia ci diede insieme il falso e il vero è un Dio inventato, senza altari né vangeli ma è l’unica mia spinta in questo mondo di infedeli. È un Dio incostante che non ha mai fermato niente è un Dio che si rincorre senza scampo è l’immagine del tempo. È un Dio un po’ strano che ci insegna la follia di ribaltare sempre il piano è un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero, la forza naturale che mi spinge verso il vero.


lemond - 03/03/2009 alle 08:30

Storia degli antichi ebrei 4. Abramo nello spazio e nel tempo. 4. c. Conclusioni sullo spazio e il tempo della vita di Abramo. La conclusione cui si può giungere in base a quanto esposto sui luoghi e sui tempi in cui visse Abramo è che egli apparteneva al Regno dei Mitanni. Tale conclusione era stata in effetti ipotizzata, seppure in forma dubitativa, da Keller (ed. riveduta da Rehovk, 1978, parte I, cap. 5). I testi trovati nella città hurrita di Nuzi, e datati al 1500 a.C., che descrivevano usanze cui si attenevano Abramo e i suoi successori, fecero porre a Keller la domanda: "Se i patriarchi si attenevano alle usanze degli hurriti del XV secolo prima di Cristo, potevano avere vissuto nel XVIII, nel XIX o addirittura nel XX secolo a. C.? In altre parole: Abramo visse davvero "nel regno di Mari [cioè intorno al 1800 a.C.] ?" O non dobbiamo piuttosto cercarlo, secoli dopo, nel regno dei Mitanni?" Infatti i testi della città hurrita di Nuzi, facente parte del regno dei Mitanni, secondo Keller (cit.) "chiariscono non solo l'antico diritto hurrita, ma ne rivelano anche la straordinaria consonanza con le usanze dei patriarchi contenute nei testi biblici. Tre esempi possono illustrarlo: l. Abramo si lamenta che morirà senza figli e un certo Eliezer sarà suo erede (Gen 15: 2). Dalle tavole di Nuzi veniamo a sapere: era in uso che una coppia senza prole adottasse un "figlio", il quale doveva occuparsi dei genitori adottivi e in compenso entrava in possesso dell'eredità. In parte ciò poteva essere revocato, qualora si fosse presentato un erede consanguineo. 2. Se un matrimonio era senza discendenza, la donna doveva procurare all'uomo un'altra moglie. Così fece Sarai, quando dette Agar ad Abramo (Gen 16: 2); e ugualmente si comportò più tardi Rachele, dando la sua ancella Bala al marito Giacobbe (Gen 30: 3). La medesima cosa era in uso a Nuzi. 3. Rachele, moglie di Giacobbe, portò via gli "idoletti" di suo padre Labano (Gen 31: 19 e segg.) e Labano mosse cielo e terra per riaverli. Le tavole di Nuzi ce ne spiegano le ragioni: chi entrava in possesso di questi idoli tutelari della casa (Teraphim) aveva diritto anche all'eredità". Un altro esempio di diritto hurrita nella Genesi ci è fornito da Testa (cit.) nel suo commento all'episodio in cui Giacobbe si fa benedire da suo padre Isacco al posto di Esaù: "La scena fra Isacco ed Esaù rivela il mostruoso imbroglio di Giacobbe e il dramma disperato del fratello. La pericope [cioè l'episodio narrato] si fonda sulla legge hurritica, che riconosce il testamento come irrevocabile e la benedizione profetica del testamentario come immutabile.." Le concordanze, su questi casi, fra quanto scritto nella Genesi e la tavole di Nuzi avvalorano la conclusione che Abramo era un Mitanni della prima metà del XV sec. a. C. Il regno dei Mitanni aveva una struttura feudale, ed era costituita da una federazione di vari principati semi indipendenti, popolati da due popoli parlanti due lingue diverse, gli Hurriti, di lingua urartea, non semitica (Drower, cit., p. 384) ed i Mitanni propriamente detti, di lingua indoeuropea (Kupper, cit., p. 43) Nel periodo che stiamo esaminando i Mitanni costituivano l'aristocrazia guerriera dominante, che aveva come corpo l'élite i combattenti sui carri, i mariyanna (Drower, cit., p. 386). Lo status di mariyanna era ereditario, ma poteva essere acquisito come concessione del sovrano: ad Alalakh diversi mariyanna avevano nomi hurriti (Drower, cit., p. 469). La federazione Mitanni aveva il proprio territorio nell'alta Mesopotamia, tra l'Eufrate e il Tigri, ed estendeva la sua influenza dominatrice sui principati ittiti verso Nord-ovest, sull'Assiria a Sud-est e sulla Siria a Sud-ovest. L'artefice della potenza mitannica, verso il 1480 a.C., fu il re Saustatar, che, secondo diverse fonti, saccheggiò il palazzo reale assiro di Assur. Il suo nome ha un'altra grafia, più estesa: Shaushshatar. Secondo Barbiero questa grafia può interpretarsi come "Shausha" Tar, ovvero come il "re dei re" Tar, tenuto conto che in alcune lingue indoeuropee "sha" significa "re". Il nome del padre di Abramo, in Genesi, è reso come Terach (Nuov.Ver. della Bibbia, cur. Testa), Tera (T. di Geova), Tare (Paoline), Thare (Vulgata). Il nome del padre di Tare è Nahor, ed i suoi figli sono Nahor, Haran e Abramo. Secondo Barbiero, quindi, il Tare padre di Abramo, non sarebbe stato altro che Shaushshatar, il "re dei re" Tar di Mitanni. Si può osservare allora che il padre e un figlio di Tare si chiamavano Nahor ed un altro Haran. Sembra allora che, più che nomi, essi in origine fossero titoli come "il re di Nahor" e il "re di Haran". Anche il nome Abramo, più che un nome proprio, potrebbe essere stato un titolo, dato che, nella sua forma originaria Abam- rama, significa "esaltato in quanto al padre" cioè "nobile" (Testa, cit., p. 192) o, meglio ancora, "nobile per parte di padre". Anche il nome della moglie di Abramo, Sarai (poi Sara), potrebbe essere stato solamente il titolo, "principessa". Bibliografia. Barbiero, Flavio 1988 La Bibbia senza segreti. Milano: Rusconi. Borgonovo, Gianantonio 2000 Traduzione e introduzione a Genesi, in: La Bibbia, vol. I. Milano: Oscar Mondadori. Drower, Margaret 1988 La Siria dal 1550 al 1400 ca., in: Edwards et al., rist. 1988. Keller, Werner 1978 Und die Bibel hat doch recht. Ed. riveduta (Ia ed. 1955). Vienna: Econ Verlag GmbH. Trad. it.: La Bibbia aveva ragione. Milano: Garzanti, 1979. Läpple, Alfred 1981 Messaggio biblico per il nostro tempo (11a ed.). Roma: Edizioni Paoline. Trad. it. di: Biblische Verkündigung in der Zeitenwend. München: Don Bosco Verlag. Manacorda, Mario Alighiero 1989 Lettura laica della Bibbia. Roma: Editori Riuniti. Testa, Emmanuele 1981 Versione, introduzione e note alla Genesi. Nuovissima Versione della Bibbia dai testi originali, vol. 1 (4a ed.; 1a: 1972). Roma: Edizioni Paoline. Valenziano, Clara 1995 Trovata la città di Urkish capitale del regno urrita. La Repubblica del 22/11/1995, p.37. 5. Una prima risposta al quesito fondamentale: quale personaggio storico il redattore del Pentateuco ha trasformato in "Jhwh"? Se Tare ed i suoi figli erano dunque Shaushshatar ed alcuni dei principi Mitanni, chi era lo Jhwh che tanto spesso passava per la terra di Cannaan e autore della promessa riportata nel cap. 12 versetto 1 della Genesi? "Un possibile sovrano terreno", ha proposto, come abbiamo visto, Yukiko Ueno[1]. Un sovrano terreno molto potente, di una potenza che potremmo definire "divina", un re che si riteneva, o voleva essere considerato, un dio in terra, padrone e signore della terra di Canaan al punto da poterla assegnare a chi gli fosse più simpatico. C'era un solo uomo, in quel tempo e da quelle parti, che potesse tanto: Thutmosis III. [1] Yukiko Ueno è una studiosa giapponese (non della Bibbia, ma più verosimilmente di pedagogia) che è stata allieva di Manacorda e che successivamente si è sposata con l'abate sospeso a divinis dom Franzoni. Anche se può essere considerata ispiratrice delle lettere che figurano con il suo nome in "Lettura laica della Bibbia", ella non ne è stata però l'autrice: infatti il suo nome non compare assieme a quello di Manacorda sulla copertina nella qualità di coautrice. (Sono sicuro di questo fatto perchè Manacorda me lo ha detto personalmente qualche anno fa). Similmente a quanto fecero Montesquieu nelle Lettere persiane e Leopardi in diverse poesie, Manacorda ha provato a guardare la Bibbia sdoppiandosi, e cercando di osservarla sia dopo essersi rivestito di una cultura ad essa estranea sia dal punto di vista della cultura occidentale. È significativo che le osservazione sulle caratteristiche degli Jhwh, El Elyon etc. che compaiono nelle storie dei Patriarchi della Genesi, egli l'abbia fatta indossando gli occhiali giapponesi: con gli occhiali occidentali difficilmente l'avrebbe fatta, o l'avrebbe espressa, perché, consciamente o inconsciamente, si sarebbe adeguato alla cultura occidentale e per essa, e per i suoi esponenti, Jhwh, El Elyon etc. non potevano essere altro che Dio, creatore trascendente ed "Essere Perfetto" (e cercare di conciliare certe azioni di Jhwh o di El Shaddai con la perfezione di Dio è stato un bell'esercizio per pii esegeti. Come gli astronomi tolemaici ricorrevano agli epicicli per spiegare perché talvolta i "pianeti" sembrassero invertire il loro moto attorno alla Terra , così i pii esegeti hanno creato epicicli teologici per rendere degne di Dio delle autentiche carognate).


elisamorbidona - 03/03/2009 alle 14:40

vado a memoria, tuttavia nell'antico Egitto mi pare che il monoteismo, che un famoso faraone tentò di introdurre, era visto alla stregua di una eresia. Di più, il monoteismo era un carattere pressochè estraneo alle civiltà del tempo, pressochè impensato fino ad allora. La frattura netta tra le popolazioni stanziate nel medio oriente di quel tempo e l'ebraismo sta nella comparsa del monoteismo e nel rifiuto netto di qualunque tipo di culto legato a cose o animali (come invece avveniva nell'antico Egitto, grande e progredita civiltà, ma antropologicamente parlando agli antipodi dell'orizzonte religioso ebraico) per lasciare spazio al rapporto diretto e ad un primo abbozzo di dialogo anche polemico con Dio (cosa che fanno tutti i patriarchi interrogandosi sul perchè dei loro fallimenti...fino ad arrivare al caso emblematico del libro di Giobbe) che "misericordia vuole e non sacrificio". Naturalmente ogni osservazione va contestualizzata rispetto al tessuto storico in cui l'avvenimento si svolge, e in questo caso direi che il salto antropologico e concettuale tra la religione della Bibbia e quella delle popolazioni coeve è difficilmente riducibile. Fermo restando che mi sembra difficile pretendere che il redattore di un testo risalente a parecchi secoli prima di Cristo (o dell'anno convenzionalmente preso come anno 0, per non offendere nessuno ;) ) possa ragionare con la mentalità democratica di un individuo del ventunesimo secolo.


lemond - 03/03/2009 alle 16:15

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] vado a memoria, tuttavia nell'antico Egitto mi pare che il monoteismo, che un famoso faraone tentò di introdurre, era visto alla stregua di una eresia. [/quote] Un po' di più di un eresia :Od: , fu una vera e propria rivoluzione, quella che tentò Akhenaton. La reazione dei sacerdoti fu tale che, dopo la restaurazione, si dovette, per legge, perdere anche la memoria di quell'imperatore. Per il resto ti rimando ad alcuni precedenti messaggi di questa discussione "Come nacque la bibbia" che cominciai ad inviare il 03/10/2008. Grazie per ogni tuo intervento passato, presente e ... futuro :cincin:


lemond - 05/03/2009 alle 10:17

6. Il conflitto fra l'Egitto e il Mitanni. Il regno dei Mitanni si era scontrato con gli Egizi al tempo di Thutmosis I (1506 - 1492) (1), che era giunto sull'Eufrate all'altezza di Carchemish, e vi aveva posto una stele. Sotto il regno di Thutmosis II (1493 - 1480), ed ancora più sotto quello della regina Hatshepsut (Hasepsowe; 1479 - 1457), l'Egitto non si occupò di mantenere la sua presenza in Asia e lasciò quindi lo stato di Mitanni libero di espandersi ed estendere la sua influenza fin nella terra di Canaan. Alla morte di Hatshepsut il suo nipote e genero Menkheperre Thutmosis (Thutmosis III) cambiò completamente politica e decise di riportare il dominio egizio in Asia allo scopo di prevenire una possibile invasione da parte dei popoli asiatici (in Egitto era ancora fresco il ricordo del dominio degli Hyksos). Più di trecento principi cananei e siriani, appoggiati dal re Mitanni, avevano radunato i loro eserciti (piuttosto piccoli, in verità: possiamo calcolare una media di poco più di un centinaio di uomini per principe) presso Megiddo la città che, posta appena a nord delle alture del Monte Carmelo, controlla le vie che dalla Terra di Canaan si dirigono verso Damasco, la Siria ed il nord della mesopotamia. Le truppe erano schierate in parte ad 8 km in direzione sud-est (presso la città di Taanac) e le rimanenti in direzione nord-ovest (presso Iocneam): due blocchi lungo la strada principale (l'unica percorribile da un esercito pronto a schierarsi in ordine di battaglia). Thutmosis li sorprese facendo passare il suo esercito quasi in fila indiana (e rischiando una sconfitta disastrosa se il nemico l'avesse sorpreso nel tragitto) attraverso una stretta gola fra le colline, sbucando nella pianura di Megiddo nel mezzo degli schieramenti siriani e prendendoli contemporaneamente alle spalle (Drower, trad. it. 1988, pp. 414 - 15): ma il suo intento non era tanto quello di attaccarli di sorpresa, quanto quello di combattere in una pianura in cui i suoi soldati, e principalmente i suoi carri, potessero manovrare liberamente senza incontrare gli ostacoli che il nemico aveva predisposto negli altri due luoghi. Infatti diede al nemico il tempo per rischierarsi davanti a Megiddo, e dopo qualche giorno lo attaccò e lo sbaragliò: una parte del nemico si rifugiò all'interno delle mura della città sbarrando le porte. Il re di Qadesh e il re di Megiddo, giunti sotto le mura con un po' di ritardo, furono tirati su per le vesti (Drower, cit., p. 416), e l'episodio divertì alquanto gli egiziani, che infatti provvidero a raccontarcelo. Megiddo cadde dopo sette mesi di assedio, e, nei confronti dei principi sconfitti, Thutmosis dimostrò di essere un abile diplomatico: egli ne sostituì una parte con uomini fidati, parte li lasciò al governo delle loro città portando con sé in Egitto i loro figli o fratelli minori come ospiti cui far conoscere gli usi e costumi della sua corte ma nello stesso tempo, anche se non dichiaratamente, come ostaggi (tali "ostaggi", educati all'egiziana, sarebbero stati poi filoegizi quando sarebbe venuto il loro turno nella successione al governo delle città d'origine. Gardiner 1971, p. 176). La battaglia e la presa di Megiddo avvennero nel 23° anno di regno di Thutmosis (nel secondo effettivo, dato che nei precedenti 21 aveva regnato Hatshepsut) e furono ricordati sempre con grande enfasi sia dagli Egizi che dai Cananei (Megiddo in ebraico si chiama Har-Magheddon, o Armageddon, un nome che simboleggia il giorno del giudizio divino). Nelle tre campagne successive Thutmosis consolidò il suo controllo sulla terra di Canaan (il Retenu) e si rese conto che il suo esercito avrebbe raggiunto più rapidamente il fronte mitannico se, anziché attraversare il Retenu, fosse giunto in Siria via mare. Per raggiungere questo scopo doveva conquistare i porti siriani. Dopo un paio di anni di preparazione, con la quinta campagna prese il controllo di tali porti, in particolare quello di Ullaza. Fece anche il tentativo di conquistare, all'interno, la città di Tunip. L'anno successivo (30°) devastò la regione di Qadesh, ma anche stavolta non riuscì a conquistare la città. Per il 31° anno gli annali di Thutmosis sono avari di notizie: poiché per il 32° anno viene riportata la conquista di Ullaza, se ne deduce che nel 31° anno il re-dio d'Egitto aveva perso il controllo delle regioni di Tunip e Qadesh e di alcuni porti siriani, tra cui Ullaza. L'esercito dei Mitanni era evidentemente forte e in quell'anno aveva vinto. Thutmosis tornò all'attacco nel 32° anno con la riconquista di Ullaza, stabilendo una solida testa di ponte in Siria e preparando la campagna (l'VIIIa) per l'anno successivo, il 33°. Sbarcato con un grande esercito nei porti siriani Thutmosis attraversò le regioni di Tunip e Qadesh senza incontrare grande resistenza e recando, smontati su grandi carri, dei grossi barconi fatti costruire nei porti fenici. Con essi varcò l'Eufrate all'altezza di Carchemish, e cominciò a inoltrarsi nel territorio mitannico. Vinse uno scontro con Shaushshatar catturando tre prigionieri di una certa importanza, trenta donne e seicento schiavi (Drower, cit., p. 424), ma non si addentrò oltre in territorio nemico e poco dopo ripassò l'Eufrate, sulla cui sponda eresse una stele commemorativa della sua campagna vittoriosa (in verità avrebbe preferito vincere un po' di più). Secondo Barbiero l'età di settantacinque anni attribuita dal redattore della Genesi ad Abramo all'atto della sua partenza da Haran verso la terra di Canaan risulterebbe dalla somma della quantità indeterminata di "70" e dei cinque anni di guerra tra l'Egitto e Mitanni, ovvero dal 29° al 33° anno di regno di Thutmosis. Possiamo tentare la ricostruzione delle mosse di Shaushshatar in base agli annali del re egizio, che abbiamo sopra ricapitolato, ed agli ultimi versetti (31 e 32) del cap. 11 della Genesi. Il re Shaushshatar e i capi del suo esercito, all'inizio del 29° anno di Thutmosis, avevano avuto probabilmente l'intenzione di andare ad affrontare l'esercito egizio nella terra di Canaaan (Gen:11, 31a "Tare prese Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Haran ... (31b) con loro partì da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan"), ma la conquista del porto di Ullaza da parte di Thutmosis li costrinse a modificare i loro piani. Se fossero andati a sud, nella terra di Canaan, il re egizio, sbarcando più a nord, in Siria, li avrebbe presi alle spalle, interrompendo i loro collegamenti con il Mitanni. Perciò essi mirarono a resistere in Siria (come abbiamo visto, Thutmosis non conquistò né Tunip né Qadesh) ed a riconquistare i porti (Ullaza). Come abbiamo detto, probabilmente riuscirono nell'intento nel 31° anno di Thutmosis, ed avrebbero potuto riprendere la loro progettata spedizione nella terra di Canaan se Thutmosis, nel 32° anno, non li avesse preceduti riconquistando Ullaza e riacquisendo il controllo della Siria occidentale. A questo punto ai Mitanni non rimase che aspettare l'attacco di Thutmosis nel proprio territorio, attestandosi ad Harran, la fortezza più vicina all'Eufrate e da cui avevano probabilmente condotto le campagne difensive precedenti ( Gen 11:31c "ma giunti ad Harran vi si stabilirono.(32) Tare visse 205 [!] anni. Egli morì ad Harran"). L'attacco fu sferrato, come abbiamo visto, nel quinto anno di guerra, il 33° di Thutmosis: la battaglia campale non fu decisiva ed il re egizio non commise l'errore di addentrarsi nel territorio nemico. Avrebbe dovuto cingere d'assedio Harran, ma se Megiddo era riuscita a resistere per sette mesi Harran sarebbe stata praticamente imprendibile, senza contare che l'esercito mitanni doveva essere ancora integro ed aveva soprattutto il fattore logistico a favore (Napoleone in Russia non fu dello stesso avviso e sappiamo come gli finì). Seppe contentarsi di aver costretto i Mitanni alla difensiva e di quei pochi prigionieri, ma non seppe mai (né avrebbe potuto saperlo) di aver preso una decisione allo stesso tempo misconosciuta e cruciale. Tre dei prigionieri che decise di portare con sé furono importantissimi per la futura storia del mondo: Lot, Sarai e Abramo (non sappiamo se corrispondessero effettivamente ai tre che citò nella stele commemorativa, ma questo particolare non è fondamentale). Lot era un figlio del "re di Harran", Sarai era una principessa figlia dello stesso Shaushshatar (Gen 20:12), mentre Abramo era probabilmente il meno pregiato del terzetto, essendo nobile soltanto "per parte di padre". Nel periodo storico che stiamo considerando in effetti si stava passando da un sistema di discendenza matrilineare ad uno patrilineare, e ciò era particolarmente evidente sia in Egitto che nell'alta Mesopotamia. I cinque titoli principali del re-dio d'Egitto, ad ognuno dei quali era associato un nome, erano: 1) Horus, 2) Le due Signore, 3) Horus d'oro, 4) Re dell'alto e del basso Egitto, 5) Figlio di Ra (titolo cui era associato il nome di nascita). Come si può notare il secondo titolo era femminile. I figli maschi del re erano di solito numerosi, e la diversità di rango fra di loro veniva stabilita in base alla differenza di rango fra le madri. Poteva succedere che la madre di rango più elevato avesse partorito solo femmine, e allora diventava re il fratellastro che sposava la principessa di rango più elevato. Nella XVIII dinastia il re Thutmosis I aveva avuto dalla moglie principale Ahmes due figli, il principe Amenemes e la principessa Hatshepsut, e dalla moglie di secondo rango Mutnefret il principe Akheperure: morto il principe ereditario Amenemes, il principe Akheperure salì al trono grazie al matrimonio con la sorellastra Hatshepsut: si può dire che la moglie-sorella gli portò in dote il trono. Akheperure, più noto come Thutmosis II, regnò per circa 14 anni e da Hatshepsut ebbe solo una figlia, Neferure, mentre un maschio gli nacque da una moglie secondaria: tale principe sposò Neferure (o meglio fu sposato con lei mentre era ancora un bambino) e subì la reggenza (anzi, venne degradato a coreggente senza potere) della zia-matrigna-suocera per circa 22 anni. Si trattava proprio di Thutmosis III, che alla morte della zia-suocera cercò perfino di cancellarne la memoria, demolendone le statue e facendo scalpellare i rilievi in cui era rappresentata come re: questa contro i beni artistici e culturali del suo paese a quanto pare risulta l'azione più esecranda da lui commessa. I re d'Egitto sposavano le sorelle non perché avessero particolari tendenze sessuali, ma per far sovrapporre il più possibile le linee dinastiche paterna e materna, e ridurre così al minimo le contese per la successione al trono. Similmente avveniva fra gli Hurriti ed i Mitanni. Secondo Barbiero (cit., pp. 65-75) Shaushshatar fu sconfitto da Thutmosis e costretto alla pace, sanzionata dalla costruzione della stele sull'Eufrate e dalla consegna, quali ostaggi, di Abramo e Lot. Ma le fonti da noi consultate (Drower, ad esempio) non parlano di una sconfitta completa di Shaushshatar, anzi affermano che il re Mitanni continuò con l'Egitto una sorta di "guerra fredda", fomentando o appoggiando rivolte in Siria. D'altra parte se Abramo e Lot fossero stati degli ostaggi sarebbero stati portati a Tebe; invece furono lasciati nella terra di Canaan in una specie di libertà vigilata. Sembra dunque più probabile che Thutmosis si sia trovato con questi prigionieri nelle mani senza aver potuto stipulare un vero trattato di pace con il Mitanni, ma avendolo semplicemente costretto alla difensiva ed al confine "di fatto" dell'Eufrate, e dimostrando che lui poteva attaccare mentre il Mitanni non era in grado di fare altrettanto verso l'Egitto, anche se doveva essersi reso conto che non poteva conquistare od occupare militarmente il territorio mitannico. Cosa farne allora? Ucciderli sarebbe stato inutile e dannoso, veri ostaggi non erano perché erano stati presi come prigionieri in battaglia (la possibilità che morissero in guerra era già stata presa in considerazione, e, per la ragion di stato, poca differenza c'era tra la loro morte sul campo di battaglia o nel campo nemico, anzi sarebbero stati celebrati come eroi). Portarli a Tebe non sarebbe servito, mica erano ragazzini plasmabili, ma adulti belli e vigorosi. Per la decisione che prese, dobbiamo ritenere che Thutmosis vagliò attentamente la situazione e ne concluse che lasciare in semilibertà Abramo ed i suoi poteva non solo non essere pericoloso ma perfino utile. Nel racconto biblico che riguarda Abramo si sottolinea fin dall'inizio (Gen 11:30) che Sarai, ovvero la principessa moglie di Abramo, era sterile, e ciò costituiva il maggior cruccio di Abramo. È comprensibile: Abramo era nobile solo per parte di padre ed i figli che avrebbe potuto avere da mogli di rango pari o inferiore al suo non sarebbero mai diventati principi aventi diritto ad uno dei regni della confederazione governata dal nonno Tar. Aveva avuto l'opportunità di sposare una principessa di primo rango, e questa era sterile. Abramo doveva essere proprio frustrato. Thutmosis evidentemente lo capì e lo allettò con promesse in cambio della sua fedeltà. Abramo d'altra parte non aveva molte scelte: non accettare e correre il rischio di essere ucciso, o sperare in un futuro scambio di prigionieri, nel caso in cui suo padre fosse riuscito a vincere una successiva battaglia, e tornare ad essere un principe secondario, o accettare l'offerta e tentare una nuova carriera, anche al rischio di essere considerato un traditore dai Mitanni. Accettò. A questo punto possiamo rileggere Gen 12:1. "La Sua Maestà Divina, il Re dell'Alto e del Basso Egitto, disse ora al nobile Mitanni: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, e vai verso la terra che io ti mostrerò» ...etc.." E poi ancora, quando vi furono giunti: « (7) Alla tua discendenza io darò questa terra». Mica la dava subito a lui: alla sua discendenza, ed ovviamente se lui meritava di averne una (probabilmente intendeva dire che se lui fosse stato utile e fedele, egli (Thutmosis) gli avrebbe procurato una principessa fertile: ma doveva guadagnarsela). Nota 1: Le date di inizio e fine dei regni dei vari re sono desunte da Grimal N. Storia dell'Antico Egitto. Laterza 1990. Nota 2: Tabella delle campagne asiatiche di Thutmosis III Anno Anno Campagna Avvenimenti di a.C. regno 23° 1455 I Vittoria e conquista di Megiddo. 24° 1454 II Viaggi di ispezione 25° 1453 III e di riscossione 26° 1452 IV di tributi. 27° 1451 28° 1450 29° 1449 V Conquista di Ullaza; devastazione del territorio di Tunip. 30° 1448 VI Devastazione del territorio di Qadesh. 31° 1447 32° 1446 VII Riconquista di Ullaza. 33° 1445 VIII Campagna contro il Mitanni: superamento dell'Eufrate e vittoria in battaglia campale; riattraversamento dell'Eufrate. 34° 1444 IX Campagna contro Giahy e Nuges 35° 1443 X Spedizione a nord-ovest di Aleppo: gli Ittiti pagano tributi. 36° 1442 XI Resoconti 37° 1441 XII perduti. 38° 1440 XIII Sottomissione di Alalakh. 39° 1439 XIV Repressione di una rivolta di beduini Shosu. 40° 1438 XV 41° 1437 XVI 42° 1436 XVII Presa di Arqata, saccheggio di Tunip e di tre città della regione di Qadesh con guarnigione mitannica. 54° 1424 Morte di Thutmosis. Nota 3 Titoli (numeri dispari) e nomi (numeri pari)di Thutmosis III. 1) Horus: (2) Toro possente apparso in Tebe; 3) Le Due Signore: (4) Durevole di regno come Ra in cielo; 5) Horus d'oro: (6) Possente di apparizioni e signore di potenza; 7) Re dell'Alto e del Basso Egitto: (8) Durevole di esistenza è Ra oppure: eletto di Ra (Men-keper-Re); 9) Figlio di Ra: (10) Thot mi ha generato, bello di esistenza


lemond - 05/03/2009 alle 14:24

Chiesa padrona, di Michele Ainis di Valter Vecellio da Notizie Radicali.it C'è un libro coraggioso, che faremmo bene a sistemare nel nostro comodino, a portata di mano: per una preziosa boccata rigeneratrice, contravveleno ai momenti di depressione in cui ci fa precipitare il quotidiano bombardamento clericale. Il libro, un pamphlet si sarebbe tentati di dire, si chiama "Chiesa padrona", del professor Michele Ainis (Garzanti, pagg.115, 13 euro). Fin dalle prime righe Ainis scopre le sue carte: "Il Vaticano, nei confronti della Repubblica italiana, non sta certo con le mani in mano. Le usa entrambe: una mano aperta a palma larga per chiedere quattrini, l'altra mano svolazzante per suona ceffoni in faccia alla politica. Questo doppio registro si consuma all'ombra del diritto, trova nella legge il proprio schermo protettivo. Anzi: l'alibi perfetto è la legge più alta, quella scolpita sulle tavole della Costituzione.". Ainis, con rigore e chiarezza esemplare, smonta, pezzo per pezzo, quello che definisce "un falso giuridico": ".Non è vero che le ingerenze vaticane siano protette dalla libertà di parola o dalla libertà di religione; non è vero che il Concordato sia protetto dalla Costituzione.". Ventidue agili capitoletti per dire verità scomode: ".tutta la storia delle relazioni fra l'Italia e il Vaticano è una storia di quattrini." (pag.15). Poi lo sconcertante elenco di finanziamenti legali, ma al tempo stesso surrettizi, di cui il Vaticano beneficia: una legge della regione Friuli per finanziare oratori; un'altra della regione Veneto per finanziare luoghi di culto "che siano testimonianza di tradizioni popolari e religiose"; una della regione Calabria per finanziare gli oratori; e analoghe leggi della regione Lazio, Abruzzo e Lombardia.Un enorme fiume di quattrini, mille rivoli che convergono su un unico collettore: il Vaticano. Già il Vaticano: uno Stato che "intrattiene relazioni diplomatiche con 176 paesi, è presente in oltre cento organizzazioni internazionali non governative; è membro di sette agenzie del sistema ONU, osservatore in altre otto e in cinque organizzazioni regionali; ha svolto in vari casi la funzione di arbitro per risolvere conflitti tra Stati, dal 1964 invia un osservatore permanente alle Nazioni Unite; dal 1970 ha un nunzio apostolico accreditato presso l'Unione europea; dal 1974 nomina un rappresentante permanente presso l'OSCE e un Osservatore permanente presso il Consiglio d'Europa." (pag.78). Ainis ne ricava che il cattolicesimo è "l'unica confessione religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d'uno Stato sovrano". La chiesa cattolica, dice in sostanza Ainis, "attinge abbondantemente alle risorse pubbliche dello Stato italiano". Significa che il Vaticano ogni anno beneficia di milioni di euro prelevati dalle casse del governo centrale o da quelle regionali. E non basta: ci sono le quotidiane, pesantissime interferenze e ingerenze nella vita pubblica del paese: "è pressoché impossibile che un provvedimento legislativo venga approvato senza il benestare del Vaticano; e quando accade le resistenze della Chiesa cercano di impedirne l'applicazione". E' ovvio, nessuno si sogna di minacciare il diritto della Chiesa cattolica di esprimersi. Tuttavia dovrebbe risultare intollerabile a chiunque l'appello di papa Joseph Ratzinger all'obiezione di coscienza di farmaci, medici, e perfino giudici. E' del resto indicativo quello che Ainis annota a pagina 88: ".In molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati proprio da chi rappresenta lo Stato italiano: è accaduto, per esempio, ai primi d'agosto del 2007, quando il presidente del Consiglio Prodi ha auspicato che la Chiesa convinca i cittadini ad adempiere l'obbligo fiscale, ottenendo dopo un paio di settimane una dichiarazione del Segretario di Stato vaticano. Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica italiana, annota Ainis: ".la crisi d'autorità e di consenso popolare; ma il loro effetto è di legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all'esercizio di un anomalo ruolo di supplenza delle nostre istituzioni". Quelle dei vertici della Chiesa insomma, si configurano come vere e proprie ingerenze di uno Stato straniero nei nostri affari interni. Meglio non si sarebbe potuto dire.


lemond - 16/03/2009 alle 09:27

Traggo da: http://www.aduc.it/dyn/medicare/art/singolo.php 15 Marzo 2009 *L'Italia dei retroscena: quale Bibbia per la scuola? * *di Giuseppe Parisi * Ci volevano far credere che era il Paese dei Santi e degli Eroi, siamo solo un Paese di pochi Navigatori (di Internet). Una bussola che ci indichi dove ci stiamo precipitando è utile. Parliamo dell'ultima. Sapete che l'ora di religione nelle scuole, data per "facoltativa" ha previsto da sempre il "libro di religione". Ora, i testi per le scuole, non possono essere come un qualsiasi testo, come un romanzo che scrive una persona. Essi devono soprattutto essere (o sforzarsi di esserlo) imparziali, predisposti alla formazione che sia equidistante da giudizi e storpiature ideologiche. Che cosa è accaduto? Una piccola casa editrice, la Editing & Printing, ha citato in giudizio la Conferenza Episcopale Italiana, una trentina di editori cattolici ed il Ministero della pubblica istruzione. Perché? Nell'atto di citazione c'e'scritto "per manipolazioni e incostituzionalità" della Bibbia Cei quale testo scolastico dell'ora di religione. Per meglio comprendere ed affrontare l'argomento, sono andato nella sede della E&P, a Napoli. Entro in una stanza avvolta di libri. Ci sediamo attorno ad un tavolo e sorseggiando un caffè inizia l'intervista con Sonia Morelli (redazione E&P) e Alfredo Ali' (editore). Da subito, come di consueto sono abituato a fare, li provoco: non avete timore di osare contro la "potenza" del Vaticano? Morelli: Non siamo all'epoca di Giordano Bruno. E poi, il processo non è di un Tribunale ecclesiastico, bensì un tribunale dello Stato italiano. Parisi: Entriamo nel merito. Perché avete citato la Cei? Morelli: Vuole assaporare qualche manipolazione? Parisi : sono venuto fin qui per questo. La dr.ssa Morelli prende dalla libreria un classificatore. Mi indica di aprirlo, lo faccio su una pagina a caso e mi chiede di seguire la sua lettura di raffronti tra Bibbia Vulgata e Bibbia Cei. La lettura del tutto casuale cade sul brano di Ester (1,22) e di Numeri (21,14). La tiepida voce della Morelli sulle due bibbie, non lascia dubbi, quella della Cei non è uguale a quella Vulgata. E chiedo loro: Quante sono le difformità come questa? Ali': Centinaia e centinaia. Parisi: E perché l'hanno fatto? Morelli: Per smussare e ovattare o anche per depennare quelle parole di Dio che non sono più degne di un Dio. Parisi (con tono diffidente): ma. nella Bibbia ci sono altre frasi, non certo divine, che tuttavia non sono state rimaneggiate dalla Cei. Come ve lo spiegate? Morelli: Le vie delle manipolazioni non sono infinite. Una certa corrispondenza è pur sempre necessaria. La manipolazione non agisce sempre e dovunque. A volte è microscopica, nei meandri delle frasi: una "e" al posto di un "ma" per deviare il senso. Parisi: C'e' un qualcosa, però, che non mi è chiaro: cosa c'entra l'editore E&P con la Bibbia Cei? Morelli: Con la nuova riforma della scuola, la Bibbia è entrata come libro di testo nell'ora di religione. Anche noi stavamo per pubblicarla. Qui è il nodo. Come può un editore pubblicare un libro di testo per la scuola pubblica dopo aver riscontrato che la "Versione Ufficiale Bibbia Cei" non corrisponde ai manoscritti in ebraico e greco? Lo stesso vale per i raffronti con la Vulgata, tuttora testo canonico e liturgico per la messa in latino. Siamo di fronte a un solenne paradosso: due Bibbie ufficiali in contemporanea, ma discordanti tra loro. Quando si pubblica un testo alterato come "testo ufficiale" ci sono responsabilità civili e penali. C'e' di mezzo anche la legislazione sulla stampa. Tra l'altro, i libri di religione (Bibbia compresa) ricevono il buono-contributo statale. Nel caso della scuola, il vincolo sulla fedeltà è perentorio. Altra cosa è nel libero mercato dove ognuno può pubblicare la Bibbia che vuole. Parisi: Altri editori, però, stampano e vendono tranquillamente la Bibbia. Cei per la scuola. Morelli: E con questo? Una bugia ripetuta cento volte diventa una "verità". Ciononostante, rimane una bugia. Ed ecco, allora, la responsabilità editoriale e il processo. Parisi: Capisco. Tuttavia, nell'atto di citazione avete inserito ed aggiunto l'incostituzionalita' di 100 brani biblici. Cosa significa? Morelli: Il problema è nella differenza fra testo di letteratura e testo formativo. La Bibbia è testo di formazione scolastica con principi incostituzionali da insegnare come "giusti e sacrosanti". Parisi : Per favore.. Per favore... mi aiuti, devo necessariamente capire bene, faccia un chiaro esempio di incostituzionalità. Morelli: Dio è a favore della pena di morte. Non accetta neppure la moratoria. Dio legittima la schiavitù, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, finanche nelle parole di Cristo.Questo significa che Barack Obama-Presidente, è inammissibile: "la terra... non può sopportare uno schiavo che diventi re" [Libro dei Proverbi 30,21]. C'e' poi la sottomissione della donna, altro che uguaglianza e pari opportunità! C'e' la xenofobia tra il popolo prediletto da Dio e gli stranieri. Finanche lo stupro è ordinato da Dio. Parisi: Euuemh.. Cosa intende dire? Morelli: Guardi qui. Mi mostra quattro brani della Bibbia Cei. Nel frattempo, estrae dalla libreria un libro antico (Il Manuale dei Confessori) in cui è codificato il peccato della donna violentata e non dello stupratore, facendomi ricordare le recenti cronache Italiane, compresa quella più famosa della bimba brasiliana di 9 anni. Morelli: Questo è un Dio da quattro soldi! Lo dico non solo come donna, ma anche per la miseria teologica di questa divinità antropomorfa. Parisi: Scusate. scusate. scusate., ma a proposito di pena di morte, il Decalogo non dice di "non uccidere"? Ali': (sottrae la parola alla Morelli, con la forza di un vulcano) Innanzitutto, dobbiamo distinguere tra il primo e il secondo Decalogo. Una differenza che pochi conoscono. In secondo luogo, 10 righe dopo il Decalogo (Esodo 21) Dio ordina di uccidere per ben 6 volte. La frontiera biblica è tra non-uccidere un innocente e uccidere un colpevole in base alle norme di Dio. Le impiccagioni sono legittimate dalla stessa Legge divina: sia "messo a morte" chi compie adulterio, sia "messo a morte" chi percuote il padre o la madre, sia "messo a morte" chi professa altri dei, e via dicendo. Tutti questi "comandi divini" sono confermati persino nel Nuovo Testamento, nei meandri di alcune frasi ignorate dai fedeli. Il quinto comandamento non E' un principio assoluto e il formulario della catechesi e' una colossale mistificazione! Parisi: (con tono provocatorio..) Sentendovi parlare, mi sta assalendo il dubbio che voi, vorreste abolire la Bibbia dalla scuola. Ali': Mai e poi mai la censura! Anzi, ben venga la lettura della "sacra Scrittura", che aiuta tanto a comprendere il nostro pensiero antico e quello attuale. La Bibbia è un componimento utilissimo, attenzione. il testo storico, però, non quello edulcorato e camuffato, altrimenti, l'analisi ne esce falsata. Per evitare ciò, si manipola per assolvere e far assolvere, la Parola di Dio. Parisi: E se fosse introdotto il Corano nella scuola pubblica, voi cosa fareste? Ali': Anche il Corano contiene principi incostituzionali e nelle traduzioni in italiano ci sono alterazioni. Non le faccio l'elenco, ma un esempio emblematico. Per volontà religiosa, in Iran, la traduzione della Divina Commedia ha cancellato i 21 versi su Maometto all'inferno. Gli iraniani, leggendo il romanzo dantesco, penseranno che Maometto non è menzionato. Tutto falso! Insomma, stiamo in mano ai falsari. La più importante censura E' quella religiosa proprio sulle cose religiose. Basta ricordare alcuni affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina che sono stati ricoperti, oggi sarebbe un reato penale, oltre che culturale. C'e' da dire, però, che purtroppo, gran parte dei fedeli "crede" non sapendo cosa "crede ". Ognuno ha in mente un suo Dio che nulla ha a che vedere col Dio biblico, pur dichiarandosi cattolico o protestante. Parlando di Bibbia e Corano, domando loro cosa ne pensano della Nuova Bibbia Cei 2008, che soppianterà quella precedente del 1974. Morelli: Ci saranno grosse sorprese. Parisi: Quali? Morelli: La Cei ha dichiarato che ci sono più di 100.000 differenze tra le due versioni Cei. Una montagna! Diamo tempo al tempo. Si sta lavorando sulla comparazione. Fra un anno realizzeremo la catalogazione completa. Ne parleremo con dati alla mano. Parisi: A proposito, a che punto è il vostro processo in Tribunale? Morelli: Qualche settimana fa si è tenuta l'udienza collegiale presso la Corte di Appello di Roma sulla competenza giurisdizionale. Passeranno anni o forse decenni. Parisi: (leggono in me un profondo smarrimento.) Nella Bibbia c'e' qualche passo che possa fare riferimento al recentissimo caso Eluana Englaro? Morelli: (con un fare tranquillo) certamente. Ecco un brano che parla da solo. "Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica". Parisi: Ma questo è un placet per il testamento biologico! Morelli: Calma.calma.calma, è solo il 50%. Ecco l'antitesi in un brano successivo. "Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà". (Siracide 30,17 e 38,9). L'intervista è durata più di due ore. Quando sull'uscio della porta stiamo per salutarci, rivolgo un'ultima domanda. Parisi: Nel mio intimo pensavo sempre ad un particolare: hanno portato la Cei in Tribunale per poi chiedere il risarcimento danni di 1 euro. E' lusinghiero, ma anche inconsueto. Ditemi la verità, per favore, oggi sono più smarrito che mai. cosa si nasconde dietro il processo che avete promosso? Ali' tace, fa un sorriso emblematico, allunga una mano dandomi una missiva. Sul treno di ritorno, apro il bigliettino. Oltre a ringraziamenti, per me e per il presidente di Aduc che mi ha autorizzato all'intervista, c'è qualcosa di più: l'indirizzo di un sito web www.utopia.it. Quando a casa, vado subito su questo sito citatomi, e leggo le 700 antinomie bibliche e i brani sullo stupro, comprendo quello sguardo :Od:


lemond - 17/03/2009 alle 14:33

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-397ed797-d030-46dc-97fe-7a71783c467e.html?p=0 Odifreddi a Le storie di Augias " ... diavolo di un Darwin"


lemond - 17/03/2009 alle 15:24

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d85a587e-cf27-43b7-9f22-8565c803111c.html da le storie di C. Augias - M. Marzano "Tra sacro e profano"


lemond - 18/03/2009 alle 11:11

7. La "fede abramitica". Secondo una interpretazione corrente fra i fedeli delle "religioni abramitiche", Abramo lasciò "Ur dei Caldei", o meglio Harran, perché Dio lo faceva in questo modo separare dai suoi parenti idolatri e gli permetteva di sviluppare o professare liberamente il suo recente ed improvviso monoteismo. Ovviamente chi dice ciò afferma anche che solo Dio sa perché il monoteismo potesse essere meglio professato fra gli idolatri Cananei piuttosto che fra gli idolatri Caldei. Se consideriamo che Giacobbe tornò fra i suoi parenti idolatri a prendere moglie e visse assieme a loro per molti anni senza per questo perdere la fede monoteistica, che, sempre secondo questa interpretazione tradizionale della Genesi, possedeva, la differenza fra l'ambiente cananeo e il caldeo non si nota assolutamente e rimane quindi misteriosa. Senonché nella Genesi non si parla affatto di un monoteismo di Abramo e di un politeismo dei suoi parenti, né si fa cenno a discussioni o diatribe teologiche fra di loro. In realtà non si descrive né la religione di Abramo né quella dei suoi parenti. Si racconta che Abramo seguiva fedelmente i dettami di un "Essere potente", ma non era il solo a farlo: anche il suo nipote Lot, dato che stava con lui, doveva essere dello stesso avviso, e, come abbiamo visto, a Salem c'era un sacerdote di questo "Essere potente" che non aveva certo aspettato Abramo per insediarsi. Il redattore della Genesi è stato abile: dicendo il meno possibile della "fede" di Abramo ha lasciato libero sfogo alla fantasia teologica degli interpreti. Come abbiamo detto precedentemente, mediante una ricostruzione attendibile, concordante con i dati storici e soprattutto che non mette in campo esseri soprannaturali (Dio e angeli, o, secondo gli esoterici , extraterrestri di vario tipo, e che in effetti, nei racconti riguardanti Abramo, non compiono alcunchè di soprannaturale), questo "Essere potente" di cui Abramo era un fedele servitore è identificabile col re d'Egitto Thutmosis III. Paradossalmente il fatto che "Jhwh" fosse il re-dio d'Egitto, anziché Dio, fa diventare ancora più straordinaria la "fede abramitica", la fiducia in lui riposta da Abramo. Abramo doveva infatti lasciare la sua terra e la sua gente, diventare, se non del tutto almeno in gran parte, un traditore ai loro occhi, mettendosi al servizio del nemico vincitore, un uomo che, poco seriamente, essendo alto si e no 1 metro e 65, si faceva chiamare Dio Altissimo (El Elyon) e andare in un territorio in cui sarebbe stato guardato con sospetto sia dai filoegiziani che dai filomitannici. Abramo partì da Harran mentre suo padre Tar era ancora vivo. La convinzione che egli partì da Harran dopo la morte di suo padre è diffusa, ma non ha il suo fondamento nella Genesi (come ad esempio ha creduto Voltaire, nel "Dizionario filosofico", alla voce "Abramo") bensì, almeno per quanto riguarda i Cristiani, nelle parole che l'autore degli Atti di Apostoli riferisce abbia detto Stefano poco prima di essere lapidato. Secondo Stefano (At 7:2) "Iddio della gloria apparve al nostro padre Abramo mentre era nella Mesopotamia, prima che abitasse in Haran, (3) e gli disse: «Lascia la tua terra e la tua parentela e va nella regione che io ti mostrerò»". Stefano evidentemente ricordava male, ed è comprensibile, perché stavano per lapidarlo: secondo Genesi 12:1, "Iddio" quella frase la disse ad Abramo dopo che egli era andato a Haran, non prima. Secondo gli Atti, Stefano continuò dicendo: "(4)egli abbandonò il paese dei Caldei ed abitò in Haran. E di lì, dopo la morte di suo padre, Dio lo fece emigrare in questo paese che ora voi abitate". Secondo Genesi 11:31 invece il progetto di andare nella terra di Canaan era venuto a Tare senza che nessun Dio glielo avesse suggerito (infatti, secondo noi, Shaushshatar ci voleva andare con l'esercito), e non si fa cenno assoluto ad una morte di Tare prima della partenza di Abramo Ovviamente i Cristiani hanno preso per vere le affermazioni di Stefano riferite dagli Atti, anzi per infallibili, essendo parte delle Sacre Scritture (che hanno Dio come Autore e quindi non possono contenere errori, almeno per le cose o gli avvenimenti fondamentali per la fede), e perciò hanno prodotto un bel po' di "acrobazie esegetiche" per conciliare quanto scritto nella Genesi e quanto attribuito a Stefano. Poiché invece non si fa cenno nella Genesi alla morte di Tar prima della partenza di Abramo, anzi l'espressione "Vattene dalla casa di tuo padre, dal tuo parentado..." suggerisce che il padre fosse ancora vivo (altrimenti sarebbe stata più corretta la frase "Vattene dalla casa del tuo parentado"), per noi non ci sono dubbi: Stefano e/o l'autore degli Atti si sono sbagliati, ricordavano male. Il nome El Elyon, assunto da Thutmosis per tutta o parte della terra di Canaan, trova la sua giustificazione nel fatto che egli non poteva presentarsi come la "Sua Maestà Divina il figlio del dio Thot", per la semplice ragione che Thot non era un dio delle popolazioni cananee. O meglio, egli avrebbe potuto presentarsi come "la Sua maestà Divina il figlio del dio Thot" e i non egiziani avrebbero percepito tale dio come estraneo, imposto a forza ed incomprensibile (privo di un corredo mitologico appropriato e contestualizzato alla regione). Thutmosis ritenne più utile presentarsi come un dio comprensibile, come l'incarnazione di un dio locale, dimostrando così una intelligenza politica straordinaria. Ce lo ha raccontato lui stesso in una iscrizione del tempio di Karnak, come ha riportato l'archeologa francese Claire Lalouette (1997, trad it. 1998): nell'iscrizione viene dichiarato che Thutmosis voleva essere venerato dai vari popoli posti sotto il suo dominio assumendo nomi di dei locali. Per quanto riguarda "El Elyon", non riteniamo importante sapere esattamente se si trattasse di un dio già venerato o di un dio inventato per l'occasione: un dio in più o in meno che differenza poteva apportare in un pantheon politeista? In verità il re-dio egizio era l'unico "dio" di cui fosse certa l'esistenza, l'unico dio capace di muoversi e di farsi vedere. Se effettivamente Elyon voleva dire "Altissimo" ciò può indicare che fosse capace di autoironia (dalla sua mummia sappiamo che non superava 1,65 m) o avesse un forte senso dell'umorismo: anche i più importanti re della Terra di Canaan di fronte a lui dovevano prostrarsi, in ginocchio e con la faccia a terra, e da quel livello non potevano che vederlo "altissimo". Riferimento bibliografico. Lalouette C. Mèmoires de Thoutmosis III. Calman-Lèvy, 1997. Trad. it. Il romanzo di Thutmosis. Newton Comton, 1998. Ripubblicato come "Thutmosis III" da Fabbri, 2001.


lemond - 20/03/2009 alle 09:39

L'ombra della Chiesa di ADRIANO SOFRI GIA' dall'alto dei cieli, sull'aereo che lo sta portando al prediletto continente africano, il Papa proclama che l'Aids non si risolve distribuendo preservativi, i quali anzi aggravano il problema. Si può rassegnarsi a che la Chiesa ripeta le sue posizioni assolutiste, in nome della fedeltà ai principii, ma c'è una gamma di sfumature possibili. Di occasioni, di toni. Invece no. Invece vince l'oltranza. È la posizione di sempre della Chiesa, si obietta, è stata del suo predecessore. (L'innovazione, annotano i filologi, sta nel fatto che questa volta il Papa ha pronunciato proprio la parola: preservativo). Ma c'è un di più, una troppa grazia, nell'inaugurare così il pellegrinaggio africano. E non limitandosi a dire che i preservativi non bastano ad affrontare il flagello - certo che non bastano - ma che lo aggravano. Dunque additando il peccato e la colpa di chi i preservativi in Africa cerca di distribuirli, e passa così per untore. C'è un'impressione di pazzia che ricorre attorno a queste scelte, e non si capisce come la Chiesa voglia ignorarla, quando non si compiaccia di fomentarla. Di dare scandalo. Erano passati dieci giorni dallo scandalo per la bambina brasiliana. Quale persona ragionevole e di cuore, cattolica o no, credente o no, può voler costringere una bambina di nove anni e di trenta chili a partorire due gemelli, frutto della lunga violenza esercitata su lei da un patrigno che l'aveva in balia? Otto giorni dopo la notizia che la madre della bambina e i medici che l'avevano soccorsa - questo è il verbo: soccorsa - erano stati scomunicati dall'arcivescovo di Recife, e che il Vaticano ne aveva approvato l'operato, otto giorni dopo, un prelato romano ha ritenuto di correggere quel gesto scandaloso. E come l'ha fatto? Dicendo (cito il titolo, testuale, dell'Avvenire): "Scomunica sì, ma serviva misericordia". Una scomunica misericordiosa, questo serviva? "Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la vita innocente della bimba...". Non "prima di pensare alla scomunica", ma "invece di pensare alla scomunica", era urgente. Tuttavia la mezza marcia indietro può essere il modo della Chiesa di fare una marcia indietro intera, e va almeno apprezzata l'insistenza sulla necessità di trattare i singoli casi, perché nella casistica, e in una casistica magari ipocrita ma intelligente, sta l'eventualità che la Chiesa di oggi riapra l'occhio della misericordia. Resta il fatto che il tentativo di restituire alla Chiesa un'aura di sensibilità ha impiegato otto giorni, e nel frattempo si erano sguinzagliati i cani arrabbiati, e non è poi facile richiamarli a cuccia. La dottoressa Fatima Maia è la direttrice del Centro sanitario in cui la bambina brasiliana ha potuto abortire, è cattolica, e ha avuto anche lei il tempo di riflettere, e poi ha dichiarato: "Grazie a Dio, mi trovo fra quelli che sono stati scomunicati". Lo ripeto, senza nessun compiacimento: un'impressione di non leggera follia. C'è un'esasperazione attorno a questo Papa e alla sua Chiesa. E non si tratta solo delle persone, di quelli che sanno immaginare di essere il padre o la madre della bambina di Recife, e di quelli così bravi e infelici da saper immaginare di essere quella bambina. E di essere un bambino o una bambina, una donna o un uomo della prediletta Africa. Ieri sono piovute le proteste secche di una serie di cancellerie. Non della pregiudicata Spagna di Zapatero, ma della Germania di Ulla Schmidt e di Angela Merkel e della Francia di Kouchner e Sarkozy, e della stessa Unione Europea. L'Unione Europea, gli impettiti e maturi rappresentanti di un continente fortunato costretti a ribadire che la diffusione del preservativo serve a salvare vite umane, in Africa e dovunque. Questo non succedeva con "l'altro Papa", benché anche lui, papa Wojtyla, fosse così rigido in ciò che tocca la sessualità. Non c'entra solo la diversa personalità dei due uomini. C'entra il tramonto di quella che si può chiamare l'"eccezione cattolica": una specie di accordo, metà rassegnato metà cortese, sulla bizzarria per la quale la Chiesa cattolica si riserva delle licenze paradossali per tutto ciò che riguarda il sesso, e di lì in poi si può averci a che fare. È questo che tanti uomini di Chiesa (compreso quell'arcivescovo di Recife) chiamano il primato della legge di Dio sulla legge degli uomini. Legge di Dio è quello che attiene alla sessualità. Attenzione: alla sessualità, e non alla "vita". Non si spiegherebbe se no la tiepidezza con la quale la Chiesa ha maneggiato la questione della pena di morte. Ma la sessualità non è più, ammesso che lo sia stata mai - come pretendeva un'epoca in cui i panni sporchi si lavavano in famiglia, e all'orecchio del confessore - un terreno riservato e appartato. Il Papa può proclamare, sempre dall'alto di quel cielo, che la soluzione stia nell'"umanizzare la sessualità, cioè innovare il modo di comportarsi verso il proprio corpo": ma questo vuol dire ignorare il problema presente e urgente, e sabotarne i rimedii parziali ma essenziali, com'è l'educazione all'uso del preservativo e la sua distribuzione. Specialisti papisti dichiarano che l'uso del preservativo è dannoso perché induce a una fallace sicurezza, e che dietro la sua promozione stanno le ingorde multinazionali produttrici. Balle: al complottismo dell'affarismo profilattico si risponda piuttosto rivendicando la gratuità, e il rischio residuo dell'uso del preservativo è incomparabile con il disastro dei rapporti non protetti, salvo che si finga di credere che davvero la gente smetta i rapporti sessuali, e lo faccia per giunta in misura e tempo utili a fronteggiare l'epidemia. Con una simile logica, se finalmente esistesse un vaccino anti-hiv, bisognerebbe vietarne la diffusione. Che sensazione di non lieve follia. Il Papa ha lodato la gratuità delle cure, e ci mancherebbe altro. Ma a condizione che si affronti la riproduzione allargata di malati da curare, gratis o no. Le impazienti reazioni di governi e istituzioni internazionali, che vedono offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e volontari, restituiscono il Vaticano alla sua misura terrena e alla sua responsabilità diplomatica, senza eccezione. Una stupidaggine è tale, anche se venga pronunciata da un Papa, e in nome di un Dio. Oltretutto in questa circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non con una Curia intrigante, non con una qualche solitudine, non con "un difetto - anche lui! - di comunicazione". E l'Italia? Il suo ministro degli Esteri ha spiegato che lui non commenta le parole del Papa. L'Italia è extraterritoriale. Per l'Italia, di gran parte del centrodestra e di una mortificante parte del centrosinistra, l'eccezione cattolica resta in pieno vigore. C'è una divisione del lavoro: alla Chiesa competono la nascita e la morte, più alcune cerimonie dell'intermezzo - i matrimoni, essenzialmente - alla maggioranza politica l'intermezzo vero e proprio, la vita, cioè, se non dolce, ottimista. La pietà dei credenti viene stirata tormentosamente. Muore Piergiorgio Welby e gli viene rifiutato il funerale. Quando si tratta di Eluana, i rifiutatori proclamano che "Welby era un'altra cosa". Lo vedemmo, che altra cosa era. Quando si tratta di Eluana, si grida all'omicidio. Per vendicarsene, una maggioranza pagana e sanfedista cambia il nome delle cose e confisca i corpi dei sudditi. Lasciando libertà di coscienza: graziosa espressione, che vuol dire che la coscienza è revocabile, e che la sua libertà è una cosa da "lasciare". Coscienze in deposito, oggetti smarriti. Può darsi che la gerarchia cattolica italiana sia contenta così: contenta di galvanizzare le sue schiere militanti, e di mettere a tacere i suoi fedeli dissidenti e amareggiati. Che addirittura questa faziosità le sembri una bella ed evangelica intransigenza. Non è escluso, dato che anche dalla parte opposta, di quella che si prende per sinistra, ci sono campionari simili. Ma che futuro verrà da un tal presente? L'eccezione cattolica accompagna come un'ombra la storia italiana, e in certe ore si allunga fino a inghiottirla. Ogni volta di nuovo i cittadini laici - credenti o no, davvero non è il discrimine - si chiedono se il saldo fra il dare e l'avere della presenza cattolica nella società italiana sia in fondo positivo o negativo. Se bisogni augurarsi di ridurla allo stremo, quella presenza, per diventare un paese un po' più normale, a costo di perdere tanta carità e solidarietà e premura per la vita indifesa, o se si ritenga ancora che quella presenza faccia argine al peggio, al razzismo, al cinismo, all'esclusione. Finora, la gran parte dei laici ha creduto, o almeno confidato e scommesso, sul secondo corno del dilemma. Anche i mangiapreti. Marco Pannella e i suoi andavano a piazza San Pietro per dare forza alla battaglia contro la fame nel mondo, o contro la violenza delle carceri. Oggi molte persone laiche - non saprei dire quante, ma molte - credenti o no, sono offese e respinte da una durezza della Chiesa che a volte sembra ottusità, a volte cattiveria, e ci vedono una malattia inguaribile della società italiana. A chi può far piacere?


lemond - 23/03/2009 alle 09:00

8. Faraoni e angeli. 8.Se Jhwh era il re-dio d'Egitto, chi era allora il "faraone"? E chi erano gli "angeli"? Se nella storia di Abramo al posto dei termini Jhwh, El Elyon, e del più generico Elohim, dobbiamo leggere "la Sua Maestà Divina il re- dio dell'Alto e del Basso Egitto" come si deve interpretare il termine "Faraone", che noi siamo abituati ad usare per indicare il re d'Egitto? Il nome "Faraone" significava "Grande Casa" e in origine indicava la residenza del re, ovvero l'amministrazione centrale, e costituiva il decimo titolo del re (in un paragrafo precedente sono stati elencati i primi cinque): solo dal tempo di Thutmosis III (ma secondo altri da quello di Amenothep IV) si iniziò ad usarlo più frequentemente per indicare la persona del re. Per i sostenitori della cronologia lunga (secondo cui Abramo nacque nel 2000 circa a. C. e morì 175 anni dopo) sarebbe un po' difficile sostenere che "faraone" potesse indicare, nell'Egitto del Medio Regno, il re-dio, appunto perché non si usava riferirlo alla sua persona; paradossalmente, per noi, sostenitori di una cronologia breve, sarebbe invece piuttosto facile, dato che proprio dal tempo di Thutmsosis III prese piede l'abitudine di chiamare "faraone" il re. Tuttavia il fatto che potesse indicarlo non significa che necessariamente "faraone" indicasse il re. Il termine "faraone" è l'analogo di quel tempo dei nostri "Casa Bianca", "Cremlino", "Santa Sede" e simili. Se da un nostro telegiornale apprendessimo che la "Casa Bianca" ha comunicato, deciso o annunciato qualcosa, non dobbiamo per questo ritenere che il Presidente degli USA ha comunicato o deciso o annunciato di persona quella tal cosa, come pure può essere definito "Casa Bianca" il plenipotenziario del Presidente inviato per una specifica missione. Nella Genesi non viene mai nominato, col nome personale, alcun re d'Egitto: ciò è in pieno accordo con l'ipotesi di Barbiero, che noi stiamo portando avanti, che tali re si presentavano come divinità, mentre l'ipotesi sarebbe stata subito falsificata, o non sarebbe mai stata proposta, se nel racconto biblico fossero stati trovati episodi con la contemporanea presenza di Jhwh (o di El o di Elohim) e di un re egiziano con il suo nome proprio. Un episodio in cui questo sarebbe potuto succedere è raccontato in Gen 12:14-20: Il faraone si invaghì di Sarai e la prese per moglie, dato che Abramo l'aveva presentata come sorella. "(17) Ma Jhwh colpì il faraone (ed anche la sua casa) con grandi piaghe, per l'affare di Sarai, moglie di Abramo". Ci fosse stato scritto il nome del "faraone", e fosse stato questo il nome di un re d'Egitto, e l'ipotesi di Barbiero non sarebbe mai stata formulata; viceversa intendere "Jhwh" come "il divino re d'Egitto" e "faraone" come "governatore", "viceré" e simili, rende conto sia del fatto che il faraone non si sia messo subito ad adorare il Dio di Abramo, sia dello strano senso di giustizia di "Jhwh": il povero "faraone" era in buona fede ed era stato ingannato da Abramo. Punirlo (anche la sua casa, che non c'entrava per niente) per un reato inesistente è azione più logicamente attribuibile ad un adirato essere umano che non ad un Essere Perfetto. Ma che il "faraone" di Gen 12:15-20 non fosse il divino re d'Egitto è dimostrato dalla stessa Genesi che, al cap. 20 versetti 1-17, ci svela cosa debbano intendersi per i termini "Egitto" e "faraone" del cap. 12. Che Gen 12:10-20 e Gen 20: 1-17 riferiscano lo stesso episodio non è dimostrato solo dalla trama, che è la stessa, ma anche dal fatto che gli autori sono diversi: "J" per Gen 12:10-20 ed "E" per Gen 20: 1- 17. Questa non è un'idea nostra, di dilettanti dello studio biblico, ma è chiaramente affermato da uno studioso, Massimo Baldacci, "formatosi al Pontificio Istituto Biblico sotto la guida autorevole di Carlo Maria Martini, Luis Alonso Schokel e Mitchell Dahood", come recita il risvolto di copertina del suo libro intitolato "Prima della Bibbia" (2000). Alla pag. 110 l'autore dichiara infatti: "Il capitolo 20 " (della Genesi) "è di certo un duplicato del capitolo 12 (vv. 10- 20)". Forti di tale attestazione, riprendiamo il nostro commento. Il redattore finale o non seppe decidere quale tradizione conservare e quale buttare e le accolse tutte e due, e per far figurare che erano due episodi distinti frappose fra loro altri episodi (quelli dei capp. 12 - 19), o non capì che erano due racconti di tradizione diversa dello stesso episodio e li sistemò alla bell'e meglio (in ogni caso i due testi subirono una importante modifica ciascuno: nel testo di tradizione J venne appunto inserito il nome Jhwh, nel testo di tradizione E il nome Abramo fu cambiato in Abrahamo. Poiché tale cambiamento di nome era avvenuto in Gen 17:5, nel successivo cap. 20 si doveva necessariamente usare il nuovo nome). La sostituzione dei nomi Jhwh ed Elohim con Signore e Dio fece poi sì che per secoli nessuno notasse che i due racconti riferivano lo stesso episodio, e che l'Egitto e il faraone del cap. 12 erano rispettivamente la città di Gerar e Abimèlech suo "re": Gerar era "Egitto" perché sede di una guarnigione egizia ed Abimèlech era "faraone" in quanto, anche se non necessariamente egizio, era re perché glielo consentiva Thutmosis e governava a nome suo, era il suo rappresentante e godeva di una certa autonomia, anche se era controllato abbastanza da vicino. Secondo J. A. Wilson (1980, p. 506) "per l'Asia Thutmosis costituì un'organizzazione militare e politica affinché si potesse controllare l'attività dei principi asiatici con un alto commissario per tutti i territori asiatici e con speciali plenipotenziari nelle città più importanti. Centro di governo era Gaza ... Al tempo della battaglia di Megiddo, questa città non era insorta contro Thutmosis e ... aveva una torre fortificata ... (che) serviva come posto di osservazione e di controllo nel tratto terminale della grande strada commerciale siro-palestinese, ed era percorsa regolarmente dai messi del re in tutte le terre straniere, i coraggiosi e intraprendenti araldi e mediatori del sovrano che attraversavano quella regione piena di pericoli sui loro carri da combattimento a due ruote. Tra Tebe e Boghezzköi (la città che si trova sul sito dell'antica capitale ittita), fra Tell el-amarna e Biblo, i veloci messaggeri del re facevano continuamente la spola con le loro tavolette di argilla segnate con la scrittura accadica cuneiforme, che in quel tempo era il mezzo di comunicazione della diplomazia". Gli "Angeli". Posto dunque che nei capitoli della Genesi che stiamo esaminando Jhwh sta al posto di "La Sua Maestà Divina, il Re dell'Alto e del Basso Egitto", che i vari El erano i nomi propri da questi assunti e che Elohim è un termine generico per "dio", e poteva quindi essere rivolto al re-dio egizio, gli "angeli di Jhwh" che compaiono in tali racconti non potevano essere altro che i messaggeri della Sua Maestà Divina il Re dell'Alto e del Basso Egitto, dato che "angelo" significa appunto messaggero: essi potevano recare ordini scritti su tavolette d'argilla o avere affidato un potere più ampio e decisionale e agire perché si effettuasse il volere del re-dio. Riferimenti bibliografici. Baldacci M. Prima della Bibbia. Mondadori, 2000. Wilson J. A. Egitto. In: I Propilei, Grande Storia Universale Mondadori, vol. I pp. 377-615. Mondadori, 1980.


lemond - 26/03/2009 alle 09:12

"Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire" Sequestro di persona di ADRIANO SOFRI Duemila anni fa, a Roma, un capo che vedeva in grande si rammaricò che il genere umano non avesse una testa sola, per poterla mozzare di netto con un colpo solo. Ieri, a Roma, il Senato ha decretato un colossale sequestro di persona: 60 milioni di corpi in un solo colpo. E' così vendicato l'oltraggio sacrilego della morte di una donna dopo soli diciassette anni di persistenza vegetativa, e riscritto il vocabolario italiano, dove pretendeva che una sonda infilata in gola o nella pancia di una persona fosse un trattamento terapeutico, una cura, e non un'ordinaria colazione. Vasta la maggioranza che ha realizzato l'impresa, ben più della stessa ingente maggioranza uscita dalle urne scorse, così da corrispondere, alla rovescia, alla vastissima maggioranza di cittadini italiani che dissente dal nuovo decreto, quando non ne è atterrita o scandalizzata. Quando se ne completasse il cammino, gli italiani, dal Presidente della Repubblica all'ultimo povero Cristo, finirebbero espropriati della libertà di disporre del proprio corpo, cioè di sé: e con gli italiani chiunque si trovasse ad agonizzare in Italia per qualche circostanza di passaggio. Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire. Certo, resta la Corte Costituzionale, finché dura. Resta il referendum: ma ai referendum le Curie hanno escogitato da tempo l'espediente - furbizia con cui soppiantare intelligenza - che lo sventi. Se non si riesca a impedirne l'attuazione, si promuoverà l'astensione: il quorum proibitivo lavora per noi. Furbizia è ormai la risorsa metodica. Fino a poco fa le Curie dicevano no a qualunque legge sul fine vita. Assediate dall'iniziativa laica e dalla pressione popolare, decisero bruscamente di accettare che la legge fosse fatta: a loro immagine, un'antilegge. L'altroieri il cardinal Bagnasco ha chiesto che ci si sbrigasse a farla. Vedete dunque che non è vero che questa Chiesa non creda all'evoluzione. Ma non è ai cardinali e ai vescovi che si devono muovere obiezioni di parole e di coscienze. La legge è l'opera di una classe politica molto votata, e del sostegno di un'altra parte meno votata. Quello che succederà d'ora in poi somiglierà a quello che succedeva finora. Che pazienti, famigliari, medici e infermieri faranno quando e come potranno il loro officio pietoso, mutati solennemente in fuorilegge. Finché un'altra donna, un altro uomo deciderà di sfidare pubblicamente l'usurpazione della legge, in nome della propria libertà e della Costituzione italiana, e l'Italia assisterà di nuovo col fiato sospeso a una coraggiosa agonia da una parte, e alle mene affannate delle autorità riunite dall'altra. L'Italia sta imparando dolorosamente a maneggiare in pubblico questioni di vita e di morte finora confinate, e anche protette, nelle corsie di ospedale e nelle stanze da letto di case dalle tende tirate. Non sarà la stessa Italia, non lo è già. Cartelli esposti in pronti soccorsi e ambulatori, in tante lingue, dicono: "Noi non vi denunciamo". Tante lingue, due Italie, due cartelli opposti. Anche nel maneggiare ottimismo e trepidazione, sanità e malattia. A Bologna, un medico ha sfidato i candidati sindaco a esibire il loro certificato di sana e robusta costituzione fisica. Il presidente del consiglio è, buon per lui, ottimista e in forma, e tratta le malattie come allegre metafore. Ma le metafore tratte dalla malattia, e dalla biologia, sono brutte e pericolose. Se vuole prendersela con l'America, faccia pure; ancora meglio se volesse prendersela un po' con la Russia del suo amicone. Ma se dice: "Il virus americano", non va bene. C'è un odore di caccia all'untore, e anche di peggio. Se vuole prendersela con la magistratura, libero di farlo, salve obiezioni. Ma se dice che "la magistratura - o una sua parte - è una metastasi", offende imperdonabilmente una professione importante e coloro che la professano, e offende ancora più imperdonabilmente chi è ammalato di cancro e sa nel proprio corpo che cos'è una metastasi. Una sciagura, ma la sua, la mia, la vostra sciagura. Con la quale mi misuro io, ti misuri tu, si misura ciascuno a suo modo, espellendolo da sé e combattendolo come un nemico, sentendolo come una parte di sé, ignorandolo, vincendolo, morendone. Si prendano altrove le metafore, e anche le magistrature, e le Americhe. Si lascino i virus e le metastasi a chi sa, per sé o per i propri, di che cosa si tratti. La politica professionale non è granché, anzi spesso - per esempio oggi - è abbastanza disgustosa, ma non è "un cancro", "un virus", "una metastasi". E tanto meno l'Aids: il cui abuso metaforico e barzellettiere surclassa tutte le altre porcherie analoghe, peste contemporanea per chi ne parla senza esserne affetto, senza pensare di poterne essere affetto, senza pensare a chi ne è affetto, senza immaginare ogni volta che apre bocca di esserne affetto. Come si dovrebbe. Ora e nell'ora della nostra morte, amen. (26 marzo 2009)


lemond - 26/03/2009 alle 12:38

In carcere chi stacca la spina . da La Stampa del 25 marzo 2009, pag. 10 di Antonella Rampino «Testamento ideologico», così lo chiamano i radicali Porretti e Perduca i cui emendamenti a valanga non sono stati un ostacolo sulla via dell'approvazione del primo dei nove articoli di cui consta il disegno di legge sul «fine vita». Lavori in Senato a spron battuto, ogni tanto qualcuno si alza e protesta «ma così non si capisce niente»: le mille e passa correzioni dei radicali vengono sbaragliate con un complesso (e legittimo) meccanismo per il quale si boccia il principio, e a seguire tutto quello che vi si ispira. E voti incrociati invece sugli emendamenti del Pd, e qualcuno anche dal Pdl: a Domenico Nania è riuscito di proteggere gli interventi medici da future diatribe, a Francesco Rutelli del Pd di veder riconosciuto il principio di sue proposte sulla centralità decisionale del medico. Deluso Ignazio Marino, le cure palliative, proposte pure dal Pdl, sono solo un ordine del giorno, un invito a fare una legge come, forse, si farà. Sono iniziate ieri le votazioni in Senato sulla legge Calabrò che, ha assicurato il presidente Schifani, sarà varata al massimo entro domani, si dovesse pure far notte in Aula. Ma ieri è stata una giornata più importante delle altre. Non solo perché il primo articolo, che in pratica garantisce il consenso informato, vieta il suicidio assistito e l'eutanasia prevedendo il carcere per il personale sanitario, è passato con voto segreto, la completa contrarietà del Pd e l'astensione dei dipietristi. Non solo perché i sì son stati 161 contro 95 no e 30 astenuti (che sono dei no, a termine di regolamento di Palazzo Madama), e dunque s'è visto che il richiamo al «voto di coscienza» e la protezione della libertà di mandato dei parlamentari poco possono di fronte alle pressioni della Cei del cardinal Bagnasco e ai richiami epistolari di Berlusconi. Ma soprattutto perché già ieri in Aula il governo ha ribadito che non cambia la posizione sul vero nodo della legge, l'alimentazione e l'idratazione forzata considerate non più come terapie. «Non si è liberi di scegliere tra vivere e morire», ha detto il relatore Calabrò. E il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella si è spinta fino ad esemplificare quelle terapie alla stregua di «dare il biberon a un neonato», e fino a mettere in questione il concetto di qualità della vita. Emma Bonino aveva chiesto di «fermarsi a riflettere, questa legge è pasticciona e incostituzionale, cambierà il rapporto tra cittadino e Stato», ma la proposta è stata rigettata, e votando per alzata di mano. Anna Finocchiaro ha spiegato che i veri termini in cui la legge si muove sono «vita artificiale e morte naturale». Il leghista Bricolo ha ringraziato l'opposizione, che intanto a Montecitorio si asteneva sul federalismo, per non aver fatto ostruzionismo.


lemond - 27/03/2009 alle 12:52

9.Fare affari con la moglie. Riprendiamo il racconto delle vicende di Abramo dall'invito rivoltogli da Thutmosis. Abramo seguì il re-dio che rientrava in Egitto attraverso la terra di Canaan; nei pressi di Sichem ricevette la promessa che quel territorio sarebbe stato dato alla sua discendenza (Gen 12:7), e dopo qualche altra interessante cerimonia tra Beth-El ed Hai, egli si fermò a Gerar (Gen 12:10, da mettere in relazione con Gen 20:1) ed il re-dio proseguì verso Tebe. A quel punto Abramo forse ebbe paura: i principi cananei l'avrebbero rispettato o, approfittando dell'autonomia loro concessa dal re-dio egizio, l'avrebbero ucciso per prendere i suoi averi (che non dovevano essere molti, dato che era un quasi-prigioniero) e la bella moglie che si portava dietro? Già, cosa aveva di bello la moglie? La Genesi non descrive i tratti fisici di Abramo o di Sarai: Barbiero, basandosi sul fatto che erano mitanni, e quindi di ceppo indoeuropeo, ha ipotizzato che fossero di carnagione chiara, alta statura e capelli rossicci (sebbene solo una parte degli indoeuropei fosse così), ed ha avvalorato tale ipotesi con l'osservazione che tali caratteristiche, inusuali fra i semiti, servirono, in un periodo successivo, per la scelta dei re d'Israele: Saul perché era molto alto (I Sam 9:2) e David perché aveva i capelli rossi (I Sam 16:12). Anche il nipote di Sarai, Esaù, ebbe i capelli rossi, e per questo fu chiamato "Edom", che significa "rosso". Abbiamo detto che ebbe paura: più probabilmente, poiché era un tipo che aveva già preso una decisione rischiosa, pensò di mettere alla prova la protezione che "Jhwh" gli aveva promesso e di far capire ai cananei che non avevano a che fare con un qualsiasi prigioniero mitanni da dileggiare o angariare. Disse a Sarai (Gen 12:13): "«Di', ti prego, che sei mia sorella, perché sia trattato bene a causa tua e grazie a te la mia anima viva»". (Abramo, come si può notare, era gentile e ben educato con la moglie: aveva bisogno del suo consenso perché lei era di rango superiore). Quando Abimèlech, re di Gerar, attratto dalla bellezza esotica di Sarai, mandò a prenderla perché facesse parte del suo harem, Abramo avvertì dell'accaduto il comandante egizio e questi provvide ad avvertire "Jhwh". Che si trattasse di Thutmosis ancora fermo a Gaza o del plenipotenziario ivi residente poco importa: rapidamente uno dei "messi del re-dio in tutte le terre straniere" (ovvero un "angelo") fu inviato a Gerar con la tavoletta d'argilla o appropriate istruzioni. Egli giunse da Abimèlech e lo buttò giù dal letto strapazzandolo per benino (Gen 20:3 "Ma Elohim venne di notte da Abimèlech in sogno e gli disse : «Tu morirai a causa della donna che hai preso ...»"). Effettivamente proprio un brutto sogno per il povero Abimèlech. E qui mi ero fermato. Penso che mi tocchi continuare. Per farlo trascrivo di seguito i passi biblici finora esaminati, racchiudendoli tra parentesi con indicazioni relative alla "tradizione" cui appartengono: R, per Redazione finale, J per Javista, E per Elohista, P per Sacerdotale. Un "?" indica l'attribuzione dubbia. Ogni tanto inserisco un mio commento: CM. Da Genesi, cap. 11 …(R 27 Discendenti di Thare:R) (P Thare generò Abram, Nahor e Haran. 28 Haran generò Lot, ma morì quando era ancora vivo suo padre Thare, nel paese di origine, a Ur dei caldei. 29 Abram e Nahor si sposarono. La moglie di Abram si chiamava Sarai, la moglie di Nahor si chiamava Milca, figlia di Haran, padre di Milca e Isca. 30 Sarai però era sterile e non aveva figli. 31 Poi Thare prese suo figlio Abram, suo nipote Lot, figlio di Haran, e sua nuora Sarai, moglie di suo figlio Abram, e insieme uscirono da Ur dei caldei per andare nel paese di Canaan. Ma giunti a Haran, vi si stabilirono.P) (R 32 Thare visse duecentocinque anni e morì a Haran.R) Cap. 12 (J 1 Jhwh disse ad Abram: "Va' via dalla tua terra natale e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò. 2 Farò di te un grande popolo, ti benedirò, renderò famoso il tuo nome che diventerà una benedizione. 3 Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà: in te saranno benedette tutte le famiglie della terra." 4 Abram se ne andò, come gli aveva detto Jhwh, e con lui si mosse Lot. J) (P Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Haran. 5 Abram prese con sé sua moglie Sarai, suo nipote Lot, tutti i beni che si erano acquistati e gli schiavi che avevano comprato in Haran. Uscirono in direzione di Canaan e giunsero nella terra di Canaan. P) (CM: Come si può notare, i numeri e i calcoli sono dovuti ai redattori finali, probabilmente usando brani o racconti non riportati nel libro della Genesi.CM) (J 6 Abram attraversò il paese fino al santuario di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese in quel tempo abitavano i cananei. 7 Jhwh apparve ad Abram. "Alla tua discendenza io darò questa terra" gli disse. Egli costruì là un altare dedicato a Jhwh che gli era apparso. 8 Da lì andò verso le montagne a est di Betel e vi piantò la sua tenda, con Betel a ponente e Ai a levante. Vi costruì un altare a Jhwh e invocò il nome di Jhwh. 9 Poi Abram, levando l'accampamento di tappa in tappa, migrò verso il Negheb. 10 Nel paese vi fu una carestia, e poiché la fame infuriava nel paese, Abram scese in Egitto per soggiornarvi. (CM: La carestia è un luogo comune che serve come facile giustificazione per viaggi di cui si vuol celare il vero motivo: che si tratti di un espediente "letterario"si capisce dal fatto che sono strane carestie che colpiscono piccoli gruppi di persone. Se ci fosse stata una carestia generalizzata, l'Egitto avrebbe dovuto essere invaso da migliaia di Cananei, e gli Egiziani avrebbero avuto altro cui pensare che non notare la bellezza di una donna fra migliaia di profughi. Come avrebbe potuto essere bella una donna affamata e denutrita e pure un po'avanti negli anni costituisce uno dei misteri cui ama credere ogni credino.CM) 11 Sul punto di entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: "So bene che sei una donna di bell'aspetto. 12 Quando gli egiziani ti vedranno, diranno: "È sua moglie". Così mi uccideranno e lasceranno in vita te. 13 Ti prego, di' che sei mia sorella, perché sia trattato bene per causa tua e grazie a te mi sia conservata la vita". 14 Quando Abram giunse in Egitto, gli egiziani videro che la donna era molto avvenente. 15 Gli ufficiali del faraone la videro e ne fecero le lodi davanti al faraone. E così la donna fu condotta nel palazzo del faraone. 16 Questi fece del bene ad Abram per riguardo a lei e Abram entrò in possesso di pecore, buoi, asini, servi, serve, asine e cammelli. 17 Ma Jhwh colpì il faraone e la sua corte con grandi piaghe a causa di Sarai, moglie di Abram. 18 Allora il faraone chiamò Abram. "Che cosa mi hai fatto?" gli disse. "Perché non mi hai detto che era tua moglie? 19 Perché hai detto che era tua sorella, così che io l'ho presa in moglie? Se dunque è tua moglie, prendila e vattene!" 20 Il faraone impose ad Abram una scorta e lo mandò via con sua moglie e tutto quanto possedeva. J) (CM: adesso riportiamo il racconto elohista, che il redattore ha collocato, astutamente o ingenuamente, a distanza di alcuni capitoli dal primo.CM) Cap. 20 (E 1 Abramo levò le tende di là, dirigendosi verso il territorio del Negheb. Dapprima si stanziò tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar. 2 Dal momento che Abramo aveva detto di sua moglie Sara: "E mia sorella!", Abimèlech, re di Gerar, mandò a prendere Sara. 3 Ma Elohim venne da Abimèlech in un sogno notturno e gli disse: "Tu devi morire a causa di questa donna che ti sei preso, perché lei ha già un marito." 4 Abimèlech però non si era ancora accostato a lei. "Mio Signore" rispose "vuoi far morire gente innocente? 5 E stato lui a dirmi: "E' mia sorella!". E lei stessa ha detto: "E' mio fratello!". Io ho agito con cuore retto e con mani innocenti!" 6 "Lo so anch'io che hai agito con cuore retto" replicò Elohim in sogno "e sono stato io a preservarti dal peccato contro di me; perciò non ho permesso che tu la toccassi. 7 Ora, però, restituisci la moglie di quest'uomo: egli è un profeta! Pregherà per te e tu vivrai. Ma se non la vorrai restituire, sappi che morirai di sicuro con tutti i tuoi." 8 Abimèlech si alzò di buon mattino e chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì queste cose, e quegli uomini furono presi da grande timore. 9 Chiamò Abramo e gli disse: "Che cosa ci hai fatto? Che colpa ho commesso contro di te per esporre me e il mio regno al rischio di un peccato tanto grande? Ti sei comportato con me come non si deve!. 10 Che intenzioni avevi per agire in tal modo?" disse poi Abimèlech ad Abramo. 11 "Pensavo che non ci fosse timore di Elohim in questo luogo" rispose Abramo "e che mi avrebbero ucciso a causa di mia moglie. 12 Inoltre, lei è veramente mia sorella, figlia di mio padre ma non di mia madre, ed è divenuta mia moglie. 13 Quando dunque Elohim mi fece errare lontano dalla mia casa paterna, le dissi: "Ti chiedo questo favore: in ogni luogo dove arriveremo, dirai che sono tuo fratello" ".. 14 Allora Abimèlech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara 15 dicendogli: "Ecco davanti a te il mio territorio: stabilisciti dove ti pare e piace!". 16 A Sara disse: "Ecco, ho dato a tuo fratello mille pezzi d'argento: questo sarà per te come un velo sugli occhi di quanti sono con te, perché tu sia in tutto riabilitata". 17 Abramo pregò Elohim e Elohim guarì Abimèlech, sua moglie e le sue concubine, che poterono di nuovo partorire;E) 18 (R? Jhwh aveva infatti chiuso il grembo di tutte nella famiglia di Abimèlech per il fatto di Sara, moglie di Abramo.R?) storia degli antichi ebrei (10): Abramo e Lot Passiamo adesso al capitolo 13 di Genesi. 13 (J 1 Abram risalì dall'Egitto nel Negheb, con sua moglie e quanto possedeva. Lot era con lui. J) (CM: Lot rispunta in compagnia in Abramo: Egli però non era stato menzionato nel precedente racconto Jahvista, e non compariva nemmeno nella versione Elogista. Se fosse stato menzionato nella sola versione Jahvista, tale fatto avrebbe confortato l'ipotesi tradizionale che vede nel Faraone e in Abimelek due personaggi diversi per due episodi analoghi ma diversi nello spazio e nel tempo, se fosse comparso nella versione Elohista (cap. 20) sarebbe stato imbarazzante: Lot si era separato da Abramo nel corso del cap. 13, non si era più ricongiunto con lui e quindi non poteva stare assieme ad Abramo nel cap. 20. La mancata menzione di Lot nel corso dell'episodio avvenuto in Egitto/Gerar e avente protagonista il Faraone/Abimelek viene spiegato da Barbiero in un modo semplice: Lot e Abramo si erano separati prima che Abramo andasse in Egitto/Gerar. Osserviamo allora cosa viene raccontato nel prosieguo del cap. 13.CM) (J 2 Abram era divenuto molto ricco in bestiame, argento e oro. 3 Dal Negheb migrò a tappe fino a Betel, al luogo in cui aveva già posto in precedenza la sua tenda, tra Betel e Ai, 4 quel luogo in cui, un tempo, aveva costruito un altare. Là Abram invocò il nome di Jhwh. 5 Anche Lot, che si spostava con Abram, possedeva greggi, armenti e accampamenti.J) (CM: in base ai versetti sopra riportati, la carestia era passata in un battibaleno, e i due compari, ovvero lo zio ed il nipote, rifacevano al contrario il percorso di prima. CM) (P 6 Il territorio non bastava più per loro, perché avevano beni troppo grandi e non potevano più stare insieme. P) (J 7 Per questo scoppiò una lite tra i pastori del bestiame di Abram e i pastori del bestiame di Lot. In quel tempo, i cananei e i perizziti abitavano nel paese. 8 Abram disse allora a Lot: "Non ci deve essere contesa tra me e te, tra i miei pastori e i tuoi, perché siamo fratelli! 9 Ecco, tutto il paese sta davanti a te: separiamoci! Se tu vai a sinistra, me ne andrò a destra; se tu vai a destra, me ne andrò a sinistra".J) (CM: a quanto pare ignoravano il detto "l'unione fa la forza": un gruppo di ricchi stranieri vagava con armenti e ricchezze in un paese in cui ci sarebbe stata una recente carestia senza tema di essere assalito da banditi o predoni, anzi dividendosi in due gruppi, e questo per colpa di mandriani indisciplinati. Andiamo alla spiegazione di Barbiero: zio e nipote si erano separati fra Bet-El ed Ai, ma non nel percorso di ritorno, bensì in quello di andata. La lite fra i pastori dei due a causa delle mandrie troppo numerose sarebbe un escamotage letterario per giustificare la separazione, e per far avvenire la separazione là dove era avvenuta si è dovuto inventare un percorso di ritorno uguale a quello di andata. Abramo non costruì due volte un altare a Jhwh fra Bet-El ed Ai: lo costruì una sola volta, e possiamo capirne il significato, se teniamo presente che Jhwh era Thutmosi III. In pratica fra Bet-El ed Ai, ovvero nel bel mezzo della Terra di Canaan, i due Mitanni fecero una solenne dichiarazione di sudditanza e fedeltà al re-dio d'Egitto, il quale li mandò a controllare per lui luoghi diversi di quella terra. Non era un compito facile, essi stessi a loro volta sarebbero stati controllati dagli emissari egizi, e avrebbero potuto trovare l'ostilità dei "nostalgici" filo-mitannici, che li avrebbero considerati dei traditori. Il racconto biblico dice che Abramo lasciò la scelta a Lot. Gli interpreti "credini" vedono in ciò un atto di magnanimità di Abramo nei confronti del nipotino. Barbiero fa notare invece che Lot aveva il diritto di precedenza nella scelta, perché era un principe, mentre Abramo era solo un nobile. E adesso torniamo al racconto biblico. CM) (J 10 Lot alzò gli occhi e osservò tutta la valle del Giordano: prima che Jhwh distruggesse Sodoma e Gomorra, era tutta irrigata fin verso Zoar, come il giardino di Jhwh e come il paese d'Egitto. 11 Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e spostò le tende verso oriente.J) (P Così si separarono l'uno dall'altro. 12 Abram abitò nel paese di Canaan. P) (J Lot invece abitò nelle città della valle e giunse a piantare le sue tende fino a Sodoma. 13 Ma gli abitanti di Sodoma erano perversi e peccavano contro Jhwh. J): (CM. E adesso diciamo due parole su Sodoma. Dov'era? La tradizione "credina" afferma che si trovava nella piana a sud del Mar Morto. Ci vuole una buona rinuncia alla razionalità per accettare una simile ubicazione: Il Mar Morto è "morto" perché è troppo salato, e la piana che è a sud di esso è la più bituminosa di tutto il medio oriente costiero. In altre parole, il bitume affiora dai pozzi e può essere facilmente raccolto: ciò ne faceva un'area pregiata, perché il bitume era esportato (o era versato come tributo) in Egitto, dove serviva per impermeabilizzare le imbarcazioni. Nell'area a sud del Mar Morto potevano quindi soggiornare squadre di estrattori di bitume che dovevano essere riforniti costantemente di viveri ed acqua dolce, altro che città ed agricoltura! L'indirizzo dello sguardo di Lot ci dice dove era Sodoma: era al centro della valle del Giordano; in epoca odierna c'è una città in quella zona, e si chiama Gerico. E adesso osserviamo che il nome ebraico di Sodoma è Sedom. Non si capisce per quale ragione Greci e Latini abbiano trasformato Sedom in Sodoma, ma hanno ottenuto un risultato non si sa se casuale o voluto: hanno evitato che fosse evidente una parte del nome, Edom. Edom, come abbiamo visto in qualche puntata precedente, significa "rosso" (di carnagione), e poteva essere un modo per indicare i Mitanni. A questo punto si capisce qual era la missione affidata da Thutmosi a Lot, o quella che lui stesso aveva assunto: andare nella città che era la principale colonia mitannica nella Terra di Canaan. E possiamo anche dare un'interpretazione logica all'affermazione secondo cui gli abitanti di Sedom erano sospetti agli occhi di Jhwh: essi erano guardati con sospetto da Thutmosi perché erano Mitanni. Viceversa credere che non seguissero i precetti di Jhwh, inteso come Dio, come ritengono i "credini", pone qualche problema logico- giuridico: Jhwh, secondo i credini, era conosciuto solo da Abramo e da qualche suo intimo, e di conseguenza gli abitanti di Sedom non potevano essere accusati di non obbedire a un Dio che non aveva dato loro nessuna legge. CM) (J 14 Dopo che Lot si fu separato da lui, Jhwh disse ad Abram: "Alza gli occhi e da dove stai volgi lo sguardo a settentrione e a mezzogiorno, a oriente e a occidente: 15 tutto il paese che tu vedi, lo darò a te e alla tua discendenza per sempre. 16 Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se qualcuno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti! 17 Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te!". 18 Abram levò la tenda e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, a Ebron, e vi costruì un altare a Jhwh. J) CM: ad Abramo Thutmosi diede un compito più scomodo, essere una sorta di ispettore vagante, ma non è detto che glielo abbia dato dall'inizio. Può essere che prima gli abbia detto di stabilirsi a Gerar e dopo l'infelicità di quell'esperienza gli abbia affidato un compito da vagante.: un bel po'di promesse reboanti poteva addlcirgli la pillola. CM)


lemond - 04/04/2009 alle 14:08

Messianismo politico e religioso (prima parte) Varie dottrine religiose, tra cui quella cristiana, interpongono, tra l'odierna condizione dell'uomo e del mondo e la beatitudine ultima ed eterna del Paradiso, un lungo Regno di Dio in terra che già anticipa e prefigura il suo Regno celeste. Secondo *l'Apocalisse di Giovanni *(20, 1-5) questa nuova era di felicità terrena, già governata dalla divina provvidenza e tutta pervasa di gioia celeste, durerà *mille anni. *Da qui sono nati i termini *Millennio, *che indica appunto questa nuova era benedetta e felice, promessa da varie religioni al termine del tempo storico (4) e *millenarismo, *che sta a significare l'attesa e la predicazione di questa era meravigliosa, spesso inaugurata dalla venuta di un salvatore o *messia * (e di qui anche il termine *messianismo, *che indica appunto il messaggio millenaristico imperniato sulla figura di un messia). Proprio in quanto focalizzato su questo momento (*) della vicenda escatologica (*) cioe' della vicenda relativa alle concezioni sui i destini ultimi dell'uomo e del mondo - ndr - ) che è già felice e paradisiaco ma non è ancora ultra-terreno, il messaggio millenaristico è, in sostanza,al tempo stesso religioso e politico. Come rileva Desroche, «se la tradizione escatologica guarda solo alla fine del mondo, la tradizione millenaristico-messianica guarda solo alla fine di *un mondo* nel momento del Gran Giorno, che sarà a un tempo inizio di una nuova era e di un nuovo mondo». (1) Ciò premesso, era inevitabile che l'evidente affinità psicologica tra millennio religioso e utopia politica si traducesse anche in concreta continuità storica. In alcune famose pagine di una sua opera del 1929, Karl Mannheim ha indicato le origini di questa affinità e integrazione tra utopia e millennio nel periodo che vide la nascita dell'era moderna in Europa. In particolare, questa integrazione si sarebbe prodotta nel XV e nel XVI secolo: anzitutto presso gli Ussiti nel XV secolo e poi per opera di Thomas Munzer e degli Anabattisti, nel corso del XVI secolo. (2) Mannheim ha acutamente rilevato che «è assolutamente senza importanza (anche se ciò può essere significativo per la storia delle variazioni dei motivi che al posto dell'utopia temporale subentri un'utopia spaziale» (3) : in altre parole, egli ha giustamente intuito che, sul piano psicologico, non ha grande importanza che il millennio della tradizione religiosa sia proiettato nel futuro (cioè in una dimensione temporale), mentre l'utopia politica viene configurata in un luogo determinato (anche se le implicazioni sociali del cambiamento saranno enormi). A partire da Karl Mannheim la continuità storica tra millenarismo religioso e utopismo rivoluzionario è stata sottolineata nell'ultimo mezzo secolo da un intero filone di critica storico-culturale che, passando per Eric Voegelin, giunge fino al nostro Luciano Pellicani. (4) L'approccio psico-esistenziale consente tuttavia di mettere a fuoco nell'angoscia di morte e nella elaborazione paranoicale il nucleo essenziale del fenomeno (un nucleo appunto psicologico) al di là delle espressioni particolari che esso assunse nelle varie epoche e nei vari paesi. In un' ottica psico-esistenziale molti enigmi e molte contraddizioni trovano un loro chiarimento. Mi sembra significativo, per esempio, che Mannhein indichi nel '400-500 il periodo di confluenza tra millenarismo religioso e utopia politica, perché quel periodo storico, come si è visto, coincide anche con la crisi endogena delle difese religiose contro l'angoscia di morte, che era stata scatenata dal «sottoprodotto» ditali difese, cioè dall'angoscia di dannazione, nonché con i primi colpi inferti al monopolio ecclesiastico della coscienza dalla riscoperta del mondo classico, dal risveglio della ricerca scientifica e dalla crescente autonomizzazione del potere politico europeo rispetto a quello religioso. Le premesse essenziali di una «secolarizzazione» del millennio religioso, del resto, erano già tutte, secondo Eric Voegelin, nelle concezioni che il monaco e mistico calabrese Gioacchino da Fiore era andato elaborando fin dalla fine del XII secolo. Reagendo alla predicazione agostiniana che, nel clima della decadenza imperiale, aveva individuato il segnale dell'imminente fine del mondo, Gioacchino da Fiore, figlio di un'epoca di crescente ricchezza e dinamismo, sostenne che stava invece per iniziare l'era dello Spirito Santo, che sarebbe stata caratterizzata dalla comparsa di un Capo a sua volta annunciato da un Profeta. In Gioacchino, secondo Voegelin, troviamo quattro simboli tipici di ogni successiva predicazione millenaristica anche politica. Il primo è l'idea di un Nuovo Regno, quello del Compimento. Il secondo è l'idea del Capo carismatico. Il terzo è l'idea del Profeta (che nel processo di secolarizzazione diverrà l'intellettuale capace di indicare la formula del riscatto). Il quarto è la comunità degli eletti (che nella secolarizzazione diverranno i militanti della Vera Rivoluzione). Secondo Mannheim, comunque, una prima espressione concreta del connubio tra millenarismo religioso e utopia politica si ebbe nel XV secolo col *movimento degli Ussiti* (seguaci del teologo boemo Jan Hus, arso sul rogo per eresia nel 1415) che nel 1421-22 tentarono di creare a Tavor una «città di Dio» ispirata ai principi del Vangelo.(5) Ma è soprattutto col movimento politico-religioso di Thomas Munzer e degli altri Anabattisti (così chiamati perché negavano la validità del battesimo dei neonati inconsapevoli e predicavano il battesimo degli adulti coscienti e convinti, conforme all'esempio dello stesso Cristo) che la fusione tra millennio biblico e riforma, anzi rivoluzione sociale, assume forma esplicita e compiuta. Munzer incitò i contadini oppressi alla rivolta contro i principi tedeschi e proclamò che quell'insurrezione aveva lo scopo, appunto, di instaurare il Regno di Dio, basato sulle virtù cristiane e sull'amore universale. Anche se conclusosi tragicamente con la vittoria dei prìncipi, la sconfitta dei contadini e la decapitazione di Munzer (1525), questo movimento segna una prima, clamorosa saldatura tra millenarismo e utopia politica, della quale è difficile esagerare il significato psicologico e storico. Esso è infatti una dimostrazione lampante (cui molte altre ne seguiranno durante gli ultimi quattro secoli in Europa e altrove) del fatto, già in precedenza emerso ma in modo meno evidente, che fede millenaristica e utopia politica, guerra e azione rivoluzionaria hanno una stessa matrice psicologica (il sogno umano di sconfiggere la morte, la sofferenza, l'odio e l'ingiustizia), anche se l'utopia rivoluzionaria, pur nata storicamente dalla fede religiosa, tende gradualmente a distaccarsene, a soppiantarla e infine a negarla e a perseguitarla. Significativamente, questa nuova versione politicizzata del Millennio presenta subito le stesse caratteristiche di intolleranza e brutalità del fanatismo religioso e delle sue guerre sante, come del resto era inevitabile data l'identica matrice psicologica di stampo paranoicale. Fin dal 1532, un leader anabattista, Jan Bokelszoon, tentò di instaurare a Munster, in Westfalia, una Nuova Gerusalemme che presto, in nome della «Vera Fede», si trasformò in un regime intollerante e sanguinario e fu abbattuta e saccheggiata ferocemente, due anni dopo, dalle forze fedeli alla «Vera Chiesa»: questa volta, la cattolica.' Da allora questo intreccio e parallelismo tra millenarismo religioso e utopia politica è continuato a lungo. E anche se nel nostro secolo, come vedremo, la componente politica ha finito per prevalere, la sua derivazione religiosa, resa evidente dalle vicende storiche testé accennate, conferma le sue Identiche radici esistenziali sul piano psicologico. Ma vediamo qualche esempio concreto di questa precoce e crescente commistione tra millenarismo religioso e utopia politica. Si possono ricordare anzitutto i *levellers*, ala sinistra della rivoluzione inglese del XVII secolo, le cui aspirazioni sociali si identifi-cavano con l'avvento del Regno di Dio; o i *diggers * di Gerard Minstanley, di poco successivi. 7 La versione politicizzata del millenarismo cristiano ebbe una funzione rilevante anche nella conquista e nella colonizzazione delle Americhe. Nel suo *Libro delle Profezie, Cristoforo Colombo sottolinea le finalità millenaristiche della scoperta e conquista del Nuovo Mondo: la fine del mondo deve, infatti, essere preceduta, secondo le Scritture, dall'evangelizzazione di tutta l'umanità. Nella scia millenaristica si mosse anche il missionario francescano Jeronimo De Mendieta, che tentò di creare nel XVI secolo, tra gli Indi del Messico, il Regno di Dio e la Nuova Gerusalemme. E anche tra i protestanti che colonizzarono il Nord America era diffusa la persuasione di essere i fondatori della Nuova Gerusalemme. 8 Nel XVII-XVIII secolo, la dissidenza religiosa del *Raskol * fu il principale veicolo del millenarismo politico nel mondo slavo e identificò il messia in un nuovo, santo zar. 9 *Ma è con la Rivoluzione Francese che il millenarismo religioso ha la sua prima, completa metamorfosi in senso spiccatamente politico e, almeno apparentemente, ateo e antireligioso. Ed è tuttavia in essa che l'identica matrice psicologica del millenarismo religioso e dell'utopia rivoluzionaria atea emerge in modo lampante. Scrive significativamente Bronislaw Baczko, in una monografia dedicata all'utopia: Come ogni rivoluzione, anche la rivoluzione francese è inseparabile dalla produzione particolarmente intensa della propria mitologia, del proprio repertoriò simbolico e ideologico [...] Al centro di questo immaginario, e segnatamente del mito rivoluzionario, è situata la rappresentazione della cesura temporale, della scissura in tempo antico e tempo nuovo, che fu del resto istituzionalizzata con l'introduzione del calendario rivoluzionario. Tale rappresentazione è surrogata da tutto un sistema di simboli (Nazione rigenerata, Uomo nuovo, Città nuova, ecc.) che, agendo a catena, si rafforzano e convergono nella promessa di un avvenire diverso, promessa indefinita di una vita nuova, felice e virtuosa, liberata da tutti i mali del passato. Dire e immaginare la rivoluzione come rottura significa oppone il passato, cui essa pone fine, al futuro da essa aperto. La grande promessa rivoluzionaria e mobilitante altresì per il suo rovescio: la rappresentazione della cesura nel tempo invoca la propria materializzazione mediante la distruzione del vecchio, del *ci-devant*. 10 L'affinità tra la proposta rivoluzionaria e quella millenaristica è evidente: l'umanità rigenerata e la città nuova sono corrispondenti puntuali del popolo eletto e della Nuova Gerusalemme, esattamente come la distruzione del vecchio e del *ci-devant è l'equivalente delta distruzione delle forze del male, delle forze diaboliche. La saldatura tra «guerra santa» contro gli eretici interni e gli infedeli esterni, da una parte, e la «lotta spietata» contro i nemici interni ed esterni della «vera rivoluzione» è anch 'essa trasparente. Nel XIX secolo, assistiamo da un lato agli ultimi sprazzi del fanatismo religioso a sfondo millenaristico, dall'altro alla rapida diffusione del fanatismo politico a sfondo nazionalista e rivoluzionario.


lemond - 06/04/2009 alle 09:36

INCOERENZA MORALE dei CATTOLICI* *I cattolici ora contrari allo studio degli embrioni, quando grazie a esso saranno approntate nuove cure, dovranno decidere se rifiutarle per rimanere coerenti con la propria morale* La Chiesa cattolica ha sempre avversato il progresso. Tra le sue avversioni quella che sconcerta di più, e che ha le più profonde implicazioni morali, riguarda lo studio e la pratica della medicina. La Chiesa giudicò immorale lo studio dell'anatomia e peccatori i medici che lo facevano, perché comporta sezionare i cadaveri. La Chiesa giudicò immorale la vaccinazione e peccatori i medici che la facevano, perché comportava inoculare fluidi animali nel corpo a immagine di dio. La Chiesa giudicò immorale il trapianto di organi e peccatori i medici che lo facevano, perché comporta introdurre in un corpo organi afferenti all'anima di un altro corpo. La Chiesa ha sempre sostenuto di agire per fini morali, ma in tutto ciò non vediamo alcuna moralità. Comunque ammesso e non concesso che tale comportamento fosse morale, occorre evidenziare che i cattolici non sono stati coerenti con la morale della loro chiesa, infatti hanno cambiato tutti i giudizi esposti: utilizzano per curarsi la medicina derivata dagli studi anatomici, e se sono medici la utilizzano per farsi pagare le parcelle dai loro pazienti; si vaccinano, e si vantano di vaccinare i bambini nel terzo mondo; all'occorrenza si fanno trapiantare organi, e si vantano di donarli. Dunque la Chiesa, ammesso e non concesso che il suo comportamento sia virtuoso, prima si mostra virtuosa condannando i medici peccatori, poi lascia che i cattolici sfruttino il lavoro dei medici peccatori: che grazie non a dio esistono, anche a vantaggio dei cattolici. Ma forse la Chiesa ha compreso d'aver errato, forse è per questo non per ipocrisia che i cattolici sono venuti meno all'insegnamento della loro Chiesa. Forse l'opposizione alla medicina è una cosa del passato, una storia conclusa, che non vale più la pena di rammentare, come la lotta alle infezioni demoniache e i roghi delle streghe. Purtroppo non è così, perseverando nell'errore la Chiesa adesso si oppone alla ricerca medica sull'embrione umano. Vi si oppone perché equipara l'embrione ad una persona nata, adulta e pensante, benché l'embrione in questione sia una blastula composta al massimo da 8 cellule indifferenziate, senza organi né tessuti, benché non sia ancora impiantata nell'utero, quindi non sia ancora iniziata la gravidanza. Vi si oppone con tale pervicacia da aver indotto il Parlamento a proibirla per legge. Gli scienziati fanno notare che con tale ricerca si potrebbe trovare terapie per curare la maggior parte delle malattie degenerative, che si potrebbe curare decine di milioni di malati ora incurabili, quindi salvare la vita a decine di milioni di persone, nate, macroscopiche e pensanti. Ma la Chiesa persevera nell'occuparsi degli embrioni. Gli scienziati fanno notare anche che si potrebbe utilizzare gli embrioni congelati, quelli avanzati dalle fecondazioni assistite, e destinati a essere gettati. Ma la Chiesa si oppone anche a questo, sostenendo che utilizzare gli embrioni per la ricerca medica comporta ucciderli, mentre gettarli comporta lasciarli morire: vedere una diversità morale tra questi due casi riesce soltanto ai cattolici! Pare che i cattolici abbiano sviluppato un amore per la vita che nei secoli passati non avevano, quando uccidevano sui roghi le persone nate e pensanti, soprattutto quelle molto pensanti. La Chiesa si oppone al progresso, come sempre, ma, come sempre, seppure ritardato, il progresso continua: i politici di obbedienza cattolica hanno impedito per legge la ricerca medica sugli embrioni in Italia; ma viene fatta all'estero, in Europa, finanziata dalla Comunità europea, quindi anche col denaro italiano, negli Stati Uniti, in Giappone, in Cina, eccetera. Quindi prima o poi le nuove terapie ottenute con la ricerca sugli embrioni saranno disponibili anche in Italia, disponibili anche ai cattolici; e i cattolici saranno tentati di rinunciare ai loro principi morali, per curarsi con le terapie tratte dalla ricerca disapprovata dalla Chiesa. Il cattolico Sirchia, ha dichiarato che la ricerca in questione è "un crimine contro l'umanità"; eminenti cattolici in politica, con una logica tutta cattolica, hanno dichiarato che è giusto proibire questa ricerca perché "la gente ha diritto a non curarsi con terapie ottenute in modo immorale" (come se qualcuno la costringesse). Riusciranno i cattolici a rifiutare cure ottenute commettendo un "crimine contro l'umanità"? Riusciranno i cattolici a voler usufruire del "diritto" a non curarsi cristianamente concesso dai loro politici? Riusciranno i cattolici a resistere alla tentazione? Sono certo che cadranno in tentazione, come sempre, e peccheranno, come sempre, per poi pentirsi, come sempre, e nuovamente peccare, e così via "nei secoli dei secoli. Amen". Ma anche se fossero coerenti con la loro morale, anche se preferissero il martirio alle cure, resterebbero comunque colpevoli di aver imposto per legge la propria scelta morale agli altri. Se nell'etica cattolica è contemplato il martirio, vadano pure i cattolici incontro a una morte santa, ma rispettino le persone la cui etica si fonda sul desiderio di vivere, e che per questo non negano cure ne a se stessi ne agli altri. Rolando Leoneschi: rolaschi@interfree.it


lemond - 06/04/2009 alle 13:55

Notizie Radicali lunedì 06 aprile 2009 Testamento biologico: se la politica abdica al Vaticano di Andrea Trigolo La legge sul testamento biologico (anzi, contro il testamento biologico) è dunque passata al Senato. Alla Camera arriverà un testo che è l'espressione più restrittiva e contro la libertà di scelta e l'autodeterminazione che ci potessimo aspettare. In questa battaglia, abbiamo pensato - noi laici, noi radicali - di avere a che fare con avversari politici che possedessero un minimo di decenza. Purtroppo non è così. Ricordo quando Emma Bonino in più trasmissioni televisive svelava il nocciolo del problema, vale a dire che ognuno deve poter essere libero di scegliere le proprie cure, anche quando non in condizioni di farlo, in pieno accordo con l'articolo 32 della nostra Costituzione. Purtroppo questo Governo, pur di dedicarsi ai suoi affari economici anche in tempo di crisi (e lo constatiamo dalle discussioni sul nucleare ai provvedimenti sul cosiddetto piano casa), ha abdicato da tempo ogni questione etica al Vaticano. Il tema della libertà di scelta, l'unico fondamentale, è stato mutilato e il piano della discussione, continuamente e scorrettamente, spostato. A compiere queste oscenità, non solo i vari Quagliarello e Roccella della maggioranza, tutti a proporsi per ricoprire il ruolo di primo chierichetto - quello che suona la campanella durante l'Eucarestia - ma parlamentari della minoranza, di quel Pd che, forse a causa dell'imbarazzo della presenza dei Radicali al suo interno, non si accorge (bugia: se ne accorge, eccome) di come alcuni suoi parlamentari sostengano su questi temi la destra autoritaria e clericale. Basti pensare a Dorina Bianchi, la contestata capogruppo Pd in Commissione sanità: che sostiene che «La vita non è un bene che appartiene a uno solo, al singolo individuo, ma alla collettività.» Ecco cosa intendevo prima, quando dicevo che il piano della discussione, che deve avere come unico riferimento la libertà di scelta, viene spostato. Ma c'è chi si è espresso in termini ancor peggiori, se non eversivi, come Pieluigi Castagnetti, sempre del Pd: «Gli ex-DS fanno fatica a capire. Quelli che per noi sono passi da gigante, come i passi fatti sul testamento biologico, per loro sono passettini. [.] Noi abbiamo due appartenenze: una alla Chiesa, l'altra alla politica. Per me, come per Franceschini, per tutti noi cattolici, insomma, il vero "capo" è lui: il Papa. Per noi è il vicario di Dio in terra, e questo gli ex-diessini dovrebbero alla fine comprenderlo» Ma davvero si ritiene che si possa giungere a compromessi con questa gente? Non è il caso di ridere in faccia alla Finocchiaro o a chi, tra le fila del Pd, continua vergognosamente a difendere i parlamentari che con la loro obiezione di coscienza obbligheranno ognuno di noi all'inferno di Eluana? Davvero è concepibile scendere a compromessi con parlamentari così tanto asserviti ai voleri della Chiesa? Davvero si può discutere con chi parla di "valori non negoziabili"? Mi si potrà dire che negli anni '70 la Chiesa era altrettanto forte e che la dialettica fra cattolici e laici, ai tempi di divorzio e aborto, era altrettanto animata. Sta di fatto che a quel tempo, leggi laiche passavano; oggi no, oggi pare passare solo la linea della Chiesa cattolica e solo quella. Non so come ci si possa ribellare a questa situazione. Penso però sia utile iniziare a chiamare le cose col proprio nome: e dire che il nostro Stato sta diventando confessionale, che la Chiesa cattolica rischia, in questo preciso momento storico, di essere nemica della democrazia e che molti parlamentari cattolici non hanno alcuna credibilità politica, in quanto impossibilitati a concepire la laicità.


lemond - 10/04/2009 alle 11:55

Messianismo politico e religioso (seconda parte) Nel XIX secolo, assistiamo da un lato agli ultimi sprazzi del fanatismo religioso a sfondo millenaristico, dall'altro alla rapida diffusione del fanatismo politico a sfondo nazionalista e rivoluzionario. Vediamo anzitutto le origini e gli sviluppi della modalità nazionalista del millenarismo religioso. Discepolo dello svedese Swedenborg, che nel '700 aveva annunciato con un apposito programma di riforma sociale e morale la Nuova Gerusalemme e fu da taluni salutato come il Giovanni Battista del nuovo Millennio, il poeta e patriota polacco Adam Mickiewicz annunciò col suo Livre de la nation polonaise (1832) l'ineluttabile insurrezione e liberazione nazionale della Polonia dal giogo russo e, con essa, l'inizio di una nuova era di libertà e fratellanza tra tutti i popoli. «Come con la resurrezione di Cristo» - scriveva Mickiewicz - «terminarono su tutta la terra i sacrifici di sangue, così alla resurrezione della nazione Polacca le guerre cesseranno in tutto il mondo cristiano ».11 Quella di Mickiewicz era sostanzialmente una rielaborazione delle teorie di Andrzej Towiànski, un esule polacco successivamente incontrato a Parigi da Mickiewicz. Secondo Towiànski, la storia è una manifestazione della Grande Opera di Dio, cui fino al XIX secolo solo i singoli hanno potuto partecipare: ma dall'800 in poi, i nuovi protagonisti di quest'opera divina saranno i Popoli e le Nazioni, che potranno finalmente realizzare una Chiesa rinnovata e, con essa, il regno di Dio. Le teorie di Towianski mi sembrano molto significative, non solo perché in esse il collegamento tra mistica nazionalista e mistica religiosa è ancora molto evidente, ma anche perché esse rivelano con estrema chiarezza e ingenuità quell'equazione tra religiosità e storicismo, tra disegno divino e disegno della storia che in Hegel e in tutta la filosofia storicista vera e propria (sia di stampo idealistico sia di stampo materialistico) è agevolmente rilevabile in un'ottica psicologica (come vedremo). ma resta spesso inconsapevole per gli autori o da loro negata sul piano concettuale. Quanto all'altra versione secolarizzata del Millennio, cioè l'utopia rivoluzionaria internazionalista, sarà bene tracciarne anzitutto una breve storia. Il termine stesso di «utopia» deriva, come è noto, dall'opera omonima di Tommaso Moro. In quel «libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sull'ottima forma di Stato» (come lo definisce il frontespizio della prima edizione del 1516), l'autore - un noto umanista inglese (amico di Erasmo da Rotterdam) che sarebbe in seguito divenuto cancelliere del regno - immagina e descrive un' isola, da lui battezzata Utopia, ove è stato attuato e prospera un governo saggio e provvido e nella quale il popolo vive felice e pacifico. Sebbene il nome dell'isola, Utopia, voglia significare (dal greco ou'-tòpos, cioè «in nessun luogo») che essa è sita in un luogo immaginario, il carattere molto terreno della vita sociale e politica descritta da Moro vuole anche significare che quella società così felice è concretamente realizzabile su questa terra.12 Beninteso, anche nell'utopia di Moro il collegamento col millenarismo religioso, già evidente da quanto scritto fin qui, emerge con chiarezza dalla personalità stessa dell'autore, che fu un uomo molto religioso e giunse ad affrontare il patibolo pur di non venir meno alla sua fede cattolica. E tuttavia, con questo libretto, il sogno millenaristico cessa di avere i suoi scoperti connotati apocalittici e religiosi e assume il carattere di una progettualità concreta, anche se proiettata in un'isola ideale e, quindi, in uno spazio astratto, Non è quindi casuale, a mio parere, che a partire dall'opera di Tommaso Moro cominci a svilupparsi una forma di utopia che si fa sempre più autonoma dal millenarismo religioso e finirà per esserne antagonista. Ci sembrano pertinenti, a questo punto, alcune osservazioni di Bronislaw Baczko nel citato saggio sull'utopia: Nel corso del XVIII secolo, e in particolare nella sua seconda metà, si profila sempre più nettamente la tendenza ad abbandonare i paradigmi del discorso utopico fino ad allora dominanti: quello dell'utopia per una società astratta. Questo mutamento va di pari passo con un altro: non è più lo spazio, ma il tempo, a diventare luogo di investimenti massimali dell'utopia. Qualcosa di simile era avvenuto anche in campo religioso: al paradiso geograficamente localizzato del Medioevo era subentrato un Paradiso proiettato nel futuro. Ma il futuro utopico si distingueva nettamente da quello paradisiaco per una sua maggiore storicizzazione. Continua Baczko: Si constata la storicizzazione dell'utopia: l'utopia diventa ucronia [...] Nella prima metà del XIX secolo, la continuità con le precedenti utopie è certa: sono rappresentazioni di una società diversa, trasparente e armoniosa [...3 Tuttavia le utopie vengono come soluzioni da applicare “hic et nunc”, al fine di rispondere alla crisi che affligge la società. Sono situate in un futuro immaginato, certo, ma per nulla chimerico. L'avvento di queste utopie sarebbe assicurato dal cammino stesso della storia e dalle sue «leggi». Cambia dunque, se non il ruolo dell'utopista, l'idea che egli si fa di se stesso: egli non è affatto il sognatore; possiede il sapere intorno alla città futura, decifrato dalla sua opera.'3 A ogni modo, come vedremo tra poco, entrambi questi millenarismi -il nazionalista e l'internazionalista -, pur nati come ideali generosi di fratellanza umana, subirono nel XX secolo un processo degenerativo molto acuto, significativamente parallelo al collasso della tradizione religiosa, che nell'800 era rimasta ancora forte nelle classi borghesi e popolari. Il millenarismo nazional-fascista. Oltre che nella teoria di Mickiewicz e di Towianski, va ricordato che il millenarismo religioso aveva da sempre avuto espressioni di tipo nazionalista, anche se non nel senso moderno del termine. La religione ebraica, così strettamente legata alle sorti del popolo d'israele, è solo la testimonianza più antica di questa forma «nazionalista» e razzista di millenarismo. Sì, anche razzista, perché nel concetto stesso di Popolo Eletto è intrinseca la discriminazione nei confronti degli altri popoli e la rivendicazione d'un ruolo privilegiato ed egemone nella storia umana. L'orrore dei campi di Auschwitz e Buchenwald non apparirà certo meno atroce, ma assumerà un significato più ammonitorio se ci renderemo conto che a perpetrarlo e consumano fu un sistema politico che aveva inconsapevolmente ereditato proprio dalle sue vittime sventurate il concetto di Popolo Eletto destinato a dominare e popolare il mondo in nome di un millennio di prosperità (non a caso Hitler proclamava che il Nuovo Ordine era destinato a governare il mondo nei prossimi «mille anni»). L'altro cruciale precedente del moderno millenarismo nazionalista è l'Islam. In esso. infatti, la religione non fu solo un fattore determinante di unificazione e organizzazione della nazione araba (come nella società ebraica), ma anche una causa e un propellente essenziale della sua straordinaria aggressività ed espansione. L'intreccio tra religione e politica, inoltre, si concreta nell'Islam già nella figura di Maometto, che fu al tempo stesso profeta e capo politico, e in quella del califfo, capo temporale ma anche (come significa il suo nome) «ombra di Dio sulla terra». Questo intreccio si concretò anzi nelle stesse lotte interne ed esterne dei potentati musulmani che furono sempre condotte, anche a livello militare ed economico, in nome di finalità religiose. Soprattutto, esso si concreta nella multisecolare «guerra santa» che l'Islam condusse con grande successo per espandere il suo dominio territoriale dall'Oceano Indiano all'Atlantico, dall'India all'Europa e all'Africa nera. Non sorprende, quindi, che ancor oggi il risorgente nazionalismo di molti paesi musulmani medio-orientali e africani abbia una forte e spesso dichiarata componente religiosa. Nel caso dell'iran khomeinista, questo legame profondo tra bellicismo nazionalista e millenarismo religioso emerge ancor oggi con estrema chiarezza. Ai bambini di 10-12 anni lanciati da Khomeini e dalle famiglie all'assalto dei campi minati e delle trincee irachene, le autorità di Teheran consegnavano un foulard rosso (simbolo del martirio) e una piccola chiave che servirà «ad aprire le porte del Paradiso».'4 Quanto al millenarismo cristiano, abbiamo già accennato alle dichiarate motivazioni religiose di molte imprese espansionistiche dei più diversi paesi cristiani nonché alle teorie nazionalistiche a sfondo religioso di alcuni pensatori polacchi. E' tuttavia con il nazionalismo tedesco e francese e con i suoi profeti del XIX secolo (da Fichte a Hegel a Von Treitschke e a von Sybel, in Germania, e da Barrès e da Gobineau a Marras, in Francia) che il millenarismo nazionalista inizia, sotto l'incalzare della crisi religiosa aperta dal pensiero scientifico e illuminista, a distaccarsi sempre più chiaramente da ogni ancoramento formale alla dottrina cristiana e a darsi (o a cercare di darsi) un fondamento ideologico autonomo, che potrà assumere anche connotati anticristiani. In un'ottica psicopolitica, però, il processo ha assai meno rilevanza di quanto la storiografia ha preteso di dargli. In tale ottica (che, proprio in quanto focalizzata sulle costanti dei meccanismi psicologici di base, può vedere con chiarezza l'importanza secondaria e marginale delle varianti ideologiche, economiche e istituzionali in cui si perde la ricerca storica convenzionale di destra e di sinistra), ciò che conta è che il bisogno e il fanatismo salvazionista cambiano semplicemente pretesto e razionalizzazione: il nuovo millennio di felicità sarà assicurato al Popolo Eletto, d'ora in poi, non piu' dalla Vera Fede e dal suo Profeta, ma dalla Vera Rivoluzione, nazionalista prima. fascista poi, e dal suo capo indiscusso. Non a caso il Capo sarà detto carismatico (cioè, con termine scopertamente religioso: «illuminato dalla grazia divina»). E non a caso gli sarà attribuita l'infallibilità dei grandi sacerdoti («Mussolini ha sempre ragione»). E non a caso, infine, tornerà ossessivamente anche in questo millenarismo politico (come in tanti miillenarismi religiosi) l'idea fissa di contaminazione e purificazione. E come in ogni religione fanatica e paranoicale, la responsabilità della contaminazione verrà addossata a un gruppo di «infedeli» (nel caso del nazismo, agli ebrei) e il merito della purificazione al Popolo Eletto (per Hitler, quello germanico). Anche la mistica del sangue, che stara' alla base delle teorie razziste di AlJred Rosenberg e delle stragi che ne discesero, aveva una sua antica tradizione rituale che si ricollega alla difesa religiosa contro la morte. In varie religioni e culture il sangue è ritenuto sede e veicolo della Vita stessa. Così, per esempio, nei poemi omerici, è col sangue che, attraverso la ferita, l'anima vitale abbandona il morente. Simmetricamente, buona parte dei riti sacrificali si basa sull'assunto che il sangue della vittima restituisce vitalità ai malati, ai moribondi e perfino alle ombre degli inferi. Le origini stesse e l'identità dell'uomo sono racchiuse nel sangue: secondo un passo del Corano, Dio creò l'uomo da un grumo di sangue, e secondo varie religioni bere il sangue di un animale sacrificale o di un rivale ucciso assicura l'acquisizione delle sue qualità. Di questa mistica del sangue sono espressione vivente, anche nella religione cristiana, sia le parole di Cristo all'ultima cena («Bevete, questo è il mio sangue»), sia la loro rievocazione nel rito della Messa, sia il culto del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore, che ancor oggi è diffuso nella chiesa cattolica. Come si diceva, tutta l'ideologia razzista di Rosenberg ruota intorno al tema della purezza del sangue e della sua difesa dall'inquinamento e dalla corruzione. Il sangue ariano è portatore delle forze più nobili, pure ed eroiche dell'uomo occidentale e va pertanto difeso dalla minaccia che per esso comporta il sangue degli ebrei e in genere dei popoli orientali, portatori delle tendenze sensuali e animalesche, oltre che dell'infezione luetica (cioè delle più perniciose tossine spirituali e corporali).'5 Wilhelm Reich e altri studiosi della psicologia del fascismo hanno ben analizzato i significati sessuofobici di queste teorie,16 ma non quelli esistenziali sottesi ai primi. Con la sua mostruosa politica razziale di discriminazione e di sterminio, il nazismo cercò - come tanti millenarismi religiosi - di difendere il Popolo Eletto dalle forze sataniche e di condurlo all'avvento del promesso Millennio («un Popolo, un Regno, un Capo») sotto la guida di un profeta e di un capo carismatico.


elisamorbidona - 11/04/2009 alle 10:15

tuttavia credo che tutto si possa dire tranne che il nazismo facesse leva su testi, idee e credenze anche solo vicine a quelle della tradizione cristiana cattolica o protestante che fossero. Piuttosto sono proprio le tesi del nichilismo e del progressismo estremo che spesso i gerarchi e gli ideologi del nazismo richiamavano nei loro discorsi, oltre al demagogico richiamo alla superiorità del popolo tedesco (questa semmai affondante nelle antiche tradizioni celtiche). Il problema degli eventuali appoggi indiretti avuti qua e là (ma più spesso no che sì, soprattutto fuori dai grandi centri urbani) da esponenti delle religioni cristiane è una questione di interessi politici ed economici incrociati, piuttosto che di visioni del mondo vicine. Anzi... Capisco che questo tuo post parlasse più di altri peraltro interessanti argomenti, ma si affacciava questa idea nel finale, che mi pareva corretto precisare. Si può discutere certamente sulla vetustà di alcuni precetti, sul rigore eccesivo di altre indicazioni morali, anche sulla cecità nei confronti di alcuni vissuti umani, ma se ora al cristianesimo si comincia ad attribuire pure il nichilismo morale e politico e la filosofia del nazismo, mi sembra un pò eccessivo! Anzi, è proprio ciò che avvenne con l'avvento del nazismo che dovrebbe mettere un pò in guardia dal neopaganesimo di questi anni, dal rinato culto per la prestanza fisica, dalla progressiva svalutazione della cultura e del pensiero, dall'eccessivo valore dato al progresso tecnologico spogliato della riflessione sulle sue ricadute umane...tutte cose che precedettero e accompagnarono quell'epoca di grandi disgrazie...tutte cose che mi pare giusto sottolineare che non fanno parte del cristianesimo di qualunque confessione sia.

 

[Modificato il 11/04/2009 alle 10:45 by elisamorbidona]


lemond - 11/04/2009 alle 11:20

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] Si può discutere certamente sulla vetustà di alcuni precetti, sul rigore eccesivo di altre indicazioni morali, anche sulla cecità nei confronti di alcuni vissuti umani, ma se ora al cristianesimo si comincia ad attribuire pure il nichilismo morale e politico e la filosofia del nazismo, mi sembra un pò eccessivo! [/quote] Secondo me i cristianesimi (ma sarebbe meglio dire i monoteismi religiosi) hanno in comune con il nazismo e con tutti i regimi totalitarii, appunto quest'ultima parola: la credenza in qualcosa di assoluto, che trascende l'individuo. Che poi lo si voglia chiamare dio, fuhrer, capo carismatico, diamat, imperatore, televisione non ha molto valore, quel che mi sembra importante è che l'individuo e la sua Libertà non deve contare (ubi maior minor cessat) :mad:


elisamorbidona - 11/04/2009 alle 11:54

direi che dipende anche dall'assoluto in cui si crede, se si crede nel bene assoluto, e se si cerca in ogni cosa di fare del bene, sarà ben diverso dal chiudere le persone nei lager. Piuttosto, se si pensa che la realtà della cose se ne stia al di là del bene e del male, e dunque ogni valore o idea è relativa a ciascuno e a ciascuna cultura, sarà più facile forse giustificare certi crimini...è l'istinto distruttore infantile che riemerge prepotentemente, direbbe qualcuno, lasciamolo libero... Quando anche la Libertà diventa un assoluto e la si mette al di sopra dell'attenzione all'umanità delle persone, c'è sempre pericolo. OT: anche secondo il liberismo classico in economia deregolando tutto nel mercato si dovrebbe instaurare un circolo virtuoso che dovrebbe portare prodotti migliori e più economici per tutti. Questo in teoria...poi i più potenti si alleano e guadagnano miliardi sulla vita e sulla salute delle persone, senza alcun controllo...:(

 

[Modificato il 11/04/2009 alle 11:58 by elisamorbidona]


lemond - 11/04/2009 alle 12:06

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] direi che dipende anche dall'assoluto in cui si crede, se si crede nel bene assoluto, e se si cerca in ogni cosa di fare del bene, sarà ben diverso dal chiudere le persone nei lager. >No Elisa, perché il bene, quando diventa assoluto, non si sa mai a che cosa porta, ed infatti c'è un adagio che sostiene che molte volte "il meglio è nemico del bene" ;) Piuttosto, se si pensa che la realtà della cose se ne stia al di là del bene e del male, e dunque ogni valore o idea è relativa a ciascuno e a ciascuna cultura, sarà più facile forse giustificare certi crimini...è l'istinto distruttore infantile che riemerge prepotentemente, direbbe qualcuno, lasciamolo libero... >La realtà sta al di qua, non al di là e sono gli individui nella loro vita privata e pubblica a determinare ciò che è giusto ed ingiusto "hic et nunc" (lasciamo perdere il bene e il male) e quello che sembra oggi non è detto che lo sia anche domani. Ad es. la Costituzione italiana rappresenta un buon modo di intendere la libertà (il P.D.L. invece no :OIO), ma quando regola la famiglia, ecco che lì appare il 1948. Quando anche la Libertà diventa un assoluto e la si mette al di sopra dell'attenzione all'umanità delle persone, c'è sempre pericolo. >Su questo sono d'accordo, per me la libertà non è un assoluto, bensì un punto di partenza, ma solo così si possono costruire società coese e solidali OT: anche secondo il liberismo classico in economia deregolando tutto nel mercato si dovrebbe instaurare un circolo virtuoso che dovrebbe portare prodotti migliori e più economici per tutti. Questo in teoria...poi i più potenti si alleano e guadagnano miliardi sulla vita e sulla salute delle persone, senza alcun controllo... >Ormai il liberismo assoluto non lo sostiene più nessuno [anche Adam Smith è un po' datato ;) ] [/quote]


elisamorbidona - 11/04/2009 alle 15:21

non mi sembra obiettivo avallare il discorso secondo cui basti credere in un assoluto per fare del male all'umanità o anche solo a chi ci sta vicino. Madre Teresa credeva bensì in un assoluto, anche in più valori che di per sè si ritengono validi per chiunque, non per questo mi sembra che abbia fatto qualcosa di assimiliabile ai lager... Esempio facile e clamoroso solo per dire che non è il fatto di credere o meno in un assoluto a fare la differenza. Anzi la storia ci insegna che molti problemi ci sono venuti anche da chi si annoverava tra le file del relativismo. Soprattutto: di certo il nazismo da un punto di vista ideologico e culturale non si alimentava ad alcuna fonte riconducibile al cristianesimo (ma nemmeno agli altri monoteismi)- piuttosto rivalutava assai il politeismo pre-cristiano. Anche parlare di assolutismo per il nazismo va chiarito bene: non si trattava affatto di credere in alcunchè di religioso, come ad esempio accadeva con le monarchie degli stati europei dei secoli scorsi, qui anzi si trattava di liberarsi di ogni freno morale inibitore la naturale aggressività del popolo tedesco e finalmente aderire ad uno stato di potere instaurato da uomini in carne ed ossa con ben precise mire espansionistiche politiche ed economiche.


lemond - 11/04/2009 alle 17:51

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] non mi sembra obiettivo avallare il discorso secondo cui basti credere in un assoluto per fare del male all'umanità o anche solo a chi ci sta vicino. Madre Teresa credeva bensì in un assoluto, anche in più valori che di per sè si ritengono validi per chiunque, non per questo mi sembra che abbia fatto qualcosa di assimiliabile ai lager... >Esempio proprio calzante, puoi leggerti quanto ho riportato a puntate di un libro scritto su codesta signora (fatta santa :D ) Soprattutto: di certo il nazismo da un punto di vista ideologico e culturale non si alimentava ad alcuna fonte riconducibile al cristianesimo (ma nemmeno agli altri monoteismi)- piuttosto rivalutava assai il politeismo pre-cristiano. Anche parlare di assolutismo per il nazismo va chiarito bene: non si trattava affatto di credere in alcunchè di religioso, come ad esempio accadeva con le monarchie degli stati europei dei secoli scorsi, qui anzi si trattava di liberarsi di ogni freno morale inibitore la naturale aggressività del popolo tedesco e finalmente aderire ad uno stato di potere instaurato da uomini in carne ed ossa con ben precise mire espansionistiche politiche ed economiche. >Scusa, ma il popolo eletto [L'origine di ogni, secondo me, male-teismo] non l'à mica inventato Hitler, lui lo ha solo applicato "pro domo sua" :OIO Il nazismo aveva come motto (mutuato dal fascismo): credere, obbedire, combattere ed a me tutto questo mi sembra una religione bella è pronta. Credere in un solo capo (non avrai altro dio all'infuori del fuhrer) Obbedire a tutti gli undici o più ordini (comandi) che lui e solo lui ti potrà dare. Combattare la guerra (santa o ariana, che differenza fa?) Per quanto riguarda i freni inibitori, quale miglior scusa di quella che "Dio lo vuole"? [/quote]


elisamorbidona - 12/04/2009 alle 07:50

"credere, obbedire, combattere"...."ama il prossimo tuo come te stesso"..."a chi ti chiama in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello". Mi pare che nelle tre citazioni la prima vada in una direzione un pò diversa. Invece sembra che per te siano la stessa cosa, giusto per il fatto che la seconda e la terza sono parole di una religione che pensa che esista un Dio solo. Ricordo ancora una volta che il nazismo ben lungi dal richiamarsi ad alcun testo o citazione cristiana, musulmana o tantomeno ebraica, nelle sue opere pubbliche, grandi manifestazioni di piazza, discorsi alla nazione, reintrodusse il POLIteismo celtico e romano/greco classico. Esaltando naturalmente le divinità guerriere... Se nutri dei sospetti sul bene fatto da Madre Teresa, legittimi, per carità, cambiamo santo...potremmo parlare di San Francesco d'Assisi ? Anche lui era monoteista direi, non mi pare che il Vangelo lo abbia portato a credere (nelle armi e nella sopraffazione),obbedire ( al più forte) e combattere. Piuttosto a credere - che ci possa essere amore anche per i disperati - obbedire - alle leggi della convivenza pacifica e operosa di una comunità di persone che scelgono di abbandonare le proprie cose per vivere insieme di carità e lavoro condiviso- combattere - la sopraffazione ponendo innanzi la propria debolezza e provando a convincere restitendo bene per male ricevuto. Non mi risulta che qualche Bill Gates dei giorni nostri abbia dato il suo impero e la sua vita stessa per i poveri che oggi abbiamo in abbondanza nel mondo... Certo i verbi sulla carta e sulla schermo sono gli stessi, ma non si capisce più niente se non li si traduce in sostanza di azioni ed effetti. Per quanto riguarda i paralleli tra eventi accaduti a più di TRENTA SECOLI di distanza, tanto è il tempo che ci separa degli episodi narrati (non senza un chiaro intento parabolico e allegorico) nella Bibbia, prima di fare dei paragoni del tutto teorici, bisogna capire bene che cosa significava vivere nel 1200 avanti Cristo e che cosa nel ventesimo secolo dopo Cristo, basti pensare a ciò che veniva considerato "normale" nel relativamente vicino Medioevo e che cosa oggi. Come spiegava con grande acume Michel Foucault, ogni epoca ha le sue parole. E i concetti-base (tipo: equità sociale, parità di diritti, convivenza tra popoli...) di una epoca possono anche essere al di qua dall'essere anche solo pensati in un altra - soprattutto a TRENTA SECOLI di distanza!

 

[Modificato il 12/04/2009 alle 07:57 by elisamorbidona]


lemond - 12/04/2009 alle 08:13

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] "credere, obbedire, combattere"...."ama il prossimo tuo come te stesso"..."a chi ti chiama in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello". Mi pare che nelle tre citazioni la prima vada in una direzione un pò diversa. Invece sembra che per te siano la stessa cosa, giusto per il fatto che la seconda e la terza sono parole di una religione che pensa che esista un Dio solo. >E' evidente che le citazioni vanno in direzione diverse, ma a me per quanto riguarda il comportamento delle "chiese" sembra più vicina la prima delle altre due. Basti confrontare quella cattolica come si è comportata finché ha avuto il potere temporale (1870) non venti secoli fa o quale sia l'imperativo categorico formulato dalla "GIHAD" ai nostri giorni. Io non rammento uno stato cristiano o musulmano che si sia avvicinato a quelle citazioni, mentre alla prima ... Ricordo ancora una volta che il nazismo ben lungi dal richiamarsi ad alcun testo o citazione cristiana, musulmana o tantomeno ebraica, nelle sue opere pubbliche, grandi manifestazioni di piazza, discorsi alla nazione, reintrodusse il POLIteismo celtico e romano/greco classico. Esaltando naturalmente le divinità guerriere... >Non ho mica detto che il nazismo ha copiato soltanto i monoteisti. Ha cercato di prendere il "meglio" dove poteva, ma senza il fanatismo (tipico di ogni assolutismo) non sarebbe riuscito a "convincere" la quasi totalità della popolazione tedesca. (Ti rammento che il nazismo è andato al potere con le elezioni :OIO ! potremmo parlare di San Francesco d'Assisi ? Anche lui era monoteista direi, non mi pare che il Vangelo lo abbia portato a credere (nelle armi e nella sopraffazione),obbedire ( al più forte) e combattere. Piuttosto a credere - che ci possa essere amore anche per i disperati - obbedire - alle leggi della convivenza pacifica e operosa di una comunità di persone che scelgono di abbandonare le proprie cose per vivere insieme di carità e lavoro condiviso- combattere - la sopraffazione ponendo innanzi la propria debolezza e provando a convincere restitendo bene per male ricevuto. >Ecco, Francesco mi sembra un esempio più plausibile, ma non è che abbia lasciato un impronta profonda nella storia del monoteismo. Molto di più il movimento di Domenico con i suoi inquisitori, ai quali il popolo dette il nomignolo di "domini canis" :mad: Per quanto riguarda i paralleli tra eventi accaduti a più di TRENTA SECOLI di distanza, tanto è il tempo che ci separa degli episodi narrati (non senza un chiaro intento parabolico e allegorico) nella Bibbia, prima di fare dei paragoni del tutto teorici, bisogna capire bene che cosa significava vivere nel 1200 avanti Cristo e che cosa nel ventesimo secolo dopo Cristo, basti pensare a ciò che veniva considerato "normale" nel relativamente vicino Medioevo e che cosa oggi. Come spiegava con grande acume Michel Foucualt, ogni epoca ha le sue parole. E i concetti-base (tipo: equità sociale, parità di diritti, convivenza tra popoli...) di una epoca possono anche essere al di qua dall'essere anche solo pensati in un altra - soprattutto a TRENTA SECOLI di distanza! >Vedi sopra :cincin: [/quote]


elisamorbidona - 12/04/2009 alle 09:38

vedo che siamo d'accordo su molte cose, ma non sul nazismo. Quello, da un punto di vista culturale e ideologico ha attinto: 1) alle filosofie del nichilismo e ad alcuni testi dell'idealismo tedesco 2) alle tradizioni religiose politeistiche celtiche ( ne è testimonianza tra l'altro l'adozione della croce svastica) e greco/romane, ma solo per quanto riguarda i loro aspetti bellici ed edonistici. Cose di cui oggi, personalmente, noto un pericoloso ritorno. Anche io sull'efficacia umana di alcune vie percorse dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli ho le mie riserve. Se però andassimo ad cercare ed elencare gli enti, le iniziative, le istituzioni che hanno assistito gli "ultimi" della Terra dall'epoca romana ad oggi direttamente dipendenti o in qualche modo afferenti alla tanto vituperata (e certamente ricca) Chiesa Cattolica saremmo qui a fare un elenco lunghissimo. Ci sono le suore che assistono (non mi pare che ricevano degli stipendi da manager) i malati, i missionari che prima di ogni discorso sul credo provano a difendere i diritti degli abitanti delle favelas.... I latori del progresso scientifico e tecnologico per rimanere a questi ultimi decenni ci hanno "regalato" la guerra in Medio Oriente e inventato bombe "intelligenti" che tanto intelligenti non sono. Non mi pare che Giovanni Paolo II dalla finestra di San Pietro inneggiasse alla politica aggressiva di Bush...o Giovanni XXIII alle logiche della guerra fredda... "errare humanum est" dovrebbe valere per tutti, o no? Una parte di egoismo e di cattiveria esiste in misura maggiore o minore o anche QUASI nulla in tutti gli uomini. Non si può rifiutare tutto a causa della ingiustizia di alcuni, ma anzi: " anche se vi fossero solo 10 giusti a Ninive, la grande città, io la rispamierò"!


lemond - 12/04/2009 alle 11:27

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] vedo che siamo d'accordo su molte cose, ma non sul nazismo. Quello, da un punto di vista culturale e ideologico ha attinto: 1) alle filosofie del nichilismo e ad alcuni testi dell'idealismo tedesco 2) alle tradizioni religiose politeistiche celtiche ( ne è testimonianza tra l'altro l'adozione della croce svastica) e greco/romane, ma solo per quanto riguarda i loro aspetti bellici ed edonistici. Cose di cui oggi, personalmente, noto un pericoloso ritorno. >Mi sembra che invece sul nazismo siamo d'accordo, perché io non contesto che ci siano anche queste radici. Sul ritorno di aspetti bellici, non credo fossero mai estinti, mentre su quelli edonistici il discorso sarebbe lungo, però "en passsant" ti dirò che io non ho niente contro chi ricerca nella vita il piacere che può dargli. Ad. es. le discussioni su cicloweb ;) Anche io sull'efficacia umana di alcune vie percorse dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli ho le mie riserve. Se però andassimo ad cercare ed elencare gli enti, le iniziative, le istituzioni che hanno assistito gli "ultimi" della Terra dall'epoca romana ad oggi direttamente dipendenti o in qualche modo afferenti alla tanto vituperata (e certamente ricca) Chiesa Cattolica saremmo qui a fare un elenco lunghissimo. Ci sono le suore che assistono (non mi pare che ricevano degli stipendi da manager) i malati, i missionari che prima di ogni discorso sul credo provano a difendere i diritti degli abitanti delle favelas... >Io distinguo nettamente il lavoro dei singoli, anche "contra ecclesiam" da quello dello S.C.V. [tradotto anche: se cristo vedesse ;)]. Il vaticano e le gerarchie ecclesiastiche sono come i talebani (secondo me) I latori del progresso scientifico e tecnologico per rimanere a questi ultimi decenni ci hanno "regalato" la guerra in Medio Oriente e inventato bombe "intelligenti" che tanto intelligenti non sono. Non mi pare che Giovanni Paolo II dalla finestra di San Pietro inneggiasse alla politica aggressiva di Bush...o Giovanni XXIII alle logiche della guerra fredda... >Su Giovanni XXIII il mio giudizio è molto diverso da quello del polacco, basti un esempio: il comportamento nei confronti del beato Pio da Pietrelcina. Per il resto ti posso rimandare ai messaggi a puntate che ho spedito su colui che "riempiva le piazze e vuotava le chiese" :D Ma ormai, e purtroppo, il concilio vaticano II è stato rovesciato ad opera della restaurazione polo-tedesca :OIO "errare humanum est" dovrebbe valere per tutti, o no? Una parte di egoismo e di cattiveria esiste in misura maggiore o minore o anche QUASI nulla in tutti gli uomini. Non si può rifiutare tutto a causa della ingiustizia di alcuni, ma anzi: " anche se vi fossero solo 10 giusti a Ninive, la grande città, io la rispamierò"! >Ma poi Gomorra non la risparmiò, vedi che si ottiene nella ricerca nella giustizia assoluta? :mad: [/quote]


elisamorbidona - 12/04/2009 alle 12:28

n.b.: mi scuso per la confusione di Ninive con Sodoma. La citazione era per dire che anche se una sola piccola parte dell'uomo (il simbolico 10 per mille) conserva un anelito di bene, e questo zoccolo duro di umanità credo che non possa estinguersi nemmeno nel peggiore delinquente, non è giusto metterci una pietra sopra e condannare. Non lo fa nemmeno il Dio dell' Antico Testamento. Stessa cosa vale per ogni istituzione che è composta di uomini onesti e disonesti in misura diversa, come la Chiesa. L'episodio di Sodoma e Gomorra ha più o meno lo stesso significato simbolico di una risurrezione spirituale che ha l'intero Esodo con i suoi cavalli e cavalieri ricoperti dalle acque del Mar Rosso. Da Sodoma esce Lot avvertito da Dio, simbolo di quel cuore "sacro" dell'uomo che a volte riemerge più consapevole dai diluvi della vita. Mettiamo in discussione ogni minimo aspetto storico della Bibbia, la stessa esistenza storica dei suoi personaggi principali...e poi crediamo come fosse oro colato ai racconti delle stragi compiute da Dio, anche quando invece questi racconti hanno evidentemente più un contenuto allegorico che storico? Un Dio ciecamente giustizialista non avrebbe senso in testo in cui si dice: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" p.s.: nemmeno io ho qualcosa contro chi ricerca dalla vita il piacere che questa può dargli. E' solo che a volte non ci si rende a sufficienza conto di quanto piacere ci possa essere in ciò che non si conosce, come quando si assaggiano quei cibi esotici cucinati con spezie il cui sapore non abbiamo mai conosciuto...

 

[Modificato il 12/04/2009 alle 12:40 by elisamorbidona]


lemond - 12/04/2009 alle 19:34

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] n.b.: mi scuso per la confusione di Ninive con Sodoma. La citazione era per dire che anche se una sola piccola parte dell'uomo (il simbolico 10 per mille) conserva un anelito di bene, e questo zoccolo duro di umanità credo che non possa estinguersi nemmeno nel peggiore delinquente, non è giusto metterci una pietra sopra e condannare. Non lo fa nemmeno il Dio dell' Antico Testamento. Stessa cosa vale per ogni istituzione che è composta di uomini onesti e disonesti in misura diversa, come la Chiesa. L'episodio di Sodoma e Gomorra ha più o meno lo stesso significato simbolico di una risurrezione spirituale che ha l'intero Esodo con i suoi cavalli e cavalieri ricoperti dalle acque del Mar Rosso. Da Sodoma esce Lot avvertito da Dio, simbolo di quel cuore "sacro" dell'uomo che a volte riemerge più consapevole dai diluvi della vita. Mettiamo in discussione ogni minimo aspetto storico della Bibbia, la stessa esistenza storica dei suoi personaggi principali...e poi crediamo come fosse oro colato ai racconti delle stragi compiute da Dio, anche quando invece questi racconti hanno evidentemente più un contenuto allegorico che storico? Un Dio ciecamente giustizialista non avrebbe senso in testo in cui si dice: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" >Bello Elisa quanto hai scritto e quindi non mi pare giusto replicare, altrimenti "vedrei la pagliuzza e non la trave" ;) p.s.: nemmeno io ho qualcosa contro chi ricerca dalla vita il piacere che questa può dargli. E' solo che a volte non ci si rende a sufficienza conto di quanto piacere ci possa essere in ciò che non si conosce, come quando si assaggiano quei cibi esotici cucinati con spezie il cui sapore non abbiamo mai conosciuto... >sui cibi esotici non sono d'accordo, li lascio volentieri alle mie figlie, io resto fedele alla cucina toscana :D [/quote]


elisamorbidona - 13/04/2009 alle 08:56

Anche la Bibbia al gusto intellettuale dell'uomo razionale a volte può sembrare un cibo esotico...con quelle speziature che a noi sembrano eccessive e perfino fuori luogo, in effetti appartiene ad una cultura più "orientale" che "occidentale". Come tutte le pietanze se ti fai condizionare dall'aspetto esteriore magari sgradevole, va sempre a finire che non le gusti... Per quanto riguarda il piacere, nella Bibbia ci sono parole di condanna quando per la voluttà del corpo si giunge a fare del male o si perde il senso delle cose della vita di tutti i giorni - es. il re Davide (pur sempre l'unto di Dio) che manda a combattere in prima linea il suo generale marito della bella Bersabea sperando che sia al più presto sia ucciso, oppure gli stessi abitanti di Sodoma e Gomorra dediti unicamente alle gozzoviglie più sfrenate, quando magari ci sarebbero stati campi da coltivare e concittadini da aiutare . Ma per il piacere fisico in sè e per sè io parole di condanna non ne ho mai lette...anzi l'impressione è che i "peccati della carne" siano quasi tenuti in scarsa considerazione rispetto per esempio all'invidia, alla superbia, alla prevaricazione, all'averizia...

 

[Modificato il 13/04/2009 alle 09:01 by elisamorbidona]


lemond - 13/04/2009 alle 10:45

[quote][i]Originariamente inviato da elisamorbidona [/i] Per quanto riguarda il piacere ... gli stessi abitanti di Sodoma e Gomorra dediti unicamente alle gozzoviglie più sfrenate, quando magari ci sarebbero stati campi da coltivare e concittadini da aiutare . Ma per il piacere fisico in sè e per sè io parole di condanna non ne ho mai lette... [/quote] Mah, su questo non posso essere d'accordo. Se ho capito bene, per te, siccome gli abitanti non coltivavano i campi e non aiutavano i concittadini, era meglio ditruggere le due città e così i campi si sarebbero coltivati da soli e, d'altra parte, i Sodomiti/Gomorriani (si chiamavano così?) non avrebbero avuto più bisogno di essere aiutati? :Od:


lemond - 13/04/2009 alle 11:12

Messianismo politico e religioso (terza parte) La radice religiosa, e quindi esistenziale emerge anche nel millenarismo comunista, oltre che dalle forti componenti comunistiche dei programmi degli anabattisti e di vari altri movimenti religiosi già menzionati, anche da alcune forme di «socialismo utopistico», come fu detto il primo socialismo dai marxisti per distinguerlo dal proprio, che si affannarono a definire «scientifico» (senza accorgersi che proprio in questa qualifica affiorava il loro ancoramento fideistico alla religione e utopia del tempo: appunto la Scienza). Mentre nei programmi di Fourier, di Proudhon o di Weitling affiorano chiaramente un paio di temi essenziali del mito millenaristico - quelli della Giustizia e dell'Amore Universale - l'afflato religioso permea tutti gli ultimi scritti di C.H.. Saint-Simon (non a caso pubblicati col titolo Nuovo cristianesimo, 1825) ed esplode esplicitamente nell'opera dei suoi continuatori che, raggruppati intorno a B.-P. Enfantin, diedero vita a una vera e propria comunità ecclesiale, con riti e gerarchie propri, tutta protesa ad attendere l'avvento di una profetessa e dell'era di felicità che questa avrebbe inaugurato. «Facitori di utopie ma insieme rinnovatori del Cristianesimo», sarà scritto dei sansimoniani e degli enfantiniani, «essi fondono a un tempo l'avvenire promesso dal Progresso con il Regno di Dio, sacralizzando il sociale e socializzando il sacro. »11 Sotto l'incalzare della crisi religiosa aperta dall'illuminismo e approfondita dal positivismo, il movimento socialista assunse comunque - prima con Babeuf e Blanqui e poi con Marx, Engels e Lenin - connorazioni dichiaratamente atee e materialiste. Ciò nondimeno, la componente millenaristica della sua ala rivoluzionaria non solo restò intatta ma si accentuò. Essa emergerà anzitutto nel furore settario con cui gli esponenti di quest'ala giudicheranno e perseguiteranno i capi delle correnti moderate e riformiste che rifiutano di adottare il loro programma apocalittico. Così, quando Eduard Bernstein formulerà le sue critiche alla tesi marxiana del progressivo impoverimento del proletariato e sosterrà la necessità di adottare una linea riformista e democratico-parlamentare, verrà subito bollato come un traditore: e «social-traditori» saranno chiamati per quasi cent'anni, dai comunisti «puri», i socialdemocratici. E quando Karl Kautsky oserà dissentire dall'opportunità di una rivoluzione violenta per la conquista del potere, Lenin lo additerà al disprezzo dei suoi seguaci come «il rinnegato Kautsky». Il tono adottato contro questi dissenzienti è lo stesso, gonfio d'odio e di maledizioni, usato un tempo contro gli «eretici impenitenti». E analoghe saranno presto le accuse: nei processi staliniani e in quelli maoisti gli oppositori vengono accusati di ogni nefandezza (dal furto, all'assassinio, al sabotaggio, alla violenza carnale, all'omosessualità, all'« intelligenza col nemico»: moderna versione della complicità con Satana). Come già nei processi per stregoneria, le donne (si pensi alla campagna contro Chiang Ching, o vent'anni prima contro la leader comunista romena Anna Pauker, caduta in disgrazia) sono accusate di scostumatezza e di cospirazione ai danni dei mariti. E come negli autodafé, i condannati dovranno confermare le confessioni estorte con la tortura e riconoscere la giusta severità della condanna inflitta dalla Vera Chiesa (cioè il Partito) e dai suoi fedeli ministri.


lemond - 15/04/2009 alle 07:15

Quando Ratzinger bazzicava il più lercio sottobosco della destra estrema europea Die Aula è una rivista austriaca di estrema destra fondata nel 1951 che il Dokumentationsarchiv des österreichischen Widerstandes, l'Informationsdienst gegen Rechtsextremismus e l'Informationsportal Rassismus und Antisemitismus schedano come neonazista e negazionista. Un giornalaccio, insomma. Tuttavia può vantare di aver avuto un collaboratore di eccezione: Joseph Ratzinger. Poco più di dieci anni fa, un suo breve saggio dal titolo Freiheit und Wahrheit impreziosiva il numero speciale che la rivista dedicava ai 150 anni trascorsi dai moti liberali del 1848 (1848 - Erbe und Auftrag). A soli 19,90 euro, sul sito web della rivista (dalla cui homepage Benedetto XVI saluta i visitatori col suo ineffabile sorriso), si può ordinare una copia di quel fascicolo che fieramente espone una fascetta con la scritta: "Mit einem Beitrag von Kardinal Ratzinger". Questo per i feticisti, perché il testo del contributo che Joseph Ratzinger dava alla rivista preferita dai neonazisti austriaci è reperibile in rete in una eccellente traduzione in lingua inglese. Niente di eccezionale, in realtà, si tratta del solito Ratzinger e del solito attacco al cuore della modernità, cioè al concetto di libertà così come venutosi a definire dall'Illuminismo in poi, ineluttabilmente - fatalmente, quasi - in opposizione al concetto di libertà cristiana. Insomma, siamo di fronte al solito lamento dell'uomo della Tradizione che nel tramonto del principio di autorità com'era inteso nel Medioevo vede la fonte prima di ogni bruttura e di ogni male del mondo moderno. Toni soffici da chierico, ma nella sostanza si tratta della solita critica alla democrazia e al principio della libera e responsabile autodeterminazione dell'individuo. È stato il deputato austriaco Karl Öllinger a ritrovare questo testo e la rivista Der Spiegel a segnalare le pessime frequentazioni di Joseph Ratzinger. Imbarazzo della diocesi di pertinenza, quella di Vienna, che subito si precipitava a dichiarare che l'autore di quello scritto non ne avesse mai autorizzato la pubblicazione su Die Aula. È una bugia, se ne ha la conferma quando salta fuori il carteggio tra il responsabile della rivista e il segretario dell'allora cardinal Ratzinger: l'assenso era stato dato con tutti i crismi. Fa un po' impressione, scorrendo l'indice di questo numero della rivista, vedere, tra i nomi di antisemiti e negazionisti, il nome di chi tra poco più di dieci anni, da pontefice, spalancherà le braccia a monsignor Richard Williamson. La stampa di mezza Europa ha fatto espressione di tale sconcerto, ma voi pensate che in Italia qualcuno abbia ritenuto utile segnalare la cosaccia? Macché. Abbiamo visto, ieri: i nostri vaticanisti pensano che "il giornalista in Vaticano non deve mai venire meno alla legge dell'ospitalità". Ricordare al Papa che dieci anni fa bazzicava il più lercio sottobosco della destra estrema europea sarebbe un'indelicatezza. Non si fa.


lemond - 16/04/2009 alle 09:08

Messianismo politico e religioso (quarta parte) È soprattutto nello schema teorico dell 'evoluzione umana che il marxismo svela il suo inconsapevole e insormontabile ancoramento al mito biblico-millenaristico: un ancoramento del resto comprensibile data l'educazione ebraica di Marx. A un esame psicologicamente vigile, infatti, quello schema risulta essere essenzialmente una ennesima versione secolarizzata e scientifica del fanatismo religioso e della sua promessa salvazionistica, insomma della difesa religiosa contro lo shock esistenziale. Come nel mito biblico dell'Eden, così anche nelle teorie di Lewis R. Morgan e di Friedrich Engels, l'uomo delle origini viveva felicemente e pacificamente in un regime di matriarcato comunista.18 Con il progresso tecnologico (cioè con i frutti dell'Albero della Scienza...) si sviluppa però la proprietà privata (una sorta di «peccato originale») e l'uomo precipita dalla felice età comunistica dell'oro nell'era bronzea della cupidigia proprietaria, della divisione in classi, dello sfruttamento e del dominio, che si trascina per millenni fino alla sua fase finale, quella capitalistica, ove le masse umane sono condannate a una sofferenza e a una miseria crescenti. È proprio in questa fase estrema, mentre la Mala Bestia del capitalismo rovescia i suoi flagelli di fame e di guerra sull'umanità sventurata, che sopraggiunge il Messia: un Messaggero di Verità, inflessibile nemico dei farisei, degli scribi e di tutti i falsi profeti della Fede Rivoluzionaria. E non a caso, gran parte del tempo di Marx (come poi di Lenin e dei suoi successori) sarà dedicata alla lotta contro i profeti rivali: da Bauer a Lassalle, da Duhring a Proudhon, da Weitling a Bakunin. Intorno al vero Messia si forma la Vera Chiesa, cioè il Partito che guida i fedeli (il proletariato) alla lotta contro le forze del Male (il capitalismo) destinate a essere sconfitte e abbattute con la guerra rivoluzionaria (versione politicizzata della guerra santa). Segue una sorta di Giudizio Universale (la «dittatura del proletariato») durante il quale (almeno nella versione leninista e stalinista del «vangelo» marxiano) i malvagi, cioè i nemici della Vera Fede, vengono puniti e precipitati nell'inferno concentrazionario dei Gulag e, infine, in un'epoca che la profezia (come tutte le profezie millenaristiche) indica prossima e che tuttavia tende ad allontanarsi sempre più, ha inizio il Millennio comunista di perfetta armonia e beatitudine: per dirla con Marx, «il salto dal Regno della Necessità al Regno della Libertà» (una versione politicizzata della vecchia formula religiosa «Dal regno di Satana al regno di Dio»). Se guarderemo a questo essenziale nucleo psicologico-esistenziale del messaggio marxista senza lasciarci distrarre proprio da quegli elementi di determinazione e articolazione storica, economica e politica che il marxismo stesso e la storiografia convenzionale considerano prioritari, vedremo con chiarezza l'analogia fra le sue vicende e quelle dei messaggi millenaristici di stampo religioso. Questa analogia affiora in modo lampante perfino in alcuni particolari dei prodromi del Millennio. La tradizione millenaristica (dall'Apocalisse a Gioacchino da Fiore a Savonarola) aveva spesso sostenuto che l'inizio del Millennio sarebbe stato preceduto da sconvolgimenti terribili e da una estrema offensiva delle forze del Male, guidate dall'Anticristo. Ebbene, sia Stalin sia Mao sostennero che la guerra atomica era inevitabile e che i nemici dei popoli, sia interni sia internazionali, avrebbero intensificato i loro attacchi al socialismo: pertanto le persecuzioni contro questi nemici andavano moltiplicate.19 Inoltre, già poco dopo la morte del Profeta, la chiesa marxista si scinde in due tronconi: uno moderato ed empirista, la social-democrazia, che viene a patti col potere esistente, influenzandolo e trasformandolo, e rinuncia all'apocalisse rivoluzionaria, prima nel breve periodo, poi definitivamente; l'altro dogmatico e fanatico, guidato da un capo carismatico che deve imporsi prima come autentico interprete del vangelo marxista e poi come legittimo erede dell'autentico interprete. Così, non a caso, nella Russia stalinista, la trinità profetica sarà quella di Marx-Lenin-Stalin e nella Cina maoista quella di Marx-Lenin-Mao. Significativamente, il regime instaurato da Lenin e Stalin viene per anni salutato (con zelo tragicomico, data la violenza, la fame e la miseria che lo flagellano) col termine di «paradiso dei lavoratori». Il culto della personalità, tanto deprecato come «degenerazione del sistema» da quegli stessi comunisti che l'avevano devotamente praticato finché era in vita il Tiranno-Profeta, appare in questa luce, al contrario, perfettamente omogeneo al sistema perché, in quanto sette fanatiche e millenaristiche, i partiti marxisti-leninisti hanno bisogno di un capo carismatico e infallibile. Se tentano di farne a meno, perdono inevitabilmente la loro carica messianica e si trasformano in chiese istituzionali, fossilizzate nelle proprie gerarchie e nei propri rituali. Il significato essenzialmente religioso del Culto del Capo emerge del resto in modo evidente nei regimi comunisti. Così, per esempio, Stalin, artefice di atroci carestie, sarà cantato perché «fa crescere le messi», l'immagine di Mao, come quella della Madonna di Lourdes, miracolerà i moribondi e le salme dei Capi defunti (come quelle dei santi e dei Faraoni) verranno imbalsamate.


lemond - 17/04/2009 alle 08:33

Chiesa contro chiesa Fedeli vogliono donare fondi festa, no del parroco I cittadini di Piane d'Archi, frazione di Archi, piccolo centro del Chietino, avevano raccolto 10.000 euro per una festa religiosa in programma a Pasqua, poi annullata causa terremoto; hanno proposto al parroco di devolvere la somma agli sfollati, ma lui, don Michele, si è opposto. Quando il comitato organizzatore ha illustrato la proposta, il parroco ha detto che su quei soldi i cittadini non hanno più alcun diritto, anche perché la chiesa stessa ha già aiutato i terremotati. Il comitato invita la popolazione a "disertare tutte le funzioni e a dire basta a questa arroganza e cattiveria", invitando don Michele ad "andarsene via". "Sgarbata, falsa e disonesta" replica don Michele, spiegando che è contrario a dirottare i soldi raccolti perché già destinati alla festa del Cristo Salvatore. fonte: http://www.uaar.it/news/2009/04/16/piane-archi-ch-niente-soldi-della-festa-agli-sfollati/


lemond - 19/04/2009 alle 10:19

Messianismo politico e religioso (quinta parte) Si è fin qui cercato di sottolineare le differenze rilevabili tra i fanatismi totalitari di stampo individualista e nazionalista e quelli di stampo comunista. Vorrei però ricordare che queste differenze sono state e sono, nella realtà, molto meno forti di quanto i loro capi abbiano voluto dare a credere. Le origini socialiste e socialrivoluzionarie di Mussolini e del fascismo sono note.20 Il partito di Hitler, a sua volta, si chiamava nazional-socialista e aveva un programma e un linguaggio fortemente anticapitalisti e antiborghesi. Con buona pace della nostra storiografia antifascista, inoltre, sia il regime mussoliniano sia quello hitleriano trovarono forti appoggi anche tra gli operai. (Che i movimenti fascisti abbiano avuto finanziamenti dai grandi agrari e industriali non mi sembra dimostrare granché: è noto che un certo padronato tende a «giocare su molti tavoli» e finanzia spesso anche i partiti di sinistra.) Simmetricamente i partiti marxisti-leninisti non furono né sono di certo immuni da tendenze nazionaliste e razziste. Così sono noti, per esempio, sia gli orientamenti panrussi e i violenti sussulti antisemiti che il regime sovietico ha avuto nel corso dei suoi settant'anni di storia, sia il costante ricorso del Cremlmo ai temi dell'orgoglio e del sacrificio patriottico per convincere la popolazione a lavorare per i giganteschi piani economici e militari. Dagli anni di Stalin in poi, inoltre, la propaganda dei partiti marxisti-leninisti ha assunto accese tonalità nazionalistiche, soprattutto nel Terzo Mondo ma anche in Europa, per facilitare la propria penetrazione.21 Questa ibridazione tra marxismo e nazionalismo, anzi, è stata la formula prediletta dei regimi comunisti che hanno voluto autonomizzarsi da Mosca (via via dalla Jugoslavia all'Albania, dalla Romania alla stessa Cina) o scaricare in attività militari esterne le loro tensioni interne (Cuba, Vietnam del Nord, eccetera). Comunque è soprattutto nei regimi terzomondisti - paesi arabi più «militanti», dittature militari «progressiste» dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia - che millenarismo socialista e nazionalista si fondono e si confondono con maggiore disinvoltura, adottando apertamente il linguaggio e i comportamenti del fascismo nel momento stesso in cui, a parole, si proclamano fieramente antifascisti. Nonostante le sue pretese di originalità e di antagonismo nei confronti della cultura tradizionale, il femminismo appare solo, in un'otticà psico-esistenziale, un'ennesima ripetizione dei vizi costituzionali di quella cultura. La deformazione paranoicale della realtà è più che mai presente. All'analisi sacrosanta della demonizzazione della donna nelle religioni tradizionali (una demonizzazione di cui si sono qui evidenziate le radici psico-esistenziali) il femminismo non sa contrapporre altro che una simmetrica demonizzazione dell'uomo. La donna (ma beninteso solo quella militante nei ranghi della Vera Chiesa e della Vera Rivoluzione femminista) è unica depositaria della Vera Giustizia e del Vero Millennio. La sessualità è sinonimo di degradazione e va rifiutata, salvo nelle forme predicate dalla Vera Chiesa (lesbiche e clitoridee per la Chiesa femminista, come già coniugali e prolifiche, e debitamente vaginali, per le chiese maschiliste). Con significativa convergenza con l'iconografia cristiana tradizionale, il femminismo ha finito per tentare una ripetizione del modello ecclesiastico d'una «sacra famiglia» in cui il padre viene emarginato e la diade madre-bambino viene privilegiata. Qualche gruppo femminista 22 è giunto perfino, nei primi anni '70, a immaginare un Mondo Nuovo, cioè un nuovo Paradiso Terrestre, in cui i maschi saranno rinchiusi in apposite riserve o parchi zoologici ove le donne «liberate» andranno a osservarli, a studiarli e a gratificarli con qualche nocciolina. Se il millenarismo totalitario ha vita precaria, per motivi che vedremo tra poco, quello femminista l'ha avuta però anche più precaria perché la sua predicazione e le sue promesse cozzavano addirittura contro i bisogni psico-biologici essenziali delle masse femminili cui erano rivolte: appunto quelli sessuali, che, con buona pace di certe leaders femministe, erano e restano eterosessuali. Già le mie analisi psicopolitiche di stampo culturalista 23 avevano consentito di dimostrare che le profonde diversità ideologiche, economiche e istituzionali dei vari sistemi totalitari erano e sono sostanzialmente irrilevanti, ai fini dei comportamenti interni e internazionali di quei regimi. Il vero fattore determinante, che spiega la loro straordinaria somiglianza in termini di politica interna ed estera, è l'analogia della struttura caratteriale e della dinamica psicologica di massa e di vertice. Ora, l'approccio esistenziale alla psicopolitica consente di procedere a un'ulteriore unificazione e chiarificazione. Il nucleo psicologico di tutte le dittature del nostro secolo - cioè il fanatismo interno e/o internazionale - non è altro, sostanzialmente, che la versione politicizzata e secolarizzata di una forma di fanatismo religioso - il millenarismo messianico - con cui vasti gruppi umani, a partire dall'epoca zoroastriana, hanno tentato di reagire al «trauma primario» dell'homo sapiens: lo shock esistenziale. Per chi voglia vederla, del resto, la natura essenzialmente religiosa di ogni totalitarismo emerge in modo lampante dall'alone chiaramente mistico che soffonde una qualsiasi pagina di propaganda totalitaria. La retorica del fascismo, che non a caso creò un'apposita Scuola di Mistica Fascista, del nazismo e dello stalinismo è fin troppo nota. Può essere utile citare una pagina di propaganda maoista, perché il maoismo fu un delirio millenaristico che travolse i nostri intellettuali «impegnati» fino a poco meno di dieci anni fa: insomma è un fenomeno che vieta di relegare nel passato remoto i rischi di una nuova infatuazione totalitaria. Si leggeva in un numero del febbraio '73 della rivista La Cina diffusa dall'apparato propagandistico maoista in tutto il mondo: Quando il Presidente Mao passò in rivista i delegati alla conferenza della gioventù comunista, lacrime di gioia colarono sulle rosse gote di tutti i presenti, il cui cuore era schiantato dalla felicità. Oh amato, oh rispettato Presidente Mao! Ogni gloria Ti appartiene! Ogni vittoria è il riverbero del Tuo illuminato pensiero! Attraverso lo studio e l'applicazione creativa del Tuo pensiero, abbiamo un'energia che ci permette di spostare le montagne e colmare i mari. Attraverso lo studio e l'applicazione creativa del Tuo pensiero, siamo gli alfieri decisi a cambiare cielo e terra! Oh, caro Presidente Mao! È il Tuo luminoso pensiero che ci nutre, esso è il solo che ci permette di fare d'ogni nemico carne da macello [sic!]. Alla vista del Presidente Mao che loro sorrideva affettuosamente, mille parole affluivano alla bocca del loro delegato Van Sung Hai: «Oh, amato, oh rispettato Presidente Mao! La potenza del Tuo pensiero è infinita! Con il Tuo pensiero possiamo fondere i ghiacciai e trasformare i deserti». Il Presidente Mao passò in rivista i delegati: «Oh amatissimo Presidente Mao!» essi dicevano - «il Tuo pensiero è una bomba atomica Spirituale dal potere incomparabile. Possederlo, ci permette di fabbricare bombe atomiche sempre più numerose e potenti e di compiere ogni sorta di prodigi!» Quando si concluse la cerimonia i delegati, piangenti di felicità e col cuore tambureggiante d'emozione, si precipitarono al telegrafo e ai telefoni per annunciare con i mezzi più rapidi a tutto l'esercito e a tutto il paese la loro immensa gioia per la realizzazione del loro supremo desiderio: l'onore unico di essere ricevuti dal Presidente Mao. Ancora una volta, questa ulteriore sintesi critica in chiave esistenziale è possibile perché l'approccio psicologico si focalizza su dinamiche, appunto, psicologiche, per loro natura più antiche, profonde e permanenti delle varianti culturali (religiose, politiche, economiche o istituzionali) cui esse dànno via via luogo e con cui interagiscono.


lemond - 20/04/2009 alle 15:47

Massimo Galimberti: sulle domande e sulla verità http://www.youtube.com/watch?v=OzpYFbBKSWM&NR=1


lemond - 21/04/2009 alle 08:28

Messianismo politico e religioso (sesta parte) Questo approccio psicologico spiega forse anche la tendenza espansionistica di ogni fanatismo religioso e politico (in quanto per definizione ogni nuovo movimento millenarista nasce in una data regione e le popolazioni circostanti, proprio perché «non convertite», sono viste come nemiche) nonché l'acuirsi della tendenza espansionistica coll'aumento della densità demografica: questa densità, infatti, porta ad accentuare l'ansia di sopravvivenza, cioè l'angoscia di morte, che a sua volta tende a scaricarsi in aggressività esterna. Del resto, è stato un grande e brillante teorico della guerra come fenomeno demografico, Gaston Bouthoul, ad aprire la porta alla psicologia quando ha scritto che «è illusione credere che la guerra dipenda dalla volontà cosciente degli uomini, perché, al contrario, le motivazioni coscienti sono solo razionalizzazioni ». Questo approccio psicologico ci permetterà inoltre di capire il successo particolare che i miti millenaristici incontrano tra i giovani. Il giovane rimuove molto più radicalmente l'angoscia di morte: qualcuno ha scritto che «la gioventù finisce quando si cessa di credersi immortali». (E qui sta, anzi, la radice del rigido segregazionismo con cui i giovani escludono gli anziani dai loro gruppi: l'anziano è temuta testimonianza del loro stesso destino.) Ma proprio in quanto meno rassegnato dell'anziano alla propria morte, il giovane è molto più vulnerabile ai miti e ai messaggi millenaristici, sia religiosi sia politici. Aderendo a un movimento millenarista, egli ha l'illusione di diventare uno degli Eletti cui spetta di preparare l'avvento del Millennio combattendo e sgominando le forze del male e poi di inaugurare la nuova era di universale felicità. Solo in questa ottica possiamo capire il fatto, rilevato ma non spiegato da un «analista della guerra» come Franco Fornari; che «i giovani accettano con maggiore facilità degli altri l'idea di perdere la vita per un'idea».25 E parimenti potremo comprendere perché, tanto spesso, tra le vittime della droga ci siano oggi tanti reduci dei movimenti rivoluzionari giovanili degli anni '70. Crollati i paradisi politici, si tenta disperatamente d'arginare l'angoscia esistenziale incalzante rifugiandosi nei nuovi paradisi chimici della droga. Quanto agli intellettuali, se il «tradimento dei chierici» denunciato da Julien Benda fin dal 1927 appare deplorevole sul piano etico,26 esso risulta più che comprensibile sul piano psicologico: alle molte ragioni sociali di alienazione segnalate da vari autori,27 l'intellettuale moderno aggiunge una speciale vulnerabilità al collasso psichico, alla disperazione, al dogmatismo totalizzante in quanto la laicizzazione della cultura ha più precocemente e radicalmente demolito in lui le certezze religiose. Soprattutto, questo approccio psicologico ci consente di capire non solo il terribile parallelismo tra insorgenza e sviluppo della cultura, da un lato, e, dall'altro, insorgenza e sviluppo della guerra, cioè della distruttività interna alla specie umana (un fenomeno quasi sconosciuto tra le specie animali), ma anche di cogliere la crisi epocale in cui persino la guerra - elaborazione paranoicale dell'angoscia di morte - è giunta con la prospettiva dell'olocausto nucleare, cioè con l'impossibilità di esportare la morte nostra sugli altri, senza restare uccisi noi stessi. Ma su questo problema torneremo più avanti. Infine, mi sembra molto agevole inquadrare, in quest'ottica, anche il terrorismo, cioè una delle manifestazioni più recenti e sconvolgenti del fanatismo totalitario. Vorrei anzitutto rilevare che forme di fanatismo particolarmente sanguinario sono emerse, in tempi e luoghi diversissimi, nelle religioni e nei culti salvazionisti: dalle persecuzioni cruente contro gli eretici nel mondo cristiano alle stragi dei Thugs (seguaci fanatici della divinità Kali) e degli «assassini», cioè dei giustizieri imbottiti di hashish che una setta ismailita sguinzagliò dall'XI al XV secolo in tutto il Medio Oriente. Se guardiamo al fanatismo politico di questo secolo come a una versione secolarizzata del fanatismo religioso tradizionale non ci sorprende quindi che esso abbia prodotto con i terroristi neri e rossi la sua brava setta di giustizieri sanguinari. La continuità psicologica tra fanatismo religioso e fanatismo politico nel nostro secolo è dimostrata, del resto, dalle origini spesso confessionali dei «capi storici» del terrorismo. L'analisi psico-esistenziale ci permette insomma di scoprire nella declinazione paranoicale dell'angoscia di morte il denominatore comune psicologico della millenaria catena di odio, atrocità e intolleranza cui è legata la storia umana in ogni epoca e in ogni paese: dai 26.000 cuori strappati sugli altari aztechi nel solo anno 1426, al «premio» d'essere prima uccisi e poi bruciati concesso dai civilizzatori cristiani agli indigeni caraibici che si convertivano alla «vera fede», alle migliaia di schiavi o prigionieri sacrificati alle rispettive divinità da egizi, cartaginesi, alle piramidi di teschi d'infedeli accatastate da Gengis Khan, ai ... (*) di streghe ed eretici arsi dai cristiani, alle centinaia di milioni di vittime delle varie guerre sante o rivoluzionarie. (*) Nota del redattore : recenti ricerche storiche fanno luce sul numero di streghe bruciate sui roghi in tutti i tempi, in tutta Europa, più Salem (Massachussets), risultano "solo" circa 60.000


lemond - 21/04/2009 alle 13:53

Storia degli antichi ebrei (undicesima parte) Il 14° capitolo della Genesi ha interessato gli studiosi per la presenza di diversi personaggi che vengono presentati come protagonisti di un avvenimento storico, e interamente "mondano", nel senso che non se ne capisce l'importanza per l'esposizione di una dottrina religiosa. Fra i vari personaggi ne emergono due: Chedorlaomer e Melchidesek. In questo messaggio ci occupiamo del primo. 14. 1 Quando Amrafel era re di Sennaar, Arioch re di Ellasar, Chedorlaomer re di Elam e Tideal re dei popoli [di Manda], 2 costoro dichiararono guerra a Bera, re di Sodoma, a Birsa, re di Gomorra, a Sinab, re di Adma, a Semeber, re di Zeboim, e al re di Bela, cioè Zoar. 3 Questi si radunarono nella valle di Siddim, cioè il Mar Morto. 4 Per dodici anni erano stati sottomessi a Chedorlaomer, ma al tredicesimo anno si ribellarono. 5 Nell'anno quattordicesimo, Chedorlaomer e i re suoi alleati arrivarono e sbaragliarono i refaim ad Astarot dei due corni, gli zuzim a Am, gli emim a Save delle due città 6 e gli hurriti sulle loro montagne di Seir, fino a El-Paran, al confine con il deserto. 7 Poi tornarono indietro, andarono a En-Mispat, cioè Kades, e saccheggiarono l'intero territorio degli amaleciti e anche degli amorrei, che abitavano a Azazon-Tamar. Fermiamoci un momento e vediamo qualche interpretazione giudaico-cristiana dei protagonisti e della collocazione storica di quanto viene narrato nel capitolo. Bibbia di Gerusalemme: "Questo capitolo non appartiene a nessuna delle tre grandi fonti della Genesi. Il suo valore è giudicato molto diversamente. Sembra che sia una composizione tardiva che rimaneggia l'antica: i nomi dei quattro re dell'Oriente hanno forme antiche, ma non sono identificabili a nessun personaggio noto, ed è storicamente impossibile che l'Elam abbia mai dominato sulle città a sud del mar Morto e sia stato alla testa di una coalizione che avrebbe riunito un re amorreo (Amrafel), un re hurrita (Arioch) e un re hittita (Tideal). Il racconto ha voluto unire Abramo alla grande storia e aggiungere alla sua figura un'aureola di gloria militare". Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali: Genesi , note di Emanuele Testa. "I critici sono tutti d'accordo nell'affermare che questo capitolo non appartiene a nessuna delle tradizioni classiche del Pentateuco. Il Redattore, in un tempo più o meno tardivo, ha sapientemente sfruttato un vecchio documento, forse una epopea preisraelitica, forse una stele di vittoria, trasformandola in un midras. Abbiamo perciò un miscuglio di elementi antichissimi con altri molto recenti. … Purtroppo questi nomi sono ancora ignoti , benché essi siano di formazione comune alla onomastica dei sec. XVII-XV a. C. Per parecchio tempo Amrafel fu identificato con Hammurabi; identificazione che oggi dalla maggior parte degli esegeti è stata abbandonata, anche se da qualcuno è difesa di nuovo (Fr. Cornelius). Prima di Hammurabi, l'Elam ebbe una certa egemonia sulla Mesopotamia. … Il Redattore, che conosce la tragica fine di Sodoma e Gomorra, ricorre a due rebus ortografici per disprezzarne i re che chiama Be-ra', "ingolfato nel male" e Be-resa', (ingolfato) "nella improbità" ". Commento storico-letterario "laico". I nomi, i luoghi, i tempi. 1) Amrafel, identificato come Hammurabi. Hammurabi iniziò a regnare a Babilonia nel 1792 a. C. e, nel corso del suo regno, durato fino al 1750, estese il suo controllo sulla Mesopotamia, comprese la città di Mari e l'Assiria, e sull'Elam, la regione ad est della Mesopotamia nella cui capitale, Susa, è stata rinvenuta la stele con una copia del suo codice legislativo. Non risulta che abbia tentato di espandere il suo dominio ad ovest di Mari verso la Siria, il Libano o la Terra di Canaan. Nel racconto biblico il capo della spedizione militare è però Chedorlaomer, presentato come re dell'Elam: poiché è storicamente accertato che Hammurabi dominò sull'Elam e non viceversa, alcuni hanno proposto che l'episodio biblico sia avvenuto quando Hammurabi era un giovane principe babilonese sotto egemonia elamitica. Della verosimiglianza dell'ipotesi che un re elamita potesse condurre una spedizione di guerra fin quasi alle sponde del Mediterraneo parleremo fra poco. Per finirla con Hammurabi diremo che se Abramo lo combattè allora dovremmo accettare una cronologia dei Patriarchi di tipo "medio" per cui sarebbero vere le straordinarie lunghezze delle vite dei Patriarchi 2) Chedorlaomer, re dell'Elam. Secondo il racconto biblico quattordici anni prima degli avvenimenti narrati aveva conquistato Sodoma, Gomorra, Adma, Zeboim e Zoar, situate nella regione del Mar Morto, e queste città, dopo quattordici anni di sudditanza, si sarebbero ribellate. In che modo abbiano attuato la rivolta non si capisce, perché non risulta alcuna loro iniziativa: fa tutto Chedorlaomer, re dell'Elam. Ma guardiamo una carta geografica: fra l'Elam e il Mar Morto ci sono centinaia e centinaia di chilometri in linea d'aria, ed in mezzo ci sono, da est ad ovest, la Mesopotamia e il deserto dell'attuale Giordania. Possiamo essere certi che nessun re elamita sia stato così folle da andare a conquistare un territorio così lontano dal suo, senza avere il minimo controllo dei territori intermedi. E poi, per ottenere cosa? La regione del Mar Morto produceva bitume: l'Elam lo produceva in proprio e la bassa Mesopotamia ne sovrabbondava. Si può concludere che il coinvolgimento dell'Elam nella vicenda narrata nel capitolo 14 di Genesi è un assurdo storico ed economico-geografico. Guardiamo adesso in un atlante storico una cartina del Medio Oriente relativa al secondo Millennio a. C.: potremmo trovare il nome "Kedar" per indicare la regione in cui adesso è la Giordania, ed un po' più giù il nome "Edom". Riesaminiamo adesso l'espressione "Chedorlaomer re dell'Elam". Scrive Testa (1981, p. 176, n. 4) che il nome Chedorlaomer "è strutturato secondo la recente legge detta dai Rabbini "boset" (=con cui si copriva il colpevole di onte o di confusione), con lo scopo di umiliare il capo del paganesimo. Lo chiama Laomer, invece di Laamar (=nome di una dea)". Non ci interessa qui entrare nel merito del significato delle modifiche apportate dai redattori al nome del re, quanto rilevare che anche secondo i commentatori giudaico-cristiani il nome è stato alterato, e osservare quindi che il personaggio poteva essere legato ai due nomi notati nelle cartine storiche: Kedar ed Edom. Notiamo inoltre che nella "Traduzione interlineare della Genesi" il nome è trascritto "Kedarlaomer": Chedorlaomer è invece il nome presente nelle traduzioni greca e latina. Nella ricostruzione storica che proponiamo il nome originario poteva essere dunque "Kedarlaomer re di Edom", ovvero un re Mitanni, dato che Edom, cioè "Rosso", era uno dei nomi che indicavano i Mitanni nella Terra di Canaan e nei territori ad essa circostanti. Ma per i redattori biblici (che riassemblarono i racconti loro pervenuti a partire dal X secolo) l'espressione Kedarlaomer re di Edom era assurda, perché secondo i documenti che andavano rielaborando il nome "Edom" era sorto per la prima volta in riferimento ad Esaù (o almeno così loro capirono ed trascrissero nei racconti biblici che ci hanno tramandato), cioè molto tempo dopo gli avvenimenti riferiti nel cap. 14, e non poteva quindi esistere al tempo di Abramo. Viceversa l'Elam era familiare ai redattori biblici, specialmente a quelli che scrissero, trascrissero e rielaborarono tutto dopo l'esilio babilonese, perché l'Elam era a fianco di Babilonia. Né era per essi assurdo che un re elamita potesse condurre una spedizione di guerra verso il Mar Morto, perché Ciro, re di Persia, ed anche dell'Elam, e che loro conoscevano bene, aveva conquistato l'Asia fino alle sponde del Mediterraneo. I redattori biblici evidentemente non considerarono che le circostanze storiche e le situazioni logistiche erano completamente diverse: Ciro arrivava al Giordano dopo aver conquistato Babilonia, tutta la Mesopotamia e la Siria, "Chedorlaomer re dell'Elam" avrebbe invece dovuto attraversare, in armi, regni altrui su cui non aveva alcun dominio. L'identificazione di "Chedorlaomer re dell'Elam" con "Kedarlaomer re di Edom", cioè con un re o principe mitanni, ci consente di inquadrare gli avvenimenti narrati nel capitolo biblico nel contesto storico in cui abbiamo visto dovevano svolgersi le vicende di Abramo, cioè il dominio egizio sul Retenu, e quindi sulla Terra di Canaan, al tempo di Thutmosis III. Il Retenu era stato invaso da Thutmosis nel 1455 (vittoria di Megiddo; vedasi msg 72890) e negli anni successivi il re/dio d'Egitto aveva consolidato il suo potere, per poi indirizzare le sue mire espansionistiche alla Siria (1449-1446: conquista, perdita e riconquista di Ullaza, città portuale siriana), effettuare un'incursione nel regno Mitanni, attraversando l'Eufrate (VIIIa campagna, del 1445), per poi ritornare via terra facendosi precedere da Abramo e Lot, che sistemò nella Terra di Canaan nel modo che abbiamo visto: il primo a spasso e il secondo a Sodoma (o, meglio, Sedom). Possiamo ragionevolmente supporre che il dominio egizio sul Retenu, come sempre avviene per tutti i domini stranieri, era accettato da una parte della popolazione ed osteggiato da un'altra parte; inoltre dobbiamo tenere presente che gli abitanti del Retenu non erano omogenei dal punto di vista etnico: c'erano abitanti di più antica data, che possiamo definire effettivamente Cananei, ed altri venuti successivamente (come Amorrei, Mitanni, Hurriti e Ittiti). Pertanto i primi quattro versetti del capitolo 14, che suonano strani se interpretati letteralmente (con ribelli che si rivoltano senza far niente e stando sulla difensiva), possono essere meglio interpretati nel modo seguente: un "re" mitanni, dopo dodici anni di sottomissione al re/dio d'Egitto, ritenne fosse giunto il momento di riacquistare il dominio sul Retenu scrollando il dominio egizio, e trovando l'alleanza di un "re" amorreo (ovvero siriano, Amrafel), di un "re" hurrita (Arioch) e di un "re" hittita (Tideal), esponenti di popoli che non disdegnavano certo di rendersi indipendenti dagli Egizi (per poi probabilmente lottare fra loro per la supremazia), e il diniego da parte dei "re" della Terra di Canaan (fra il Giordano e il Mediterraneo), che o giudicavano gli Egizi troppo forti o trovavano utile stare alle dipendenze egizie traendo vantaggio dall'essere il territorio di transito dei commerci fra la Siria e l'Egitto (ed inoltre esportavano in Egitto il bitume del Mar Morto). (Abbiamo messo il termine "re" fra virgolette perché si trattava di re di regni non proprio vasti: praticamente ogni cittadina era sede di un re). La campagna militare di Kedarlaomer e dei suoi alleati non fu indirizzata immediatamente contro i re della Cisgiordania: essi infatti discesero lungo la pianura ad est del Giordano, conquistando o acquisendo alla loro causa le popolazioni transgiordaniche arrivando infine a sud del Mar Morto, cioè nel territorio di Edom, di cui Kedarlaomer era re titolare o effettivo, per poi volgersi verso occidente e il Mediterraneo, in altre parole puntare su Gaza. Se fossero riusciti nell'intento di conquistare Gaza le guarnigioni egizie della Cisgiordania sarebbero rimaste isolate dall'Egitto e sarebbero state vinte piuttosto facilmente e probabilmente i re della Cisgiordania, che erano finora stati a guardare e contro cui Kedarlaomer non aveva ancora mosso, si sarebbero convinti che la rivolta poteva avere successo e sarebbero potuti passare dalla parte di Kedarlaomer. Ma avvenne qualcosa che indusse Kedarlaomer e i suoi, giunti a Kades-Barnea, nel deserto a sud della Cisgiordania, a ritirarsi piegando verso nord, e nello stesso tempo, come si desume da quanto è riportato nei versetti 8 e 9, convinse i re della Cisgiordania che era meglio per loro dimostrare la loro fedeltà al re/dio d'Egitto tentando di fermarli. Cosa era successo? Per capirlo dobbiamo guardare la serie delle campagne mediorientali condotte da Thutmosis III. Calcolando una dozzina di anni dopo il 1450, anno in cui, consolidato il dominio sulla Terra di Canaan , il re/dio d'Egitto si era rivolto alla conquista della Siria, cadono sotto i nostri occhi le campagne XV, XVI e XVII: delle prime due non abbiamo resoconti sufficienti, ed è possibile che si sia trattato non di campagne condotte da Thutmosis, ma di scontri di limitata portata fra le guarnigioni egizie del Retenu ed i rivoltosi (in particolare la rivolta che al versetto quattro viene descritta "contro" Kedarlaomer). Della diciottesima campagna abbiamo invece il resoconto, e possiamo essere certi che fu guidata da Thutmosis in persona. Il re/dio d'Egitto la condusse secondo il suo stile, con una mossa coraggiosa e strategicamente decisiva: sbarcò col suo esercito in Siria, deciso ad affrontare l'esercito del l'impero mitannico se questo si fosse mosso dall'alta Mesopotamia (ovvero dalla regione di Harran) attraversando l'Eufrate, oppure a prendere in trappola Kedarlaomer nella Valle del Giordano. Riprendiamo adesso la lettura del capitolo 14: 8 Allora il re di Sodoma, il re di Gomorra, il re di Adma, il re di Zeboim e il re di Bela, cioè Zoar, uscirono e si schierarono in battaglia nella valle di Siddim contro di loro, 9 cioè contro Chedorlaomer, re di Elam, Tideal, re dei popoli, Amrafel re di Sennaar e Arioch, re di Ellasar: quattro re contro cinque. 10 Ora, la valle di Siddim era piena di pozzi di bitume. I re di Sodoma e di Gomorra si diedero alla fuga e vi caddero dentro, e quelli che scamparono fuggirono sui monti. 11 Così i vincitori saccheggiarono tutte le ricchezze di Sodoma e Gomorra e tutti i loro viveri e se ne andarono. 12 Andandosene presero anche Lot, nipote di Abram, con i suoi averi, poiché Lot abitava in Sodoma. Commento: I re di Sodoma e Gomorra ed i loro alleati, dopo aver tentato, forse senza troppa convinzione, di fermare Kedarlaomer e i suoi, fuggirono e caddero nella cave di bitume: in questo passo viene così, di sfuggita, messa in evidenza l'importanza della valle del Mar Morto per l'economia egiziana (come abbiamo accennato più sopra). Era infatti la fonte principale del bitume utilizzato per impermeabilizzare le imbarcazioni e anche per i processi di imbalsamazione più diffusi fra gli Egizi comuni. Kedarlaomer ed i suoi si disinteressarono dei re battuti e passarono per Sodoma, portando via Lot. Agli esegeti giudaico-cristiani il fatto che portassero via Lot dovrebbe sembrare strano: che utilità poteva dare il nipote ex-nomade di un pastore nomade, come essi considerano fosse Abramo? Un riscatto? E chi avrebbe potuto pagarlo? Secondo la nostra interpretazione invece la cattura di Lot era rilevante, perché Lot era un nipote di Shaushahtar, e quindi un principe di primaria importanza nel sistema di successione mitannico. E possiamo anche dubitare del fatto che Kedarlaomer ed i suoi lo avessero "rapito", ovvero che avessero agito contro la sua volontà: Lot non era andato assieme al re di Sodoma a combattere, era rimasto in città. 13 Uno degli scampati andò a riferire il fatto ad Abram, l'ebreo, che abitava presso le Querce di Mamre, l'amorreo fratello di Escol e di Aner, alleati di Abram. Commento. Abram, l'ebreo: il termine "ebreo" compare qui per la prima volta nella storia dei "Patriarchi" e sia i commentatori giudaico-cristiani (a meno che non abbiano la mente obnubilata da troppa fede) sia quelli "laici" capiscono che la parola "ebreo" ha sostituito quella da cui quasi certamente è derivata: "hapiru" o "habiru". Il termine "hapiru" non indicava un popolo, con una sua lingua ed una sua religione ma un modo di vivere, quello vagante (per cui essi erano "polverosi", secondo il significato che viene dato alla parola hapiru), senza residenza fissa: gli "habiru" potevano quindi appartenere ai vari popoli presenti nella Terra di Canaan. Abramo era un "habiru" mitannico, piuttosto ricco di animali ed altri beni: non era forse consueto che un mitanni vivesse da habiru, ma era possibile. Abramo, come abbiamo visto in precedenza, o l'aveva scelto dopo la brutta esperienza di residente a Gerar, o gli era stato consigliato di farlo dal potere egizio. Secondo diversi studiosi la maggior parte degli habiru era costituita da individui poveri o di cui ci si poteva fidare poco, e da ciò il termine acquistava il significato peggiorativo con cui veniva spesso usato, ma altri studiosi hanno messo in rilievo il fatto che gli habiru fossero esperti nell'uso delle armi. 14 Quando Abram seppe che il suo parente era stato fatto prigioniero, armò trecentodiciotto uomini tra i servi nati in casa sua e inseguì quei re fino a Dan. Commento. Abramo aveva due buone ragioni per intervenire: dimostrare a Thutmosis che gli era fedele, combattendo per lui, e recuperare Lot impedendo che cadesse nelle mani del re/dio d'Egitto. Se si fosse verificata questa eventualità il re/dio avrebbe potuto valutare se Lot effettivamente si trovava con Kedarlaomer contro la sua volontà, e, nel caso fosse stata dimostrata la sua infedeltà, anche la fedeltà di Abramo avrebbe potuto essere messa in dubbio (ed in effetti fino ad allora Abramo era rimasto a guardare). Abramo armò trecentodiciotto uomini: dal testo (in particolare dal versetto 24) si evince che non li fornì tutti lui. Essi furono forniti anche da Aran, Escol e Mamre, che erano principi amorrei. Che li guidasse Abramo poteva essere dovuto al fatto che egli era stato un capo militare mitanni, era il più esperto fra loro nel combattimento (si può dire che era un "hapiru" in tutti i sensi che abbiamo elencato sopra). Il numero dei combattenti è riportato in modo preciso: trecentodiciotto. Tale numero può essere spiegato come il risultato di sei squadroni di cinquanta cavalieri, comandati da tre ufficiali ciascuno. Che fossero a cavallo non deve stupire, perché i Mitanni erano allevatori di cavalli, anche nella Terra di Canaan (successivamente tale tipo di allevamento decadde, e praticamente scomparve fra gli Ebrei dopo il ritorno da Babilonia. I redattori biblici finali non potevano nemmeno immaginare che Abramo potesse essere montato su un cavallo). 15 Di notte, piombò su di loro con le sue truppe, li sconfisse e li inseguì fino a Coba, a nord di Damasco. 16 Così ricuperò tutti i beni e riportò indietro anche Lot, suo parente, con i suoi beni, le donne e la gente. Commento. Il testo biblico racconta una cosa inverosimile, diciamo "miracolosa": Abramo, con trecentodiciotto "servi" armati sconfisse un esercito di alcune migliaia di soldati. Vero è che si dice che li attaccò di sorpresa e di notte, ma è strano che quelli, non si siano riorganizzati e non l'abbiano inseguito. Vediamo invece come potrebbero essersi svolti i fatti tenendo presente che l'esercito egizio era sbarcato in Siria e marciava verso sud contro il povero Kedarlaomer che tentava di raggiungere e superare l'Eufrate (nel qual caso sarebbe stata possibile una soluzione diplomatica del conflitto). Abramo può benissimo aver colto di sorpresa l'esercito di Kedarlaomer, il quale, dopo aver vinto il re di Sedom e i suoi alleati, poteva ritenere che non vi fosse più nessuno che potesse attaccarlo alle spalle. Una volta subito l'attacco, Kedarlaomer aveva altro cui pensare che non inseguire Abramo e recuperare Lot: aveva di fronte l'esercito egizio. Che infatti gli diede il resto, con o senza un ulteriore contributo di Abramo (più probabilmente con, dato che nel racconto biblico si dice che Abramo li "inseguì fino a Coba"). Nel prossimo messaggio, dopo aver parlato di Melchisedek, riporteremo la bibliografia.


lemond - 22/04/2009 alle 07:46

L'illuminismo e la rinascita dell'ateismo filosofico Carlo Tamagnone. L'illuminismo e la rinascita dell'ateismo filosofico. Firenze, Clinamen 2008, 2 voll., € 70,00. ISBN 8884101271 Carlo Tamagnone si è posto un obiettivo impegnativo: scrivere una storia dell'ateismo filosofico a carattere enciclopedico. Sforzo privo di precedenti, a parte l'opera di Fritz Mauthner (comunque ristretta all'Occidente). Rispetto al primo volume, Ateismo filosofico nel mondo antico, assistiamo a un salto temporale di un millennio e mezzo: «le epoche dell'ateismo impossibile», come le definisce l'autore, che sembra preannunciare un volume esclusivamente dedicato a questo periodo. Il saggio parte da lontano, dai presupposti secenteschi e dalla ricostruzione del contesto politico, sociale, scientifico e culturale che hanno reso possibile un nuovo modo di pensare. Una premessa inevitabile, perché Illuminismo significa soprattutto Francia, e perché è dunque indispensabile comprendere le ragioni per cui i Lumi hanno attecchito Oltralpe. Illuminismo non significa però anche e necessariamente anche Rivoluzione francese: Tamagnone non solo mette in guardia da qualunque tentativo semplicistico di creare un collegamento tra i due eventi, ma fornisce diversi elementi che puntano invece nella direzione di una sorta di costruzione postrivoluzionaria delle "radici illuministiche" della presa della Bastiglia. La Rivoluzione fu soprattutto deista, nonché anticattolica (proprio in quanto deista), e il tentativo di costruzione di un mondo nuovo non fu mai alieno dall'utilizzo dei consueti arnesi del potere. L'osservazione non va ovviamente a detrimento dell'enorme importanza culturale dei philosophes: basti pensare che l'inizio del declino nella produzione libraria in latino è pressoché contestuale all'uscita del primo volume dell'Encyclopédie. Come già Onfray, Tamagnone individua la nascita dell'ateismo moderno nella figura di Jean Meslier, il curato di Etrépigny il cui testamento, ben poco "spirituale", venne rinvenuto alla sua morte, nel 1729. Una circostanza che spinge ancora una volta a riflettere su quanto a lungo l'ateismo sia stato costretto a vivere sotterraneamente: quanti Meslier non hanno mai avuto il coraggio del coming out? Quanti Meslier hanno lasciato documenti di questa portata, andati irrimediabilmente persi? Quanti Meslier, incappando in riscritture fideistiche alla Voltaire, non hanno avuto l'opportunità di tramandare ai posteri il proprio inequivocabile pensiero incredulo? La grandezza del «primo ateo moderno» sta proprio in questo: non tanto nella qualità del suo lavoro, quanto nell'essere stato un antesignano d'un pensiero non religioso che, quanto ad assenza di compromessi, nemmeno gli stessi illuministi che vennero dopo di lui seppero mai eguagliare. È un aspetto ben evidenziato da Tamagnone, che non esita a sottolineare sia i meriti del curato, sia le cautele di tutti gli altri. Scientificamente rigoroso nel non voler scavare nell'intimo, evitando quindi di attribuire convinzioni arbitrarie a chi ci ha lasciato documentazione che suggerisce altrimenti, l'approccio è lo stesso della sua precedente opera, La filosofia e la teologia filosofale. L'autore è implacabile nel denunciare non solo i "falsi" atei, ma anche quelli che, a suo dire, sono solo atei parziali, in quanto espressione di un pensiero ancora profondamente imbevuto di determinismo: «una super-fede più forte di ogni altra fede» che, peraltro, dovrà attendere Darwin per poter essere criticata come si deve. Ovvio che, così procedendo, sono ben pochi i filosofi che passano «l'esame»: non ci riescono La Mettrie, Helvétius, d'Holbach, e men che meno Sade, le cui disavventure scarsamente intellettuali sono rievocate senza alcuna pietà. Un po' sacrificato Condorcet, alla fine si salva il pensiero «profondo e problematico» di Diderot, «che interpreta al meglio il carattere sistematico e antisistemico del migliore Illuminismo». Talvolta le tesi si presentano opinabili: a detta di chi scrive, ad esempio, Pierre Bayle nei Pensieri sulla cometa si riferiva proprio agli atei, e non a semplici non cristiani (come attesta la presenza di riferimenti ad autori greci, e nonostante l'incongrua inclusione di un panteista come Spinoza). E un po' troppo tranchant è il giudizio su David Hume, senz'altro tiepido teista nella Storia naturale, ma sospettato di ateismo già in vita e ancora oggi, a parere della maggioranza degli studiosi. È una concezione dell'ateismo un po' ristretta, quella di Tamagnone, come attesta la sua dichiarazione d'intenti: «Ci siamo qui posti il compito di ripercorrere la storia della filosofia del Settecento, che riteniamo scritta perlopiù da storiografi idealisti, per cercare di riportarla alla sua autenticità concettuale e liberarla dal ciarpame interpretativo metafisico». Pure, non si misconoscono affatto i meriti degli illuministi (e dei loro precursori del Seicento), perché è proprio grazie al loro contributo che si sono potuti aprire varchi per la secolarizzazione in generale, e la diffusione dell'incredulità in particolare. Un libro di oltre mille pagine che costa 70 euro è, per definizione, un testo riservato a pochi, e lo stesso Tamagnone ne è conscio. Ciò non toglie che i due volumi abbiano indubbi meriti, e sia la passione dell'autore per la storia dell'incredulità e della filosofia, sia la sua capacità di analizzarle per rintracciare un pensiero ateo cristallino saranno senz'altro apprezzati dai cultori della materia. D'ora in poi, chi vorrà studiare questo periodo storico non potrà evitare di confrontarsi con il suo libro.


lemond - 22/04/2009 alle 10:09

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” (Sintesi - prima puntata) Premessa Augias: “Non credo che siamo stati creati per volontà di un qualche dio, tanto ameno “a sua immagine e …” Mancuso: “Credo che oltre alla polvere noi consistiamo di un’altra dimensione, l’anima spirituale” Incipit A. Quando durante un funerale religioso ascolto le parole del celebrante “Tu oggi non sei morto, ma nato a nuova vita” tocco con mano quale poderosa consolazione la religione possa rappresentare e mi sono chiesto se tutte le credenze non siano nate proprio dall’esigenza di sfuggire al terrore della morte [nota mia, penso davvero che “il nocciolo” stia quasi tutto qui ;) ] M Credo che la nostra vita possa accedere ad un’ulteriore dimensione, contrassegnata dalle diverse religioni per lo più come “vita eterna”. La parte di noi che ha saputo diventare spirito se ne andrà nella dimensione peculiare dello spirito. Evoluzione, senso e origine della vita A. La spinta etica [qualunque cosa voglia dire ;) ] deve essere il frutto dell’educazione civile, ci sono voluti secoli perché gli esseri umani venissero considerati individui capaci di agire, molto altro tempo servirà perché tale consapevolezza raggiunga una dimensione sodisfacente, ma questa, comunque, è la strada. La storia ha dimostrato che la paura di una punizione e dell’inferno non serve, mentre la consapevolezza del proprio “status” di cittadini è l’unica fonte di speranza. Quanto al senso, il povero Darwin combatté tutta la vita contro le descrizioni finalistiche della natura e qui sta la terribile bellezza del darwinismo: nessuna consolazione, coscienza invece che siamo solo gli abitanti di un minuscolo detrito proveniente dall’esplosione cosmica. Forse è meglio rifugiarsi nella famosa battuta di Woody :”Se risulta che Dio esiste, non credo si possa dire che è cattivo. Il peggio che si può dire di lui è che, fondamentalmente, ha avuto poco successo” :Od: . M. Ciò che lei ha scritto su Darwin corrisponde ad una determinata lettura, quella ortodossa, ma penso, contestabile. Nel 1874 un scienziato di nome Asa Gray scrisse che la visione della natura che risulta non è la negazione di un fine (telos) nella natura, ma è semmai il fatto che tale fine sia inscritto nella natura stessa, senza bisogno che le venga da fuori … continua


Bitossi - 22/04/2009 alle 11:10

Scusa Carlo, ma, senza pretese di voler "azzerare" il discorso, che si è sviluppato molto bene (grazie a te e ad altri) su queste pagine, ho sempre creduto che Augias ponga il problema in maniera viziata, o meglio condizionata dalla o dalle religioni. E' evidente nelle sue pagine il desiderio di confutare, in maniera scientifica, quanto abbiamo assorbito spesso acriticamente nella nostra educazione (dando al termine il valore più ampio possibile, che, un po' all'inglese, comprende anche gli studi formali ed informali che ciascuno di noi ha intrapreso nella sua vita). Mi viene da dire che il perno centrale della sua posizione non sia tanto l'ateismo quanto una critica al concetto di "religiosità"... Semplificando, quello che ho sempre trovato "debole" nella posizione atea è che, anche solo chiamando in causa il principio di causa/effetto, non si possa assolutamente escludere (ma nemmeno postulare, è ovvio) che ci sia stata una concatenazione di "eventi" che hanno portato in qualche modo all'esperienza vitale che stiamo sperimentando, che è l'unica cosa sicura (è sicura? :Od: ) da cui possiamo partire. In ulteriore estrema semplificazione, qualsiasi sia la "causa" dell'esistenza in tutte le sua forme, a quella può essere dato il nome di "Dio", spogliandolo pure da tutte le implicazioni fideistiche, dottrinali e filosofiche...


lemond - 22/04/2009 alle 13:51

[quote][i]Originariamente inviato da Bitossi [/i] In ulteriore estrema semplificazione, qualsiasi sia la "causa" dell'esistenza in tutte le sua forme, a quella può essere dato il nome di "Dio", spogliandolo pure da tutte le implicazioni fideistiche, dottrinali e filosofiche... [/quote] Su questo non posso che risponderti che, come quasi sempre quando scrivi, hai ragione, però a me piace di più dargli il nome di *caso* :Od:


lemond - 23/04/2009 alle 10:21

Dal libro di Augias - Mancuso Seconda puntata A. Sono molto contento nel vederla schierata con Darwin, ma la distinzione che lei fa cade, però, su un punto fondamentale: non c’è dubbio che il Grande Naturalista escludesse ogni tipo di teleologia. L’adattamento non è un perfezionamento progettuale verso forme ideali e ottimali, ma una condizione sempre incompleta e relativa alle contingenze di un ambiente mutevole. Sulla dimensione peculiare dello spirito, dove lei mette in luce la potenza delle esperienze non solo religiose, condivido e credo che Shakespeare, Tolstoj, Dostoevskij, Bethoven, Schubert ed altri affrontino i dilemmi etici con molta maggiore efficacia di tanti libri considerati sacri, che sono, in realtà, raccolte di miti orientali, ormai logorati dal tempo. Del resto anche il grande B. Spinoza scriveva nell’introduzione all’Etica che la Bibbia è letteratura, non dogma. Chiudo con un’altra postilla su Darwin. La reazione della chiesa di fronte all’evoluzionismo ci dimostra con estrema chiarezza l’abilità manipolatrice della sua dottrina: si è cominciato con il mettere all’indice “L’origine della specie”, perché contrastava con la fiaba del giardino dell’Eden, poi, quando le prove sono state sempre più evidenti, si sono spostati sul “Disegno intelligente”. Contro una tattica siffatta il pensiero razionale è destinato a perdere sempre, perché ci spostano sempre il bersaglio :D. M. Né io né lei siamo scienziati, ma la posta in gioco è tale che dobbiamo avventurarci in campi non nostri. E le chiedo: appurato che Darwin esclude una direzione nell’evoluzione, siamo proprio sicuri che dalla natura sia esclusa una direzione e quindi un progresso? E come possiamo rispondere a questa domanda, se non siamo ancora riusciti a spiegare l’origine della vita? La realtà, a mio avviso, è che con ogni probabilità la vita non è il prodotto di eventi casuali, ma il risultato di leggi naturali ed è noto che il termine legge ha la stessa radice di “logos” e di logica.


lemond - 24/04/2009 alle 08:31

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Terza puntata A. Lei sposta la discussione su un livello filosofico e mi fa domande alle quali davvero non so rispondere. Se lo sapessi avrei guadagnato un premio Nobel, ma quanti interrogativi la scienza ha risolto prima di questo? Le ipotesi sulla nascita della vita si sono susseguite nel corso dei secoli, fino ad oggi però nessuna risposta certa (dal punto di vista della scienza) è arrivata. La verità è che non siamo sicuri di quasi niente, però, come disse P-Simon de Laplace a Napoleone, non abbiamo bisogno di ipotesi metafisiche, né di angeli che spingano i pianeti nelle loro orbite :D, come avevano deciso gli scolastici, né di un disegno intelligente per l’evoluzione. A meno che non si voglia ipotizzare che le leggi della natura siano state pensate fin dall’inizio da un dio-architetto. Nel qual caso la scienza non avrebbe nulla da dire, perché la domanda su chi ha “pensato” le leggi della natura trascende ogni limite del suo metodo. A me colpisce, comunque, il fatto che se un asteroide non avesse colpito la terra 65 milioni di anni fa, nessuno di noi oggi sarebbe qui ed allora viene a proposito la domanda formulata dal fisico e matematico S. Hawking: “Che succedeva prima dell’inizio del mondo? Che faceva Dio prima di crearlo?” Si è risposto da solo: ”Preparava l’inferno per chi pone simili domande” :D. In sintesi posso affermare che solo una cosa sappiamo di sicuro: che bisogna continuare a cercare, interrogarsi, dubitare, lanciare ipotesi; perché se ci accontentiamo della comoda idea di un Dio che soffia il suo alito creatore qua e là, siamo intellettualmente finiti! E’ l’eterno mito di Ulisse: la ricerca, il rischio, la dannazione, ma anche “virtute e conoscenza”. M. Per me i credenti aderiscono alla verità non per obbedire, ma per amore della stessa e del bene nel mondo. Forse è già finita l’epoca dei teologi e dei cristiani sotto tutela, anche se di uomini che hanno bisogno della tutela ce ne saranno sempre. Ma si tratta di un retaggio del passato, così come i “papa boys” (ma ci sono ancora?). A proposito dei loro raduni, essi dimostrano. 1) l’insostenibilità della dottrina cattolica ufficiale sulla contraccezione; 2) la maggiore saggezza pratica di questi giovani rispetto ai moniti dei prelati; 3) che dietro tante manifestazioni religiose di massa, così care al Vaticano, c’è spesso ben poca spiritualità, la quale, com’è noto, rifugge per definizione da spettacoli di ogni tipo. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità.


lemond - 26/04/2009 alle 11:15

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Quarta puntata M. A me non desta nessuna meraviglia che nel nome della verità, così intesa, la Chiesa (che oggi lotta per salvare gli embrioni) sia arrivata nel passato ad uccidere uomini e donne in carne ed ossa, come nel caso di Giordano Bruno e di altre miglia di vittime. Così come altre “chiese” che si chiamano partiti, una volta giunti al potere hanno avute le loro inquisizioni, non meno violente. A. Queste cose che dovrei sostenere io, non lei: la Chiesa si comporta come un qualsiasi organismo politico, ossia corteggia il potere, anzi cerca di gestirlo in proprio quando le circostanze storiche glielo permettono! Per altro verso pretende che la sua “morale” diventi verità indiscutibile (principi non negoziabili), ergo la Chiesa reclama per sé tutti i vantaggi dell’azione mondana, ma anche tutti i privilegi di una pretesa ispirazione divina. La fusione di questi due aspetti comporta In Italia (perché in altri stati non glielo permettono) la pretesa di imporre la sua verità ad ogni cittadino. La democrazia invece si basa su altro (ma tant’è, perché in effetti la chiesa è una monarchia assoluta, nota mia). L’idea di possedere la verità è una prerogativa dello Stato etico, tipico di certi regimi del novecento (altra nota mia per Elisa, ogni riferimento al nazismo è …) M. Io amo definire la mia: teologia laica, nel senso che il mio interlocutore privilegiato nel pensare a Dio, è il mondo e la sua verità della vita, non la Chiesa con la sua dottrina. Io non intendo contestare la struttura politica della Chiesa, dico però cha a questo livello politico-economico (come ogni altra struttura) è perfettamente criticabile e l’anima del credente commette un errore spirituale quando scambia la sua fede con l’adesione incondizionata alla dimensione politico-istituzionale della Chiesa. Ciò che fa della Chiesa un mistero divino, al quale aderisco con gioia, è l’essere guidata dalla Spirito Santo il cui frutto è amore, gioia, pace, benevolenza, dominio di sé etc. ma soprattutto la suprema libertà dell’uomo spirituale ed è questo, solo questo, ciò che fa di un uomo un vero cristiano.


lemond - 27/04/2009 alle 09:10

Messianesimo politico e religioso (settima parte) Resta ora da vedere perché il totalitarismo politico, nelle forme ugualmente ripugnanti del nazismo e del comunismo (nonché dei relativi terrorismi), sia emerso e si sia affermato così estesamente proprio nel nostro secolo, e da domandarsi quali prospettive di sopravvivenza esso abbia nel medio e nel lungo periodo. La risposta al primo quesito è già implicita nell'ascendenza millenaristico-religiosa che vari autori (da Karl Mannheim a Mircea Eliade a Bronislaw Baczko) attribuiscono alle moderne utopie rivoluzionarie.28 Credo tuttavia che, nell'esplosione e diffusione repentina delle dittature totalitarie, durante l'ultimo mezzo secolo, abbiano giocato alcuni fattori più specifici e soprattutto tre: 1. Il colpo mortale inflitto alle vecchie credenze religiose dalla scienza contemporanea. 2. L'esplosione di angoscia esistenziale che il crollo delle vecchie credenze religiose riapriva nella psiche dei gruppi egemoni e di vaste moltitudini, soprattutto urbane, e quindi la disponibilità di queste ultime ad abbracciare nuovi miti millenaristici di natura politica. 3. La possibilità, creata dai moderni mezzi di comunicazione di massa, di diffondere e imporre tali miti su scala senza precedenti. Per una certa pubblicistica liberaleggiante o demagogica è stato troppo facile presentare le moderne dittature come governi di pochi tiranni su popolazioni anelanti alla libertà ma soggiogate con la forza. In realtà, chiunque sappia guardare i documenti fotografici e cinematografici dei vari totalitarismi, può agevolmente vedere sia la trance messianica dei Capi, sia la devozione fanatica delle loro folle sterminate. E, non a caso, solo i termini di carattere religioso («messianico», «fanatico», «mistico», «adorante». «estatico») risultano utilizzabili per descrivere il clima di quell'entusiasmo delirante, proprio perché si tratta di miti e riti religiosi. Solo la speranza millenaristica di una nuova vita di felicità e armonia, solo la fede in un affrancamento totale dalle sofferenze possono far scattare quella dedizione assoluta al Capo/Profeta che ha spinto milioni di russi e tedeschi a morire per i loro tiranni nel gelo della steppa o migliaia di iracheni e iraniani a scannarsi nei deserti delle loro frontiere. Solo un'emozione che trascenda la paura della morte può spiegare Stalingrado e le Ardenne o semplicemente farci capire perché, ad esempio, quasi settanta persone morirono, ai funerali di Stalin, nella lotta per arrivare a toccare la bara del carnefice di venti milioni di loro concittadini. Se per le masse la pura e semplice traslazione del fanatismo millenaristico sui capi e per questi ultimi la pura e semplice assunzione del ruolo messianico bastano a spiegare l'enorme successo dei movimenti e regimi totalitari nel nostro secolo, per gli intellettuali il processo è stato ed è spesso più articolato e mediato, anche se la spinta psicologica resta sempre la stessa: la difesa dall'angoscia esistenziale. E noto che nell'intellettuale il bisogno di razionalizzazione delle proprie spinte e scelte emozionali è particolarmente acuto. Ebbene, a questa razionalizzazione della scelta totalitaria e fanatica diede un contributo rilevante il successo, anzi l'egemonia esercitata dallo storicismo, nella sua duplice versione idealista e marxista, a cavallo fra il XIX e il XX secolo, cioè proprio nell'epoca in cui si formò il modello dell'ideologia totalitaria. Sulla scia di G.E. Lessing 29 e di J.H.. Herder,30 che avevano indicato nella Storia il terreno concreto della rivelazione divina e della realizzazione umana secondo un disegno provvidenziale, lo storicismo idealista di Hegel aveva fatto della Storia l'espressione diretta della realizzazione dello Spirito assoluto («I rapporti di pace e guerra tra glt Stati» - scrisse Hegel - «danno luogo alla Storia universale, che è anche un Giudizio Universale, perché dà di volta in volta la vittoria a quello Stato che esprime e realizza lo Spirito del mondo»).31 Le ripercussioni di questa concezione a livello politico furono immense. Mentre i dogmi religiosi crollavano sotto i colpi del pensiero razionale e scientifico, la Storia diventava il nuovo grande tribunale delle azioni umane e i sogni e le lotte millenaristiche potevano trovare nella Storia e nei suoi disegni, finalmente svelati dagli interpreti e profeti storicisti, la loro nuova credibilità e legittimazione. Così, Fichte poteva vedere e predicare nell'ascesa della Nazione tedesca l'avanzata dell'Io assoluto e Hegel poteva farsi paladino dello Stato prussiano come espressione più alta dello Spirito assoluto nel suo divenire storico.32 Lottare per l'indipendenza e la potenza nazionali divenne, per molti intellettuali influenzati dallo storicismo idealista, operare per l'attuazione del disegno millenaristico voluto dalla Storia. E di questa trepidazione mistica c'è traccia evidente nei discorsi infiammati dei patrioti e dei letterati nazionalisti. A sua volta il marxismo, pur avendo messo Hegel «a testa in giù» (come amava dire Marx), cioè pur avendo rifiutato a livello razionale lo spiritualismo misticizzante di Hegel per sostituirlo con un materialismo dichiaratamente ateo, accettò integralmente la visione hegeliana della Storia come progresso verso un Millennio di perfetta armonia (e quindi, implicitamente, come provvida regolatrice dei destini umani) mentre, al pari dell'idealismo hegeliano, si considerò interprete e alleato dei sapienti disegni della Storia . 33 Con Mussolini e Hitler, da una parte, e Lenin, Stalin e Mao dall'altra, questo processo di identificazione tra ideologia e destino storico fu ulteriormente esasperato proprio perché trovava concreta attuazione nella figura del capo profeta e nel suo potere «carismatico». Come aderire al vangelo millenaristico significava per il neofita unirsi alle schiere degli Eletti e collaborare all'attuazione della Volontà Divina e del suo Regno, così allearsi e allinearsi al partito della Vera Rivoluzione (nazionalista o comunista a seconda dei casi) per l'intellettuale di formazione storicista significava capire e accettare le leggi della Storia e impegnarsi per la realizzazione dei suoi disegni provvidenziali. Opporsi a quel partito e al suo Capo illuminato, viceversa, significava opporsi alle leggi e al tribunale della Storia, ostacolarne il cammino verso il Millennio comunista o nazista e comunque pretendere (con un gesto comicamente, oltraggiosamente o pateticamente presuntuoso) di sabotarne i disegni, forse ritardabili ma non certo modificabili. In questa ottica psicologica si possono finalmente comprendere le motivazioni profonde dell'incredibile passività o, peggio, dell'odioso servilismo con cui tanti intellettuali e tanti esponenti delle classi dirigenti si sottomisero nel secolo scorso e nell'attuale ai regimi e ai movimenti autoritari - lo Stato prussiano, le monarchie belliciste e colonialiste, i partiti e i governi totalitari di destra e di sinistra - che le rispettive culture storiciste indicavano via via come interpreti e artefici della Storia. Beninteso, nessuno storicista «serio» sarebbe disposto ad ammettere che l'equazione tra Verità e Storia, formulata da Giovan Battista Vico e sviluppata poi dallo storicismo sia idealista sia marxista, intendesse comportare un giudizio di valore, ma è un fatto evidente che per molti intellettuali il Tribunale della Storia finì per diventare l'equivalente del medioevale Giudizio di Dio, sicché il successo di un capo o di un sistema divennero il parametro del loro valore: lo storicismo, insomma, portò a quel «giustificazionismo storico» (come lo chiamò tardivamente Pietro Nenni) al cui riparo si consumarono innumerevoli viltà della cultura contemporanea e contro il quale protestò coraggiosamente fin dagli anni '50 il filosofo dissidente polacco Leszek Kolakowski col suo splendido saggio Responsabilità e Storia, dedicato appunto a una solenne riaffermazione della responsabilità di ciascun individuo di fronte alle sue scelte, quali che siano i presunti o reali processi della storia.34 Anche la guerra fu invocata e appoggiata con zelo. Non aveva scritto Hegel con parole rivelatrici, spesso citate da fascisti e marxisti, che «la guerra è strumento del destino incaricato di portare a compimento i misteriosi disegni della Storia»? Esattamente come, in epoca di egemonia incontrastata della religione, appoggiare la «guerra santa» o la colonizzazione evangelizzatrice significava assecondare i disegni della Provvidenza, così ora appoggiare la guerra nazionalista o rivoluzionaria o l'espansione del dogmalismo significava assecondare i disegni della Storia e farsene benemeriti interpreti o, come dirà Marx, «ostetrici». E, come per molti chirurghi, così anche per i fanatici dello storicismo millenarista, moltiplicare i tagli cesarei e i parti pilotati diverrà motivo di orgoglio, anche se spesso alla perfetta riuscita dell'operazione imperialista o rivoluzionaria seguirà la morte sia della paziente (la società esistente) sia del neonato (la società nuova). Per chi ne sappia vedere il significato psicologico profondo, certe «scelte di vita» - come le chiamerà Giorgio Amendola, e certe «libere scelte» - come le chiamerà Jean-Paul Sartre, a favore dell'impegno rivoluzionario appaiono piuttosto semplici riflessi condizionati, dettati dal bisogno di trovare una nuova promessa millenaristica garantita dalla nuova divinità: la Storia, dopo il crollo delle vecchie promesse e divinità religiose. A questo punto, le tragicomiche testimonianze di tanti «acuti intellettuali» sui paesi fascisti e comunisti diventano comprensibili. Il giornalista francese, che, alla vigilia della guerra mondiale, nega tassativamente ogni intenzione aggressiva del regime nazista dopo un paio di colloqui con Hitler, non è più ridicolo di Bernard Shaw che, nel 1932 (anno dell'atroce carestia staliniana), entrando col treno nell'Unione Sovietica butta dal finestrino ogni cibaria, convinto di entrare nel regno dell'abbondanza 35 o di Harold Laski («massimo teorico» del partito laburista inglese) che nel 1936 assiste ai mostruosi processi staliniani di Mosca e ne attesta la totale veridicità e correttezza: ciascuno vedeva quello che il suo bisogno mistico-millenaristico gli imponeva di vedere 36. A questo punto, inoltre, anche i salti acrobatici di un Mussolini dall'anarchismo al fascismo o di un Malraux dal comunismo al gollismo o di un Malaparte dal nazionalismo al maoismo non appariranno più solo manovre opportuniste di personalità ambiziose, ma affannosi inseguimenti di movimenti millenaristici idonei a placare la propria rimossa angoscia esistenziale. Poco importa il contenuto concettuale dei vari miti (anarchia rigeneratrice o violenza purificatrice di Sorel, la guerra vista come «catarsi o igiene dei popoli», l'italica stirpe, la France Eternelle, la dittatura del proletariato, l'uomo nuovo sovietico o la rivoluzione culturale cinese); ciò che conta èche essi siano tolalizzanti e salvazionisti: che essi implichino, cioè, la partecipazione totale a un programma salvifico. Lo storicismo, del resto, costituisce ancora oggi una barriera persino alla chiarificazione del grande problema qui esaminato: il problema delle cause profonde della degenerazione fanatica dell'uomo. Tutto concentrato nello sforzo di radicare ogni fenomeno nella realtà concreta e diversificata dei vari momenti storici, esso tendenzialmente rifiuta di vedere le costanti psicologiche (e quindi metastoriche) che governano i comportamenti individuali o di gruppo in modo sostanzialmente ripetitivo, pur nel variare delle influenze e delle espressioni ideologiche, economiche, istituzionali. Così, per esempio, lo stesso Bronislaw Baczko, cui pure si deve uno studio acuto delle strutture formali dell'utopia nelle varie epoche e culture, 37 dinanzi al rischio che le analogie osservabili nei vari tipi di utopia rivoluzionaria possano indurre a concludere che tutte le utopie di tutti i tempi sono riducibili a un unico sogno millenaristico, è preso quasi dal panico e scrive: I sistemi totalitari non sono la moderna incarnazione dell'Utopia, una ed eterna, se non altro perché questa non esiste [...] Le utopie non sono intercambiabili, come non lo sono le ideologie dei due sistemi totalitari presi in esame [il nazista e il comunista] [...] Non è l'utopia che spiega il funzionamento di un sistema totalitario, ma sono viceversa il sistema, il suo dispositivo di rappresentazioni simboliche, i suoi meccanismi di potere che definiscono, nei singoli casi, la «formula utopica». 38 E' sbalorditivo il grado di confusione critica che la mancanza di un approccio psicologico può produrre anche in autori intellettualmente brillanti. E' ovvio che le utopie e le ideologie totalitarie non sono {{{ immediatamente n.d.r.}}} intercambiabili (anche se, come si è visto, sono molto ibridabili e anche se capi e masse sono spesso passati dalle une alle altre). Ma l'approccio psicopolitico non ha mai preteso di sostenere che ci sia un'unica utopia. Esso sostiene solo che c'è un unico atteggiamento e processo psicologico, appunto quello millenarista, che ha prodotto attraverso i secoli innumerevoli fanatismi religiosi e produce oggi innumerevoli fanatismi politici totalitari. In questo senso, e solo in questo senso, le utopie non sono intercambiabili: nel senso, cioè, che alcuni tipi di utopie (i millenarismi religiosi di tipo tradizionale) possono risultare obsoleti nella loro formulazione e inconciliabili con il bagaglio culturale e scientifico di una data epoca e popolazione. Ma il bisogno psicologico che esse tentano di sodisfare è sempre lo stesso: è un bisogno di significato, di rassicurazione, di felicità e di salvezza che è coevo al panico scatenato nell'uomo dallo shock esistenziale e che, purtroppo, da Zarathustra a oggi, ha trovato la soddisfazione più facile e più inebriante nel fanatismo apocalittico e millenarista.


lemond - 27/04/2009 alle 14:44

Notizie Radicali lunedì 27 aprile 2009 "L'illusione di Dio": uno spettacolo che poteva migliorare il confronto con la cultura laica di Lucio De Angelis "L'illusione di Dio", scritto e diretto da Adriana Martino, é uno spettacolo che ha l'ambizione di occuparsi di un tema che oggi è al centro di un interesse crescente: il tema della fede e della religione, delle motivazioni degli atei e dei credenti e quindi del rapporto con la cultura laica. Il tema è talmente vasto e complesso che si è dovuto inevitabilmente fare una scelta di campo e cioè focalizzare l'attenzione su quegli esponenti, filosofi e scrittori, che si richiamano a quella linea di pensiero che fa capo alla cultura illuministica. Lo spettacolo della Martino tratta il tema focalizzando l'attenzione su quegli esponenti, filosofi e scrittori, che si richiamano a quella linea di pensiero che fa capo alla cultura illuministica. La regista, autrice anche del testo, si addentra nelle sfaccettature di un argomento decisamente vasto e complesso. Si parte da quel pilastro che è Baruch Spinoza che con il suo "Trattato teologico-politico" ha scosso profondamente l'ortodossia teologica giudaica-cristiana. Molte volte ci si chiede dove sia finito Dio, soprattutto nelle tragedie, quando non si ha più la percezione di un Dio che ama e protegge. Naturalmente l'ombra di Dostojevski incombe quando si trattano argomenti del genere: nel romanzo " I Karamazov " l'autore si arrovella sul tema dell'esistenza di Dio con l'angoscia che prelude al nichilismo nietszchiano del " Dio è morto". Sono Stati messi poi a confronto filosofi come Paolo Flores D'Arcais con Gianni Vattimo e Michel Onfray che, pur provenendo da formazioni diverse si chiedono, in un appassionato dibattito, le ragioni di questo prepotente ritorno al bisogno di sacro, che spesso sfocia in fondamentalismi religiosi inquietanti. Viene immaginato anche un incontro in una biblioteca fra il filosofo Spinoza e Piergiorgio Odifreddi, che si affrontano in un dialogo serrato e provocatorio. Nel finale il tema della " gratuità del male" dopo Auschwitz, in un appassionato monologo di Scalfari che si interroga con toni lucidi e tormentati sulle ragioni della sue convinzioni profondamente laiche. Lo spettacolo vede in scena Pietro Bontempo, Nicola D'Eramo, Bruno Viola, Fabrizio Raggi e Maurizio Repetto. I brani scelti dalla Martino trattano, come suaccennato, il tema dell'esistenza di Dio e vengono messi in scena, affidandosi solo ai testi originali: ne vien fuori una mise en espace per filosofi, sacerdoti, addetti ai lavori, comunque, che non riesce a suscitare neanche l'attenzione del giovane più ben disposto, abituato com'è dai media alla massificazione del linguaggio e dello scibile. L'illusione di Dio drammaturgia di Adriana Martino su testi di Baruch Spinoza, Friedrich Nietzsche, Fedor Dostojevski, Paolo Flores D'Arcais, Gianni Vattimo, Michel Onfray, Piergiorgio Odifreddi ed Eugenio Scalfari con Pietro Bontempo, Nicola D'Eramo, Bruno Viola, Fabrizio Raggi, Maurizio Repetto Scene e Costumi di Anna Aglietto Musiche a cura di Benedetto Ghiglia Regia di Adriana Martino


lemond - 28/04/2009 alle 19:21

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Quinta puntata A. Se è lo Spirito Santo a guidare la Chiesa, mi lasci dire che deve essere alquanto strano, perché talvolta la guida, ed in altri casi permette spaventosi sbandamenti. Le ricordo un paio di episodi che certamente conoscerà. Nel luglio 2007, l’avvocato Libero Corso Bovio, nel suo studio, ha preso un revolver e si è sparato. I suoi funerali sono stati solennemente celebrati in cattedrale. Alcuni mesi prima per Piero Welby le porte della chiesa sono rimaste chiuse. Ha commentato la vedova “Non capisco la “mia” Chiesa che manda quattro cardinali a benedire la salma di Pinochet e nega il funerale di mio marito, che è morto perché non voleva più soffrire”. (Nota mia: io invece non mi stupisco, basti vedere ad es. la politica di papa Giovanni Paolo II verso Pinochet ed in generale verso i dittatori di destra e quella di Madre Teresa nei confronti della sofferenza) ! Azzardo un’ipotesi: la verità dipende dalle circostanze, puro relativismo! M. Con me, lei ha sbagliato persona, perché queste cose le avevo già pensate anch’io. L’ò anche scritto nei miei libri che c’è un’idolatria della struttura ecclesiastica, scambiate per fede in Dio. Ma la Chiesa non è tutta qui, anzi, la Chiesa quella vera è quell’immensa fabbrica di bene che sono le semplici parrocchie, le comunità di accoglienza, i monasteri contemplativi, i missionari che si battono contro le malattie e gli altri mali che affliggono l’umanità meno fortunata. Le ricordo Giordano Bruno, se veramente c’è Dio e la vita eterna, allora Giordano Bruno, che ha dato la vita per amore della verità, che non ha rinnegato i risultati cui era giunto con il suo potente lavoro intellettuale, ne fa sicuramente parte. Quelli che lo hanno ucciso, fra cui papa Clemente VIII e il cardinale Bellarmino non lo so, anche se quest’ultimo (il carnefice n.m.) è stato dichiarato santo. A proposito, riprendo la logica (non mia) del cardinale Barragàn, che ha chiamato “assassino” Beppino Englaro in base al quinto comandamento (ragionamento non polemico, ma logico, sostiene costui). Allora perché alla rigorosa logica del cardinale sfugge sia Bellarmino che Clemente VIII e tutti i papi che fecero uso dell’inquisizione? Invece non sono d’accordo con lei quando auspica una netta separazione fra istituzione e spiritualità. Per me nulla si dà nella storia senza radicamento istituzionale, il che vale per la religione e per ogni altro ambito della vita umana. Le chiese sorte dalla riforma protestante nel nome della libertà del cristiano non hanno tardato ad avere anch’esse la loro gerarchia, la loro dogmatica e persino i roghi. Kierkegaard giunse a scrivere :”La cristianità ha abolito Cristo”, però non lasciò mai la Chiesa istituzionale, perché?


lemond - 29/04/2009 alle 11:12

Interessante polemica tutta teologica fra Enzo Bianchi, in questo caso allineato alle gerarchie, e il sempre più eretico Mancuso , apprezzabile per il coraggio di rivendicare una maggiore libertà di coscienza , non passivamente obbediente. 28/04/2009 Cosa vuol dire la salvezza al di fuori della Chiesa di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA, 28.4.09 Proprio quando arriva in libreria una raccolta di saggi di Benedetto XVI dal titolo L'Elogio della coscienza, è interessante chiedersi quale sia oggi la situazione della coscienza cattolica. Lo spunto mi è dato dall'accusa mossami da Enzo Bianchi di essere gnostico, un'accusa teologicamente infondata che scambia per eresia gnostica l'esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Dietro l' accusa di gnosi verso la mia teologia basata sul primato della coscienza, c'è lo statuto attuale della verità dottrinale cattolica basata sulla tradizione e l'autorità. Ovvero: è così perché è stato stabilito che è così, e chi l'ha stabilito è più importante di te e tu devi obbedire. Insegnava Ignazio di Loyola al termine degli Esercizi spirituali: «Dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ancora oggi la forma della verità cattolica continua a essere basata sul passato (la tradizione) e sulla forza (l'autorità) e per questo motivo si accusa di gnosi chi al primo posto nel suo rapporto con la verità non pone l'autorità ma la coscienza personale, e in fedeltà alla coscienza dichiara bianco ciò che vede bianco. Un anno fa fu Bruno Forte sull'Osservatore Romano a definire il mio pensiero "una gnosi di ritorno". Ora Enzo Bianchi su Famiglia cristiana scrive: "Quanto a Mancuso, teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa, ma, a mio giudizio, le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi, in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c'è da parte di Dio, né rivelazione, né grazia". Bianchi continua dicendo che nel mio ultimo libro (Disputa su Dio e dintorni, insieme a Corrado Augias) vi sono affermazioni che "correggono la gnosi presente nel precedente" (L'anima e il suo destino) che però "restano deboli". E conclude: "Il regno dei cieli non è l'equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant, come afferma il nostro teologo". Quanto al fatto che amerei definirmi eterodosso, dico semplicemente che ciò che amo è la trasparenza, e siccome so che certi miei pensieri non sono allineati alla dottrina ufficiale, lo dichiaro io per primo, per onestà ai lettori. Tutto qui. Vorrei però precisare che se talora metto in discussione la dottrina ufficiale è per amore della coerenza e della logica, perché condivido la prospettiva secondo cui nel cristianesimo il posto d'onore spetta all'affermazione "in principio era il logos", e laddove non vedo rispettato il primato del logos, esercito la mia coscienza perché lo sia. Quanto all' accusa di gnosi, ripeto a Bianchi ciò che replicai a Forte, cioè che non ha fondamento. Lo gnosticismo infatti si basa su tre principi fondamentali: 1) è la conoscenza che salva; 2) questa conoscenza è rivelata a pochi da un inviato divino rivelatore e redentore; 3) il contenuto della conoscenza è la distanza del mondo da Dio all'insegna della più acuta contrapposizione materia-spirito. Al contrario io sostengo che: 1) è la giustizia che salva; 2) la giustizia può essere attuata da ogni uomo, dentro o fuori la Chiesa, essendo legata alla logica della creazione; 3) la creazione è il cardine teologico decisivo e tra materia e spirito non c'è alcuna contrapposizione. Mentre la gnosi è una dottrina segreta riservata a pochi dalla cui conoscenza dipende la salvezza, io all'opposto lego la salvezza alla pratica della giustizia, come sostiene Gesù in Matteo 25 e in numerosi altri passi. Mentre la gnosi consiste in una totale svalutazione della natura, attribuita a un Dio minore e malvagio, io all'opposto faccio della creazione il trattato teologico decisivo e dell'adesione alla sua logica il principio salvifico. Bianchi però dice che sono gnostico. Perché un tale abbaglio? Perché scambia per gnosi l'esercizio della libertà di coscienza a livello teologico. Ma nel richiamo di Bianchi alla "storia della salvezza" è in gioco soprattutto lo statuto della salvezza. Per secoli si è creduto che solo il cattolicesimo offrisse la salvezza agli uomini e che tutti i non cattolici ne sarebbero stati esclusi all'insegna dell'assioma "extra ecclesiam nulla salus" (fuori della Chiesa non c'è salvezza). So bene che Bianchi non condivide questa angusta prospettiva, lui che iniziò il suo impegno sul fronte dell'ecumenismo quando io ancora giocavo all' oratorio, e del resto quasi nessuno nella Chiesa di oggi la condivide. Mi permetto però di ricordargli questo passo di Simone Weil: "La credenza che un uomo possa essere salvato fuori della Chiesa visibile esige che tutti gli elementi della fede siano ripensati daccapo, pena l'incoerenza completa. Perché l'intero edificio è costruito attorno all'affermazione contraria, che oggi quasi nessuno oserebbe sostenere. Eppure non si vuole ancora riconoscere la necessità di una simile revisione. Ci si sottrae ad essa con miserabili artifizi. Si mascherano le sconnessioni con saldature fittizie, con salti logici clamorosi". Bianchi non me ne voglia, ma non posso fare a meno di inserire tra i salti logici clamorosi anche l'attribuzione di gnosticismo a un pensiero come il mio che ne è il più convinto avversario. Il punto è esattamente il nesso salvezza-storia. Per la visione cristiana tradizionale (derivante da san Paolo e difesa da Bianchi) la salvezza è legata all'evento storico di duemila anni, è storia della salvezza, ed è quindi inevitabile che tutti coloro che a quel singolo evento storico non partecipano (cioè la gran parte dell'umanità visto che la specie Homo sapiens ha origine 160.000 anni fa) ne vengano esclusi. Da qui extra ecclesiam nulla salus. Non erano cattivi i padri della Chiesa, gli scolastici, i papi e i monaci che per secoli sostenevano questo assioma. Erano semplicemente coerenti con l'impostazione che lega la salvezza a una storia particolare. Se infatti la salvezza viene da una storia particolare, o si partecipa a quella storia (partecipazione garantita dalla Chiesa e dai suoi sacramenti) o non si è salvi. La salvezza pensata in dipendenza da un evento storico produce necessariamente la teologia dell'extra ecclesiam nulla salus. Oggi si rifiuta questa teologia angusta e si ritiene che la salvezza non sia riservata ai soli cattolici. Perfetto. Ma allora come continuare a sostenere la dipendenza della salvezza da una storia particolare? Lo si può fare solo a prezzo di "miserabili artifizi", "saldature fittizie", "salti logici clamorosi". In realtà, se si vuole parlare con fondamento della salvezza (cioè della partecipazione all'eternità divina), occorre superare la superstizione della cronologia e comprendere l'insegnamento di Gesù: "Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità" (Giovanni 4,24). Vale a dire: ogni essere umano che nella sua coscienza e nel suo cuore, vive nello spirito della verità (la cui esperienza più alta si chiama pratica del bene e della giustizia) entra nella dimensione peculiare del divino e quindi è salvo, si tratti di un uomo dell'età della pietra, di un antico egizio, di un ebreo o di un indù di oggi. In questa prospettiva, contrariamente alla gnosi e al cristianesimo paolino che sostengono la necessità per la salvezza di una rivelazione particolare, io sostengo (come Bianchi rileva esattamente, ma sbagliando nel dire che si tratta di gnosi perché ne è l'esatto contrario) che ogni momento della storia è capace di salvezza. E quindi, a differenza di chi lega la salvezza a una storia particolare, io posso rifiutare in perfetta coerenza la teologia dell'extra ecclesiam nulla salus in quanto nemica degli uomini e incapace di comprendere la paternità universale di Dio. Ringrazio infine Enzo Bianchi (illustre collega all'Università San Raffaele nonché amico da lunga data) per aver riconosciuto che sollevo domande "urgenti che necessitano di una risposta da parte della teologia cattolica e della Chiesa", ma sarebbe interessante capire come fa lui a tenere insieme una salvezza universale con una storia particolare. Perché una cosa deve essere chiara: dire che "il regno dei cieli non è l'equivalente del regno delle idee di Platone o del regno dei fini di Kant" significa riproporre in versione aggiornata la medesima pretesa ecclesiastica dell' extra ecclesiam nulla salus.


lemond - 04/05/2009 alle 09:03

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Sesta puntata A. Chi non ha lasciato la Chiesa è perché pensa serva a qualcosa. Lei mette giustamente Dante fra questi “cattolici laici”, io aggiungo che il poeta copre di vituperio, molto prima che ne fosse scoperta la falsità, la c.d. “donazione di Costantino” che concedeva alla Chiesa il potere temporale su Roma, l’Italia e il mondo! Quel documento, costruito dalla cancelleria vaticana, è uno dei falsi più vergognosi nella storia dell’Occidente insieme ai “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” fabbricati dalla polizia segreta dello Zar. Restando a Costantino, condivido l’opinione di tanti illustri storici del cristianesimo, secondo la quale, a seguito della vittoria di ponte Milvio, non fu l’imperatore romano a convertirsi ma, al contrario, fu il cristianesimo a trasformarsi in una religione imperiale, il che spiega (almeno in parte) anche la lunga sopravvivenza della Chiesa. In ogni modo mi sembra che i “cattolici laici” siano sempre più rari e figure come Danilo Dolci che osavano sfidare le mafie o l’oltraggiosa prepotenza dei più ricchi sono diventate più uniche che rare. La Chiesa non ha mai condannato ufficialmente la mafia, mentre, ritorno alla questione Welby, ha ben saputo farlo con costui. Mi sembra uno degli episodi più crudeli degli ultimi anni! Ruini temeva quel possibile segno di cedimento perché è in corso una battaglia con lo stato sul controllo della morte la quale, la Chiesa dice: “Deve essere naturale” Ora io chiedo se non sia addirittura blasfemo l’idea di Dio che si rimette alla tecnologia sanitaria e sposta i termini della morte secondo i macchinari inventati dagli uomini? Dov’era dio diciamo mezzo secolo fa, quando non potevano sopravvivere chi aveva certe malattie? Allora che vuol dire naturale? La risposta è politica; non perdere competenza e autorità e (soprattutto) ricavi sui momenti fondamentali dell’esistenza: la nascita, il matrimonio, la generazione e la morte. La sua difesa della chiesa-istituzione è efficace, ma la questione è irrisolvibile. Facendosi di-Stato, il cristianesimo ha preteso di incarnare la sola morale ammessa e il solo diritto al quale tutti devono uniformarsi. M. Io ritengo che l’appartenenza alla Chiesa dipenda non da atti esteriori, ma dalla tensione interiore verso il bene e la giustizia, da ciò che nel linguaggio religioso si chiama “santità”. E quindi se la Chiesa istituzionale è fedele a se stessa, deve riconoscersi nella Chiesa celeste, altrimenti … Perciò affermo che vi sono uomini che fanno parte della Chiesa anche se neppure si sognano di chiedere il battesimo e ve ne sono altri che non ne fanno parte, anche se magari indossano ricchi paramenti ecclesiastici. L’à affermato Gesù, non io. (Mt 7,21-23)


lemond - 06/05/2009 alle 10:59

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Settima puntata A. Come lei sa molto meglio di me, l’argomento se la vera fede sia più nell’osservanza dei precetti o nella purezza dell’animo risale addirittura alla polemica di Gesù contro il formalismo dei farisei, ma per venire a tempi più recenti, fu un argomento centrale nella Riforma promossa da Lutero. A mio parere non è un caso che in Italia abbia prevalso l’osservanza dei riti, una religiosità guidata dai preti, il che scarica il singolo di buona parte della sua responsabilità e dà al vaticano un buon controllo sulle coscienze. E sa perché lei, come teologo “diverso” non corre il rischio di tenaglie arroventate e tratti di corda? Secondo me, è grazie ai “droits de l’homme et du citoyen” che ognuno di noi a conquistato grazie ai Lumi accesi nel XVIII secolo. Se vorranno farle qualcosa, dovranno farlo di nascosto, “come ladri nella notte”. Ed infatti la Chiesa vede nell’illuminismo il peggiore dei suoi nemici! Quando parliamo di illuminismo, però bisogna intendersi: le idee di base non sono tutte originali: molte risalgono addirittura all’età classica. Pregio storico di quei pensatori fu di combinare questi elementi, dando loro una pratica possibilità di attuazione, derivandone un nuovo umanesimo: niente più dogmi, né cariche, funzioni, istituzioni sottratte per principio alla critica, ivi comprese, o forse cominciando proprio, dalle scritture dette “sacre”. Già I. Kant aveva attribuito alla ragione il compito di guidare l’intelletto umano. Per concludere, penso che invece le istituzioni umane (tutte) siano gremite di ladri e di assassini, di barattieri e di fornicatori: Tutte uguali, tutte e troppo umane, comprese quelle come la Chiesa che si attribuiscono una qualità superiore, certificata e garantita. :D M. Come si fa a non riconoscere la libertà che tutti dobbiamo all’illuminismo? Ma il fatto è che, grazie ad esso, la Chiesa ha modificato la sua dottrina sociale, accettando valori prima duramente condannati, quali le libertà democratiche, di stampa e religiosa. H. Kung sostiene proprio che il cattolicesimo si divide al proprio interno sulla base del paradigma illuminista: cattolici democratici vs conservatori/reazionari. Però forse non è un caso che l’illuminismo si sia sviluppato proprio nell’Europa cristiana. Forse l’esaltazione dell’individuo fatta da Gesù con il dire che il sabato è per l’uomo (e non il contrario) ha avuto un ruolo non secondario. E con queste parole si può vedere meglio anche il tema bioetico della morte c.d. naturale. Nel marzo 2007 ricevetti una lettera da una dottoressa, la quale mi parlava di una sua paziente da molti anni alle prese con una malattia debilitante, causa di dolori sempre più … e che ormai pensava alla possibilità di … Alla lettera risposi così:” Lei sa che si tratta di un tema su cui non ci sono risposte chiare e valide per tutti. Nel passato (ed ancora oggi, ad es. M. Teresa) si vedeva nel dolore un mezzo necessario per la salvezza. Io rifiuto questa impostazione, come del resto ancor più quella, quasi blasfema, del dolore *colpevole*, cioè come castigo inflitto da Dio. Ma questo non significa ritenere che il dolore sia inutile, senza senso. L’evoluzione del mondo è possibile solo a prezzo della sofferenza, così come il lavoro è possibile solo a prezzo della fatica. E’ la legge intrinseca delle cose, che la maturità spirituale porta ad accettare. Ma smettere di soffrire fisicamente significa cessare di soffrire anche a livello psichico e spirituale? Purtroppo sappiamo che non è così, ma fino a quando si può, penso che non bisogna fuggire dal posto in cui la vita ci ha messo. A tutt’oggi la signora continua la sua vita, lottando ogni giorno per strappare un po’ di senso e di serenità ed ecco, sig. Augias, il mio pensiero non nasce dalla volontà di obbedire a documenti firmati dai papi. Quanto alla morte naturale, che cosa significa? Io presumo che dietro la dottrina ufficiale, ci sia il modo di vedere che sia Dio che decide la morte. Bene, anzi male :D, perché qui si apre una voragine. C’è chi muore travolta da un Tir per un colpo di sonno dell’autista: morte naturale voluta dal cielo? Sono innumerevoli i casi di come si muoia assurdamente a causa della natura, come per ogni malattia molto naturale come la peste ed il colera! Che cosa pensano i paladini di questa morte? Che i ricercatori che cercano di sconfiggere le malattie stanno agendo contro la volontà di Dio? Ma ci si rende conto di che cosa comporta dire che Dio è padrone della vita e della morte terrena? Per quanto riguarda l’inizio della vita, si sa che il settanta per cento degli ovuli fecondati (persone secondo la Chiesa) non si impianta in utero e muore. Se Dio fosse responsabile diretto della nascita, si avrebbe un’ecatombe così mostruosa che Hitler e Stalin (in ordine alfabetico) al confronto potrebbero concorrere per il Nobel della pace. Se Dio fosse veramente il responsabile della vita e della morte degli esseri umani, io sarei ateo. :Od:


lemond - 07/05/2009 alle 11:17

Messianismo politico e religioso (ottava parte) La versione secolarizzata più radicale e spettacolare della soluzione millenaristica. cioè il totalitarismo politico del XX secolo, è entrata tuttavia in crisi, a sua volta, per motivi e con conseguenze che è ora tempo di esaminare. L'estesa disponibilità delle masse e dei gruppi dirigenti ad adottare nuovi miti millenaristici secolarizzati era facilmente comprensibile, sia perché i vecchi miti religiosi (salvo in certe sacche di sottosviluppo come l'Iran khomeinista) avevano perso credibilità, sia perché l'angoscia esistenziale e il bisogno di salvazione sotteso ai vecchi miti religiosi erano sempre acuti e anzi erano stati accentuati dal crollo di quei miti. Ma questo successo iniziale dei miti politici totalitari non poteva durare a lungo per due fondamentali ragioni. La prima è che, per quanto si affannino a magnificare con i loro apparati propagandistici le realizzazioni e le promesse dei loro Paradisi Terrestri, i dittatori odierni non possono promettere l'immortalità e quindi non possono soddisfare il bisogno primario e centrale da cui è nato il sogno millenaristico. È vero che vari atti e slogan di quei regimi svelano questa segreta speranza dei capi e dei seguaci. Come già per gli antichi faraoni, per i santi e per altri dignitari di varie culture millenariste, anche le culture totalitarie conservano e producono rituali finalizzati ad assicurare almeno simbolicamente l'immortalità dei capi; Così, per esempio, l'opera di Stalin e Hitler o il pensiero di Mao Tse-Tung furono sistematicamente definiti immortali; i seguaci rinnovavano a ogni compleanno al capo l'augurio di «mille e mille anni di vita»; infine, tutti i capi comunisti, come i faraoni egizi, sono stati imbalsamati (ed è noto che l'imbalsamazione aveva, nelle religioni antiche, proprio lo scopo di fermare la morte e di consentire al dignitario una vita felice oltre la morte). Ma, soprattutto in un clima come quello moderno ormai egemonizzato dalla scienza materialista e dal suo radicale scetticismo verso l'ultraterreno, questi timidi e inconsci tentativi di esorcizzare la morte non possono certo diventare espliciti e tanto meno risultare credibili. Pertanto, al mito millenaristico politico viene a mancare la massima attrattiva del mito religioso: la promessa e la certezza dell'immortalità. Il totalitarismo politico si trova insomma attanagliato e minato da una prima basilare contraddizione: da un lato fonda il suo successo sull'adozione delle modalità del mito religioso millenaristico, dall'altro non può (proprio in quanto radicato nell'era scientifica e nella dimensione terrena) avanzare la promessa più essenziale e travolgente del millenarismo religioso: la promessa dell'immortalità. La seconda, basilare contraddizione del millenarismo politico sta nel fatto che, se da un lato esso può concedersi di riprendere e lanciare l'altra basilare promessa del millenarismo religioso, cioè la promessa di felicità e armonia universale, dall'altro questa stessa promessa può essere screditata e smentita a breve scadenza dalla possibilità di verificarla. Fino a quando il millenarismo religioso prometteva un'era di beatitudine universale inserita in un futuro più o meno prossimo, ma, comunque, ancora tutto da iniziare, lo zelo e l'attenzione dei seguaci potevano essere mantenuti. Ma non appena lo stesso millenarismo religioso tentò di realizzare «qui e subito» il suo Millennio si pensi alla Città di Dio dei Taboriti del XVI secolo o alla Nuova Gerusalemme di Thomas Munzer o alla repubblica teocratica di Calvino a Ginevra o alla Firenze del Savonarola - ben presto gli entusiasmi e lo zelo (e perfino le certezze dei capi) si appannarono e si mutarono in odio e rivolta, nell'urto con la realtà e con le sue amare disillusioni. Nei regimi totalitari questa delusione può essere a lungo rinviata dalla propaganda capillare e massificata e la rivolta può essere ancora più a lungo frenata dai potentissimi apparati di repressione poliziesca e di discriminazione amministrativa ma, prima o poi, essa si diffonde e serpeggia, trasformando rapidamente il clima eroico e speranzoso del momento rivoluzionario nella rassegnazione piatta dell'ordinaria amministrazione. Anche le gerarchie si trovano presto a mal partito. Ecco per esempio quanto scrive acutamente Bronislaw Bacz:ko nel suo citato saggio sull'utopia.39 Il Potere sovietico, resta in qualche modo prigioniero dell'utopia [.] Il conclamato fine della società sovietica rimane, invariabilmente, la costruzione del comunismo, con tutto ciò che essa implica: ossia l'estinzione dello Stato, l'attuazione del principio «A ciascuno secondo i suoi bisogni» ecc. Tuttavia, col passare del tempo, le contraddizioni tra queste promesse e la realtà della società totalitaria divengono sempre più flagranti, donde questa situazione paradossale: il potere è obbligato sia «a giocare all'utopia» sia a «barare al gioco». Così, la società sovietica viene tenacemente spacciata per socialista e l'avvento del comunismo viene annunciato come imminente, ma, al tempo stesso, viene continuamente rinviato. Ecco dunque Lenin che in Stato e Rivoluzione, alla vigilia delta Rivoluzione d'Ottobre, dimostra l'inevitabilità dell'estinzione dello Stato e del suo apparato repressivo all'indomani stesso della conquista del potere da parte dei comunisti. Ma, pochi mesi dopo aver scritto queste pagine millenaristiche, lo stesso Lenin inizia la costruzione di un nuovo, sanguinano apparato burocratico e repressivo che i suoi continuatori instancabilmente svilupperanno. La truffa ideologica è però solo cominciata. Annunciando la conclusione del «comunismo di guerra» (con cui erano state giustificate le violenze contro tutti i dissenzienti e gli oppositori) e l'introduzione della NEP (la politica economica di rilancio dell'iniziativa privata con cui il regime tentava di rimediare ai primi disastri prodotti dalla sua distruzione dell'economia di mercato), Lenin utilizza immagini tratte addirittura dall'Utopia di T. More e assicura che il ripristino del mercato è solo momentaneo perché, con l'avvento del comunismo … A sua volta, all'indomani delle spaventose violenze anticontadine e antioperaie che accompagnarono l'imposizione del primo Piano Quinquennale e nel bel mezzo delle deportazioni di massa nei gulag, Stalin vara la Costituzione Sovietica del 1936, ove assicura a tutti e subito «libertà, dignità e felicità». Nel 1952, mentre l'URSS è inchiodata ancora alla fame e al terrore di massa, egli disquisisce sull'imminente avvento dell'era comunista, destinata a garantire pane gratuito a tutti e, naturalmente, la scomparsa dello Stato. L'ora della felicità e della libertà universali è fissata per il 1982. Khruscev sfuma i tempi dell'estinzione dello Stato, ma anticipa al 1980 quelli del benessere universale, tragicomicamente ridotto, però, a un paradiso gastronomico in cui «i sovietici avranno una razione di carne, burro e uova maggiore degli americani». Breznev e Andropov, infine, archiviano le promesse immediate e ripiegano su una visione del Millennio comunista che ha tutta l'indeterminatezza del Millennio religioso, ma non sfugge alla verificabilità (anzi falsificabilità, per usare la terminologia di Popper) già nel presente, proprio perché nello squallido presente del «socialismo avanzato» avrebbe le sue premesse e radici. La credibilità del Millennio religioso, infatti, era affidata all'apocalisse rivoluzionaria che doveva precederlo: e non a caso il mito del Millennio comunista continua ad avere corso nei paesi ove il comunismo non ha conquistato ancora il potere e la «rivoluzione» è di là da venire.


lemond - 17/05/2009 alle 14:14

Messianismo politico e religioso (nona ed ultima parte) [... il mito del Millennio comunista continua ad avere corso nei paesi ove il comunismo non ha conquistato ancora il potere e la «rivoluzione» è di là da venire.] Da quell'apocalisse si può attendere la realizzazione della caratteristica essenziale di ogni millenarismo religioso e politico: cioè, «il rovesciamento di tutti i valori», come lo defini Nietzsche. All'ingiustizia subentrerà la giustizia; al dolore la felicità; alla miseria l'abbondanza; all'odio l'amore; alla solitudine la solidarietà; all'intolleranza la tolleranza; al conflitto l'armonia, e così via. Ma un Millennio che si presenti solo come continuazione di un oggi squallido e ottuso non può avere seguito né fascino. In altre parole, la stabilità e la perpetuazione di sé che i regimi totalitari perseguono è in contraddizione intrinseca con i miti millenaristici terreni in nome dei quali hanno conquistato il potere. Ciò spiega da un lato il crescente discredito in cui sono cadute le speranze millenaristiche nei regimi comunisti più stabili e, dall'altro, la maggiore vitalità che esse mostrano di avere nel Terzo Mondo, ove i continui complotti, pronunciamenti e golpe rinnovano frequentemente il momento magico rivoluzionario, consentendo l'effimero rinverdire del sogno millenaristico. Alla luce di. questa analisi, è chiaro che le massime possibilità di sopravvivenza le hanno, in Occidente, i miti millenaristici di tipo fascista, perché in essi Dio non è negato e l'immortalità è in qualche modo promessa agli eroi e, in Oriente, i movimenti islamici come quello khomeinista, ove la gestione del mito millenarista resta nelle mani dei capi religiosi e il Millennio, quindi, resta una promessa celeste, mentre la sua parte politica si riduce essenzialmente alla moltiplicazione del sacrificio e del martirio, intesi come «passaporto per il Paradiso». Al di là di alcune meno effimere sopravvivenze, comunque, la versione totalitaria e politica del mito millenaristico non sembra avere un futuro. Al panico esistenziale prodotto dall'improvvisa irruzione della morte nella coscienza, come ineluttabile destino proprio o come perdita irreparabile del compagno o della compagna o dei piccoli amati, la scimmia umana aveva reagito con la negazione totale della morte mediante fantasie di sopravvivenza, che costituirono le forme primordiali della cultura umana, e poi con più strutturate e articolate difese in termini di miti e riti che assicuravano l'immortalità ai fedeli di ciascuna religione. Queste difese sono però entrate in una crisi forse irreversibile in Occidente, prima per le loro contraddizioni intrinseche (cioè percbé hanno finito per produrre angosce di dannazione almeno altrettanto tremende delle angosce di morte che tentavano di arginare) e poi, soprattutto nel XIX e XX secolo, per il dilagare sempre più incontrastato del pensiero laico - scientifico. Al crollo delle difese religiose, la psiche umana ha reagito col solito meccanismo: tentando cioè di produrre un nuovo mito miilenaristico e paradisiaco dall'apparenza più realistica e «scientifica», sotto forma di utopie e azioni rivoluzionarie. Ma questi miti sostitutivi non potevano reggere a lungo, perché sono molto meno consolanti e molto più smentibiti dei miti religiosi. Oggi qualcuno tenta perciò il ritorno a questi ultimi: ma non sembra capire che il mito politico rivoluzionario era nato proprio dallo sfaldamento graduale e irreversibile del mito religioso in seguito all'evoluzione etica e intellettiva dell'uomo. Perfino la versione terroristica del mito millenarista, se da una parte, con la sua esplosione degli anni '60 e '70, ha segnalato drammaticamente le tendenze e gli esiti spesso mostruosi della declinazione paranoicale dell'angoscia di morte, tipica di ogni millenarismo religioso o politico, col suo attuale declino, sta a indicare la precarietà dei surrogati politici totalitari con cui il nostro secolo ha tentato di rimpiazzare i millenarismi religiosi. Perfino i pochi autori che riescono a cogliere il nucleo psicologico dell'odierna crisi dei miti rivoluzionari non sembrano comprendere che si tratta non di un 'altra qualsiasi vicenda storica ma della crisi terminale della modalità reattivo-difensiva in cui la cultura umana si è sviluppata fin dai suoi primordi e ha continuato a concretarsi fino a oggi. Così, per esempio, in un recente scritto Francesco Alberoni mette bene a fuoco la gravità del collasso psicologico che minaccia molti marxisti italiani (e non solo italiani) in seguito al crescente discredito in cui è caduta la loro dottrina. E commentando la fioritura di critiche sempre più drastiche del marxismo apparsa sulle pubblicazioni della sinistra italiana in occasione del centenario della morte di Marx, scrive tra l'altro: I marxisti Italiani non si limitano a lasciare un punto di vista, un'ipotesi stimolante: abbandonano una fede, una sponda sicura, una casa, una fratellanza che travalica i paesi, una speranza [...] Io non credo che quest'abbandono sarà indolore perché molti di loro hanno soprattutto un bisogno di fede che il relativismo scettico della cultura contemporanea è destinato a frustrare [...] In questo momento di svolta del!a cultura marxista in Italia sono perciò portato a domandarmi a che cosa condurrà la perdita di un rifugio sicuro e considerato inviolabile [...] Una delle ipotesi che si possono fare è che molti marxisti finiranno nei movimenti religiosi. Ciò che sembra sfuggire ad Alberoni in quest'analisi, che pure coglie bene la natura essenzialmente religiosa del marxismo e le implicazioni psicologiche del suo collasso, è il processo storico globale che sta dietro all'odierna crisi. Se invece inquadriamo la crisi in una prospettiva storica più ampia, ci rendiamo conto che la componente politica del millenarismo è andata dilatandosi, da Thomas Munzer a Carlo Marx, fino ad assorbire totalmente la componente religiosa e fino ad assumere, almeno a livello conscio, connotazioni apertamente antireligiose, proprio perché le difese religiose contro l'angoscia esistenziale e le relativé promesse di giustizia, felicità e immortalità ultraterrena erano state scalzate dallo stesso sviluppo etico, cognitivo e intellettivo della mente umana: un ritorno a queste difese e promesse appare quindi; oggi, infinitamente piu' difficile e precario che in passato. Alla crisi dei miti rivoluzionari molti marxisti tentano di reagire rifugiandosi nel radicalismo ecologico. A questo proposito mi sembra significativo un recente scritto41 con cui Marco Boato, esponente marxista ultrà negli anni '70, risponde al citato articolo di Francesco Alberoni, cogliendone benissimo (dato il suo passato di militante rivoluzionario) la validità critica e l'intonazione angosciata. Ebbene, Boato cerca di spiegare pazientemente ad Alberoni che i grandi movimenti rivoluzionari degli anni '60 e '70 stanno trasformandosi in movimenti «verdi» per la difesa dell'ambiente. Come vedremo nelle pagine su La difesa filosofica ciò era perfettamente prevedibile in un'ottica psico-esistenziale, perché il mito naturalista è, insieme a quello rivoluzionario, l'altro grande mito millenarista con cui il pensiero moderno ha cercato di rimpiazzare i millenarismi religiosi. Ma, come pure vedremo più avanti, questo mito è destinato ad avere vita anche più precaria del mito rivoluzionario. Per incrinarlo e distruggerlo non occorrono neppure le verifiche della Storia, cui finiscono per soccombere i miti rivoluzionari. Basta l'osservazione quotidiana degli orrori del mors tua vita mea, il principio su cui si regge tutta la vita naturale, o l'esperienza personale della malattia o della morte d'una persona cara, cui nessun ecologista può a lungo sottrarsi. Luigi DE MARCHI (fine del III capitolo di "Scimmietta ti amo)


lemond - 21/05/2009 alle 09:53

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Ottava puntata A. Da uno come lei, certi ragionamenti sorprendono e portano a concludere che è possibile essere cattolici e tuttavia conservare sentimenti profondi di umanità, anche se quasi mai gli interventi delle gerarchie portano a dire altrettanto. Sono asserzioni di tale efficacia che mi chiedo come faccia lei a restare in una compagnia così difforme, così lontana dai princìpi che sostiene. Mi chiedo anche, che cosa aspettino loro a cacciarla. La sola risposta ragionevole che trovo è che una sua esclusione sarebbe un motivo di scandalo controproducente. Ritorno sulla morte naturale, perché mi sembra troppo importante e quindi rievoco i fatti legati alla sorte di Eluana Englaro, ridotta, per testimonianza DIRETTA da me raccolta, a un povero scheletro anchilosato. Per diciassette anni, questa giovane donna è stata un cadavere, sempre più lontana dalle immagini giovanili sorridenti e vitali che abbiamo avuto sotto gli occhi, per opera della TV asservita al potere. Suo padre, che io considero un eroe civile, è stato sommerso da insulti e vituperi non solo da parte di alcuni scalmanati, ma anche e soprattutto da uomini di chiesa, professore, uomini della sua Chiesa! Cito ad es. il commento dell’Osservatore Romano sulla sentenza della Cassazione. Si afferma che la decisione è stata frutto di un “relativismo dei valori” e che bisognava considerarla inaccettabile, perché questi [valori] riguardano la conservazione o no della vita. (nota mia: Loro avevo scritto o meno, ma è un errore di grammatica e di logica, perché una vita non si può conservare meno, e quindi ho corretto). Capisce, perché mi chiedo che cosa possa tenere insieme un teologo come lei e una S.S. come quella? Ci vuole davvero un profondo materialismo per considerare vita umana la semplice animazione cellulare di un organismo altrimenti morto! Per converso, vede come possono concordare il pensiero illuministico laico e una teologia misericordiosa (da non confondere con le suore misericordine), che prescinde cioè dalle considerazioni di potere che così spesso avvelenano il messaggio della chiesa ufficiale? Perché i vescovi tedeschi e spagnoli si sono dimostrati più aperti? L’unica ipotesi per me è che gli italiani sono più vicini alla centrale del potere, tenuti ad un’obbedienza più rigida dal momento che qualcuno ha scelto di fare della povera Italia la propria terra di conquista in un momento di grande difficoltà per loro. Ma è meglio tornare all’illuminismo: a me pare che l’aspetto essenziale di questo movimento sia nella possibilità garantita ad ogni individuo di scegliere e di decidere in autonomia. Non è il caos, ovviamente, però non esistono più dogmi, bensì diritti e doveri devono essere motivati sulla base della loro utilità sociale. Per Kant il fatto che l’uomo sia libero è un requisito necessario per la morale. C’era forse un eccesso di ottimismo, ma c’era anche quella fiammella che avrebbe acceso il tumultuoso processo di libertà al punto da farla diventare (in parte) segno distintivo degli ultimi secoli. La chiesa del potere ha tutte le ragioni di indicare nell’illuminismo il suo avversario e l’origine del suo declino, perché ha fatto uscire la religione dalla dimensione pubblica. Non è più Stato e i delitti interessano e feriscono la collettività, i peccati riguardano solo chi li ha commessi e il suo prete. I diritti così conquistati “le droits de l’homme” sono propri di individui liberi e uguali, comprese le donne, perché “homme” significa essere umano ed anche qui c’è un bel salto rispetto ad una concezione teocratica, nella quale le donne sono state sempre tenute a bada e guardate con sospetto. La prima autonomia che questo movimento, forse l’unico veramente rivoluzionario, consente di guadagnare è quella della conoscenza razionale, al di fuori dei miti, compresi quelli biblici, della magia e della superstizione.


lemond - 25/05/2009 alle 10:53

Corrado Augias – Vito Mancuso “Disputa su dio e dintorni” Nona puntata M. Nei suoi interventi c’è sempre la Chiesa gerarchica e la sua presenza nella società italiana. Secondo lei sarebbe meglio che la Chiesa non ci fosse per nulla? Proprio questo, a mio avviso, è stato il principale errore dell’illuminismo. La religione, compresa la sua espressione sociale e istituzionale, ha sempre fatto parte del cammino dell’umanità e ciò, evidentemente, si spiega con la sua capacità di rispondere a bisogni effettivi degli esseri umani. Dicendo questo, ho in mente l’episcopato del cardinale Carlo Maria Martini a Milano. I suoi discorsi di Sant’Ambrogio, tanto per fare un esempio, erano altamente politici, senza mai essere partitici. Parlavano a tutta la polis, non ad una parte. Per me, che non avevo compiuto diciotto anni, quando arrivò a Milano, egli era la Chiesa gerarchica “tout court”. Lei mi dirà che di Martini ce ne sono ben pochi e purtroppo è vero, ma di profeti ne bastano pochi per trascinare tutti gli altri. Basta guardare come papa Giovanni XXIII ha fatto progredire la Chiesa e, con essa, la società. Si poteva e si potrebbe andare più velocemente? Forse sì, ma più importante della velocità è la massa di gente che si riesce a coinvolgere. E per questo fine la Chiesa cattolica, lo si voglia o no, rimane un interlocutore indispensabile. Ma voglio aggiungere se, come ho detto, ritengo doverosa l’elaborazione culturale della Chiesa sui temi riguardanti la società e la vita morale, la ritengo non più lecita quando si trasforma in pressione sui politici, con giochi più o meno scoperti. Il problema italiano è tuttavia un altro: mi riferisco all’insufficienza etica e culturale della nostra attuale classe politica, soprattutto, e mi spiace dirlo, di quelli che a parole si dicono cattolici. De Gasperi disse no a Pio XII il quale nel 1952, gli voleva proporre un’alleanza elettorale con il MSI per il comune di Roma in funzione anticomunista e il senatore Andreotti dichiarò pubblicamente che il decreto governativo (caso Englaro) era un atto improprio, criticando così in maniera diretta tanto il governo, quanto il Vaticano e la Cei (entusiasti). C’è un’altra ragione del cattivo rapporto fra Chiesa e cultura illuministica, data da un equivoco. Non si è capci di estendere alla natura il medesimo principio di laicità applicato dal Vaticano II nel punto 7 della dichiarazione “dignitatis humanae” :”Nella società va rispettata la norma, secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile”. E’ evidente che una sana teologia non può non estendere tale principio alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale, mediante il principio di *autodeterminazione*. A. Mi chiede di spiegarle perché torno spesso sulla presenza della Chiesa nella società italiana, allora la prego di leggere quanto segue. Ottobre 2000, il Norlevo (la c.d. pillola del giorno dopo) viene distribuito nelle farmacie. La pontificia accademia per la vita chiama farmacisti e medici all’obiezione di coscienza. Giugno 2003, la C.p.D.d.F. (ex Sant’Uffizio) stabilisce che i parlamentari cattolici devono votare contro ogni iniziativa legislativa favorevole al riconoscimento delle unioni omosessuali. Giugno 2005, l’accesissima campagna per l’astensione promossa dai vescovi sul referendum per abrogare la legge 40. Si continuarono ad esortare i fedeli a non votare persino alle messe della domenica del voto in aperta e doppia violazione della legge. Luglio 2005, la Santa Sede nel suo “instrumentum laboris” proclama di considerare peccato per un fedele votare un candidato favorevole alla legge sull’aborto. Gennaio 2008, il papa riceve gli amministratori romani (comune e regione) e li rimprovera aspramente per il degrado gravissimo della capitale. Non ha fatto altrettanto con i successivi (di centrodestra, nonostante il degrado non sia migliorato, anzi … Il fatto è che la Chiesa tenta d’imporre in Italia (altrove non le è consentito) una religione civile simile a quella delle teocrazie islamiche. La Chiesa gerarchica è diventata un vero e potente partito politico, avido soprattutto di denaro. Questa Chiesa ha fatto sparire l’altra, quella del cardinale Martini, che sta a cuore a lei, ma anche a me non credente.


lemond - 07/06/2009 alle 13:35

Intervista a Massimo Fagioli su politica e religione http://www.radioradicale.it/scheda/280886/intervista-a-massimo-fagioli


lemond - 08/06/2009 alle 13:35

Luigi Lombardi Vallauri (I puntata) http://www.radioradicale.it/scheda/275264/stato-chiese-separazione-spoliazione


lemond - 08/06/2009 alle 13:36

http://www.radioradicale.it/scheda/262590/prospettive-etiche-della-modernita-culture-laiche-a-confronto Luigi Lombardi Vallauri (II puntata)


lemond - 10/06/2009 alle 13:38

Luigi Lombardi Vallauri III puntata http://www.radioradicale.it/scheda/244166/incontro-con-luigi-lombardi-vallauri-sul-tema-la-liberta-in-una-spiritualita-laica


lemond - 12/06/2009 alle 08:05

Recensioni. G. Nuzzi: Vaticano S.p.A. Scritto da Massimo Teodori lunedì 08 giugno 2009 Che la banca del Vaticano, l’Istituto Opere di Religione (IOR), non fosse un ente finanziario dedito solo a “opere di bene”, era noto. Ciò che documenta con rigore Gianluigi Nuzzi in Vaticano S.p.A. sono le sue “opere del male” sulla base dell’archivio di monsignor Renato Dardozzi, per trent’anni al vertice della banca. Il malaffare che emerge dai 4000 documenti consultati sembra non avere fondo: riciclaggio per conto della criminalità organizzata, maxitangenti politiche, speculazioni finanziarie di colletti bianchi e maneggi di cardinali e vescovi dediti a mammona. Chi ha letto le carte delle inchieste parlamentari Sindona e P2 conosceva l’ampiezza delle losche vicende della banca vaticana guidata da Paul Marcinkus dal 1971 agli anni ‘80. Il connubio tra l’IOR e Michele Sindona divenne strettissimo quando, nella primavera del 1969, Paolo VI incaricò il banchiere siciliano di trasferire il “patrimonio di Pietro” sui mercati internazionali per evadere la tassazione italiana. E’ così che quel complesso sistema finanziario divenne nei paradisi offshore il canale privilegiato in cui si mescolavano i tesori vaticani con quelli di Cosa Nostra e dei vip italiani che, al momento del crack del 1974, si salvarono con la famosa la “lista dei 500” sottratta al curatore fallimentare Giorgio Ambrosoli. Il capitolo successivo della stessa storia fu scritto dal sodalizio tra Marcinkus e Roberto Calvi che finì anch’esso con il fallimento dell’Ambrosiano (1982) da cui risultò che il Vaticano era debitore di 1200 miliardi, recuperati solo in parte dal ministro Beniamino Andreatta. Le vicende che collegano l’IOR a Sindona, Calvi e agli emuli potrebbero essere considerate solo una pagina della finanza nera internazionale se non fossero intrecciate con la storia della nostra Repubblica. La banca vaticana, sia con la presidenza Marcinkus indagato dal Parlamento (1969-1982), sia nella successiva stagione di monsignor Donato de Bonis documentata in Vaticano S.p.A. (anni ’80 e ’90), ha potuto fare da cerniera tra due grumi del malaffare finanziario e politico, grazie al singolare statuto dell’IOR, l’unica banca facilmente accessibile al centro di Roma ma impenetrabile ai controlli sul riciclaggio e agli interventi giudiziari. La singolare potenza dell’IOR è dunque consistita nel fatto che da una parte della cerniera c’è il Vaticano, non come autorità religiosa, ma come potenza finanziaria in grado di rendere servizi discreti, occulti ed efficaci ai politici corrotti, alla criminalità internazionale e agli affaristi italiani; e dall’altra si muove quel sottobosco della politica italiana che si serve di professionisti dell’intermediazione illegale come Licio Gelli. Il manovratore di questa cerniera, per avvicinare o separare le due parti, è sempre stato Giulio Andreotti. Nella conclusione della mia relazione all’inchiesta parlamentare, dopo avere analizzato le tante vicende che si sono compiute all’ombra della loggia, si legge “…perciò la P2 merita Andreotti come capo”. Volendo con ciò significare che si è fatto folclore nel rappresentare il leader democristiano abbracciato a Licio Gelli o a Totò Reina, mentre si è sottovalutato la realtà “strutturale” dei suoi rapporti con le galassie facenti capo all’IOR. Andreotti ha saputo con maestria gestire lo snodo tra il potere mondano delle segrete stanze del Vaticano e il potere incistato nei sotterranei della politica italiana. Una documentazione del libro di Nuzzi riguarda appunto il “Fondo cardinal Spellman” dell’IOR a disposizione di Andreotti, attraverso cui per anni sono state gestite le più indecifrabili operazioni per migliaia di miliardi di lire. Non sappiamo se oggi sia ancora attivo il lato malavitoso dell’IOR dove sono transitati, tra l’altro, i tesori della mafia (secondo Massimo Ciancimino), la maxitangente Enimont gestita da Carlo Sama, Sergio Cusani e Luigi Bisignani, e innumerevoli altre operazioni finanziarie per conto di fantomatiche fondazioni. Ma sarebbe arrivato il momento che il mostro finanziario IOR, legibus solutus, venga ricondotto al rispetto delle regole di controllo nazionali e internazionali, possibilmente con l’abrogazione del Concordato in base al quale possono essere commessi impunemente tanti misfatti. Gianluigi Nuzzi, Vaticano S.p.A. Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa, Chiarelettere, Milano, 2009, pp. 280 il Sole 24Ore, 7 giu 2009


lemond - 14/06/2009 alle 12:37

Ricevo ed inoltro *Il 27 Giugno la Chiesa Cattolica festeggia Cirillo d'Alessandria (370-444 E.V.), Santo, Dottore e Padre della Chiesa. In realtà, come immagino Lei sappia, niente più che un criminale fanatico e violento. Non parlo solo dello sterminio dei Pagani e degli eretici nestoriani di Alessandria, non mi riferisco solo all'istigazione dei monaci cenobiti ad assaltare il Serapeion, abbatterne le statue, massacrarne i difensori, bruciarne i libri. Quello che più mi suscita ribrezzo misto a cocente indignazione, è l'orrendo e brutale assassinio di Ipazia.* Presumo sia superfluo esporLe la vicenda in questa sede, giacchè suppongo Lei la conosca meglio di me. Ciò che mi sta a cuore sottolineare è che a mio avviso osservare la diffusa ignoranza intorno all'atroce supplizio della bellissima filosofa di Alessandria è un vero e proprio "infandum renovare dolorem" *[rinnovare un dolore indicibile, frase detta da Enea a Didone a proposito della richiesta da parte della regina di Cartagine fatta ad Enea di narrare della caduta della citta' di provenienza di Enea nota di MP]* per ogni laico che sia al corrente di quei misfatti, e lo stesso può dirsi relativamente alle migliaia di altri comportamenti cruenti nella Storia della Chiesa di cui solo gli specialisti hanno cognizione. *Nelle lezioni di storia delle scuole medie e superiori si spendono molte parole intorno ai martiri cristiani, ma si accenna forse mai a quelli pagani (secondo me ben più numerosi)?* E a quelli della scienza? Qualche rogo, qualche persecuzione di eresie, qualche abiura: sì Galileo, le "streghe", Giordano Bruno sono episodi abbastanza noti presso la popolazione mediamente colta, ma io mi sento profondamente indignato dal fatto che *il IV e il V secolo E.V. non siano mai presentati nella tragica crucialità che de facto li contraddistingue.* *Se tutti avessimo letto di come il cristianesimo divenne religione preminente in Europa rabbrividiremmo e saremmo invasi da infinito sconcerto innanzi alle proposte di citare le radici cristiane del Vecchio Continente nella Costituzione Europea:* quali radici cristiane? *Le vere radici sono pagane, e non si atrofizzarono naturalmente, ma furono crudelmente estirpate* dal potere temporale della Chiesa. Sembra si tratti di eventi remoti che poco hanno a che spartire con l'attualità, ma io sono fermamente convinto che la lotta per la laicità sia da combattere non soltanto sul piano politico-legale ma anche (e forse soprattutto) sul terreno della cultura:* solo legislatori istruiti in scuole genuinamente laiche e quindi dotati di nozioni ampie, varie e non tendenziosamente preselezionate potranno promulgare leggi obbiettivamente laiche, solo giudici i cui orizzonti mentali non siano impastoiati da un'educazione parziale possono applicare quelle stesse leggi serenamente e con decisione.* La verità è che le conoscenze mancano perchè il sistema scolastico e culturale in senso lato non si è ancora aperto sufficientemente al nuovo, imbrigliato com'è in una stretta e rigida rete di pregiudizi tenuta ben ferma e tesa da quelle persone che riuniscono in sè arroganza, ignoranza, ottusità, timore del mutamento, brama di potere, e, talvolta, crudeltà, elementi che si possono rintracciare in diverse misure e varie combinazioni a seconda dell'individuo specifico ma sempre comunque tipici delle menti reazionarie. La mia opinione è che l'UAAR potrebbe organizzare una campagna informativa la quale mostrasse a tutti che* il sangue come sorgente del cristianesimo non è solo quello dei martiri cristiani, come voleva Tertulliano, ma anche e soprattutto quello dei martiri pagani e laici.* E' smuovere le coscienze che risulta più che mai necessario oggi. Che piacevole utopia immaginare un Papa che si scusi, un giorno, in maniera ancora più esplicita di quanto non abbia fatto Giovanni Paolo II, e che riconosca tutte le colpe della Chiesa elencandole una per una di fronte ad una Piazza San Pietro gremita, e per ognuna di esse si batta il petto sussurrando un sinceramente contrito mea culpa! Si tratterebbe di una dimostrazione pratica di quel principio di Umiltà di cui vanno tanto ciarlando i Cattolici. E perchè no, è gradevole fantasticare che forse un futuro Pontefice eliminerà dal canone dei santi tutti i criminali e i violenti, e allora Cirillo d'Alessandria cadrebbe nell'oblio (meglio ancora sarebbe una vera e propria damnatio memoriae) che si merita, e forse Ipazia otterrà la fama e l'ammirazione che si è guadagnate con una vita, e una morte, dedicate alla Scienza, alla Filosofia e alla Tolleranza. Ovviamente il mio è solo uno spunto, un'idea, un'iniziativa dettata dal bisogno, quasi fisico, di fare qualcosa. Non posso viaggiare a ritroso nel tempo catapultandomi nel bel mezzo del Serapeion di Alessandria nel 391 E.V. per offrire il mio contributo alla sua difesa, ma posso tentare un'azione oggi per proteggere quello che l'antico Tempio Pagano della Cultura rappresentava: uno studio del Mondo appassionato, multiforme e svincolato da qualsivoglia preconcetto. Allo stesso modo non mi è certo data occasione di salvare Ipazia dalla morte cui andò incontro *mille* cinquecentonovantaquattro anni fa, ma posso impiegare le mie misurate forze nel tentativo di riportarla in vita oggi, nelle coscienze delle persone. *Il nome di Cirillo, emblema di odio cieco e violento verso il diverso, è stampato sui nostri calendari, quello di Ipazia, simbolo di Cultura e Tolleranza, è conosciuto solo da pochi.* Michael Gelmi


lemond - 15/06/2009 alle 10:00

IV puntata. Sempre massima chiarezza, ma questa conferenza è più strettamente filosofica e quindi più complicata http://www.radioradicale.it/scheda/240288/incontro-con-luigi-lombardi-vallauri-eugenio-lecaldano-giulio-giorello-e-ubaldo-nicola


lemond - 18/06/2009 alle 10:22

*Alfonso Piscitelli* *PERCHE' NON POSSIAMO NON DIRCI PAGANI* Noi europei non abbiamo alcun bisogno di tornare al paganesimo: non lo abbiamo mai abbandonato nel profondo dell'anima. La struttura psichica dei "gentili" è naturalmente pagana, sarebbe una grave perversione se cessasse di essere tale. Il cristianesimo diffondendosi nelle quattro aree dell'Europa antica (la greca, la romana, la celtica, la germanica) ha annacquato la sua originaria radice monoteistica. Il cattolicesimo mediterraneo era nella realtà un politeismo lunare incentrato sul culto di tre grandi Dei distinti: Dio Padre (*Deus Pater*= *Zeus*), Dio Figlio (generalmente descritto con tratti dionisiaci) e una grande Dea Madre (la Madonna = la Signora). Il cristianesimo europeo ha trasgredito il divieto ebraico di venerare le immagini (un divieto ancora oggi rigorosamente osservato dagli islamici). Da questa trasgressione nasce la grande arte cristiana. A partire dal romanticismo, i poeti germanici hanno cancellato la maledizione biblica che gravava sulla Natura. La psicologia contemporanea ha riscoperto gli Dei sotto forma di archetipi psicologici. L'attitudine moderna allo sport, il diffondersi di palestre hanno recuperato sia pur in forma materializzata l'aspirazione classica al corpo sano. *Sbagliano pertanto coloro che vogliono incatenare l'anima dell'Europa ad un destino abramitico. La nostra anima nel profondo non ha mai smesso di dirsi pagana; basta solo ascoltarla con attenzione per capirlo. Il "nuovo paganesimo" non è affatto un concetto stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza: una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è estraneo (e dannoso) ad essa.* E' vero che il cristianesimo è stato grecizzato nella sua teologia, romanizzato nella sua struttura gerarchica, celtizzato nelle sue sfumature esoteriche (il Graal), germanizzato nelle sue attitudini crociate e cavalleresche; ma è anche vero che sotto tutti questi vestimenti europei il cristianesimo rimane una forma messianica di giudaismo. Tutti i cristiani venerano come divinità il rabbì Jeshua, della tribù di Giuda. Il rabbì Jeshua si proclamò messia, esattamente come avrebbe fatto Sabbatai Zevi 1600 anni dopo. Ogni secolo dal popolo ebraico sorgono messia, regolarmente avversati dal clero regolare: la tensione tra sacerdoti e messia, tra sacerdoti e profeti ("Ahi Israele che perseguiti i tuoi profeti!") è una costante della storia israelitica. Il rabbi Jeshua si scelse dei collaboratori: tutti ebrei. Shimon conosciuto sotto il nome di Pietro, Saul conosciuto sotto il nome di Paolo. E' grazie a questi infaticabili collaboratori che cinquanta generazioni di giovani europei hanno imparato a riconoscere in Israele il "popolo eletto", a sentirsi figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; a venerare il "leone di Giuda" (il rabbino Jeshua). Non v'è cosa più illogica di un "antisemita cattolico". *Perché il cattolicesimo, più in generale il cristianesimo, è il giudaismo messianico divulgato ai popoli. Cosa leggono i cristiani come libro sacro? La Bibbia, ovvero la Torah più altri scritti giudaici. Nella Bibbia la collettività dei cristiani è orgogliosamente definita come "l'Israele di Dio". La Bibbia si conclude con una esecrazione di Roma "la Grande Meretrice" e con la profezia dell'avvento del paradiso: la "Gerusalemme celeste"! Quanti patologici antisemiti vedono la mano ebraica su ogni male del mondo e poi con assoluta indifferenza professano il cristianesimo, ovvero la versione messianica del giudaismo.* *Al cospetto di Hitler un papa molto caro ai tradizionalisti (Pio XII) ebbe l'orgoglio di dire: "Noi siamo spiritualmente semiti". C'è molto coraggio in questo orgoglio espresso a quei tempi. Si può ammirare quel coraggio; e tuttavia anche noi Europei dobbiamo avere coraggio ed esprimere l'orgoglio della nostra "gentilezza". Guardate sulla testa dei vescovi ai quali i cristiani baciano le mani: cosa portano? Che cos'è quel curioso dischetto? Ovvio, è la kippah ebraica: con ciò i successori degli apostoli si qualificano come rabbini.* *E del resto tutti i fedeli ogni Domenica ripetono in coro Alleluia(hve), esclamazione ebraica che suona: sia glorificato Jahve. Arriviamo così al nodo di quella fissazione patologica che è l'antisemitismo (ovvero la credenza maniacale che dietro ogni male del mondo vi siano gli ebrei): l'antisemitismo è espressione della lacerazione dell'anima europea, che da una parte accetta il cristianesimo e lo stravolge secondo le proprie tendenze, dall'altra parte avverte che in fondo al cristianesimo vi è qualcosa di irriducibile e di inassimilabile: la radice semita.* Vi sono cose che non si possono imporre. Tu non puoi imporre al rabbino capo di venerare la Dea Afrodite, non puoi cambiare nome a Gerusalemme (come fecero i Flavi che la trasformarono in Helia Capitolina!). Allo stesso modo non si può pretendere che un Europeo d.o.c. si semitizzi. Per porre fine alla triste lacerazione dell'anima europea e per combattere la patologia dell'antisemitismo noi proponiamo uno schietto "non semitismo": vale a dire il riconoscimento del fatto che allo spirito europeo non si addice una religione di origine giudaico-messianica esattamente come non si addice al rabbino capo di Gerusalemme ricercare le radici della propria fede in Omero, nel concetto romano del *Pantheon*, nel Libro Egizio dei Morti. * La verità è che il cristianesimo dei nostri tempi da un lato sta riscoprendo la sua autentica radice ebraica e si sta liberando di ogni sovrastruttura greco-romana, dall'altro sta spostando il suo baricentro fuori dall'Europa. In Europa non si fanno più preti. E senza preti chiaramente una religione non può sopravvivere. Non a caso le Chiese stanno patrocinando il progetto di spostare in Europa milioni e milioni di africani, amerindi, asiatici. Per avere un prete in più in seminario, ma anche per modificare lo psichismo della civiltà europea con l'afflusso di popoli più docili alle carezze dei monsignori.* Contemporaneamente altri popoli dalla brulicante demografia si spostano verso Nord e per esplicita ammissione dei loro imam si propongono di sottomettere l'Europa ad Allah grazie al ventre delle loro donne. Di fronte a questo movimento di popoli è naturale, per un ovvio principio di azione e reazione, che si ingeneri un movimento di ripaganizzazione dei popoli europei. Ciò che era inconscio deve ritornare ad essere cosciente. La grande cultura europea ci aiuta in questa riscoperta: non fu solo il Rinascimento a riscoprire gli antichi, anche i Monaci della Schola Palatina di Carlo Magno non appena riscoprirono i testi classici se ne innamorarono; compiendo così due peccati in uno: 1) si innamorarono, 2). di qualcosa di non cristiano. Il senso di fedeltà al *mos maiorum *ancor più della mera cultura erudita ci induce a spolverare il nostro atavico paganesimo. Si sa, il rabbino Joshua era una persona amabile ma sicuramente peccava di equilibrio. Ai suoi fedeli disse: "fatevi eunuchi (=castrati!) per entrare nel regno dei cieli"! Disse: "se il tuo occhio ti dà scandalo, taglialo via. E' meglio essere orbi che bruciare nel fuoco dell'inferno". Queste massime così illuminate difficilmente potrebbero avere una effettiva applicazione oggi. Fuori che da una ristretta cerchia di fanatici neppure nei secoli precedenti sono state effettivamente adottate. Nelle buone famiglie europee per duemila anni si sono educati i bambini con una saggia miscela di stoicismo e di epicureismo. Lo stoicismo: la convinzione che bisogna affrontare con virilità, con dignità i momenti difficili che ogni vita inevitabilmente comporta. L'epicureismo: la convinzione che anche la vita più seria debba essere condita e addolcita da una giusta dose di piacere. I riti pagani si sono interrotti in Europa, ma lo spirito pagano sotto molti aspetti è continuato. Ininterrottamente.


lemond - 18/06/2009 alle 10:22

Conferenza pronunciata il 15 maggio 1997 in occasione del terzo colloquio del Gruppo d’Orval a Herbeumont dal direttore della rivista Antaios Chistopher Gerard. *Anima naturaliter pagana :::* :::: Trovare un cielo sulla terra :::: L'uomo moderno cerca di fondare la propria ricchezza su quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi. Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma quanto preferibile alla falsa profondità dell'apparente comprensione globale fornita da una credenza zoppicante. Giacché essere Pagano oggi è, a mio avviso, voler superare sia il dualismo delle religioni monoteiste rivelate - che chiamerò per comodità religioni abramiche (Giudaismo, Cristianesimo Islam) - sia il nichilismo, tipico di una modernità singolarmente distruttiva. Non intendo in nessun modo rappresentare la totalità della corrente neo-pagana contemporanea. Del resto, sono profondamente convinto che esistano tanti approcci al paganesimo quanti sono i Pagani. E questo non è forse nella natura delle cose, dal momento che il tratto caratteristico dei differenti Paganesimi, vecchi o nuovi, europei o no, consiste precisamente in quest'esaltazione dell'infinita pluralità del reale? Ma vediamo che cos'è in realtà quello che viene chiamato Paganesimo. Il termine si può prestare a confusioni e malintesi, tanto più che esso è stato forgiato dai suoi avversari. Sono infatti i Cristiani che, nel corso del III e del IV secolo, hanno fatto della parola latina paganus (contadino) una sorta d'insulto. I Pagani erano allora presentati come degli zoticoni, degli antiquati che rifiutavano - sfrontati! - di convertirsi alla vera fede, quella del Cristo. Ancora ai nostri giorni, il termine "Pagano" è talvolta inteso come sinonimo di "barbaro", di "rozzo", e addirittura, presso certuni, di "ateo". Ora, esso non è niente di tutto questo. Il Paganesimo che io difendo è agli antipodi della discutibile esaltazione di chissà quale barbarie o quale culto della forza bruta. Lo scrittore ortodosso russo Vladimir Volkoff parla, in uno dei suoi romanzi, di "nietzcheismo da boy-scout vizioso", espressione che mi sembra assai calzante. Se i Pagani hanno sempre reso omaggi alle forze presenti nell'universo, non si tratta per noi Politeisti, né di un culto della violenza e tantomeno d'idolatria. Quanto alla presunta rozzezza dei Pagani, mi limiterò a ricordare che da millenni questi ultimi hanno sviluppato metafisiche estremamente raffinate (si pensi ai Presocratici greci alle Upanishad dell'India, alle scuole platoniche, pitagoriche o ermetiche...) e mitologie sontuose di cui l'antropologia strutturale e il comparatismo di un Dumézil hanno mostrato l'infinita ricchezza. Infine, l'ateismo - non dimentichiamolo - è pressoché sconosciuto nelle società tradizionali. Non parlo qui dell'ateismo di massa, che prolifera nelle nostre società postcristiane. Per questo rimando al libro di Marcel Gauchet sul Cristianesimo come agente del disincanto del mondo. Se dovessi definire rapidamente il Paganesimo in quanto coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenari (quella che ci "re-ligat" [ religio, religione, è appunto l'atto del religare, collegare ], che ci unisce ai nostri antenati lontani) - radicamento in un territorio (termine da prendere lato sensu) e apertura all'infinito. Potrei ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo, d'equilibrio ricercato fra microcosmo e macro cosmo. È religione naturale, la religione della natura e dei suoi cicli, la più antica del mondo perché "nata" - ammesso e non concesso che il mondo sia mai nato - con lui. Lungi dall'essere una fissazione di qualche tipo un po' bislacco o una nostalgia da letterati fermi a qualche mitica Età dell'Oro, oso affermare che il Paganesimo sta per diventare di nuovo la prima religione del mondo. Infatti, se si considerano gli Induisti, gli Scintoisti, i Taoisti, gli animisti e gli adepti - sempre più numerosi - dei culti precristiani d'Europa o delle Americhe (si pensi alla spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell'ex-URSS), dei culti preislamici (Zoroastriani delle regioni turcofone) e persino pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di Ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti degli Ebrei), si rischia davvero di arrivare a un totale approssimativo di millecinquecento milioni di persone. Il che ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del pianeta. Due potenze nucleari, l'India e la Cina, sono politeiste - una sotto orpelli modernisti, l'altra sotto orpelli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi taoisti, e l'Induismo è divenuto offensivo, dal momento che missioni indù s'installano ai quattro angoli del mondo. Per concludere questa breve illustrazione della reale importanza e del carattere non aneddotico del Paganesimo moderno, ricordiamo che il Paganesimo è religione ufficiale dell'Islanda dal 1973, che esso è in parte riconosciuto in Gran Bretagna (ospedali, prigioni eccetera) e negli Stati baltici. In Russia, correnti pagane si sviluppano a velocità vertiginosa, nel bene e nel male, visto e considerato il disastro sociale di questo Paese. Interessarsi al Paganesimo mi sembra dunque pertinente. Quello che più spesso si rimprovera ai Pagani, antichi e moderni, è il passatismo. E lo stesso rimprovero che veniva mosso dai marxisti a quei poveri pazzi che non consideravano Marx e Lenin come gli orizzonti insuperabili del pensiero. Questo rimprovero - di non essere "nel senso della storia - è del tutto insensato, dal momento che il Paganesimo non ha una visione lineare del tempo, un tempo visto come avanzata costante verso il Progresso (la Parusìa) a partire da un momento ben definito (la nascita del Cristo etc.). Questa concezione segmentata e lineare del tempo c'è estranea. Noi Pagani concepiamo il tempo come ciclico, proprio come i cicli cosmici (quello solare, per esempio, con equinozi e solstizi). In realtà il Paganesimo è una religione dell'anno, e dunque della verità. Il tempo dei Pagani è quello dell'Eterno Ritorno, simile alla grande Ruota che gira e gira senza posa. Noi non crediamo né alla creazione né alla fine del mondo. Per noi, non ci sarà apocalisse, bensì innumerevoli fini di cicli, eternamente ricominciati. Una successione senza inizio né fine di nascite, crescite e declini, di crepuscoli seguiti da rinnovamenti, di cataclismi seguiti da rinascite, in seno a un Ordine (in greco: kosmos) intemporale, in cui uomini e Dei, mortali e Immortali, hanno il loro posto e la loro funzione. Il mito del Progresso non ci appartiene. Noi non crediamo al senso della storia (concetto totalitario, a mio avviso), alla "fine" del Paganesimo, alla "morte" degli Dèi. Di conseguenza, il rimprovero di adorare divinità morte ci lascia indifferenti. I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed Epona, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): "Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dèi né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco vivente, che divampa secondo misure e si estingue secondo misure". Questo breve frammento vecchio di venticinque secoli traduce le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali... Se il tempo è lineare, come vorrebbero le teologie giudeo-cristiana e razionalista, il Paganesimo è impensabile, perché "morto", e scandaloso, perché si muove in direzione contraria al sacrosanto senso della storia. Ma se, come tutti noi avvertiamo, il tempo è ciclico, la prospettiva muta radicalmente. Il Paganesimo non è mai potuto morire: perché, a immagine e somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni. Un bell'esempio è quello del Cattolicesimo medioevale, rimasto molto pagano: è quello che personalmente chiamerei il Pagano-Cristianesimo (fuochi di san Giovanni, e tutta la mitologia cristiana). Per meglio comprendere questa visione pagana del mondo, è indispensabile superare i blocchi mentali - i famosi "ostacoli epistemologici" di Bachelard - indotti dal modo di pensare giudeo-cristiano. Marcel Détienne (uno dei maggiori ellenisti contemporanei), puntualizza nella sua illuminante prefazione al bel libro del professor W.F. Otto dedicato agli Dei della Grecia: "Dietro il falso sapere dell'intellettuale e dell'universitario, spunta il grande avversario (...): il cristianesimo, che fa da schermo fra gli Dei greci e noi, e che ci ha imposto in maniera insidiosa un certo modo di pensare la religione. Dapprima inoculandoci il virus dell'interiorità: in base al quale la religione è inseparabile da una relazione personale col Dio, che l'unico contatto possibile con la divinità deve avvenire attraverso un soggetto individuale - un Io che apprenderebbe il sacro grazie a una sorta di protesi dell'anima, l'anima inquieta e pavida delle civiltà malate. Altro male, non meno virulento: che il sentimento religioso nascerebbe da un bisogno di salvezza che va di pari passo con la trascendenza: che la finalità degli Dèi consiste nel liberare gli uomini da questo mondo, nel farli salire accanto a sé, nello strapparli a una natura dalla quale sono essi stessi totalmente disgiunti. Con la sua angoscia di salvezza, Le sue gioie segrete di anima peccatrice, il cristianesimo è soprattutto un ostacolo epistemologico: una malattia, uno stato di languore al quale bisogna strapparsi e dal quale bisogna guarire se si vuole riscoprire la figura autentica degli Dei della Grecia". La citazione è lunga, ma notevole come perfetto esempio di teologia negativa del Paganesimo. Marcel Detienne ha colto benissimo le differenze fondamentali tra Paganesimo e rivelazioni abramiche. Qualcuno potrebbe obiettare che, nell'Antichità, esisterono delle correnti, minoritarie ma privilegiate dalla ricerca moderna, come l'Orfismo o i Misteri, che conoscono questa ricerca di salvezza personale. Semplicemente, noi non ci abbeveriamo a questa fonte, alla quale preferiamo la religione civile arcaica. Un altro ellenista, Jean-Pierre Vernant, professore al Collegio di Francia, si è già posto la questione di sapere in quale modo noi potremmo vedere la Luna, Selene, con gli occhi di un Greco, cioè di un Pagano: "Ho potuto provarci in gioventù, durante il mio primo viaggio in Grecia. Navigavo di notte, d'isola in isola; sdraiato sul ponte guardavo, sopra di me, il cielo in cui brillava la luna, luminoso volto notturno, che diffondeva il suo riverbero chiaro, immobile o danzante, sulla cupa distesa del mare. Ero ammirato, affascinato da quel chiarore dolce e strano che bagnava le onde addormentate; ero commosso come davanti ad una presenza femminile, vicinissima e remota ad un tempo, familiare e tuttavia inaccessibile, il cui splendore fosse venuto a visitare l'oscurità della notte. Ecco Selene, mi dicevo, notturna, misteriosa e brillante - è Selene che io vedo". Il professor Vernant ha ragione, in questa poetica rievocazione della sua gioventù, a parlare di "visione". Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dèi, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del "credente" delle religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. Allo stesso modo, egli non si converte ad un'altra religione, che sarebbe l'unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre perché false, barbare o rozze). Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l'anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana. Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Uno che crede di potersi assicurare la salvezza individuale ed eterna quaggiù e nell'aldilà, in seno ad una Chiesa che, di fronte agli "infedeli" e ad altri eretici, deterrebbe essa sola il monopolio del Vero e del Bene, e che sarebbe l'unica abilitata a conferire al credente i sacramenti che fanno di lui un "fedele" in opposizione agli infedeli", gli altri. La nostra visione non è dualista, e noi respingiamo come prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non credenti, ortodossi ed eretici etc. Il Paganesimo è olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto ricerca di legami più che di rotture. Ancora una volta, noi non neghiamo l'esistenza, nel Paganesimo antico, di correnti dualiste, alle quali però non facciamo riferimento. Gli Dei e le Dee del Paganesimo non sono né unici né onniscienti. Essi non hanno creato questo mondo, ma sono nati in esso e attraverso esso. A mano a mano che l'universo, ciclo dopo ciclo, si organizzava a partire da entità primordiali (Urano e Gaia, per esempio), essi sono scaturiti per generazioni successive. I nostri Dei non sono persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi: bellezza, splendore, forza, giovinezza... Nel Paganesimo, esiste una comunità d'uomini e Dei, di mortali e Immortali. Nel Simposio Platone parla appunto di "comunanza reciproca d'uomini e Dei". Nel Gorgia, egli precisa: "i dotti affermano che il cielo e la terra, gli Dei e gli uomini sono legati insieme dall'amicizia, il rispetto dell'ordine, la moderazione e la giustizia, e per questa ragione essi chiamano mondo l'insieme delle cose e non disordine e sregolatezza". Molti secoli più tardi, Heidegger dirà: "La terra e il cielo, gli esseri divini e quelli mortali formano un tutto unico". Gli Dèi non sono dunque creatori del mondo ex nihilo: come creare qualcosa a partire dal nulla? Essi sono emanazioni del mondo, nel quale si manifestano. Questo concetto di manifestazione è fondamentale nella nostra religione naturale, e si oppone a quello di rivelazione, che per definizione è soprannaturale. Allo stesso modo, noi ignoriamo dogmi e profeti, papi e curati, ortodossi ed eretici, sette e guru. Il Pagano è nel mondo, che si sforza, in tutta umiltà, di decifrare per meglio cogliere le innumerevoli manifestazioni del divino. E' Schiller, mi pare ne "Gli Dei della Grecia", che diceva: "agli sguardi iniziati, ogni cosa indica la traccia di un. Dio" - ancora questa idea dello sguardo! Il Paganesimo non lascia mai che l'uomo si ripieghi su se stesso, sotto il peso del peccato originale. Al contrario, essere pagano consiste precisamente nell'aprirsi all'esperienza del mondo. Vorrei soffermarmi per un momento sull'importanza dello sguardo, che i Greci chiamavano theorìa, osservazione delle manifestazioni del divino. Essa ci riporta all'antica concezione dell'èn tò pàn, che si ritrova sia presso i Presocratici che nelle Upanishad: la dottrina non dualista dell'unità. In questa visione, il mondo non è visto come intimamente malvagio ("Il quaggiù", termine quasi peggiorativo in francese), incline al peccato, valle di lacrime da attraversare in tutta fretta prima di potere accedere ad un qualche ipotetico "retromondo". Non bisogna fuggire il mondo, ma affrontarlo, senza Illusioni né speranze di salvezza. C'è dunque una reale accettazione del mondo, con tutte le sue infinite imperfezioni, ma considerato pur sempre come manifestazione del genio divino. La sua contemplazione attiva non può che rafforzare il nostro sentimento d'identità col grande Tutto. Queste concezioni intimamente pagane sono sopravvissute in seno alla cristianità europea. Le si ritrova, soffocate, in Scoto Eriugena, Meister Eckhart, Nicola Cusano... Il dogma cristiano del Dio creatore esterno al mondo, sua creazione, è sempre stato contestato. E la famosa tentazione panteista, tanto vilipesa dai teologi ufficiali, gelosi custodi del Vero. Già Cicerone, nel De divinatione, precisa: "tutto è pieno di spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime degli uomini sono mosse dalla loro comunità d'essenza con le anime degli Dei". Ricordate la citazione di Platone, poco più sopra? Ippocrate diceva, secoli prima di Cicerone: "pànta thèia kàt anthròpina" [ le cose sono divine e umane al tempo stesso - N.d.T.]. C'è del divino nel mondano e del mondano nel divino... Ho citato prima W.F. Otto, professore all'Università di Tubinga, oppositore del nazionalsocialismo e seguace di Zeus Olimpio. Nel suo notevole saggio sugli Dei della Grecia, dice: "Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell'uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt'uno col mondo. Essa si para dinanzi all'uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L'uomo fa l'esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l'esterno". Il Paganesimo ignora dogmi e catechismi. Nessun libro sacro ci prescrive in modo autoritario quello che dovremmo "credere". La nostra libertà di pensiero resta intatta. Soltanto, il nostro compito consiste nell'onorare Dei e Dee per mezzo di riti, giacché il Paganesimo è una religione d'opere più che di fede. Si tratta, è vero, di una religione vissuta nei gesti: il saluto al Sole e alla Luna, i solstizi e gli equinozi, l'offerta di un grano d'incenso o di qualche fiore... Si pensi con attenzione quanto ci sia di degenerativo nelle accezioni moderne di: "fato", "fatale" e "fatalismo". Anteponiamo quindi l'antica concezione di tali parole: il "fato" è la «legge dello sviluppo del mondo», una legge «piena di senso e come procedente da una volontà intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche» (e non cieca, irrazionale e automatica come nel senso moderno). Il fatum romano rimanda al rta indoeuropeo, alla concezione del mondo come cosmos e ordine, e a quella della storia come sviluppo di cause ed eventi, i quali riflettono significati superiori. Proprio a tutto ciò si rivolgeva il significato di fatum. L'espressione deriva dal verbo fari (da cui discende anche fas, il diritto come legge divina), ed allude pertanto alla «parola». La parola «rivelata», quella della divinità olimpica che fa conoscere la giusta norma - fas - e allo stesso tempo annuncia ciò che sta per avvenire. L'idea di fatum non annullava per questo la libertà umana: il pagano si cura pertanto di formare la sua azione e la sua vita in modo che esse continuassero l'ordine generale, ne fossero in un certo senso il prolungamento ed uno sviluppo ulteriore. Egli pertanto cercava, e cerca di presentire la direzione delle forze divine nella storia, così da potervi connettere in modo opportuno l'azione, da armonizzarla con essa, rendendola massimamente efficace e carica di significato. Ciò consegna alla magia del rito un'importanza molto rilevante: le peggiori sciagure per il pagano nascono dall'aver trascurato gli auspici, dall'aver agito disordinatamente e arbitrariamente, rompendo i contatti con il mondo superiore, il mondo dell'invisibile. Gli Dèi sono Potenze, mai particolari in sé - si tratta sempre dell'Essere del mondo tutto intero, nella manifestazione che gli è propria. Noi Pagani non ci attendiamo alcun soccorso, alcuna salvezza dai nostri Dèi. La loro sola esistenza, la sola presenza di queste entità inaccessibili e tuttavia familiari basta a riempirci di gioia, a consolarci dei soprusi dell'esistenza. Se noi non ci aspettiamo nulla dai nostri Dèi, anch'essi dal canto loro sono indifferenti alla nostra sorte, ed è giusto così. La morale della retribuzione ci è dunque estranea. Venticinque secoli fa - ieri - Euripide ha espresso perfettamente questo modo di sentire nella sua tragedia Ippolito. Ecco il dialogo che si svolge fra Artemide e il protagonista al momento della sua morte: " - Artemide: Addio, non mi è permesso di vedere i morti, né di lasciare che il mio sguardo sta offuscato dall'ultimo respiro di un moribondo. E già ti vedo vicino a questo passo doloroso. - Ippolito - Vai pure. E addio dunque, te felice! Possa tu rompere senza soffrire una lunga amicizia".Superbo esempio di superiorità e di distanza, agli antipodi d'ogni sentimentalismo. E qui, indubbiamente, il grande merito di questa filosofia, di questo atteggiamento: mai esitare a dire le cose come stanno, senza abbellirle né lamentarsi, senza lusingarsi, senza nascondere nulla e senza cercare la minima illusione consolatrice." Ed eccoci ad un elemento centrale nella concezione pagana del mondo: il Senso del Tragico. Gli Dei non sono onnipotenti, per quanto siano simboli di pienezza. Essi non possono tutto, perché la loro potenza è limitata dal Destino - Virgilio lo chiamava "inexorabile Fatum". Esiste dunque un limite impossibile da superare. Presso i Greci sono le Moire, presso i Romani le Parche, presso gli Scandinavi, le Nome - che filano il destino proprio a ciascuno. Queste potenze impersonali e inflessibili sono l'Ordine inviolabile del mondo. Esse sono al di sopra degli Dei, come ricorda Omero: "nemmeno gli Dei, dice Atena, possono allontanare la morte dall'uomo che prediligono quando la fatale Moira colpisce". Il senso del Tragico consiste appunto nell'accettazione del Destino: amor Fati. Esso è, del pari, coscienza acuta dei propri limiti e lucido rifiuto di ogni consolazione, considerata cosa indegna di un uomo libero. Un bell'esempio di personaggio tragico è presentato da Jacqueline de Romily nel suo ultimo libro dedicato all'eroe omerico Ettore. Gli Dei del Politeismo contemporaneo non concedono alcuna ricompensa. E la nostra etica dell'onore che ci comanda di trasmettere un nome senza macchia, di essere fedeli alla parola data e di rispettare i contratti. Il Mithra degli Indo-Iraniani è proprio il Dio amico, quello del contratto. Il Paganesimo è una religione non del peccato, ma dell'errore. L'errore supremo è quello che i Greci, nostri maestri, chiamavano hybris: la mancanza di moderazione, dettata dall'orgoglio, che spinge l'uomo accecato a scagliarsi contro l'ordine cosmico. Il più terribile esempio di hybris contemporanea è dato dai totalitarismi moderni, i quali, a furia di voler "cambiare l'uomo" in realtà lo avviliscono. Il Paganesimo non postula alcun riscatto. Si tratta, è vero, di una religiosità di questo mondo, una religiosità dell'immanenza: il mondo è sacralizzato. La cosa sembrerà strana per quanti continuano a credere che la sola vera religione sia quella dell'aldilà. Ma essere Pagano oggi vuol dire anche liberarsi da questo genere di cascami. Il Paganesimo non è una religione del terrore, del disprezzo di sé, bensì della piena salute, fisica e psichica: mens sana in corpore sano, diceva Giovenale ( Satire, X, 356). Inoltre il Paganesimo si caratterizza, idealmente parlando, per il suo gusto dell'equilibrio. Sono ancora una volta i Greci a tracciare per noi la via da seguire, col concetto delfìco di Méden Agan, (nulla di troppo), illustrato dall'eccezionale senso delle proporzioni dell'arte ellenica. Il Paganesimo non è una religione di salvezza (anche se certi culti misterici che assicurano la salvezza agli adepti vi trovano un posto): si tratta invece di una religione terrena, mirante ad assicurare la pienezza ottimale in questo mondo, hic et nunc. Vi si cercherà invano la minima ossessione dell'aldilà. La morte non vi è considerata come elemento centrale (col corollario di un moralismo soffocante, e l'ipocrisia che ne scaturisce). La morte è una tappa nel processo eterno di trasmissione: come diceva Nietzsche - il filosofo col martello - "la Ruota gira" e la danza degli elementi continua, senza inizio né fine. Alla domanda angosciosa "che c'è dopo la morte?", noi aggiungeremo l'altra - "e prima della nascita?". Per noi, i cicli sono cominciati ben prima della nostra nascita e continueranno ancora per molto dopo la nostra scomparsa, a maggior gloria degli Dei. Taliesin, poeta gallese del Medio Evo, ha ben illustrato quest'intuizione: Sono stato rivestito di un'altra forma Sono stato salmone azzurro Sono stato cane. Sono stato cervo Sono stato daino sulla montagna Sono stato palo. Sono stato vanga Sono stato scure salda in mano Sono stato gallo variopinto Signore di galline schiamazzanti Sono stato stallone nella scuderia Sono stato toro nella fattoria Sono stato setaccio del mugnaio Aia del coltivatore Sono stato seme nel solco Sono cresciuto sulla collina Chi mi aveva seminato mi ha raccolto


lemond - 18/06/2009 alle 11:28

La fede e la morale cristiane si fondano esplicitamente sul primato della coscienza, "c'èst à dire" che l'unica istanza che può davvero giudicare se un atto sia commendevole o riprovevole è la coscienza stessa di colui che lo compie: in linea di principio, perfino un assassinio può essere compiuto con innocenza e naturalmente anche ogni atto di "amore" può ... Su di un piano strettamente morale a Dio ed alla chiesa non interessa tanto che gli uomini compiano il bene, quanto piuttosto che desiderino compierlo. Non contano gli atti, ma la coscienza. Su un piano generale nella "mente di Dio" il bene e il male sono distinti, però lo sono in un modo che noi non possiamo immaginare, pertanto non sapremo mai se stiamo operando a favore del bene o del male. Infatti la stessa cosa (azione) può essere moralmente buona per me e non tale per un altro, perché le nostre coscienze ci "parlano" diversamente. E' probabile che in questo caso uno dei due si sbagli nel giudicare un caso in maniera diversa da come è prevista nella "mente di Dio", ma per il soggetto (che non conosce) le cose non cambiano e lui può tranquillamente sentirsi (giustamente ;) ) nel giusto. Le radici della preminenza della coscienza si possono ben trovare nel Vangelo (si pensi ai frequenti appelli di Gesù alla capacità di credere ed alla coscienza morale degli apostoli, della Maddalena etc. Si possono leggere anche nei padri della Chiesa e d'altra parte, se Dio avesse rivelato in maniera chiara ed inequivocabile che cosa si debba intendere per vero e falso, l'uomo sarebbe un mero esecutore, invece il compito che ci assegna è davvero degno dell'animo umano: interpretare la realtà e la vita, nella loro essenza, per decidere liberamente del vero e del falso, del bene e del male. Dunque il primato della coscienza, implica la responsabilità di attrezzare la propria coscienza il meglio possibile, in altre parole di non rifiutare nessun elemento che può aumentare la nostra comprensione delle cose. Certe amiche mie (ad es. Anna e Gianna) che si rifiutano di studiare la storia e le contraddizioni della chiesa e del Cristianesimo, a rigore, non potrebbero definirsi cattoliche, a maggior ragione non può far parte del cattolicesimo uno che si dichiara "omosessuale" dovendo "ope legis" mantenere il rispetto per la gerarchia che dichiara (invece) "apertis verbis" che tale situazione rappresenta un disordine morale e va ... Ciò detto, il ruolo che la chiesa cattolica si è costruito nei secoli risulta, ad essere "buoni", piuttosto ambiguo. Essa annuncia a tutti gli uomini "di buona volontà" cosa è vero e quanto è falso. :D. Se si limitasse ad alcune indicazioni generali, questo non andrebbe a collidere troppo con il primato della coscienza, ma purtroppo, in preda ad un'ossessione definitoria, ama scendere nei particolari ed allora scopriamo che la vera fede significa credenza nel Dio sia al contempo "uno e trino", che tutti siamo nati con una cosa che si chiama "peccato originale" e che se non ce la leviamo, andiamo in una realtà che si chiama "inferno". Apprendiamo poi ("errata corrige" ad opera di Pio IX) che una certa Anna ha concepito invece una figlia senza peccato originale e che sarà destinata a partorire vergine. Veniamo a sapere altresì che Dio non vuole che ci masturbiamo, ma che se ci pentiamo tutto torna a posto, però è meglio se interviene ad assolverci qualcuno a cui "ex ante" sia stato somministrato il sacramento dell'ordine sacerdotale (attenzione un prete, una suora non va bene:D ). E così via, il tutto raccolto in miglia di punti nell'ultimo Catechismo pubblicato nel 1992 in forma completa e nel 2005, con grande successo di vendite, in forma ridotta. Probabilmente anche i catechisti si renderanno conto che l'idea di Gesù stesso: il primato della coscienza, sia diventato solo e soltanto vana retorica, buona tutt'al più per ottenere popolarità, per farsi belli e rendersi simpatici in un'epoca in cui le idee sul primato dell'individuo sono ben accette. Naturalmente non ci sarebbe simile aporia, se la chiesa presentasse il catechismo come una serie di posizioni discutibili, invece: "sono materie non negoziabili" :Od:


lemond - 21/06/2009 alle 10:03

Giovanni XXIII lo aveva denunciato per circonvenzione d'incapaci. Ratzinger a tutti i preti: imitate Padre Pio Questa mattina Benedetto XVI arriva nel paesino garganico divenuto meta di pellegrinaggi da tutto il mondo e per prima cosa, pochi minuti dopo il suo arrivo, pregherà davanti alle spoglie di san Pio da Pietrelcina, esposte dall'anno scorso alla venerazione dei fedeli. C'è attesa per ciò che Papa Ratzinger, dotto teologo, dirà su questo santo contadino così amato dalla gente, simbolo di una religiosità semplice e popolare, spesso guardato con sospetto da certa intellighenzia ecclesiale. Nell'omelia, apprende il Giornale, il Papa farà un parallelo tra Padre Pio e il santo curato d'Ars, Giovanni Vianney, proponendo il frate stimmatizzato del Gargano come modello per i preti di tutto il mondo nell'anno sacerdotale appena inaugurato. In particolare, Benedetto XVI farà notare come la vita di entrambi, Padre Pio e il curato d'Ars, abbia ruotato attorno a questi due poli: il sacramento della misericordia (entrambi trascorrevano buona parte della giornata in confessionale) e quello dell'eucaristia. Per entrambi il rapporto con l'eucaristia era «il segreto» della loro santificazione e della loro vita sacerdotale. Papa Ratzinger aveva già parlato di Padre Pio nel settembre 2005, e già allora aveva additato il santo cappuccino come esempio di sacerdote che celebrava così bene la messa e «riviveva con tale fervore il mistero del Calvario da edificare la fede e la devozione di tutti». Benedetto XVI è il secondo Papa a visitare San Giovanni Rotondo, dopo il viaggio di Giovanni Paolo II nel maggio 1987. Papa Ratzinger celebrerà la messa davanti al nuovo santuario realizzato da Renzo Piano, poi nel pomeriggio visiterà i malati dell'ospedale Casa Sollievo della Sofferenza e infine, prima di ripartire per Roma, incontrerà religiosi e giovani. Nonostante l'esposizione del corpo di Padre Pio, quest'anno, a causa della crisi, le presenze dei fedeli - circa sei milioni e mezzo - non sono aumentate rispetto all'anno precedente. Ci sono state infatti molte disdette. Ed è cambiata in parte anche la tipologia delle preghiere che vengono lasciate sulla tomba del santo: mentre prima erano quasi esclusivamente richieste di guarigione, ora sono in netto aumento le richieste di aiuto per trovare un lavoro e per superare le difficoltà della crisi economica. http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=360529


lemond - 22/06/2009 alle 15:21

http://www.radioradicale.it/scheda/257423/laicita-e-religione-nello-stato-di-diritto Luigi Lombardi Vallauri quinta puntata


lemond - 22/06/2009 alle 16:09

Religione e bambini di Luigi Lombardi Vallauri, Firenze Inizierò con alcune considerazioni per grandes personnes (Saint-Exupéry), poi ne trarrò alcune conseguenze per petits princes (ancora Saint-Exupéry). Le religioni e il corpo-mente moderno adulto Nel loro tempo fondativo (in illo tempore, Eliade) le religioni sono state delle cose che oggi non possono essere più. Sono state spiegazioni causali del mondo, riserve di senso, dispensatrici di terrori e speranze ultraterreni, fonti e sanzionatrici di norme etiche e giuridiche, suggeritrici inesauribili d’arte e poesia, modellatrici di vita quotidiana, di cicli settimanali stagionali annuali, di città e paesaggi. Hanno riempito di sé il cielo e la terra; plasmato l’ambiente materiale e immaginale dell’uomo; permeato capillarmente tutto l’organismo della cultura. Oggi la scienza-tecnica ha svuotato le religioni tradizionali d’ogni capacità esplicativo-teorica e taumaturgico-pratica circa le cose del mondo. D’altra parte è facile dimostrare, con argomenti logici e storici, che in etica Dio è irrilevante, sia se un’etica vera/universale esiste, sia se non esiste1. E la “religione civile dei diritti dell’uomo” 2 ha ormai assunto lo status di etica pubblica: almeno in Occidente c’è consenso sul punto che nessuna delle religioni tradizionali può più, mantenendo la propria legittimazione etica, sancire sul piano teorico, o attuare sul piano pratico, violazioni dei diritti umani fondamentali. Ancora: le religioni, pur avendo generato un percento considerevole dell’arte umana di tutti i tempi, non sono di per sé garanzia di valore estetico: esistono anche innumerevoli brutture e mièvreries di matrice religiosa, tra l’altro in continuo esponenziale aumento. E infine, ammesso che il sentimento del sacro (o del mistico) abbia una sua autonomia categoriale e una sua plausibilità, non è detto che esso trovi sempre ed esclusivamente nelle religioni nutrimento ed espressione adeguati. C’è del religioso non sacro (o non mistico) e c’è del sacro (o del mistico) umano-naturale, e in questo senso “laico”3. Il superamento scientifico-tecnico, etico e civile, la relativizzazione estetica e perfino spirituale e mistica, tutto questo ha comportato un impressionante processo di secolarizzazione4 che ha investito, e sta investendo, tutte le culture antiche insieme con la modernizzazione. È vero che si è venuto delineando, negli ultimi forse 10 anni, un contro-processo che si potrebbe chiamare di restaurazione neo-fondamentalista. Ma pagando un prezzo: le religioni diventano sempre meno ontologiche e sempre più identitarie, voglio dire sempre meno ricerche sulla realtà (indipendente, non-proiettiva) dell’Oltre e sempre più autoasserzioni patriottiche di “noi” collettivi. C’è fides sempre meno quaerens intellectum, ossia sempre meno fede e sempre più credenza5, sempre meno pensiero e sempre più appartenenza. L’effetto caverna platonica (in termini più attuali, l’effetto Truman Show) è rafforzato da altri sistemi di passività (promozione commerciale a tempo quasi pieno, propaganda politica di nano-profilo, televisionizzazione del tempo domestico, gioco del calcio, riti vari di stoltezza e frastuono) che competono, e al tempo stesso cospirano, per la colonizzazione dell’animo umano. Il reperto, per quanto riguarda le vecchie religioni, è insomma ancipite: secolarizzazione e neofondamentalismi identitari. Quanto ai nuovi culti, con le doverose eccezioni, il reperto può sintetizzarsi nella formula “supermercato del sacro”. Le religioni e il corpo-mente bambino I pensieri che precedono rendono, mi sembra, non manifestamente infondata la tesi che ora cercherò di argomentare: la religione andrebbe - come un tempo il sesso - vietata ai minori di 18 anni. Procederò chiedendomi anzitutto cos’è giusto desiderare per i bambini, cioè per gli esseri umani nell’età del primo sviluppo fisico e mentale, e chiedendomi, poi, se un’educazione religiosa favorisce questo desiderabile sviluppo. Cosa desiderare per i bambini Non volendo ricorrere a tomi di pedagogia o a sondaggi statistici del tipo eurobarometri, sono costretto a rispondere alla domanda in modo autobiografico e largamente soggettivo. Quanto segue riassume in pochi - troppo pochi - punti la mia idea di sviluppo desiderabile, formatasi, e tuttora in via di formazione, lungo la mia esperienza con me stesso, con i miei figli e ora con i miei nipotini (compresi, questi ultimi, tra i 12 anni e i 2 mesi). Personalmente io desidero che i loro corpi (bisogna cominciare dal corpo) fioriscano nella buona salute e in tutte le abilità autoespressive, e non solo in ambiente urbano, ma sempre meglio immersi, con amore rispettoso e competenza, nei sistemi vivi della natura, nella variegatura degli elementi, dei regni e delle stagioni. Desidero che incontrino altri corpi, della loro e di altre età, della loro e di altre razze, della loro e di altre specie, e ne traggano conoscenza, confronto, emulazione, piacere visivo e tattile, compagnia. Desidero che le loro menti si aprano a tutte le ramificazioni protese di tutte le culture umane, arcaiche, antiche, moderne, nuove, europee, extraeuropee, a tutte le variegature storiche della bellezza e del sapere. Desidero che i loro sensi e il loro intelletto, questi misteri della carne matura, si educhino al discernimento del reale e dell’irreale, del vero e del falso, dell’autentico e del fasullo, di ciò che s’impone all’uomo per esistenza propria indipendente e di ciò che nasce da proiezioni umane. Desidero che i loro cuori conoscano turbamento e appagamento sensuale e affettivo, e slancio e fiducia, e pietà e giustizia, non-ingiusta pietà e non-impietosa giustizia. Desidero per loro gioco, avventura, creazione. E contemplazione. E (non incompatibile con la mente infantile, che è mente nativamente seria) un’entusiasta austera sapienza di fronte al mistero di splendore e di impermanenza dell’essere. Cosa c’entrano con questo le religioni? Terrò presente quasi solo la religione cattolica, quella in cui sono cresciuto e che conosco veramente; molto di quello che vale del cattolicesimo può essere comunque esteso anche alle altre religioni che asseriscano l’esistenza di mondi soprannaturali. Riprenderò punto per punto i desiderata del paragrafo precedente. La buona salute non è in alcun modo favorita dalla credenza religiosa. I tempi della fede sono stati anche i tempi della peste; mai come allora si è pregato perché Maria, santa Rosalia, Dio Padre da loro impietosito debellassero il flagello. Mai come allora il flagello ha servito. Non appena scoperto e trattato il bacillo Pasteurella pestis sono cessate le preghiere di impetrazione ed è cessata la peste. Il papa polacco ha fatto circa 2000 santi, più di tutti gli altri papi messi insieme (con un piccolo arrotondamento viene 5,48 nuovi santi ogni giorno dell’anno). Per i santi di prima fascia (“canonizzati”), come san Padre Pio o san Monsignor Escrivà de Balaguer fondatore dell’Opus Dei, occorrono due miracoli; per i santi di seconda fascia (“beatificati”), come Pio Nono l’antimoderno e l’autoinfallibile, basta un miracolo; i miracoli sono spesso guarigioni. Ammettendo che i 2000 santi abbiano dato un gettito di 3000 guarigioni, ognuno vede quanto poco si possa fare affidamento sulla religione per i problemi sanitari mondiali o per la mortalità infantile. La cosa migliore che san Padre Pio ha fatto per la salute è la fondazione di un moderno ospedale (non altrettanto si può dire a lode di santa Madre Teresa, terribile oscurantista in campo medico). Non è certo la religione che invita i bambini, i corpi dei bambini, a fiorire in tutte le loro abilità autoespressive. I giochi, gli sport, la rispettosa intima frequentazione degli ecosistemi nulla hanno di religioso, temo che siano naturalismo. È vero che le parrocchie e le associazioni cattoliche fanno anche giocare i bambini e che gli scout cattolici li iniziano alla natura; ma a parte, in molti casi, lo scarso buon gusto dei sollazzi parrocchiali e associativi, resta che spesso i giochi (non quelli scout) sono carità pelosa, servono a tenere i bambini e i ragazzi nel recinto della credenza cattolica, a rendere in qualche modo palatable il surrettizio, devozionale catechismo. Il curiosare (visivamente, tattilmente) altri corpi, il trarne piacere, esperienza, compagnia, non è certo favorito negli oratori o nelle scuole tenute da religiosi o religiose. Anzi assume un’aura violacea di segreto e di peccato. La teologia morale cattolica è di una sessuofobia impressionante6. Sul piano culturale è fuori discussione che le religioni hanno generato un percento molto considerevole dell’arte e del pensiero umani. Il bambino, e anche l’adulto, che voglia appropriarsi del retaggio delle culture antiche non può ignorarne i presupposti religiosi. Ma riviverli con empatia non implica aderire ai contenuti dogmatici, anzi esige un’apertura universale che le religioni, tutte, hanno finora o selvaggiamente o subdolamente ostacolato. In particolare, il cattolicesimo romano ha esercitato nei confronti dei dissidenti interni, degli eretici, degli ebrei, dei musulmani, dei popoli pagani colonizzati, tutta la violenza ideale e materiale possibile, un’estrema intolleranza. In nessun modo la religione educa i sensi e l’intelletto dei bambini al realismo. Il realismo è un organo cognitivo complesso. Consta di spirito scientifico, esperienza di vita, senso dell’humour, vastità di orizzonti, acutezza di osservazione, forza logica, sensualità, equilibrio affettivo… Ci vorrebbe un lavoro filosofico sul tema. La religione è forse l’avversario numero uno del realismo, è la veneranda caverna platonica in cui vengono proiettati al bambino personaggi soprannaturali, mondi soprannaturali, sacramenti a effetti soprannaturali - e proiettati non come si proiettano le favole, ma come se fossero le realtà essenziali, quelle da cui dipende il significato della vita e il destino dell’uomo. Il soprannaturale si sostituisce al naturale. Il senso e l’intelletto uniti sono i nemici naturali della religione; perché l’accettino, bisogna che vengano letteralmente snaturati. Ciò - si badi! - non toglie nulla al fascino della religione: l’uomo preferisce molto i sistemi di simboli ai sistemi di cose, i sistemi di significati ai sistemi di fatti. Proprio questo fascino la rende pericolosa. L’affettività dei bambini viene, dalla religione, incanalata verso custodi angelici, mamme celesti, ambienti luminosi dove li aspettano i nonni, santini con volti di frati e monache dagli occhi arrovesciati in su e crocifissi o rosari in mano, odorini e ombre di confessionale e di sacrestia, ostie fatte di una specie di carta che si fonde in bocca e che non va masticata perché è Gesù, vecchi maschi chiamati il papa e per i quali bisogna pregare perché sono Gesù, fioretti senza petali da fare per i miseri e per i cattivi, corone da recitare, venerdì nei quali sospendere per un giorno l’alimentazione carnivora-mammifera del resto della settimana e adottare la piscivora, slanci verso le missioni che convertono gli indigeni e i mandarini cinesi alla vera fede, terrori di inferni dai quali però la Chiesa (lei sola) ci può salvare… e presepi con Gesù bambino sulla paglia e la Madonna che lo guarda e l’asino e il bue che soffiano e san Giuseppe che guarda, putativo, da un’altra parte… queste e tutto questo genere di cose. Lontanissimi i problemi di giustizia sociale e internazionale, di pietà/giustizia interspecifica (gli animali sono amici deliziosi, piccoli o grossi eroi affascinanti, la carne è un’altra cosa, è una sostanza che si forma al supermercato e che va assolutamente mangiata per diventare come i grandi; anche il papa e i preti e tutti i santi e beati la mangiano, eccetto i venerdì e la vigilia di Natale). Infine, è certo che le religioni hanno alimentato la spiritualità, la vita contemplativa: oggi (nella società a mass-media, a mass-shopping, a mass-business, a mass-traffic) tanto carente quanto anelata senza saperlo. Ma mi sembra che una spiritualità dogmatica-soprannaturalista-sacramentalista come quella cattolica sia di cattiva lega, perché a base di retro- o pseudo-mondi; quindi non risvegliante, direi piuttosto distogliente da, un’entusiasmata austera contemplazione dello splendore e dell’impermanenza dell’essere. Non gli altri mondi, ma «che il mondo è, è il mistico» (Wittgenstein). Forse l’uomo ha bisogno di mistica come del pane; ma sorgente pura della mistica non è una credenza, è il risveglio all’essere, è l’ontologia. In verità, la cosa di più fascino che hanno le religioni non è la credenza, non è forse neppure la spiritualità fondata sulla credenza, è la vocazione: la richiesta di tutta la vita. «Allora Gesù fissò su di lui lo sguardo e l’amò. E gli disse: “Una cosa sola ti manca: vai, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”» (Marco 10,21). «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare l’anima sua, la perderà, ma chi perderà l’anima sua per causa mia, la salverà» (Luca 9, 23-24). «Ed essi, tratte le barche a terra, lasciando tutto, lo seguirono» (Luca 5,119). Io non so esattamente cosa passa nell’animo del bambino o dell’adolescente birmano che si fa monaco; meno ancora so cosa sente l’eroe militare o il kamikaze che immola se stesso per il suo popolo e la sua religione; ma so cosa succede al bambino, all’adolescente, cattolico che incontra quei passi del Vangelo. «Insieme con queste immense, aliene figurazioni il bambino, il ragazzo, anche sente, e in presa diretta, il nervo della propria esistenza, il marceliano “ma vie”: azzardo tra nascita e morte, riuscita e fallimento, significato e mancanza di significato; e dunque luogo di chiamata, di vocazione. Ora, in una mente resa religiosa caverna platonica l’esistenziale umano vocazione facilmente, se non necessariamente, assume le sembianze di una vocazione al sacerdozio, alla vita consacrata, in ogni caso al dono totale, alla missione, alla santità»7. «Ho detto “vocatio genera fides”, non viceversa. È infatti la vocazione che trasforma la credenza in fede, perché è lo scommetterci-su la vita che trasforma le figurazioni mitico-soprannaturali in cruciali realtà. È la credenza che plasma l’esistenziale umano vocazione in vocazione religiosa, ma è la vocazione religiosa che trasforma le figurazioni proiettive della credenza in esistenziali realtà». Conclusioni Mi sembra di aver sufficientemente argomentato la mia tesi: doversi la religione, come un tempo il sesso, vietare ai minori di 18 anni. L’imposizione degli engrammi della credenza soprannaturale sul cervello-mente bambino rischia di rimanere indelebile quando si abbina al sentimento del dovere di dono totale, al sentimento di vocazione. Bisogna prima irrobustire - attraverso l’esercizio pieno, mondano, dei sensi e dell’intelletto - gli affetti e le emozioni naturali, e quell’organo cognitivo complesso che ho chiamato realismo; sarà, così, a un vero adulto modernamente evoluto che si potranno proporre a credere oggetti quali la Provvidenza divina, il paradiso, l’inferno, la Trinità, la cristologia, la mariologia, l’ecclesiologia pontificia, i sacramenti, i santi, gli angeli e tutto il soprannaturale, come scenario entro cui ambientare l’esistenziale umano della vocazione. Imprimere acriticamente il soprannaturale eroico sul bambino significa per me una violentazione che può compromettere il suo sviluppo intellettuale e umano per sempre. Note Cfr. L. L. Vallauri. Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo. Le Lettere, Firenze 2001, pp. 224-233. Cfr. «La portata filosofica della religione civile dei diritti dell’uomo», in AA.VV. Ontologia e fenomenologia del giuridico, Giappichelli, Torino 1995, pp. 195-211; «Diritti dell’uomo e diritto pleromatico», in Ragion pratica 18/2002, pp. 155-167. Cfr. Nera luce, cit., pp. 301-312, e ora il sito www.radio.rai.it (Meditare in Occidente. Corso di mistica laica, gennaio 2004). Cfr. Cristianesimo, secolarizzazione e diritto moderno. Giuffrè, Milano 1981. L. L. Vallauri. «Il luogo della fede» in Terre. Terra del Nulla, Terra degli uomini, Terra dell’Oltre. Vita e Pensiero, Milano 1989, pp. 489-515. Vedi anche Nera luce, cit., pp. 17-22 e 280-282 (sulla differenza tra i concetti di fede in modelli del tipo cattolico-romano e del tipo buddista asciutto). Cfr. «Modelli speculari di sessualità: libertinismo sadico, cattolicesimo», in Nera luce, cit., pp. 81-94; «Sessuofobia greca?», ibid., pp. 185-187. Questo passo e il seguente vengono da: «Dronero», in Nera luce, cit., p. 19. L’AUTORE Luigi Lombardi Vallauri (Roma 1936), è professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Firenze. È stato direttore dell’Istituto per la Documentazione Giuridica del CNR e presidente della Società Italiana di Filosofia Giuridica e Politica. Le sue ricerche più recenti coprono molti campi tematici: filosofia politica; bioetica e biodiritto; criteri ragionevoli della tutela giuridica; filosofia della mente e riduzionismo; filosofia della religione; la questione dell’apriori nelle discipline protologiche e cosmologiche e nelle scienze umane; le filosofie del diritto asiatiche; i concetti escatologici di giustizia, con particolare riguardo al cattolicesimo. È autore di numerose pubblicazioni.


lemond - 25/06/2009 alle 12:31

Per quei pochi che credono ancora che si può essere *cattolici veri*, come sostengono gli autori dell'articolo, senza essere "decerebrati" prego di leggere quanto segue e forse ... cambieranno idea :D :D :D Capovolgete Bordin a Radio Radicale e avrete padre Livio a Radio Maria . da Il Foglio del 24 giugno 2009, pag. 2 di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce "programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote, lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente. Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45. Se il maturo professionista ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato, se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico. Chi non avesse ancora un'idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere con decisione. Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava, a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d'ora: appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di "Stampa e regime", e se ne avrà la prova. Classe, professionalità e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le altre rassegne. Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria. Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si spiritualeggia. Il motivo di questa differenza è presto detto. Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi, a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale. A tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è governato da Berlusconi. Così si è formato un popolo Da una ventina d'anni, padre Livio ha scelto un'altra strada, quella che il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario, dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse anche Berlusconi, ma non per .partito preso. Padre Livio è un prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra. E questa, scusate se è poco, è già una notizia. Il direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l'aborto e si appresta a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà diritto filato all'eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo secondo l'ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà frutto. Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione, otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si sovrappongono. Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine. Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare la sua fede nel mondo argomentando e resistendo. E lo fa con un di più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti sacerdoti usciti un po' stortignaccoli da seminari che, magari, hanno le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando li devono mandare a nuotare in mare aperto. Un operato come quello di padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d'oggi lo chiama clericalismo e non capisce che è il suo esatto contrario. Non si troverà mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili. Sui tassi d'interesse, il pii, il ponte sullo Stretto di Messina, le beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori, di solito se ne astiene. Coloro che gli danno del clericale, invece, quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull'opinabile, massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo. Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di "maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva. E' difficile immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo. Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che, in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico. In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera della sua terra bergamasca: il randello. Mettetegli sotto il naso un editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché l'uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno. Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva Hegel, che la preghiera del mattino dell'uomo moderno sia la lettura del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali. In due parole, è cattolico.


lemond - 04/07/2009 alle 14:50

Da oggi in poi, scriverò quanto più mi "colpisce" dal libro del Sommo, sull'apofatismo Il volume in questione è "Nera Luce" di Luigi Lombardi Vallauri Forse niente consola più sicuramente del cielo: inondato di fulgore di sole, dolce-trapunto di vivide stelle o miti pianeti, delicatamente screziato, opulento e rigonfio, di roride nuvole. Ma oltre i coloramenti azzurrati dell'atmosfera terrestre, negli spazi tra gli astri puri c'è il grande, illimitato nero. Il nero cosmico, transcosmico. Non è un nero compatto, opaco. E' a suo modo un nero luce. Simile si presenta la scaturigine dei pensieri, la mente inesausta. Il suo colore è il nero luce. Il vuoto necessario è il nero luce. La mente originale è nera luce. La luce è invisibile In un mondo ubiquamente penetrato di luce, tutto fatto di enti trasparenti, nulla si vedrebbe. La luce rende visibili i corpi e i corpi rendono visibile la luce. Luce e corpi si occorrono. Anche i Dio, e i pensieri, sono corpi. I corpi non sono la luce.


lemond - 15/07/2009 alle 08:50

Adultera, peccatrice, salvo che. da Notizie radicali del 14 luglio di Renato Pierri Una lettrice, abbandonata dal marito e con un figlio adolescente, scrive sull'ultimo numero di "Tustyle": "Un sacerdote mi ha detto che, volendo accanto qualcuno, dovrei cercarlo vedovo o celibe. Sono ancora giovane e i miei coetanei sono per la maggior parte sposati o divorziati: dovrò aspettare che muoia qualche moglie per incontrare la mia metà?". Il sacerdote ha detto una pietosa bugia, o ha fatto una pietosa omissione. La Chiesa, infatti, considera il coniuge innocente abbandonato sempre vincolato al matrimonio, e quindi adultero qualora abbia una qualsiasi nuova relazione. Quindi la lettrice Alex, se trovasse un nuovo compagno vedovo o celibe, per non essere considerata peccatrice dalla Chiesa, dovrebbe "assumere l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi" (Familiaris consortio n. 84). La Chiesa basa la sua posizione sul Vangelo, dono del Signore, e non sulla ragione, pure dono del Signore. Poiché in questo caso c'è contrasto tra Vangelo e ragione, e Gesù non poteva essere irragionevole, significa che il suo discorso sulla indissolubilità del matrimonio (cf Mt 19) deve essere stato mal riferito dagli evangelisti o mal interpretato. Non è possibile, infatti, calpestare la ragione. P.S. Per un non credente c'è un'altra possibilità: Cristo non era il Figlio di Dio, e quindi probabilmente fece un discorso sbagliato.


lemond - 15/07/2009 alle 08:55

Al funerale ricordando Piergiorgio Welby - Lettera • da La Repubblica del 14 luglio 2009, pag. 26 di Susy Dan Sono stata ieri al funerale di una giovane donna, morta suicida. Era un funerale religioso. Non si sa se la defunta lo desiderasse, ma non posso non chiedermi perché, invece, a Piergiorgio Welby, che lo desiderava, esso sia stato negato. Evidentemente, chiedere di non essere costretti a vivere contro la propria volontà ed al prezzo di una sofferenza inumana, per la Chiesa cattolica è un peccato che meritava una punizione esemplare. L’ho trovata una decisione di inaudita crudeltà. (nota mia) Non so se a desiderare il funerale religioso fosse Piero oppure sua moglie.


lemond - 16/07/2009 alle 09:47

L.L.V (II) I parte "destruens" Se lo specifico cattolico, quello che lo distingue dagli altri cristianesimi, è il primato dottrinale del papa, e quindi anche l'insieme delle cose solennemente asserite, nei secoli, dal papa; questo specifico è oggi - anche per i "cattolici" - largamente inaccettabile; il papa si è dimostrato, nei secoli, assai più infallibile nell'errare che nell'azzeccarci ;). II parte "destruens-construens" - Dio, anima, religione Concetti sfuggenti, problematici, antinomici; e tuttavia non troppo facilmente liquidabili con un integrale scientismo. I termini che più caratterizzano questa parte sono "apofatismo" e "koan". L'esercizio strenuo della ragione sugli aspetti ultimi conduce all'indecidibile/irrappresentabile e dunque culmina in un nobile "silenzio informato" ;) Così strutturato il libro "Nera Luce" ha prevalentemente la natura di una disputa, per dovere di verità e per liberare il cammino dall'ingombro di tanto potere "spirituale" fasullo. Ma bisogna evitare di cadere nella trappola del pensiero discorsivo, prendendo le proposizioni vere come la cosa stessa da trovare. Quello che si deve cercare/trovare è il nostro emozionato/risveglio (anziché, come spesso accade, un risveglio/addormentato). Possa questa nostra disputa, coi i meriti ed i limiti di essa, propiziare l'evento del risveglio ;)


Greg Lemond - 17/07/2009 alle 12:07

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] L.L.V (II) I parte "destruens" Se lo specifico cattolico, quello che lo distingue dagli altri cristianesimi, è il primato dottrinale del papa, e quindi anche l'insieme delle cose solennemente asserite, nei secoli, dal papa; questo specifico è oggi - anche per i "cattolici" - largamente inaccettabile; il papa si è dimostrato, nei secoli, assai più infallibile nell'errare che nell'azzeccarci ;). [/quote] Sono cose dette molte volte, ma ritengo giusto precisare ancora che infallibile è diverso da impeccabile, per cui il papa è un uomo che pecca e purtroppo, soprattutto in passato certi papi hanno fatto anche gorssi peccati. L'infallibilità invece riguarda la dottrina di fede o morale (anche se per quanto riguarda la morale non esistono sostanzialmente atti infallibili di un pontefice)proclamata ex cathedra, per cui il papa con l'assistenza dello Spirito Santo e in comunione con la Chiesa (destinataria lei in primis dell'infallibilità) non sbaglia nell'insegnamento che dà. Di fatto l'infallibilità è stata usata una sola volta nella storia, nel 1950 per il dogma dell'assunzione della Beata Vergine Maria (qualcuno parla anche di altri insegnamenti all'interno di Evangelium Vitae, ma la cosa è dibattuta). Per cui dire che all'infallibilità del papa non si può credere perchè si è rivelata errata non è corretto, penso che la ragione su questo tema come su moltri altri la scopriremo solo nella vita futura, ma non possiamo dire che credere all'infallibilità del papa, come anche credere al magistero cattolico sia contrario alla ragione.


lemond - 17/07/2009 alle 12:21

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] Per cui dire che all'infallibilità del papa non si può credere perchè si è rivelata errata non è corretto, penso che la ragione su questo tema come su moltri altri la scopriremo solo nella vita futura, ma non possiamo dire che credere all'infallibilità del papa, come anche credere al magistero cattolico sia contrario alla ragione. [/quote] Grazie per la precisazione, però aspetta e vedrai (perché il libro l'ò già letto ;) ) che si può dire che credere al magistero cattolico e all'infallibilità del papa à contrario alla ragione. :cincin:


lemond - 17/07/2009 alle 13:53

Nera luce III Cattolicesimo - Se avvicini uno spillo ad un pallone gonfiato, lo spillo è piccolo, il pallone grande. :) La mia intelligenza mi dice che non credere è quasi più importante che credere. Per aver fede bisogna infatti non credere ad una quantità di cose. Come si può credere nel giusto finché si credono cose strambe ed assurde? Se vogliamo insegnare al popolo il giusto dobbiamo togliergli qualche credenza a cui è attaccato; ciò è forse crudele, ma per amore. Per me la verità è stata a lungo Dronero. Questo centro piemontese voleva dire indivisibilmente infanzia e cattolicesimo. Era Angelus il culminare del sole, rintocchi a morto il il cavo pomeriggio, offerta il frutto, sangue sacro il fermento dell'uva, corpo mistico il pane, gregge le case, bastone il campanile, liturgia il tempo. Il sesso era rinuncia e sacramento, la domenica comando sotto pena di morte eterna. Un universo consonante e completo quale l'universo cattolico che per me bambino ebbe volto e nome Dronero è stato, lungo i millenni di quasi tutte le umanità storiche, il totale orizzonte.


lemond - 18/07/2009 alle 15:18

Nera luce (IV) La mia valle d'infanzia era un Tibet cattolico dove ogni vetta altura casa torre pietra, bandiera di preghiera mulino di preghiera, muro affresco arazzo graffito gong rimbombo era di religione segnato, di religione permeato ed intriso. Mirabile potenza, cleri piegati sotto paura di Cielo! Mirabile capillare docilità di conformi popolazioni! A lungo la verità è rimasto Dronero. Era del tutto naturalmente impossibile opporre o anche solo distinguere ricerca critica e corroborazione della fede, meditazione e preghiera, eroismo e santità, progetto di vita e vocazione religiosa, curiosità sessuale e peccato, virilità cavalleresca e devozione mariana, indipendenza individuale e obbedienza al magistero, morte e resurrezione, destino e sorte eterna, giustizia ed escatologia, mistero dell'essere e Tu divino, storia e Provvidenza, amore e carità, in una circolarità tra umano e cattolico dove sempre il secondo interpretava autenticamente il primo. Tutto questo viene evocato perché si capisca da dove io discendo.


lemond - 19/07/2009 alle 14:08

Religioni versus spirito religioso Secondo me occorre partire dal chiedersi perché sempre meno persone frequentino le chiese? Credo che se abbandonano la pratica religiosa e la religione stessa è perché ne sentono l'inutilità e ciò può anche dipendere dal fatto che non riescono a conciliare l'immagine che hanno del mondo nella loro vita quotidiana e la versione caricaturale che ne dà invece la dogmatica ufficiale che, ormai dalla morte per cause misteriose di Giovanni Paolo I (Albino Luciani), predilige la supestizione alla verità. Ed invece a parere dei Credenti (ma non credini) è la verità che conduce a "dio" (le virgolette le aggiungo io) Il senso della vita (di fronte a "dio") si chiama rapporti con gli altri, che è un modo per nominare in senso dinamico il bene. Esso riguarda il senso ontologico della realtà e scoprire questo significa cogliere il senso della vita. Il pensiero greco, per esprimere questo concetto, ha coniato il "logos" e quando il Vangelo di Giovanni afferma nel suo "incipit" : "in principio era il logos" fa un'affermazione decisiva, sostiene cioè che il senso dell'essere è la relazione ed il massimo si raggiunge con l'amore. Nel celebre scritto del 1784 "Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo?" Kant afferma che "la minorità in materia religiosa è fra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante" (ti torna Sub?) e non merita rispetto e forse neppure tolleranza. In effetti la religione tocca profondità tali dell'essere umano che, se è sbagliata, diviene la catena più pesante (che farà sì che Kloden sia staccato in salita :D) e quindi va criticata e riformata. Ma se fosse giusta? L'uomo potrebbe percepire dentro di sé l'assolutezza dell'etica per esprimere la quale non può che esprimersi altrimenti se non con il concetto (parecchio astratto) di dio. Kant inoltre va al di là di quello che potrebbe chiamarsi ingenuo illuminismo e quindi fonda la morale sul sacro, non sul sacro religioso, ma su quello laico/razionale ove si comprende che esiste il principio fondamentale "fai il bene ed evita il male". Questo quindi è il senso della vita secondo I.K. ma non solo lui, perché è l'illuminazione di cui parla il buddismo, il satori dello zen e la metanioa del cristianesimo. Nessun dubbio che spesso invece le religioni, per controllare intiere popolazioni, si siano basate sulla paura della morte, costituendo così un colossale fenomeno di alienazione della bellezza della vita, ma non era questo l'annuncio di Gesù di Nazaret (o almeno quello che si trova talvolta riportato su di lui). Il livello della concezione del divino è rimasto, per le religioni ufficiali, a livello del medio evo ed il dramma degli occidentali è forse anche il non aver più una religione all'altezza delle esigenze del tempo moderno. In particolare il cattolicesimo romano è agli ultimi posti in questa speciale classifica (forse preceduto soltanto dall'Islam) e si può rammentare al riguardo che quando l'immigrazione italiana negli Stati Uniti raggiunse livelli molto elevati e si diffusero menifestazioni religio/superstiziose tipiche del mezzogiorno italiano: processioni, feste chiassose, gesti che assomigliavano al paganesimo, i cattolici irlandesi ne furono profondamente irritati e talvolta scandalizzati. :grr:


lemond - 20/07/2009 alle 09:47

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] Di fatto l'infallibilità è stata usata una sola volta nella storia, nel 1950 per il dogma dell'assunzione della Beata Vergine Maria (qualcuno parla anche di altri insegnamenti all'interno di Evangelium Vitae, ma la cosa è dibattuta). Per cui dire che all'infallibilità del papa non si può credere perchè si è rivelata errata non è corretto ... [/quote] In attesa di risponderti con le parole di L.L.V. volevo anticiparti alcune considerazioni sulla Madonna. Il dogma dell'assunzione, parla di anima e corpo. Perciò la ragione ci spinge a chiedere quale soma si trovi ora ad una distanza massima di poco più di 2000 anni luce dalla terra (gli astronomi potrebbero calcolare una serie circolare di punti):Od: Dico questo perché le immagini proposte di Maria (madre, e vergine ante e post partum) sono innumerevoli: Lourdes, Loreto, Fatima o Medjugorie? Il volto che salì al cielo, secondo Pio XII dovrebbe, secondo logica, essere quello di una donna matura e addoloratissima dai grandi dolori avuti in vita (perdita prematura del marito e di almeno un figlio). Ma nessun teologo o storico si è mai azzardato a proporci una ricostruzione plausibile dell'ebrea Maria ed allora dobbiamo restare con i nostri dubbi! Si deve aggiungere che la ragione ci spinge altresì a sostenere che la figura prodotta dal dogma ha la pretesa di ignorare addirittura il principio di "*non contraddizione* :Od: In lei si predica il suo essere insieme madre e vergine, sarebbe come parlare di una curva diritta o di un qualunque altro ossimoro :D. Eppure si continua a parlare di questo e con successo come il cuore della mariologia. Se a qualcuno sembra ragionevole, allora un evviva anche per i miracoli di padre Pio, di Milingo, Lourdes e chi più ne ha ...


Greg Lemond - 20/07/2009 alle 10:43

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] In attesa di risponderti con le parole di L.L.V. volevo anticiparti alcune considerazioni sulla Madonna. Il dogma dell'assunzione, parla di anima e corpo. Perciò la ragione ci spinge a chiedere quale soma si trovi ora ad una distanza massima di poco più di 2000 anni luce dalla terra (gli astronomi potrebbero calcolare una serie circolare di punti):Od: Dico questo perché le immagini proposte di Maria (madre, e vergine ante e post partum) sono innumerevoli: Lourdes, Loreto, Fatima o Medjugorie? Il volto che salì al cielo, secondo Pio XII dovrebbe, secondo logica, essere quello di una donna matura e addoloratissima dai grandi dolori avuti in vita (perdita prematura del marito e di almeno un figlio). Ma nessun teologo o storico si è mai azzardato a proporci una ricostruzione plausibile dell'ebrea Maria ed allora dobbiamo restare con i nostri dubbi! Si deve aggiungere che la ragione ci spinge altresì a sostenere che la figura prodotta dal dogma ha la pretesa di ignorare addirittura il principio di "*non contraddizione* :Od: In lei si predica il suo essere insieme madre e vergine, sarebbe come parlare di una curva diritta o di un qualunque altro ossimoro :D. Eppure si continua a parlare di questo e con successo come il cuore della mariologia. Se a qualcuno sembra ragionevole, allora un evviva anche per i miracoli di padre Pio, di Milingo, Lourdes e chi più ne ha ... [/quote] Parli di cose diverse: Assunzione e verginità di Maria, e poi le paragoni (mi sembra di cogliere per svalutarle) ai miracoli o presunti tali più vicini a noi. Le due cose non sono sullo stesso livello, le proposizioni su Maria fanno parte del depositum fidei, della fede cattolica, il resto no, sono elementi secondari e talvolta neppure riconosciuti dalla Chiesa, che a mio parere è prudente nel valutare i segni miracolosi che ancora oggi avvengono. Parlando di Assunzione poni una obbiezione molto antica; pensandola come una cosa fisica, chiedi dove sia adesso il corpo di Maria (la stessa obiezione la si potrebbe fare per il corpo Asceso di Gesù), ma il discorso non è da porsi in questa maniera, gli evangelisti e il magistero, hanno usato una immagine fisica (salire al cielo) per dire come Gesù e Maria siano presso Dio in anima e corpo ed essendo Dio non in cielo in senso spaziale, ma in cielo nel senso figurato di un luogo più in alto della terra (in una "dimesione diversa") se proprio volessimo pensare in modo fisico all'ascensione/assunzione dovremmo pensarle come una sparizione del corpo che ora è presso Dio. Per quanto riguarda la questione della verginità il discorso è più complesso, qua la cosa è fisica al 100% è frutto di un atto creatore del Padre che porta all'esistenza nel mondo il suo Figlio in modo diverso da ogni altro uomo, attraverso cioè un suo atto creatore specifico che fa si che Maria non perda la sua verginità (non conosco uomo...). Ma il discorso a riguardo è complesso perchè poi si deve parlare anche di in e post partum.


lemond - 20/07/2009 alle 10:51

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] Parli di cose diverse: Assunzione e verginità di Maria, e poi le paragoni (mi sembra di cogliere per svalutarle) ai miracoli o presunti tali più vicini a noi. Le due cose non sono sullo stesso livello, le proposizioni su Maria fanno parte del depositum fidei, della fede cattolica, il resto no, sono elementi secondari e talvolta neppure riconosciuti dalla Chiesa, che a mio parere è prudente nel valutare i segni miracolosi che ancora oggi avvengono. Parlando di Assunzione poni una obbiezione molto antica; pensandola come una cosa fisica, chiedi dove sia adesso il corpo di Maria (la stessa obiezione la si potrebbe fare per il corpo Asceso di Gesù), ma il discorso non è da porsi in questa maniera, gli evangelisti e il magistero, hanno usato una immagine fisica (salire al cielo) per dire come Gesù e Maria siano presso Dio in anima e corpo ed essendo Dio non in cielo in senso spaziale, ma in cielo nel senso figurato di un luogo più in alto della terra (in una "dimesione diversa") se proprio volessimo pensare in modo fisico all'ascensione/assunzione dovremmo pensarle come una sparizione del corpo che ora è presso Dio. Per quanto riguarda la questione della verginità il discorso è più complesso, qua la cosa è fisica al 100% è frutto di un atto creatore del Padre che porta all'esistenza nel mondo il suo Figlio in modo diverso da ogni altro uomo, attraverso cioè un suo atto creatore specifico che fa si che Maria non perda la sua verginità (non conosco uomo...). Ma il discorso a riguardo è complesso perchè poi si deve parlare anche di in e post partum. [/quote] Mi compiaccio della tua preparazione in materia, ma in questo caso mi sembra fuori tema fra noi, perché stavamo parlando se il cattolicesimo (in particolare l'infallibilità del papa "ex cathedra" fosse compatibile con la ragione). Assunzione e verginità mi sembra siano "dogmi di fede" imposti dal cattolicesimo ed io ti chiedo di rispondere sì/sì - no/no ti sembrano compatibili? P.S. Se volevano usare il senso figurato non facevano meglio a non parlarne proprio?


Greg Lemond - 20/07/2009 alle 11:13

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] Mi compiaccio della tua preparazione in materia, ma in questo caso mi sembra fuori tema fra noi, perché stavamo parlando se il cattolicesimo (in particolare l'infallibilità del papa "ex cathedra" fosse compatibile con la ragione). Assunzione e verginità mi sembra siano "dogmi di fede" imposti dal cattolicesimo ed io ti chiedo di rispondere sì/sì - no/no ti sembrano compatibili? P.S. Se volevano usare il senso figurato non facevano meglio a non parlarne proprio? [/quote] Rispondo al P.S., se il Magistero o il Vangelo avessero detto che Maria dopo essersi addormentata è passata in un altra dimensione fuori dal nostro spazio tempo, forse sarebbe stato più preciso, ma l'obbiettivo del Magistero è quello di dire la fede nel modo più comprensibile per la gente di quel tempo, dicendo che è ascesa al cielo tutti hanno capito, in futuro, quando questo modo di dire la presenza di Maria presso Dio sarà osoleto anche i termini per dire la cosa potranno cambiare (senza che il contenuto muti). Per il resto, sì, sono dogmi a cui si deve credere, ma non li vedo contrari alla ragione, li vedo piuttosto non dimostrabili, non essere dimostrabile è diverso da falso, se la fede fosse dimostrabile non sarebbe fede, ma conoscenza, se la fede fosse contro la ragione sarebbe contro l'uomo. La fede stà in un punto intermedio, è dono di Dio, sforzo dell'uomo, ha aspetti razionali e aspetti che vanno oltre la razionalità, un po' come l'amore...dimostrami scientificamente che una mamma ama il proprio figlio...non si può, eppure probabilmente sai per esperienza e per una serie di cose che metti assieme che è così. L'analogia è un po' tirata ma è per dire che ci sono cose nella vita che vanno oltre la ragione, senza per questo negarla.


lemond - 20/07/2009 alle 12:48

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] Per il resto, sì, sono dogmi a cui si deve credere, ma non li vedo contrari alla ragione, li vedo piuttosto non dimostrabili, non essere dimostrabile è diverso da falso, se la fede fosse dimostrabile non sarebbe fede, ma conoscenza, se la fede fosse contro la ragione sarebbe contro l'uomo. La fede stà in un punto intermedio, è dono di Dio, sforzo dell'uomo, ha aspetti razionali e aspetti che vanno oltre la razionalità, un po' come l'amore...dimostrami scientificamente che una mamma ama il proprio figlio...non si può, eppure probabilmente sai per esperienza e per una serie di cose che metti assieme che è così. L'analogia è un po' tirata ma è per dire che ci sono cose nella vita che vanno oltre la ragione, senza per questo negarla. [/quote] Il fatto che una mamma, di qualunque specie, ami e protegga i propri piccoli è stata ben dimostrata dall'antropologia e si chiama ricerca di mantenere i propri geni. Certi animali addirittura si suicidano per "metterli alla luce" nelle condizioni più favorevoli alla loro sopravvivenza. Per il resto occorrerebbe mettersi d'accordo sulle parole. Per me "ragione" è la facoltà che ha l'uomo ed anche alcuni animali, di pensare e giudicare con la propria testa, fino a conoscere quanto gli è possibile "lì e allora" del mondo. La "fede" è invece, come dice la parola, fiducia negli altri/altro. Ora se tu mi dici che Cunego è il miglior ciclista del mondo, solo la fede in te mi potrebbe soccorrere e l'empatia per il tuo "nick" mi potrebbe spingere anche a farlo, ma comunque si tratta sempre di qualcosa che la ragione può smentire in ogni momento in cui il nostro corre. :D. Se aggiungi invece che devo per forza crederlo come dogma, allora mi sembra che le cose si complichino e sento che la mia fede in te vacilla. ;) "Mutatis mutandis" ritornando al nostro discorso, se tutti i dogni sono contrari "hic et nunc" alla ricerca scientifica (se non vogliamo dire falsi) io per sillogismo posso dire che la fede nel dogma è contrario alla ragione. Poi è chiaro che chiunque può sbagliare, però sull'assunzione e sulla verginità credo che la Binetti e Buttiglione siano d'accordo con te e, secondo me, non lo meriti ;) :cincin:


Greg Lemond - 20/07/2009 alle 14:03

Ahahah grazie per dirmi che non mi merito una tale compagnia, non sono il massimo della simpatia, mi stuferei con loro. Comunque non condivido del tuo ragionamento il fatto che se una cosa non è dimostrabile dalla ragione allora è contro la ragione. Diverso è dire che Cunego è il più forte corridore (e da Cuneghista mi tocca ammetterlo), cosa dimostrabile dai fatti e diverso è dire che Maria non è ascesa al cielo, qua non ci sono fatti che ci dicono che ciò non sia accaduto, la mia fede mi permette di credere in questo la tua non fede ti fa dire che ciò non è vero, ma poi oltre ci possiamo spingere a fatica, mi potrai dire che non è possibile salire al cielo in corpo e anima e di farti vedere come sia possibile e allora io non potrò mostrartelo ma solo appellarmi ancora alla fede, che mi fa ritenere plausibile che quel Dio che ha creato il mondo, possa anche assumere in cielo una donna, ma qua c'è da fare il salto della fede e la ragione non lo può fare. Ma ammettendo l'onnipotenza di Dio anche la ragione mi permette di accettare che abbia potuto far ascendere a sè una persona.


lemond - 20/07/2009 alle 14:10

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] Ma ammettendo l'onnipotenza di Dio anche la ragione mi permette di accettare che abbia potuto far ascendere a sè una persona. [/quote] Certo se ammetti, come postulato, una cosa impossibile come l'omnipotenza allora puoi accettare benissimo tutto, a parte, forse, Cunego :Od: Perché anche all'onnipotenza divina ci dovrebbe essere un limite :cincin:


lemond - 20/07/2009 alle 15:04

Nera luce (V) Credo che non solo per me, ma per molto "Geist" europeo la genealogia sia verbum, vocatio, fides, intellectus. In principio, cioè nella mente bambina, sta il verbum religioso imposto: parola-famiglia, parrocchia, comunità. Questo verbum catechistico sistemico fa di essa una caverna platonica, sulle cui pareti sono proiettate le cose difficilmente resistibili e che a volte abiteranno il credente/credino/credulone (perché piccolo) anche in tutta la vita da adulto. :mad: . Molto spesso prima, di rado ora, questa mente resa religiosa, viene spinta verso la vocazione al sacerdozio, alla vita cioè consacrata al dono totale. Ho detto vocatio genera fides, non viceversa. E' infatti la vocazione che trasforma la credenza in fede: la credenza del credulo si appaga di proiezioni in caverna gestite dall'autorità, la fede del credente no, non si appaga: querit intellectum. Non può sopportare che sia illusionistico tutto ciò su cui ha scommesso la vita. In questo senso la certezza monopodica di Binetti e Buttiglione (ad es.) sono un quasi sicuro sintomo di tiepidezza di fede. La ricerca dell'intelleggibilità si fa, in alcuni, svilippo concettuale dei dogmi della fede: teologia; in altri difesa dei fondamenti della fede: apologetica. Io sono stato del secondo tipo: volevo sapere se Dio esisteva e se Gesù era risorto, saperlo davvero! Ma a questa certezza non sono arrivato; ed ho invece riconosciuto qualcosa che chiamo apofatismo ed un apofatico non sviluppa concettualmente dogmi, si ferma sulla soglia.


Greg Lemond - 20/07/2009 alle 19:10

[quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] Certo se ammetti, come postulato, una cosa impossibile come l'omnipotenza allora puoi accettare benissimo tutto, a parte, forse, Cunego :Od: Perché anche all'onnipotenza divina ci dovrebbe essere un limite :cincin: [/quote] Spiegami razionalmente perchè l'onnipotenza di Dio è impossibile, io non posso dimostrarla razionalmente, ma per quanto ne so non si può neppure fare il contrario.


lemond - 21/07/2009 alle 08:01

[quote][i]Originariamente inviato da Greg Lemond [/i] [quote][i]Originariamente inviato da lemond [/i] Certo se ammetti, come postulato, una cosa impossibile come l'omnipotenza allora puoi accettare benissimo tutto, a parte, forse, Cunego :Od: Perché anche all'onnipotenza divina ci dovrebbe essere un limite :cincin: [/quote] Spiegami razionalmente perchè l'onnipotenza di Dio è impossibile, io non posso dimostrarla razionalmente, ma per quanto ne so non si può neppure fare il contrario. [/quote] Perché, secondo me, si scontra con tutto ciò che la logica dell'uomo e della scienza ha costruito. Perché ad es. le leggi della fisica e della matematica (che molti appunto identificano con dio) non sono cambiabili e p greco ad es. non sarà mai un numero finito. Poi, se pensi che essa viene associata ad altri attributi divini, quali l'omniscienza, capirai che, sin da quando "ex nihil" creò il mondo, dio conosceva già anche la sua fine, compresa l'incarnazione del figlio, e quindi dopo non può più modificare alcunché e chi crede ai miracoli personali, come sostiene Baruch Spinoza, è un blasfemo, perché per lui operare in tal modo significherebbe rendere evidente una mutazione della volontà, ovvero ribaltare o, quanto meno sospendere, le leggi da lui stesso stabilite. Ma dico di più, anche un piccolo atteggiamento come il segno della croce, considerato come ricerca di benevolenza, un po' o parecchio scaramantica (dipende dall'animo del soggetto) è ... Insomma a me pare chiaro che nemmeno dio può giocare con i c.d. paradossi temporali (confronta Star Treck) :cincin:


lemond - 21/07/2009 alle 09:48

Nera luce (VI) Se l'apofatismo sui pensieri ultimi è, come ritengo, la verità del pensiero, si spiega bene che la fede "quaerit intellectum", ma purtroppo "non invenit". :mad: Sempre a proposito dell'apofatismo è essenziale comprendere che non ha niente che debba venire vissuto con animo riduttivo. Esso deve essere fondato sul realismo e sulla probità intellettuale ed è tale da suscitare meravigliamento ontologico e slancio etico e spirituale, molto di più di ogni fase religiosa-confessionale. Spero si capisca come questo libro sia "interno" ad un cattolicesimo preso sul serio, perché nessun esterno può essere così "incredulo" rispetto ai dogmi come un interno intenso. :). Alle mie origini non ritrovo un dualismo tra fede vissuta fino alla vocazione e incredulità. Era l'estrema realtà per la tua vita legata, all'estrema irrealtà per i tuoi sensi naturali che faceva risaltare l'incredibilità dell'oggetto di fede, ove incredibile non significava non reale, ma incredibile proprio perché reale, perché, pur contro ogni apparenza e senza alcuna afferrabile testimonianza di sé, è incondizionatamente creduto dalla tua propria emotività (un po', dico io il "credum quia absurdum" di Tertulliano). Vorrei che, a questo punto, qui sulla soglia, fosse affermato bene: le incredibilità del mio oggi sono ancora, nei contenuti, quelle stesse dei tempi di più intensa fede della mia vita, per cui immagino che se tornassi a credere, non contentandomi di emozioni, tornerei a trovarmi esposto su abissi di "incredulità" e l'intiero processo ricomincerebbe.


lemond - 23/07/2009 alle 12:46

Nera luce (VII) Post Dronero A poco a poco, in qualche punto, abruptamente, la verità è venuta perdendo i contorni antichi ed infatti il libro distingue due categorie di oggetti di fede: a) quelli che allora studiavo appassionatamente (Dio, Gesù esistito-risorto-Dio, l'immortalità) b) gli altri, ai quali tributavo solo un comformistico omaggio (investitura divina della gerarchia ecclesiastica, infallibilità del papa, peccato originale, morale sessuale, dogmi mariani, condanne degli eretici, necessità di appartenenza alla Chiesa cattolica per la salvezza, inferno eterno, sacramenti, liturgie, preghiere, indulgenze). Sulla prima categoria di oggetti, c'è stato il passaggio all'apofatismo, sulla seconda, quando sono giunto per motivi largamente occasionali, ad occuparmente, non poteva esistere altro che il completo smantellamento, che ritengo intellettualmente ed umanamente irreversibile e obbligatorio :D anche per i cattolici immaginari, quelli cioè decisi (es. mio VitoMancuso) o coatti (es. mio Buttiglione/Binetti) a persistere comunque nel sentirsi e proclamarsi cattolici. Nuova è la mia patria dell'anima, una nuova mia terra è venuta prendendo, giorno per giorno, quasi direi stato d'animo per stato d'animo, e cambiando consistenza e confini.


lemond - 25/07/2009 alle 09:10

Secondo me, non del tutto condivisibile, ma comunque interessante Ossimoro, contraddizioni e altri guai per l'ateo devoto . da "Il Foglio" di Angiolo Bandinelli Girello per wikipedia e mi imbatto nel termine "ateo". Sono due, apprendo, le forme in cui l'ateismo per lo più si presenta: una che nega l'esistenza stessa di una qualunque divinità o realtà trascendente l'uomo, sia in forme teiste che panteiste; ed una, più sfumata - l'agnosticismo - che raccoglie quanti sulla questione della esistenza/inesistenza di dio sospendono il giudizio perché, dicono, non c'è modo di risolvere il dilemma. Proprio gli atei sono convinti di sapere cosa sia la religione. Vengono, per lo più, da una cultura nata in fasce illuministe, per la quale la religione è un inganno, un imbroglio, una truffa, se non oppio dei popoli. "Primus in orbe deos fecit timor", scrivono Stazio e Petronio, forse sulla scia di Lucrezio, "fu la paura la prima nel mondo a creare gli dei". Pare che nel mondo vi sia una quantità di associazioni di atei, disinvolte e aggressive nella difesa delle proprie verità. Spesso, si fregiano della qualifica di "umanistiche", ritenendosi custodi ed interpreti dei più autentici valori dell'uomo e dell'umanità. Platone propose punizioni severissime, fino alla pena di morte, per gli atei. Deprecabile. Nel 1546 il tipografo e poeta Etienne Dolet vene torturato, strangolato e arso sul rogo a Parigi. Deplorevole. Più ci penso, però, più mi convinco che proprio gli atei sono i migliori propagandisti di dio. Dio è il loro vero, necessario interlocutore. Perché possano così efficacemente discuterne, polemizzare e lottarci contro, perfino odiarlo, è necessario che dio ci sia, esista in tutta la pienezza del termine. Affari loro. Attualmente il termine ha trovato una nuova declinazione grazie ai cosiddetti atei devoti, figure pubbliche che hanno avuto negli ultimi tempi un ruolo notevole nel dibattito culturale, politico e religioso, almeno nel nostro paese (non so se un qualche corrispondente si trovi anche altrove). Gli atei devoti sono accaniti avversari degli atei-atei, quelli che sono puramente e semplicemente atei. Degli atei devoti mi colpisce l'ossimoro della definizione. Una contrapposizione che cela un sottile connubio, mi pare. L'ateo devoto dice di essere, appunto, un ateo, un non credente in dio. Questo non credente, tuttavia, ritiene di dover restare devoto rispetto alle disposizioni di fede o semplicemente etiche emanate dall'autorità religiosa, considerando però tale esclusivamente quella cattolica. Credo infatti che l'ateo devoto sia figura che si può incontrare solo nell'ambito del cattolicesimo. Confesso di non amare la definizione, nella sua prima come nella seconda metà. Del termine "ateo" ho detto, il termine "devoto" mi lascia ancor più perplesso. La devozione è parte integrante dell'educazione religiosa. Da bambino, venivo esortato da mia madre a dire le "devozioni", cioè a pregare. L'espressione era bellissima, me ne è restato un dolce ricordo. Nella tradizione cattolica, la devozione viene consigliata come pratica di amore individuale nei confronti di Dio o di una figura religiosa - meglio se un santo - da esercitarsi però fuori della liturgia ecclesiale. Tipica forma di devozione cattolica è la recita del rosario. Ma la devozione è riconosciuta anche dal filosofo Hegel, che la pone tra i momenti costitutivi della"coscienza infelice" (seguo ancora wikipedia, in questa sede può bastare). La coscienza infelice è un concetto chiave della "Fenomenologia dello Spirito" perché, secondo Hegel, solo passando attraverso il suo dramma si giunge dialetticamente alla conciliazione e alla fusione tra il finito e l'infinito. La coscienza, infatti, raggiunge il suo stato di massima infelicità nel momento in cui, nella radicale distanza tra l'uomo e Dio, si presenta la separazione tra il mutevole e l'immutabile, tra la realtà sensibile e la realtà ultrasensibile. Le religioni, rappresentate nell'Occidente dall'Ebraismo e dal Cristianesimo medievale, non consentono però di soddisfare la pretesa di cogliere in una presenza particolare e sensibile un Assoluto che si dimostra irraggiungibile. Solo nel travaglio della "coscienza infelice" questo divario può essere colmato, attraverso tre momenti dialettici. Il primo è quello della devozione - appunto - nel quale il pensiero religioso è incapace di elevarsi a concetto; segue poi l'operare mondano nel quale la coscienza cerca di emergere attraverso il proprio affaccendarsi; infine, viene la mortificazione di sé, il momento nel quale l'io sperimenta la totale mistica ascetica in favore di dio. Dopo tanti giri, l'ossimoro ora si capovolge. L'ateo, come abbiamo visto, afferma e ha bisogno di dio, il devoto è solo figura di superficiale beghinismo, dedito a pratiche esteriori o a esperienze misticheggianti. Ma resto perplesso, questa rappresentazione è banale. Gli atei devoti sono troppo bravi. Forse, sono le definizioni di wikipedia ad essere insufficienti.


lemond - 25/07/2009 alle 09:50

Nera luce (VIII) Nello sviluppare i rilievi critici, non si dovrà comunque mai perdere di vista che il cristianesimo storico è stato, nel bene e nel male, il grande educatore dell'Occidente, in specie nella fase di secolarizzazione anche da parte di fedeli, capaci di precedere, a proprio rischio e pericolo il "magistero" nel recepimento in chiave laica/ista le idee e i princìpi del cristianesimo (confrontare la frase celebre di B. Croce: "Non possono non dirsi cristiani". Giustizia terrena Gran parte della dottrina sociale cattolica è stata elaborata non per iniziativa del magistero, ma sotto la spinta di istanze umanistiche esterne e strenuamente avversate dalla chiesa "docente". Il liberalismo, il socialismo, le teoria della sovranità democratica hanno subito i "fulmini" almeno fino a Piono IX. Non mi risultano, per secoli, condanne della guerra neppure nel caso di guerre dinastiche tra sovrani cattolici: non un re o ... è stato colpito da scomunica per aver causato la morte o la miseria di migliaia di uomini al solo scopo di ingrandire, contro altri cattolici, il prioprio regno o ... Il magistero ha mancato altresì di pronunciarsi energicamente sui misfatti della schiavismo, dell'imperialismo e del colonialismo, anche "cattolicissimi" :D ; non ha fatto uso dei propri immensi poteri spirituali per sradicare la pena di morte e la tortura giudiziaria; ha guardato con diffidenza o avversione il movimento per la parità famigliare, professionale, civile, ecclesiale della donna o quello per il riconoscimento dei diritti, o almeno interessi, degli esseri senzienti non umani. Insomma sembra quasi che l'assistenza della spirito santo sia consistita nel vincere la resistenza opposta dal cattolicesimo ufficiale alle buone idee inseminate dalla stesso spirito nella mente dei "gentili", dei non cattolici o dei cattolici non-docenti :D. Il vero sconfitto non è tanto il principio ideale del cristianesimo, quanto l'assunto dogmatico di una rigorosa coerenza teorica e di una funzione di guida morale da riconoscersi in ogni tempo al magistero cattolico ufficiale. Chi volesse presentare trionfalisticamente l'attuale dottrina sociale della chiesa non può farlo senza un giudizio molto severo su quella dei secoli anteriori e quindi anche sull'autorità del magistero gerarchico. :Od:


lemond - 26/07/2009 alle 14:47

Ricevo ed inoltro "absit iniuria verbis" Lo stregone di Assisi. Il libro che non trova un editore Andrea Armati è un giovane studioso umbro che ha scritto un libro dal titolo "Lo stregone di Assisi. Il volto segreto di San Francesco", in cui, attraverso un approccio storiografico serio e meticoloso, smonta pezzo per pezzo la presunta "santità" del poverello assisate. Come e perché uno sciamano impostore e populista del 1100 che non era affatto pacifista (in quanto convinto crociato), che non era per nulla animalista (in quanto uccideva gli animali) e il cui pauperismo era né più e né meno quello in voga all'epoca è potuto diventare un simbolo di tutte queste cose, nonchè della cristianità? Le ragioni sono di ordine prettamente politico, di opportunismo ecclesiastico. Ma il problema è che il libro in questione non riesce a trovare una casa editrice con una distribuzione a livello nazionale, e la sua attuale pubblicazione è affidata all'autoproduzione. http://lostregonediassisi.blogspot.com/


lemond - 26/07/2009 alle 16:31

Nera luce (IX) C'è da chiedersi, inoltre, se la dottrina sociale cattolica progredita sia specificatamente cattolica o non sia semplicemente confluita nella, o derivata dalla, koiné degli uomini di buona volontà aderenti alla religione civile dei diritti dell'uomo. Entro questa Koiné gli specifici punti cattolici sembrano essere quelli della restrizione sessuale, della almeno possibilità (se non obbligatorietà esclusiva) del matrimonio indissolubile, della tutela dell'embrione umano in utero e in vitro, del divieto di eutanasia e di suicidio, della diffidenza verso le misure limitative dello sviluppo demografico. Ma nelle grandi linee i princìpi laico-umanistici sono la matrice del tutto ed anche le tesi mitigate (nel senso di non marxiste) della teologia della liberazione e la sempre più netta opzione per i poveri non sono in realtà che applicazioni dei diritti dell'uomo ai casi del povero, della donna, dei popoli o delle culture colonizzati o subalternizzati; applicazioni rese forse più creative dal senso di colpa o dall'impeto plemico maturato nei teologi attraverso la considerazione che per non pochi tratti è stato, in merito a quegli stessi problemi, di teologia dell'oppressione :Od:


lemond - 27/07/2009 alle 15:45

Giustizia divina In questa parte chiamerò *diceologia* (da dike=giustizia) la dottrina delle giustificazioni dell'uomo davanti a dio e della sua remunerazione, riservando invece il termine *teodicea* alla dottrina della giusticazione di dio davanti all'uomo, principalmente riguardo alla compatibilità fra gli attributi divini (bontà, onnipotenza, omniscienza) e la presenza del male e del dolore nel mondo da lui creato. Più complesso è definire il cattolicesimo, ma con buona approssimazione si può considerarlo poggiante su due grandi "piloni". Il primo pilastro stabilisce la struttura ontologica di Cristo, vero uomo e vero Dio; il secondo mette in evidenza la sua funzione di redentore, salvatore. Il dogma cattolico-romano è insomma una teoria struttural-funzionalista di Cristo. Il primo punto si ritrova nei mitici quattro Concili ecumenici antichi: Nicea (325), Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451). Il secondo è dato dal lunghissimo Concilio di Trento (1545-1563). In ultima analisi, visto che il Concilio di Trento ha recepito anche quanto era stato sancito nei quattro concili precedenti in maniera solo più sistematica, si può sostenere, almeno in rapporto a quanto l'à preceduto che il cattolicesimo si identifica con Trento. Ma anche in rapporto a quanto segue la centralità, per non dire la definitività, di Trento si conferma. Nei suoi diciassette secoli di vita (da Costantino ad oggi) il cattolicesimo ha vissuto due crisi veramente cruciali: il protestantesimo e, molto più incisivo, il modernismo. Il cattolicesimo romano si può ben dividere in due insiemi o sistemi: quello formato da tutta la storia della chiesa, eccettuato il Vaticano II ed appunto il Vaticano II. In questo libro sarà considerato esclusivamente il primo, perché enormemente più longevo, consolidato, preciso e specificatamente cattolico; il Vaticano II e la teologia che lo circonda sono ancora suscettibili di interpretazioni talmente diverse e sembrano poter consentire tali concessioni ai vari tipi di ecumenismo e di modernizzazione (se non addirittura di modernismo) da non offrire più un oggetto "cattolicesimo" sufficientemente affidabile e profilato. Ad evitare equivoci mi propongo di esporre quella che è stata "sempre" (418-1905) la concezione della giustizia divina solennemente proclamata dal magistero cattolico ufficiale. Quindi in particolare trascurerò: a) la scrittura (antico e nuovo testamento) b) i teologi privati c) il concilio Vaticano II Un'ultima avvertenza: molto quello che vale per la "species" cattolicesimo, vale anche per il "genus" cristiano. Alcune confessioni protestanti avranno meno difficoltà con i sacramenti o con le indulgenze, ma il peccato originale, la perdizione eterna dell'umanità caduta, la redenzione per opera di Cristo, la necessità della fede per la salvezza, l'escatologia *tragica* con l'inferno è comune. Prima di esporre il modello, segnalo un pardosso: il cattolicesimo ha recepito il principio che la responsabilità morale e giuridico-penale è personale, mentre questo principio è macroscopicamente violato dal dogma del peccato originale. Insomma la razionalità ammessa dalla chiesa nella sua teoria generale della giustizia è smentitat dalla chiesa stessa nella teoria della giustizia divina! :grr:


lemond - 28/07/2009 alle 17:25

Nera luce (XI) Scandali diceologici del peccato originale 1 - Dogma: Adamo per il suo peccato perde la santita e la giustizia davanti a dio, viene assoggettato alla fatica, alla miseria, alla vunerabilità, alla mortalità. Dio lo priva per sempre della felicità e della sua intimità. Dubbi: a) meritava Adamo una pena terrena così grave? b) era giusto condannarlo senza appello? è' morale un provvedimento afflittivo, e in genere un atteggiamento che esclude la possibilità della riconciliazione? 2 - Dogma: Adamo diviene "massa perditionis", cade sotto il potere del diavolo, è condannato alla morte eterna Dubbi: è giusta, sotto il profilo retributivo e di commisurazione della pena, una misura di questa gravità estrema? 3 - Dogma: la stessa pena si trasmette a tutti i suoi discendenti, all'umanità come tale. Dubbi: è conforme ai princìpi generali del diritto ed alla giustizia una responsabilità penale non personale? ereditaria? è giusto essere puniti per fatto altrui? essere puniti collettivamente, come natura umana e genere umano? 4 - Dogma: in particolare, vengono condannati alla "morte eterna" anche i bambini e i concepiti non giunti a nascere; hanno tuttavia solo la pena del "danno" (l'esclusione della visione di dio), non anche quella del "fuoco". Questa pena è comminata in base ad un'esigenza stretta di giustizia. Dubbi: quelli del punto 3, aggravati 5 - Dogma. Va ribadito che non si tramette solo la pena, ma anche il peccato; il quale è proprio di ciascuno, "unicuique proprium", anche se non personale, e non è solo una condizione di concupiscenza o inclinazione al male (la quale impropriamente viene a volte chiamata "peccato"), ma è vero e proprio peccato, reato "di colpa", non di "pena" soltanto, che dio deve punire per esigenza di giustizia. Dubbi: in che senso il peccato ereditario, comune a tutti è proprio di ciascuno? come può essere vero e proprio peccato/colpa/reato un non atto? come può essere imputabile? non è delirante incolpare l'intiero genere umano? far nascere un'intera stirpe di "peccatori? congeniti? cosa significa un neonato peccatore? un feto peccatore? :Od: Far discendere il male del mondo e dell'uomo dal peccato esalta, si pretende, la libertà dell'uomo, ma sembra vero piuttosto il contrario. Tutti gli uomini eccetto Adamo (ed Eva che viene trascurata per ragioni di maschilismo :D ) sono affetti da una colpa eriditaria che merita l'inferno: questa sarebbe la giustizia e la bontà di dio! E' vero che dio prevedeva fin dall'inizio la redenzione in Cristo, ma è anche vero che occorre redenzione se c'è colpa, viene donata salvezza se c'è perdizione, ma queste (colpa e perdizione) sono un assurdo proprio in termini di libertà e di responsabilità, di giustizia e di bontà. Senza contare che la redenzione in Cristo è stata concessa dal magistero ai soli battezzati, con esclusione quindi della maggior parte dell'umanità. Cristo si è dimostrato così molto meno potente nel bene di quanto lo sia stato Adamo nel male. Gli uomini (in omaggio alla loro libertà) vengono sballottati da Adamo a Cristo, la maggior parte di loro senza nemmeno saperlo, ritrovandosi affetti dalla colpa del primo, senza poter approfittare della grazia del secondo.:grr:


lemond - 29/07/2009 alle 16:01

Nera luce (XII) 6 - Dogma: il peccato originale si trasmette non per imitazione, ma per propagazione o generazione, attraverso il seme di Adamo. Non può trasmettersi attraveso l'anima, perché questa non viene generata biologicamente, come l'anima degli animali, ma essendo spirituale viene creta "ex nihilo" direttamente da dio. Quindi il peccato originale si trasmette attraverso il corpo. Dubbi: come può trasmettersi geneticamente un peccato in senso puramente morale? in quale parte del genoma viene codificato? Ma poi c'è qualcuno che crede davvero che sia esistita la coppia di capostipiti. Adamo ed Eva? Se si risponde in senso negativo o altamente dubitativo, come sembra necessario alla luce di un'ermeneutica non ingenuamente fondamentalista di Genesi, diviene improponibile o altamente problematica l'idea della trasmissione di qualsiasi cosa (e non solo del peccato) attraverso il seme di Adamo: per poter trasmettere è infatti preliminare esistere :Od: [b]Scandali della redenzione estrinseca (cioè da fuori) e della giustificazione per fede [/b] 1 - Dogma: l'uomo non può salvarsi né mediante l'osservazione della legge naturale, né tramite l'osservanza della legge mosaica, ma solo grazie ai meriti di Cristo. Dubbi: non è chiaro, in generale, cosa significa che alcuni peccati vengono "rimessi" altri "perdonati" o ancora "assolti". Sembra piuttosto che l'alternativa sia una soltanto: c'è conversione del peccatore, che ripudia il male e si orienta al bene e allora il Giudice semplicemente accerta il mutamento morale avvenuto, oppure la conversione non c'è e allora la verità vieta che si possa dichiarare non peccatore il peccatore. Una remissione o assoluzione dall'esterno, che avesse efficacia costitutiva, violerebbe la libertà umana e quindi il principio fondamentale dell'etica e della giustizia. E' un caso di miracolo impossibile! E' conforme a giustizia che si sia giustificati per i meriti di un altro? E cosa significa che l'innocente espia per il colpevole? Cosa si penserebbe di un codice penale che prevedesse il ricorso esclusivo a volontari incensurati per scontare la pena inflitta ad altri? :Od: E' giusto che non bastino né la legge naturale, ne quella mosaica? Perché allora dio avrebbe emanato l'una e l'altra? Che rapporti ci sono tra meriti personali e grazia ottenuta per "Christum"? La grazia non rende irrilevanti i meriti e viceversa? Che vuol dire che giustifica/salva la fede in Cristo? Cominciamo dalla tesi per "solo fides". Se la fede non è un merito morale è giusto che salvi? E se invece è un merito, o è anche un merito, perché salva la fede e non salvano i meriti morali, per esempio le virtù le virtù dei filosofi o degli uomini onesti non cristiani? Passando alla tesi che la fede senza le opere è morta, così come, d'altra parte, le opere senza la fede, che aggiunge esattamente la fede in Cristo allae opere? Perché non bastano le opere dell'amore verso dio e verso il prossimo? Se la fede è necessaria alla salvezza, dio può o esigerla come una prestazione o donarla. Non sembra facile trovare giusto che il non beneficiario di un dono sia punito o (pre)destinato alla perdizione. [b]O dono della fede o perdizione, a prescindere dalle opere: una diceologia davvero impressionante :D [/b] Quanto detto di Cristo come redentore vale, "mutatis mutandis" di Maria corredentrice del genere umano e dei santi. [b] [/b]


lemond - 30/07/2009 alle 17:18

Nera Luce (XIII) [b]Scandali della ecclesiologia[/b] Dogma: l'appartenenza alla Chiesa come società fondata da Cristo, gerarchica sotto l'ordine sacerdotale e monarchica sotto il successore di Pietro, è necessaria a tutti gli uomini per la salvezza. Fuori dalla chiesa cattolica non c'è salvezza, né redenzione dai peccati: pagani, ebrei, eretici e scismatici sono quindi esclusi dalla salvezza e dalla remissione dei peccati. Dubbi: E' giusto/etico l' "extra ecclesia nulla salus"? Non dovrebbe giustificare la coscienza retta? Anche supposto che l'obbedienza al clero ed al papa sia frutto di scelta coscienziosa è giusto/etico che simile obbedienza sia più salvifica di un'altra egualmente coscienziosa? [b]I sacramenti della giustificazione (in generale)[/b] Dogma: i sette sacramenti della nuova legge conferiscono efficacemente la grazia "ex opere operato" e sono necessari per la salvezza. Dubbi: è giusto/etico che la giusticazione passi per i riti sacramentali? E che questi abbiano efficacia al di là delle disposizioni soggettive degli operanti? Cosa aggiungono a queste disposizioni, ma soprattutto come possono supplirle, se mancano? [b]Battesimo[/b] Dogma: da effettuare solo con acqua naturale è strettamente necessario per l'accesso allo stato di grazia ed alla salvezza. I bambini che muoiono non battezzati, non avendo meritato di essere coeredi di Cristo, appartengono al diavolo e sono esclusi non solo dal regno dei cieli, ma anche da ogni altro luogo di beatitudine. Lo stesso vale per gli adulti irresponsabili ("amentes") o che (per difficile ipotesi) non abbiano compiuto alcun peccato mortale personale. Dubbi: può giustificare qualcosa che sia diverso da un atto della volontà del cuore? E' giusto/etico che non ci siano alternative? Cosa aggiungono agli effetti della conversione del cuore la formula e l'acqua battesimale? In particolare, perché occorre obbligatoriamente l'acqua, in modo che, né la formula da sola, né con un altro liquido si ottiene la salvezza? E' giusto etico, se il peccato originale è vera colpa, che il battesimo giustifichi coloro che non possono emettere un atto cosciente di conversione? In sostanza si possono rimettere i peccati a chi non si pente? [b] [/b]


lemond - 05/08/2009 alle 09:24

Il quotidiano online Affaritaliani intervista Paola Binetti a proposito della pillola abortiva («RU486/ Paola Binetti ad Affari: “L’aborto torna alla clandestinità”», 31 luglio 2009): “Non ne farei una questione di scomunica: non è il modo che cambia la sostanza e l’aborto è sempre sbagliato per un cattolico – spiega la senatrice – Qui invece si sta andando verso l’aborto fai da te, l’aborto bricolage, che restituisce le donne alla loro solitudine”. [b]Questo della «solitudine» delle donne è un argomento molto gettonato dagli avversari della RU-486. Con l’aborto farmacologico l’espulsione dell’embrione può avvenire dopo che la donna è uscita dall’ospedale dove le è stata somministrata la pillola; ebbene, per i prolifers, in qualsiasi luogo ciò avvenga la donna vi si troverà sempre sola. Mariti, compagni, genitori, fratelli e/o sorelle, amiche, vicine di casa, passanti premurose: per qualche misterioso fenomeno la donna che ricorre alla RU non può contare su nessuno di costoro, mai. Forse sarà il senso di colpa inconsapevole – abortire, e per giunta con una pillola simile a una caramella! – che la spinge a ficcarsi in un buco sperduto ad espiare in solitudine; forse sarà la punizione divina che rende il paesaggio circostante identico a una città appena colpita dalla bomba al neutrone; il risultato comunque è quello. Vuoi mettere invece la festosa compagnia che ti tocca con l’aborto chirurgico? L’infermiere che ti fa accomodare sul lettino, l’anestesista che ti chiede di contare alla rovescia... Forse riesci persino a vedere il chirurgo che ti opererà; e, se sei fortunata, arriva anche la polizia. Tutta un’altra cosa, decisamente.[/b] Il problema principale delle commercializzazione della Ru486? “Si sta riportando l’aborto a una condizione di clandestinità, non legale, ma psicologica, sociale... che riconsegna le donne alla solitudine. La casa farmaceutica che produce questa pillola punta alla vendita diretta nelle farmacie”. [b]Certo sarebbe bello che la Binetti offrisse qualche prova di quest’ultima asserzione, così recisa: chessò, un memorandum interno della Exelgyn, una dichiarazione intercettata dei suoi manager, un dossier confidenziale prontamente divulgato da qualche sottosegretario... Senza queste pezze d’appoggio qualcuno potrebbe altrimenti essere indotto a pensare che si tratti di una illazione tendenziosa e del tutto campata in aria: il che sarebbe gravemente ingeneroso verso l’onorevole Binetti, ma purtroppo – si sa – la gente tende a pensare male.[/b] “Inoltre – conclude – questo tipo di somministrazione prevede che debba avvenire entro la settima settimana, termine al di sotto di quello previsto dalla 194. Se però questo termine viene superato si rende necessario un raschiamento e un intervento chirurgico successivo. Insomma, stiamo uscendo da una situazione in cui l’aborto chirurgico è diventato una sorta di aborto sicuro per entrare in un’altra condizione, quella dell’aborto chimico in cui la sicurezza sembra diventata un optional”. [b]Temo di non riuscire bene a seguire il pensiero della Binetti, qui. Sette settimane, cioè 49 giorni, rientrano nel limite di 90 giorni per l’aborto non terapeutico previsto dalla legge 194, sì; ma non capisco in che modo questo sia significativo. Il peggio però viene subito dopo: perché mai passate le sette settimane una donna dovrebbe essere sottoposta a un raschiamento (e a un innominato «intervento chirurgico successivo»)? Se il termine per l’aborto farmacologico è passato la donna verrà sottoposta semplicemente a un comune aborto per aspirazione (il metodo chirurgico più indicato entro il primo trimestre di gestazione). Sembrerebbe che la Binetti abbia fatto confusione con ciò che succede quando l’aborto farmacologico fallisce, cioè quando l’embrione rimane in tutto o in parte nell’utero: è in questo caso che si rende necessario il raschiamento (e basta; può anche andare bene una semplice aspirazione). Ma immagino che qui la Binetti sia stata male interpretata da chi la stava intervistando. Altrimenti dovremmo concluderne che l’onorevole non sappia di che cosa sta parlando; e questo, ne converrete, è assolutamente impossibile...[/b] ************************************************************** Niente e' piu' bello dell'ascoltare un cretino che tace (Helmut Qualtinger) ************************************************************** [b] [/b]


lemond - 06/08/2009 alle 13:56

Nera luce (XIV) [b]I sacramenti della giustificazione. Penitenza [/b] Dogma: per chi abbia peccato dopo il battesimo è, per diritto divino, strettamente necessario alla giustificazione il sacramento della penitenza, che consiste: a) nel pentimento sincero, b) nella confessione orale di tutti i singoli peccati mortali a un sacerdote, c) nella formula giudiziale del sacerdote che assolve solennemente, d) in una sodisfazione o riparazione. Dubbi Come per il battesimo, sembra giusto e fondamentale che ci sia la conversione del cuore, più che il sacramento, perché quest'ultimo serve solo se c'è la prima. E desta scandalo che non ci sia salvezza senza confessione ad un sacerdote! In più, qualche problema specifico: E' giusto che non basti la contrizione naturale, ma occorra anche quella soprannaturale? Come funziona esattamente il congegno per cui il pentimento non vero, cioè non fondato sull'amore, ma sulla paura, che di per sé non giustifica, diventi invece perfetto se addizionato al sacramento? Cosa aggiunge al merito morale "l'opus operatum" oggettivo di un sacerdote? In cosa è diverso da un laico o da una comunità? Cosa esattamente mancherebbe a colui che sinceramente pentito, ottenesse l'assoluzione da un programma informatico messo a punto dai migliori moralisti cattolici con risposte ad un livello teologico e pastorale molto più alto di quello del confessore medio? Che senso ha, ancora una volta, che i peccati vengano "assolti" o "rimessi" da un'istanza esterna, quale che essa sia? [b] [/b]


lemond - 07/08/2009 alle 14:24

Nera luce (XV) [b]I sacramenti della giustificazione. Estrema unzione [/b] Dogma: per chi si trovi (incapace di confessarsi) in grave, imminente pericolo di vita, può aversi remissione dei peccati mediante questo sacramento, che consiste: a) nell'unzione delle parti principali del corpo del malato da parte di un sacerdote con olio di oliva benedetto da un vescovo (non da un semplice sacerdote) b) nella pronuncia di formule assolutorie Dubbi Come per il battesimo e la penitenza sembra che sia giusto/etico che se c'è conversione ... altrimenti ... Poi, perché solo olio d'oliva? E perché solo se benedetto da un vescovo? Cosa fa dio se l'olio è benedetto da un non vescovo e perché il sacramento funziona solo se amministrato da un sacerdote? Se amministrata ad un malato incapace, l'e.u. sembra diceologicamente forse ancora più scandalosa del battesimo dei bambini, anche se per ragioni opposte! Là veniva distrutto un peccato mortale che il peccatore non aveva commesso :grr:, qui vengono rimessi i peccati (anche mortali) che il peccatore ha invece commesso e non li sconfessa. :D


lemond - 09/08/2009 alle 09:55

Una relazione divertente così, credo non l'abbia mai ascoltata nessuno. Luigi è il più grande in assoluto. Dal file sotto, andate a cercare la relazione sua e godete :);). http://www.radioradicale.it/scheda/208166/laicita-e-religioni-nellunione-europea-le-emergenze-francia-italia-spagna


lemond - 09/08/2009 alle 10:17

Nera luce (XVI) [b]Scandali diceologici delle indulgenze [/b] Dogma: le indulgenze sono remissioni della pena temporale (ossia da scontare nella vita terrena o in purgatorio) dovuta alla divina giustizia per i peccati attuali (cioè ad esclusione del peccato originale). Il meccanismo è: tolta la colpa mediante un sacramento della giustificazione, viene anche tolta la pena mediante l'indulgenza. Le indulgenze sono concesse attingendo al "tesoro della chiesa". Le chiavi di questo tesoro appartengono al papa e (con certi limiti) ai vescovi. Le indulgenze possono essere "versate sui conti correnti diceologici" dei vivi e dei defunti. Dubbi: con la dottrine delle i. si raggiunge il punto più alto di attribuzione di meriti totalmente altrui; sembra strano che una volta tolta la colpa, sia ancora dovuta una pena; o le opere richieste per concedere l'indulgenza (visite a santuari, elargizioni di denaro) sono in sé meritorie e allora non occorre concedere indulgenza, oppure ... c'è sicuramente una parte di vero nell'opinione di Michele de Molinos (peraltro condannata!) secondo cui sodisfare la giustizia divina con opere meritorie dettate dall'amore è più gradito a dio che avvalersi delle indulgenze. [b] [/b]


lemond - 12/08/2009 alle 14:01

Nazismo nichilismo e l'errore di Ratzinger di Adriano Sofri in "la Repubblica" dell'11 agosto 2009 Vorrei provare a descrivere lo sconcerto col quale ho letto le parole pronunciate da Benedetto XVI domenica nell'Angelus da Castelgandolfo. Mi ha fatto sobbalzare la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo: «I lager nazisti, simboli estremi del male, come il nichilismo contemporaneo...». Io non sono filosofo, e tanto meno teologo, ma l'uso ordinario e non specialistico che si fa, e il Papa stesso fa, di termini come nichilismo, autorizza chiunque a pensarci e replicare. Che «il nichilismo contemporaneo» costituisca una unica e organica categoria, mi sembra una convinzione avventata. Che all'ingrosso questa categoria vada assimilata al nazismo mi sembra un'enormità, che lungi dall'indicare e svelare il male nichilista riduce e offusca l'orrore nazista. Nazismo -il nazismo arrivato in fondo alla sua strada, il nazismo che ha compiuto l'opera di Auschwitz, che è quello evocato dal Papa- è un nome che merita di essere maneggiato con attenzione, se non altro perché nominarlo dovrebbe bastare a combatterlo con ogni mezzo. Con ogni mezzo, e non solo con l'amore. «Solo con l'amore», si potrà obiettare, è un'espressione mediocre, che vuole a sua volta ridurre la forza sublime dell'amore. E tuttavia si può e si deve dire, che «solo l'amore» non avrebbe potuto prevenire e arrestare e castigare Auschwitz. Nel linguaggio ordinario di cui dicevo, nichilismo e relativismo e individualismo sono diventati sinonimi e disinvoltamente sciorinati, da soli o in serie. Viene così accantonata la distinzione, che pure si trovò nelle parole del Papa come in quelle di chiunque tenga testa a posto e piedi per terra, con una misura di relatività che è indispensabile all'intelligenza delle cose (Ratzinger impiegò la formula paradossale di «assolutismo relativista») -e una misura di individualismo che è indispensabile alla libertà. Abbiamo dovuto ricordare in questi giorni Giovanni Jervis, oppositore di una vita delle esuberanze dogmatiche e volontariste (in particolare dell' «antipsichiatria», e della stessa fase più «antipsichiatrica» del suo amico Basaglia), e autore nel 2005 di un libro esplicitamente intitolato «Contro il relativismo». Non occorrerà segnalare la differenza fra Jervis e Ratzinger. Il più strenuo avversario delle avventure antirealiste e soggettiviste della cultura del Novecento fu Sebastiano Timpanaro, assertore rigoroso del materialismo ateo e leopardiano. Il Papa ribadisce la sua convinzione che l'umanesimo «ateo» (che peraltro sembra far concidere con l'umanesimo «non cristiano») sia inevitabilmente destinato all'arbitrio, all'autopromozione dell'uomo a Dio -e in fin dei conti, in un corto circuito che è il suo, al nazismo (o allo stalinismo, e insomma allo sterminio e al suicidio dell'umanità). Convinzione decisamente forte e, a volerne prendere in parola le conseguenze, tale da inibire la sopravvivenza della società umana fin nei suoi più elementari rapporti quotidiani: quelli fra me e te, per intenderci. Si può confidare nella libertà personale senza trasformarla in arbitrio e senza innalzarsi all'onnipotenza di un Dio onnipotente, si può vivere in società sforzandosi di amare il prossimo senza violare la misura, si può riconoscere la tracotanza, la hybris, senza fare di Dio o degli dèi i titolari offesi della legge. La storia, dite, ha mostrato a quali infamie e quali orrori possa condurre l' «umanesimo ateo»? Certo: come ha mostrato a quali abbia potuto condurre il fanatismo della fede, il mettere Dio alla propria testa, e anche il Dio cristiano. La Chiesa cattolica non ha il monopolio della conoscenza (e tanto meno della pratica) del bene, così come non ne è esclusa. La strada è difficile, per ciascuno. La fede religiosa non può essere una compagnia di assicurazioni, né pubblica né privata. Ancora nel breve indirizzo di Castelgandolfo, il Papa ha detto dell'antitesi fra umanesimo ateo e umanesimo cristiano, che «attraversa tutta la storia». La limitazione a quei due «umanesimi» non può significare un'ignoranza o una dimenticanza di tanti altri modi di pensare e sentire ed esistere: umanesimi panteisti o pagani, buddhisti o ebraici, musulmani o agnostici. Sarebbe troppo grossa. E del resto il discorso papale era riferito ai santi e al loro esempio, e in particolare al loro esempio di martiri, e dunque ha messo al centro le figure di Teresa Benedetta della Croce, il nome cristiano dell'ebrea convertita Edith Stein, e di padre Massimiliano Kolbe. Per un non credente -io, per fare l'esempio più a portata di mano- Edith Stein e padre Kolbe sono figure meravigliose, proprio come altre, di ebrei ed ebree non convertiti, e di altre persone, magari non credenti, e magari atei, che vissero e morirono ad Auschwitz, e non furono solo vittime, furono testimoni dell'umanità calpestata. °°°°°°°°°°°°°° Riccardo Di Segni: " Ma non riconosce le colpe dei tedeschi " Diversamente da quanto ha dichiarato Benedetto XVI ( " campo della morte di Auschwitz, dove così tanti ebrei furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un'ideologia di antisemitismo e odio "), noi riteniamo che la follia omicida e antisemita del Terzo Reich non si possa speigare in modo così semplicistico. Hitler non predicava l'ateismo, anzi, come si può dimenticare il " Gott mit uns " ? In risposta alle dichiarazioni di Benedetto XVI, riportiamo, sempre dalla STAMPA di oggi, a pag. 18, l'intervista di Giacomo Galeazzi al Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, dal titolo " Ma non riconosce le colpe dei tedeschi ". Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, è soddisfatto dell'Angelus sui lager? «Non vedo passi avanti. Il problema resta la sua interpretazione della Shoah e del nazismo, cioè una banda di delinquenti che tenne in pugno l'intera nazione tedesca. Rispetto a questa tesi, l'Angelus non porta sostanziali modificazioni. Da varie parti Benedetto XVI è stato contestato nelle visite ad Auschwitz e al Memoriale dell'Olocausto "Yad Vashem" perché tiene ben distinte la Germania e il popolo tedesco dalle responsabilità del nazismo. Rispetto a questo problema, non mi sembra che ora il Papa si sia spostato dalla sua linea». La deportazione dell'ebrea convertita Edith Stein, ricordata dal Papa, dimostra che quando in Olanda la Chiesa denunciò il nazismo le persecuzioni aumentarono... «I termini reali della questione sono diversi. I nazisti usavano gli ebrei battezzati come una zona grigia, semiprotetta per indurre la Chiesa a tacere. Nella retata al ghetto di Roma del 16 ottobre '43 furono rastrellate 1300 persone, ma per ordine di Berlino furono rilasciati i convertiti al cristianesimo. Quindi era un ricatto, uno scambio perché nella logica dell'epoca alla Chiesa erano molto più cari gli ebrei battezzati. In Olanda non ci fu un inasprimento generalizzato, i nazisti se la presero anche con gli ebrei battezzati come Edith Stein per mandare un messaggio alla Chiesa, per non essere disturbati nelle deportazioni». Condivide l'interpretazione ratzingeriana del nazismo come negazione di Dio? «La tesi cara a Benedetto XVI che il nazismo fosse ateo andrebbe approfondita meglio. Quello del nazismo ateo è un mito da sfatare. Le SS aveva scritto sul cinturone "Dio è con noi", quindi in qualche modo i nazisti avevano una loro immagine di Dio. Il nichilismo, poi, è tutt'altra faccenda. Più volte nella recente riflessione in ambito cattolico il nazismo viene ridotto a un'ideologia anticristiana che voleva colpire la fede cristiana nella sua radice abramitica. Anche se questo può essere in parte vero, la sottolineatura di questo solo concetto porta quasi ad una paradossale conclusione: che gli ebrei avrebbero pagato, solo loro per conto dei cristiani, un odio che non li riguardava nemmeno tanto direttamente. E ciò senza menzionare abitualmente i responsabili, complici o silenziosi».


lemond - 12/08/2009 alle 18:18

Nera LUce (XVII) [b]Scandali diceologici dell'escatologia [/b] Chiaramente è questo il punto decisivo della diceologia. Esamineremo in ordine i dogmi dell'inferno, purgatorio e pardiso Inferno. Peccati mortali Dogma: l'inferno è una pena eterna per i peccati "mortali", essa consiste appunto nella "morte eterna" ossia in una vita cosciente interminabile priva della visione di dio e di ogni altra forma di beatitudine, abbinata o no al tormento anche fisico del fuoco. La morte eterna senza "poena ignis" è dovuta a tutti i concepiti che abbiano vissuto con il solo peccato originale (in pratica a tutti i feti, neonati e bambini innocenti [ora forse anche agli embrioni :) ] e a tutti gli adulti, senza peccati personali, ma privi del battesimo. La morte eterna con pena del fuoco a tutti coloro che muoiono in peccato mortale, non assolto da uno dei sacramenti della giustificazione. I peccati mortali a giudizio della chiesa docente sono molti, per esempio disprezzare un rito della stessa: le cerimonie dell'esorcismo, del catechismo o dell'acqua battesimale; disprezzare il ricorso ai sacramenti, violare il precetto festivo, anche senza disprezzo, rompere il diugiuno prescritto, farsi circoncidere, commettere copula con donna sposate, masturbazione, sodomia o altri atti carnali gravi, senza peraltro arrivare alla copula, in genere fornicare anche senza adulterio; giacerre con la propria moglie in modo da evitare il concepimento della prole; in genere compiere peccati venerei; chiamare dio a testimone di una menzogna anche lieve; rattristarsi anche con la dovuta moderazione della vita di qualcuno o godere della sua morte naturale. In tutti i casi menzionati la pena della morte eterna con fuoco è dovuta per giustizia, una giustizia alla quale dio non può sottrarsi. Dubbi: l'idea di una pena eterna è talmente orribile da far arretrare tutti gli animi aperti alla compassione o anche appena sensibili alle critiche moderne contro la pena di morte, la pena comunque crudele o l'ergastolo. Entro la tenebra spaventosa che essa allarga sull'intiero progetto creativo di dio, si possono anche ritagliare alcune oservazioni puntuali che in nessun caso esauriscono l'orrore della prospettiva nel suo insieme. 1) Nessun atto, per quanto grave, può meritare una pena eterna, perché non c'è proporzione fra gravità della colpa e quella della pena. 2) Meno ancora può meritarla un non-atto come un peccato o reato ereditario 3) Molti peccati giudicati mortali dal magistero sono incredibilmente piccoli, basti pensare alla masturbazione 4) E' asimmetrico sostenere che il paradiso non può essere meritato per giustizia, ma solo erogato per grazia, mentre l'inferno invece è meritato e dunque dovuto per giustizia. Sembrano due pesi e due misure. 5) E' contrario ai princìpi più avanzati del diritto e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione/riabilitazione del condannato. L'inferno è quindi *anticostituzionale* 6) La giustizia di dio viene presentata come quella di un *padre*. Che padre sarebbe quello che eclude per sempre la riconciliazione? 7) L'inferno viola il principio di proporzionalità (non solo come al n. 1) anche nel senso che colpe estremamente diverse vengono punite con la stessa pena. Quali che siano i gradi o i gironi nella dannazione eterna, i tratti comuni prevalgono incomparabilmente su quelli differenzianti. [b] [/b]


lemond - 13/08/2009 alle 09:36

Nera luce (XVIII) [b]Purgatorio [/b] Dogma: le anime di coloro che muoiono in stato di grazia, ma con colpe veniali o comunque pene "temporali" non ancora pienamente espiate, vengono detenute in un "luogo" destinato a scomparire, dove vengono torturate col fuoco, ma sono ormai sicure della salvezza. Non più in condizione di meritare, possono tuttavia essere aiutate a ridurre la pena dai suffragi dei vivi. Dubbi: a) Sembra diceologicamente strana questa condizione totalmente passiva: o l'afflizione subita rende migliori e allora è un merito, o non è e allora non giustifica per niente. b) Sembra anche molto strano che venga rimessa dai sacramenti la pena eterna e non quella temporale, ma forse ancora più strano è che una volta rimessa la colpa, rimanga la pena. Dottrina, sia detto per inciso, che si presta a favorire la venalità del clero, unico a poter applicare ai defunti le indulgenze :Od: . c) Un dubbio non meno grave riguarda il concetto stesso di purgatorio nel caso di coloro che siano ancora immaturi sul piano della santità e dell'amore. Sembrerebbe necessario, secondo giustizia, più un *evolutorio* che un semplice *purgatorio*, ossia un tempo intermedio che consenta una crescita spirituale rispetto a quella conosciuta nella vita terrena. Un tempo nel quale sia possibile (contro la dottrina cattolica) meritare e incrementare la carità. Un evolutorio così inteso sarebbe l'equivalente funzionale delle reincarnazioni karmiche esigite (o esatte) a buon diritto dalle diceologie orientali. P.S. d) Dubbio mio: qual è il senso matematico di purgatorio/eternità? Se al denominatore c'è infinto il risultato credo sia sembre lo stesso, no? [b] [/b]


lemond - 14/08/2009 alle 13:54

Nera luce (XIX) [b]Paradiso [/b] Dogma: i battezzati di fede cattolica ai quali siano stati rimessi sacramentalmente i peccati e che abbiano scontato interamente la relativa pena temporale sulla terra o in purgatorio, vengono ammessi alla beatitudine divina e regnano eternamente con dio. Dubbi: praticamente tutti quelli sollevati fin qui, specialmente quelli contro il clericalismo. L'inadeguatezza di ogni vita umana a meritare dio e la connessa necessità che quest'ultimo intervenga con una grazia sovrannaturale "elevante" ripugna, è vero, meno che nell'inferno, ma ... E' ufficialmente condannata la dottrina dell'apocatastasi, ossia l'ipotesi che alla fine anche gli uomini dannati si salvino, ma resta ad inquietare le coscienze, almeno come possibilità eternamente e irrevocabilmente offerta dalla giustizia/misericordia, l'ipotesi di reintegrazione degli spiriti ribelli nel pléroma (Il mito gnostico dell’ascesa dell’anima e del gran ritorno nella casa del Padre) [b] [/b]


lemond - 18/08/2009 alle 16:04

Nera luce (XX) [b]Problemi di teodicea [/b] Tutto quanto detto fino ad ora non ha considerato il problema di un progetto di Storia dell'Essere, che contempli la morte eterna della maggior parte delle creature umane, sia compatibile con gli attributi di bontà e potenza infinite tradizionalmente riconosciuti a dio. Quale padre metterebbe al mondo un figlio quasi sicuramente destinato all'inferno (sia pure, per ipotesi, meritandolo)? Meglio sarebbe per lui non essere mai nato. La cosa è tanto più grave se è vero che in dio l'alfa e l'omega sono simultanei, per cui egli non solo sa, ma addirittura *pone* fin dall'inizio i suoi figli dannati dentro l'inferno. In altre parole egli crea "totum simul" (cioè tutta la storia in una sola volta) e quindi crea l' "échaton" e con esso l'inferno già dal primo istante della sua paternità. [b]Problemi distributivi [/b] Oltre all giustizia divina, fino ad ora non si è tenuto conto dei problemi di giustizia distributiva, nel senso a) è giusto in generale che alcuni si salvino ed altri no? b) ad alcuni venga proposta l'opzione cattolica e ad altri no? c) che solo alcuni bambini vengano battezzzati? d) che alcuni peccatori cattolici riescano a confessarsi in tempo o a ricevere (sempre ...) l'estrema unzione? e) che alcuni abbiano delle opportunità di sviluppo morale e spirituale massimi ed altri non sappiano neppure che sia la morale e l'intelletto? Questi argomenti vengono qui lasciati sullo sfondo, ma dev'essere sottolineata la loro rilevanza psicologica e diceologica nel caso di un'ipotesi creazionista. [b] [/b]


lemond - 21/08/2009 alle 10:22

[b]Nera luce (XXI) Vie d'uscita. Ermeneutica e probità intellettuale[/b] "Il vostro parlare sia: "Sì? sì; No? no" Il di più viene dal Malvagio." Matteo 5,37 In sede conclusiva, mi sembra confermato che l'attenzione debba concentrarsi sul problema della giustizia divina. L'imputazione di un peccato meritevole di "morte eterna" a ciascun membro del genere umano a causa di un peccato commesso dal capostipite e trasmesso per "propagationem seminis" e la necessità per la redenzione ... come abbiamo visto. Tutto ciò, preso sul serio, appare come uno "skandalon" o un "monstrum". Questo scandalo sembra riguardare esclusivamente la coscienza del credente cattolico e noi potremmo limitarci a constatare che nessun principio del modello cattolico è recuperabile ad una teoria razionale della giustizia valevole nei rapporti fra gli uomini. A mio giudizio, però, questo atteggiamento di indifferenza trascurerebbe alcune importanti considerazioni puramente laiche/iste. Anzitutto è da ritenere che la teoria della giustizia celeste influenzi le concezioni della giustizia terrena, sia direttamente in periodi teocratici (nota mia: come sta accadendo in questi anni in Italia), sia indirettamente, attraverso processi di secolarizzazione. In secondo luogo, è chiaro che le teologie cristiane di fatto generano nella storia atteggiamenti aggressivi nei confronti degli esterni: persecuzioni, colonialismi, imperialismi, guerre di religione e pertanto la diceologia, la soteriologia (studio della salvezza) e l'escatologia sono quindi tutt'altro che irrilevanti sul piano giuridico e politico. In terzo luogo, ogni uomo dovrebbe interessarsi al problema della "giustizia ultima" se non altro perché la giustizia umana è manifestamente imperfetta. E sulla "ultima" i primi "esperti" da consultare sono precisamente le grandi religioni. Kant ha espresso in modo particolarmente efficace, nell'orizzonte del moderno, un'idea antichissima quando ha scritto che l'esistenza di un Dio renumeratore è un'esigenza stretta dell'ordine etico. Essendo irrealizzabile nel mondo empirico, la giustizia postula un mondo intelleggibile. Ma se proprio il Dio di giustizia si rivelasse sommamente ingiusto, la condizione umana diverrebbe, da empiricamente difficile, metafisicamente intollerabile. :mad:. [b] [/b]


lemond - 23/08/2009 alle 10:53

Nera Luce (XXII) Naturalmente è possibile ad un illuminista,sicuro di sé,sia rifiutare il modello cattolico (nel genere "écrasez l'infame") sia considerarlo benevolmente ma non prenderlo sul serio relegandolo nel mito o nel folklore. A me sembrano rispettabili queste posizioni, ma più interessante esplrare la possibilità di prendere il modello cattolico sul serio, ma non alla lettera, la possibilità cioè di conciliarlo con la ragione etica e giuridica. I cattolici odierni usano spesso dire ai laici/sti: "Voi e noi abbiamo in comune la "religione civile" dei diritti dell'uomo e la teoria razionale della giustizia (entrambe di origine anche cristiana), ma noi credenti abbiamo in più il fondamento (Dio) che a voi manca". A me sembra facile rispondere che se si accettasse il modello diceologico cattolico, verrebbe invocato a fondamento di quanto sopra un Dio negatore nei rapporti con gli uomini di ogni diritto. :OIO Per fortuna la teologia cattolica dalla seconda metà del secolo scorso (ma negli ultimi anni questo processo si sta interrompendo) si è mossa in direzione di una revisione, anche drastica, del modello cattolico. I fedeli, clero e laici, quando si leggono loro i testi tridentini sulla morte eterna dei non cattolici rispondono "ma non ci crede più nessuno"! Il processo è affascinante: si tratta, per lo spettatore imparziale, di un vero e proprio "giallo" intellettuale. Occorre infatti smantellare e sostituire un impianto preciso, articolatissimo e coerente nei secoli, rispettando il postulato che il magistero, divinamente assistito, non può né discostarsi dal Vangelo stesso, né contraddirsi nel tempo :Od: Dal punto di vista della *teoria ermeneutica* il metodo (o il risultato) non può non essere la più sensazionale svalutazione della *lettera* (a favore di altro) che si ricordi nella storia dell'uomo (al confronto l'evoluzione delle ortodossie marxiste rappresentano un gioco da ragazzi :Od:.


lemond - 26/08/2009 alle 13:10

* articolo - RISCHIOSA LA LIBERTÀ DELL'UOMO di Paolo Flores d'Arcais *La ragione DELLA DEMOCRAZIA* L'anatema di Ratzinger, sostenuto dal teologo Mancuso, ripropone l'equazione tra umanesimo ateo e nichilismo. Confutazione di una tesi che rifiuta le radici della modernità Vito Mancuso ha portato il suo prezioso sostegno di teologo progressista (e perfino in odore di eresia) all'ennesima offensiva di Papa Ratzinger contro la modernità nata dall'illuminismo, il cui peccato originale - capitale e inescusabile - è indicato dal Pastore tedesco nella pretesa dell'uomo alla autonomia. Questa pretesa, in effetti, è la carta d'identità dell'illuminismo, il suo tratto essenziale: autos nomos, darsi da sé la propria legge. In questo orizzonte risuona poi il "sapere aude!" di Kant, e la ragione come tribunale supremo anche di ogni fede. Contro questa pretesa, che è a fondamento anche della democrazia liberale, come è ovvio (visto che essa poggia sulla sovranità dei cittadini, non su quella di Dio) si è rinnovato nei giorni scorsi lo sguaiato "vade retro Satana!" di Benedetto XVI. Il suo anatema, che coinvolge democrazia e modernità. E che Vito Mancuso ha deciso di spalleggiare. Papa Ratzinger ovviamente non prende di petto democrazia e modernità, bensì le demonizza obliquamente, a partire dall'equivalenza che prova ad instaurare tra umanesimo ateo e nichilismo (e poi tra nichilismo e nazismo, ma su questo il teologo progressista si dissocia, benché proprio su questo il ragionamento di Ratzinger diventi semmai logico). *L'evoluzione non ama il mistero* Qui ci interessa la difesa filosofica che Mancuso imbastisce della prima equazione ratzingeriana, tra umanesimo ateo e nichilismo. Mancuso definisce nichilismo "la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia" cioè dell'essere nella sua totalità, fondamento "comunemente chiamato Dio", come giustamente sottolinea. Ma un tale fondamento non ha bisogno di essere negato, semmai deve essere dimostrato. L'onere della prova spetta a chi lo afferma, per negarne l'esistenza è sufficiente che tale prova non venga offerta, al di là di ogni ragionevole dubbio. In altre parole: che l'evoluzione dell'universo dal big bang ad oggi, e poi la nascita della vita in quel frammento di sputo di una dei pianeti di uno dei miliardesimi soli di una delle infinite galassie, e poi il suo evolvere dai protozoi a quella scimmia bizzarra la cui neocorteccia apre la cogenza degli istinti ad una ampiezza e contraddittorietà di comportamenti..., che tutto questo sia razionale, cioè dovesse avvenire proprio come è avvenuto, anziché essere il frutto della contingenza (quello che Monod riassumeva nello splendido titolo del suo capolavoro: il caso e la necessità) non è cosa che vada da sé. Confligge, anzi, con tutti i dati empirici di cui disponiamo. Di modo che va dimostrata da chi la sostiene, contro le "apparenze" che ci dicono esattamente il contrario. Il che significa dimostrare che al di sotto di tali "apparenze" agisce una entità invisibile che indirizza questo apparente caos verso uno scopo, che anima il cosmo e la storia verso il suo culmine, che è l'amore - attraverso l'amore. C