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Autore: Oggetto: DOPING, NON FACCIAMOCI ILLUSIONI

Livello Tour




Posts: 250
Registrato: Sep 2004

  postato il 26/03/2005 alle 14:50
Nessuno deve fasri illusioni riguardo al doping.
Il doping c'è, esiste ed è diffusissimo...anzi: è sempre più evidente l'uso di sostenze dopanti da parte di molti atleti.

Velocisti che da qualche anno vincono la Sanremo, salite al 10% che vedono in testa dei passisti, arrivi in salita con 50 corridori....non ci siamo.

Il doping sta dilagando...

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 27/03/2005 alle 00:14
Il doping è ben lungi dall’essere sconfitto e va di pari passo all’imbarbarimento dei valori della nostra società. Più importanza al denaro, vero dio dell’oggi, e maggior ricerca di barare per far soldi. Parimenti, il successo, l’essere vincenti o riferimento di un gruppo, sulla falsariga della massima che “è meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora”, porta anche dei desolanti brocchi dal cervello sui generis chiamati amatori, a spalmarsi di morte. Ne consegue che la lotta ai bari e alla chimica, è una guerra difficile da vincere come lo è, del resto, quella con l’imperversante violenza o devianza crescente più in generale.
Dei passi in avanti si son fatti, quanto basta per chiedersi, di fronte alle ancor copiose sconfitte, se ci sono davvero le volontà politiche per debellare il doping, oppure, se si cerca, nell’ipocrisia, di far continuare a vivere il business che sta alla fonte di questo flagello.
In questo quadro, il ciclismo è solo un tassello, eletto da imbecilli reali o altri recitanti il ruolo per scopi d’altro indirizzo, come il territorio più inquinato, ma non è così. E solo normalità. Anzi, se vogliamo addentrarci in confronti più estesi, calcio e nuoto, solo per citare un paio di altri sport, sono ancor più sporchi del ciclismo.
Tu hai fatto degli esempi, tre per la precisione. Se sugli ultimi due concordo, ti contesto il primo, perché anche nel passato dell’era moderna del ciclismo, tante ruote velocissime han vinto la Sanremo. Se poi devo essere sincero, limitatamente agli ultimi 15 anni, le vittorie un po’ particolari, magari prodighe di sospetti, non sono quelle delle ruote veloci. Diciamo che anch’esse possono farci arricciare il naso, ma non per una specifica riconduzione al doping, semmai per un percorso che si sta rivelando ……..una Parigi Tours solo un poco più varia…

Morris

 
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Livello Alfredo Binda




Posts: 1101
Registrato: May 2004

  postato il 27/03/2005 alle 01:04
Concordo con Morris: credo che se dovessi scommettere qualche lira sulla pulizia di alcune vittorie, direi che quelle di Petacchi, Zabel e Cipollini potrebbero essere quelle meno inficiate dal doping.
Io forse andrò contro corrente, ma credo che non debba essere per forza una necessità introdurre delle salite per cambiare la Sanremo ed evitare gli arrivi in volata.
Mi spiego meglio: mettere delle nuove salite e rendere dura la corsa secondo me va sempre bene, ma la finalità non deve essere necessariamente quella di evitare arrivi in volata. La Parigi Tours ad esempio ha un percorso "facile" in cui si arria spesso in volata, ma nel contempo è stata teatro negli ultimi 10 anni di imprese straordinarie che dal punto di vista sportivo sono state eccezionali: le vittorie di Virenque, Durand, Dekker e Tafi sono state straordinarie e non certo casuali. In altre parole le corse le fanno i corridori e la presenza di corridori di grande classe rendono eccitanti anche corse che sembrano avere tracciato noiosi. La Parigi Tours ne è appunto un esempio.
Per quanto riguarda la Sanremo i colpi di mano di Tchmil e la fuga di Bettini di due anni fa sono episodi non meno eccitanti. Ciò dimostra che quando abbiamo degli atleti in gamba tatticamente e in ottima forma esiste la possibilità di evitare l'arrivo in volata, senza cambi di percorso!
Aggiungo alle mie considerazioni un'argomentazione. Se scorriamo l'albo d'oro della Sanremo delle ultime 20 edizioni, scopriamo che la classicissima di primavera possiede nel suo albo d'oro pochissimi outsider. Ne noto praticamente solo due: Maechler e Colombo. Gli altri vincitori si chiamano Laurent Jalabert, Sean Kelly, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Laurent Fignon, Erik Zabel, Paolo Bettini, Maurizio Fondriest. Si badi bene che il Giro d'Italia, il campionato del mondo, la Parigi Roubaix e anche il Tour de France (con la monotonia dei suoi vincitori e protagonisti iperspecializzati) possegono albi d'oro con meno blasone.
In sostanza credo che la Milano Sanremo abbia l'elenco dei vincitori di più grande pregio e i successi dei brocchi sono quanto mai rari.
Sicuri che si debba per forza cambiare il percorso?
Vi lascio con un'ultima considerazione...
La Sanremo arriva ormai spesso in volata...non è che questo sia dovuto al fatto che siamo in un periodo in cui il livello degli sprinter è superiore alla media degli ultimi anni?
E' possibile che non sia solo una conseguenza del percorso, ma anche del fatto che Zabel, Freire, Petacchi, Cipollini, Hondo, O'Grady siano davvero dei corridori completi che tengono sulle salite dotati di incredibile spunto veloce. E' quindi per forza necessario ragionevole pensalizzare la bravura di tali atleti con un cambio di percorso?
Io non sono sicuro della risposta e mi sento indeciso; sentivo tuttavia la necessità di sollevare un'argomentazione di segno opposto a quella imperante che vede la Cipressa ormai inadeguata per la classicissima.

 

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"Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi", Mario Ferretti, Radiocronista Rai

 
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Livello Tour




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Registrato: Sep 2004

  postato il 28/03/2005 alle 01:31
Domanda provocatoria (scusate): secondo voi Cipollini ha mai usato sostanze dopanti? E Moser? Indurain?
Come si spiegano i 42 Km/h di media nelle gare degli allievi?

Il doping c'è e i controlli del sangue sono una farsa. Scusate se sono così duro.

Ma la vera domanda è questa: per quale motivo i direttori sportivi fanno sempre finta di non sapere niente quando un loro corridore viene beccato all'antidoping? Pensano forse di farci credere che tra i farmacisti delle squadre e i gli allenatori ci sia un muro divisorio?
E' questo il vero scandalo.

Scusate la durezza delle mie parole.

Gli esempi che ho riportato erano solo degli esempi.
Ne faccio altri se volete: è normale che Moser a 43 anni abbia fatto quasi 52 Km nella prova dell'ora? E' normale che Armstrong abbia vinto 6 tour provenendo da un cancro maligno? Il suo medico è stato condannato, come sapete... l'americano avrebbe dovuto almeno ammettere le sue colpe e ritirarsi dall'attività agonistica.

Non dobbiamo però neanche cadere nell'errore di dire che solo i più forti si dopano. Io sono tra quello che sono convinti che, in assenza totale di doping nel ciclismo, Marco Pantani avrebbe fatto le stesse imprese, solo che a 2 Km/h più piano.

 
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Livello Fausto Coppi




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Registrato: Jul 2004

  postato il 28/03/2005 alle 02:48
El Diablo non sono d'accordo su Pantani, perchè il doping è l'elogio della mediocrità, è sempre bene ricordarlo, e in totale assenza di doping nel ciclismo Pantani avrebbe vinto molto, moltissimo di più.
Ciao

 

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Davide

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 28/03/2005 alle 03:26
ciao diablo concordo quasi alla lettera con tutto cio'che dici,con la sola aggiunta a dir poco significativa e doverosa fatta da aranciata,nn solo per il caso singolo a tutti noi tanto caro di Pantani,seppur forse il piu'emblematico,ma per cercare di restituire la giusta'e meritata riconoscenza a chi del campione ne ha le stimmate fin dalla prima pedalata!

ora prendendo per esempio i nomi da te fatti ti dico che son stati tutti e tre dei campioni dalle qualita'nn comuni e che sarebbero stati tali anche nell'ipotetica ed un po'utopistica situazione di pane e spaghetti per tutti,ma che come la gran massa si saranno aiutati anche loro per nn vedersi sopraffatti da americani di turno disposti a fare i patti col diavolo pur di dimostrare al mondo ed al proprio portafoglio di esser miracolato!
bisogna pero'fare un distinguo nel caso di Moser dove io personalmente salvo,ammiro ed applaudo solo per la splendida prima parte di carriera,infuriandomi invece per quella seconda giovinezza figlia di collaborazioni con Conconi e dell'abuso di metodi allora purtroppo nn ancora proibiti!

in tutto'cio'pero'credimi caro Diablo,nn serve a nulla fare di tutta l'erba un fascio,ma e'invece necessario fare dei distinguo e saper riconoscere i campioni veri,da ammirare,consacrare e per cui continuare ad amare questo bellissimo sport,dalle mezze cartuccie figlie della medicine e dei dottoroni di turno!

ciao

 

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Giuseppe Matranga

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Livello Marco Pantani




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  postato il 28/03/2005 alle 11:55

 
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Livello Marco Pantani




Posts: 1476
Registrato: Mar 2005

  postato il 28/03/2005 alle 12:16
Ehm, scusate il colpo vuoto di poco fà....beh, un bel modo di esordire vero?
Va bene, mi presento e saluto, sono Claudio un appassionato di ciclismo, pseudo praticante, di 36 anni, abito a Mantova e sono stato condotto da voi da Mario82 che saluto.

Sono nel forum da qualche giorno e segnatamente per la segnalazione che Mario mi ha fatto di alcuni importanti threads sull'argomento doping.
In effetti la lettura delle osservazioni di Morris è piuttosto illuminante
e non si può non complimentarsi con lui per la chiarezza degli argomenti e l'approfondimento degli stessi.

Io approfitto di questo Thread per fornire il mio contributo alla discussione e alla conoscenza dell'argomento, convinto come sono che la "lotta al doping" non si faccia esclusivamente a colpi di squalifiche e regolamenti, ma anche con la crescita di una cultura dello sport e della pratica sportiva.

Riporto pari pari il thread postato sul "DamianoCunegoForum" un mesetto fà.


"Torno a parlare di doping.
Dopo un inizio stentato alcuni di voi mi hanno convinto a continuare, ritenendo le cose che ho da dire di un qualche interesse anche per il forum intero.
Espongo qui il mio punto di vista sul problema:

La violazione del regolamento sportivo in tema di doping è in primo luogo una limitazione della libertà e dei diritti degli altri concorrenti.
Intendo trascurare quì il fattore riguardante la salute degli atleti, che rappresenta un ambito problematico di grande interesse, ma sul quale non credo di avere nulla di interessante da dire:

Estendendo il concetto possiamo dire che la regola delle pari opportunità è presente anche nel mondo civile (la legge è uguale per tutti, in giurisprudenza) e in quello economico, si vedano le autorithy per il libero mercato, contro i monopòli, etc.

E’ un aspetto semplicemente fondamentale della nostra civiltà, ecco perché si fanno processi anche civili sul doping e non solo sportivi.

Quello che vorrei capire è la ragione della più grande diffusione del doping negli sport di resistenza come il ciclismo rispetto ad altre attività più tecniche e meno “fisiche”.
Ammesso e non concesso che questa mia affermazione abbia un reale fondamento, ritengo che quantomeno la cronaca giustifichi un approccio discorsivo di questo tipo.

Sia chiaro che non intendo, condannare moralmente un ciclista che cerca di migliorare le proprie prestazioni con tutti i mezzi. Non lo condanno moralmente, ma sportivamente sì, perché come già detto, la violazione consapevole delle regole è la morte dello sport.

Credo però che ci sia un motivo ben preciso alla base della diffusione del fenomeno anche a livello giovanile.
Credo che il motivo sia la drammatica ricerca di realizzare il sogno di tutta una gioventù, di tutta una vita……

Provo a dire come la penso:

Ho corso a livello agonistico per 5 anni, fino alla categoria Juniores.
Conosco pertanto come si svolge la vita di un ragazzo che si dedica anima e corpo al ciclismo, quali sacrifici, quali rinunce, quale intima concentrazione di forze fisiche e psichiche mette in gioco.
Una stagione agonistica anche a livello giovanile è densa di impegno,dedizione, volontà….soprattutto volontà.
Un allenamento di 4 o 5 ore….io lo sò cosa significhi, quanto dura ogni singolo minuto, una serie di ripetute, da soli, con in testa mille cose e mille domande:
Intanto la vita degli altri adolescenti è più divertente, discoteche, spiagge, la birretta, la sigaretta….e tu invece….tu, credi in qualche cosa e lo vuoi con tutto te stesso, la passione ti divora, ma quello che devi fare per mantenere la rotta è difficilissimo.

I tuoi sabato sera trascorrono a casa, a letto presto, il giorno dopo avrai bisogno di ogni riserva di energia, ci saranno altri 100 come tè e sputeranno tutti il sangue ...qualcuno ti deride, ma la passione ti accende e non ci fai caso.

Nel frattempo gli anni passano e se arrivi alla maggiore età corroborato da buoni risultati
(tipo un paio di vittorie nell’ultimo anno) tenti il tutto per tutto:
quasi sempre rinunci all’università o ad imparare per bene un mestiere.

Nel passaggio da Juniores a Under 23 (ai miei tempi si chiamavano Dilettanti) lo sport del ciclismo diventa una professione, non c’è spazio né tempo per niente altro di sostanziale.
In 3 o 4 anni DEVI dimostrare QUALCOSA. Altrimenti il professionismo rimane un sogno perché la concorrenza è fortissima, tutti si allenano al massimo, tutti sanno cosa fare e tutti hanno raggiunto la maturità atletica che nelle giovanili era invece patrimonio di pochi.

Un ragazzo che comincia a gareggiare fra i 10 e 14 anni(ma molti cominciano a 6 anni…ahimè!) arriva a questo punto con una storia di ciclismo fra i 8 e i 12 anni…..una vita dedicata alla bici, con un’escalation di sacrifici che determina un solo futuro desiderabile: passare Prof. – mancare l’obiettivo significa una specie di sconfitta, hai fatto troppi sacrifici, fatto troppa fatica, per non sentirti un perdente!!
In fondo il ciclismo è diventato il progetto più importante della tua vita, per certi versi l’unico progetto professionale!

Per mia fortuna a 18 anni mi resi conto che in bicicletta ero abbastanza brocco da non cavarne un ragno dal buco.
Scegliere serenamente di trasformare in hobby un progetto di vita ed iscrivermi all’università fù un tuttuno, la bici sarebbe rimasta una grande passione, ma niente più.

Ma ho pensato molte volte a come sarebbe stato se avessi avuto buoni motivi per alimentare ancora i miei sogni, a quali compromessi sarei sceso per non perdere tutto, per non sentirmi scivolare via gli anni migliori della vita.
Cosa succede a un uomo di vent’anni che capisce che per rimanere al passo con gli altri deve “prendere” quella cosa là!!! Rinuncia e si sente stupido??

Si sente stupido perché vede altri che vanno il doppio, vincono, firmano contratti, sorridono alle interviste…ripensa agli anni dedicati al ciclismo alla infinita dedizione e gli sembra impossibile averli buttati.
Si allena di più, fa tutto per bene e poi vede dei coetanei troppo più forti…..il loro motore è truccato…..ed è difficile per tutti resistere alla tentazione.
Ecco perché non mi sento di condannare moralmente un ragazzo, ma anche un professionista che non può fare a meno di “mettersi ad armi pari” con gli altri.

Marco Pantani non potè fare a meno di “mettersi ad armi pari” con Gotti, Tonkov, Savoldelli, e company, pena il ritrovarsi un corridore normale e non un fuoriclasse della montagna come madre natura lo aveva dotato.
All’epoca lo ricordate, i prof. giravano negli alberghi del Giro con le centrifughe nella borsa per misurare l’ematocrito, vi sembra normale?, l’EPO non lasciava tracce nelle urine e il fragile equilibrio fra violazione e sanzione era sconvolto.

Fù la corsa al doping!...gente con 60/70 per cento di ematocrito, corridori che si dovevano operare urgentemente per delle Trombosi, (ricordo Fontanelli, in formissima alla vigilia di una Sanremo dare forfait e entrare in clinica), si assistette a carriere lampo (Rjis, Berzin, ahimè il mio prediletto Evgenij) a trasformazioni di 30enni (Furlan) che diventavano imbattibili dopo carriere anonime.

Si assistette alle cose più becere, l’epoca più triste del ciclismo ebbe bisogno di far cadere qualche testa importante per finire.
Virenque, Zulle, Pantani, Dufaux, Vandenbroucke, Furlan, Gotti, l’elenco è lunghissimo
Adesso quegli eccessi sono “forse” lontani, ma è difficile pensare che il doping sia fuori del tutto.

In buona sostanza voglio dire che, a mio parere, è il percorso di vita lungo, impegnativo ed esclusivamente dedito alla bici che rende più fragile un ciclista di fronte alla tentazione del doping.
Vorrei sapere cosa ne pensate.

Un’ltima cosa, prima ho detto di essere stato un ciclista scarso, è vero, ma ho provato la sensazione di essere al 100x100 della forma, fare la gara giusta, non sbagliare nulla, sentirmi forte e poi vedere 3 o 4 avversari che nel finale di corsa mi staccano con facilità….e se all’epoca le voci su costoro giravano, ma erano solo voci e non ci pensavo, adesso il loro allenatore (un bresciano) di allora è stato condannato per spaccio di sostanza dopanti, alcuni dei miei avversari hanno smesso per gravi problemi di salute e qualche altra confidenza l’ho raccolta……
Beh, barare così non và bene…per davvero.

Ho naturalmente tante altre cose da dire in merito, ma per oggi può davvero bastare: "

eccolo quì, un punto di vista di chi ha gareggiato molti anni fà, è chiaro che vi sono molte altre compnenti che facilitano l'ingresso del doping nella vita di un ciclista, non ultima la crescente confidenza che il corridore viene ad avere con medicinali, esami, integratori, etc. il tutto a confondere e rendere labile il confine fra lecito e illecito, fra integrazione e alterazione della prestazione.

a presto
Ciao
Claudio

 
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Registrato: Aug 2006

  postato il 28/03/2005 alle 12:17
Che discorsi ragazzi.
Le chiacchiere potrebbero portarci molto lontano...
E' tutto vero, è tutto giusto.
Ma allora perchè ci tuffiamo sulle strade appena arrivano i corridori?
Perchè ci guardiamo 2 ore di "inutili" pedalate quando mancano ancora 100 km all'arrivo di una tappa e quando sappiamo bene che al 99% i corridori
"faranno la corsa" solo all'ultimo??
Non saprei.
Forse perchè amiamo questo sport.
E alla fine diventiamo anche egoisti.
Sapete che vi dico?
Preferirei vederli vincere a 28 di media.
Preferirei sapere che non si dopano MAI.
Preferirei NON SAPERE che si dopano....
Ma alla fine dico questo:
Facessero quel che gli pare, tanto la scienza che CREA il doping è sempre
più avanti di quella dei controlli, indi per cui ci sarà sempre spazio
per chi vuol barare.
Eh AMMEREGANO ??
Sarò egoista ma non siamo noi tifosi a chiedergli nulla.
Certo che se TIZIO o CAIO un giorno NON ATTAKKA ci rammarichiamo, ma preferisco vedere il mio corridore arrivare ULTIMO ma pulito che PRIMO
e strafatto...
Perdonate lo sfogo, ma ho l'impressione che si è in un tunnel senza uscita.
Gli IMPOSTORI sono OVUNQUE.
Non parliam del CALCIO poi....
Roberto

 
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Livello Fausto Coppi




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Registrato: Jul 2004

  postato il 28/03/2005 alle 15:21
ciao claudio,per chi come me ha avuto la fortuna di leggerti sul forum di damiano devo dirti che e'sempre stato un grande piacere farlo,a dispetto di tanti altri ed altre!

in particolare mi aveva colpito proprio questo tuo post,per l'acutezza e la sincerita'delle tue cosiderazioni e confessioni scritte a cuore aperto!

allora,capisci che in piu'di duemila post ne ho fatte e molte di crociate per cercare di cambiare il sistema(d'altronde col mio nick nn potrebbe essere altrimenti),invocando una pulizia che forse nn ci sara'mai e ripiudiando una corruzione che forse e'figlia stessa dell'agonismo,della corrotta cultura sportiva sempre piu'portata all'eccesso,alla spettacolarizzazione dell'evento ed al ritorno economico!

vorrei oggi invece fare un discorso un po'anti-conformista ed eticamente amorale,ma terribilmente pratico,dando purtroppo per scontata la triste'realta'e cercando,come tu stesso ti sei posto nel tuo racconto,di capire e ragionare su cio'che i ciclisti dovrebbe fare o nn fare per continuare la propria passione e spesso la cosa per cui piu'sono portati!

io penso che un ciclista che da sempre ha dimostrato il proprio naturale talento,cosi grande e fuori dal comune dal farlo diventare un possibile protagonista anche tra i professionisti,e quindi implicitamente anche da garantirgli un ritorno economico che difficilmente avrebbe con altri lavori,possa anche cedere nell'errore,nn condivisibile ma comprensibile,per stare al passo con i tanti ronzini che vendono l'anima al diavolo e si affidano completamete a dottoroni esaltati,di cercare a sua volta di "aiutarsi" per ristabilire almeno in parte quei valori sanciti da madre natura,a patto pero'che cio'sia fatto in modo contenuto,nn scriteriato,ma anzi con lo scopo principale,ancor prima del persegumento dei risultati per doti naturali meritati,della salvaguardia della propria salute,con un compromesso insomma piu'che ragionevole ed un rischio ponderato!

poi certo chi invece preferisce mollar tutto,rimettersi in gioco a vent'anni e magari senza nessuna base dietro e ricominciare da zero e'sicuramente piu'meritevole ed ammirevole degli altri,a maggior ragione pensando al disavanzo economico che tutto'cio'gli costa,sicuramente l'esempio vero di sportivo e di sportivita'!

cio'che invece proprio nn tollero e condanno invece senza nessuna pieta'e'colui che nn cerca la tutela di se stesso e del proprio domani,ma si vende completamente alla scienza per un senso di megalomania ed arrivismo a tutti i costi senza pari,con un'incoscienza deprecabile e folle!

ecco,coloro che sanno di nn avere valori fuori dal comune(i test ricordati da morris credo siano perfetti al riguardo)ma che cercano di arrivare a tali valori e qualita'col solo scriteriato abuso di prodotti di ogni tipo,spesso nn riuscendoci neanche,insomma gli A.T. di turno,quelli no,quelli proprio nn mi vanno giu'e li considero piu'carnefici che vittime del corrotto sistema che contribuiscono idealmente a rinfocolare,ed il tutto spesso senza neanche un ritorno economico adeguato!

i varriale che per poche migliaia di euro al mese tengono arsenali in frigo degni di un ospedale per riuscire a malapena a stare in gruppo,no quelli proprio nn li sopporto e li condanno forse al pari dei medici demoniaci stessi!

anche perche'son sicuro che i campioni,quelli con le stimmate fin da bambini,sarebbero i primi ad avvantaggiarsi di questo eventuale ed utopistico ridimensionamento del fenomeno doping proprio in quella larga maggioranza dei restanti "mediocri",proprio per quell'elogio della mediocrita'e quel livellamento dei valori cosi ben esplicato dal grande aranciata qualche tempo fa,e nn penso proprio che quindi i bugno,i pantani,i cipollini e gli altri comincerebbero a fare i furbi per avere uno strapotere tecnico ancora maggiore,proprio perche'gia'ottenuto dal ritorno ad una scala di valori basata sulle soli doti naturali,il sacrificio e la forza di volonta',con buona pace di medici primi lucratori del sistema attuale!

e se poi il furbo ci fosse ugualmente,beh capite da soli che sarebbe molto piu'facile individuarlo e radiarlo.....
...ma d'altronde anche questa e'pura utopia!!!



ho scritto tutto questo nn per rifugiarmi pero'nella solita isola utopistica ed eticamente sacrosanta e valorosa,ma per individuare ed evidenziare,personalmente s'intende,chi sono vittime ed i carnefici di questa piaga e di questo accondiscendente mondo dove chi si pente paga ben piu'di chi nega l'evidenza....


a proposito,benvenuto....

 

[Modificato il 29/03/2005 alle 01:21 by Pirata x sempre]

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Giuseppe Matranga

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Livello Tour




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  postato il 28/03/2005 alle 15:39
Quando ho detto che, in assenza totale di doping nel ciclismo, Pantani avrebbe vinto con gli stessi distacchi (ma con 2 Km orari di media in meno) era proprio per dire che Pantani è stato solo un inutile capro espiatorio...

Tutti noi poveri spettatori dovevamo essere convinti che Pantani era il solo dopato e che la lotta al doping era ormai vinta.

Eppure delle soluzioni in parte ci sarebbero: prima tra tutte la riduzione del chilometraggio delle gare, specie nelle categorie giovanili.


Che Fontanelli fosse stato ricoverato non lo sapevo.
Sapevo invece che Zanette è morto per infarto.


Guardate: io ho normalmente il 49% di ematocrito, ma sono un'eccezione. Molti ciclisti sono stati beccati con il 55-56%-60% e la loro difesa si è basata su una frase: "Gli apparecchi sono tarati male".
Complimenti...


Come capirete dal mio nickname sono stato un grande tifosi di Chiappucci.
Però vorrei qui fare un elogio a Gianni Bugno, l'unico vero corridore che, in tempi di ciclismo "moderno", ha continuato a gareggiare per 9 mesi all'anno anche con il rischio di fare delle brutte figure...e di brutte figure ne ha fatte...ma le sue grandi vittorie alternate alle crisi sono una bella dimostrazione di un ciclismo pulito vecchia maniera.

 
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Registrato: Aug 2006

  postato il 28/03/2005 alle 17:13
Gianni Bugno è stato un grandissimo Campione.
Fu lui a vincere la primissima corsa che ho visto dal "vivo".
Era l'arrivo al Colosseo del GIRO DEL LAZIO del 1992.
L'unico suo impatto col doping fu quella ridicola faccenda della
caffeina dopo una corsetta senza pretese nell'agosto del '94.
E infatti Bugno arrivò tipo 39°....
La storia gli fece però saltare il Mondiale di Agrigento (e fu Cassani
ad esser ripescato...)
Certo erano gli anni "bui" dell'Epo, della sostituzione notturna del sangue etc....
Forse non sapremo mai con certezza come sono andate le cose, ma di certo
Gianni correva tutto l'anno, dalla Sanremo al Lombardia, con almeno 2 grandi corse a tappe.
Non era uno specialista, ma ha vinto su ogni tipo di percorso.
Montagna. Mezza Montagna. Cronometro. Volate anche di 40 corridori.
Coppa del Mondo. Giro. Tour. Vuelta.
Certo però che era strano.
Crollava quando meno te lo aspettavi, e "faceva la corsa" quando ormai
avevi gettato le speranze di vederlo in prima linea!

 
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Livello Marco Pantani




Posts: 1476
Registrato: Mar 2005

  postato il 28/03/2005 alle 17:24
Beh, grazie delle risposte, devo qualche precisazione.

La vicenda di Pantani viene sempre tirata in ballo in questi casi e finisce con confondere le idee.
Le emozioni prevalgono e un punto di vista obiettivo viene a mancare.
Io stesso ho fatto il suo esempio, forse sbagliando, fatto stà che non mi piace la piega che molti tendono a prendere e che tende a giustificare Pantani, a invocare una teoria complottesca, un'accanimento giustizialista che ne avrebbe causato la fine prematura etc.

Vorrei dire quì che tutte queste cose hanno, forse, una qualche un fondo di verità, ma non mi interessano all'interno di una discussione sul doping, rapprensentano tutte ambiti di discussione che travisano la vicenda più importante.
La vicenda più importante è il momento storico dello stop di Campiglio, il momento in cui si tenta di arginare un fenomeno colossale e devastante, caratterizzato dalla totale impotenza dei controlli classici sui prodotti come l'Epo.

In quel momento il controllo dell'ematocrito era l'unico metodo a disposizione e credo che avviare quelle procedure sia stato il "male minore".
Marco Pantani, di cui, è bene dirlo, non sono mai stato un fan, ma bensì un ammiratore delle sue doti ciclistiche, ebbe il torto (a mio modesto avviso grave) di accogliere quello stop in modo irresponsabile e schizzofrenico, preparando il terreno ai futuri teorizzatori del complotto di cui sopra.
Fù a mio avviso una scelta scellerata, immatura e irresponsabile di Marco.
Egli era in quel momento il corridore più acclamato e famoso del mondo, la gente pendeva dalle sue labbra e dopo l'iniziale delusione ebbe ancora grande seguito e molti tifosi.
Gli sarebbe bastato indire una conferenza stampa, prendere un microfono e spiegare a tutti come stavano le cose, avrebbe dovuto dire al mondo che l'epo lo prendevano tutti, ma proprio tutti e che il motivo andava ricercato nella necessità spasmodica di risultati che lo sport-spettacolo impone e nella fallacità dei controlli....le due cose unite imponevano a tutti i ciclisti di farne uso per "mantenersi AD ARMI PARI"....ma non lo fece, si chiuse in sè stesso, in un modo riottoso e stupido, convinto forse che l'ambiente lo avrebbe distrutto se avesse vuotato il sacco.

Io lo detestai per quel comportamento, a tutt'oggi penso che se avesse fatto un sincero atto di mea culpa, spiegando tutto ma proprio tutto, sarebbe diventato un eroe, un gigante come uomo oltre che come atleta, non era certo un Simeoni qualsiasi, che viene maltrattato da 3\4 del gruppo.

Era Pantani, il più grande scalatore della storia, come se ora Lance dicesse: "ok, ragazzi, mi sono stufato, adesso vi spiego come stanno le cose, ...", credete che qualcuno lo contesterebbe??

...ma bisognava avere il carattere degli eroi, me ne rendo conto, e non fù così, l'uomo era fragile al di fuori delle sue doti fiscihe e il seguito della storia e lì da vedere.

Ragazzi gli anni 90 anno cambiato per sempre le regole del gioco, e sono convinto che la speranza vada coltivata nelle categorie minori.
I prof rappresentano un ambito difficilissimo che si può cambiare partendo da lontano.

come giustamente è già stato detto, la ricerca sarà sempre più avanti dei metodi di controllo e perciò io credo che la speranza vada puntata sull'educazione dei giovani, sulla creazion di un modello di sportività incentrato sulla pratica dello sport in quanto tale e non sul risultato a tutti i costi.
In questo ci vengono in aiuto i modelli anglossassoni di sportività, gli esempi del rugby,insomma di tutte le occasioni in cui la pratica sportiva pone al centro il rispetto degli avversari, delle regole, delle decisioni arbitrali, l'accettazione della sconfitta, la visione dello sport come sfida a se stessi....è davvero impossibile??

Certo è difficile e bisogna tenere presente che una percentuale di devianza dalle regole esisterà sempre, ma sarebbe un grande risultato avere allenatori dei ragazzi che "insegnano" il ciclismo e non che "insegnano a vincere", chè quello ai ragazzi che hanno le stimmate del campione non bisogna certo insegnarlo...ce l'hanno dentro (ne ho visti tanti).
Invece i cosiddetti tecnici "bravi", sono quelli che vincono 25 gare l'anno, che spremono i ragazzi, che li obbligano a seguire le "tabelle" ...brutti idioti, sono quasi tutti degli ex non-ciclisti, cioè gente che non ha mai corso, che non conosce il brivido di rimanere in mezzo a un gruppo, con i gomiti che si toccano, le bestemmie che volano, la paura e l'eccitazione, la fatica e l'entusiasmo....ma che grazie a un patentino si sente in obbligo di rovinare ragazzini.
Da subito il risultato, da subito l'obbligo di vincere....ma che insegnassero a fare una doppia fila, a formare dei ventagli, a sperimentare tattiche di gara fantasiose, a giocare con la bicicletta.....che rabbia.

insomma mi avete capito, credo che parlare di questo serva a far crescere una coscienza, a far diventare di più quelli che la pensano come noi, e dimentichiamoci dei controlli ingiusti, facciamo la nostra parte come appassionati, non chiediamo risultati sempre ai nostri beniamini, insomma più sportivi che tifosi, ecco quello che penso.

Io stesso provengo dal Forum di Damiano Cunego, il ragazzo è un corridore che mi piace immensamente, ha un carattere vincente e ha grandi doti, ma non voglio sentirmi "tifoso", preferisco ammiratore, o sostenitore, sostantivi che mi lasciano più libero di godere delle gare e di ammirare anche le vittorie di altri.

ho finito, vi ringrazio
ciao raga
claudio


 
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  postato il 28/03/2005 alle 18:03
ho letto sul forum di www.ilciclismo.it - www.damianocunego.it di damiano il topic sul doping di claudio, sull'argomento non ho tanto da dire ma ridico che i due siti (ilciclismo e cicloweb) con i loro forum sono the must on the web!!!!!
 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 28/03/2005 alle 19:41
Ciao Claudio, nel tuo post ci sono parti che condivido nettamente e altre con le quali sono più o meno in disaccordo, intervengo su queste ultime.

E’ un aspetto semplicemente fondamentale della nostra civiltà, ecco perché si fanno processi anche civili sul doping e non solo sportivi.


Credo che i processi per doping siano competenza del diritto penale, è bene ricordarlo, chi vende, compra o usa farmaci dopanti incorre nel rischio di ricevere una condanna di reclusione, non una semplice ammenda.

Quello che vorrei capire è la ragione della più grande diffusione del doping negli sport di resistenza come il ciclismo rispetto ad altre attività più tecniche e meno "fisiche".


Non credo, nel calcio, nel rugby, nel basket Nba gli ormoni per il potenziamento muscolare sono molto graditi, del resto mancano i controlli.

Cosa succede a un uomo di vent’anni che capisce che per rimanere al passo con gli altri deve "prendere" quella cosa là!!! Rinuncia e si sente stupido??


Per un argomento simile ho imbastito un gran bisticcio con Pacho, un forumista.
Ti faccio presente che numerosi direttori sportivi, tra i più avveduti, cercano di individuare talenti precoci proprio con lo scopo di sottrarli all’esasperazione praticata nel dilettantismo, con lo scopo di evitare il fenomeno del limone spremuto, con lo scopo di creare attorno al ragazzo un clima di sicurezza e serenità (esempi: Cunego, Pozzato, Santambrogio, Nibali, Capecchi...).
Ovviamente rimane il problema che concerne tutta la fascia dei dilettanti che potenzialmente potrebbero essere professionisti di livello medio, è in questo ambito, dove le doti naturali non sono più sufficienti a fare la differenza, che l’inganno del doping miete le sue vittime.
Il ciclismo come movimento ne esce abbruttito, perchè tra i corridori di pari livello, che nella prospettiva di quanto offriranno al professionismo giudichiamo mediocri, di livello medio o medio-basso, avranno maggiori opportunità di proseguire coloro che accettano il doping, ma non bisogna dimenticare che le carriere di costoro spesso sono anonime, oppure votate all’insegna dell’effimero, segnate da pochi successi, anche se talvolta clamorosi e stridenti, pur sempre episodici.
Però tutto ciò non deve permettere a nessuno di bollare un intero movimento sportivo come "dopato".
E’ una questione di cultura, in fondo strettamente imparentata al razzismo.

Marco Pantani non potè fare a meno di "mettersi ad armi pari" con Gotti, Tonkov, Savoldelli, e company, pena il ritrovarsi un corridore normale e non un fuoriclasse della montagna come madre natura lo aveva dotato.


Questa è la tua opinione, io non la condivido completamente, innanzi tutto per un fuoriclasse il margine di miglioramento è ridotto, quindi Pantani non avrebbe mai potuto rimettersi ad armi pari con la concorrenza dei mediocri.
In secondo luogo stride non poco l’accostamento tra Tonkov e Gotti.

Virenque, Zulle, Pantani, Dufaux, Vandenbroucke, Furlan, Gotti, l’elenco è lunghissimo


Anche questo accostamento è del tutto arbitrario.

Io lo detestai per quel comportamento, a tutt'oggi penso che se avesse fatto un sincero atto di mea culpa


Claudio, la sincerità di un gesto non tuo come può essere riconosciuta come tale?

ma bisognava avere il carattere degli eroi, me ne rendo conto, e non fù così, l'uomo era fragile al di fuori delle sue doti fiscihe e il seguito della storia e lì da vedere.


Mmmm, la verità è che coloro che hanno il fuoco dentro, il dèmone, sono capaci di forze e gesti sopra il comune, ma hanno bisogno di un mezzo attraverso il quale dare spazio a questo fuoco, a questo dèmone, diversamente rimangono essi stessi bruciati, consumati da un’energia che non sanno più come disperdere.
Trovo invece che è proprio il carattere tipico degli eroi, in molta letteratura compaiono queste figure invincibili, che colpite in un punto particolare perdono ogni forza, penso a Sansone, a Sigfrido, ad Achille.
Sono metafore attraverso le quali il lettore può capire che in ogni uomo, anche il più forte, si nasconde un lato oscuro, e vulnerabile.
Quale sarebbe stata la ferita non rimarginabile per Pantani? L’opinione della gente.
A mio avviso aveva ben poco da confessare, ma anche ne avesse avuto, non avrebbe mai potuto farlo.

In questo ci vengono in aiuto i modelli anglossassoni di sportività, gli esempi del rugby


Per carità, il rugby è uno sport per uomini d’onore, ci ho anche giocato a livello giovanile, ma i giocatori del sei e del tre nazioni assomigliano al big jim, sono gonfiati che più non si può, particolarmente i neozelandesi.

Invece i cosiddetti tecnici "bravi", sono quelli che vincono 25 gare l'anno, che spremono i ragazzi, che li obbligano a seguire le "tabelle" ...brutti idioti, sono quasi tutti degli ex non-ciclisti


Beh, il Furlan che citavi non è direttore sportivo di una squadra under 23?
Ciò non toglie che di idioti ce ne siano tanti (e non mi riferisco a Furlan), e sulla sostanza della tua affermazione io sono d’accordo.

Ciao
Davide

 

[Modificato il 28/03/2005 alle 19:58 by aranciata_bottecchia]

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Davide

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 29/03/2005 alle 02:29
Su Pantani, voglio aggiungere a ciò che ha scritto Davide Aranciata, che condivido, un particolare che, per me, rappresenta il fulcro del rapporto che muovo verso lo sport.
La sensibilità di un artista unico, non si giudica con la razionalità soggettiva che si vuole a tutti i costi oggettivare. L'artista va rispettato, perché non si possiedono i suoi idiomi, le sue immanenze e della sua ermeneutica, si leggono solo delle parti troppo distanti dal sufficiente per far disamina o giudicare con valori assoluti. L'artista, anche nell'estremo, lascia sempre un messaggio. Dipingerlo o collocarlo su contesti ricollegabili alle scienze dell'uomo, rappresenta un atto restrittivo, lontano dalla verità. Chi è nato con queste stimmate supreme, se viene rotto nel profondo, non si ricompone o salda, semmai si può solo avvicinare nelle parti spaccate.
Marco Pantani era un artista, che ha pagato il doping prima di tutto nelle risultanze del suo dipinto, ottenendo di meno di quello che era traducibile dal suo patrimonio interno. Se si fosse comportato come Claudio avrebbe voluto, prima di tutto non sarebbe stato quel campione unico che abbiamo visto ed ammirato. Poi, avrebbe compiuto il più grosso autogol per se stesso, dando sincronia agli intenti di chi lo ha affossato volutamente, con le pugnalate di "Cassio e Bruto". Certo, era lo scopo di quello che comunemente chiamiamo "complotto" e che si è consumato per buona pace di coloro che non credono, spesso, nemmeno mettendoci il naso. Complotto che non va smascherato (sarebbe tra l’altro impossibile pur con confessioni che non avrebbero il supporto della risultanza probatoria), perché niente potrà ricomporre la storia o rendere giustizia di fronte ad una morte. Ed il miglior modo di sfregiare il complesso di chi l'ha compiuto, è proprio quello di far capire che si conosce quella "tendenza", uccidendola con la volontà di non darle nemmeno la soddisfazione di una demoniaca pubblicità. Quando Marco, a monte, fece del razionale un lancio, affermando che i controlli antidoping dovevano essere uguali per tutti gli sportivi, nessuno escluso, si condannò a morte. Quello che più mi rammarica è che tanti fiorenti osservatori non lo ricordino, così come non ricordano, le affermazioni di quella "rapa famosissima" di calciatore che dichiarò pubblica invidia di fronte alla popolarità di Marco. E poi, quei funerali significativi sul tetro, soprattutto per certe assenze....
Lasciamolo in pace e dichiariamoci una volta tanto fortunati di averlo potuto vedere da vicino, nel suo unico tratto. Piangiamolo ogni qual volta se ne ha occasione, come un atto di riconoscenza per quello che ci ha dato.... Piuttosto studiamo per capire chi veramente aveva i valori per essergli paggio e chi, invece, era semplice giullare di chimica, ed è ancora perfettamente in vita. I margini ci sono, senza fare dei pentoloni che rischiano di mortificare taluni veri.

Il doping è un flagello, prima di tutto perché ammazza, rende una vita più breve e densa di claudicanze. L'aspetto del baro nell'etica dello sport è sempre secondario, anche perché la chimica non è l'unica che s'è manifestata ed insiste. Se fosse solo il doping a gravare come una "spada di Damocle" sulla testa dei valori sportivi, il calcio sarebbe ancora uno sport, anziché quel rollerball che tutti vediamo.

Ma c'è un passo dell'intervento di Claudio su cui non concordo per nulla. Non sono gli "ex non ciclisti" ad aver portato il pedale ad officina di chimica, bensì proprio gli ex ciclisti, direttori sportivi sui generis, scarsissimi in quanto a conoscenza di fisiologia e proprio per l'esperienza maturata nelle essenze del loro pedalare, dei perfetti giullari nelle mani di medici senza scrupoli e reali delinquenti. Sono proprio queste figure, che hanno coperto il ciclismo di neoplasie. Quegli ex ciclisti potranno insegnare i ventagli, i treni, la tecnica, ma non sono all'altezza per insegnare il rapporto con lo sport, la crescita fisica e mentale e, soprattutto le metodologie di allenamento. Devono mettersi a studiare e di brutto, ed a nulla valgono le iper-burlette degli stupidissimi esami per acquisire il primo, secondo e terzo livello. In altre parole, il ciclismo del futuro, se si vorrà liberare della tenaglia più mortale del doping, dovrà vedere queste figure come un appoggio tecnico, sul tipo del commentatore tecnico televisivo tanto in voga oggi, ma non l'allenatore o il telecronista.
In questi giorni, abbiamo vinto un oro e un argento nel sempre dimenticato ciclismo su pista, in questo caso, addirittura nella sottospecie femminile. Dietro, c'è un tecnico che, dal nulla, raccogliendo i cocci o ricercando talenti dimenticati o sottostimati dagli stradaioli dei superchilometrati degli intrugli, nonché supini ai voleri dei santoni, ha costruito una squadretta di ragazze da considerarsi stelline, una, la Carrara, davvero stella del nostro ciclismo intero. Quel tecnico è un insegnante di Educazione Fisica, con esperienze ciclistiche dirette, da considerarsi ridicole, quindi inesistenti: si chiama Edoardo (Dino per tutti) Salvoldi.
Quella è la strada da seguire. Spero lo capisca anche la nuova Federazione. Parimenti, anche noi appassionati o componenti dell'osservatorio, dobbiamo essere conseguenti....

Morris

 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 29/03/2005 alle 09:00
Oh, accidenti, cari Morris e Aranciata,
non mi aspettavo di suscitare subito le vostre osservazioni, me ne compiaccio e vi ringrazio.

Lasciate perciò che risponda.
Caro Morris, la tua digressione sulle immanenze e l’ermeneutica dell’artista è davvero bella, ma permettimi di tornare sulla terra, o meglio sull’asfalto calcato da copertoncini e palmer, chè stiamo discorrendo di ciclismo e non vorrei che qualche artista vero si venisse a confondere e dispiacere d’aver perso del tempo fra pennelli e altre attrezzature, mentre bastava infilare degli scarpini e saltare su un velocipede per essere riconosciuti artisti.

Scusa lo scherzo evidente, ma era solo per segnalare che le osservazioni fatte con metodo delle “quote”, che isola frasi dal contesto non conduce a granchè, poi và benissimo la discussione e sono qui per questo.
Resta l’equivoco di mettere nell’olimpo dell’arte chi non c’entra molto, l’arte è un’altra cosa, e non riguarda certo gli sport che hanno un traguardo da tagliare per primi.

Stò cercando di dire che tutta la vicenda Pantani la ritengo marginale nella più grande questione del doping, il mio parere rimane che avrebbe potuto comportarsi diversamente, senza pregiudicare nulla della sua immagine, anzi rafforzandola, ma rimane una opinione e nulla più, ripeto che non considero fondamentale quella vicenda.
Quello che davvero mi interessa meno è discernere fra “giullari della chimica e paggi” come li chiama Morris, stabilire l’esattezza degli accostamenti fra un Gotti e un Tonkov (Aranciata, parlavo di epoca e quelli erano gli avversari di Marco in quei Giri, non volevo fare esami del sangue a nessuno!) e nemmeno far nomi e cognomi di allenatori bravi e meno bravi, stabilire che solo gli ex-ciclisti hanno diritto di allenare (dio me guardi!) o trovare una equivalenza della colpevolezza fra questo e quello sport, tutte cose che non sviluppano idee, ma che servono solo come pezze di appoggio discorsive al nucleo del mio discorso.

Il quale è molto semplice:
A. Parlo solo di ciclismo, non ho nessuna idea oltre la vaghezza sugli altri sport.
B. Cerco di individuare quali siano le motivazioni intime che portano un ciclista a “scegliere di doparsi”
C. Trovo che gran parte delle energie vadano investite nella prevenzione presso le categorie minori (e non intendo under 23 che sono alla stregua di prof)
D. Per fare ciò credo che ci debba essere una crescita della cultura sportiva e della pratica sportiva.
E. Gli esempi del rugby sono riferiti allo spirito di rispetto e condivisione profonda delle regole, non certo a presunte verginità del rugby in materia di doping, come già detto non ne conosco alcun dettaglio.
F. Credo che la formazione dei tecnici delle categorie giovanili dovrebbe essere più attenta a trasmettere insegnamenti sportivi che non a raggiungere risultati immediati.
G. Il ruolo degli appassionati non è marginale, nell’economia dello sport spettacolarizzato è uno dei motori che spingono la ricerca del risultato ad ogni costo, che si trasferisce dalle categorie professionali a quelli giovanili.

Spero di essere stato chiaro.

Sono in perfetta sintonia con Morris quando dice che l’insegnamento dello sport è fatto di una parte tecnica e di una etica, sfondi una porta aperta carissimo, ed è vero che la formazione del tecnico dovrebbe essere anche “altra” dal ciclismo praticato, ci mancherebbe, i soloni del “io facevo cosà e così” non sanno insegnare nulla.
È proprio quello che volevo dire, non riuscendoci, anche io, grazie per averlo detto meglio.

Ciao raga,
a presto
claudio

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 29/03/2005 alle 15:56
Stò cercando di dire che tutta la vicenda Pantani la ritengo marginale nella più grande questione del doping, il mio parere rimane che avrebbe potuto comportarsi diversamente, senza pregiudicare nulla della sua immagine, anzi rafforzandola, ma rimane una opinione e nulla più, ripeto che non considero fondamentale quella vicenda.


La vicenda Pantani è il crogiolo della questione doping, per i risvolti che il flagello assume nel contesto più generale, per i significati che possiede per il ciclismo e per come “il caso di Marco” sa rappresentare come nessuno, un ruolo per capire se veramente si vuole sconfiggere o limitare il doping.
Marco era meno il meno dopato di tutti (lo sanno le pietre, non lo vogliono credere i "gemelli sferici solitamente molto fragili" nemmeno dopo le risultanze di un’analisi midollare), per ragioni che si spiegano se si sanno leggere i valori fisici e mentali di un atleta, per l’impatto che genera l’assunzione chimica, per la poesia che sapeva esprimere ugualmente nell’oceano dell’innalzamento della mediocrità, per il messaggio che ha lasciato, letto e capito da pochi (fra i quali tutti i suoi carnefici), su come combattere questo flagello trasversale allo sport. Nessuno prima di lui, ha detto che le regole antidoping devono essere uguali per tutti gli sportivi, nessuno escluso. Qui, ribadisco, ci sta l’aver messo i piedi in bocca a chi non voleva (e non vuole) che si scoperchiasse il pentolone, e qui s’è sviluppata la genesi dei perché lo si è voluto far fuori. Combattere il doping circuendo l’operatività al solo ciclismo, è il miglior inno al doping. Il ciclismo è un tassello del flagello, non il flagello. Fare del ciclismo il capro espiatorio significa donare un sacrificio che rende verginità altrove, ovvero alla stragrande maggioranza dell’universo dello sport. E’ un’azione da ingenui, per non usare un dispregiativo forte, ed è ridicolo dire che “i panni sporchi si lavano in famiglia” oppure che “ognuno deve lavare i suoi”.
Sputtanare o infangare il più grande e popolare sportivo italiano di quel periodo, rappresentava il massimo per darsi credibilità e poco importava se questo portava ad una compressione o ridimensionamento del ciclismo. L’importante era scansare le attenzioni su altro. Non si può parlare ed elaborare lotte al doping senza conoscere l’entità e le realtà di questa epidemia negli altri sport, è meglio stare zitti, perché qui l’ignoranza non è ammessa, per ragioni di troppa estrema gravità. Se lo ha fatto Ceruti, vendendo il suo sport intendendolo come fondoschiena, per le passioni, le vocazioni o le tendenze del Coni, scopriamo un versante del suo esser stato una neoplasia di questo sport.
Il doping c’è, lo incontriamo, gli stringiamo la mano ogni giorno e lo innalziamo, continuando a non pensare ai tanti cocainomani esistenti in Parlamento. Il ciclismo è un microbo che è diventato l’intero contesto, proprio perché a questi, si è eletto a siamese il caso Pantani. Quindi Marco non è marginale al doping, è la cassa di risonanza di tutto il mondo melmoso, assassino, di interessi, di business e di ipocrisie che sta dietro quella perfida parola.
Sono verità che via via mi risultano sempre più fastidiose, forse perché so cosa pensavano i mondi delle altre discipline, compresi i sorrisini di compiacimento, al punto di portarmi sovente all’incazzatura…..

Certo difendo il mio diritto di vedere l’atleta all’interno dell’arte….ma adesso devo scappare....

Tornerò più tardi.

Morris

 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 29/03/2005 alle 16:32
Ciao Claudio,

i tuoi posts mi mettono in cotraddizione con me stesso. Ho apprezzato moltissimo il tuo primo, forse per la vivezza della testimonianza. Ora però che ne vedo la sintesi che tu ne fai nel tuo ultimo post, mi piace un po' meno. E questo non perché mi senta in particolare disaccordo, ma piuttosto perché mi pare abbastanza semplicistico.

Ho visto che non apprezzi le risposte con il "quote". Lasciamelo usare lo stesso. E' solo un pro memoria per me. Dunque:

Originariamente inviato da claudiodance

A. Parlo solo di ciclismo, non ho nessuna idea oltre la vaghezza sugli altri sport.
B. Cerco di individuare quali siano le motivazioni intime che portano un ciclista a “scegliere di doparsi”
C. Trovo che gran parte delle energie vadano investite nella prevenzione presso le categorie minori (e non intendo under 23 che sono alla stregua di prof)
D. Per fare ciò credo che ci debba essere una crescita della cultura sportiva e della pratica sportiva.
E. Gli esempi del rugby sono riferiti allo spirito di rispetto e condivisione profonda delle regole, non certo a presunte verginità del rugby in materia di doping, come già detto non ne conosco alcun dettaglio.
F. Credo che la formazione dei tecnici delle categorie giovanili dovrebbe essere più attenta a trasmettere insegnamenti sportivi che non a raggiungere risultati immediati.
G. Il ruolo degli appassionati non è marginale, nell’economia dello sport spettacolarizzato è uno dei motori che spingono la ricerca del risultato ad ogni costo, che si trasferisce dalle categorie professionali a quelli giovanili.



Sul punto A: niente da dire, salvo che il problema doping investe in pieno anche gli altri sport, non solo il ciclismo. Ma questo é, o dovrebbe essere, ben noto a tutti.

Sul punto B: qui invece ci sarebbe molto da dire, ma preferisco non dire nulla. Molto é già stato scritto in questo forum su questo tema, non farei altro che ripetere cose già dette dimenticandone certamente alcune.

Punto C. In pratica come penseresti di fare? Controlli incrociati sangue-urine ai 15enni? Se i controlli fossero effettivemente efficaci ad alto livello, forse servirebbe anche da deterrente nelle categie inferiori. A cosa servirebbe diventare prof grazie al doping se poi, non potendone più fare uso, il bluff viene scoperto immediatamente?

Punti D, E e F. Qui sei tu Claudio che sfondi delle porte aperte. Chi non potrebbe essere d'accordo? Purtroppo però questo non é il corso della storia. E a invertire il corso della storia, scusa sai, ma non c'é mai riuscito nessuno... Anche a me piacerebbe che si ritornasse allo spirito di De Coubertin e che i Giochi Olimpici fossero riservati a dei dilettanti (veri). Che ne é invece?

Punto G. Direi che il ruolo degli appassionati POTREBBE non essere marginale per cambiare le cose. Che lo sarà effettivamente ne dubito. Certo, si potrebbe sanare facilissimamente il malcostume nel calcio semplicemente lasciando gli stadi completamenti deserti. Le cose cambierebbero immediatamente. Tu pensi che si farà?

Ciao

PS: citavi gli anglosassoni come modello di sportività. Chi ad esempio? Lance Armstrong? Mac Enroe? Karl Lewis?
Non molto tempo fa guardavo il match Galles-Irlanda di rugby. Ad un certo punto c'era un Irlandese che stava riempiendo di pugni un Gallese (si dice così?) a terra. Il commentatore diceva che non c'era troppo da farci caso: dopo la partita sarebbero andati sicuramente a bere una birra insieme. Sarà... Ma non c'é un po' di retorica in questo?

 
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Livello Tour




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  postato il 30/03/2005 alle 10:01
Siamo chiari: Pantani era un dopato. Altrimenti come si spiegherebbero i valori di oltre il 60% in quella dannata Milano-Torino del 1995?

Però nel 1999 ci hanno voluto far credere che la lotta al doping era vinta. Lo strumento usato era l'inchiesta-spettacolo di Guariniello, un giudice delirante di onnipotenza che ha scelto Pantani come capro espiatorio.
Pantani era un dopato, ok. E gli altri? Nessuna indagine? Perché Edgar Davids non è finito nella mani di Guariniello?

Altra domanda: perché i direttori sportivi dei vari Pantani, Zulle, Virenque (tanto per fare dei nomi) non si sono allontanati dal mondo del ciclismo? Ripeto: è questo il vero scandalo.

 
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Livello Claudio Chiappucci




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  postato il 30/03/2005 alle 10:16
Originariamente inviato da El Diablo
Come si spiegano i 42 Km/h di media nelle gare degli allievi?

Come si spiegano? Secondo te gli allievi fanno uso di doping? Mi stai dando del dopato visto che riesco a tenere i 40km/h a un età di 15 anni?
Mi sà che stai esagerando!!!!
Hai mai corso in bici? Pensi che solo i Prof. riescono a tenere i 50km?
Se non sai le cose non dirle! non prendere una categoria a caso e criticarla solo perchè fanno una media di 40km/h!
Prenditela con i medici degli Under23 o dei Professionisti!

 

[Modificato il 30/03/2005 alle 10:19 by nocentini]

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"A volte chiudiamo gli occhi perchè la realtà non ci piace...
...se però smettiamo di comunicare non riusciamo più ad assaporare la vita e a scrivere la nostra storia.
Il mio linguaggio è la bici...
e voglio continuare a scrivere quel capitolo del mio libro che da troppo tempo ho lasciato in sospeso..."

Marco Pantani



Il NOCE darà i suoi frutti.




 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 30/03/2005 alle 10:19
Ciao Felice,
usa pure il metodo delle quote, fatto così funziona benissimo e aiuta la comprensione.
Mi spiace della intima contraddizione che , i miei scarabocchi, ti provocano.

Rispondo, sperando di non generare altre contraddizioni.

Non ho ricette su cosa fare per i controlli nelle categorie minori, solo credo che se si deve investire si dovrebbe fare in quell’ambito.
Diventare prof è il risultato cui tutti ambiscono, scannarsi dopandosi a 16/18 anni è la fine della ragione, se potessi fare qualcosa lo farei lì.
Non credere che mi sfugga l’aspetto di “guerra ai mulini a vento”, ma potremmo dire lo stesso di tutti voi che mi avete preceduto, chi ce lo fà fare?, in fondo si potrebbe vedere come un puro esercizio dell’intelletto, poiché le decisioni e come dici tu, il corso della storia, hanno ben altro segno.

Ebbene sì, ne siamo tutti consapevoli, soprattutto del fatto che alla testa di tutti i motivi che portano gli atleti a assumere sostanze dopanti vi è la questione dello sport professionistico e della relativa ricerca di risultati ad ogni costo.
Credere di poter cambiare questo dato di fatto è troppo ingenuo anche per i più inossidabili fra i sognatori.
Dici bene dello spirito di De Coubertin e del concetto di sport “per diletto”, non si torna indietro.

E allora di cosa stiamo qui a parlare?, andiamo a casa che domenica c’è il Giro delle Fiandre e nessuno se lo vuole perdere??, ma certo, io non me lo perderò (famiglia permettendo), ma cerco di capire, parlandone con voi, quali potrebbero essere i comportamenti tenuti dalle persone “normali” (noi) che possano influire positivamente sulla cultura sportiva diffusa e in definitiva sulla disponibilità mentale di un giovane che pratica dello sport agonistico a barare sulle regole fondamentali del gioco per ottener prestazioni più elevate.

Non si tratta di lasciare gli stadi, ma di educare i figli ad esempio, di non pretendere risultati, ma pretendere da loro comportamenti e impegno, di non comportarci come “tifosi”, ma come appassionati, come sportivi!
Insomma, non penso a influire sul ciclismo (o sullo sport in generale) professionistico, ma bensì sulle piccole realtà, ognuno per quel che può, senza proclami, manifesti per carità, ma parlandone fra di noi, raccontando e esperienze, punti di vista, nella convinzione mia, radicata, che la conoscenza porta sempre ad affrontare meglio i problemi.
Questo forum e tutti gli ambiti di discussione possono essere preziosi, la diffusione di idee e comportamenti deve pur cominciare da qualche parte.
Hai ragione sulla distinzione fra il POTREBBE non essere marginale e il LO SARà, ciò non toglie che si possa ragionarne insieme.

Ricollegandomi al tuo ps., il terzo tempo è una bella tradizione, e se la vedi come retorica può essere, ma i valori di sportività del rugby li riconosci nel rispetto massimo delle decisioni arbitrali, nel senso di appartenenza a un gruppo, nel comportamento dei supporters che applaudono anche agli avversari quando lo meritano, nell’applauso finale che premia entrambe le squadre, nel rispetto di pubblico e avversari che impone alla squadra più forte di segnare il maggior numero di punti possibili alla squadra più debole, dimenticando meline e tatticismi, semplicemente dando il meglio ogni volta che si scende in campo.
Dovresti andare, almeno una volta a vedere un match del 6 nazioni e ritrovarti a far festa con gallesi, scozzesi etc, prima e dopo la gara, mescolati sugli spalti a sfottersi allegramente in inglese e italiano rispettivamente maccheronici.
Purtroppo capita che al Flaminio i “tifosi” dell’Italia fischino quando gli avversari trasformano un calcio piazzato, ma non accade in Gran Bretagna e un motivo ci sarà.
Perciò se cerchiamo esempi credo che la cultura sportiva anglosassone sia ancora il riferimento migliore, aldilà dei singoli nomi che tu fai….io potrei dire, beh, noi latini cosa contrapponiamo Totti, Tomba, Maradona, Vieri??
Ma non sarebbe serio, sarebbe solo facile ironia.

Tutti questi sono segnali di un “clima” generale che considera lo sport in un certo modo, molto diverso dall’isterismo italiota dell’equivalenza sport=vittoria o sconfitta.
Ho corso in bici e non ho mai vinto una gara (broccaccio eh?), ma non sempre mi sono sentito sconfitto alla fine di una gara corsa bene, all’attacco, dando tutto…ma questo molti non lo capiscono.
Uscire anche a solo un pò a livello giovanile da questo equivoco sarebbe bellissimo, forse non ci riusciremo mai….ma mi basterebbe sapere che qualcuno la pensa in questo modo.

Ok. Spero di essermi spiegato.
Ciao
Claudio


 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 30/03/2005 alle 10:20

Beh, caro Morris,
la libertà è sacra e mai mi sognerei di ledere il tuo diritto personale di vedere l’atleta all’interno dell’arte, padronissimo.
Anzi attendo con curiosità che tu torni dagli impegni per godere della prosa con cui esporrai questo convincimento.
Ho letto qualcosa d’arte e mi permetto di dissentire, ma sono disposto a cambiare idea se saprai essere molto convincente!!

In merito al caso Pantani condivido la centralità delle risultanze medianiche del giorno di campiglio, rimango sempre dubbioso sulla tesi del complotto orchestrato, ma, anche convinto dalla tua eloquenza, ne “vedo”, l’opportunità strategica di talune scelte fatte a posteriori da organi di informazione, federazione e c.

A tal proposito hai risollevato un ricordo, ecco uno scoop che avevo dimenticato, tenetevi forte, ma sentendo il nome di Ceruti mi è venuto in mente! Ascoltatelo perché è una piccola spy story!

Capitò al sottoscritto di sedersi all’abituale tavolo della abituale tavola calda per la pausa pranzo (non a Berlino, ma a Peschiera del Garda!), dividendo uno spazio angusto fra 2 tavoli con un paio di uomini, uno dei quali possedeva una fisionomia non nuova.
Furono le parole pronunciate ad alta voce dal quel corpulento figuro a farmelo riconoscere, era proprio lui, Ceruti il presidente, il periodo qualche mese dopo Campiglio probabilmente, o forse l’anno successivo, ma udite udite, la frase còlta era più o meno questa:
“….hanno visto che gli ascolti non si sono abbassati, anzi, sono più di prima………Pantani e Cannavò si sono scazzati, e Cannavò lo ha scaricato…..si telefonavano, hanno cercato di fargli fare pace…ma hanno litigato….del resto hanno visto che il ciclismo vende bene lo stesso!....ti ho detto degli ascolti!.....”
Beh??...da non credere no??, non me lo ricordavo neppure, ma il senso era questo…non posso giurare sulle parole precise, ma quell’omone era Ceruti, garantito, e nella sostanza testimoniava di un direttore della Gazza ( allora Cannavò lo era) che “scaricava” Pantani…mi date il Pulitzer o no??

E datemelo!!!
Ciao belli

 
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  postato il 30/03/2005 alle 12:59
Originariamente inviato da claudiodance

Capitò al sottoscritto di sedersi all’abituale tavolo della abituale tavola calda per la pausa pranzo (non a Berlino, ma a Peschiera del Garda!), dividendo uno spazio angusto fra 2 tavoli con un paio di uomini, uno dei quali possedeva una fisionomia non nuova.
Furono le parole pronunciate ad alta voce dal quel corpulento figuro a farmelo riconoscere, era proprio lui, Ceruti il presidente, il periodo qualche mese dopo Campiglio probabilmente, o forse l’anno successivo, ma udite udite, la frase còlta era più o meno questa:
“….hanno visto che gli ascolti non si sono abbassati, anzi, sono più di prima………Pantani e Cannavò si sono scazzati, e Cannavò lo ha scaricato…..si telefonavano, hanno cercato di fargli fare pace…ma hanno litigato….del resto hanno visto che il ciclismo vende bene lo stesso!....ti ho detto degli ascolti!.....”
Beh??...da non credere no??, non me lo ricordavo neppure, ma il senso era questo…non posso giurare sulle parole precise, ma quell’omone era Ceruti, garantito, e nella sostanza testimoniava di un direttore della Gazza ( allora Cannavò lo era) che “scaricava” Pantani…mi date il Pulitzer o no??


Peccato che non avevi un registratore o una video-camera. Magari non avremmo dovuto aspettare il 2005...

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 30/03/2005 alle 13:41
Originariamente inviato da El Diablo

Siamo chiari: Pantani era un dopato. Altrimenti come si spiegherebbero i valori di oltre il 60% in quella dannata Milano-Torino del 1995?



allora diablo su questo famoso 58% della Milano-Torino ci sarebbe da aprire un libro:innanzitutto come sono uscite quelle cartelle cliniche da un'ospedale pubblico?posso dirti quando che e'forse significativo anche del come:sono arrivate in mano a Guariniello pochi giorni dopo Madonna di Campiglio(che il grande Claudio ha confermato esser cio'che noi tutti sapevamo da sempre),ma soprattutto pochi giorni dopo che Marco aveva fatto la richiesta alla RCS di miliardi di danni per l'assurdo incidente nella discesa di Pino Torinese(che Cannavo'e Marco abbiano litigato per quello!?)....che strana coincidenza!!!
inoltre la tesi accusatoria,con processi degni di un mafioso,si basava sul fatto che Pantani fosse assuefatto dall'epo(uno dei pochissimi,se nn l'unico prodotto che ti manda il sangue a quei livelli),e lo sai perche'?
perche'quello era l'unico modo per spiegare la repentina discesa dell'ematocrito gia'poche ore dopo l'accaduto,aggiungendo che tanta era la sua dipendenza che si trovava costretto a farsi iniettare siringhe di eritropoietina anche durante il ricovero in ospedale!
gli dicessero pero'a quei loschi ed ambigui personaggi che se sei cosi'assuefatto di epo e'impossibile che all'analisi del midollo spinale esso risulti completamente integro,sconfessando quindi anni di accuse e frustrazioni che hanno portato Marco alla morte!!!
gli dicessero che e'molto piu'plausibile che quel valore cosi alto poteva esser causato dalla forte emorragia subita nel trauma e dal fatto che in certi casi e'il plasma a fuoriuscire con maggior forza,a dispetto della parte crepuscolare,e che tutto cio'e'confermato dal repentino abbassamento di tali valori,poi stabilizzatisi a livelli normali!
gli dicessero che gia'la sera prima del famoso 5 giugno tutti sapevano che Marco sarebbe stato fatto fuori.....vabbe'che poi tanto Cannavo'e'cosi privo di coscienza ed impaurito di perder la sua poltrona fatta di apparente stima e considerazione guadagnata col tempo su chi certe cose nn le sa da riuscir ad azzittire anche chi come Lombardi stava per una volta dicendo la verita'su Campiglio,la sera della tragedia addirittura a Porta a Porta,con una veemenza tale di chi si sente coinvolto fino al collo come l'allor direttore della rosa!!!




p.s.attento nn sto dicendo che Marco andasse a pane ed acqua,sapete come la penso al riguardo(per chi nn lo sapesse basta leggere sopra),ma che cautelasse la propria salute,pur a patto di vedersi i Berzin di turno sottrargli Giri stravinti direi proprio di si!!!

 

[Modificato il 30/03/2005 alle 14:49 by Pirata x sempre]

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Giuseppe Matranga

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Livello Gastone Nencini




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  postato il 30/03/2005 alle 13:50
somo concorde con questo messaggio, ma io vi dico solo una cosa,nessuno riuscira' a sconfiggere questo male , fino a che ci sara' gente che ne aquistera' il loro prodotti e ne fara' un'uso smisurato e non controllato, questo mi fa' piu' male nel pensare che gente della mia eta' (40) fa' uso di sostanmze in genere soloper vincere la gara' amatoriale sotto casa e dire sono il piu' forte, io direi SEI IL PIU' SCEMO non il piu' forte

ciao

roberto



Originariamente inviato da Emiliano

Concordo con Morris: credo che se dovessi scommettere qualche lira sulla pulizia di alcune vittorie, direi che quelle di Petacchi, Zabel e Cipollini potrebbero essere quelle meno inficiate dal doping.
Io forse andrò contro corrente, ma credo che non debba essere per forza una necessità introdurre delle salite per cambiare la Sanremo ed evitare gli arrivi in volata.
Mi spiego meglio: mettere delle nuove salite e rendere dura la corsa secondo me va sempre bene, ma la finalità non deve essere necessariamente quella di evitare arrivi in volata. La Parigi Tours ad esempio ha un percorso "facile" in cui si arria spesso in volata, ma nel contempo è stata teatro negli ultimi 10 anni di imprese straordinarie che dal punto di vista sportivo sono state eccezionali: le vittorie di Virenque, Durand, Dekker e Tafi sono state straordinarie e non certo casuali. In altre parole le corse le fanno i corridori e la presenza di corridori di grande classe rendono eccitanti anche corse che sembrano avere tracciato noiosi. La Parigi Tours ne è appunto un esempio.
Per quanto riguarda la Sanremo i colpi di mano di Tchmil e la fuga di Bettini di due anni fa sono episodi non meno eccitanti. Ciò dimostra che quando abbiamo degli atleti in gamba tatticamente e in ottima forma esiste la possibilità di evitare l'arrivo in volata, senza cambi di percorso!
Aggiungo alle mie considerazioni un'argomentazione. Se scorriamo l'albo d'oro della Sanremo delle ultime 20 edizioni, scopriamo che la classicissima di primavera possiede nel suo albo d'oro pochissimi outsider. Ne noto praticamente solo due: Maechler e Colombo. Gli altri vincitori si chiamano Laurent Jalabert, Sean Kelly, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Laurent Fignon, Erik Zabel, Paolo Bettini, Maurizio Fondriest. Si badi bene che il Giro d'Italia, il campionato del mondo, la Parigi Roubaix e anche il Tour de France (con la monotonia dei suoi vincitori e protagonisti iperspecializzati) possegono albi d'oro con meno blasone.
In sostanza credo che la Milano Sanremo abbia l'elenco dei vincitori di più grande pregio e i successi dei brocchi sono quanto mai rari.
Sicuri che si debba per forza cambiare il percorso?
Vi lascio con un'ultima considerazione...
La Sanremo arriva ormai spesso in volata...non è che questo sia dovuto al fatto che siamo in un periodo in cui il livello degli sprinter è superiore alla media degli ultimi anni?
E' possibile che non sia solo una conseguenza del percorso, ma anche del fatto che Zabel, Freire, Petacchi, Cipollini, Hondo, O'Grady siano davvero dei corridori completi che tengono sulle salite dotati di incredibile spunto veloce. E' quindi per forza necessario ragionevole pensalizzare la bravura di tali atleti con un cambio di percorso?
Io non sono sicuro della risposta e mi sento indeciso; sentivo tuttavia la necessità di sollevare un'argomentazione di segno opposto a quella imperante che vede la Cipressa ormai inadeguata per la classicissima.

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 30/03/2005 alle 14:25
Ciao Claudio, sinceramente mi stupisce che tu non percepisca il lato artistico dello sport, non capisco nemmeno perchè tu vada citando pennelli e scalpelli, sarebbe sciocco ricondurre l’arte allo strumento che è tramite dell’espressione, no?
Tra le altre cose un pennello nella mano non è sufficiente a fare di un artigiano un artista, o sbaglio? Allora capirai da solo che un paio di scarpini e una bicicletta non fanno un artista, ma nulla vieta che alcuni atleti siano esempi di espressione artistica.
E quante forme d’arte sono state guardate con sufficienza, se non con disprezzo, prima di essere riconosciute come tali?
Quanto tempo è passato prima che il jazz di Charlie Parker o il rock’n’roll di Jimi Hendrix venissero riconosciutui come forme d’arte? Per taluni non lo sono ancora oggi, per altri sono immensi.
Non ricordo il nome, ma qualcuno ebbe a dire che non esistono arti minori e arti maggiori, ma solamente artisti minori e artisti maggiori, non pensi che sia una considerazione molto accettabile? Per me lo è molto di più che non il cosiddetto olimpo dell’arte cui ti riferisci
E qual’è quella definizione di arte capace di mettere d’accordo l’intero genere umano?
L’arte è un’altra cosa, dici, proprio ciò che dissero i critici coevi di Van Gogh.

Il nocciolo della questione è che il messaggio che vuoi fare passare, a proposito di doping e ciclismo, in larghissima parte è condivisibile, ma a mio avviso hai messo insieme un gran minestrone, scegliendo pure delle fuorvianti pezze d’appoggio, come le chiami tu, crucciandoti poi se il lettore, anzichè essere attratto dal meritorio quadro d’insieme, rimanga inevitabilmente colpito dalle incongruenze dei dettagli.
Ora lascio la palla a Morris che sa esprimersi con maggiore chiarezza.

Ps però quella degli "sport che hanno un traguardo da tagliare per primi" è una brutta battuta, a me ricorda molto più le corse dei cavalli che non il ciclismo o la maratona.

 

____________________
Davide

 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 30/03/2005 alle 16:39
Ciao Davide.
Ebbene, sia chiaro che non mi cruccio, anzi mi diverto.
Và benissimo che tu ritenga fuorivianti le pezze d’appoggio, incongruenti i dettagli e grande il mio minestrone, ti ringrazio comunque per il “meritorio quadro d’insieme””!

In merito all’arte nello sport ecco quanto mi frulla in testa:

è ovvio che vi può essere un modo di fare artistico in ogni attività umana, cioè con una particolare abilità, un senso spiccato del bello, etc., e notare questo questo significa cogliere il “lato artistico dello sport” come di altri ambiti dello stare al mondo.
Questo lo colgo anche io…e tutti direi.
Altro è definire tout court Artista, una persona che svolge una attività che non abbia lo scopo dichiarato di ogni attività artistica, cioè il raggiungimento di qualità estetiche e stilistiche indipendenti e non direttamente condizionate dal soggetto o dallo svolgersi dell’attività stessa.
L’artista interpreta il mezzo di espressione (pittura, recitazione, musica, architettura, cinema, ballo…) come un media con cui far passare la propria “visione” estetica….non cerca di vincere una gara o di fabbricare una buona finestra solida.
Cerca di incanalare la propria creatività in un sistema di espressione trasmissibile a un pubblico.

In soldoni Van Gogh, poteva non essere capito dai critici dei salòn parigini del tempo, ma appariva chiaro che la sua attività fosse tesa a fini prettamente estetici…….magari innovando profondamente, distaccandosi dalle forme della maniera e dell’accademia del tempo, ma sempre con l’unico intento di “svelare la propria opera” e con essa uno stile, una visione della realtà o una distorsione della stessa, anche aberrante se vogliamo.
La frase “questa non è arte” detta da qualche critico poneva in oggetto una valutazione qualitativa delle opere, non una disamina sulla tipologia del prodotto esaminato.

Quando Ronaldinho salta l’uomo con un doppio passo, vuole innanzi tutto smarcarsi per andare a crossare, ma quante volte abbiamo pensato che praticasse in modo artistico il calcio, io per primo, ma il suo scopo non è principalmente quello di esprimere un’estetica, uno stile, ispirare una semiotica (minchia ma cosa stò dicendo!!??!!)) del linguaggio calcio attraverso una finta di corpo…..il fatto è che madre natura lo ha dotato di tecnica, è un “artista” del dribbling, ma non, a mio avviso, un Artista.

Riguardo alla differenza di artisti minori e maggiori concordo con te, sono convinto che Masaccio sia stato molto più grande di Raffaello, ma non importa granchè….erano entrambi artisti, di carature e stili diversi….mia figlia ha 21 mesi e fa degli scarabocchi colorati che mi piacciono moltissimo, ma non è un’artista….beh, magari lo diventerà!!!

Ho parlato di sport con un traguardo perché esistono attività sportive come il pattinaggio artistico (ohibò!), la ginnastica artistica (ri-ohibò!!) e altri come il nuoto sincronizzato, i tuffi etc. dove la classifica viene redatta da giudici che esprimono voti agli atleti e che fanno le loro valutazioni tenendo conto di canoni tecnici, atletici e anche estetici. Ebbene per non generare confusione, ho pensato di distinguere i due ambiti, ma forse ho fatto male, anzi l’ho riletta ed era scritta male….…..ma per i cavalli ho il massimo rispetto!!!!!
Sia detto per inciso, anche Plushenko non lo ritengo un Artista, ma in primo luogo un atleta.

Cavolo, ma non parlavamo di doping??
Che cosa ci siamo bevuti?? devo aver esagerato con la caffeina!!!

Ciao raga
Claudio

 
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Livello Marco Pantani




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  postato il 30/03/2005 alle 18:42
Ciao Claudio,

Direi che non solo si può parlare del doping, se ne DEVE parlare. D’altra parte io scrivo in questo forum proprio perché ho l’occasione di scambiare delle idee con gente come te che abbinano competenza e pacatezza di linguaggio. Per quel che mi riguarda considero estremamente interessanti le testimonianze dal “di dentro” che tu, Canguro e altri portate.

Sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che si dovrebbe rendere pulito il mondo dello sport dei giovani e dei giovanissimi. Penso che a quel padre, citato da Pacho, che porta il figlio di 8 anni nel bar a bere due caffé prima della competizione, bisognerebbe dare una randellata in testa e spaccargli il cranio; idem per allenatori e direttori sportivi che predicano ai giovanissimi la vittoria ad ogni costo. Prendo però per assodato che questi fenomeni esistono e che, qualunque cosa si faccia, esisteranno sempre, così come esistono genitori che prostituiscono i figli, altri che mettono i neonati nelle immondizie e gente che sevizia gli handicappati. Non c’é educazione che tenga: certi fenomeni fanno parte della peggiore natura umana e non saranno mai sradicati. Bada bene, non sto dicendo che non si debba andare nel senso che dici tu e cercare di diffondere una vera cultura sportiva: dico solo che troverai sempre gente che si crede più “furba” degli altri e che quindi comincerà a barare.

Viene quindi il problema del cosa fare. Come giustamente dici tu, dobbiamo forse fare come se niente fosse e rassegnarci? In realtà sono d’accordissimo con i tuoi punti D, E e F. Lasciami cercare però di aggiungere qualche elemento di riflessione sviluppando un po’ più in dettaglio la mia precedente risposta al tuo punto C.

E’ chiaro che quella che tu auspichi é una politica di prevenzione. Ora la prevenzione dei comportamenti fraudolenti non può essere fatta che cercando di eliminare i moventi di tali comportamenti. Nel caso del doping di moventi se ne possono trovare tanti (desiderio di notorietà, ambizione…), ma una sta certamente al di sopra di tutti: i soldi. I soldi che intascano, o che sperano di intascare, gli atleti e tutti coloro che ad essi ruotano intorno (sponsor, direttori sportivi, medici, testate giornalistiche, ecc.).
In una visione realistica, questo é ormai un fatto incontrovertibile, come dicevo prima la storia é andata in questo senso, non c’é niente da fare. Però questo é quello che mi fa dire che la battaglia per la pulizia nelle categorie giovanili si combatte anche e probabilmente soprattutto nelle categorie superiori. Si devono azzerare il più possibile le chances che qualcuno che si é fatto largo fra i giovani grazie a mezzi illeciti possa sopravvivere (agonisticamente parlando ovviamente) nelle categorie superiori. Quindi niente miraggi di lauti guadagni. Niente lauti guadagni nessun bisogno di ricorrere al doping. Oh certo, qualcuno che lo farebbe lo stesso per cercare un po’ di notorietà ci sarebbe lo stesso, ma il fenomeno penso sarebbe marginale o comunque ridimensionato.

Beh, non dico certo quanto sopra convinto di assennare una “verità”. E’ solo uno spunto di riflessione, da aggiungere a quelli tu e altri avete già proposto.
Ciao!

PS. A proposito della sportività degli anglosassoni: il movimento degli hooligans viene dall’altro lato della Manica e non é certo un sintomo di grande sportività. Attorno al rugby viene fatta un po’ di retorica circa il confronto sempre leale tra uomini duri. Come ti ho detto i due tizi che se le suonavano di santa ragione durante Irlanda e Galles non sono stati esclusi dal match e praticamente neppure redarguiti. Si potrebbe fare lo stesso anche nel football, lasciare che se le suonino ben bene e vedere cosa succede. Certo che in tale modo non si vedrebbero più sceneggiate del tipo: mi dai un buffetto? Io cado a terra tenendomi la testa, così tu vieni espulso. Se ciò sarebbe un bene o un male proprio non lo so…

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 30/03/2005 alle 19:04
Carissimo Nocentini, io faccio apertamente il tifo per te, e virtualmente ti assegno la maglia bianca di "miglior giovane" del forum! (senza voler fare alcun torto agli altri giovanissimi forumisti, sia chiaro).
Spero che tu abbia letto bene tutti gli argomenti riportati da Morris, specialmente quelli nel thread aperto da Pacho, e finchè sei in tempo provvedi ad armonizzare il più possibile la crescita del tuo corpo, senza fossilizzarti solo ed esclusivamente sul ciclismo, perchè verosimilmente quando passerai nella categoria juniores avrai molto meno tempo a disposizione.
Soprattutto bada sempre a non spremerti come un limone, abbiamo capito che i carichi di lavoro enormi ti trasformano in una stella supernova, brillantissima ma dalla vita effimera, brevissima, troncando i tuoi margini di miglioramento (non vorrei che anche tu ti ritrovassi a pensare che gli altri vanno forte perchè sono tutti dopati).
Se non sbaglio dicesti che l’ambiente in cui corri non ti sottopone ad alcuna pressione ed è molto familiare, tu cerca di sviluppare quella cattiveria e quella fermezza d’animo che è tipica dei campioni, vai sempre dritto per la tua strada e non farti suggestionare nemmeno quando, inevitabilmente, le pressioni aumenteranno.
Ciao!

Ps Che studi stai facendo?

 

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Davide

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 30/03/2005 alle 19:05
Ciao Claudio, devo dire che la tua visione del ciclismo io la ritengo valida solo ed esclusivamente per l’esercizio contro il cronometro, perchè nelle corse in linea, tappe dei grandi giri o classicissime indistintamente, i fattori che entrano in gioco sono talmente tanti che arte è la sola parola che mi viene in mente.
Sì, io parlerei di arte, e sarei per separare la grandezza dell’atleta-artista dai risultati ottenuti, quanto piuttosto fondandola sull’interpretazione che ha saputo dare di questo sport.
Certo, quando Armstrong dice che Pantani era come Salvador Dalì trovo evidente che stia facendo ironia, che stia prendendo per i fondelli la memoria del Pirata e che non sia convinto di quanto vada dicendo, ma io penso davvero che fosse un’artista, come pochi per altro, gli si avvicinano Bugno, Museeuw, Cipollini, Bartoli, Bettini, per dire qualche nome recente.
Tra le altre cose, esiste un vero e proprio collezionismo di filmati, proprio per rivivere l’emozione trasmessa dall’estetica del gesto sportivo, io sono dell’idea che si tratti di arte.
Detto che si può avere opinioni differenti, ti faccio i complimenti per la simpatia e la prontezza nelle risposte, e un grazie a Mario per averti spinto a mettere il naso qui dentro.
Ciao!

 

____________________
Davide

 
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  postato il 31/03/2005 alle 00:33
Innanzitutto saluto l'amico Claudio, che ho avuto il piacere di conoscere in un altro Forum, dove però a quanto pare la liberà di pensiero, di parola e di opinione e il rispetto delle facoltà mentali viene messo in secondo piano ad un Campione che di certo non si merita delle persone che potrebbero screditare la sua figura in un modo così peregrino.

Vabbene, dopo un piccolo sfogo, vorrei farvi notare che Claudio chiese a me, in quel Forum, un parere su quanto scritto in queste stesse pagine nel suo primo post: come sapete la mia conoscenza del doping è quantomeno limitata, e quindi mi sono permesso di invitarlo nel nostro circolo a leggere di Morris, soprattutto, e di tutti coloro che tanto mi hanno insegnato... soprattutto mi avete insegnato ad aprire gli occhi. E piuttosto che rispondere banalità all'amico Claudio, mi sono permesso di invitarlo qui, e leggere queste vostre discussioni un po' in disparte mi ha permesso, un po' egoisticamente, di continuare a capire di più.

L'unica cosa del doping che sempre e comunque mi sento di appoggiare è il discorso etico ed educazionale: Felice nell'ultimo intervento ha tirato in ballo i soldi, la popolarità e le pagine dei giornali, un po' quello che avevo detto a Pacho che poteva annebbiare la voglia di ragionare.

Il corso Di Rocco è stato tanto atteso (o comunque è stata attesa la fine del corso Ceruti) proprio per questo motivo: il ciclismo aveva perso credibilità, e molta, verso gli occhi di tutti: le perquisizioni, i pentiti, gli omertosi, gli atti a delinquere, le minacce, il mobbing. Brutta, bruttissima piega: quella che permette ai quattro cretini che vedono un ciclista di gridargli contro: <> soltanto perchè è seduto su un sellino e pedala.

Putroppo la massa vive sotto il bombardamento mediatico, che fa parlare di qualunque cosa troppi qualunquisti, e così non si va da nessuna parte.
Per questo quando i discorsi sono affrontati da persone competenti come Morris, con esperienza da vendere nel settore, da Pacho, Tobia, Canguro, Nocentini, Claudiodance, tutti corridori o ex-corridori, da Aranciata, Pirata, Felice, Emiliano, tutte persone estremamente competenti ed amanti obbiettivi di uno sport tanto bello quanto particolare (e quindi circoscritto a pochi, almeno nella sua competenza) il discorso s'innalza inevitabilmente, portando magari a dei punti di disaccordo e di poca sintonia, ma tutto ciò e ragionevolissimo, visto che si tratta di "pacate discussioni".

Ringrazio anch'io claudiodance per aver regalato agli amici del Forum anche la sua esperienza, che sono certo sarà utile anche in futuro, non soltanto parlando di doping e di sè, ma più in generale del ciclismo tutto.

Mario


P.S.: Claudio, però quella del ciclismo (o dello sport) che non è arte te la potevi risparmiare...

 
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Livello Claudio Chiappucci




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  postato il 31/03/2005 alle 17:42
Originariamente inviato da aranciata_bottecchia
Spero che tu abbia letto bene tutti gli argomenti riportati da Morris, specialmente quelli nel thread aperto da Pacho, e finchè sei in tempo provvedi ad armonizzare il più possibile la crescita del tuo corpo, senza fossilizzarti solo ed esclusivamente sul ciclismo, perchè verosimilmente quando passerai nella categoria juniores avrai molto meno tempo a disposizione.
(non vorrei che anche tu ti ritrovassi a pensare che gli altri vanno forte perchè sono tutti dopati).
Se non sbaglio dicesti che l’ambiente in cui corri non ti sottopone ad alcuna pressione ed è molto familiare
Ciao!

Ps Che studi stai facendo?

Caro Aranciata,
io pratico molti sport(rugby,judo...).
Io non ho detto che gli altri vincono perchè sono dopati e non sono d'accordo su quello che dice El Diablo(Come si spiegano i 42 Km/h di media nelle gare degli allievi?)é cosi improbabile tenere una media di 42km/h? sicuramente fai fatica, ma io non mi dopo x tenere i 42km/h!
Ho scelto una società tranquilla(e con grande esperienza).
Per quanto riguarda gli studi(vanno bene...bè conosco amici che hanno smesso al 3anno di medie x darsi al ciclismo.(roba da matti!

Ciao!

 

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"A volte chiudiamo gli occhi perchè la realtà non ci piace...
...se però smettiamo di comunicare non riusciamo più ad assaporare la vita e a scrivere la nostra storia.
Il mio linguaggio è la bici...
e voglio continuare a scrivere quel capitolo del mio libro che da troppo tempo ho lasciato in sospeso..."

Marco Pantani



Il NOCE darà i suoi frutti.




 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 31/03/2005 alle 18:35
Ciao "Noce", lo so che non l’hai detto, e sai benissimo che sono d’accordo con te.
Sei un grande!

 
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Livello Federico Bahamontes




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Registrato: Feb 2005

  postato il 31/03/2005 alle 20:59
Originariamente inviato da Knightlake98
...
Ma allora perchè ci tuffiamo sulle strade appena arrivano i corridori?
Perchè ci guardiamo 2 ore di "inutili" pedalate quando mancano ancora 100 km all'arrivo di una tappa e quando sappiamo bene che al 99% i corridori
"faranno la corsa" solo all'ultimo??


Quando eri a Tivoli ad aspettare l'arrivo del gruppo o infiltrato la sera nell'albergo, a cosa pensavi? Al doping? Io semplicemente mi sentivo a casa... A me piace la sublime arte del pedalare... E mi piace vedere le corse perché vedo tanta gente passarmi davanti agli occhi intenta nella sublime arte del pedalare: gente come me, come te... che anche se lo fa per "professione"... ama il ciclismo per le stupende sensazioni che ti dà, mentre monti in sella a una bici.

Originariamente inviato da Knightlake98
Sapete che vi dico?
Preferirei vederli vincere a 28 di media.
Preferirei sapere che non si dopano MAI.
Preferirei NON SAPERE che si dopano....


Vincere a 28 di media capitò a un certo Marco Pantani nel giorno dell'attacco sul Galibier, l'ho visto qualche giorno fa in Sfide dedicato al Pirata....
Per quanto riguarda la media... ti posso dire che io che sono io, che ho fatto 4 uscite in tutto il mese di marzo... poco fa ero in bici e in pianura ho toccato i 42 km/h: figurati se puoi sperare di vedere un Petacchi che vince la Sanremo a 28 km/h. Quelli si allenano ogni giorno, ci campano in bici...
La scienza che crea il doping è avanti, ma, come scrivi, non siamo noi appassionati a chiedere che giri certa mondezza, all'interno di questo splendido mondo, chiamato ciclismo. Il sistema va cambiato, semplicemente devono sparire i medici dall'ambiente. Forse è un problema che c'è sempre stato... ma è un problema che non è solo nel ciclismo (questo penso che lo sappiamo tutti)... Allora non dovremmo più seguire lo sport.
Io continuo invece, a seguire e a praticare la sublime arte del pedalare. Posso dispiacermi di certe situazioni, ma questo non scalfirà mai la mia passione per uno sport che mi ha dato infinitamente tanto, non certo dal punto di vista strettamente sportivo... ma da un punto di vista di modo di essere, di pensare, di concepire la vita, di riuscire a sopravvivere nei momenti difficili.
Sai che per me è una filosofia di vita il ciclismo. Tutto questo è molto più forte di tutto quello che può succedere, provocato da 4 medici buoni solo a rompere le scatole per guadagnarci da vivere!! Per questo amo il ciclismo e mi presento (sempre più spesso) alle corse, vicine o lontane che siano. Lì c'è la sublime arte del pedalare: il resto è contorno, è chiacchiera.... E' noia.

 

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Crono-Campione-Nazionale 2005 US ACLI

Attenzione!! Vieni a trovarmi su

http://www.cycling-checco.tk

 
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  postato il 31/03/2005 alle 23:25
Per quanto riguarda la media... ti posso dire che io che sono io, che ho fatto 4 uscite in tutto il mese di marzo... poco fa ero in bici e in pianura ho toccato i 42 km/h: figurati se puoi sperare di vedere un Petacchi che vince la Sanremo a 28 km/h. Quelli si allenano ogni giorno, ci campano in bici...


Caro Francesco, ovviamente intendevo medie di 28,
non le velocità di punta di una volata.
Petacchi farebbe volate a velocità superiore a 28 pure a 179 anni!!!

IL CICLISMO ALLA FINE SIAMO NOI.
Quelli che pigliano la bici con la panzetta (non è il tuo caso visto che pesi 20 kg).
Quelli che s'impiccano per non metter piede a terra sulla Faeta con pendenze oltre il 15% e un allenamento precario...
La gioia di inforcare una bici e andare dove si vuole.
Questa è la sublime arte del pedalare di cui parli.
Ed è per questo che vado in bici da 16 anni, e mi sono sempre ben tenuto
lontano dall'iscrivermi ad una qualsiasi società.
Voglio sentirmi libero.
Ovviamente non sbaglia chi lo fa, ci mancherebbe.
Ma è un vincolo che io non vorrei mai avere.
Sai Franz....come quella volta che mi dicevi dei "tipi" fissati
con i "materiali supercostosi" che si scandalizzano se tutti non li hanno...che si scandalizzano se qualkuno non monta un telaio super...
FISSATI.
DROGATI (nel cervello).
L'arte del pedalare (anche con una "Graziella") quei tipi...
non la capiranno mai.

 

[Modificato il 31/03/2005 alle 23:28 by ]


 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 31/03/2005 alle 23:58
Riprendo dopo aver dovuto interrompere bruscamente......

In un’era supertecnologica, chiedersi cosa sia l’arte è come porsi la domanda di cosa sia il cielo, l’universo o semplicemente la vita. E l’uomo, che ha disquisito negli ultimi due secoli sulle ali della fredda concezione matematica delle cose, partorendo un progresso spesso fine a se stesso, perché mai nemmeno sfiorato da una uguale crescita interiore, si perde nell’impotenza della grandezza del quesito e si rifugia, ancora una volta, nella razionalità della sua miopia. Ne conseguono ristrettezze, delimitazioni, aree che si vogliono in tutte le maniere recintare, magari richiamando il pragmatismo, ed un riassunto che prende nell’estetica, il pegno maggiore per mettere quel punto di cui sempre ha bisogno.
Poco importa sapere (per chi si pone questa ragione della conoscenza), di possedere un cervello sviluppato per un ottavo del potenziale, al punto di spingere scienziati australiani a mapparlo, e, tanto meno, viene considerato come foriero d’interrogativi, un eventuale sconfinamento dell’azione umana oltre il parametro del conosciuto. Ogni fenomeno, o lettura, o considerazione, al di fiori della patacca del solito, viene dipinta e respinta con mezzi oggi ben più efficaci del passato, come in segno di oscurità sinistra, oppure come una banalità da deridere, o schernire, o da vendere come velleitaria, oppure come uno strumento di business. Da questo gioco che sfugge, perché pensare, sognare, operare senza aver sotto qualcosa di palpabile, soprattutto denaro o tornaconto fa male, si perdono gran parte delle occasioni per recepire messaggi, idiomi, significativi enigmi, pronti a forgiarci nuove dimensioni ed una spiritualità maggiore.
Ecco dunque che la definizione di quell’enorme caleidoscopio interno l’uomo che è l’arte, viene ridotta a briciola, rispetto a ciò che potrebbe o dovrebbe essere. Ecco allora che taluni intellettuali (da considerarsi tali, al più, solo per titolo didattico), eletti a critici di mestiere per interiorità enormemente più piccole degli artisti, partono per seminare altri steccati, porre barricate perfide, vendersi alla produzione di farse passate per valenze, con lo scopo della solita logica tornacontista. Ecco che questi satrapi critici divengon ricchi, lasciando la mondezza a chi ha, o chi artista è, veramente.
Il critico onesto, ha talento artistico e sceglie un’altra delle vaste forme per testimoniarsi divenendo esso stesso artista, sempre.

E’ arte ogni forma espressiva che si basa sull’istinto, che cancella una parte del razionale o ne innalza le facce meno determinabili; è una fonte comunicativa di testimonianze di pensieri e valori che, da temporali, divengono eterni. E’ un linguaggio che si può slegare dalla cultura di chi la esprime, che si evidenzia ermetico per istintiva scelta dell’artista. E’ il totem interno che esce per donarsi agli altri, o agli stessi sdoppiamenti nebulosi del nostro io. L’arte convive in ognuno, attraverso il contatto diretto con chi la esprime e come possesso pulsante a vari livelli nel nostro interno. Siamo noi stessi critici, condensando in questo, un diritto al giudizio e alla considerazione, al messaggio, all’indicazione dei poli diffusi che aprono il nostro mondo interiore a stabilire tanto l’emozionalità, l’intensità, la sensibilità del gesto e della traiettoria artistica, quanto la sua disamina o considerazione. L’arte non si definisce con la certezza della matematica: usare l’epigone della concezione numerica significa offenderla, ucciderla ancor prima di determinarne collocazione. Al matematico sarà sempre difficile da comprendere, vista la miopia che nasce con lui dal momento in cui fa dell’esattezza del suo piccolo universo un credo su cui misurare la vita. E nemmeno lo può svegliare la lettura che l’uomo s’è dato, nonostante tutto, nel non definire l’arte con una dimensione diretta all’interno di una cornice: ne sono prove le numerose scienze che abbozzano a studiarla: dalla psicologia, all’estetica, dalla sociologia alla stessa storia dell’arte, dall’antropologia, alle scienze della comunicazione.
Ma dove si orienta o si dipana l’atto artistico?
Su tutto ciò che esiste nell’intorno e nei contorni, nei profondi emozionali, nelle sensibilità del mosaico del nostro segmento d’esistenza, nella proiezione del sogno che si traduce in qualcosa di più concreto che libera ulteriori sogni e significati. Si farebbe prima a dire dappertutto.
Il creativo non ha terreni, è. E dove non è immediato ci sono altri che lo riprendono assiomaticamente con altri idiomi, perché essi stessi genesi di altra arte, tanto nelle vesti critiche, quanto in quelle direttamente artistiche.
Non esistono stereotipi o “topos” definibili e ristetti sulla figura del creativo, ovvero di quel tipo, o quella somma di tipi che generano dal niente del percepibile o dall’esistente nascosto ai più, dalle fonti delle sensazioni e delle emozioni. Ricondurre questo insieme poliforme alla sola estetica, significa prenderne uno spicchio, spesso il più limitato, sicuramente il più miope, perché fortemente intinto di matematica e razionalità, esattamente i terreni più lontani, o nemici dell’arte. L’artista non crea quel frutto sgorgante dai lati oscuri e misteriosi della sua mente, per generare il definito bello e il tornaconto, lo fa per esprimere prima di tutto se stesso, nelle forme che gli vengono dall’istinto, dall’intuito, ovvero le vie che portano all’intelligenza nella massima espressione possibile. La traduzione viene dopo, spesso gliela danno altri, ed altrettanto spesso lo fanno con quella mente matematica sì tanto-troppo esistente oggi, che sa leggere solo la faccia del vantaggio e degli obiettivi, ma c’è anche chi aggiunge arte all’arte di genesi.
Cosa serve per creare?
Un pennello, uno scalpello, un martello sono solo tre degli innumerevoli strumenti. A volte basta il corpo, lo sguardo, un segno, un pezzo di carta ed una penna, un gesto ecc. In altre parole troppo, per definire artisti solo coloro che usano il tradizionale consumato, narrato o venduto, sull’immaginario collettivo.



Lo sport è una forma di comunicazione, una forma espressiva, un messaggio e come tale entra di diritto come tassello dell’oceano artistico, in tutte le sue forme, perché anche là dove serve abilità fisica e mentale si entra nella sfera di un epigone dell’arte. Il traguardo, l’asticella, l’attrezzo, sono spesso segni convenzionali di determinazione, in parte più oggettivi per una classificazione dell’arte trasmessa, ma anche quando insistono parametri più esclusivi di legame gemello ad una graduatoria, rimangono e permangono aspetti o segmenti non baciati da primaria risultanza che lasciano ugualmente gli aloni, gli echi e gli istmi dell’arte. Sta a chi osserva, ad altri artisti, a quei critici che, di diritto, sono tutti, capire l’intensità, le consistenze e gli idiomi di questi passaggi sfuggiti alla stragrande maggioranza di chi si lascia addurre dal miope pensiero matematico.
Ecco dunque come sia giusto, possibile e legittimo definire artista evidente uno che ha vinto meno o poco, ma ugualmente capace di intingere gli sguardi e il percorso dei tratti altrui come un fuoco, una luce, un’ermeneutica.
Spesso, lo sportivo nel gesto in successione della sua attività porta apparente ripetitività, ma lascia sfumature, ed è proprio lì che dobbiamo far leva per capire che tutte fan parte di una copia unica, da riprendere se ha creato emozione, per rigenerare arte sulla creazione originaria.
L’atleta supremo è un artista di cristallo, puoi pungerlo con un aculeo, ma non lo scalfisci, non lo scomponi; puoi imprimere su di lui una gran forza, ma non lo spezzi quasi mai, ma se lo fai cadere o lo urti nel momento in cui s’esprime nell’essenza, lo distruggi in mille particelle che ne provocano la morte dell’interezza, ed anche se poi gli disponi tutto il collante possibile e le invenzioni più marcate, non sarà mai più lui.



Questa interlocuzione è nata sulla spinta della mia definizione di Marco Pantani, appunto, come di un artista supremo. E come potrei non farlo: per quello che abbiam visto, per quello che ci ha dato e per ciò che ho potuto scambiare con lui, nel medesimo dialetto, per come l’ho conosciuto nelle parti solo apparentemente lontane a ciò che l’han reso eletto!
Il suo gesto in salita, per caratteristiche tecniche degne di una pulce che schizza, si è elevato venti anni dopo all’ultimo solo un po’ somigliante J.M. Fuente, quasi trenta a J. Jimenez, quaranta a chi più di tutti gli è stato padre, pur nelle comunque presenti diversità: Charly Gaul. Una rarità dunque, che diventava unicità, nel suo modo di proporsi con variabili emozionali incredibili sia sulle montagne (memorabile e di significato enorme, la sua dimenticata scalata al poco significativo Peyresourde al Tour ’98), sia nel ciclismo. Un tratto vissuto senza la modernità di un cardiofrequenzimetro, con allenamenti che parevano dipinti (seguirlo significava avere coronarie di ferro) e tutti vissuti sulle sue sensazioni. Un tratto privo di razionale, solo istintivo ed idiomatico, proprio come l’arte più profonda. E quando da uomo doveva lasciarsi al razionale, alle fauci del mestiere e della notorietà, incontrandolo dopo un gesto generoso che aveva illuminato, se ti sentiva vicino, ti donava compiutamente il suo sorriso e quella stima che mi porterò fino all’ultimo dei miei giorni.
Qualche frase raccolta nei nostri dialoghi, ed una raccontata da Roberto Conti al vecchio diesse di Marco e da questi riportata a me (poi raccontata anche su “Sfide”), dentro le quali ci sta l’insieme dell’uomo artista, irrazionale ed istintivo, vero, sublime, unico.


N.B.Il brano che segue lo riporto al presente, estratto così com’è, da un mio file-diario....
….C’è da scalare cinque volte un colle che, alla cima, coincide con la dimora giovanile del sanguinario italiano per eccellenza del secolo. L’ascesa è di 3,3 km, con una media di pendenza al 10%. Alle prime rampe del primo “assaggio”, Marco se ne va, lasciandosi alle spalle il meglio della Zalf Fior, uno squadrone denso di quei ragazzi, poi futuri professionisti. Sono in vacanza e faccio lo speaker per l’organizzatore amico. Non posso accettare di stare sul palco, lascio un giovane al microfono e me ne vado anch’io in salita: voglio guardarli in faccia questi giovani, voglio capire, provare le sensazioni ed i significati unici di uno sguardo ravvicinato. Marco lo conosco da anni, e non dimentico le quattro ore di ininterrotte domande che mi aveva fatto quattro mesi prima... Sento che attaccherà, ed arrivo proprio dopo il primo scatto. Sono su una rampa, dove dieci metri si percorrono lenti, lui è in perfetta solitudine, c’è tempo e spazio per parlargli quasi nelle elefantiache orecchie: "Marco, se arrivi solo, fai un'impresa leggendaria, ed io domani scriverò sul giornale che sei il nuovo Gaul!". Mi guarda, mi strizza l’occhio e aggiunge: “Contaci!”. Naturalmente mantiene la promessa, disintegrando tutti, fino a fermarsi e cambiare la bicicletta per la rottura del telaio. L’intervisto, la folla è ammirata, ho le lacrime che spingono fino a gonfiarmi le palpebre. Devo essere bravo, perché ho vicino un sicuro mito e glielo dico. Ribadisco che è il nuovo Gaul e che lo scriverò sul giornale. Lui è contento, ma alla fine senza che nessuno ci senta, mi avvicina per dirmi: “Mi hai fatto tremare le gambe, mi hai dato carica, mi hai capito. Tu sai scrivere, mi piace leggerti, domani prenderò il giornale per metterlo fra le mie cose care. Scrivi, anche se non ti definisci giornalista e non lo vuoi fare. Io cercherò di ripetermi tante volte. E’ l’unica cosa che so fare. Mi viene spontanea. Oggi quando sono scattato, sentivo delle bellissime sensazioni. Pino m’aveva detto d’aspettare, ma era più forte di me e non ho mai pensato d’andare in crisi. Sono sereno”.


Sei anni dopo, scrissi un libro in una settimana, perché s’era aperta la possibilità di concretizzare un mio sogno: portare Charly Gaul di nuovo in Italia, dopo oltre trenta anni. A capo del tutto, il 50° anniversario della nascita di una società, ed una manifestazione a mo’ di convegno sulla montagna. Nel libro, confortato dall’entusiastico “okay” dei protagonisti, alla storia intera di Charly, aggiunsi la narrazione di come Marco e Fabiana fossero i suoi figli spirituali. Nella conferenza mi divertii davvero, i tre sembravano una famiglia ed averli accanto, mi spinse a lasciarmi andare. Ebbi il coraggio o l’incoscienza di predire che il Pirata avrebbe vinto Giro e Tour. Marco prima di tornare verso casa mi disse: “Dopo quello che hai detto, devo essere conseguente. Ti dirò, le sensazioni sono buone. Vivo quei momenti, li sento”.


Qualche mese dopo l’iniziativa, incontrai Pino il vecchio diesse di Marco ai tempi della Giacobazzi. Era inevitabile che nel dialogo si parlasse di Pantani. Ricordo i suoi occhi brillanti, mentre mi diceva: “Al set quel cù mà det Conti?” (Lo sai cosa mi ha detto Conti?)…. “Cosa t’ha detto?” ….. “Ah….gnint, umà det che lò e Marco iè andè a pruvè la Marmolada. A mità dla salida quand lò e faseva fadiga, e vdeva Pantani volè e ui geva cl’aveva boni sensaziò. Pù, ad un zert punt, uia dmandè quand l‘inizieva e’ pez dur!” (Ah…. niente, mi ha detto che lui e Marco erano andati a provare la Marmolada. A metà salita quando lui faceva fatica, vedeva Pantani volare, e continuava a dirgli che aveva buone sensazioni. Poi, ad un certo punto, gli ha chiesto quando iniziava il pezzo duro!”


A fine settembre ’98, qualche giorno prima dei mondiali, a Riccione, fu organizzata una manifestazione sui cicloergometri, avente come protagoniste le migliori cicliste del mondo. Dopo la fine dell’esperienza Sanson, mi ero preso un anno sabbatico, ma stavo rientrando per formare una nuova squadra. Lì incontrai diverse mie passate e future atlete, nonché un folto gruppo di miei ex, di diversi sport, in particolare di atletica leggera, venuti appositamente in riviera, per incontrare l’ospite d’onore, Marco Pantani. Quando arrivò, pur nella ressa, mi venne incontro e per i miei atleti, fu una fortuna, perché si predispose immediatamente a farsi fotografare con loro. Non solo, ma lui si interessò alla loro carriera, nonostante potesse guardarli dall’alto della sua leggendaria doppietta. Fu di una disponibilità unica. Alla fine mi chiamò in disparte per dirmi: “Finalmente, in questi due minuti posso chiederti una cosa. L’ultima volta che ci siamo visti t’avevo detto che mi sarei fatto crescere il pizzetto come te e l’ho portato sul podio del Tour! (rise). Come vedi t’ho copiato bene! (rise ancora, poi si rabbuiò). Ascolta m’hanno detto che tutti questi flash fanno male. E vero?”
“Marco perché lo chiedi a me, non sono un medico?” – gli dissi con un certo stupore.
“Tu lo sai che io vivo di sensazioni, ti vedo poco, ma di te mi fido”....



La sua ellisse stava tornando verso terra. Dopo Madonna di Campiglio, la sua vita era stata sconvolta. Il continuo susseguirsi di convocazioni in Procura l’avevano steso. In uno degli ultimi fugaci dialoghi, all’indomani della più stupida e vergognosa messa in scena per colpirlo o ricoprirsi di notorietà sul suo nome, ovvero la storia della siringa all’insulina, mi disse: “Ormai le mie sensazioni son certezze, sono il burattino di ogni giudice. Quando non trovano nulla, anche di falso, pur di accusarmi, mi convocano come persona informata sui fatti. Vadano a cagare! D’ora in avanti, da quelli lì, ci andranno gli avvocati, io no! Non ho ammazzato e nemmeno rubato!”.
Nonostante tutto fu buono, perché nei suoi panni, “l’invio a quel paese”, il sottoscritto l’avrebbe urlato ad ogni microfono, alla faccia del dovere (da considerarsi del menga) e dell’assassinio del buon senso!

Dunque, in questo riporto sull’immenso Marco, che ha allungato oltremisura l’intervento (ma non me ne frega, anche perché mi sono già punito con quel rimembrare che mi ha infradiciato il volto per le lacrime), ne esce con costanza una parola quasi sempre posta al plurale: sensazioni.
Quante sensazioni insistono in un artista?
La vita di Marco, nell’intimo e nel linguaggio più comune, s’è sublimata spesso (all’interno probabilmente sempre) su quelle sensazioni che sono il richiamo più profondo che spingono il profeta a creare. Erano le voci che lo portavano a dipingere i monti, a scolpire la sua immagine su quei piani inclinati, in cui l’asfalto si impreziosisce di gente che ne cambia il nero coi geroglifici della passione. Era la poesia ed il teismo d’un uomo vissuto nel moderno, ma richiamante l’antico. Lui, sensibile e luccicante come tutte le cose lontane alla percezione delle spiegazioni. Lui questo ragazzo a cui era impossibile non voler bene, quando, rimanendo giovane col brio ed i difetti di tutti, si donava a se stesso, lasciando alla gente un radioso alone di felicità. Lui, Marco, artista supremo e profondo, uccisosi per la causa eletta che l’ha fatto grande. E’ dura da capire, ma un artista supremo non è mai razionale come lo vorrebbero coloro che non possiedono quegli idiomi. Quanti esempi di questo genere troviamo nella storia? Tanti!
Se non fosse stato “Il Pirata”, quel cristallo condensante il caleidoscopio dei colori e dei messaggi dell’arte, ma solo un bravo campione, non sarebbe morto a Madonna di Campiglio, ma avrebbe avvolto il corpo e la mente nell’ipocrisia o nell’indifferenza, per donarci certo un bel tratto, ma ben lontano dall’epigone tracciante quegli orizzonti che anche lo smemorato uomo odierno, mai potrà dimenticare.
Un artista supremo, Marco. Uno che mi porta le lacrime ad ogni grafia di ricordo quotidiano, quelle lacrime che diventan singhiozzi al solo vedere le due bandane che mi regalò per i miei figli.




da....”Il poeta dei monti”

....Sento uno strano profumo
non vedo fiori
forse è la fatica
il sudore
l’erba fiorente ed alta
il bosco vicino.
Ho sete
e la fontanella e lì
ai margini della strada
in una nicchia della roccia
come fosse il faro
d’un itinerario del mio motore
fatto di sole gambe.
Lascio la bici
m’avvicino a quel rivolo d’acqua
sento il profumo più intenso
mi lascio avvolgere
e raggiungo una lacrima
leggendo una frase scolpita nel sasso:
“Questa è la fonte di Marco
il poeta dei monti,
anche se non lo vedi
e lo devi solo immaginare
è qui che ti guarda”.

Morris


 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 01/04/2005 alle 00:24
Prima mi son lasciato andare, ora leggo e vedo il riferimento...... del traguardo tagliato per primo. Non voglio entrare nella discussione, colgo solo occasione per spiegare, stavolta brevemente, quanto il gesto più innocuo e apparentemente normale della “corsa a piedi”, sia nella realtà qualcosa di fulgido e quanto si nasconda dietro la semplicità visuale.
Alludo a quella maratona, nella quale il campione vince o si piazza, ma trionfa sempre con se stesso, portando al traguardo un corpo che in quei 42 chilometri, ha fatto l’amore con la mente, tracciando, nello sforzo, un veloce ed intenso riassunto di ciò che è la vita.
Correre di potenza pensando alla gara e poggiando troppe fibre sul terreno affloscia, perché s’entra prima nello stress e quando serve armonia s’eredita tosse. Come nel tratto d’esistenza, è la naturalità a pagare quasi sempre, dandoci un esempio delle facoltà che possediamo e del bisogno di farne buon uso, nella maratona, tutto questo si riassume nella leggerezza della corsa. Riuscirci non è facile, perché bisogna risparmiare su ogni fronte, soprattutto sui centri nervosi e quando lo sforzo si fa intenso perché s’intinge d’acido lattico, se si è consumato più del massimo traducibile in un ideale equilibrio, il rischio più palpabile è quello di fermarsi.
Il segreto sta dunque nel trasmettere alle gambe la sensazione di leggerezza, riposando la mente fino a “dormire” (è il verbo che usava Gelindo Bordin) col pilota automatico inserito nella ripetitività d’una posizione di corsa, in cui gli stessi centri nervosi si riposano. Il compasso, a quel punto, deve accorciarsi di un tantino per raccogliersi in un metaforico letto, ed è determinante per abbassare ulteriormente i rischi di un risveglio precoce. In questo status si deve passare una decina di chilometri, generalmente dal 23esimo al 33esimo chilometro. Un passaggio che è fondamentale svolgerlo al meglio e per riuscirci servono facoltà che il solo allenamento non genera. In quel frangente l’uomo atleta libera il suo messaggio, il suo caleidoscopio artistico ed impercettibile, ma esistente e palpabile se lo si guarda con l’attenzione migliore e si ascoltano, più volte, le sue dichiarazioni. Ho detto più volte, perché il campione, l’artista, è un uomo che, come tanti, non san tradurre a voce quello che prova. Anzi, sovente, riassume la morfologia del suo gesto molto schematicamente, proprio perché è vinto nella bellezza di quell’istinto che azzera le spiegazioni nell’automaticità. Se nella maratona sbagli qualcosa, non ti sai leggere con suprema perfezione, i tuoi istinti sono sopraffatti dalla foga dettata da centri nervosi appannati e fai la fine …di grandi campioni come Paula Radcliffe e Paul Tergat in occasione delle Olimpiadi di Atene. Anche da qui, dunque, un’occasione per salutare la grandezza di Gelindo Bordin e, lasciatemelo dire, soprattutto, la fresca armonia come mai ho visto dai tempi di Bikila, dell’artista Stefano Baldini.
Un grande!

Morris

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 01/04/2005 alle 00:35
Grande Morris gia'solo vedere una dedica cosi bella all'indimenticabile Marco mi emoziona solo al pensiero di poterla leggerla e commuovermi nel tuo ricordo che sara'come sempre,ancor piu'di sempre,sublime....peccato che dovro'aspettare domani per farlo,vista l'ora,cio'che e'certo che gia'adesso sono impaziente ed emozionato!

 

____________________
Giuseppe Matranga

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Livello Marco Pantani




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  postato il 01/04/2005 alle 15:11
In merito all’arte, a proposito dovremo aprire un thread apposito per non ammorbare oltremodo gli amici del forum!, scherzi a parte, ci provo di nuovo, ammesso che interessi a qualcuno leggere questi miei ragionamenti.

Morris, non discuto che “il gesto” possa essere fulgido, che la disposizione mentale del maratoneta sia purificata ed ascetica, che la traiettoria esistenziale di un uomo/atleta ispiri commozione, che la visione di un atleta in azione comunichi emozioni, che la ridda di emozioni che un grande campione risolleva nelle anime di chi lo ha amato possa andare oltre il dicibile e soprattutto che l’applicazione della creatività si estenda a ogni campo dell’agire umano.
Tutte cose ammissibili, che esprimi con evidente partecipazione e generosità di lettere.

Io seguo un ragionamento, ma ti prego di credere che capisco quel che dici e che non voglio svilire in alcun modo le azioni di chi non c’è più e le memorie di nessuno.

L’arte è una cosa seria, è una delle cose che mi appassionano, coinvolgono e commuovono di più, ho passato interminabili minuti di fronte alla Pala di Castelfranco di Giorgione in preda all’opera stessa, come preso dalla sindrome di Stendhal, travolto e risollevato, annichilito ed elettrizzato.
Questa la pasione che suscita in me l’argomento, da ciò i motivi per cui insisto, tediando chiunque ….(e anche perché mi piace, ma questo è un altro discorso).

Torno a bomba.
Quello che manca a un atleta è l’intenzionalità dell’agire artistico che è fine solo a se stesso, l’opera d’arte si auto-giustifica, non ha nessuna funzione che non sia l’esistere e il rappresentarsi, non è direttamente collegata ad alcuna attività concreta, razionale e misurabile.
Invece eseguire una qualsiasi attività in “modo” artistico significa svolgerla con abilità, sensibilità, creatività, attenzione, dedizione, amore per la cosa che si fa, volontà di comunicare emozioni anche…..ma non è Arte se manca la consapevolezza di “essere Arte”.

Faccio un esempio: scrivere, la scrittura.

Uno scrittore di romanzi è un artista se usa un mezzo (il linguaggio scritto) allo scopo di creare un’opera emozionante, che restituisca stati d’animo, categorie umane etc.
Egli ha un fine, ha un disegno, ha un progetto poetico, che inonda tutto il suo essere e si riversa nell’opera stessa, il progetto può anche non essere del tutto consapevole o del tutto razionalizzato, ma esiste, egli lo maneggia forse anche solo d’istinto, ma c’è un fine poetico che informa tutta l’opera.
Egli subordina tutto, ma proprio tutto alla propria visione poetica, formale e stilistica, subordina anche la trama dello scritto, il genere dello scritto, che diventano tutti elementi secondari rispetto alla “forma” percepile” che intende plasmare e poi trasmettere al lettore, per fare ciò utilizza gli schemi della trama, del genere, il tratto dei personaggi etc, che altro non sono se non strumenti della sua costruzione.

Invece il giornalista di grande talento, che traduce il suo lavoro in vertici altissimi di prosa, pur riuscendo a commuovere, dìvertire ed entusiasmare, lasciare tracce, non è un’Artista, almeno fino a quando la funzione del raccontare un evento abbia ancora la precedenza sulla ricerca di una poetica.
Quando assistiamo al ribaltamento della cosa, con le scelte di tipo poetico che trascendono la funzione “pratica”, possiamo parlare di produzione Artistica, di “fare arte” e non è detto che non accada, semplicemente credo che un atleta in gara (prego notare: in gara) non abbia innanzi tutto una poetica da rendere percebile, ma principalmente voglia vincere la gara stessa.
Mah, a me sembra una cosa ovvia, mi sbaglierò!

Carissimo, lascia che ti dica che le allegate foto di ritratti, sculture che punteggiano il tuo messaggio non sono argomenti validi a sostenere la tesi dell’atleta come artista, è una precisazione fin troppo scontata per te e me ne rendo conto.
Vale lo stesso per la poesia che ci riporti, che potrà essere semmai vista come opera d’arte essa stessa e di conseguenza come artista chi l’ha scritta, non così l’oggetto che l’ha ispirata, giacchè non è il tema, dell’opera a essere arte, ma bensì la traduzione che l’artista ne fà in forme sensibili.
Se fosse il tema a nobilitare non esisterebbe alcun dipinto astratto nè informale, ma Kandinsky e Pollock sono, per nostra fortuna, esistiti.
Non è la storia della deportazione nazista a rendere Arte “Schindler’s List” di Spielberg, è la traduzione che il regista ne fa in immagini e suoni organizzati a essere un’opera d’arte.
In merito il Longhi è stato il critico (ma sarebbe meglio dire interprete) d’arte più chiaro ed efficace.


A tal proposito lascia che ti lasci un paio di riferimenti bibliografici, a chiarire, se mai non si fosse capito, che non intendo farmi vanto con queste scribacchinate, della farina dei sacchi altrui.
Probabilmente li conoscerai, sono meritatamente famosi:
Roberto Longhi, Breve ma veridica storia della pittura Italiana, Sansoni.
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi

Di nuovo ti ringrazio per il tempo dedicato e la generosità dimostrata nell’esporre le tue idee ed emozioni.
Prometto di non continuare oltre a meno che di aprire un thread apposito dove far convogliare le mie sciocchezze!!!

Ciao raga
A proposito, Buon Giro delle Fiandre!

Claudio

 

[Modificato il 01/04/2005 alle 15:17 by claudiodance]


 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 01/04/2005 alle 17:34
Ciao Claudio, so che la mia sembra un’intromissione tra te e Morris e mi dispiace, ma vorrei chiederti alcune risposte:

Quello che manca a un atleta è l’intenzionalità dell’agire artistico che è fine solo a se stesso, l’opera d’arte si auto-giustifica, non ha nessuna funzione che non sia l’esistere e il rappresentarsi, non è direttamente collegata ad alcuna attività concreta, razionale e misurabile.


Perdonami, ma l’azione del committente che commissiona l’opera, e che la riceve dall’artista in cambio di denaro, non è forse un’attività concreta, razionale, misurabile e direttamente collegata all’operare artistico?

ma non è Arte se manca la consapevolezza di "essere Arte".


Io sono d’accordo solo in minima parte, perchè un’affermazione del genere mi induce a pensare che sia arte solo ciò che è circondato da una cornice, perchè l’artista che mette una cornice intorno all’opera vuole porre in rilievo le sue finalità di creazione e comunicazione, ma non si può in nessun modo implicare che le finalità di creazione e comunicazione siano assenti laddove la cornice è assente.
Quando Manzù creava la famosa "Merda d’artista", non voleva forse mettere in discussione la definizione di arte intesa esclusivamente come un procedimento consapevole, cioè incorniciato?
Non voglio mettermi nella testa di Manzù, ma a mio avviso egli si è voluto fare beffe di tutti coloro che accettavano come arte solo ed esclusivamente qualunque cosa fosse incorniciata?
Che si trattasse di critica o di autocritica, direi comunque che sempre si trattava di una domanda, di un moto di discussione, come per dire che le certezze assolute sarebbe meglio lasciarle da parte, non trovi?
Detto questo, io rispetto sicuramente la tua opinione, e non avendo una particolare cultura nel campo dell’arte canonizzata e istituzionalizzata mi fermo qui.
Ciao!

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 02/04/2005 alle 03:04
Morris, non discuto che “il gesto” possa essere fulgido, che la disposizione mentale del maratoneta sia purificata ed ascetica, che la traiettoria esistenziale di un uomo/atleta ispiri commozione, che la visione di un atleta in azione comunichi emozioni, che la ridda di emozioni che un grande campione risolleva nelle anime di chi lo ha amato possa andare oltre il dicibile e soprattutto che l’applicazione della creatività si estenda a ogni campo dell’agire umano.


Il maratoneta trasmette al corpo una leggerezza che è l’innalzamento di un insieme di istinti, che si dischiudono su un passo più redditizio, più bello, più armonioso, della corsa. In quelle peculiarità, su aree di linguaggio diverse, ci stanno i corrispettivi delle tonalità del colore, del tratto, dei messaggi celati di un pittore. Su quei percorsi, sia il maratoneta che il pittore, sono artisti che si confrontano con altri e possono risultare più o meno bravi. La differenza, la si tocca solo nella lettura dei giudizi, che trovano nel traguardo del maratoneta, un parametro più oggettivo, ma anche lì restano margini per le soggettività. Non a caso, il sottoscritto, che nello sport non fa degli albi d’oro un credo esclusivo, giudica il belga Karel Lismont uno dei più grandi in assoluto, anche se nel suo palmares, non è presente nessun oro olimpico, ma un solo titolo europeo. L’emozionalità che crea un gesto sportivo, è la stessa che può generare un’altra forma artistica, lo dimostri tu stesso più avanti. Si conosce più tangibilmente quella legata allo sport, solo per la notorietà che le è data e trasmessa dall’azione medianica.

Io seguo un ragionamento, ma ti prego di credere che capisco quel che dici e che non voglio svilire in alcun modo le azioni di chi non c’è più e le memorie di nessuno.


Se ti riferivi a Pantani, ho scelto lui, perché era funzionale al luogo e non perché è morto.

L’arte è una cosa seria, è una delle cose che mi appassionano, coinvolgono e commuovono di più, ho passato interminabili minuti di fronte alla Pala di Castelfranco di Giorgione in preda all’opera stessa, come preso dalla sindrome di Stendhal, travolto e risollevato, annichilito ed elettrizzato.
Questa la pasione che suscita in me l’argomento, da ciò i motivi per cui insisto, tediando chiunque ….(e anche perché mi piace, ma questo è un altro discorso).


Lo sport, essendo per me una tassello del mosaico dell’arte, è una cosa seria. Che poi l’azione umana, l’abbia resa degna della propria decadenza, è un altro discorso. Parimenti, anche altre forme artistiche si sono imbarbarite proprio per i medesimi motivi. Non credere che dietro ai concorsi di pittura, ai premi letterari, alla musica, ecc. vi sia del puro. L’azione dei critici, anche qui, gioca una formidabile spinta alla palpazione dei testicoli... Ma sarebbe un lungo discorrere. Sul resto della quota, ho già scritto sopra.

Torno a bomba.
Quello che manca a un atleta è l’intenzionalità dell’agire artistico che è fine solo a se stesso, l’opera d’arte si auto-giustifica, non ha nessuna funzione che non sia l’esistere e il rappresentarsi, non è direttamente collegata ad alcuna attività concreta, razionale e misurabile.
Invece eseguire una qualsiasi attività in “modo” artistico significa svolgerla con abilità, sensibilità, creatività, attenzione, dedizione, amore per la cosa che si fa, volontà di comunicare emozioni anche…..ma non è Arte se manca la consapevolezza di “essere Arte”.


Condivido quanto sostenuto da Davide, sopra, e non voglio ripetere nulla. Ho vissuto accanto ad atleti di una dozzina di discipline e posso dirti che il segreto principe per ottenere risultati tangibili, è proprio quello di far bene il proprio gesto, prima ancora di qualsivoglia confronto con gli altri. Persino i paracarri del calcio, ogni tanto, istruiti dalle nutrici che stanno dietro le quinte, si riempiono di frasi andanti in questa direzione.

Faccio un esempio: scrivere, la scrittura.

Uno scrittore di romanzi è un artista se usa un mezzo (il linguaggio scritto) allo scopo di creare un’opera emozionante, che restituisca stati d’animo, categorie umane etc.
Egli ha un fine, ha un disegno, ha un progetto poetico, che inonda tutto il suo essere e si riversa nell’opera stessa, il progetto può anche non essere del tutto consapevole o del tutto razionalizzato, ma esiste, egli lo maneggia forse anche solo d’istinto, ma c’è un fine poetico che informa tutta l’opera.
Egli subordina tutto, ma proprio tutto alla propria visione poetica, formale e stilistica, subordina anche la trama dello scritto, il genere dello scritto, che diventano tutti elementi secondari rispetto alla “forma” percepile” che intende plasmare e poi trasmettere al lettore, per fare ciò utilizza gli schemi della trama, del genere, il tratto dei personaggi etc, che altro non sono se non strumenti della sua costruzione.


Conosco questa “sfiga bellissima, o questa soave tortura”, e posso dirti che un campione possiede, anch’esso, un progetto. Spesso lo vive totalmente nell’istinto, ed è un bene, ma ce l’ha, altrimenti la sua opera risulterebbe fallimentare ad ogni metro ed orizzonte di giudizio.

Invece il giornalista di grande talento, che traduce il suo lavoro in vertici altissimi di prosa, pur riuscendo a commuovere, dìvertire ed entusiasmare, lasciare tracce, non è un’Artista, almeno fino a quando la funzione del raccontare un evento abbia ancora la precedenza sulla ricerca di una poetica.
Quando assistiamo al ribaltamento della cosa, con le scelte di tipo poetico che trascendono la funzione “pratica”, possiamo parlare di produzione Artistica, di “fare arte” e non è detto che non accada, semplicemente credo che un atleta in gara (prego notare: in gara) non abbia innanzi tutto una poetica da rendere percebile, ma principalmente voglia vincere la gara stessa.


Quando un giornalista riesce a raggiungere i vertici di prosa, è come una grande interpretazione di un attore su un teatro. Sono ambedue forme artistiche. Nel caso del giornalista, ovviamente, resta l’esigenza di legare questo suo “dipinto di parole”, alla funzione del mestiere che svolge, quindi deve pure riuscire a raccontare i fatti e la cronaca oggetto del suo intervento. Oggi, questa capacità di saldare l’anima artistica e il contenuto informativo, è rara.....
Se poi il giornalista dovesse dimenticare completamente l’aspetto legato all’informazione, avremo un poeta ed uno scrittore in più, ma anche un licenziato in più. Mentre l’atleta, in gara, è chiamato al massimo della lettura dei suoi istinti, delle sue vocazioni e dei suoi idiomi, perché solo così ha la certezza di potersi giocare il successo. Prima di tutto pensa a questo, a far bene quello che sente e che possiede potenzialmente.

Carissimo, lascia che ti dica che le allegate foto di ritratti, sculture che punteggiano il tuo messaggio non sono argomenti validi a sostenere la tesi dell’atleta come artista, è una precisazione fin troppo scontata per te e me ne rendo conto.


L’allegare foto, ritratti e sculture non aveva nessuna velleità di punteggiare il messaggio, ma solo rendere meno pesante la lunga e granitica lettura, con un banale frammezzo o intervallo che si legava a quel personaggio che, bene o male, aveva aperto questa discussione.

Vale lo stesso per la poesia che ci riporti, che potrà essere semmai vista come opera d’arte essa stessa e di conseguenza come artista chi l’ha scritta, non così l’oggetto che l’ha ispirata, giacchè non è il tema, dell’opera a essere arte, ma bensì la traduzione che l’artista ne fà in forme sensibili.
Se fosse il tema a nobilitare non esisterebbe alcun dipinto astratto nè informale, ma Kandinsky e Pollock sono, per nostra fortuna, esistiti.
Non è la storia della deportazione nazista a rendere Arte “Schindler’s List” di Spielberg, è la traduzione che il regista ne fa in immagini e suoni organizzati a essere un’opera d’arte.


Non ho mai fatto il giornalista di mestiere e mai lo farei. Scrivere su un forum mi permette di non dover restare necessariamente su spazi definiti, quindi mi lascio andare, anche se convengo che non è luogo per riportare alcuni dei tantissimi ritratti di campioni o spezzoni di libri che ho scritto. Prima o poi, smetterò di comportarmi in questo modo sì anomalo. Lo stesso per quelle poesie che ho scritto sull’onda dell’istinto, traendo l’ispirazione dalle gesta di uno sportivo. Allegandole, posso essere frainteso, ma ti assicuro che le vedo solo come la continuazione del ritratto scritto, o come un di più per ricordarlo (anche se ancor vivo), senza pretese. Tanto meno penso che il tema possa nobilitarmi il dipinto. Sono un istintivo come un atleta che interpreta, naturalmente, il “Fosbury con la variante della Brill”.

In merito il Longhi è stato il critico (ma sarebbe meglio dire interprete) d’arte più chiaro ed efficace.
A tal proposito lascia che ti lasci un paio di riferimenti bibliografici, a chiarire, se mai non si fosse capito, che non intendo farmi vanto con queste scribacchinate, della farina dei sacchi altrui.
Probabilmente li conoscerai, sono meritatamente famosi:
Roberto Longhi, Breve ma veridica storia della pittura Italiana, Sansoni.
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi


Si tratta di due critici del medesimo settore, ed aldilà della mia poca sopportazione di queste figure, si tratta di esponenti di una corrente della cultura, che tende ad individuare l’arte in una sola sfera, per quanto grande essa sia. Il loro quadrante è parziale e non è un caso che, accanto a loro, come ho richiamato nell’intervento precedente, vi siano tante altre personalità della psicologia, dell’estetica, dall’antropologia ecc. che studiano l’arte, sempre più o meno con la parzialità dettata dalla loro posizione d’origine. Di Longhi ho letto la stroncatura di De Chirico, ma non mi azzardo, per incompetenza, a formulare giudizi di merito. Di Zevi, invece, conosco bene il suo abbinare al mestiere di professore e critico, quello di politico. Su questo terreno, fu una delle non poche marionette-ballerine della sinistra, ben lungi dal pragmatismo che esibiva solo a parole e con la grave colpa, a mio povero giudizio, di aver ispirato una catastrofe come Craxi, ed una burletta come Pannella. Ma questo non c’entra niente e se l’ho scritto, è perché quei due..... mi han sempre pesato fortemente sui "gemelli sferici solitamente molto fragili", come del resto il figlio del loro accoppiamento, mister narciso di Arcore.
Non sono Longhi e Zevi che mi possono far cambiare opinioni sulla mia visione dell’arte, semmai possono farmi gustare al meglio quella che loro vedono per tale. Ma ormai sono troppo vecchio e cementato per trovare qualcosa appartenente al passato, in grado di favorire miei ravvedimenti. Al più, potrebbe esserci qualcuno del presente e del futuro, ma ne dubito fortemente.....
Resto dunque delle mie idee e continuerò a guardare lo sport come una forma d’arte e tu resterai legato alla tue diverse convinzioni. Non c’è niente di male in queste dialettiche. Prendiamole per quelle che sono nell’ossigeno libertario che ancora mister “lifting-corna-bandana”, alias Silvio Berlusconi, ci concede.

Di nuovo ti ringrazio per il tempo dedicato e la generosità dimostrata nell’esporre le tue idee ed emozioni.
Prometto di non continuare oltre a meno che di aprire un thread apposito dove far convogliare le mie sciocchezze!!!


Quando si discute fra persone intelligenti, il ringraziamento è solo un fatto di educazione; la convinzione con relativa devozione, la vuole solo uno: quel tipo che fa le corna negli incontri fra i capi di stato....
Chiudiamola pure qui e più innamorati del ciclismo di prima.

Ciao!

Morris


P.S. Una curiosità da prendere come scommessa: sei un architetto o un ingegnere civile? Propendo per la prima.

 
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Non registrato



  postato il 02/04/2005 alle 03:19
Originariamente inviato da Morris

Scrivere su un forum mi permette di non dover restare necessariamente su spazi definiti, quindi mi lascio andare, anche se convengo che non è luogo per riportare alcuni dei tantissimi ritratti di campioni o spezzoni di libri che ho scritto. Prima o poi, smetterò di comportarmi in questo modo sì anomalo. Lo stesso per quelle poesie che ho scritto sull’onda dell’istinto, traendo l’ispirazione dalle gesta di uno sportivo. Allegandole, posso essere frainteso, ma ti assicuro che le vedo solo come la continuazione del ritratto scritto, o come un di più per ricordarlo (anche se ancor vivo), senza pretese.


Morris?! Che dici!?

Gli utenti del Forum mi lincerebbero, e per farlo non avrebbero bisogno neanche di combattermi perchè io stesso, per primo, vorrei che accadesse.

Claudiodance è stato un mio invito, che ha scaturito una bella discussione, ma non permettere a niente e nessuno di smetterla di delizarci con quello che le tue mani riportano dalla tua mente.

E' soltanto la richiesta di un appassionato di quelle letture...
Grazie.

P.S.: E con questo, sia chiaro, non vuol dire che ce l'ho su con claudiodance per una qualsiasi proprietà transitiva.

 
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Livello Fausto Coppi




Posts: 1671
Registrato: Dec 2004

  postato il 02/04/2005 alle 09:57
che persone ci sono su questo forum! non smettete di interessarci, è così bello che morris trovi persone capaci di farlo scrivere di tutto e di rispondere con argomentazioni così
ciao
mesty

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 02/04/2005 alle 17:04
Caro Mario , lo spezzone da te quotato, rappresenta un lettura completamente indipendente dalla discussione con Claudiodance. Si tratta di una necessità proveniente da un grumo di motivi, la constatazione della logica e del buon senso, la comprensione dei ruoli e dei temi.
Sono un povero “intellettuale pazzo”, definizione non mia, ed è evidentemente questo aspetto anomalo, a spingermi istintivamente a non seguire razionalità e sincronie con gli ambienti in cui mi trovo. In me convive un filo conduttore, un progetto come direbbe Claudiodance, ma spesso sono velleitario nel considerarlo vivente, vederlo, pretendere dagli altri una uguale intensità nel porlo sul loro immaginario. La mia vita è un insieme di onde che fluttuano ispirandosi alle montagne, per poi orientarsi verso compensative fosse, ed il bello sta proprio nel viverle internamente come un’espressione piacevole, anche quando nella fossa trovano il rogo. L’importante è lo spazio per muoverle, altrimenti scenderebbero la stagnazione e la depressione del quotidiano apparente, insignificante, tetro perché non scava, non s’innalza e non conduce a quel che trovo come il sapore più gustoso del dono dell’esistenza. Ma quello spazio è il razionale, con le sue leggi, certo tormentate, ma pur sempre patrimonio comune di chi elegge, pontifica, decide. Tutti ci dobbiamo adeguare, ed il respiro immanente che riscopre l’io, si dona a tratti, non può essere continuo, proprio per quello che credo di saper spiegare, ma che non è facile esprimere senza rischi di incomprensione.
Da qui, l’obbligo d’adeguarsi, perlomeno ogni tanto e, proprio per questo, non sono pazzo come da sopraggiunta definizione, anche se sono davvero contento di aver scomodato l’irrazionale della pazzia, come termine mio gemello. E’ un onore che sento ripagato come il massimo delle lauree per me ambite: il “non conformismo”.
Ma dallo sport ho imparato ulteriormente a non essere facile alla deviazione dalla via dell’istinto e, per questo, non posso predire i tempi, ma trovo la voglia di ri-manifestarmi. Ed ecco che posterò un altro ritrattaccio lunghissimo, fra l’arte e la storia personale ed oggettivabile di un campione. Uno dei tanti dimenticati o sconosciuti ai più e, proprio per questo, perfetto per stuzzicare il mio “non conformismo”.
Quasi due lustri fa, un grande giornalista che abbiamo tutti letto ed ammirato, uno che stravedeva per il sottoscritto come fosse suo figlio, prima di lasciarci nella dimensione conosciuta di vita, mi disse di smetterla di vincere come dirigente e di passare al racconto perché quella era la mia faccia più vera. Mi obbligò a divulgare e, per questo, mi lasciò una storia perché la facessi mia (tu, Mario, l’hai letta....). Da quel giorno, quei "file-diario" che rappresentavano la mia passeggiata notturna, si sono arricchiti di più di trecento ritratti, divisi in una ventina di sport e, con loro, l’amore verso i più dimenticati....

Quindi, se hai voglia di leggere, troverai sul forum un nome, che è vivo e vegeto, ma ha smesso di dipingere il cielo, quando tu, Mario, non avevi ancora emesso quel primo “ouè” che inebriò di gioia i tuoi genitori.

Un abbraccio!


Caro Mesty , ti debbo una spiegazione che mi hai chiesto sul thread di Hamilton. Mi chiedevi cos'è un ciofo, ricordi?
Ciofo è uno dei tanti termini, ormai del tutto cancellati nella lingua italiana, per definire una persona sciatta, trascurata, goffa, spregevole. L'americano, senza guardare all'esteriorità della sua pedalata, e al suo essere baro per la storia dell'autoemotrasfusione, è uno dei più goffi "piloti di bici" che abbia mai visto. Ripeto, su strada diritta, pedala bene, ma non si chieda al signor Hamilton di provare l'abilità, perchè altrimenti cade...come un bel sacco di patate....e si fa male. Diciamo che la "vernice" della sua pedalata serve per coprire la "ruggine" della sua goffa abilità nel destreggiarsi con lo strumento del suo mestiere....

Ciao!


Morris

 
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