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Autore: Oggetto: L'(in)utilità fatta thread

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Utente del mese Gennaio 2009




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  postato il 24/11/2009 alle 12:15
Originariamente inviato da Abajia
Per eccesso di zelo, lo scrupoloso bibliotecario decide, a questo punto, di costruire il catalogo di tutti cataloghi che non includono sé stessi.
Il giorno seguente, dopo una notte insonne passata nel dubbio se tale nuovo catalogo dovesse o non dovesse includere sé stesso, il nostro bibliotecario chiede di essere dispensato dall'incarico ( ).

Direi che hai trovato il succo del paradosso. Non capisco tutto
l'ambaradan sui registri per data,autore ecc. Mi pare servano
solo a confondere.

Nota:
La logica matematica fu messa ancor piu' in crisi da Godel
con il suo "simpatico" teorema dell'incompletezza.

 

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"Non esistono montagne impossibili, esistono uomini che non sono capaci di salirle", Cesare Maestri

"Non chiederci la parola che mondi possa aprirti, si` qualche storta sillaba e secca come un ramo...
codesto solo oggi possiamo dirti: cio` che non siamo, cio` che non vogliamo.", Eugenio Montale.

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 24/11/2009 alle 12:56
Originariamente inviato da Abajia


Immaginate che quelle che seguono siano quattro carte:

--- E --- J --- 7 --- 6 ---

Su queste carte, sono stampati numeri da un lato, lettere dall'altro.
Dovete decidere se la seguente regola descrive accuratamente le carte, o no, le quattro carte:

se c'è una vocale su un lato, c'è un numero pari sull'altro

Quale carta, o quali carte, dovete girare affinché possiate verificare che queste carte seguono la regola?

--------------------------------------------------------------------------------------------------------

Sembra un test banale (e lo è ), ma... son curioso...

(chiamasi "test di Wason", e anche questo, manco a dirlo, è facilmente rintracciabile nel web, ragion per cui confido nella vostra voglia di dilettarvi un po' )


questa è facile ma non ho capito com'è che si è partiti dalla filosofia e si è arrivati a test di logica.

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 24/11/2009 alle 13:33
Originariamente inviato da dietzen
questa è facile ma non ho capito com'è che si è partiti dalla filosofia e si è arrivati a test di logica.

Ha fatto tutto Abajia...

Confermando che effettivamente l'ultima è un po' facile, confesso che mi piacciono più gli enigmi dei paradossi... trovare una soluzione folgorante dà sempre soddisfazione e rinforza l'autostima!

Il collegamento comunque è abbastanza semplice: mi sembra che il succo del discorso sia comprendere il limite al quale può arrivare la logica formale matematica nel dare risposte "sicure", e dove invece si passa a piani diversi...

Se vogliamo proporne un altro facile (l'ultimo), e visto che si parlava di carte da gioco...
Supponiamo di avere un mazzetto di 10 carte, che sappiamo essere 5 di picche e 5 di cuori. Come fa un non vedente (oppure chiunque bendato) ad allinearle in maniera tale che tutte le carte di picche siano a sinistra e tutte quelle di cuori a destra?

Regole: si prende una carta per volta dal mazzo e la si inserisce nella fila che man mano si viene formando.
DOPO che si è inserita una carta, una persona esterna (vedente... ) ci comunica il seme della carta estratta.
Ovviamente è vietato cambiare l’ordine delle carte della fila...

 

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"...Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta, penso che per la razza umana ci sia ancora speranza..." (H.G. Wells)

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 24/11/2009 alle 13:37
Originariamente inviato da Monsieur 40%

Originariamente inviato da nino58

Anche per me la lettura a computer di testi lunghi è ormai quasi impossibile.


Nino, nella parte alta di ogni thread c'è l'opzione per leggere il thread nella "Versione stampabile".
http://www.cicloweb.it/forum/viewthread.php?fid=9&tid=8911&action=printable
Si perdono alcuni passaggi di formattazione, ma può essere un buon metodo per stampare il tutto senza spendere una fortuna di cartuccia...


Grazie Mario, nipotino mio.

 

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nino58

 
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  postato il 24/11/2009 alle 14:30
Originariamente inviato da Bitossi
Se vogliamo proporne un altro facile (l'ultimo), e visto che si parlava di carte da gioco...
Supponiamo di avere un mazzetto di 10 carte, che sappiamo essere 5 di picche e 5 di cuori. Come fa un non vedente (oppure chiunque bendato) ad allinearle in maniera tale che tutte le carte di picche siano a sinistra e tutte quelle di cuori a destra?
Regole: si prende una carta per volta dal mazzo e la si inserisce nella fila che man mano si viene formando.
DOPO che si è inserita una carta, una persona esterna (vedente... ) ci comunica il seme della carta estratta.
Ovviamente è vietato cambiare l’ordine delle carte della fila...

questo è da informatici, ma ci vorrebbe un disegnino.....
comunque si accodano carte fino a quando l'ultima inserita e' di segno opposto alle precedenti. a quel punto si tiene a mente il punto
in cui c'e' il cambio di segno e si inserisce li' la successiva carta.
dopo che il vedente ci dice il segno si stabilisce il nuovo punto di
cambio di segno e si ripete il processo.
Funziana anche con 100 o mille carte....basta un dito per tenere il segno.

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 24/11/2009 alle 16:10
Originariamente inviato da pedalando
Funziana anche con 100 o mille carte....basta un dito per tenere il segno.

Ok Albert... l'avevo detto che era facile. C'è solo da ricordare, per completezza di risposta, che le picche devono stare a sinistra e i cuori a destra; pertanto bisogna avere cura di mettere la seconda carta sulla destra se la prima era picche, o sulla sinistra se la prima era cuori; quando il seme cambia si comincia a tenere il segno (oppure si possono tenere le carte "larghe", compattando poi le precedenti per seme quando si ha la ripetizione, lasciando un buco in mezzo).

Quindi, assodato che chi pedala ragiona mediamente bene, possiamo tornare a parlare di filosofia...

 

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  postato il 24/11/2009 alle 16:50
Originariamente inviato da Bitossi
C'è solo da ricordare, per completezza di risposta, che le picche devono stare a sinistra e i cuori a destra; pertanto bisogna avere cura di mettere la seconda carta sulla destra se la prima era picche, o sulla sinistra se la prima era cuori.

verissimo, mi era rimasto nella tastiera.


Quindi, assodato che chi pedala ragiona mediamente bene, possiamo tornare a parlare di filosofia...

okkio che con questa asserzione finisci nel 3D di quelli che non si allenano

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 24/11/2009 alle 18:04
Originariamente inviato da lemond

Originariamente inviato da Abajia

Non per chissà quale oscuro sotterfugio retorico, ma semplicemente perché spinti dalla piena volontà di dire la vostra; sia pure un millesimo di quello che avreste in seno di scrivere, ma sentirete, forse, il desiderio d’intervenire.


O questa espressione dove l'ài trovata?

Carlo, così mi costringi ad essere antipatico e pedante!

"Avere in seno" è un'espressione che assume accezioni traslate, ché ho motivo di credere che non sia usata in senso letterale.
Quanto al significato attraverso il quale l'espressione potrebbe essere resa, si va dal 'serbare' al 'desiderare', ed è una sorta di "sfumatura" tra le due forme verbali, una via di mezzo che sta ad indicare che trattasi di un qualcosa di evidentemente "raggiungibile" (e 'desiderare' è, a dirla tutta, più appropriato quando il riferimento è a cose che, in sostanza, sono "difficilmente raggiungibili"), ma che non è nei "programmi" di coloro ai quali l'espressione è rivolta (e quindi giustifico il non utilizzo di 'serbare', che è un qualcosa che esprime, con tutta evidenza, un proposito che si ha in prima persona, a prescindere da eventuali ingerenze/inviti/consigli esterni/e).

Ma vabbè, sono sottigliezze di significato a cui, oramai, si bada relativamente poco, ma tant'è.
Del resto, io stesso, ad esempio, utilizzo 'codesto' in luogo di 'questo', quindi quando intendo riferirmi ad un qualcosa che è vicino a chi parla, mentre, a rigor di significato letterale (e di discendenza latina ), 'codesto' è da riferirsi a ciò che è vicino a chi ascolta (HIC > questo ; ILLE > quello ; ISTE > codesto).

Se, invece, m'hai quotato coll'implicito intento di farmi intendere un qualcosa del tipo "ehm, Andrè, ma che caspio stai dicendo?!" ( ), beh, t'assicuro che l'espressione esiste.


PS: Sono OT?

PPS: La citazione di Gaber che riporti è bellissima, non la conoscevo.

 

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« La superstizione porta sfortuna »
(Raymond Merrill Smullyan, 5000 B.C. and other philosophical fantasies, 1.3.8)


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Liège-Bastogne-Liège: 1°
Giro d'Italia: Carrara - Montalcino: 2°
Tour de France: Sisteron - Bourg-lès-Valence: 1°
Tour de France: Longjumeau - Paris Champs-Élysées: 1°
Tour de France - classifica finale: 3°
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  postato il 24/11/2009 alle 18:08
Originariamente inviato da pedalando

Non capisco tutto
l'ambaradan sui registri per data,autore ecc. Mi pare servano
solo a confondere.


Sì, effettivamente penso che le classificazioni iniziali servano solo ad "introdurre" il discorso (e, in un certo senso, a far sì che la mente entri nel giusto ordine di ragionamento), ché il paradosso "starebbe in piedi" anche senza quel "preludio".

 

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  postato il 24/11/2009 alle 18:25
Originariamente inviato da Bitossi

Confermando che effettivamente l'ultima è un po' facile, confesso che mi piacciono più gli enigmi dei paradossi... trovare una soluzione folgorante dà sempre soddisfazione e rinforza l'autostima!

Concordo!


Il collegamento comunque è abbastanza semplice: mi sembra che il succo del discorso sia comprendere il limite al quale può arrivare la logica formale matematica nel dare risposte "sicure", e dove invece si passa a piani diversi...

Anche questo, sì, ma non soltanto.
Del resto, il ragionamento filosofico mette radici un po' dappertutto, e talvolta l'espediente logico è un "passaggio obbligato".
La Logica, non a caso, è stata tema di studio di praticamente tutti i filosofi degni di tale nome, e non è un caso che, laddove si parli di Epistemologia, la si tiri in ballo spesso e volentieri.
Poi oh, magari affrontare l'argomento così come stiamo facendo noi è da caz.zari , ma questo è un altro discorso!

E, comunque, non mancherò di smuovere e aizzare la vis polemica che è in voi , datemi ancora qualche giorno di tempo.


Se vogliamo proporne un altro facile (l'ultimo) eccetera

L'ultimo paradosso o l'ultimo paradosso facile?



Originariamente inviato da dietzen

questa è facile ma non ho capito com'è che si è partiti dalla filosofia e si è arrivati a test di logica.

Mi fai tornare in mente alcune mie interrogazioni: alla domanda del professore, ecco la mia risposta: "Sì prof, la so!", e poi al vicino di banco: "Che è 'sta roba?!".

Dài, so che non è questo il caso, però rispondi lo stesso, essù!
Dammi 'sta soddisfazione!

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 24/11/2009 alle 23:27
Originariamente inviato da Abajia
...
Mi fai tornare in mente alcune mie interrogazioni: alla domanda del professore, ecco la mia risposta: "Sì prof, la so!", e poi al vicino di banco: "Che è 'sta roba?!".

Aneddoto

Interrogazione di letteratura inglese, su Joyce. Tocca ad un mio caro amico, che ovviamente non ha toccato libro. Argomento: il racconto 'Clay'.
-"Che cacchio vor dì?" mi fa.
-"Argilla"
-"OK, non serve altro!"
E ha cominciato a snocciolare un discorso sulla poca e nessuna importanza della trama e dei personaggi, ché tutto il significato del racconto era nel titolo (l'unica, e dico l'unica cosa che sapesse non solo del racconto ma di tutto Joyce). Insomma, ha infinocchiato alla grande la prof, che non era diciamo brillante, ma riuscire a basare un'interrogazione su niente mi è parso comunque un capolavoro. Dopo venticinque anni ancora ridiamo.

No è che questo thread farà la stessa fine?

 

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..vince, trionfa! Alza le braccia al cielo!!
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2006 http://www.cicloweb.it/forum/viewthread.php?tid=3901
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 25/11/2009 alle 00:55

VOGLIO CONOSCERLO!


Originariamente inviato da uffa

No è che questo thread farà la stessa fine?

Tanto fumo e ben poco arrosto? Sarebbe bellissimo!

A parte tutto, l'argomentazione filosofica va dallo sproloquio alla dissertazione, da scopi pressoché fini a sé stessi a finalità ben più strutturate.
Con ciò, beninteso, non intendo porre delle discriminanti, perché a volte è proprio dall'inaspettato che vengono fuori le fonti di maggior soddisfazione.
Quindi che altro dire, se non che, nel caso, pure il kattseggio sarebbe un fine del tutto rispettabile.

Marlon Brando, parlando del suo lavoro, lo etichettava, fra tutti, come "il più inutile".
Mi chiedi cosa c'entri questo?! C'entra, c'entra. Forse.
Il tuo amico troverebbe facilmente un modo di farcelo entrare.

(Ma no, fidatevi: se sarà un fuoco di paglia [probabile], qualche traccia la lascerà pure; nel peggiore dei casi, rimarrebbero almeno le bruciacchiature, no? )

(Avremo modo di conoscerci tutti [quelli che "parteciperanno"] un po' meglio, e di lanciarci in considerazioni estremamente personali, vedrete )

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/11/2009 alle 14:14
Originariamente inviato da Abajia
...
Tra questi, novero quel Protagora, figura complessa ed intricata, la cui importanza è stata oscurata anche e soprattutto per tutti questi motivi, e del quale ci è pervenuta la famosa citazione, forse più conosciuta addirittura dello stesso autore, “l’uomo è misura di tutte le cose”.



Per oggi sono arrivato a leggere fin qui e non ho nulla da eccepire, solo da imparare e stupito di come a vent'anni ... Ciao, e a domani, carissimo Andrea.

 

____________________
Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 25/11/2009 alle 23:47

Apprezzo molto il tuo impegno, Carlo, nonostante le da te citate difficoltà di concentrazione, quindi tutto ciò mi fa doppiamente piacere.
Se fin lì non hai alcunché da eccepire, noterai come molto di quello che leggerai successivamente ti sembrerà che, tra le righe, stia a voler dipingere delle idee antitetiche a quelle che personalmente ho (che, ad esempio, sono, a grandi linee, assimilabili allo scetticismo).
O magari non ci hai mai fatto granché caso, e quindi niente, avrai modo di accorgertene tra qualche giorno.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/11/2009 alle 13:08
[Originariamente inviato da Abajia

Ma, d’altronde, la scoperta stava nella ricerca stessa, vale a dire nell’attività di pensare per conto proprio, di ragionare a fondo su problemi morali ed epistemologici, senza dare per scontate le idee ricevute, o prender per buone risposte appena plausibili.

Infatti, secondo me il lascito maggiore di Socrate è il suo metodo maieutico.


Per Socrate, verità e virtù sono la medesima cosa.
Nessuno fa il male intenzionalmente, sosteneva, ma solo perché non comprende ciò che è buono e giusto.
È solo pensando per conto proprio, vale a dire aspirando all’autonomia morale, che siamo in grado di ridurre il male fatto non intenzionalmente, e, quindi, rendere la nostra anima quanto più virtuosa possibile.
Ma non è possibile pensare da sé senza giungere a conoscersi; la conoscenza di sé stessi non può essere insegnata, ma è l’unica garanzia di virtù.
Dunque: la virtù è conoscenza, il vizio è ignoranza.

Un giovane ed appassionato seguace di Socrate consultò l’antico Oracolo di Delfi, sacerdotessa e portavoce di Apollo, dio della ragione e della misura.
Il giovane chiese se vi fosse qualcuno, ad Atene, più saggio di Socrate; la risposta fu no.
Al che, Socrate, venutolo a sapere, rimase pressoché sconcertato da questo fatto, dal momento che era persuaso di non possedere la saggezza.
Per nulla incline ad accettarla solo perché gli faceva comodo (immune, quindi, al bias di conferma), il filosofo si dedicò a testare l’affermazione del dio, per mezzo dell’oracolo, scoprendo, infine, che non v’era alcun saggio tra loro che avevano la pretesa di esserlo.
L’obiettivo di Socrate era l’educazione dei giovani nobili, ma ciò implicava la denuncia degli impostori della conoscenza, quale che fosse il loro status: si faceva, così, non pochi nemici.
Nel corso del dialogo, Socrate esigeva dalla controparte una coscienza attiva nella ricerca della verità; per questo, afferma Conford, “Socrate scoprì l’anima”.
Taylor, sulla scorta di Burnet, sostiene che Socrate “creò la concezione dell’anima” che fin d’allora ha dominato la filosofia occidentale.
Giustino il Martire (secolo II d.C.) lo considerava un cristiano vissuto prima di Cristo,

Il vezzo (vizio) di arruolare chiunque nella loro truppa è sempre stato presente in tutti i "pensatori" cristiani, così come quello di autodefinirsi martiri

e molti altri filosofi occidentali (Platone, gli stoici, gli scettici) hanno identificato in Socrate il loro precursore.

A proposito di Platone, mi sono sempre chiesto, come si fa a distinguere il di lui pensiero da quello del suo maestro, dato che Socrate non ci ha lasciato niente di scritto?

Cicerone disse che “tutti i filosofi pensano a sé stessi come seguaci di Socrate, e vogliono che anche gli altri lo pensino”.

Socrate era esperto di matematica ed aveva studiato i primi filosofi greci, e giunse a ritenere che le loro tesi metafisiche non fossero superiori ai miti: trattàvasi di speculazioni oltre la portata della conoscenza umana, perfino al di là di nostri legittimi interessi.
All’inizio, Socrate nutrì molte aspettative per la filosofia di Anassagora, il quale sosteneva che l’origine del cosmo non fosse l’acqua, né l’aria o il fuoco, ma la Mente.
Socrate era sicuro che questa concezione fosse corretta, giacché solo la Mente avrebbe potuto ordinare tutto per il meglio, e far sì ch’ogni cosa seguisse le proprie funzioni.
Ma il libro di Anassagora (andato perduto) deluse Socrate, poiché, in esso, la Mente si limitava a dare origine al mondo: erano i ben noti princìpi fisici ad ordinare le cose nel modo in cui ora le vediamo.
La sua delusione, implicitamente, rivela una convinzione, di fondo, teleologica: non si può comprendere il mondo, se non se ne conoscono i fini.


Così come ho fatto per Socrate, laddove ritenessi propedeutico un quadro introduttivo d’un tratto caratteristico del pensiero filosofico di una particolare personalità, per scopi grossomodo introduttivi ad un segmento tematico, farò altrettanto anche in seguito.


Pregiudizi cognitivi

Il cretino ed il folle
Ci siamo passati tutti.
State facendo tardi al lavoro, andate di fretta, quando rimanete bloccati per strada, per colpa d’uno stupido lumacone che non si toglie di mezzo.
Oppure: state guidando rispettosi del codice della strada, quand’ecco che un folle vi si fionda dietro, impaziente di passare, ma praticamente impossibilitato a farlo.
Si incolla al paraurti. Ecco un altro pericolo pubblico!
L’autista lento che ci sta davanti è un cretino: noi non siamo mai i folli.
Quello che ci sta dietro dietro è un folle: noi non siamo mai i cretini.
Noi sì che andiamo sempre alla velocità giusta!

Se andiamo a curiosare nel chiacchierio continuo della nostra mente, impegnata nella sua quotidiana routine, vi troveremo le spiegazioni (provvisorie) che diamo a ciò che ci accade intorno.
Ad esempio, spieghiamo il comportamento delle persone attribuendogli delle cause – come quando biasimiamo o scusiamo qualcuno per quello che ha fatto – pur rimanendo nel silenzio privato dei nostri pensieri.
Gli psicologi hanno studiato quello che è, da tempo, oggetto di rimprovero da parte dei filosofi: la tendenza a prendere decisioni nel modo sbagliato, a giudicare con approssimazione, ad attribuire cause che non esistono.
La mente non è uno strumento di misurazione oggettivo, coloro che lo usano senza prendere precauzioni necessarie a controbilanciare il peso a proprio favore, si troveranno in un condizione di svantaggio.
Ma, d’altro canto, è solo grazie a questo strumento difettoso che possiamo sperare di correggere i suoi stessi difetti: impresa dall’esito alquanto incerto.

Come illustra l’esempio del cretino e del folle, tendiamo a proporre attribuzioni personali quando dobbiamo spiegare il comportamento altrui, ma, quando trattasi di noi stessi, facciamo attribuzioni situazionali: “è un’emergenza”, “ci sono i limiti di velocità”.
La nostra tendenza ad attribuire le cause del comportamento altrui, privilegiando i fattori interni alla loro personalità e sottostimando, invece, le condizioni esterne a cui sono sottoposti, è così diffusa che le è anche stato attribuito un nome: errore fondamentale di attribuzione, ed è stata acclamata come la pietra angolare della psicologia scientifica.

La storiella del cretino e del folle mostra anche che, quando spieghiamo il nostro comportamento, spesso evidenziamo un pregiudizio a favore di noi stessi (self-serving bias); quando l’esito delle nostre azioni è positivo, lo attribuiamo alla nostra virtù, intelligenza, capacità; quando l’esito è negativo, facciamo appello alle circostanze.
Ho passato l’esame perché son proprio bravo!
Sono stato bocciato perché c’era una domanda a tradimento…
Un errore simile, arcinoto, si riscontra nelle spiegazioni morali: quando le cose vanno storte, riteniamo gli altri responsabili, puntando il dito contro la loro inettitudine, ma discolpiamo noi stessi: le mie intenzioni erano buone, ho fatto tutto ciò che potevo!

Ulteriori ricerche hanno mostrato come l’età e la cultura in cui viviamo influenzino l’incidenza di queste attribuzioni.
Coloro che crescono in una cultura dell’Asia orientali sono meno, o per nulla, soggetti all’errore fondamentale d’attribuzione.
Simili differenze possono esser dovute ad un maggior livello complessivo d’attribuzioni di tipo situazionale, o anche ad un senso dell’identità personale più malleabile, esso stesso più situazionale.
Vi sono, poi, individui appartenenti a due culture che passano da uno stile di attribuzione all’altro, a seconda dei contesti.

A proposito dei pregiudizi cognitivi, avrei da proporvi un test veloce veloce che, personalmente, trovo fallace nella sua premessa e, di conseguenza, nella sua soluzione, ma la mia idea non è di propinarvi tutti i vari giochini che ho in mente tutti d’un colpo, ma un po’ alla volta.

Non ho trovato il giochino e, preso dalla rabbia, ho deciso di finire qui la terza puntata della mia lettura, non prima di aver preso come esempio del "folle e il cretino" un certo Phil Hellmuth , giocatore di Texas Holden, uno fra gli uomini più antipatici che conosco


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 27/11/2009 alle 14:23
Originariamente inviato da Abajia


Dubbi da Oriente
Lo scetticismo è una posizione filosofica molto antica. In senso (molto ma molto) lato, una qualche forma di scetticismo è all’opera ogni volta che presumiamo vi sia l’incertezza su qualcosa, o solleviamo dubbi circa un principio dato.
Lo scetticismo può essere un atteggiamento filosofico interno all’epistemologia, o, addirittura, può mettere in questione l’aspirazione stessa a giungere ad aver conoscenza riguardo alla conoscenza.
Per farla breve, e banalizzando anche grossolanamente l’accezione proprio di una sì radicata (e radicale) istanza filosofica, trattasi d’una filosofia potenzialmente anti-filosofica.

E quando Socrate sosteneva che l'unica cosa che sapeva era ... ?

Molte delle sue formulazioni storicamente importanti si devono non filosofi di professione, bensì a poeti, mistici, religiosi.
La filosofia tutta sarebbe più povera se prescindesse dall’apporto di queste menti.
Peraltro, strano a dirsi, ma, spesso, sono proprio i credenti a dimostrare una maggior familiarità col dubbio.

Dipende a quali credenti ti riferisci, per me quelli che più sono congruenti con una tale definizione sono i c.d. fondamentalisti, per i quali non si può mettere in discussione la parola di dio, del libro, del vangelo, per i quali certi princìpi sono non negoziabili, etc.

L’antica filosofia cinese del taoismo prende le distanze da ogni pretesa assoluta di conoscenza.
Il Tao (cioè la via) è silente e non può essere affermato, né del tutto concettualizzato.
La verità che è possibile conoscere, non è la verità eterna.
Ecco qui, dunque, due proposizioni che s’avvicinano allo scetticismo e mettono in guardia da ogni ardente ottimismo epistemico.

“Colui che sa, non parla.
Colui che parla, non sa.”
(Lao Tzu, Tao Te Ching, capitolo 79)

“Una volta Chuang Chou sognò di essere una farfalla. Gli piaceva essere una farfalla, si divertiva e andava dove gli pareva. Non sapeva di essere Chou. Svegliatosi all’improvviso, sul momento si stupì di essere Chou. Non sapeva più se era Chou ad aver sognato di essere una farfalla, o se era una farfalla a sognare di essere Chou.
Tra Chou e la farfalla ci deve ben essere una differenza!”
(Chuang Tzu, Capitoli interni (Nei pian))

“Chi lo sa per certo? Chi lo proclamerà qui e ora?
Questa creazione dove è nata, e da dove viene?
Gli dei sono nati dopo la creazione di questo mondo: chi dunque potrà mai sapere da dove esso è sorto?”
(Da L’inno della creazione, nei Rig-Veda)

Esistono molti miti della creazione nei testi indù, i quali richiamano spesso a questioni filosofiche.
Gli dei – le innumerevoli divinità – nascono dopo la creazione e, quindi, non sono da ritenersi i creatori del mondo; tutt’al più, essi conferiscono uan forma ed un ordine.
L’inno pone domande che trascendono la realtà che ci è manifesta e, saggiamente, ci lascia con una serie di punti interrogativi.

"Vere dignum et iustum est"

L’induismo, in generale, non è una tradizione scettica.
Nella forma classica dei Vedanta, l’induismo proclama non solo le leggi del karma e della reincarnazione, ma afferma anche l’esistenza d’un Io unitario, che è l’identità ultima di tutte le cose. Questo Io, o Atman, è divino.
Non sembrerebbe esserci molto spazio per lo scetticismo, tuttavia, rendersi conto della nostra identità trascendente è come (ri)svegliarsi da un sogno.
Il problema è che questo mondo è proprio il sogno dal quale ci si (ri)sveglia.
Dire che il cosmo fisico è un’illusione (maya), non significa, però, negare la sua esistenza; i sogni esistono: è solo che non sono quello che sembrano essere.

“Non ho detto che il mondo è eterno o che il mondo non è eterno.
Non ho detto che il mondo è finito o che il mondo è infinito.
Non ho detto che l’anima e il corpo sono identici o che non lo sono.
Non ho detto che il saggio illuminato esisto dopo la morte o che il saggio illuminato non esiste dopo la morte.
E perché non ho detto niente di tutto ciò?
Perché non è utile e non serve alla saggezza suprema, né al Nirvana”
(Majjhima-Nikaya, Sutra 63)

Siddharta Gautama, il Buddha, credeva in una vita passata, e si dice abbia avuto una visione completa di tutto il suo Io; ma rifiutava molte questioni metafisiche, in quanto esempi di filosofia che non contribuisce alla liberazione.

Tuttavia, il Buddha teneva a dubitare dell’esistenza dell’Io o dell’Anima.
La rinascita può avvenire a prescindere dal passaggio dell’anima da una vita ad un’altra.
La rinascita è la conseguenza dell’ultimo pensiero prima della morte, non la continuità dell’Io dopo la morte.
Per la precisione, la concezione buddhista è una dottrina della rinascita, non una teoria della reincarnazione o della trasmigrazione delle anime, come la si può trovare nell’induismo o in Platone.
Rimane, però, il fatto che l’illuminazione è in grado di portarci al di là del ciclo di morte e rinascita: questo è ottimismo, non scetticismo.

E mi sembra, più che altro, un atto di fede non troppo corroborato dalla realtà, ma che cosa è la realtà? La realtà è un uccello che non ha memoria devi immaginare da che parte va. È un uccello strano che mi gira intorno è da tanto tempo che gli do la caccia ma non ha abitudini questa bestiaccia non conosce regole, né fedeltà.



Ho più volte citato Platone, il cui pensiero è stato, perlomeno agli esordi, influenzato dal maestro Socrate e, da par suo, ha condizionato le generazioni successive di filosofi, dall’Occidente all’Oriente.
Nato da un’illustre famiglia ateniese, Platone era ancora giovane quando venne attratto da Socrate, e ne divenne allievo.
Dopo la morte del maestro e mèntore, Platone lasciò Atene per alcuni anni, per poi tornarvi e ivi fondare un’istituto formale di istruzione, l’Accademia, precursore delle moderne università.

Il processo e la morte di Socrate colpirono profondamente Platone, il quale fornì intensi resoconti scritti degli eventi.
Molto di ciò che sappiamo in merito a Socrate è stato “filtrato” attraverso la mente e le mani sapienti di Platone, la cui filosofia propria, poi, emerse gradualmente, e la si può vedere, per molte ragioni, quale una difesa della vita e della missione del maestro.
Platone era deluso dal mondo in cui viveva: gli ideali di Socrate non aveva avuto realizzazione nel sistema democratico, né nella condotta dei potenti.
Socrate aveva dimostrato che l’integrità è possibile, ma deve venire dall’interno di noi, piuttosto che dal sapere dominante, o dall’ordine sociale esistente.

Socrate pareva incorruttibile, quali che fossero le corruzioni, tant’è che evitò la fuga dal carcere, laddove gli si profilò l’occasione d’evitare la condanna.
Quale conoscenza invisibile possedeva, tale da permettergli di vincere i motivi più meschini e porsi al di sopra delle politiche basate sulla ricchezza e sul potere?
Socrate sapeva qualcosa che lo rendeva virtuoso anche di fronte alla morte, ma cosa?
La mente dell’infatuato Platone s’arrovellava e delle questioni simili si poneva, e non trovò pace fino a che non formulò un’ipotesi che gli parve credibile: il mondo non è come appare.

La questione della conoscenza divenne centrale in Platone.
La sorgente della conoscenza non può essere il mondo visibile, con le sue ingiustizie ed i suoi vizi.
Gli occhi ci mostrano la luce e i colori, ma occorre qualcosa in più delle cinque capacità sensoriali per riconoscere gli oggetti.
Prendiamo, a titolo esplicativo, un semplice giudizio osservativo del tipo: “questo è un uomo”; persino per formulare questo giudizio è necessario il pensiero, un’intelligenza interna (nous, in greco).
In un dialogo, Platone descrive Socrate mentre questi guida un ragazzo ignorante in matematica alla dimostrazione d’un certo teorema geometrico, il tutto ponendo al giovane soltanto delle domande.
Nessuno ha mai insegnato il teorema al ragazzo, e Socrate si limita, come detto, semplicemente a formulare domande.
Dunque, la conoscenza del teorema dev’essere esistita in forma latente nel ragazzo, benché lui non ne fosse consapevole.
Platone conclude anche che il ragazzo deve aver conosciuto il teorema in una vita precedente.

Beh Sarei un po' scettico

La teoria platonica della conoscenza e la sua concezione metafisica sono presentate nella famosa allegoria della caverna.
Noi viviamo come prigionieri, incatenati in una caverna, e vediamo solo ombre proiettate, da un fuoco alle nostre spalle, su un muro davanti a noi.
Una volta liberati e portati fuori dalla caverna, vediamo gli oggetti stessi, vale a dire quelli di cui prima scorgevamo le sole ombre.
Vediamo, così, gli originali, mentre prima ne conoscevamo le sole copie.

A poco a poco, impariamo a distinguere i corpi celesti, apprendiamo la matematica e la musica delle sfere del cielo; ciò ci darà l’accesso alle verità eterne, che stanno oltre il mondo fisico.
L’allegoria riporta, nella forma d’un racconto, gli aspetti teorici dell’epistemologia e della metafisica di Platone.
Entrambe sono rappresentate da una linea divisoria.

Metafisicamente, Platone divide la realtà in due: da una parte sta il mondo fisico, in perenne flusso, come secondo Eraclito, rivelato dai sensi; dall’altra c’è il mondo ideale (il cosiddetto “Paradiso di Platone”), stabile e comprensibile solo per mezzo dell’intelletto.
Per Platone, il mondo naturale e sociale, l’unico che la maggior parte di noi potrà mai conoscere, non è altro che un’illusione, simile ad un sogno.
Al di là del nostro cielo fisico, v’è un altro mondo, nel quale risiedono le forme ideali della Giustizia, della Verità, della Bellezza.
La nostra mente può giungere al mondo delle idee e sentire, così, un legame di familiarità ed appartenenza ad esso.
Solo il filosofo che si libera delle catene, divincolandosi dalle convenzioni sociali e dai comuni atteggiamenti di “bassezza intellettiva”, può emergere al di fuori della caverna, che simboleggia il mondo delle copie.

La mente, funzione superiore dell’anima, potrà anche sentirsi a proprio agio tra le forme ideali che risiedono nella realtà superiore, ma il filosofo liberato è vincolato all’obbligo di tornare nella società e darsi da fare per realizzare, qui, la visione del bene che ha avuto: il filosofo ha, dunque, il dovere di offrire il suo servizio al mondo.
Come Socrate, così il vero filosofo non è colui che se ne starà isolato, perso nel suo atteggiamento di meditabonda perditudine spirituale, ma, contrariamente, cercherà di riportare con sé, nel mondo inferiore, quei valori che ha conosciuto, in virtù della sua capacità “sovrasensoriale”.
Per questo, dalla saggezza deriva la responsabilità di governare.

Dunque, secondo Platone, come l’essere si caratterizza per due diversi gradi, dagli oggetti fisici alla metafisica delle forme etiche e di quelle matematiche, così anche la conoscenza è bigraduata, e si distingue tra opinione, mutevole ed effimera, e conoscenza vera e propria, immutabile ed eterna.
Alla prossima

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
UTENTE DELL'ANNO 2009
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  postato il 28/11/2009 alle 20:25

(per il fine settimana sono tornato in terra d'Abruzzi; appena tornerò a Roma avrò l'occasione di risponderti )

 

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« La superstizione porta sfortuna »
(Raymond Merrill Smullyan, 5000 B.C. and other philosophical fantasies, 1.3.8)


Fantaciclismo Cicloweb 2010

Piazzamenti sul podio:


Omloop Het Nieuwsblad Élite: 3°
E3 Prijs Vlaanderen - GP Harelbeke: 2°
GP Miguel Indurain: 1°
Ronde van Vlaanderen / Tour des Flandres: 3°
Rund um Köln: 1°
Liège-Bastogne-Liège: 1°
Giro d'Italia: Carrara - Montalcino: 2°
Tour de France: Sisteron - Bourg-lès-Valence: 1°
Tour de France: Longjumeau - Paris Champs-Élysées: 1°
Tour de France - classifica finale: 3°
Gran Premio Città di Peccioli - Coppa G. Sabatini: 1°

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Asso di Fiori

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 29/11/2009 alle 12:00
Originariamente inviato da Abajia

Dubbi da Occidente
Il dubbio è stato, fin dagli albori della filosofia, suo compagno di viaggio.
I primi grandi scettici occidentali sono avvolti dalla leggenda, per quanto loro stessi attaccassero le leggende. Allo stesso modo, attaccavano la possibilità stessa della conoscenza.
Sebbene tutto ciò appaia come un punto di vista dettato dalla disperazione epistemica, in realtà è così che si mantiene vivo lo spirito critico.
Lo scetticismo è morto e, dalle sue ceneri, più volte risorto, e, quando l’ha fatto, ha portato nuova linfa allo spirito stesso della filosofia.

Senofane
Conosciamo Senofane, poeta-filosofo (poeta filosofeggiante o filosofo poetanto? Bah, non ricordo!) del secolo VI a.C., solo attraverso frammenti letterari e resoconti di altri.
Era credente (riferitamente, ovvio, non a Cristo; “Dio è uno, ed è supremo tra gli dei e tra gli uomini”), ma non era disposto ad ammettere alcuna certezza completa (“Queste cose mi sono sembrate essere somiglianti alla verità”).

La parola *credente* è una delle più ambigue che conosca, perchè è più che ovvio che ciascun essere in qualcosa crede, anche colui che pensa che la realtà non esiste, o anche chi vede soprattutto "Nera luce"

Inoltre, prese una posizione fortemente scettica nei confronti delle storie narrate da poeti famosi, quali Omero e Esiodo, ed in particolare quelle in cui gli dei erano rappresentati a mo’ d’esseri dotati delle umane debolezze (gelosia, ira, impulsi sessuali).
Senofane disprezzava la credulità del popolo.

Invece altri hanno accumulato patrimonio e potere, tenendo l'atteggiamento opposto

“I mortali ritengono che gli dei siano nati così come loro, che indossino vestiti umani, e abbiano una voce ed un corpo umani.
Ma se i buoi o i leoni avessero le mani per dipingere […] e producessero opere d’arte come fanno gli uomini, di certo dipingerebbero i loro dei dando loro un corpo simile in forma al loro – i cavalli simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi”
(T. V. Smith [riprendendo un tema già trattato, in filosofia, svariati secoli a.C., intorno all’epoca dei già citati “naturalisti”], 1956)

Pirrone di Elide
Pirrone è, tra i Greci, il primo scettico estremo che si conosca.
La leggenda narra che il suo nichilismo epistemico fu ispirato dall’episodio del saggio indiano che si diede fuoco, uno dei “saggi nudi”, o yogi, che accompagnarono Alessandro Magno durante la ritirata dall’India.
Pirrone era presente quando Kalanos, un venerabile indiano ammalatosi nel corso del viaggio ed era, con tutta evidenza, già pronto alla morte, chiese che fosse allestita una pira, in cima alla quale salì.
Al suo segnale, la pira, e lui con essa, furono ben presto avvolti dalle fiamme.
La manifesta tranquillità e l’estremo autocontrollo (atarassia) con cui l’indiano si diede alla morte, impressionarono Pirrone.
Quest’immagine d’imperturbabilità, in netto contrasto con la certezza di possedere la verità, venne a caratterizzare il filosofo ideale, impassibile al dolore, padrone di sé e privo d’ogni credenza.

Un episodio simile, accadde nel febbraio del 1600 a Roma, in Campo dei fiori: atarassia dovuta, ma sempre tale

In risposta a questa terrificante dimostrazione di atarassia, Pirrone architettò la sua devastante filosofia scettica, sostanzialmente in tre punti:
– Niente esiste
– Laddove qualcosa esistesse, non potremmo conoscerlo
– Se lo conoscessimo, non potremmo comunicarlo

Inoltre, Pirrone presentò il dilemma seguente: il criterio di verità, col quale distinguiamo il vero dal falso, e viceversa, deve passare la prova di sé stesso; se non la passa, è un falso; se la passa, l’argomento sarà logicamente circolare (e tautologico): il criterio è vero perché è vero.
Dunque, non si può mostrare che sia vero alcun criterio di verità.

La filosofia scettica, nei suoi tratti caratteristici e caratterizzanti, ha trovato, nel corso dei secoli, maggior impeto laddove è stata ripresa, fatta propria e riproposta in chiave personalizzata, con l’ostentata intenzione di conferire sistematicità ed organicità al sistema dubitativo.
Tra quanti si sono cimentati nell’impresa, val la pena citare quel René Descartes, italianizzato in Cartesio, al quale riconduciamo il metodo del dubbio.

Sia come ricerca della verità, che come critica polemica, lo scetticismo, nelle sua varie versione, ebbe un certo successo nell’antichità.
Come molta parte della cultura antica, così anche la corrente scettica pian piano scomparve, cadde nel dimenticatoio, per poi venir riscoperta, nel corso del secolo XV, quando andò ad alimentare l’incendio provocato dal conflitto tra autorità religiosa e ricerca scientifica, campo già ampiamente minato e, non foss’altro che per ciò, del tutto instabile.
Il succitato metodo del dubbio cartesiano mirava, in realtà, a stabilire certezze e, quindi, a refutare lo scetticismo assoluto ed il pirronismo, i quali conoscevano allora un momento di “rinascita”.

Cartesio non era uno scettico: utilizzava sì i metodi dello scetticismo, ma col preciso fine di giungere ad una verità indubitabile.
Iniziava, così, a dubitare di tutto, ipotizzando come fallaci anche ciò che vedeva come ovvietà.
Ma la sua opera di “demolizione generale dell’opinione comune” non era totale: proprio utilizzando questo metodo, egli scopriva un insieme ordinato di proposizioni di cui non poteva non garantire l’assoluta certezza. Queste proposizioni erano qualcosa di cui era, dunque, impossibile dubitare.
Cartesio notò che i sensi, a volte, ci ingannano; il mondo fisico, così come ci è dato, sembra davvero reale: ma i sogni possono sembrare ugualmente reali, finché durano.
Basta una semplice conta per verificare l’addizione di piccole somme (come 2+3); ma è anche possibile che un genio maligno onnipotente introduca una risposta falsa nella nostra mente: crediamo solamente che la vera somma sia 5.

Cartesio provava un senso di vertigine nel dubitare di tutto questo, ma, per così dire, riuscì a raddrizzarsi trovando un punto fisso al quale potersi saldamente ancorare.
Scoprì, infatti, una verità incrollabile, che nessun dubbio poteva attaccare: Io esisto, perché sono io che dubito.
Lasciamo pure che il demone maligno faccia del suo peggio: se è me che inganna, se io vengo veramente ingannato, allora io devo essere reale.
La mia esperienza che io esisto.
L’esistenza dell’Io (chiamato anche Mente, Spirito, Anima) divenne il fondamento primario dell’intera filosofia cartesiana, il principio fisso, invulnerabile ad ogni eventuale attacco scettico.

Il metodo del dubbio è quello della scienza e se di questo dobbiamo ringraziare Descartes, lo faccio volentieri

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 30/11/2009 alle 10:16
originariamenti inviato da Abajia

I problemi di Gettier
Cos’è, allora, la conoscenza? Quali sono le sue proprieta?
Per più di duemila anni, i filosofi hanno grossomodo accettato la definizione di Platone, secondo cui la conoscenza – nel senso di certezza riguardo a determinate proposizioni – è credenza vera giustificata.
In tal senso, sapere qualcosa equivale, di fatto, a credere con buone ragioni che quel qualcosa sia vero.

Negli anni Sessanta, Edmund Gettier suggerì che vi possono essere situazioni in cui una credenza vera giustificata non costituisce conoscenza.
Come esempi, usò scenari che sono, da allora, noti come i Problemi di Gettier.
Il più noto di questi inerisce ai signori Smith e Jones, in competizione per lo stesso lavoro.

Primo problema
Dopo averne avuto notizia da una fonte affidabile, Smith crede che Jones abbia ottenuto il lavoro.
Inoltre, sa che Jones ha dieci monete in tasca.
Smith inferisce, validamente, che il lavoro è andato ad un uomo che ha dieci monete in tasca.
A sua insaputa, però, è proprio Smith ad aver ottenuto il lavoro; e, per puro caso, gli capita d’avere dieci monete in tasca, pur non essendone a conoscenza.
La conclusione di Smith, quindi, è corretta: il lavoro è, a tutti gli effetti, andato ad un uomo con dieci monete in tasca.
La sua inferenza è valida, la conclusione è vera e la sua fonte risulta autorevole, pur se in errore.
Tuttavia, nonostante Smith abbia una credenza vera giustificata, possiamo davvero chiamarla conoscenza?

Secondo me, sì: si tratta naturalmente, come mella scienza, di una conoscenza soggetta a smentite. Come dice Bruto nel "Giulio Cesare" di Sk. "Un buon consiglio cede ad uno migliore"


Alla fine degli anni Sessanta, Thomas Paxson e Keith Lehrer sostennero che una CVG costituisce conoscenza solo se non c’è alcuna informazione tale che, se il soggetto ne fosse al corrente, cancellerebbe, o renderebbe nulla, la credenza.
Una credenza è invincibile se nessuna informazione potrebbe annullarla.

Ad es. il principio di non contraddizione?


Del resto, però, la validazione e legittimazione d’una conoscenza non si esaurisce qui, tant’è che non sono state lesinate argomentazioni rivolgentisi verso altre direzioni, altri fattori chiamati in causa, altri dubbi da (tentar di) dissipare, in maniera quanto più convincente possibile.

Andando al dunque: cosa sapevamo quando siamo nati?
Ovvero: un netto distinguo tra conoscenza innata e conoscenza acquisita.

“Innata” significa, letteralmente, “esistente prima della nascita”, “congenita”.
Se la conoscenza è credenza vera giustificata, allora quella innata è, per certo, uguale a zero.
Quali credenze ha una mente prima di fare esperienze? Quale evidenza possiede il neonato prima di avere coscienza? Se non è nato con una predisposizione ad avere esperienze, come farà ad acquisire conoscenza altrimenti? Ma può, una semplice predisposizione, esser conoscenza?

Ciò che è innato è una predisposizione, una potenzialità ad avere esperienze e ad acquisire conoscenza.
La predisposizione dev’esser specifica: esser predisposti a tutto equivale, di fatto, ad esser predisposti a niente.

Non credo, vedi ad es. le "staminali embrionali" che sembrano molto più promettenti di quelle adulte, in quanto sono "totipotenti".

Ma, d’altro canto, neppure dev’esser troppo specifica: il neonato umano non è predisposto ad imparare l’inglese piuttosto che l’italiano, ma qualsiasi linguaggio umano.

Alcuni esperimenti hanno mostrato che i neonati ricordano le canzoni udite mentre erano ancora nel grembo materno.
I bebè evidenziano la preferenza per una certa musica, dando una poppata più vigorosa alla mammella.
Possiamo dire che i bebè conoscevano quelle canzoni già alla nascita?
Una distinzione, a questo punto, è d’obbligo, dato che una cosa è la familiarità, anche quando sia un fondamento per la conoscenza, un altro paio di maniche è una credenza vera giustificata.
Quello che lo psicologo chiama apprendimento, non è conoscenza per il filosofo; o, perlomeno, non lo è per il filosofo che aderisce alla definizione platonica di conoscenza.

Il neonato batte le palpebre per un soffio d’aria; afferra, con la sua manina, il dito d’un adulto quando questi gli sfuora il palmo; gira la testa quando gli si carezza la guancia.
Queste sequenze fisse di azioni avvengono a livello puramente comportamentale?

Il comportamento può evidenziare un saper-fare: ma è conoscenza? È qualcosa che può esser vero o falso? Può, la mera azione, esser la base della conoscenza?

Secondo me si può anche chiamare istinto, ma senpre di conoscenza si tratta.

Prima d’inoltrare la quesione ad un livello storico-filosofico, credo occorra distinguere, anche qui, ciò che si presume possa costituire conoscenza innata, da ciò che, oggi come oggi, un po’ tutte le parti chiamate in cause nell’argomentazione sono concordi nel porre esternamente alla conoscenza: i meccanismi innati; ovvero: istinti e pulsioni.

Evidentemente io uso conoscenza in senso più lato

In breve, gli istinti sono sequenze di risposta, tipiche e non apprese, a specifici stimoli nella realtà.
Esempi ne sono la nidificazione degli uccelli, che – secondo mirati studi comportamentali – non viene loro insegnata, ed una varietà di comportamenti animali relativi alla caccia e all’accoppiamento.
In sé stesso, l’istinto è una spiegazione insufficiente delle azioni umane.

Le pulsioni sono stati psicologici che nascono in risposta a bisogni fisiologici, come la fame e la sessualità.

Non spiegheranno tutto, ma molte cose, credo di sì

Esigono d’esser soddisfatte, ma il comportamento per raggiunger tal fine non è specificato in alcun modo, ed è assai flessibile, tant’è che, nel caso della sessualità, ad esempio, talune persone riescono a vivere un’esistenza che dichiarano felice senza soddisfarne la pulsione.


A grandi linee, secondo un’analisi delle varie correnti filosofiche che, nell’epoca moderna, si sono cimentate nella definizione della capacità conoscitiva dell’uomo, possiamo ricondurre il tutto – senz’altro un po’ grossolanamente – ad empirismo (tutta la conoscenza deriva dai sensi e dalle esperienze sensoriali), innatismo (siamo nati con delle predisposizioni che permettono alla conoscenza e ai comportamenti complessi di scaturire in risposta all’esperienza), razionalismo (la ragione è una fonte della conoscenza, indipendentemente dai sensi).

 

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  postato il 01/12/2009 alle 06:51
1° Dicembre 1935 nasce a Brooklyn l’attore, umorista, regista e ... Woody Allen (Allen Stuart Konigsberg). Ateo di origine ebraica disse : “Dio non esiste. Comunque, noi siamo il Suo popolo eletto.” Per avere un compendio di tante sue battute rivolgetevi al seguente indirizzo:

Edoardo
Indirizzo/i di posta elettronica:
equaqui@libero.it



Ce l'avevo anch'io, ma so più dove l'ò messo

1° Dicembre 346 Oppressione, insulti, confisca e morte per i politeisti editto di Costanzo e Costante Augusti: “ I templi siano chiusi in tutte le città e vietato l’accesso sia negata ai dementi l’occasione di commettere reato. Che tutti si astengano dai sacrifici. Ma se per caso uno commetterà il reato, sia abbattuto da spada vendicatrice. Le proprietà del giustiziato siano confiscate e la stessa pena sia inflitta ai governatori delle provincie se avranno trascurato di punire un simile reato.” Dopo soli 35 anni dalla legalizzazione del cristianesimo (editto di Galerio 30/4/311), questa religione dogmatica ed intollerante ottenne la persecuzione di tutti gli altri culti! Inoltre si capisce da dove Stalin potrebbe aver preso l’idea di trattare i dissidenti come dementi (o pazzi): tradizione millenarista! (Il millenarismo accomuna le religioni dogmatiche monoteiste e le religioni – ideologie dogmatiche storiciste comunismo e nazismo). Dunque le persecuzioni (con pena capitale) dei politeisti sono di almeno 34 anni precedenti l’editto di Tessalonica, data spesso indicata come l’inizio della proibizione del paganesimo. Ed in nessun modo si puo’ considerare la conversione dell’impero romano alla nuova religione un fatto libero e spontaneo.

1° Dicembre 1764 Il governo francese abolisce l’ordine l’Ordine Gesuita in Francia. (La Società di Gesù fu soppressa per i restanti paesi da Clemente XIV in 1767, ma fu restaurata da Pio VII nel 1814.)




DICEMBRE (it.) Decembre (fr.) December (latino, ted., ingl.) Diciembre (sp.) Decembrie (romeno).
E' detto così in quanto è il decimo mese dell'anno a partire da Marzo (che era il primo mese dell'anno nel primo calendario latino). A Dicembre cade il solstizio d’inverno o Brumalia, l’evento astronomico considerato il piu’ importante dell’anno sin dalla preistoria.
Dicembre Per gli antichi Dicembre era il mese dedicato a Vesta, la dea romana del fuoco, del focolare, delle virtù domestiche. Questa antichissima dea, protettrice dello stato romano non fu mai antropomorfizzata. Corrispondeva alla dea Estia dei greci. La servivano sacerdotesse che dovevano tenere sempre acceso il fuoco sacro (nel tempio di Vesta sito nel Foro romano) dall’inizio alla fine dell’anno (quando il fuoco veniva spento e riacceso). Erano le vergini vestali, scelte di solito all’età di 6 anni per 25 - 30 anni di servizio, dopodiché potevano sposarsi.

Dicembre corrispondeva grosso modo al quinto mese del Calendario Attico degli Ateniesi detto dagli antichi greci Poseideon.
Nel calendario rivoluzionario repubblicano (1793-1805), Dicembre corrispondeva per le prime due decadi (fino al 21/12~) al mese di Frimaio o Frimaire in francese, e per la decade finale a Nevoso / Nivose. Non terminava col Capodanno che era spostato all’equinozio d’Autunno (22 o 23 o 24 Settembre gregoriano).

1 Dicembre Roma antica: Kalendis Decembribus. { 2 ablativi plurali} o Kalendae Decembres {2Nominativi}
[ H ] ; Dies Nefastus (N), dies mercatorius [G]

1 Dicembre Roma Antica, Festa di Nettuno dio del mare e delle acque, il cui omologo greco era Poseidone, anch’egli festeggiato in Grecia oggi. Era il fratello di Giove (lat. Juppiter Iovis, gr. Zeus) in quanto figlio di Saturno (gr. Crono) e di Ops (gr.Rhea). Era anche il dio delle tempeste e dei cavalli da guerra. La sposa di Poseidon era Amphitrite (=dalle belle cosce una delle Nereidi (figlie di Nereo, dio marino preolimpoco figlio di Ponto e di Gaia – mare e terra). Poseidone aveva anche 3 figli da Libia, figlia di Epafo. (In quanto al Nettuno romano gli si attribuisce una moglie di nome Salacia). Figli di Poseidon erano Agenor, Belus e Lelex. La figlia di Agenore era Europa, che ha dato il nome al nostro continente. Fra i discendenti di Poseidon più noti: Edipo, Antigone, Cadmo e Pigmalione (il re di Cipro che scolpita una statua in avorio di Afrodite innamorandosene riuscì a darle vita).

Questo giorno è anche sacro alla dea Pietas, che rappresenta la personificazione della pietà comprendendo anche altre virtù come il dovere, l’umanita’, il patriottismo, la devozione alle tradizioni patrie.

1 Dicembre 1135 grave lutto per la cultura: muore Henry I Beauclerc primo re d’Inghilterra a saper leggere!

1 Dicembre 1145 Papa Eugenio III manda una bolla papale al re di Francia Luigi VII, bandendo la Seconda Crociata, come reazione alla conquista turca della contea di Edessa nella Piccola Armenia odierna Turchia (1144), e, anche per tentare di riaprire al commercio europeo l’accesso alla via delle spezie. La guerra fu condotta da re Luigi di Francia e dall’Imperatore Corrado III dal 1147 al 1149, ma non ebbe successo. Le crociate appaiono criticabili molto più per il modo con cui furono fatte che non per l’essere state una ingiustificata aggressione dell’Europa contro gli Arabi musulmani. Come la Reconquista Spagnola (711-1492) erano intese più come un necessario contrattacco piuttosto che una invasione ex novo. Erano infatti i musulmani che avevano islamizzato tramite conquiste militari il mediterraneo meridionale, la Spagna, la Sicilia e che avrebbero continuato a premere verso il cuore dell’Europa fino all’assedio di Vienna del 1683. Il concetto di crociata ovvero guerra santa cristiana in grande stile deriva da quello della jihad che per l’islam non è occasionale, bensì uno dei 6 “pilastri” della fede (comandamenti, doveri essenziali, stabiliti dall’inizio da Maometto su indicazione divina, e pertanto comandamento immutabile per chi accetta il dogma islamico del corano). La jihad fu copiata nella proclamazione delle crociate in seguito all’apprezzamento della sua capacità unificatrice, mobilitatrice e fanatizzante. Ma l’Europa si libererà della presenza imperiale islamica solo nel 1918 col crollo dell’impero Turco grazie alla forza della sua industrializzazione, e non grazie ad un maggior fanatismo.

1 Dicembre 1455 muore a 77 anni Lorenzo Ghiberti scultore.

1 Dicembre 1835 Hans Christian Andersen danese, pubblica il suo primo libro di favole.

1 Dicembre 1843 Apre la prima compagnia mutua d’ assicurazioni Vita specificatamente autorizzata a cio’ negli USA.

1 Dicembre 1913 Apre a Pittsburgh il primo distributore di benzina specializzato.

1 Dicembre 1913 Henry Ford crea la prima linea di montaggio continua (produce un’auto ogni 2 minuti e 38”).

1 Dicembre 1918 Romania: RomaniaUnita Assemblea popolare di Alba Iulia: La Transilvania maggioritariamente abitata da neolatini romeni e culla della latinizzazione degli antichi Daci si unisce per volontà popolare al regno di Romania. “Unirea” Festa nazionale della Romania attuale.

1 Dicembre 1929 Edwin S. Lowe riformula in alcuni dettagli il gioco italiano della Tombola e “inventa” il Bingo.

1 Dicembre 1936 I laboratori Bell esperimentano l’uso del cavo coassiale per la TV.

1 Dicembre 1936 EW Brundin & FF Lyon ottengono brevetti per la cultura idroponica (senza terra) di piante.

1 Dicembre 1943 nasce a New York Nicholas Peter Negroponte, fondatore e direttore del Media Lab al MIT
(Massachusetts Institute of Technology).

1 Dicembre 1952 Vittorio Emanuele Orlando che fu il presidente del consiglio (1917-19), della Vittoria nella Grande Guerra (1917-19), muore a 92 anni.

1 Dicembre 1959 12 nazioni firmano il trattato per l’uso scientifico e pacifico del continente Antartico.

1 Dicembre 1959 La prima foto a colori della terra viene ricevuta dallo spazio.

1 Dicembre 1972 Antonio Segni che fu presidente del consiglio e Presidente della repubblica (1955-57, 59-60, 62-64), muore a 81 anni.

1 Dicembre 1970 viene approvata la legge Baslini Fortuna sul divorzio (L. 898/70). I cattolici indiranno un referendum per abolirlo il 12 maggio 1974 ma falliranno clamorosamente (saranno solo il 40 % contro un 60% di voto laico).

1 Dicembre 1987 comincia lo scavo del Tunnel sotto il canale della Manica fra Inghilterra e Francia.

1 Dicembre 1988 Benazir Bhutto è la prima donna nominata Primo Ministro di un paese mussulmano (Pakistan).

1 Dicembre è la giornata internazionale per la lotta contro l’Aids.





 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 01/12/2009 alle 08:55
Qualcosa mi dice che Carlo ha sbagliato discussione...

Eh, sarà per l'orario... diciamo molto mattiniero?

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/12/2009 alle 12:57
Originariamente inviato da Bitossi

Qualcosa mi dice che Carlo ha sbagliato discussione...

Eh, sarà per l'orario... diciamo molto mattiniero?


e l'orario non c'entra, perché quella è l'ora nella quale sono più concentarto. Grazie

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 03/12/2009 alle 15:12
Originariamente inviato da Abajia

I filosofi, pertanto, sono divisi circa l’importanza della conoscenza innata.
Alcuni negano la sua esistenza, battendo chiodo sull’asserzione secondo la quale, prescindendo dall’esperienza, la mente del neonato è vuota, come una lavagna bianca (Aristotele), o come una tabula rasa (Locke), in attesa che l’esperienza vi intinga le proprie impronte.
Queste concezioni sono dette, per l’appunto, empiriste, dal termine greco empeiria (esperienza): i sensi sono la prima, se non l’unica, fonte di conoscenza.
Tra gli esponenti d’eccellenza dell’empirismo classico, cito, fra tutti, Hobbes e Hume.

Grazie a Darwin, comunque, gli empiristi dovettere riconoscere che un ruolo importante era rivestito dall’ereditarietà e dalle tendenza congenite; ma questa forma d’innatismo si limita agli istinti, ai sentimenti, all’azione.
La mente del bambino appena nato è ancora una lavagna vuota, priva delle idee che l’esperienza poi giunge a fornirle.

L'ò già detto, però, lo ripeto, per me l'istinto è una forma di conoscenza, altrimenti dovremmo tagliare tutti i ponti con i nostri antenati, più o meno prossimi.

Tuttavia, anche se il feto che sta per esser messo al mondo non ha credenze, idee o conoscenza, i filosofi empiristi hanno spesso ammesso che nasciamo con certe predisposizioni innate alla conoscenza, con un potenziale specifico per l’esperienza, come la visione dei colori.
Siamo già pronti per raggiungere particolari obiettivi epistemici, come l’acquisizione della lingua madre.
Gli empiristi che accettano l’idea della predisposizioni innate a conoscere, possono risultare praticamente indistinguibili dai razionalisti, loro “avversari” storici.

I razionalisti pongono l’accento sull’importanza della conoscenza innata e, più in generale, di tutte le verità che la ragione può scoprire indipendentemente dai sensi.
Essi, però, spesso si fermano all’affermare che la cosiddetta conoscenza innata esiste solo a livello potenziale.

Di Cartesio, ad esempio, è ben nota anche la sua insistenza circa le idee innate, ma chiarisce che trattasi, di tendenze specifiche, piuttosto che di contenuti preconfezionati.
Cartesio, addirittura, paragona le idee innate alla gotta, malattia infiammatoria invalidante a carattere familiare: il bambino, alla nascita, non ha la malattia, ma solo la predisposizione ereditaria a svilupparla.
Leibniz, altro grande tra i razionalisti, usa un’immagine più “poetica”: le idee innate sono come venature nel blocco di marmo d’uno scultore, le quali predispongono la pietra a produrre una certa statua piuttosto che un’altra.

Bella

Il razionalismo è tornato prepotentemente in auge proprio nel corrente secolo, o, per meglio dire, a cavallo tra il XX ed il XXI, conseguentemente alla formulazione, da parte di Noam Chomsky, della teoria della grammatica universale: vi è un meccanismo innato che alla nascita è in uno stadio iniziale, ma che, in effetti, è in grado d’esser programmato dall’esperienza in modo tale da acquisire la conoscenza della grammatica.
L’esperienza, sostiene Chomsky da sola non è sufficiente a fornire una conoscenza grammaticale complessa, senza presupporre l’esistenza d’un dispositivo d’acquisizione linguistica, di cui il cervello del neonato è già biologicamente dotato.
Il problema scientifico, semmai, è come descrivere correttamente tale dispositivo.

Chomsky paragona il compito del bambino alle prese coll’apprendimento d’una lingua, al problema del giovane nel Menone di Platone.
Come ho scritto prima, il ragazzo, all’oscuro della geometria, è comunque condotto, per mezzo di sole domande, alla dimostrazione d’un particolare teorema geometrico.
Le domande, di per sé stesse, non contengono informazioni sufficienti alla dimostrazione del teorema, dunque, il ragazzo deve, giocoforza, aver apportato una conoscenza che possedeva anzitempo, inconsapevolmente.
Questa conoscenza viene estratta da lui, non inserita in lui tramite l’insegnamento.
Platone conclude – ripeto quanto precedentemente scritto – che il ragazzo deve aver avuto in sé questa conoscenza, acquisendola in un’esistenza precedente.

“Il problema di Platone, dunque, è spiegare come facciamo a conoscere quel tanto dato che l’evidenza che ci è disponibile è così scarsa”
(Noam Chomsky, 1986)

Chomsky argomenta che, nel corso dell’acquisizione linguistica, il bambino non riceve nozioni di grammatica, ma è condotto, per mezzo dell’interazione con altri esseri umani, a manifestare la propria conosceza grammaticale di una lingua particolare.
I bambini giungono a conoscere la grammatica della loro lingua nativa, non come fa un insegnante, il quale è in grado di spiegarla, ma dimostrando la loro conoscenza nella pratica di seguire determinate regole nella produzione e nell’interpretazione di frasi in quella lingua.
Per Chomsky, l’input di esperienza di cui gode il bambino – l’insieme di tutte le frasi che ha avuto modo di ascoltare – è assai povero (proprio come lo sono le domande di Socrate), perlomeno in rapporto alla quantità di frasi che si dimostra in grado di riconoscere come grammaticalmente corrette o meno.

Quel meno mi lascia perplesso, anche se in questo caso possiede una qualche logica, a differenza di "non so se vengo o meno"

Lo stimolo rappresentato dall’interazione sociale non riesce a spiegare la competenza linguistica ch’emerge.
Un bambino che apprende l’inglese non ha già in sé la grammatica dell’inglese, ma deve avere una qualche capacità, o predisposizione innata, che, insieme, all’input (più o meno scarso) dell’esperienza, gli fornisce questa notevole competenza.

Chomsky, in un certo senso, è concorde con Platone circa l’assunto che questa capacità innata – che definisce grammatica universale – sia acquisita in una vita precedente.
Tuttavia, occorre specificare che Chomsky fa riferimento alla storia evolutiva dell’uomo, piuttosto che ad una qualche pre-esistenza dell’anima, od alla reincarnazione.

Ah, ecco, volevo ben dire

La biologia ha dotato il cervello del bambino appena nato d’un dispositivo specializzato all’acquisizione di qualsiasi linguaggio umano, dati gli input appropriati.
Lo studio della capacità umana di possedere un linguaggio diventa, così, lo studio della nostra dotazione genetica.

“La grammatica universale può essere considerata una caratterizzazione della facoltà linguistica, geneticamente determinata.
Si può pensare a questa facoltà come a un dispositivo di acquisizione linguistica, una componente innata della mente umana che produce una lingua particolare grazie all’interazione con l’esperienza che ci è data, un dispositivo che converte l’esperienza in un sistema di conoscenze acquisite: la conoscenza di questa o quella lingua”
(Noam Chomsky, 1986)

Chomsky ritiene che il dispositivo di acquisizione linguistica sia un organo del linguaggio all’interno del cervello.
Coltiviamo una lingua, piuttosto che impararla.
Il dispositivo è concepito come una macchina biologica con un numero finito di interruttori, fissati dall’esperienza linguistica alla quale siamo sottoposti.
Premendo un interruttore, la macchina conosce la grammatica inglese, premendone un altro, conosce quella swahili o quella giapponese.
Tutte le possibile lingue umane sono rappresentate nelle varie impostazioni di questi interruttori.

L’ordine delle parole, inoltre, è importante per il significato.
C’è una bella differenza se il cane morde l’uomo, o l’uomo morde il cane.
Ma l’ordine superficiale delle parole non basta a determinare il significato; le parole devono anche ricoprire ruoli grammaticali ben definiti, e qusto si può fare in modi diversi, mantendendo inalterato l’ordine delle parole.

Quale valido esempio, prendiamo in considerazione queste due frasi, che suonano simili:
– Fino a dove verso l’acqua?
– Vai dove ti pare, ma non verso il vino!

Nella prima, “verso” è un verbo (prima persona singolare dell’indicativo presente di “versare”), mentre nella seconda è una preposizione.
Ma questa è solo la lettura più naturale, più immediata, credo.
“Verso” può essere anche letto come una preposizione nella prima frase, e come verbo nella seconda.
Frasi di questo tipo vengono chiamate anfibolie: ciascuna, cioè, ha due significati.

e grazie per avermi fatto leggere la teoria di Noam Chomsky, che finora conoscevo solo di nome: linguista ed anti-...)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 04/12/2009 alle 15:49
Originariamente inviato da Abajia

Quella che definiamo “percezione”, quindi, riveste un ruolo molto importante internamente alla conoscenza, oppure, per certi versi, preliminarmente.
La percezione, infatti, differisce dalla sensazione in quanto, mentre quest’ultima si limita all’informazione sensoriale, la prima ne fornise un’interpretazione.

È un’idea piuttosto influente, sia in filosofia che in psicologia, che nella perceziane siamo sempre e solo consapevoli dei contenuti della nostra mente.
La cosapevolezza e, dunque, la conoscenza del mondo esterno, è indiretta, mediata dalle nostre rappresentazioni mentali.
In prima istanza, le nostre percezioni, di fatto, vanno a formare il nostro mondo.
Ci è preclusa la possibilità di vedere quello che c’è dietro una rappresentazione, ergo: la realtà esterna è sempre filtrata attraverso i sensi.

Provate, ad esempio, a dilettarvi in quest’esperimento del tutto accessibile: prendete tre secchi, pieni d’acqua a diverse temperature: uno con acqua fredda, uno a temperatura ambiente e l’altro con acqua calda.
Disponeteli in ordine davanti a voi, dopodiché immergete le mani nell’acqua: chessò, la mano destra nell’acqua fredda e la sinistra in quella calda.
Attendete mezzo minuto, poi estraete le mani e inseritele nell’acqua a temperatura ambiente.
Come percepite, ora, quell’acqua?

Con la mano destra, fredda, dovreste sentire l’acqua piuttosto calda, e viceversa.
Dunque: com’è l’acqua, calda o fredda?

Questo enigma, se così vogliamo chiamarlo, si deve al celebre filosofo John Locke, ed è paragonabile a quell’altro famoso vecchio enigma dell’albero che cade nella foresta dove non v’è alcun orecchio che possa udirlo: farà rumore l’albero?
La soluzione, in entrambi i casi, sta nel compiere una distinzione tanto plausibile quanto sorprendenti sono le sue conseguenze.

I termini per le qualità percettive, come suono, caldo, freddo, sono ambigui.
Se, per suono, s’intende una serie d’oscillazioni della pressioni locale dell’aria, allora non v’è dubbio che i suoni, in quanto onde, vengono emanati dall’albero che cade, pur se nessuno v’è a percepirli.
Ma, se per suono intendiamo, invece, l’oggetto immediato delle nostre esperienze uditive, allora, nel caso dell’albero, non vi è alcun suono.
Il suono fisico esiste anche senza la presenza d’un ascoltatore, ma niente può esser sentito senza qualcuno che ascolti.
Non vi è suono soggettivo senza soggetto.

Una cosa è sapere come suona una nota alta, ma un’altra è sapere che le note alte sono associate ad oscillazioni rapide della pressione dell’aria.
I musicisti sono venuti prima dei fisici del suono.
L’esperienza soggettiva degli alti e dei bassi può esser provocata da oscillazioni più o meno rapide, ma la realtà soggettiva, il suono, non è identica alla realtà misurabile.
L’esperienza non è completamente spiegabile in termini fisici.

Il filosofo irlandese George Berkeley arrivò a negare la realtà della materia e d’ogni cosa al di fuori della mente.
Il suo celebre motto è “essere è esser percepito”: l’esistenza di qualcosa non è altro che il suo verificarsi all’interno d’una qualche mente.
Berkeley, pertanto, considerava la gravitazione di Newton alla stregua d’una forza occulta: trattasi, dopotutto, di azione a distanza.
Come può, la Terra, attrarre la Luna, o anche solo una mela senza toccarle?

Si narra che Samuel Johnson, famoso lessicografo e spirito arguto, abbia dato un calcio ad una pietra per dimostrare la falsità dell’immaterialismo di Berkeley: “Lo confuto così!”.
Naturalmente, Berkeley mai s’era sognato di dire che non fosse possibile dare un calcio ad una pietra.
Avrebbe, invece, asserito che l’idea del piede, l’idea della pietra e quella di prenderla a calci, devono per forza esistere tutte in una stessa mente.

Il calore, come s’è visto, è altrettanto ambiguo.
Se, per calore, intendiamo energia cinetica media, o velocità molecolare media, allora esso esiste indipendentemente da qualcuno che lo percepisca.
La velocità media delle molecole dell’acqua nel secchio a temperatura ambiente, sebbene venga alterata dall’immersione delle nostre mani, non è diversa a seconda delle mani.
Se, invece, per calore s’intende l’esperienza di caldo intenso, allora il calore è diverso da mano a mano.
In realtà, ovviamente, c’è una ragione fisica per questo fenomeno: i nervi implicati non stanno affatto registrando la temperatura dell’acqua, ma solo il cambiamento di temperatura delle mani stesse.
Questo varia a seconda della mano, ma la temperatura di entrambe tende a fissarsi sulla base della temperatura dell’acqua del secchio.

La vista, per certi aspetti, è soggetta ad un dualismo ancor più profondo.
I colori non sono comparabili intersoggettivamente.
Voi ed io possiamo facilmente esser concordi che questa banana e quell’ananas sono entrambi gialli, ma non possiamo determinare se le nostre esperienze del giallo sono simili.
Potrà mai la fisiologia superare questa incommensurabilità?

Alle prossime puntate la risposta? Ciao, Abajia e

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Hugo Koblet




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  postato il 13/12/2009 alle 12:48
Dire "nulla" in mezzo a tanto è comunque preferibile a dire "nulla" in mezzo a poco, no?


leggevo anch'io questo 3d filosofico e mi domandavo: ma perchè un argomento di discussione dedicato in un certo senso alla disciplica che vorrebbe condurre una indagine intorno alla verità deve chiamarsi "inutile"?
Forse con il titolo del 3d si voleva in un certo senso fare eco all "otium" romano.
In effetti secondo me il problema è proprio se si crede o meno che vi sia qualcosa da-pensare per l'uomo, qualche domanda la cui risposta possa risultare per lui decisiva oppure no.
Altrimenti non c'è nulla da-pensare, ma un infinità di cose equi-valenti su cui riflettere, come per un "otium" appunto, un divertimento, una piacevole parentesi rispetto al fluire degli impegni "reali" della vita.
In effetti affermare che nulla è a fondamento di ogni possibile discorso (nichilismo) non significa capovolgere la gerarchia dell'essere (e di conseguenza di ciò che ha valore), ma affermare, nella, per così dire, finale equivalenza di ogni asserzione, che, appunto, nulla reclama di per sè l'attenzione del pensiero, ma è l'uomo stesso che di volta in volta decide senza alcun vincolo fondamentale ciò su cui riflettere.
Sarebbe la questione stessa della filosofia come indagine sulla natura della verità, o più propriamente, sulla natura dell'essere. Perchè a seconda dell'idea più o meno forte che si ha della natura di quella specie di spettro del pensiero che è l'essere, fino alla sua completa dissoluzione nell'indifferente, si può dire se vi sia qualcosa di primariamente necessario per la riflessione umana oppure no.

Molto interessante che nella introduzione di questo 3d "inutile" venga toccato, forse (non ci giurerei che sia così accidentale come la faccina sorridente del sibillino Abajia vorrebbe far credere) accidentalmente, un argomento così fondamentale.

Attendo sviluppi altrettanto fondamentali dell'esposizione dell'argomento.

 

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su tutte le cime
v'è pace.

(Goethe)

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 14/12/2009 alle 10:40
Originariamente inviato da herbie

leggevo anch'io questo 3d filosofico e mi domandavo: ma perchè un argomento di discussione dedicato in un certo senso alla disciplica che vorrebbe condurre una indagine intorno alla verità deve chiamarsi "inutile"?



A me sembra che si chiami (in)utile

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 14/12/2009 alle 22:00


Tutto è leggitimo.
Nulla è legittimo.

È nello spazio che intercorre tra Tutto e Niente che s’inserisce il criterio di giustizia.
Criterio che – udite udite! – è, con tutta evidenza, in tutto e per tutto soggettivo.
Tizio può essere favorevole ad una qualsivoglia cosa, e state pur certi che per quella stessa cosa c’è almeno un Caio che si dichiara, invece, contrario, così come il Sempronio di turno che sta un po’ di là, un po’ di qua ed il solito Pincopallo che annuncia fieramente il suo totale distacco dall’una e dall’altra parte.
Poi arrivano Mevio, Filano e Calpurnio che si accodano a Caio.
E questo cosa significa, che Caio ha più ragione di Tizio, Sempronio e Pincopallo?
Direte di no.
E invece è sì.
O meglio, non lo sarebbe, ma, se si da’ a guardare all’esperienza, tant’è.

Vado per sommi capi, badando ad estremizzare subito il ragionamento.
La Legge è (più o meno) chiara, l’omicidio è un reato civile e penale, oltreché comunemente esecrato a livello sociale.
Ora, però, cerchiamo di elevarci ad un piano più strettamente acritico. Difficile?

È costitutivo dell’uomo il lanciarsi in opinioni, più o meno articolate, che trapelano con una certa evidenza il sapore del soggettivo.
Non si tratta d’imparzialità; o, perlomeno, non propriamente.
L’essere imparziali presuppone una palesamento di giudizi che vengono spacciati per comuni, ma l’episteme del ragionamento che viene espresso è sempre intarsiato di un qual certo “utilitarismo”, di soggettività.
Non si ragiona più. In senso generale, non lo si è mai fatto.
Già solo il fatto che i così chiamati “pensatori” siano ricordati in saecula saeculorum, accentua e pone in evidenza un fattore fondante: coloro che hanno spremuto le meningi, sono (stati) l’eccezione.
In mezzo all’alienata (da chi è stata precedentemente alienata e, di conseguenza, alienante per le “masse” future) massa di benpensanti, la forza di chi ha posto la ricerca dell’oggettività come punto di partenza è sì richiamata e, per certi versi, ammirata dai posteri, ma le eccezioni, in quanto tali, non sono motivo d’esultanza.
Per questo, chi si erge a giudice imparziale ed incorrotto delle malefatte(?) altrui, altro non fa che muoversi lungo un solco già scavato, delineato, fattivizzato.
Ora: chi è disposto a farsi mettere a giudizio sulla base di una soggettività originaria che l’abitudine ha fatto sì che venisse legittimata come modello oggettivo?

E se io non accordassi il mio assenso a ciò che è stato fatto a monte, né tantomeno a chi ha dato successivamente adito e avvio al percorso che adesso tutti siamo praticamente costretti a seguire?
A chi cerca di rintuzzare il mio sproloquio, venendo a ricordarmi che “difronte alla Legge siamo tutti uguali”, rispondo che io sono l’asino che viene detto cornuto dal bue.
Uguaglianza? Allora non ho forse lo stesso diritto che ha/hanno avuto colui/coloro che ha/hanno “originato” il tutto?
Dunque: se iniziassi a spacciare le mie idee come una summa d’incorruttibilità e giustizia, potrei decidere di seguire le mie “leggi”?
Se no, allora si sta parlando di un’eguaglianza acquisita; ovverosia: è stato posto il calco sul quale forgiare le situazioni future, e da lì in poi c’è stata (in linea molto teorica) una linea comune, ma perché non posso avere, io come tutti, lo stesso diritto “originario”?

Dunque, nulla è verità assoluta, tutto è verita soggettiva, e l’acriticità viene ad esistere soltanto come un qualcosa d’astruso, astratto, areale, irrealizzabile perché il contrario di un tale intento è connaturato alla persona(lità) umana.

La si può soltanto dichiarare verbalmente, quell’acriticità assoluta, e magari riempircisi la bocca per imbellirsi e calamitare le attenzioni e i consensi altrui, ma nulla più.
Per quanto gli sforzi possano essere addensati in quel senso, mai si potrà a ragione parlar d’assolutezza, bensì di una relatività nella pratica imprescindibile, solo idealisticamente sormontabile.

Detto ciò, torno all’inizio: Tutto è legittimo. Nulla è legittimo.

La legittimità è data, dunque, da ciò che è così etichettato a livello etico, morale, civile e giurisdizionale?
In senso stretto, sì; in senso lato, no.
Poi oh, magari sono io il primo a considerare l’utilità di una “linea guida” atta ad evitare la completa anarchia, ma qui s’inserisce un apice del discorso: fondamentalmente, “siamo quello che meritiamo di essere.
Significa che, chessò, se il mondo è così, ciò che è giusto è che è giusto che sia così.
Sembra una banalità. Una tronfia frase ad effetto che sa tanto di vuoto sofismo. Non lo è.

Spiego.

Nel mondo agiscono liberamente miliardi di persone.
Liberamente, sì.
Direte (fra i tanti appunti che vi verrebbe di muovermi): e che mi dici dello schiavismo a tutt’oggi esistente?
Appunto, lo schiavismo è libertà.
È libertà, da parte di chi schiavizza, a schiavizzare coloro che, di conseguenza, sono schiavizzati.
Agli schiavizzati è negata forse la possibilità di ribellione alla loro condizione? No, né nella teoria, né nella pratica.
Se nella pratica, poi, colui che schiavizza trova il modo di sopprimere il moto di rivolta, difende egli stesso la propria posizione.
Anch’egli si muove all’interno dell’assoluta libertà.
È libero lui di schiavizzare tanto quanto gli schiavizzati di contrastare il loro disagio, o anche di rimanere più o meno passivi nella loro condizione di svantaggio. Libertà anche quella.

È libera Wanna Marchi di fare quello che ha fatto così come coloro che si sono sentiti raggirati sono stati liberi delle loro azioni.
E, ovviamente, con altrettanta libertà è stato legalmente deciso di punire penalmente la Marchi.
Anche questa, alla fin fine, è anarchia.
Chi applica la Legge è libero di farlo; chi accetta la propria condanna lo fa, a tutti gli effetti, liberamente.

Si potrebbe notare una sorta di contraddizione tra la parte del mio ragionamento che attacca il criterio di giustizia applicata a livello penale, e quella che si fonda sulla diffusa libertà, estesa dunque anche alla Legge stessa, libera di vincolare le azioni dell’uomo, me compreso.
In realtà, io stesso mi dichiaro libero di esser “schiavizzato” e limitato dalla Legge.
Se vogliamo semplificare il discorso, la prima parte è caratterizzata dal pensiero del singolo (che, in questo caso, sono io, ma potrebbe benissimo essere quello di Gino da Verona), mentre nella seconda si procede per estensione, allargando il processo razionale secondo una visione globalizzata, dove io e Gino da Verona possiamo pensarla in un modo e Tizio e Caio all’opposto, e se poi arrivano Sempronio e Gilberto da Foggia che fanno tutti fessi e fanno in modo che sia il loro pensiero quello ritenuto comunemente valido, tanto da essere applicato alla pratica, amen.
In fin dei conti, "siamo quello che vogliamo essere".


Predico bene e razzolo male? Libero di farlo, no?

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 14/12/2009 alle 22:15
Originariamente inviato da herbie

leggevo anch'io questo 3d filosofico e mi domandavo: ma perchè un argomento di discussione dedicato in un certo senso alla disciplica che vorrebbe condurre una indagine intorno alla verità deve chiamarsi "inutile"?

Ti ha risposto Carlo.

C'è chi preferisce soffermarsi sull'"utilità", chi sull'"inutilità".
Come dire: "De gustibus ... ".


In effetti affermare che nulla è a fondamento di ogni possibile discorso (nichilismo) non significa capovolgere la gerarchia dell'essere (e di conseguenza di ciò che ha valore), ma affermare, nella, per così dire, finale equivalenza di ogni asserzione, che, appunto, nulla reclama di per sè l'attenzione del pensiero, ma è l'uomo stesso che di volta in volta decide senza alcun vincolo fondamentale ciò su cui riflettere.




Molto interessante che nella introduzione di questo 3d "inutile" venga toccato, forse (non ci giurerei che sia così accidentale come la faccina sorridente del sibillino Abajia vorrebbe far credere) accidentalmente, un argomento così fondamentale.

Attendo sviluppi altrettanto fondamentali dell'esposizione dell'argomento.

Sono tornato ad intervenire su questo thread (e sul forum in generale) senza aver preliminarmente letto gli (eventuali) sviluppi del topic, quindi mi accorgo solo ora di questo tuo post.
Non so, magari indirettamente ti ho risposto.

 

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  postato il 14/12/2009 alle 22:19

(nel ringraziarti di nuovo, Carlo, torno a prometterti che avrai risposta a tutti gli spunti interessanti che stai animando nella mia testolina matta )

 

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  postato il 15/12/2009 alle 08:45
Originariamente inviato da Abajia



Tutto è leggitimo.
Nulla è legittimo.

È nello spazio che intercorre tra Tutto e Niente che s’inserisce il criterio di giustizia.
...
Predico bene e razzolo male? Libero di farlo, no?



In questo spazio, volutamente di qualcosa mancante
cerco di inserirmi, aiutato da un amico "Filosofo ignorante".

Se ci fosse un uomo un po' più cosciente e un po' più forte nel guardare sorridente l'oscura realtà della legge presente.
Forte di una giustizia senza nome, se non quella di umana elevazione, forte come una vita che è in attesa di una rinascita improvvisa.
Se ci fosse un uomo, forte nell'odiare l'arroganza di chi agisce solo con la forza
e capace di custodire con impegno la parte più viva del sogno
di coloro che sentono di una giustizia *vera* il bisogno.
Questo nostro mondo, al di là delle eccezioni del pensiero, è avido e incapace, sempre in corsa e sempre più infelice, popolato da una smania vuota che sarebbe la nostra vita diretta da chi ha il potere, che diventa ogni giorno più volgare e in ogni telegiornale ad es. si pubblicizza (specialmente in questo mese) l'assurdo mito del creatore.
Se ci fossse quest'uomo, forse non penseremmo nemmeno più, alla, purtroppo, leggitima libertà della schiavitù

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 15/12/2009 alle 12:37
No, Carlo.
Non è quello che ho scritto, ma del resto è quasi inevitabile che si venga fraintesi quando si procede per concetti volutamente estremizzati.

Sia ben chiaro, lungi da me "legittimare" la schiavitù.
Ma io - come te, come tutti, presi uno per uno - sono un singolo, ho le mie idee, ed è pacifico che nel mondo vengano a dover per forza di cose coesistere le opinioni e le azioni di miliardi di singolarità, ed è da questo popò di calderone che vien fuori quella che è la realtà delle cose: io sono libero di dichiararmi contrario alla schiavitù, tu altrettanto, egli altrettanto, ma se poi lo schiavismo è, a tutti gli effetti, a tutt'oggi diffuso, evidentemente ci sono tante altre singolarità che agiscono altrettanto liberamente e fanno sì che le loro idee vengano portate avanti.
Per noi sono modi di pensare e di agire meritevoli d'ogni biasimo e spregio, ma tant'è.

Ci sono strade in cui, posta una macchina a folle, si nota come il mezzo proceda in salita.
Ecco, prendendo quest'esempio, noi magari vorremmo che la macchina procedesse "secondo logica", ma vi è una forza contraria, che agisce altrettanto liberamente, che è capace di opporsi con più efficacia alle nostre idee/azioni, sulle quali viene ad avere il sopravvento.

 

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  postato il 15/12/2009 alle 16:30
Originariamente inviato da Abajia


Sia ben chiaro, lungi da me "legittimare" la schiavitù.

Ma infatti io mica ticevo che tu, ma siccome ancora in qualche stato la schiavitù esiste per legge, è evidentemente, ma sarebbe meglio dire tautologicamente, legittima

Ma io - come te, come tutti, presi uno per uno - sono un singolo, ho le mie idee, ed è pacifico che nel mondo vengano a dover per forza di cose coesistere le opinioni e le azioni di miliardi di singolarità, ed è da questo popò di calderone che vien fuori quella che è la realtà delle cose: io sono libero di dichiararmi contrario alla schiavitù, tu altrettanto, egli altrettanto, ma se poi lo schiavismo è, a tutti gli effetti, a tutt'oggi diffuso, evidentemente ci sono tante altre singolarità che agiscono altrettanto liberamente e fanno sì che le loro idee vengano portate avanti.
Per noi sono modi di pensare e di agire meritevoli d'ogni biasimo e spregio, ma tant'è.

E ancora infatti, io mi rifacevo all'idea di un uomo nuovo il quale non potesse neppure pensare ad un'ipotesi simile, utopia pura , ma non vedo disaccordo, né fraintendimento fra noi (poi ci sta che non abbia proprio capito, ma allora il discorso è ...


 

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  postato il 18/12/2009 alle 17:03
il fatto non è che la schiavitù è liberamente accettata dallo schiavo, ma che è forzatamente imposta allo schiavo.
Di per sè la schiavitù fa leva sulla forza dell'assoggettamento, altrimenti non sarebbe appunto schiavitù, ma accordo fra le parti...io ti servo, perchè mi piace, perchè ci guadagno, perchè evito qualcos'altro...

 

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  postato il 29/01/2010 alle 15:19
è per dire, caro Abajia, che personalmente sto aspettando una continuazione (mi andrebbe bene anche in piccole dosi, tipo 10 righe alla settimana...), e forse anche qualcun altro...non vorrei che poi si pensasse ad una iniziativa elettorale...

tanto per stimolarti provo ad azzardare alcune questioni: il tuo testo mi sembrava che stesse conducendo ad alcune considerazioni di carattere critico-scettico innestate sui concetti cardine della crisi delle scienze (per non parlare dei sistemi filosofici razionali). Forse ci stai lentamente conducendo sui sentieri del teorema di Godel, o ti appresti ad affrontare una critica radicale delle condizioni di possibilità del pensiero razionale e di una stessa conoscenza condivisibile e fondata? Ti avverto che lo stesso Kant entro nella foresta della filosofia attraverso lo stesso sentiero...
ammesso e non concesso che ti trovi dibattuto fra questi pensieri ti ripropongo una vexata quaestio della filosofia del '900: postulando il fallimento dei sistemi filosofici tradizionali riguardo ad una etica possibile per non parlare di una metafisica e di una logica razionali, come si spiega che il pensiero umano abbia potuto incamminarvisi fin dall'epoca della grecia classica? Esiste invece la possibilità di un ritorno alle origini del pensiero per imboccare un'altra strada forse obliata dalla filosofia tradizionale, ma urgente oggi più che mai vista la crisi dei sistemi razionalmente fondati? In altre parole: esiste una via di accesso linguistico, comunicabile, dialettico, all'essere, oppure ogni tentativo di accedere all'essenza di quello zoccolo duro di realtà di cui l'uomo fa in ogni momento esperienza e su cui, al di qua del pensiero e della perola, poggia per ogni più semplice azione della sua vita, oppure tale "ritorno all'essere" è uno sprofondare vano in un abisso senza fondo?
Perchè ci si può ben incontrare per discutere dell' incoerenza intrinseca di qualsivoglia sistema logico e metafisico come conseguenza, ma il tavolo su cui poggiamo i nostri boccali di birra, di quello non dubitiamo nemmeno per un istante che abbia una consistenza e faccia da solido supporto per le nostre cose... su che cosa si fonda questa sicurezza delle cose del mondo di cui facciamo uso in ogni momento?

 

[Modificato il 29/01/2010 alle 15:29 by elisamorbidona]

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Livello Greg Lemond
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  postato il 31/01/2010 alle 09:56
Originariamente inviato da elisamorbidona

Perchè ci si può ben incontrare per discutere dell' incoerenza intrinseca di qualsivoglia sistema logico e metafisico come conseguenza, ma il tavolo su cui poggiamo i nostri boccali di birra, di quello non dubitiamo nemmeno per un istante che abbia una consistenza e faccia da solido supporto per le nostre cose... su che cosa si fonda questa sicurezza delle cose del mondo di cui facciamo uso in ogni momento?


Direi che è il modello del mondo che tutti abbiamo nel cervello (in
parte geneticamente determinato, in parte ricavato dall'esperienza) il
luogo in cui le "cose" diventano tali e cessano di essere.
Il modello si è dimostrato funzionante, ed efficace per la sopravvivenza e la riproduzione.
E’ il mondo intermedio di cui parla Richard Dawkins "L'illusione di dio"
quello che i nostri sensi ci permettono di percepire, ciò che è sufficiente a sopravvivere come specie in questa realtà.
Dobbiamo sapere che il nostro corpo si è evoluto all'interno della natura, siamo legati all'ambiente, e per quello adatti.
Percepiamo la realtà solo come possiamo e ciò ci fa sembrare che il mondo sia soltanto così: però con l'ausilio di strumenti scientifici abbiamo scoperto forze che il nostro corpo non percepisce a differenza di altri animali.
Quando si dice che la materia è fatta principalmente di vuoto ci sembra un'assurdità, ma le distanze vuote tra il nucleo e gli elettroni di ogni atomo dimostrano che è così (in proporzione, se il nucleo atomico fosse grande quanto una mela, gli elettroni gli ruoterebbero attorno ad una distanza pari a circa un chilometro.
L'impenetrabilità dei corpi solidi ci sembra normale, così come, invece, penetrare nell'acqua, mentre per una idrometra è normale che la coesione
superficiale delle molecole gli permetta di viverci sopra tutta la vita: quella è la sua realtà.
Siamo semplicemente adatti, e non per nostra volontà,
a questa determinata situazione materiale e temporale, e di conseguenza, avendo la capacità di elaborare un pensiero, ne abbiamo un corrispettivo modello mentale.





 

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  postato il 02/02/2010 alle 08:22
grazie della risposta, lemond, in attesa di Abajia provo a continuare il dialogo.
Quello che tu chiami "modello del mondo", in cui giustamente percepisci quel fenomeno dei "reificazione" dell'esperienza, quello sguardo immediatamente "tecnico" sul mondo che identifica le cose nella loro utilità ed "utilizzabilità", Kant lo chiamava "forme a priori dell'esperienza, dell'intelletto e della ragione". Strutture della conoscenza comuni a tutti (e quindi su cui ragionevolmente poggiare per giustificare l'universalità delle conoscenze attraverso di esse raggiunte) attraverso cui è formata ed immagazzinata una immagine del mondo. Questo modello del mondo tu lo concepisci, sulla scorta di una tradizione scientifico- naturalistica immagino, come formatosi attraverso una specie di processo evolutivo di adattamento, mentre il filosofo tedesco non si sbilaciava in quella direzione, ma riguardo alla "apriorità" delle sue strutture conoscitive cercava giustificazioni diverse. Entrambe le posizioni però lasciano aperto il problema dell' origine della realtà, se ci sia e cosa sia quello di cui ci facciamo una immagine, percepito attraverso le nostre strutture conoscitive, diverse da quelle dell'idrometra, ma che pure viene percepito dall'idrometra attraverso le sue strutture. In fondo in effetti forse non può interessare molto, visto che con il modo con cui percepiamo ed utilizziamo le cose del mondo stiamo, appunto, al mondo in maniera più che efficace.
Però si può considerare il problema anche in un altro modo: queste strutture sensoriali-razionali formatesi con l'evoluzione non ci faranno perdere qualcosa dell'essere reale a cui come uomini potremmo accedere, ma che è soltanto obliato in quanto penalizzato da una evoluzione avvenuta in ambiente particolare, sfavorevole? Come un senso senso magari non sviluppato a causa dell'evoluzione di cui però l'uomo in potenza è portatore? E questo sesto senso dell'essere non può essere forse ri-attivato provando per così dire ad "anticipare" le strutture della razionalità?
Lontano da me il voler richiamare un animistico irrazionalismo, ma a mio parere quella che gli artisti chiamano "ispirazione" si avvicina molto a questo sesto senso per e dell'essere. In realtà mi pare che si tratti di un modo di percepire la realtà che il poeta (o il musicista o il pittore....) poi riesce a dire meglio in una modalità più efficace e più diretta di un discorso logicamente connesso e SOPRATTUTTO in un modo che raggiunge immediatamente il fruitore... l'angoscia fulminea e mortale di una terribile sciagura che in attimo fa sparire un mondo non è "descritta" in alcun modo, ma ugualmente raggiunge con la forza di una percezione assolutamente realistica l'osservatore dell'"urlo" di Munch, un osservatore che abbia vissuto qualcosa di simile naturalmente...
esiste allora allora un modo per "aggirare" o "anticipare" le strutture della conoscenza e della razionalità, o questo significa avviarsi su una via di perdizione? In fondo è ciò che le religioni tentano di fare con la "scusa" di Dio, che sarebbe poi quella "visione faccia e faccia", beatifica, cui le religioni aspirano?

Il discorso che stava intavolando Abajia portando alla messa in discussione dei fondamenti della logica tradizionale, condotta nel secolo scorso da eminenti matematici e logici, in un certo senso rimette in quesione proprio questa idea di un essere pre-logico di cui si è smarrita la via, e mi interessava capire in che porto sarebbe andato a parare il nostro filosofo abruzzese.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 02/02/2010 alle 09:56
Originariamente inviato da elisamorbidona

Il discorso che stava intavolando Abajia portando alla messa in discussione dei fondamenti della logica tradizionale, condotta nel secolo scorso da eminenti matematici e logici, in un certo senso rimette in quesione proprio questa idea di un essere pre-logico di cui si è smarrita la via, e mi interessava capire in che porto sarebbe andato a parare il nostro filosofo abruzzese.


Per questo, devi aspettare il nostro amico "filosofo abruzzese", io sono per il mondo che c'è e considero l'ipotesi dio (su suggerimento di Vallauri) come "vuoto" (a perdere ) e così pure per un eventuale "sesto senso". Ad es. in un film quello che apprezzo è la sceneggiatura, mentre per me (sempre ad es. Fellini non esiste).

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 28/02/2010 alle 10:39
Luigi Lombardi Vallauri "Corso di Filosofia del diritto" Introduzione (I)

Questo corso è nato dalla convinzione che tuttora (1971) troppo spesso il giurista, nel fare giurisprudenza, non sa quel che fa.
La scelta della facoltà di "Legge" avviene ancora in troppi casi, sulla base di motivazioni che possono ricondursi a

1) Non so quel che voglio, quindi scelgo questa facoltà, che non so che sia
2) E' il grande "X" che apre molte porte, ma soprattutto possibilità di varie carriere

Fin dal momento della scelta, il giurista è colui che non sa (in senso forte) quello che fa, conosce soltanto dove arriverà: a quel grado, a quel trattamento economico e di quiescenza. Le eccezioni ci sono, ma sufficientemente eccezionali per confermare la regola. In 17 anni di studio giuridico, rammento una sola persona che alla domanda: "Cosa stiamo a fare qui?" abbia risposto. "Perché ci sia più giustizia nel mondo."

Il diritto però dovrebbe essere scienza, ma quale? In che senso è tale e non arbitrio o "sofistica" a scopo di lucro (magistrati-giudici-studiosi-avvocati)?
Vite umane subiscono interventi anche drastici, anche irreparabili, sulla base di metodi lagamente inesplorati-incontrollati che, quanto più si pretendono rigorosi e attendibili, tanto meno si piegano a dare le prove del loro rigore e della loro attendibilità.

Ed invece, secondo me, per il giurista dovrebbero proprio valere le parole di Brecht:

Voi dunque abbiate cura che
lasciando il mondo
non solo foste buoni, ma
lasciate un mondo buono.




 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 01/03/2010 alle 05:29

Elisa Cara, non è mia intenzione spiattellare a mo' di dogmatica argomentazione l'annosa questione che ho voluto spolverare con questo thread e che, a quanto pare, con sincero interesse ti ha toccato; dunque non parlerei di una volontà aprioristica di condurre il discorso verso lidi prestabiliti, quanto piuttosto dell'intento di organizzare il discorso intorno ad una quantità indefinita di argomenti che, mano a mano, potrebbero dissolvere qualche nube di dubbio, o perlomeno dar l'illusione di poterlo fare.
Sì, parlo di "illusione" proprio in considerazione del non voler dare per assodato il minimo appiglio razionale, vien da sé che mai si arriverà al punto di poter assolutizzare un'asserzione.
Del resto, se, su 1000 persone, 999 dicono che è giusto fare X, mentre una ritiene appropriato fare Y, non è la (stragrande) maggioranza a legittimare X a discapito di Y, e il discorso resterebbe valido pur con la totale uniformità di pensiero/azione, perché resterebbe da considerare, in ogni caso, quello che Kierkegaard era solito definire l'infinito ventaglio di possibilità che presuppongono una determinata situazione e che, quindi, implica infinite conseguenze.
Lo stesso Kierkegaard, per questo, si diceva "bloccato" ed inevitabilmente angosciato da cotanta impredicibilità; a me, per "aggirare l'ostacolo", piace dire che hanno ragione coloro i quali riescono a persuadere gli altri d'aver ragione.
D'altronde, l'elemento persuasivo è insito nella parola stessa, quindi, in ciò, la mia intenzione non è granché differente da quella che viene espressa ogni volta che si esprime un'opinione in merito ad una qualsivoglia tematica; in linguistica, si parla di funzione conativa, laddove si realizza, secondo le modalità più varie, la volontà di comando od esortazione rivolte, da parte del parlante, all'ascoltatore, che è chiamato a modificare il proprio comportamento proprio in relazione al messaggio espresso.

Non è, quindi, per arroganza che, al momento, escludo l'attendibilità di possibili ingerenze esterne, pur "nobili" come quelle da te citate - Godel, ad esempio -, bensì è una stretta conseguenza di un'argomentazione che vuole essere quanto di meno "inquinato" - dalla tradizione, dall'abitudine, dalla permanenza, nel corso del tempo, della trasmissione delle comuni credenze, dal passato in generale - possa esser concepito dalle menti di chi vorrà intervenire in proposito.
Tuttavia, avrai modo di verificare come mi riuscirà difficile, in taluni casi, prescindere dal prezioso lascito delle grandi menti del passato, se non altro per rendere il discorso più accessibile e comprensibile.

Poco sopra, Elisa, scrivi della questione della "possibilità di un ritorno alle origini del pensiero per imboccare un'altra strada forse obliata dalla filosofia tradizionale", e se esista "una via di accesso linguistico, comunicabile, dialettico, all'essere".
Beh, per certi versi è la Storia (con la S maiuscola) e la sua evoluzione a dimostrare l'inadeguatezza dell'accezione di "impossibilità", e personalmente ritengo del tutto aleatorio il limite che separa la realtà possibile da quella che, per convenzione, definisco irrealtà impossibile, ma comunque, se può esserci un fondamento particolare che ha segnato il corso del tempo tanto da poter esser considerato il comune denominatore d'ogni tappa evolutiva dell'uomo e che, ora come già in passato, è fortemente condizionante la realtà umana, è quella concezione di Dio - con la maiuscola, perché prendo in considerazione il comune pensiero - intorno alla quale mi piace argomentare partendo dalla filosofia di Feuerbach, fondatore dell'ateismo filosofico ottocentesco: Dio come proiezione dell'uomo.
Non è Dio (l'astratto) ad aver creato l'uomo (il concreto), ma l'uomo ad aver creato Dio; infatti Dio, secondo Feuerbach, è nient'altro che la proiezione illusoria o l'oggettivazione fantastica di qualità umane, in particolare di quelle perfezioni caratteristiche della nostra specie.
In altri termini, il divino è nient'altro che l'umano in generale, proiettato in un mitico aldilà e adorato come tale; in concreto, l'idea di Dio, nell'uomo, nasce dal fatto che l'uomo, a differenza dell'animale, ha coscienza di sé stesso non solo come individuo, ma anche come specie.
Ora, mentre come individuo si sente debole e limitato, come specie si sente, invece, infinito ed onnipotente: da ciò, la figura di Dio, il quale è, come detto, la personificazione immaginaria delle qualità della specie.
Altre volte, è il sentimento di dipendenza da Dio, che l'uomo prova al cospetto della natura, che ha spinto quest'ultimo ad avere atteggiamenti adorativi verso quelle cose senza le quali egli non potrebbe esistere: la luce, l'aria, l'acqua, la terra.
Secondo il filosofo tedesco, dunque, la religione costituisce una forma di alienazione, intendendo con ciò quello stato patologico per cui l'uomo, "scindendosi", proietta fuori di sé una Potenza superiore alla quale si sottomette.
Il fattore veramente significativo della filosofia feuerbachiana sta nell'assunto che, se la religione è il frutto di un'"oggettivazione" alienata ed alienante, in virtù della quale l'uomo tanto più pone in Dio quanto più toglie a sé stesso, l'ateismo si configura non solo come un atto di onestà filosofica, ma anche come un vero e proprio dovere morale.
Tuttavia, non considero opportuno addentrarsi l'ambito religioso prescindendo da quella che è la Storia dell'umanità, perché l'argomentazione filosofica rischierebbe, altrimenti, di scadere in un vuoto esercizio retorico.
E qui, meglio di me (che pure penso d'avere idee piuttosto chiare in proposito), senz'altro il sapiente Carlo_lemond saprà approfondire l'argomento.
Ora, non volendo affermare, per quanto mi riguarda, l'assolutizzazione ateistica proclamata da Feuerbach, torno alla tua domanda, Elisa, rispondendo che, fin quando ci saranno persone che renderanno omaggio ad un qualche Dio e che crederanno d'esser convinte di pensare con la propria testa, fin quando ci saranno genitori che faranno battezzare i propri figliuoli e fin quando quegli stessi figliuoli, poi, una volta cresciuti, pasciuti e genitori a loro volta, continueranno a rinnovare la catena viziosa, fin quando chiese, sinagoghe, moschee, templi e via dicendo richiameranno il culto religioso e non il solo interesse storico-artistico, fin quando ci sarà gente (e, stavolta, il termine "massificante" è puramente non casuale) che si pronuncerà in merito a calamità naturali etichettandole come punizioni divine, fin quando ci sarà qualcuno che cercherà la benedizione delle proprie azioni con un eloquente "se Dio vuole", fin quando tutto questo resterà immutato nella sua alienante azione di condizionamento, non ci sarà possibilità di rinnovare il pensiero filosofico estendendolo alla vita comune; resterà, per l'appunto, "mera filosofia", guardata con distacco, da taluni con diffidenza e sospetto.
Ma a me interessa relativamente, sai?
Tenetevi pure il vostro Dio, o voi che siete tanto convinti che la vostra vita e quella di tutti gli altri (credenti e, forse, non solo) sia vincolata ad un qualcosa di questo genere.
Io, per non sapere né leggere né scrivere, mi limito a guardare con biasimo Gerry Scotti tutte le volte che annuncia il suo commiato al pubblico di "Chi vuol essere milionario?" con un "E che Dio vi benedica!".

Quanto a quello che tu chiami "problema dell'origine della realtà, se ci sia e cosa sia quello di cui ci facciamo una immagine, percepito attraverso le nostre strutture conoscitive", ti rimando, invitandoti ad un valido esercizio di "relativizzazione", alla concezione schopenaueriana di "velo di Maya", secondo cui il fenomeno viene percepito dal soggetto come fosse "filtrato": il fenomeno, dunque, tende ad essere una rappresentazione soggettiva, una variabile che è "costantemente variabile" e che, per questo, pare destinata a rimanere tale, perché l'eventualità di un fenomeno colto secondo la sua oggettiva ed effettiva realizzazione è ipotizzabile solamente in teoria, prescindendo dall'esperibilità.

Detto ciò, nella speranza d'aver alimentato almeno minimamente il tuo interesse e quello di quanti altri fossero interessati, nonché d'aver suscitato una certa qual voglia di replica, ti porgo il mio saluto, Elisa, così come a Carlo, al quale rinnovo la promessa che tornerò a leggere le sue risposte al mio lungo post d'apertura, rispondendo a mia volta.


Ciao!

 

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  postato il 01/03/2010 alle 07:54
Originariamente inviato da Abajia


E qui, meglio di me (che pure penso d'avere idee piuttosto chiare in proposito), senz'altro il sapiente Carlo_lemond saprà approfondire l'argomento.


Caro Andrea, l'argomento non da me, ma da Luigi Lombardi Vallauri è stato approfondito con quello che, per me, è il più grande libro scritto in Italiano sul tema: "Nera Luce".

 

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  postato il 01/03/2010 alle 13:14

Ed io, infatti, a proposito di "Nera Luce", ho salvati sul pc tutti i messaggi di posta che con puntualità mi invii.

 

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  postato il 01/03/2010 alle 13:44
Luigi Lombardi Vallauri "Corso di Filosofia del diritto" Introduzione (II)


Nel dare la dimostrazione della nostra tesi fondamentale (la scienza giuridica come vocazione umana e politica nel senso pieno del termine) mi è diventato chiaro che essa esigeva di raggruppare intorno a sé quasi tutti gli argomenti di indagine appartenenti alla filosofia del diritto.
La tesi fondamentale è che l'attività del giurista, data l'inevitabile incompletezza del diritto positivo, è attuazione-integrazione *critica* del diritto stesso, ossia *politica del diritto*, cioè la problematica filosofico-giuridica.
Si accetta anzitutto, in via provvisoria, l'ipotesi legalistica, secondo cui il diritto si riduce alla legge, ma ci vuol poco a capire l'inevitabile lacunosità-indeterminatezza della legge e l'inesistenza di metodi integrativi rigorosamente logici. Ed allora al giurista non resta che riconoscere che la legge, anche la più logica non basta, e che ci sarò sempre da fare una scelta politica.

 

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  postato il 02/03/2010 alle 14:06
Luigi Lombardi Vallauri "Corso di Filosofia del diritto" Introduzione (III)


Passando ad un secondo cerchio, di raggio maggiore, si sottopone a verifica il postulato legalista, ci si chiede cioè quale sia il diritto statale realmente vigente e se esso sia completo.
Per rispondere, occorre prima stabilire che cosa sia il diritto e di quale diritto si parla e cos'è il diritto positivo o vigente.
Secondo le teorie prevalenti si riconosce il primato dell'effettività e così nell'ambito del diritto non formale, ma effettivo, si individuano i grandi nuclei del diritto consuetudinario, di quello giurisdizionale e della dottrina.
Ma anche in questo secondo caso (più largo), si arriva alla conclusione logica che il giurista si trova di fronte a scelte *politiche*.
Il diritto positivo, da solo, non è esaustivo.

 

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  postato il 03/03/2010 alle 08:46
che Dio esista nella mente degli uomini, non si discute. Che ciò non dimostri assolutamente nulla riguardo alla sua esistenza reale e soprattutto alla modalità di questa sua eventuale esistenza reale è altrettanto fuori discussione. Tanto più che se davvero fosse interessato alla vita di ciascun uomo, dovrebbe trovare da sè, con tutte le sue inesauribili forze, il modo di incontrarlo e farsi riconoscere; in particolar modo il Dio cristiano che da sè, senza l'uomo, non potrebbe proprio sussistere visto che, teologicamente parlando, è uomo.

Tuttavia, il fatto che si possa dire che a Dio siano state attribuite tutte le perfezioni umane, e la sua idea in questo senso sia pressochè da sempre una "creazione" dell'uomo, usata molto spesso per fondare dei regimi di oppressione e sfruttamento, non dimostra tanto meno alcunchè riguardo alla sua esistenza o non-esistenza nella realtà.
Il cuore della questione è a mio parere proprio il fatto che questo problema si trova al di qua della ragione e della parola, non al di là. Non nel senso che non se ne possa parlare con parole e frasi di senso compiuto, ma nel senso che per tentare una qualche affermazione positiva o negativa bisognerebbe affondare l'ancora non nei principi logici e razionali che teniamo come evidenti, ma sulla natura stessa dell'evidenza di quei principi. Tanto più dopo la crisi abissale che ha colpito le scienze razionali nel secolo scorso, dalla dimostrazione dell'incompletezza ed incoerenza di qualsivoglia sistema di proposizioni formulato secondo le regole della logica classica, alle evidenze sempre più anarchiche rispetto al principio di non-contraddizione che vengono alla luce nella fisica delle particelle.
Quando cominciarono ad emergere dei dati sperimentali contraddittori riguardo ai teoremi della fisica classica, per lungo tempo si cercarono teorie sempre più complesse per giustificare e re-incorporare le contraddizioni (Kuhn in questo secondo me ha pienamente ragione), esattamente come i complessi sistemi di moto retrogrado dei corpi celesti e parallassi varie per "tenere insieme" la vecchia teoria planetaria; ma bastava rimettere il Sole al centro del sistema al posto della Terra e tutte le complicazioni sarebbero sparite d'un colpo...così come bastava rinunciare alla concezione classica del tempo e dello spazio assoluti, mettendo al loro posto la velocità della luce, che le varie incongruenze derivanti dagli esprimenti elettromagnetici e ottici si sciogliessero come d'incanto....
ora, non potrebbe darsi che sia il caso di effettuare una tale rivoluzione copernicana in ambito filosofico e teologico, nel senso che si dovrebbe ritrovare un senso, un modo di esperire l'essere (la realtà delle cose del mondo su cui di per sè non possiamo avere dubbi) e Dio (la realtà di ciò che di per sè non è del mondo e su cui di per sè non si possono avere certezze), se c'è, che non passi attraverso il procedimento dimostrativo ed esplicativo.
Quello, in sostanza, che fa l'arte, la quale non aspira certo ad alcunchè di fantastico o irreale, ma tenta, nella maniera maniera più diretta possibile, richiamandosi in parte al vissuto emozionale, in parte all'evocazione delle esperienza fondamentali dell'essere al mondo, comuni a tutti gli uomini, di restituire l'esperienza della realtà.
Carlo-lemond diceva che a lui di un film interessa solo la sceneggiatura...ma allora perchè fare un film piuttosto che scrivere un libro o dipingere un quadro? Non sarà perchè l'immagine o la poesia dicono qualcosa che la prosa non riesce a dire, qualcosa in più, ed è in questo a volte vertiginoso arrivare al cuore della realtà che risiede l'esperienza liberante, aprente, della bellezza?

 

[Modificato il 03/03/2010 alle 09:01 by elisamorbidona]

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  postato il 03/03/2010 alle 09:08
Originariamente inviato da elisamorbidona

... e Dio (la realtà di ciò che di per sè non è del mondo e su cui di per sè non si possono avere certezze), se c'è, che non passi attraverso il procedimento dimostrativo ed esplicativo.
Quello, in sostanza, che fa l'arte, la quale non aspira certo ad alcunchè di fantastico o irreale, ma tenta, nella maniera maniera più diretta possibile, richiamandosi in parte al vissuto emozionale, in parte all'evocazione delle esperienza fondamentali dell'essere al mondo, comuni a tutti gli uomini, di restituire l'esperienza della realtà.
Carlo-lemond diceva che a lui di un film interessa solo la sceneggiatura...ma allora perchè fare un film piuttosto che scrivere un libro o dipingere un quadro? Non sarà perchè l'immagine o la poesia dicono qualcosa che la prosa non riesce a dire, qualcosa in più, ed è in questo a volte vertiginoso arrivare al cuore della realtà che risiede l'esperienza liberante, aprente, della bellezza?


Sono d'accordo naturalmente con il tuo "apofatismo". Per quanto riguarda il riferimento al cinema, riconosco che è un mio limite, ma tant'é e non posso farci niente ed infatti non ho mai guardato *sul serio* un quadro.
Per la poesia invece, mi pare diverso o forse sono io che in questo caso riesco a comprendere qualcosa.

 

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