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Autore: Oggetto: Rudi Altig, il "Toro di Mannheim".

Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 18/03/2009 alle 01:49
Fra i tanti corridori, anche evidenti e campioni, nati oggi, 18 marzo, ho scelto di portare qui il succinto ritratto di Rudi Altig, perché è uno stereotipo dei dimenticati o sottostimati, ed è una persona splendida.
Quando nelle mie estati di piccino, il distributore di benzina dei miei genitori diveniva tappa dei tanti tedeschi che percorrevano la via Emilia per raggiungere il mare Adriatico, Rudi, era il mio contatto con loro. Ed ero così “sfacciato”, come diceva sempre mamma, da non provare timidezza nel far vedere a quelle persone, magari lontanissime dal ciclismo, la foto-cartolina di Altig in maglia “Saint Raphael”. Accompagnavo quel gesto, con l’italianissimo “Rudi Altig, è un corridore molto bravo!”, quasi dimenticando che per loro le mie parole potevano essere incomprensibili o distanti dalle attenzioni di vita. Eppure, ricevevo sorrisi, a volte pure del cioccolato divenuto molle per il caldo, nonché interessi che si manifestavano attraverso frasi, in parte per me ostrogote, ed in parte in italiano: mi sentivo gratificato e consolidavo sempre più l’intima convinzione che lo sport ed i suoi alfieri, fossero universali. Rudi, non era il corridore per il quale facevo il tifo, eppure lo ammiravo al punto, da provare soddisfazione anche quando batteva un italiano.
Il ricordo di quella cartolina, fa sempre capolino ogni volta che mi imbatto sul suo nome, e non poteva mancare nemmeno adesso. Così come non mancava, potrei dire nell’auspicio di una “laica preghiera”, qualche anno fa, al tempo della battaglia che Altig ha combattuto e vinto col più difficile degli avversari: quella malattia che qualcuno ha definito “del secolo”.


Altig oggi

Vecchio Rudi, mille di questi 72 e ricorda, tu, Dancelli e Raas, siete gli unici che potete dire di aver battuto Merckx a Sanremo!


RUDI ALTIG
Nato a Mannheim il 18 marzo 1937. Professionista dal 1959 al 1971, con 135 vittorie.



Un corridore signorile, di eccezionali qualità, che ha saputo segnare la sua epoca, nonostante la convivenza con tanti super corridori. Un atleta a cui non è mai mancata una buona dose di generosità, sia verso i compagni e sia verso il pubblico. Gladiatorio in talune circostanze e con una classe sempre pronta a togliere dal cilindro qualche acuto. A sette lustri dal suo ritiro, i suoi echi sono ancora presenti, ed a mio personale giudizio è forse il tedesco più sottovalutato fra i connazionali che finiscono sui taccuini, o di cui si deve parlare nell'opera di divulgazione. Rudi ha saputo riempire il suo palmares con una serie prestigiosa di affermazioni, sui più disparati terreni, mostrando un eclettismo che pochi possono vantare. Fece sensazione quando, nel '59, non ancora ventiduenne partecipò e vinse (battendo in finale l'italiano Valotto), il campionato mondiale nell'inseguimento dilettanti. Nell'occasione, mostrò una maturità ed una conoscenza degli esercizi atti a recuperare energie, rara anche nei più navigati. Era il segno di una volontà di capire, comprendere e sperimentare, con una base di professionalità davvero stucchevole in un ragazzo così giovane. Con questi presupposti, uniti ad una forza, soprattutto nei muscoli lombari, degna di un lottatore, non stupì più di tanto nel divenire, da subito, un professionista di rango e d'evidenza. Ed infatti, fra strada e pista (l'amore che non scordò mai), vinse alla prima stagione da prof (passò con la francese Raphael di Geminiani) la bellezza di undici corse, fra le quali il campionato mondiale dell'inseguimento dove superò lo svizzero Trepp e il nostro Baldini. Fra le sue vittorie su strada, a dimostrazione della considerazione dell'osservatorio, vinse in coppia col grande Roger Riviere, il GP d'Alger, la versione francese del Trofeo Baracchi, anche se di minor prestigio. Nel 1961 rivinse il titolo mondiale nell'inseguimento, sempre ai danni dell'elvetico Trepp e, stavolta, dell'italiano Leandro Faggin. Fra i suoi successi su strada dell'anno, di nota la Ronde d'Aix. Il 1962 segna l'arrivo dell'Altig di cui s'ha più memoria: quello che centrò obiettivi primari correndo a fianco di grandi vedette come Anquetil (nella St. Raphael), Motta (nella Molteni) e Gimondi (nella Salvarani), dei quali è stato, sovente, partner prezioso.



Un corridore che segnò un paio di lustri, potrei dire con discrezione, quasi fosse obbligato a farlo per equilibrare la sua possanza atletica. Anche in questo fu un grande. Di Rudi, fratello minore di quel Willy, che si portava spesso nelle formazioni in cui s'accasava e che non lo valeva per nulla, si possono riassumere, con fatica, tante perle. Il "Toro di Mannheim" come veniva definito, fu campione del mondo sul Nurburgring nel '66, al termine di una chiacchieratissima vicenda di rivalità fra Anquetil e Puolidor; fu campione tedesco nel '64 e nel '70. Vinse poi fior di classiche: il Giro delle Fiandre '64, la Milano Sanremo '68, l'Henniger Turm '70, oltre al Gran Premio di Cannes '62, la Genova Nizza '63, il Giro del Piemonte '66, il Giro di Toscana '66, la Milano Vignola '67, la Sassari Cagliari '70, il Gran Premio di Lugano a cronometro e il Trofeo Baracchi '62 (in coppia con Anquetil che trascinò letteralmente al traguardo, poiché il francese non era assolutamente in grado di reggere la sua formidabile cadenza). Allo stesso Anquetil, il possente Altig, inflisse un'inattesa batosta nel Giro di Spagna '62 che "Jacquot" avrebbe dovuto vincere: il "toro di Mannheim" nella tappa a cronometro batté il suo capitano e s'aggiudicò anche la Vuelta. A tappe ha pure vinto la Parigi Lussemburgo '63 e il Giro dell'Andalusia '64. Ma Rudi, fra i tanti successi su strada, non abbandonò mai quella pista che nel passato gli aveva donato tre maglie iridate e, sui velodromi, conquistò il titolo di campione tedesco d'inseguimento ('60-'61), dell'americana ('62, '63, '65), fu campione d'Europa dell'omnium (dal '63 al '66) e dell'americana ('65). Anche come seigiornista fu un super evidente. Nel suo carnet, ci sono 23 Sei Giorni e, tanto per dimostrare che sapeva anche partorire performance di valore assoluto, stabilì i record del chilometro e dei 5 chilometri anche da professionista, dopo che li aveva detenuti come dilettante. Insomma, che dire? Il "Toro di Mannheim", all'anagrafe Rudi Altig, va raccontato ai giovani....perchè è un bel paginone della storia del pedale.

Morris

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 18/03/2009 alle 10:10
pur eil mio babbo me ne ha parlato di quanto fosse un bel "torellone" in bici

 

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EROE DEL GAVIA

A 2 Km dalla vetta mi sono detto "Vai Marco o salti tu o salta lui...E' saltato lui.
Marco Pantani.Montecampione 1998

27/28/29 giugno 2008...son stato pure randonneur

!platonicamente innamorato di admin!

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 18/03/2009 alle 17:34
Ehh, caro Robby, intanto salutami il tuo grande papà, che ti ha trasmesso i pregiati geni per vincere la Kobram.....e per farti moto perpetuo sulla bici....

Dunque, la definizione di “Toro”, vista l’altezza 1,77 metri, potrebbe apparire come esagerata, ma quando si guarda il peso, 75 kg, e lo sviluppo muscolare degli arti superiori, in rapporto anche ai tempi in cui ha corso, il discorso cambia. Diciamo che era un “torello” come d’altronde la foto sul pavé, dimostra......

Rudi Altig era un “macinatore” di pedalate, su qualsiasi terreno: pianura, salita, pista. Ma anche un atleta attento, interessato a capire le linee di quella trasformazione atletica, che usciva da nuove concezioni e morfologie dell’allenamento. I suoi anni di carriera, coincidono con l’ultima generazione delle scoperte e delle proposte interamente frutto della ricerca, dell’osservazione e dell’empirismo, senza spinte indotte da quelle alchimie chimiche pur presentissime e totalizzanti, ma ancora prettamente legate alla consumazione della prova agonistica. Ad esempio, Rudi è stato uno dei primi, probabilmente il primo in termini di siffatta evidenza, a mostrare, fra una prova e l’altra su pista, un vasto campionario di esercizi di stretching, vale a dire l’insieme di movimenti d’allungamento, atti a rilassare il corpo e prepararlo al meglio, fra una fase sedentaria ad una esplosiva e viceversa.

 

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  postato il 18/03/2009 alle 18:21
E' evidente come dal ritratto venga fuori come per la Germania Altig rappresenti un atleta unico nel suo genere vista la sua capacità di eccellere sia su pista che su strada in tutti i terreni. Tra l'altro con le dovute proporzioni e differenziazioni per ognuno che io non sono in grado di poter fare mi colpisce sempre molto come in un lasso di tempo di una decina di anni o poco più siano venuti fuori corridori del calibro di Van Looy,Poblet,lo stesso Altig di cui la prima volta di cui sentii il nome lo vidi dipinto come valido velocista (e vedendo il suo ritratto non si può non convenire che sia un qualcosa di restrittivo giudicarlo semplicemente dalle volate) fino ad arrivare a Freddy Maertens (con altri nomi che sicuramente avrò dimenticato) che in volata erano fortissimi ma che nelle giornate migliori riuscivano a tenere alla grande il passo in salita,se è vero che tutti questi citati sono riusciti a vincere o a piazzarsi molto bene in un grande giro.

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 18/03/2009 alle 21:14
Su Altig butto lì un altro ricordo infantile: Campionati del Mondo 1966, corsi sul circuito automobilistico del Nürburgring (quello vecchio, e pericolosissimo per le auto da corsa, lungo più di 22 km).
Ricordo nebulosamente la diretta televisiva: ad un certo punto Gimondi andò in fuga da solo, ma una foratura (mi pare) lo bloccò; non ricordo invece come si formò il terzetto che si giocò la vittoria, composto dal tedesco e dai due "amici" francesi Anquetil e Poulidor. Gianni Motta arrivò 4°, a pochi secondi.

Ricordo invece più nitidamente la stampa del giorno dopo: una giustificazione al fatto che Gimondi non avesse preso il largo, a causa della visibilità consentita dal circuito automobilistico, che permise al gruppetto degli inseguitori di tenerlo sempre a vista; ma soprattutto, cosa un po' più sconcertante... mi pare proprio di ricordare che Altig non stesse per niente bene durante i primi giri, e che avesse addirittura vomitato in corsa, colpendo anche (col vomito... scusate! ) un corridore italiano, forse Vicentini.

Saranno tutti ricordi veri?

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 21/03/2009 alle 14:12
Incombe la fase caldissima della Sanremo. A dopo per le risposte ai quesiti di Abruzzese e quei ricordi sempre pieni di spunti interessanti, dell'ormai leggendario Bitossi Ciclowebbistico....

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 21/03/2009 alle 22:36
Originariamente inviato da Abruzzese

E' evidente come dal ritratto venga fuori come per la Germania Altig rappresenti un atleta unico nel suo genere vista la sua capacità di eccellere sia su pista che su strada in tutti i terreni. Tra l'altro con le dovute proporzioni e differenziazioni per ognuno che io non sono in grado di poter fare mi colpisce sempre molto come in un lasso di tempo di una decina di anni o poco più siano venuti fuori corridori del calibro di Van Looy,Poblet,lo stesso Altig di cui la prima volta di cui sentii il nome lo vidi dipinto come valido velocista (e vedendo il suo ritratto non si può non convenire che sia un qualcosa di restrittivo giudicarlo semplicemente dalle volate) fino ad arrivare a Freddy Maertens (con altri nomi che sicuramente avrò dimenticato) che in volata erano fortissimi ma che nelle giornate migliori riuscivano a tenere alla grande il passo in salita,se è vero che tutti questi citati sono riusciti a vincere o a piazzarsi molto bene in un grande giro.


A conferma di quanto da te sostenuto, nel post "scopri il corridore", ho aggiunto un quadrettino....

 

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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 23/03/2009 alle 21:11
Originariamente inviato da Bitossi

Su Altig butto lì un altro ricordo infantile: Campionati del Mondo 1966, corsi sul circuito automobilistico del Nürburgring (quello vecchio, e pericolosissimo per le auto da corsa, lungo più di 22 km).
Ricordo nebulosamente la diretta televisiva: ad un certo punto Gimondi andò in fuga da solo, ma una foratura (mi pare) lo bloccò; non ricordo invece come si formò il terzetto che si giocò la vittoria, composto dal tedesco e dai due "amici" francesi Anquetil e Poulidor. Gianni Motta arrivò 4°, a pochi secondi.

Ricordo invece più nitidamente la stampa del giorno dopo: una giustificazione al fatto che Gimondi non avesse preso il largo, a causa della visibilità consentita dal circuito automobilistico, che permise al gruppetto degli inseguitori di tenerlo sempre a vista; ma soprattutto, cosa un po' più sconcertante... mi pare proprio di ricordare che Altig non stesse per niente bene durante i primi giri, e che avesse addirittura vomitato in corsa, colpendo anche (col vomito... scusate! ) un corridore italiano, forse Vicentini.

Saranno tutti ricordi veri?


Va detto che il Circuito del Nurburgring, nella sua versione integrale di 22 km, nella storia dei mondiali, può assestarsi, per difficoltà, sicuramente all’interno dei primi 5-6, solo Sallanches ’80 e Duitama ’95, gli sono sicuramente davanti senza scomodare le opinioni (per me anche Solingen ’54 e Imola ’68 lo erano…). Era naturale che emergessero uomini più dichiaratamente da GT. Basti citare che solo 22 corridori conclusero la prova. La stessa azione di Gimondi, partì con l’intento di raggiungere, incredibile a dirsi, il “Sacrestano di Avila” Julio Jimenez. Poi, quando lo spagnolo si rialzò, la Vaporiera di Sedrina continuò, sciogliendosi, proprio perché sempre a vista dei migliori sui quali spiccava la caratura di Jacques Anquetil. Nel corso dell’ultimo giro, per voleri del normanno, su Gimondi rinvennero lo stesso Jacques, il “nemico” Poulidor, l’ancora fido Stablinski (litigarono, e di brutto, l’anno dopo), gli italiani Motta e Zilioli e i belgi Martin Van den Bossche (il perticone forte in salita) ed il giovanissimo Merckx. Otto uomini dunque, che, per rappresentatività e valori, costituivano la logica azione decisiva. Ma non fu così, perché di mezzo ci si mise un quarto francese, colui che avendo vinto il Tour di quell’anno, costituiva, la risposta transalpina alla fiorente “nouvelle vague” italiana: Lucien Aimar. Costui con una delle sue migliori azioni di carriera, riportò sul gruppetto l’idolo di casa Rudi Altig, che si era risparmiato per tutta la corsa, in parte perché memore dell’anno prima, quando, per alimentare la fuga con Simpson, aveva speso tutto, favorendo lo sprint vincente del britannico, ed in parte perché era stato poco bene durante il primo terzo di gara, prima di quel liberatorio vomito che andò involontariamente a colpire colpì il braccio e la gamba destri dell’italiano Flaviano Vicentini.
Il rientro sui primi, avvenne a circa quattro chilometri dalla conclusione. Di lì a poco, con l’inizio della salita finale, non certo tosta, ma ugualmente pesante per come i corridori avevano interpretato la corsa, dalla testa si sfilarono Gimondi, Merckx e Van den Bossche, mentre Altig, ad un chilometro dal termine operò una progressione impressionante, solo Anquetil e Poulidor riuscirono a tenerlo, ma il normanno era troppo impegnato a battere prima di tutto Poupou e Altig, che sapeva bene quanto questo fattore potesse giocare a suo favore, si spostò dall’altra parte dell’ampia carreggiata del Nurburgring, per concentrarsi sullo sforzo ed immettere in questi, tutte le energie che aveva risparmiato durante la corsa. Il tedesco sapeva che i due galletti avrebbero fatto fuoco e fiamme dalla loro parte e che lo avrebbero guardato limitatamente……
Rudi, vinse sfruttando gli errori degli altri e la sua perfetta conoscenza dei “punti deboli” dei francesi (compreso Aimar e lo stesso Stablinski), ma va pure detto che la sua sparata finale fu un capolavoro, tra i più efficaci della storia dei mondiali.

….Alla fine, Jacques Anquetil deluso ed arrabbiato non salì sul podio.

Ecco tre istantanee…





 

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