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Autore: Oggetto: Fuori tema: Piccola storia delle religioni

Livello Greg Lemond
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  postato il 20/11/2009 alle 13:32
Confrontando l'inferno, commentato da Nera Luce, chi è misericordioso: l'ateo o il religioso?

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.


Fabrizio De Andrè

 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 20/11/2009 alle 15:01
Nera luce, parte Quinta (VII)

La seconda linea argomentativa concerne la violenza intrinseca della "species" cattolicesimo romano, ovverosia della maggiore, meglio organizzata e più longeva centrale di violenza istituzionale cristiana. Le spiegazioni di questo "primato" sono molteplici e seguono in ordine di ovvietà decrescente.
a) Roma è la cosa cristiana più grossa e quindi anche nella repressione dell' "altro"
b) Roma si è attribuita il primato assoluto nella definizione della verità cristiana e umana e ciò le ha conferito, nei secoli, quella tipica, brutale intrattabilità sui piani politico, giuridico, teologico-ecumenico, filosofico, scientifico. Nel DNA del primato di violenza, c'è il cromosoma del primato pontificio autoritariamente interpretato. (nota mia: confronta i patti non negoziabili).
c) Da un lato quasi tutti i passi neotestamentari in materia di persone divine, trinità, peccato originale, etica, sacramenti, diceologia, escatologia sono stati presi nel senso più letterale, più pesantemente ontologico e più contrario alla ragione. Dall'altro si è trionfalisticamente asserito che proprio i dogmi così formulati godevano del più pieno appoggio della ragione.
Sono noti a tutti i danni prodotti dal fideismo religioso e dal razionalismo presi separatamente, meno nota (e peggiore) è invece la loro fusione, quella per cui l'arroganza dell'uno si congiunge a quella dell'altro. Secondo questa terza spiegazione, una forte dose di violenza verso il "diverso" intellettuale sarebbe connaturata al cattolicesimo per gli stessi motivi per cui la nonviolenza è connaturata alla fede non fideista ed alla razionalità realistica e non razionalista, ai primati intellettuali non autoasseriti, ma esibiti e mai sottratti a verifica critica.
Termina qui il mio lavoro, dichiaratamente unilaterale, di pubblico ministero.

(nota mia: e la Quinta parte di Nera Luce)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 21/11/2009 alle 13:29
Nera luce, parte Sesta (I)

Sul significato di eventi non accaduti



Ai fini di questa riflessione penso sia utile distinguere fra eventi narrati non in vista del loro significato ed eventi narrati proprio a tal fine. La distinzione è solo approssimativa, ma, mi sembra, sufficientemente chiara.
La mia ipotesi è che fra gli eventi narrati in vista del loro significato, alcuni lo conservano, anche se non sono veramente accaduti, altri invece l'ànno solo a condizione di essere effettivamente accaduti.
Faccio due esempi: ad una fiaba o parabola non occorre, perché abbiano senso, che gli eventi ... Il principe e Cenerentola, il figliol prodigo, il buon pastore esprimono tesi importanti anche se non sappiamo se i fatti sono accaduti.
In questi tre racconti conta quello che dicono sull'amore in generale. A ben guardare un qualche rapporto con eventi effettivamente accaduti sarebbe desiderabile, perché se non fossero mai esistiti episodi d'innamoramento a prescindere dalle convenzioni sociali, se nessun padre avesse mai gioito del ritorno di un figlio, se non ci fossero mai stati pastori ansiosi alla ricerca della pecora smarrita, il loro sarebbe un significato smentito dai fatti. Tuttavia il significato dei racconti, ripeto, prescinde dal caso singolo.
Secondo esempio: "Se non c'è resurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, allora la nostra predicazione è vuota è vuota è anche la vostra fede." (san Paolo, lettera ai Corinzi).
Che dire? Demitizzarlo, per poter salvare un testo che la realtà e la scienza giudicano non accettabile? Ma perché volerlo salvare ad ogni costo? Non è meglio e più onesto, lasciarlo per quel che è e, se non si può, non accettarlo?
Interpretazioni del tipo Gesù è risorto per la fede mi sono sempre sembrate incompatibili con la fede di san Paolo.
Pertanto qui il significato è che l'effettiva resurrezione di Gesù fonda la nostra speranza di risorgere ed allora il significato dei fatti sta precisamente nella loro effettività. Chi nega la fattualità e salva un significato diverso, nega, per san Paolo, il significato.
In questo secondo esempio il significato del racconto sta e cade con il fatto.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 22/11/2009 alle 14:27
Nera luce, parte Sesta (II)

Si trovano nelle fonti bibliche numerose narrazioni di eventi che quasi tutti gli esegeti cattolici dànno per non accaduti; mi liliterò ad elencarne alcuni, sufficienti ad una visione d'insieme, avvertendo che ciò che interessa qui non è tanto il rapporto evento-realtà, quanto la relazione fra quanto, per ipotesi, non è accaduto e il suo significato.
Supponiamo che non sia esistito, nella preistoria empirica, un uomo perfetto, invulnerabile e non sottoposto ad alcun tipo di morte, alla fatica della lotta per la sopravvivenza e ad ogni altro limite della condizione umana e che quest'ultima non sia la conseguenza del "mangiamento" di un frutto vietato. (Genesi 3)
Supponiamo che non siano esistiti uomini di età quasi millenaria, come Matusalemme (969 anni) o altri.
Supponiamo che Noè non abbia compattato in un'arca di 300x50x30 cubiti una coppia di tutte le specie di animali della Terra e che tutti gli uomini, salvo Noè e la sua famiglia, non siano morti annegati.
Supponiamo che le lingue umane siano più di una, non perché il dio dell'antico testamento, impaurito dalla possibilità che nessun progetto fosse irrealizzabile per gli uomini, ha voluto impedire la costruzione della torre di Babele.
Supponiamo che Sodoma e Gomorra.
Supponiamo che le dieci piaghe d'Egitto.
Supponiamo che il mare non si sia prosciugato davanti agli Israeliti e che poi non abbia (la muraglia d'acqua) inghiottito il Faraone, con tutto il suo esercito.
Supponiamo che gli Israeliti nel deserto non si siano nutriti di manna, quaglie ed acqua miracolose.
Supponiamo che il sole non si sia fermato nel centro del cielo al grido di Giosuè, ritardando di circa un intiero giorno il suo tramonto, affinché gli Israeliti potessero sterminare i nemici.
Supponiamo che questi eventi narrati nel libro sacro non lo siano stati a scopo puramente cronachistico, ma in vista del loro significato e che appartengano alla categoria degli eventi non accaduti; il nostro peculiare problema è quello di stabilire se appartegono agli eventi il cui significato si difende abbastanza bene anche se non sono accaduti oppure invece ...

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 23/11/2009 alle 14:17
Nera luce, parte Sesta (III)

Per affrontare la questione, mi sembra corretto cominciare con un secondo inventario: quello dei significati attribuiti agli eventi da esegeti che riconoscono nel narratore sacro un'ispirazione divina. Mil limito a un'esegesi cattolica e senza alcuna pretesa di completezza. Comincio da "significati" generalissimi, validi per l'intiero antico testamento nelle sue parti storiche, passando poi a "significati" più specifici.
1) Gli storici ispirati ravvisano nella storia principalmente l'azione di dio. Essi mettono in risalto la presenza di Jahvé, signore e guida della storia.
2) La storia biblica è essenziamente storia della rivelazione, della religione, del patto, del sacro.
3) Gli storici intendevano scrivere la storia della salvezza, l'azione di dio e la risposta dell'uomo. Quel che è indubbio è che essi vogliono narrare veri fatti e narrarli per il rapporto che essi hanno con la storia della salvezza. Quel che nel testo bisogna cercare è dunque il valore salvifico, cioè quel che il fatto significa nel concerto dei rapporti fra dio e uomini.
Questi significati generalissimi vengono ripresi e modulati in rapporto a singole narrazioni e ne do qualche esempio.
a) Paradiso terrestre, caduta: mostrare che la condizione umana di miseria non è voluta da Y. è bensì conseguenza del peccato dell'uomo
b) Superlongevità dei patriarchi antidiluvio: suscitare l'impressione che la divina provvidenza vegliava con cura speciale sugli eventi della "promessa".
c) Diluvio: punizione totale verso il peccato
d) Salvezza di Noè: il giusto è protetto da Y.
e) Confusione delle lingue: è l'impossibilità di fondare regni mondani che, essendo in contrapposizione a dio, rimangono vittime della rovina che portano in se stessi.
f) Miracoli in Esodo e Giosuè: Y. è signore della natura e signore della storia.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/11/2009 alle 14:50
Nera luce, parte Sesta (V)

Il panorama che si presenta a un laico(ista) è impressionante: una storia della salvezza, fatta tutta di eventi e non costituita forse da un solo evento effettivamente accaduto. Il significato transitivo, come detto, sarebbe nullo e rimarrebbe forse il significato immanente, derivante dagli stati d'animo di Y. desumibile, però, sempre dalle singole narrazioni di fatti eclatanti che però fatti non sono e quindi equivalgono, né più, né meno che alle parole. Ma è chiaro che l'origine divina delle parole risuonate solo nella mente di un uomo, senza alcun fenomeno esterno, è molto più difficile da corroborare dell'origine di catastrofi come l'uccisione in una sola notte di tutti (e soli) i primogeniti maschi egiziani.
Il fondamentalismo non ha tutti i torti. Lo ha quando pensa che Noè abbia realmente compattato nell'arca ... ma non lo ha quando pensa che un significato del tipo "Y. salva dalle grandi catastrofi il giusto" possa reggersi in assenza di eventi prodigiosi effettivamente accaduti. Che fondamentalista sarebbe se non pensasse che i fatti per i significati non occorrono. . Per lui i fatti che corroborano l'asserto "Y. ha parlato, E' Parola di Y." si riducono tutti alla convinzione intima di costui o all'affermazione ufficiale del clero.
Il nostro specifico percorso ermeneutico sarebbe terminato, ma la necessitata equiparazione dei fatti a parole rende indispensabile fare ancora un piccolo passo. Se restano solo (equivalenti di) parole, come non scrutare anche i contenuti della "parola di Yhwh", il suo valore intrinseco? Ed allora ci accorgiamo che i dubbi non sono minori di quelli sulla fattualità dei fatti.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/11/2009 alle 14:05
A proposito di quanto scrivevo in altra discussione a poposito di Socrate e di Giustino

*IPAZIA IPATIA YPATIA HYPATIA:
*

* DOPO AVERLA ASSASSINATA I CRISTIANI NE USARONO LA STORIA PER INVENTARSI
UNA SANTA:
*

*SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA D'EGITTO, VERGINE E MARTIRE*

*DA WIKIPEDIA IN ITALIANO!*


*Santa Caterina d'Alessandria* (287
? - Alessandria
d'Egitto ,
304),
vergine e
martire,
è venerata come santa dalla Chiesa
cattolica e da quella
ortodossa . Il suo simbolo
identificativo è una ruota spezzata.
Cristianizzazione della Ipazia storica
[modifica
]

A causa della mancanza di evidenze della esistenza di Caterina, la Chiesa
Romana soppresse il suo culto nel 1969.

I molti elementi in comune tra la leggenda di Caterina e la vita della
matematica Ipazia , filosofa pagana
uccisa barbaramente a Dioun nel 415 d.C. da un gruppo di
«parabalanoi»
(barellieri), guidati da un certo Pietro, cristiani in forte odore di eresia
novazianista
[1] ,
fanno però pensare che la figura di Caterina sia una trasposizione della
Ipazia storica.[2]

 

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  postato il 26/11/2009 alle 15:22
Nera luce, parte Sesta (VI)

Il significato immanente ovunque presupposto: Y. approva il bene ed esecra il male, è messo in questione da una quantità di parole dello stesso Y. per noi inaccettabili. Le richieste di immolazioni sacrificali di primogeniti o animali, la pena di morte comminata per una serie impressionante di peccati-reati, compresi quelli sessuali e di eresia; l'incentivazione della guerra e di carneficine, estese fino al genocidio, di popolazioni inermi; l'ossessione del puro e dell'impuro etc.
Le parole di Y che scagliano le più selvagge maledizioni della storia contro il suo popolo in caso di infedeltà, che fanno prevalere senza pietà l'ortodossia religiosa sugli stessi legami famigliari. Se uno di loro ti dirà: "Andiamo a servire altri dei" ... Tu dovrai ucciderlo, sarà la tua mano la prima contro di lui per metterlo a morte e la mano di tutto il popolo continuerà l'esecuzione. (Deuteronomio 13,7-11)
Queste parole di dio sono per noi altrettanto inaccettabili moralmente e giuridicamente quanto le parole del papa che attribuiscono allo spirito santo la volontà che gli eretici, in termini di cattolicesimo romano, vengano bruciati vivi.
I significati immanenti sono ancora più inaccettabili sul piano del valore di quanto i significati transitivi siano accettabili sul piano del fatto.
Chi ripercorra con attenzione le gesta, per così dire "internazionali" compiute o volute da Y. in Esodo, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, si trova di fronte ad una serie sconvolgente, disgustosa, di stragi, carneficine e genocidi, impossibili da giustificare non solo in termini di fraternità universale, ma spesso anche in termini di diritto internazionale elementare.
Segue nel testo (quasi l'intiera pag. 163) tutta una serie di riferimenti al libro dei libri!
In definita possiamo concludere che là dove arriva l'Israele di Y. dobbiamo realisticamente immaginare l'innalzarsi al cielo di un lezzo di cadaveri e d'incendio: la "storia della salvezza" per Israele è storia maledetta per gli altri.
La motivazione "sacra" delle stragi non migliora certo la situazione.
Concludo questa parte con una nota positiva: "Meno male che" Y. non ha fatto quello che gli viene attribuito di aver fatto e non ha detto quello che gli viene attribuito di aver detto. Sarebbe molto peggio (per noi oggi) se gli eventi fossero effettivamente accaduti e quelle parole fossero state effettivamente pronunciate.

 

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  postato il 26/11/2009 alle 15:30
Nera luce, parte sesta P.S.

L'anatema, in ebraico herem (tipico quello di Gerico) è un genocidio religioso integrale: vengono sterminati tutti gli esseri umani e tutti gli animali; gli oggetti materiali vengono bruciati o donati al santuario di Y. La città viene rasa al suolo, bruciata, cancellata per sempre, se possibile, dalla faccia della terra. L'isaelita che si appropria di beni anatemizzati, ossia consacrati a Y. che se ne compiace, viene lapidato e/o bruciato vivo insieme con la sua famiglia.

 

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  postato il 27/11/2009 alle 15:05
Nera luce, parte Settima (I)

Aforismi


Raggruppo in questa sezione riflessioni rapide su temi non più attinenti alla diceologia, ma anch'essi cruciali o per il solo cattolicesimo, o per ogni cristianesimo, in quanto "species" particolarissima del "genus" teismo. E' una tappa che ci introduce nel reame ontologico del trascendente, paesaggi intieramente fatti di persone prive di materia. Si guarderà soltanto la persona cristologica, la persona divina unitrinitaria e la persona mariologica, mentre la figura gigantesca dell'Unico, dell'Ens a sé, sarà affrontata in seguito, perché oggetto anche della "teologia naturale" filosofica e comune a tutti i monoteismi. Però è chiaro che la sua inimmaginabilità si contagia, per la proprietà transitiva, dai monoteismi ai cristianesimi. Qualunque dogma cristiano che contenga il Nome da non nominare invano ("Gesù è dio, dio è trinità, Maria è madre di dio") soffre comunque dell'oscurità impenetrabile del concetto dell'Unico. Basterebbe questo a rendere impenetrabile il cristianesimo e quindi apofatici i cristiani intellettualmente seri; invece il cristianesimo dogmatico, quello del Credo, non rischiara, ma aggiunge all'oscurità del monoteismo, altre oscurità. La pretesa cristiana di conoscere in Gesù di Nazaret, il Volto "che non si può vedere senza morire" è una pretesa, uno slancio, del cuore che non vuole pensare e ci spiega che la soluzione sta in una parola molto comoda: "mistero".
Perché non dichiararlo, questo coacervo, senz'altro assurdo? Forse perché (come già il concetto stesso di "dio" è talmente astruso e astratto da non poter essere realmente capito e quindi da lasciarti il dubbio che sei tu che non capisci, che sei in torto; in questo preciso senso (combino un pensiero di Alan Watts con una frase di Borges) il dogma cristiano è "il capolavoro della letteratura fantastica".

 

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  postato il 29/11/2009 alle 12:44
Nera luce, parte Settima (II)

Cristologia

Vero Dio



Quelle che hanno in comune tutti i cristiani (compreso ad es. i testimoni di Geova) è Cristo (non Gesù), creduto appunto il dio incarnato, vissuto, morto e risorto. La cristologia è, per definizione, il centro del dogma pancristiano. Cristo è il redentore dell'umanità dal peccato originale e seconda persona della santissima trinità. Cristo è vero dio e vero uomo. Gesù è il nome di un uomo (nota mia: di un piccolo ebreo arrivista, sostiene Woody ), Cristo è invece il nome di un ente cristologico.
La cosa (che la maggioranza crede sia) quasi certa è l'esistenza di un un uomo, mentre la questione è se quell'uomo fosse dio.
Quanto non si deve dimenticare mai è che un uomo non può essere dio, come dio è dio. Essere dio come dio è, significa essere l'Essere necessario ed un uomo non può esserlo. Quindi deve essere dio in qualche altro modo (umano), perché se lo fosse in modo divino, vederlo sarebbe morire alla vita umana, mentre si dice che Gesù sia stato visto da molti e nessuno è morto (per questo).
Per la stessa ragione, dio non può essere uomo, come un uomo è uomo.
Ma l'unico modo di essere veramente qualcosa è esserla come lo sono quelli che lo sono e quindi non possiamo non dedurne che dire che Cristo è dio non dice quello che veramente interessa e cioè che proprio l'umanità del Gesù di N. sia dio, e che quindi si possa dire: "Dio, l'ebreo del tempo dell'imperatore Augusto", "Dio ha mangiato come mangiamo noi", "Dio ha desiderato le donne come noi ed ha goduto come godiamo noi", etc.
Queste cose invece non si possono dire, in quanto dio non può digerire, godere o morire e quindi nessuna cristologia può far sì che un umano sia dio come ...
Dio in quanto tale non può (ripeto) morire, ma quello che interessa è proprio il fatto che dio muoia, non che muoia un uomo di nome Gesù, perché questo la sappiamo fare tutti.
Dio non è nato, è nato un uomo
Dio non ha sofferto, ha sofferto un uomo
Dio non è morto ...
Dio è l'Essere necessario onnipotente o non serve! Ma l'E.N. non è onnipotente al punto da poter fare cose come nascere, soffrire, morire, e nemmeno può abrogare il principio di identità e di non contraddizione.
Quindi è nato, ha sofferto ... Gesù, ma questo non è certo notevole, la cosa notevole in Gesù è il modo in cui lo ha fatto.

 

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  postato il 30/11/2009 alle 10:43
Nera luce, parte Settima (III)

Tu solo hai parole di vita eterna



S'impongono allora, per un cristiano, le cristologie "dal basso", quelle senza incarnazione.
Proviamo a dire: solo Gesù, il "vero uomo" Gesù, è nato, vissuto etc. ma lo ha fatto in modo straordinario, sublime, "divino". In questo senso merita di essere chiamato "Messia" o "Cristo", perché è il più unito a dio tra tutti gli uomini di ogni tempo.
Da questa frase, se ne possono derivare senza fatica tutti i titoli cristologici:
Gesù uomo è il "figlio", perché figlio è chi fa la volontà del padre.
Gesù uomo è "Logos, Verbum, Parola" perché meglio di qualsiasi altro rivela la parola di dio e manifesta, con i suoi atti e con la sua morte, il padre.
Gesù uomo è "Kyrios, Dominus, Signore", perché è signore di uomini colui che gli uomini devono imitare. E per definizione gli uomini devono seguire colui che meglio obbedisce a dio (il figlio), che meglio lo manifesta (il verbo).
Per le stesse ragioni Gesù può ben essere detto capo, o testa, della chiesa dei suoi sudditi, discepoli, seguaci.
Il tutto senza bisogno dell'impossibile: "Gesù è dio", dunque senza bisogno di incarnazione e trinità.
Questa "cristologia dal basso" non è affatto poco: è già un grosso cristianesimo, perché dire che in Gesù s'incontra dio più che in ogni altro uomo passato e futuro, non è atto di conoscenza, ma atto di fede che eccede la ragione.
Tutti i non cristiani non sarebbero d'accordo ed, anche fra i propensi a dirsi cristiani, molti avrebbero difficoltà col Gesù dottore severissimo in materia di sesso, dottore terrorizzante in materia d'inferno, dottore ultra-assertivo in materia di dio.
Ma, per lo meno, cadrebbe l'inciampo della cristologia ontologica, con i suoi dogmi così astrusi (o resi tali perché non apparissero menifestamente assurdi), come vedremo ...

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/12/2009 alle 15:20
Nera luce, parte Settima (IV)

Resurrezione


Koan (ovvero, avviso pubblico) per i cristiani Koan (ovvero, avviso pubblico) per i cristiani (da non dimenticare mai) : se è risorto non è dio, infatti costui, sebbene omnnipotente, non può risorgere, perché è eterno, esiste necessariamente da sempre e per sempre.
Un onnipotente può (forse) far risorgere un uomo, ma non può farlo con un Eterno. Una reale resurrezione di un cadavere sarebbe la prova che il morto non è dio (avrebbe forse senso il cadavere di dio?)

Nota mia: penso che per oggi possa bastare, perché questa deduzione sulla religione cristiana mi sembra sia sufficiente a ...

 

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  postato il 02/12/2009 alle 17:53
Nera luce, parte Settima (V)

Trinità



Una volta acquisita la non afferrabilità in termini logici e realistici del concetto "dio-uomo" è dubbio che valga la pena esaminare criticamente anche il dogma trinitario, in quanto già carico di tutte le difficoltà che afflingono il concetto precedente; lo farò comunque, ma limitandomi ai problemi che la trinità di dio aggiunge in proprio.
Dovremmo distinguere trinità da triteismo: dio è unico, nel senso che ce n'è uno solo, unitario, non composto, assolutamente semplice e indivisibile e persona nel senso di autocoscienza-beautitudine-intelligenza-amore. Dire che esiste dio, significa affermare che esiste un'unica persona-dio, una con se stessa.
Il dogma trinitario nasce dalla divinizzazione, in aggiunta all'indiscusso padre e del necessario (cristianamente) dio-figlio (quello incarnato in Gesù) dell'un po' defilato dio-spirito santo. Sono tutti e tre persone eguali e distinte e per ognuna di esse, prese singolarmente, si deve dire *dio*. Esse agiscono ciascuna con azioni esclusivamente loro, per così dire, in prima persona. Il padre, fra l'altro, crea il mondo, il figlio vive una vita umana esemplare e forse resta uomo per sempre, anche tornato lassù; lo spirito feconda Maria, assiste il papa affinché sia infallibile "ex cathedra" in materia di fede, costumi etc.
Per definizione, riassumendo, ci sono tre dio ed un unico dio nello stesso significato della parola *dio*, ma se dio è per essenza l'unico dio e ci sono tre, ognuno dei quali preso singolarmente è dio, ci sono tre, che presi singolarmente sono l'unico dio.
Questo per quanto riguarda l'attributo dell'unicità, se poi si guarda a quello dell'unità, non si può che escludere ogni interna pluralizzazione di dio sotto qualsiasi aspetto, per esempio ogni interna distinzione di agenti, azioni, atti. Ma, come già accennato i Tre ne fanno di tutti i colori. Com'è compatibile questa ridda con la perfetta semplicità/unità/individualità dell'Uno?

 

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  postato il 03/12/2009 alle 14:20
Nera luce, perte Settima (VI)

Dobbiamo chiederci come la mente umana sia potuta arrivare a tanto, cioè ad una serie di concetti del tipo "punto triangolare",
quasi-evidentemente assurdi, integrati da una serie di concetti del tipo "non generato-da, bensì procedente-da", al limite del non senso e comunque non si vede proprio come verificabili. La risposta storica si può anche trovare, ma non è intellettualmente molto edificante. L'astrusità delle spiegazioni teologiche non riesce a suscitare il senso del (sempre invocato come ultima risorsa) mistero! Suscita al massimo l'impressione del marchingegno, destinato a rendere non cortraddittorio il contradditorio, esattamente la negazione del senso del mistero.
Le "spiegazioni" dei teologi non sono al di là, sono un misto di "al di fuori e al di sotto" della ragione.
Restano gli imbarazzi della preghiera (pensante). Come si fa a pregare "trinitariamente? E' facile invocare ogni persona presa singolarmente "Pater noster" "Veni, Sancte Spiritus (o Spirite)!" "Christe, eleison!" Ma come pregare dio "tout court"? Molti cristiani si rivolgono anche a *dio* genericamente, ma questo dio, che non è uno dei Tre, può essere o il dio monoteistico dei non cristiani o la trinità. Nel primo caso gli oranti cristiani, probabilmente senza accorgersene, invocano un dio diverso, mentre nel secondo c'è da temere che invochino un dio Quarto, la trinità appunto, che certamente non è né la prima, né la seconda, né la terza persona e quindi non può che essere un "Quartum Quid".
Facciamo un esempio per chiarire meglio: un "dio amore" se si dimostrasse che l'amore ha struttura ternaria nel senso di essere fatto di tre persone ...
Ma:
a) non è sicuro che l'amore abbia struttura ternaria
b) se l'avesse, e dunque dio dovesse essere trinità per *essere amore*, come potrebbero essere a pieno titolo dio le altre tre, ognuna presa singolarmente?
Io invito i cristiani a fare, quando pregano, l'esperimento di chiedersi a chi esattamente si rivolgono e darsi una risposta sincera. Io, quando pregavo, se ci pensavo, mi ... bloccavo.
Il problema più vero, che sfugge tra le diatribe teologiche, è poi sempre quello del realismo.

 

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  postato il 04/12/2009 alle 16:05
Nera luce, parte Settima (VII)

Mariologia

"Fructus ventris tui"


Se l'uomo Gesù di Nazaret fosse esistito, sicuramente sarebbe nato e prima di nascere, di certo concepito. Quindi o l'uomo Gesù non è esistito, o c'è stato il momento preciso, databile all'ora e forse al minuto, del suo concepimento, cioè della fertilizzazione di un ovulo di sua madre.
Chiudendo gli occhi per vedere, con l'intuizione intellettuale realizzante mi trasporto accanto alla reale ragazza nel momento in cui sta concependo Gesù. Sono ad un metro dall'inizio genetico. Una cosa so: che se Gesù è esistito, io sono ad un metro da un evento assolutamente reale e so con assoluta certezza che sua madre è rimasta incinta o attraverso un amplesso o non attraverso un amplesso.
Nel primo caso il cristianesimo (edificio millenario) è privo di base reale e crolla come una cattedrale sotto le ruspe, nel secondo caso è effettivamente molto probabile che la madre di Gesù abbia concepito per opera di una delle tre persone: Spirito Santo.
Uno dei due eventi è reale come io sono (o sarò stato) reale, ma non mi chiedo quale dei due, m'inchino ad esso e mi limito a stare accanto alla ragazza che sta concependo Gesù nel modo in cui ...
Mesi dopo, Gesù nasce e sul tipo di nascita non ci sono incognite. Cristiani e no, sono d'accordo: una ragazza gravida ha avuto la dilatazione del collo uterino e, tra scoli di liquido amniotico, ha espulso il suo bambino, attraverso l'ostio vulvare esteso allo spasimo.
Trascuro la questione, delicata, se mentre lo espelleva il suo imene, come vuole il dogma, sia rimasto intatto, reso miracolasamente permeabile alla materia, così che lei rimanesse vergine anche "in partus"; so che l'à espulso e tanto mi basta affinché non ci siano dubbi su Gesù "fructus ventris" della sua mamma.

 

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  postato il 06/12/2009 alle 10:26
Nera luce, parte Settima (VIII)

"Sancta Maria"



Per il dogma dell'immacolata concezione, la madre di Gesù, unica per le donne di tutti i tempi, è stata concepita (da Anna) senza peccato originale. Ora è noto che questa malformazione ideologica si trasmette ereditariamente, per "propagationem seminis", cioè attraverso lo sperma paterno. Nello sperma di San Gioacchino (non in tutto, probabilmente, ma solo nello spermatozeo destinato al concepimento di Maria) il peccato originale è stato tolto.
Come si fa a saperlo? Beh, prima non era sicurissimo, ma poi nel 1854 lo ha detto il papa e così ora è certo. Infatti lo ha definito solennemente "ex cathedra", quindi infallibilmente.
Possiamo dire che, come per tutti i dogmi mariologici, il papa (in questo caso Pio IX) andava sul sicuro. "Priva di peccato originale, vergine dall'inizio alla fine della vita, assunta in cielo", sono materie in cui non si può sbagliare.
Sì, ogni volta che ha impegnato formalmente la sua infallibilità in mariologia, il papa ci ha sempre azzeccato

Nota mia, ma davvero c'è qualcuno dotato di comune intelligenza che può credere a queste cose? Se sì, mi piacerebbe conoscerlo.

 

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  postato il 07/12/2009 alle 12:34
Nera luce, parte Settima, (IX)

"Mater dei"


Non "madre di Gesù" e nemmeno "madre di Cristo", ma proprio esplicitamente e puntigliosamente "madre di DIO", madre di uno (il secondo) dei tre eterni. Partorendo fisicamente Gesù, Maria avrebbe partorito fisicamente un dio, cioè un non fisico, un eterno, un colui che per essenza non può essere partorito. Ha quindi messo al mondo un vero cerchio che è un vero quadrato. (Nota mia, altro che la Quadra di Bossi ).
La formula è indecifrabile, ma è anche solo un teorema o un corollario derivabile dall'assioma cristologico già discisso, il commento quindi può essere tralasciando, rimandando ai paragrafi precedenti.

 

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  postato il 08/12/2009 alle 12:31
Nera luce, parte Settima (X)

"Ora pro nobis"


Maria è l'entità più invocata dai cattolici: mediamente un "Pater" contro dieci "Ave", senza contare la "Salve Regina"; anche nelle litanie Maria fa la parte del leone.
Tutte queste invocazioni iterate hanno un effetto "mantra" simile al placebo, ma qui voglio chiedermi cosa deve accadere nell'Oltre, e non nella sola mente dei credenti, affinché l'invocare Maria abbia anche ontologicamente (non solo psicologicamente) senso?
Dobbiamo immaginare Maria come un immane ministero (di Grazia e Giustizia ) assediato da ... di pratiche da evadere. In ogni istante Maria sente (come?) tutte le invocazioni, sia sonore che silenziose, a lei rivolte e fulminea, in tempo reale, pone in essere lo stato di cose riconosciuto come il più foriero di bene. Fa questo per molte richieste insieme, pur considerandole distinte: per es. aiuta (o no) un adolescente russo a superare una tentazione contro la purezza in un'isba, proprio mentre salva dalla morte, tra tutti i passeggeri di un pullman di pellegrini italiani diretto ad Oropa (che sta precipitando giù da una scarpata) solo quello che l'à invocata in quel preciso istante etc.
In ogni momento compie quantità ... di interventi omissivi e commissivi. Quelli commissivi devono essere molto discreti per non apparire senz'altro come miracoli vistosi: bisogna ottenere il risultato, ma rispettando l'indole e la libertà delle persone, sia le leggi della natura che governano il comportamento delle cose.
Come si faccia non so, ma quel che conosco è che un'invocazione a Maria non ha senso reale, se tutto questo non avviene.
Se poi non è Maria direttamente a compierli, ma più correttamente, in base all'ontologia, dio (uno dei tre) ...
Purtroppo molte pratiche sono archiviate senza dare sodisfazione ai postulanti e se si vuole una prova dell'inutilità della preghiera di impetrazione (quella nella quale si chiede una grazia tangibile) basta pensare ai secoli della peste, che erano anche i secoli della massima fede.
Non appena scoperto e trattato il bacillo "Pasteurella pestis" sono cessate le invocazioni a Maria ed è cessata anche ... la peste.

P.S.

Gli "ora pro nobis" hanno cambiato oggetto, ma continuano ad essere inoltrati ... al giorno



 

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  postato il 09/12/2009 alle 14:07
Nera luce, parte Settima (XI)

Vergine, madre, figlia del tuo figlio



Riprendiamo l'ontologia soprannaturale, la disciplina dogmatica che ha per oggetto essenzialmente le cinque megapersone: Gesù, Maria, dio-padre, dio-figlio, dio-spirito santo, con l'aggiunta del meno cospicuo, ma non trascurabile, san Giuseppe.
Conosciamo dal Credo i rapporti genealogici nella famiglia trinitaria: Padre genera solitariamente Figlio; Padre e Figlio dànno congiuntamente l'essere a Spirito santo, che "ex patre filioque procedit". Tutti questi rapporti ricordano un po' la clonazione.
Nella famigliola di Nazaret, Gesù, in quanto uomo, è figlio di Maria e del proprio gemello divino Spirito santo, che ha fecondato Maria, mentre san Giuseppe è solo padre putativo (presunto, per legge). Si tratta, umanamente parlando, di fecondazione eterologa e tutti e tre i membri umani della famigliola sono perfettamente vergini, a vita.
Le relazioni di parentela hanno acceso, fra gli altri, la fantasia di Dante che in base all'assunto che tutti gli uomini sono figli di dio, arriva all'ultimo termine del sillogismo con "madre e figlia del tuo figlio".
Se, copiando l'Alighieri e, come lui semplificando, chiamiamo padre e madre, figlio e figlia tutti coloro che in qualche modo dànno e ricevono la vita, possiamo completare coerentemente l'abbozzo dantesco.
Alla semplificazione terminologica ci autorizza non solo Dante, ma anche il linguaggio teologico-dogmatico, nel quale la seconda persona viene chiamata figlio sia del Padre in cielo che di Maria in terra e per chi osa ... è prevista l'eresia e il rogo.
Vedremo come per essere buoni cattolici, dovremo ottenere "identikit" genealogici impressionanti

 

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  postato il 10/12/2009 alle 15:17
Nera luce, parte Settima (XII)

Spirito santo, eternamente "figlio" di Figlio, mette storicamente al mondo, fecondando Maria, Gesù che "è" Figlio: dantescamente e teologicamente Spirito santo può dirsi padre di suo padre. Inoltre, essendo come ogni persona-dio - padre creazionale di Maria, Spirito santo è cooperatore genetico di sua figlia, fecondando la quale mette al mondo il proprio padre trinitario. Sempre come padre di Maria, Spirito santo è, oltre che padre, anche nonno del proprio padre. Non aggiungo apposta le qualificazioni "creazionale" "genetico" trinitario" e altre, lasciandole come esercizio al letttore.

Nota mia: mi fermo qui, perché in poche righe c'è materia più che sufficiente sia per farsi venire il mal di testa , che per "sganasciarsi" dalle risate

 

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  postato il 11/12/2009 alle 08:26
Nota mia: non si tratta di cattolici adulti (perché costoro non possono
esistere), e forse neppure di scisma, perché più che una fenditura queste
persone hanno in mente una nuova ed affatto diversa religione, solo non
hanno il coraggio di dire chiaramente che il cattolicesimo e cristianesimo
sono solo quelli ufficiali ed il "fai da te" non esiste.

Lo scisma è qui ?
Il viaggio di Chiaberge fra i cattolici adulti


di Alessandro Litta Modignani
Nel suo lungo viaggio fra i cattolici adulti ("Lo scisma - Cattolici senza
Papa", 300 pagine, Longanesi) Riccardo Chiaberge si reca in visita a una
cospicua lista di quei credenti, quasi tutti cattolici praticanti, che
mandano puntualmente il cibo di traverso alle gerarchie vaticane. Sono
personaggi noti e meno noti, laici ed ecclesiastici, storie di vita e di
fede che non rientrano nello stereotipo che vorrebbe il "buon cristiano"
ligio ai dettami della Chiesa.
La carrellata parte dal frate eremita che si oppone "alla concezione
anticristiana della vita e della famiglia diffusa dal berlusconismo", non
risparmia Radio Maria ("Per me è un veleno.... Un fanatismo lontano anni
luce dal messaggio evangelico") e osserva acutamente: "Celibe dev'essere il
monaco, non il prete". Poi è la volta della cosiddetta "secessione viennese",
con il suo cupo corollario di scandali a sfondo pedofilo. Sfilano i parroci
di base, le suore comboniane, i gesuiti non allineati, i "missionari in
Padania" - e naturalmente quelli in Africa, che distribuiscono preservativi
per limitare la diffusione dell'Aids. Un apposito capitolo è dedicato ai
"Preti in amore", i vari Bollettin, Milingo, don Sante e molti altri.
Particolarmente ricco il fronte dei cattolici impegnati nella ricerca
scientifica e nelle nuove frontiere della medicina, da Giorgio Lambertenghi
Deliliers a Elisa Nicolosi, a Elena Cattaneo e naturalmente a quel don Luigi
Verzé che ha ammesso di avere "staccato" su richiesta, dalla macchina che lo
teneva in vita, un suo amico paziente terminale. Lambertenghi alza gli occhi
al cielo commentando l'accanimento di chi vuole nutrire forzatamente un
corpo dopo 17 anni di vita vegetativa: "Lo so, cosa vuole, i bioeticisti....
Oggi sono molto di moda. Molti di loro non conoscono gli ospedali, non sono
mai stati in una corsia.... Persino Papa Giovanni Paolo II ha detto:
lasciatemi tornare alla casa del Padre".
Commovente e significativo il panorama degli "ex voto" affissi nelle
bacheche del Regina Elena, a Milano, da quanti sono riusciti ad avere un
figlio grazie alla fecondazione assistita, nonostante i veti della Chiesa:
"Ci avete dato amore e speranza.... Avete compiuto il miracolo.... Il nostro
sogno si è realizzato... Bisogna credere fino in fondo, sperare e pregare
che il miracolo si realizzi.... C'è un angelo in cielo che non aspetta altro
che di diventare un bambino...." e così via.
Il libro di Chiaberge conia un neologismo: "dolorismo", termine con il quale
il gesuita Padre Carlo Casalone descrive una visione arcaica e un po' sadica
del cristianesimo: "Non è stato il dolore a salvarci, ma l'amore". Purtroppo
di "doloristi" se ne sono radunati un po' più del necessario al capezzale di
Piergiorgio Welby, commenta l'autore.
La donna ? Nel '95 la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta
da Joseph Ratzinger, dice che la sua esclusione "è fondata sulla parola di
Dio, scritta e costantemente conservata e applicata nella tradizione della
Chiesa"; che "è stata proposta infallibilmente" dal pontefice; e che dunque
"si deve tenere sempre e ovunque da tutti i fedeli, in quanto appartenente
al deposito della fede". Chiaro, no?
Chiaberge parla di un "crescente distacco dei vertici romani dal popolo di
Dio" e di una Chiesa "istituzione anacronistica, l'ultima monarchia assoluta
in Europa dopo il crollo dell'Ancien Règime, una piramide tutta al maschile
in un mondo dove le donne hanno ormai raggiunto quasi dappertutto ruoli di
comando". Per contro, il mondo cattolico seguita a esprimere quella
"creatività cristiana che nessuna gerarchia, per quanto ottusa, potrà
soffocare", per usare le parole di Jean Delumeau. Quest'ultimo aggiunge:
"Oggi i progressi dell'embriologia ci dicono che la fecondazione dura più di
venti ore, e che solo un ovulo fecondato su tre arriva a impiantarsi nell'utero.
Soltanto a partire dal 14° giorno è certo che l'ovulo non darà vita a due
gemelli. E allora perchè non decidere che la persona umana comincia solo
quando appaiono i primi rudimenti del cervello?". Già, perché?
Monsignor Sergio Pagano si spinge a dire: "Le cellule staminali, la
genetica, qualche volta ho l'impressione che siano condannate con gli stessi
preconcetti che si avevano verso le teorie di Copernico e Galileo", ma il
genetista Bruno Della Piccola, presidente di Scienza & Vita, subito lo
bacchetta: "Fermare la ricerca sulle staminali embrionali non è affatto
oscurantismo". A volte, almeno in Italia, gli scienziati arrivano a essere
più clericali del clero, chiosa Chiaberge.

 

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  postato il 11/12/2009 alle 16:49
Nera luce, parte Settima (XIII)

P.S. alla parte settima (XII)

Chi si volesse divertire con tutte le possibili relazioni di parentela, e me lo chiede, gli posso fare lo scanner delle pagine 180-181, per tutti gli altri proseguiamo, saltandole.


Lo zelo pluripontificio verso Maria ha conferito a costei altri titoli dogmatici, tra i quali quello di "madre della chiesa", di cui Gesù cristo è sposo (potete averlo sentito durante la celebrazione di un matrimonio cattolico). La fantasia clericale ha quindi costruito un terzo livello di sacra famiglia: Maria con i suoi due figli, Gesù e Chiesacattolica, sposi fra loro.
Qualcuno obietterà che qui siamo nella metafora, perché Chiesacattolica non è una persona, tuttavia lo spirito clericale ama dare a queste relazioni "prima facie" metaforiche il massimo possibile di spessore ontologico: Maria è "realmente" madre della chiesa, Gesù e la chiesacattolica sono "realmente" sposi e quindi devo cercare di attirare l'attenzione del cattolico distratto sulla dettagliatissima mappa catastale dell'Oltre, che si sviluppa necessariamente dai dogmi cattolici presi sul serio.
Là dove si asserisce regnare l'impenetrabile mistero, i papi hanno capito quasi tutto.
E' facile prevedere che questi castelli in aria subiranno la stessa sorte degli scandali diceologici: occultamento silenzioso o metamorfosi ermeneutica. In entrambe le ipotesi il falso storico sarà consumato ed il cattolicesimo sarà stato "da sempre" una cosa che con l'effettivo cattolicesimo dei primi e unici due millenni avrà poco in comune. Di tanto dogma non rimarrà che tanta arroganza, rivestita di buonismo.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 12/12/2009 alle 14:52
Nera luce, parte Settima (XIV)

"Toto pulchra"



Mariologia come assurdo, eppure Maria ha riempito di sua bellezza la terra cristiana: fiore di cattedrali, musa di poeti, dama di eroi, stella di cuori in mare.
Sono emozioni, non analisi, archetipi, non realtà, ma comunque matrici del bello.
Emozioni che muovono da immagini: L' "imago" Maria, anche a suon di committenze (va detto) è stata per secoli icona suprema, motore dogmatico inesausto di umana bellezza. Maria la vergine santa, Maria la Madonna, per secoli ubiqua in Occidente a nutrire l'animo umano. Per secoli, vergine e madre, sovrastava, accanto all'altissimo, le sole donne cristianamente legittime: le vergini non madri e le madri non vergini. Ora, altre stelle (star) ascendono, archetipi polarmente opposti non vergini e non madri; anch'esse irradiano la loro erotica bellezza, il dissidio archetipo è profondo ed i cielllini ne sono profondamente turbati.
Dante o Lucrezio? Maria, Venere (o Angelina Jolie)? Anche gli scout cattolici sono turbati, il sesso, bandito a Nazaret, sembra loro desiderabile (nota mia: e i papa-boys?)
Riassumendo, nonostante la bellezza della Vergine e Madre, altre possibiltà si aprono. A quale "imago" votarci?

 

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  postato il 13/12/2009 alle 10:59
Nera luce, parte Settima (XV)

Sant'Agostino



Il peccato di Adamo ha reso tutta l'umanità "massa perditionis". A causa di quella "caduta" preistorica, tutti gli uomini e tutte le donne sono meritevoli, secondo giustizia, di inferno eterno, se non interviene la grazia di Gesù cristo, erogata attraverso il battesimo.
Chi ha inventato questa antropologia, che si scontra con la grazia innata di ogni bambino, ha inventato la "peggiore novella" sulla condizione umana e sull'amore di dio per l'uomo mai escogitata. Novella mostruosa, matrice di altri, se presa sul serio.
Forse Agostino di Ippona è il più grande genio teologico della chiesa cristiana occidentale e proprio lui ci pone il dilemma: è meglio avanzare a piccoli passi sulla strada "giusta" o a passi da gigante su quella "sbagliata"?
Agostino ha percorso con grande velocità la strada della "massa perditionis", la strada del terrore, tirandosi dietro tutto l'occidente con effetti paranoidi incalcolabili.
La favola ebraica della *mela* era una piccola teodicea in forma mitico-narrativa per spiegare il fatto scandaloso che il mondo, creato da un dio buono, è invece cattivo. Spiegazione tipica di una mentalità da "avvocati di dio". Una teodicea buona per menti bambine, ma comunque stava con i piedi per terra, condannando l'uomo semplicemnete alla sua condizione umana.
Invece il peccato originale cristiano, quello di Agostino, recepito poi da tutti i papi, apre una scena spaventosa: nascere uomo merita la pena eterna dell'inferno.
A proposito di Agostino, uno spirito bizzarro, un amico che vive nella città dove è sepolto il santo, mi ha dato una risposta straordinaria:
"L'importante è la grandezza, l'intelligenza è meglio della realtà."
Risponderei, pensando all'intelligenza di sant'Agostino, forse, ma a condizione che l'intelligenza non venga presa per realtà.

 

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  postato il 14/12/2009 alle 12:32
Nera luce, parte Settima (XVI)

Battesimo


Questo sacramento, somministrato in genere ai neonati, toglie loro il peccato originale cristiano (certo non può togliere quello, più antico, ebraico ).
Bisogna, al riguardo, fidarsi delle parole dei papi e dei concilii, perché non toglie nulla di verificabile e lo cancella insieme alla sua conseguenza, altrettanto inverificabile: il precipitare del bambino nella parte dell'inferno dove c'è "poena damni", senza però, "poena ignis".
Ma nemmeno nell'invisibile il battesimo opera con piena efficacia, perché, dal momento che il peccato originale si trasmette ereditariamente per "propagationem seminis", cioè attraverso lo sperma paterno, si dovrebbe ritenere che i genitori battezzati, in quanto ormai privi del virus peccato-originale, non lo trasmettano ai figli.
Era quello che speravano, poverini, gli Armeni, ma il papa, oculatissimo li ha, molto energicamente, smentiti.
E allora si ritorna al dogma originale, ove il battesimo toglie l'invisibile male, ma non l'invisibile attitudine a trasmetterlo per eredità.
Nessuna speranza di sradicare per sempre, con la vaccinazione o terapia genetica obbligatoria del battesimo, praticata su tutta la popolazione mondiale, la piaga del peccato originale. I medici soprannaturali non rischiano di rimanere senza lavoro.

 

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  postato il 15/12/2009 alle 16:21
Nera luce, parte Settima (XVII)

Sessuofobia greca?



Nel dibattito che seguiva una mia confernza sul sesso, una ragazza intervenne dicendo: "Ha sbagliato, professore, non c'è sessuofobia cristiana, questa è stata introdotta nel cristianesimo tardivamente, con il recepimento del dualismo platonico spirito-materia. Il cristianesimo originario è una gioiosa affermazione del sesso."
Rimasi colpito. Che bello dissi se davvero il cristianesimo fosse ... non più, a questo proposito, le parole Vergona, Peccato, Paura.
Unica norma l'etica, meglio se creativizzata in po-etica.
Tutto questo non può essere, replicò un giovane anticlericale, la chiesa sopravvive ad una precisa condizione: creare terrori di perdizione che le permettano di erogare mezzi di salvezza. E a tal uopo i peccati-reati non servono, perché ad essi pensa già lo Stato, serve invece (eccome ) un peccato grave e, al tempo stesso, molto diffuso e irrilevante per i pubblici poteri.
Il peccato di sesso, almeno come peccato di pensiero, lo commettono teoricamente tutti, anche i grandi della Terra e quindi, infernalizzando il sesso, puoi mettere in ginocchio perfino loro. Se il cristianesimo diventasse una gioiosa affermazione del sesso il potere della chiesa, quale è stato esercitato per secoli, ...
Per dirimere la questione fra i due giovani, ripresi la parola.
Non conosco, dissi, un cristianesimo più originario, più autentico, di quello di Nazaret. Ebbene, a meno di pensare che quella famigliola ebrea fosse già platonizzante, bisogna prendere atto che che nemmeno il cristianesimo insuperabilmente originario è una gioiosa affermazione del sesso. Un papà vergine, una mamma vergine, un figlio unico vergine, insomma un famiglia tutta di esseri che non hanno mai una sola volta nella vita sodisfatto deliberatamente l'istinto sessuale.
Con la ragazza, siamo rimasti quella sera, non ostili.



 

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  postato il 16/12/2009 alle 15:38
Nera luce, parte Settima (XVIII)

Infallibilità



I cristiani non cattolici non credono all'infallibilità del papa, mentre i cattolici dovrebbero, anche se, però, molti non ci credono (nota mia: ma in tal caso non possono definirsi tali). I credenti giustificano la loro fede o con argomenti storici del tipo: il papa non ha mai sbagliato, oppure teologici, nel senso che tale infallibilità è solo eccezionale (quando parla ex cathedra).
Sul piano storico addirittura l'autorevolezza dei papi è stata smentita da posizioni inaccettabili in materia di fede e morale che sfigurano, lungo i secoli, la cattedra di Roma. Chi ha letto il libro fino ad ora, si può rendere conto da solo che il papa, nel corso dei secoli, è stato quasi infallibile nell'errare e quasi sempre tardivo, di centinaia d'anni, nel correggersi.
Riguardo all'argomento teologico, basta un attimo di attenzione per accorgersi dell'inanità di ogni proclamazione di infallibilità allorché il proclamante ed il proclamato sono la stessa persona.
(Nota mia: dice Gaber (cito a memoria) i politici sono l'unica categoria nella quale ognuno sostiene di essere il migliore e se lo dice da se stesso )
E quindi, solo se il papa è davvero infallibile, siamo sicuri che nel proclamarsi infallibile non ha sbagliato. Ma chi ci dice che il papa è infallibile? Lo stesso se è proclamato tale da vescovi o teologi, solo che in quest'altro caso ci occorrono anche altre infallibilità sicure: quelle di tutti i vescovi e di tutti i teologi implicati.
Nessuno può rendere se stesso, con una proclamazione, più infallibile di prima, anche se Pio IX, beato (n.m. o si scrive beota?) lui, non se n'è accorto.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 19/12/2009 alle 14:12
Nera luce, parte Settima (XIX)

Glossa 2000



Domanda: E se il papa, realisticamente, proclamasse (ex cathedra) che il papa non è infallibile ?
Risposta: Avrebbe ragione, oltre che realisticamente, anche logicamente. Infatti se il papa non è infallibile avrebbe detto la verità e se anche il papa fosse infallibile davvero, lui avrebbe sempre detto il vero, perché almeno un papa (lui stesso) avrebbe sbagliato.
In conclusione, sull'infallibilità il papa è messo proprio male, perché se la proclama non riesce a rafforzarla, anzi, credendo di riuscirci, commette un altro errore. Se, ravvedutosi, proclama la sua non infallibilità, riesce con la sola proclamazione a dimostrarla rigorosamente.
Per lui, quindi, la soluzione migliore è semplicemente quella di non parlarne.

Orizzonti di sentimento di realtà


Un ossetto di ominide è realtà
Adamo ed Eva sono ... che realtà?

Un'ostia di molecole è realtà
Un'ostia Gesù Cristo è ... che realtà

La storia delle stelle è realtà
Che l'abbia scritta Uno è ... che realtà
Sacramenti


I sette sacramenti per l'osservatore accurato producono esattamente gli effetti degli atti umani, quelli miracolosi sono tutti ... inosservabili.

Fine parte Settima

 

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  postato il 20/12/2009 alle 12:57
Nera luce, parte Ottava (I)

Apofatismo: un orizzonte di luce, con al centro un cerchio di tenebra.


I centomila canti di Milarepa


La mente in sé è come il cielo;
i pensieri sono come le nuvole che lo oscurano,
e gli insegnamenti di un maestro qualificato
come il vento che li soffia via. [...]

Tu, uomo fortunato,
sai bene che le apparenze sono in essenza la mente
e la propria mente è ... [...]

Se hai realizzato tutto ciò
riporta ogni apparenza alla mente stessa;
osserva la mente giorno e notte;
per quanto la guardi non la vedrai.
Rimani nella sfera di questo non vedere [...]

Ricordati che le apparenze sono la propria mente,
e che la propria mente è vuota [...]

Prendendo l'esempio dall'oceano,
medita oltre a profondità e superficie.
Medita sull'essenza della mente,
al di là di ogni oscurazione [...]

Inesprimibile e al di là dei concetti,
la vera comprensione sorge come i pianeti e le stelle;
in qualunque momento si maifesta procura grande beatitudine.


Nota mia: penso di non aver capito tutto e per stare meglio con me stesso, aggiungo:

E l'uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione
per il vero, che non ha coscienza del suo stato
un mare di parole
un mare di parole

E pensare che c'era il pensiero
che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.
Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore di cose oramai ... perdute.






 

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  postato il 21/12/2009 alle 17:10
Nera luce, parte Ottava (II)

Dio: "Impensabile per la ragione teoretica e irrilevante per la ragione pratica?"



Di costui non mi sento di parlare seduto su una sedia e starò invece seduto per terra e spiego il perché.

1) Il contatto con i popoli del sedere (verbo) per terra che sono la grande maggioranza dell'umanità (le sedie non sono che una penisola del continente umano).
2) Il contatto con i poveri; spesso gli uomini cher siedono in terra sono anche quelli dai piedi nudi, poveri in moneta ed in tecnologia.
3) Il contatto con la Terra.
4) Il dis-tatto, sia pure velleitario, dal borghesume baronale-professorale di cui sono parte, dalle sue pavide sicumere e pallide passioni.
5) Il sentimento che non si può più parlarne "a tavolino", in una posizione da dominatore dei problemi, meglio assai a terra, in scomoda inferiorità.
Vi invito a farlo anche voi o a sentire il disagio di non farlo.

 

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  postato il 22/12/2009 alle 14:13
Nera luce, parte Ottava (III)

Per me il dio che emoziona è stato cose come:
1) una voce senza volto, che chiedeva tutta la vita
2) un'arcignità o santità, che mi costituiva peccatore
3) la risposta al problema come ha fatto a farcela ...
4) il Gange dell'umanità in cui si gettava, come affluente, il Tevere del cattolicesimo
5) musica sentita in stato d'amore
6) letture sui bordelli infantili di Bombay e su di una bambina torturata, perché femmina, in Cina
7) il canto delle sigaraie in Birmania, per sostenersi l'anima nel lavoro di dodici ore, un dollaro al giorno
8) letture su vivisezione e atroci maltrattamenti di animali
9) l'interazione fra coscienza umana e natura
10) l'irrappresentabile che accade in questo momento, percepito comunque da quei piccoli capolavori di carne speciale che portiamo racchiusi in custodia ossea sopra le nostre colonne vertebrali.

Molte altre cose, molto amate, è stato per me il dio che emoziona; ma ho scritto abbastanza per rendere l'idea, passo quindi al dio professionale filosofico, di cui si può benissimo parlare seduti, ad un tavolo congressuale.

 

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  postato il 23/12/2009 alle 13:46
Nera luce, parte Ottava (IV)

Il dio che non emoziona

Impensabile per la ragione teoretica? Vie d'uscita apofatiche

Rivelazione e ontologia


Forse la filosofia di dio in occidente è una filosofia della Rivelazione: viene prima la notizia e poi l'idea. Punto di partenza è *colui* che ha parlato attraverso l'autorivelazione consegnata nella Scritture. Il Parlante si rivela non (però) ai filosofi, ma ad aspiranti/invasati e si rivela sempre molto peculiare, quasi folcloristico, in ogni caso tribale. Da qui la necessità, per i filosofi, di razionalizzarlo (nota mia: ultimo B.16) per togliergli ogni aspetto/sospetto di fabulazione.
Caso esemplare è la teologia tomista: ircocervo consistito nell'attribuire all'etnico, geloso, furioso etc. Yhwh e al dolcissimo-spietato Padre (postulati tutt'Uno, sebbene il primo nome non venga mai usato da Gesù e dagli autori neotestamentari per il secondo) attributi ontologici desunti da Aristotele.
E' quindi piuttosto logico che nell'esame, soprattutto, del "De essentia Dei" s'incontrino scandali, paradossi, rompicapi, antinomie, oscurità (per usare un unico termine, desunto dallo Zen: koan) tali da rendere più difficile ai credenti ... credere.
Più si avanza, più dio si allontana; in nessuna direzione il punto d'arrivo della ragione è una chiarezza-sicurezza, è, piuttosto, un trovarsi esposti sopra baratri di irrappresentabilità e/o problematicità. Questo vale ad es. per il concetto di anima, figuriamoci, per quello di dio. Le prove della sua esistenza, "prima facie" forti, consegnano un'essenza che a cercare di afferrarla e di stringerla ... deflagra.
Possiamo cominciare con una rassegna dei koan relativi all'ontologia tomista-perennis di dio, cercando poi di trovare vie di uscita più o meno accettabili.

 

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  postato il 24/12/2009 alle 13:19
Nera luce, parte Ottava (V)

Tutti i singoli koan suggeriti dall'analisi intellettuale rischiano di occultare quello che è il maga-koan e cioè il realismo. Esso infatti trova impossibile che la cosa più importante di tutte sia fatta di niente, non si distingua dal niente. Dio non è (non ha) né una materia, né una forma; non rientra in un "genus", non è né un corpo, né una coscienza in un corpo, né un concetto, né un costrutto culturale.
Per il realismo che senso ha dire Ciò che agisce, se è assolutamente impossibile accorgersene?
L'insidia dei koan analitici sta, ripeto, nel distogliere l'attenzione dal koan realistico e a furia di mostrare l'estrema stranezza di "X", può veicolare subliminalmente la presupposizione tacita che "X" esista. Insomma dio è una di quelle cose che esistono ... a parlarne.
Ed anche farlo deflagrare in un koan, anche negarlo è parlarne.
I koan mostrano (mostreranno) che dio è come se non fosse, ma il modo più giusto giusto di parlare di una cosa come inesistente ...
è parlare d'altro.

(Nota mia: ma non ci riesce )

 

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  postato il 25/12/2009 alle 15:10
Nera luce, parte Ottava (VI)

Dio non è solo immateriale, incorporeo, inaccessibile ad ogni rilevazione sensoriale, è anche assolutamente semplice: uno, indiviso e indivisibile. E' (non ha) ed inoltre, essendo necessario, il suo essere dio non è altro che Esistere, altrimenti ci sarebbe distinzione essenza-esistenza. Infine è l'unica sostanza, senza alcun accidente: qualunque aspetto o atto si trovi in D, è D, tutto D.
Dato come postulato, tutto ciò, l'esempio principe di koan è: dio conosce l'unica effettiva storia dell'essere e la vuole/crea; conosce anche tutte le altre possibili storie e non le vuole/crea. Quindi c'è in lui distinzione fra conoscere e volere/creare, o l'atto di creazione dell'estra-divino non è il tutto di dio.
(Nota mia, mi fermo qui, perché mi sembrano questioni da studiare con calma)

 

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  postato il 26/12/2009 alle 13:34
Nera luce, parte Ottava (VII)

Torniamo sul punto che dio è l'atto d'essere sussistente: il puro essere/esistere illimitatamente.
Koan: Che vuol dire esistere illimitatamente? E' giusto usare avverbi per un verbo come esistere? Può l'esistere non essere l'esistere di qualcosa che esiste?
Domande analoghe colpiscono asserzioni come "Deus est ipsum intelligere subsistens", "Ipsum velle subisistens": tutte sostanze-infinite di verbo.
E questo pone il problema se sia congruente leggere nell'Esistere esistente anche tutti gli attributi come Intelligenza, Volontà, Autocoscienza; Sapienza ordinatrice, Perfezione morale, Amore, Misericordia? Essere persona non aggiunge proprio nulla ad Esistere? Ci si può rivolgere ad un Signore chiamato Esistere?
A me pare che siano koan gli enunciati stessi: un unico verbo che sussiste sarebbe tutte queste cose. ???

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 27/12/2009 alle 13:29
Nera luce, parte Ottava (VIII)

Dio è assolutamente Immutabile, non solo passivamente, nel senso di non subire mutamento, ma anche attivamente, nel senso di non produrre eventi, pertanto egli è *insuccessivo*: è già tutto il suo destino interamente attuato, fin dall'inizio, per ... sempre.
Senza tempo, la sua storia è già definitivamente conclusa, i momenti di dio sono in numero di ... UNO. A lui non accade mai nulla.
Koan: com'è strana una vita senza crescita e divenire; com'è strana una vita senza storia, com'è strano un omnipotente che non fa mai nulla di nuovo, com'è strano un amore già sempre sodisfatto.
La "santità" di dio è un puro dato di fatto, non una conquista, non c'è insomma nessun merito, tutto quello che vale lo è per diritto di nascita.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 29/12/2009 alle 10:42
Nera luce, parte Ottava (IX)

Una tensione fortissima nell'essenza di dio è quella fra Onnipotenza e Logos. Con Logos intendo l'insieme delle leggi necessarie ed eterne (matematiche, logiche, ontologiche) che dio non può né produrre, né abolire e che esisterebbe "etiamsi daremus non esse deum". Dio è onnipotente sui contingenti, ma non sui necessari; è un sovrano, per così dire, non tirannico, ma "ontologicamente costituzionale", sottoposto al Logos (appunto). Il Logos ha tutti i caratteri, tipici di dio, salvo quelli personali e quelli propri della causa efficiente. E' necessario, eterno, increato unico, onnipresente ed esercita una co-causalità con qualunque atto creativo libero, perché nulla di empirico/contingente può venire in essere senza l'intervento plasmante e contro i vincoli inviolabili del Logos. Questa sua para-divinità lo rende una sorta di rivale di dio, per non dire suo superiore, perché i princìpi necessari sembra che possano essere solo riconosciuti, non posti in essere, e dunque "subiti", sia pure "volentieri", anche da dio.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 30/12/2009 alle 13:22
Nera luce, parte Ottava, (X)

Un'altra tensione fortissima nell'essenza di dio è quella fra iità (essere-io) e sussistenza. Iità dice, prendendo a prestito Hegel, essere per sé, che significa ciò che è concreto, mediato, esplicito, attuale, relazionato, effettuale; sussistenza dice essere in sé, generalmente, ciò che è astratto, particolare, possibile, privo di sviluppo e relazioni. Come può allora sussistere in sé (e quindi per tutti) un per sé? O, in altre parole, come esiste alla terza persona un Io-sono (prima persona)?

 

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  postato il 31/12/2009 alle 14:15
Nera luce, parte Ottava (XI)

Passando ai koan riguardanti il rapporto dio-mondo, incontriamo anzitutto la creazione: atto di volontà di dio.
Come può un puro atto di volontà, materializzare un mondo? Come viene esattamente fatto? Viene dato un comando? Come fa dio, privo di realtà fisica, a esprimere un atto simile? Come si passa dall'atto all'effetto, cioè al balzar fuori dal nulla dell'intera storia dell'Essere?
Ancora sulla creazione, sembra che sia un atto di volontà libero, e non accaduto per necessità: un desiderio di dio che poteva non venire emanato.
Ma dio non può agire per singoli atti distinti fra loro e distinti da lui, successivi e accidentali. Egli deve creare simultaneamente ogni cosa, tutta la storia dell'Essere in un solo atto, ma quest'unico atto omnicreativo non può distinguersi dall'atto che dio E' (essere per essenza o ontologico). Ma l'Essere per essenza è anche necessario, quindi anche la creazione è necessaria, non poteva non essere, è da sempre e per sempre.

 

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  postato il 01/01/2010 alle 15:30
Nera luce, parte Ottava (XII)

Ancora sulla creazione, non c'è stato un periodo della vita di dio in cui non aveva "ancora" creato. Non c'è un prima e dopo la creazione, non si può introdurre il divenire in dio. Pertanto dobbiamo pensarlo da sempre e per sempre, "accessoriato" dell'intera storia dell'Essere. Possiamo ricorrere all'immagine di una sacca, che pende eternamente dalla spalla di dio e dentro la quale si è già svolta per sempre tutta la storia e dio è sempre con la sacca, è nato con essa e mai senza.
Di fronte a noi allora si pone il dilemma della Storia: o misera eternamente preconservata in un invisibile, o trionfatrice, ma destinata ad essere inghiottita nella sparizione per sempre.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 02/01/2010 alle 13:07
Origine del «jihad»

L'islam, religione rivelata in lingua araba da un profeta arabo, nacque in
Arabia nel VII secolo e si sviluppò in seno a una popo­lazione le cui
tradizioni e usanze erano influenzate da un parti­colare ambiente
geografico. Per questo, pur mutuando dalle reli­gioni bibliche il nucleo
essenziale del loro insegnamento etico, incorporò elementi culturali
locali, propri dei costumi delle tribù nomadi o parzialmente sedentarie che
popolavano il Hijaz. Queste tribù, che costituivano il nucleo militante
della comunità islamica, attraverso la guerra le assicurarono il costante
sviluppo delle sue risorse e dei suoi adepti. Fu così che nel giro di un
seco­lo gli arabi islamizzati, originari delle regioni più aride del
pia­neta, ne conquistarono gli imperi più potenti, e al tempo stesso
assoggettarono i popoli che avevano dato vita alle civiltà più pre­stigiose.
Il *jihad *(la guerra santa contro i non musulmani) nasceva dal­l'incontro
tra le consuetudini del grande nomadismo guerriero e le condizioni di vita
di Maometto a Yathrib (più tardi Medina), dov'era emigrato nel 622 sfuggendo
alle persecuzioni degli ido­latri a La Mecca. Priva di mezzi di
sostentamento, la piccola co­munità musulmana in esilio viveva a carico dei
neoconvertiti di Medina, gli *ansar *ovvero gli ausiliari. Ma poiché tale
situazione non poteva protrarsi, il Profeta organizzò alcune spedizioni
volte a intercettare le carovane che commerciavano con La Mecca. In­terprete
della volontà di Allah, Maometto riuniva in sé i poteri politici del capo
militare, la leadership religiosa e le funzioni di un giudice: «Chiunque
obbedisce al Messaggero, obbedisce a Dio» (Corano IV,80).
*Fu così che una serie di rivelazioni divine, elaborate ad hoc per tali
spedizioni, vennero a legittimare i diritti dei musulmani sui beni e la vita
dei loro nemici pagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a
santificare di volta in volta il condiziona­mento psicologico dei
combattenti, la logistica e le modalità del­le battaglie, la spartizione del
bottino e la sorte dei vinti. A poco a poco fu definita la natura delle
relazioni
da adottare nei con­fronti dei non musulmani nel
corso delle imboscate, delle batta­glie, degli stratagemmi e delle tregue,
ossia dell'intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa
necessaria ad assicu­rare l'espansione dell'islam.
La vita di Maometto è già stata oggetto di molteplici studi e non è il caso
di ritornare su di essa. Basti notare che la politica adottata dal profeta
arabo nei confronti degli ebrei di Medina, nonché degli ebrei e dei
cristiani delle oasi del Hijaz, determinò quella dei suoi successori nei
confronti degli abitanti indigeni ebrei e cristiani dei paesi conquistati.
Gli ebrei di Medina furono o depredati e cacciati dalla città (sorte toccata
ai banu qaynuqa' e ai banu nadir, 624-625), o massacrati, a eccezione dei
convertiti al­l'islam, delle donne e dei bambini, che furono ridotti in
schiavitù (come accadde ai banu qurayza, 627). E poiché tutte queste
decisioni
furono giustificate mediante rivelazioni di Allah contenute nel Corano, esse
assunsero valore normativo e divennero una componente obbligata della
strategia del *jihad. *I beni degli ebrei di Medina andarono a costituire un
bottino che fu spartito tra i combattenti musulmani, in base al criterio per
cui un quinto di ogni preda era riservato al Profeta. Tuttavia, nel caso dei
banu nadir Maometto conservò la totalità del bottino poiché questo, es­sendo
stato confiscato senza colpo ferire, secondo alcuni versetti coranici
(LIX,6-8) spettava integralmente al Profeta, incaricato di gestirlo a
beneficio della comunità islamica, la *umma. *Fu questa l'origine del *fay',
*ossia del principio ideologico, gravido di conse­guenze per il futuro, in
base al quale il *patrimonio collettivo del­**la umma era costituito dai
beni sottratti ai non musulmani.*
Fu nel trattato concluso tra Maometto e gli ebrei che coltiva­vano l'oasi di
Khaybar che i giureconsulti musulmani delle epo­che successive individuarono
l'origine dello *statuto dei popoli **tributari,* tra i quali il presente
studio prende in esame gli ebrei e i cristiani - designati collettivamente
come Gente del Libro (la Bibbia) - e gli zoroastriani persiani.
Secondo questo trattato, Maometto aveva confermato agli ebrei di Khaybar il
*possesso *delle loro terre, la cui *proprietà *passa­va invece ai musulmani
a titolo di bottino *(fay'). *Gli ebrei conser­vavano la loro religione e i
loro beni in cambio della *consegna di metà dei loro raccolti *ai musulmani.
Tuttavia tale statuto non era definitivo, in quanto Maometto si riservava il
diritto di abrogarlo quando lo avesse ritenuto opportuno.
La *umma *continuò a ingrandirsi e ad arricchirsi grazie alle spe­dizioni
contro le carovane e le oasi - abitate da ebrei, cristiani o pagani -
dell'Arabia e delle regioni di confine siro-palestinesi (629-632). Tali
agglomerati, situati a nord di Ayla (Eilat), nel Wadi Rum e nei pressi di
Mu'tah, erano circondati da tribù arabe no­madi. Quando esse si schierarono
con Maometto gli stanziali, *ter­**rorizzati dalle razzie,* preferirono
trattare con il profeta e concordare il pagamento di un tributo. Attingendo
a fonti contempo­ranee, Michele il Siro rievoca quegli eventi:

*[Maometto] cominciò a radunare delle truppe e a salire a tendere delle
imboscate nelle regioni della Palestina, al fine di persuadere [gli arabi] a
credere in lui e a unirsi a lui portando loro del bottino. E poiché egli,
partendo [da Medina], si era recato più volte [in Pa­lestina] senza subire
danni, anzi, l'aveva saccheggiata ed era tornato carico , la
cosa [la predicazione di Maometto] fu **avvalorata ai loro occhi* dalla loro
avidità di ricchezze, che li portò a istituire la consuetudine fissa di
salire lì a fare bottino... Ben presto le sue truppe si misero a invadere e
a depredare numerosi paesi [...]. Abbiamo mostrato in precedenza come, sin
dall'inizio del loro impero e per tutta la durata della vita di Maometto,
gli arabi partis­sero per* fare prigionieri, saccheggiare, rubare, tendere
insidie, in­**vadere e distruggere i paesi*.

Alla morte del Profeta (632), quasi tutte le tribù del Hijaz ave­vano
aderito all'islam, in Arabia l'idolatria era stata vinta e le Gen­ti del
Libro (ebrei e cristiani) pagavano un tributo ai musulmani. Il successore
del profeta, Abu Bakr, represse la rivolta dei beduini *(ridda) *e impose
loro l'adesione all'islam e il pagamento dell'im­posta legale *(zakat).
*Dopo
aver unificato la Penisola, egli portò la guerra *(jihad) *al di fuori
dell'Arabia. Il* jihad *consisteva nell'impor­re ai non musulmani una di
queste due alternative: la conversio­ne o il tributo; il rifiuto di entrambe
obbligava i musulmani a com­batterli fino alla vittoria. Gli arabi pagani
potevano *scegliere tra la **morte e la conversione;* quanto agli ebrei, ai
cristiani e agli zoroa­striani, in cambio del tributo e in base alle
modalità della conqui­sta, essi potevano «riscattare» le loro vite e al
tempo stesso mante­nere la libertà di culto e il sicuro possesso dei loro
beni.
Nel 640 il secondo califfo, Omar ibn al-Khattab, *cacciò dal Hijaz i
tributari ebrei e cristiani appellandosi alla dhimma (con­**tratto) di
Khaybar: la Terra appartiene ad Allah e al suo Inviato, e il contratto può
essere rescisso a discrezione dell'imam*, leader re­ligioso e politico della
*umma *e interprete della volontà di Allah. Omar invocò altresì l'auspicio
espresso dal profeta: «Nella Peni­sola Arabica non devono coesistere due
religioni».


*Jihad, testo tratto dal libro della scrittrice egiziana Bat Yeor.
Bat Ye'or, Il declino della cristianità sotto l'islam,
Lindau
*

 

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  postato il 02/01/2010 alle 13:33
Nera luce, parte Ottava (XIII)

Ancora creazione. Si può davvero pensare ad una omnicausazione totisimultanea senza singolarità di atti?
Omniscenza. Dio è privo di organi di senso, quindi non possiede sensazioni, né immagini ed allora, che differenza c'è, riguardo alla conoscenza sensibile di questo mondo fra dio-omnisciente e un andicappato grave?
Ancora omniscienza. Si può pensare davvero una conoscenza simultanea di tutti i singolari distintamente, senza pluralità e/o successione di atti? di tutti gli eventi dell'intiera sincronia e diacronia della storia dell'essere?

 

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  postato il 03/01/2010 alle 13:39
Nera luce, parte Ottava (XIV)

Ancora omniscienza. Pur privo di conoscenza sensibile, dio "ode" le preghiere vocali in tutte le lingue e anche quelle pensate. Tutte distintamenete dall'inizio alla fine della Storia, e ,con un unico atto di percezione, può ponderarle e trarne le conseguenze.
Posto che dio abbia conoscenza degli oggetti materiali, per es. li veda come li vede un occhio umano, resta il fatto che ogni oggetto è una molteplicità, in ogni caso indefinita, di prospettive possibili: è un *aleph* visivo inesauribile anche per un solo genere di occhio. Moltiplichiamo questa para-infinità per i tipi di occhi reali possibili e ...
Può l'eventuale conoscenza dei visibili da parte di dio essere da *tutti* i punti di vista e nel modo di *tutti* gli occhi possibili? Oppure può, salvando l'omniscienza, non esserlo?

Nota mia: per "aleph" credo si intenda, in matematica, un insieme formato da infiniti

 

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  postato il 04/01/2010 alle 15:21
Nera luce, parte Ottava (XV)

Bontà: dio è infinitamente buono, sia nel senso di appetibile (bbono ), sia nel senso di generoso; pertanto crea affinché gli esseri umani possano godere di lui.
Però non può creare un numero finito di beati, perché la sua infinita bontà esige una comunicazione di Sé a infiniti esseri, ma non può nemmeno creare un numero infinito di beati, perché il numero infinito non esiste.
Con ogni probabilità, se dio esistesse, sarebbe già noto il numero finale dei beati: è un numero intiero, ed è il numero Quello.
Ancora bontà, se esiste l'inferno.
a) dio ammette che attti o atteggiamenti angelici o umani meritino l'inferno.
b) dio non impedisce, con la sua Provvidenza, che simili atti vengano compiuti.
Compitino per le vacanze residue: realizzare in che senso il dio del cancro, di Auschwitz e dell'inferno * è amore*

 

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