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Autore: Oggetto: Fuori tema: Piccola storia delle religioni

Livello Greg Lemond
Utente del mese Gennaio 2009
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  postato il 02/09/2009 alle 10:29
Nera luce (XXV)


]2) Il Magistero non è tutto: ci sono il Vangelo e i teologi e nello stesso Magistero c'è il Vaticano secondo

E' facile rispondere che, o il resto conferma la diceologia e allora gli scandali rimangono, anzi si accentuano tragicamente, oppure la smentisce ed allora nasce la contraddizione (più scandalosa ancora) del valore del Magistero papale e conciliare di 15 secoli che si rvela anti-evangelico, anti-teologico ed anti-Vaticano II

3) Il Magistero non è tutto, c'è l'esperienza di fede vissuta, il cristianesimo non è una dogma, è una forza santa.

Si cade o si sale in una sorta di anti-intellettualismo e, a parte che questa posizione è stata probabilmente condannata, resta il problema che: o la fede vissuta conferma/smentisce i dogni ed allora si ritorna al punto precedente, o è tutt'altra cosa e allora è legittimo sostenere che le dichiarazioni magisteriali sono inutili/nocive.

4) Dio è mistero, ineffabile, irrappresentabile, inoggettivabile. I testi dogmatici dicono di dio, cose che non si possono dire.

Dio è ineffabile, ma su di lui sono state dette cose precise, che possono essere vere o false. Allora quello che era meglio non dire, come sono: vere o false? Meritano o no i ragazzi che si baciano "ad delectationem" con piena avvertenza e deliberato consenso, la pena eterna "damni et ignis"?
Concesso (con riluttanza) che il Magistero abbia detto cose non vere e non false, ha comunque sbagliato per il fatto di dire qualcosa su colui che è ineffabile. Ma in ogni caso commetteremmo lo stesso errore noi sostenendo il contrario od altro, perché di ciò che non si può parlare è meglio tacere e quindi fine della teologia

5) Non sono dogmi definiti, protetti da infallibiltà

Questo punto è stato lasciato per ultimo, in quanto alternativo a tutte le altre vie d'uscita. Ma se non è magistero infallibile e vincolante l'insegnamento solenne e diuturno, corredato da anatemi, dei papi e dei concilii in materia di fede e di costumi, non è chiaro che cosa lo sia e il fedele è ampiamente libero di pensare con la propria testa, ma allora si torna ad un punto già trattato in precedenza: dove si trova lo specifico cattolico rispetto al generico cristiano (protestante) o alle specifiche eresie?

***

Oltre tutti e cinque i casi, occorre dire che tutte le vie d'uscita presuppongono che la diceologia cattolica, come l'à intesa il magistero è inaccettabile e da quando ho scritto il mio libro non ho trovato neppur un difensore del magistero, quindi secondo me in Italia non esiste neppure un cattolico "sano e vero"!

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 03/09/2009 alle 15:42
Nera luce (XXVI)

Poche righe di glossa



Questa parte del libro è tratta dalla mia relazione di Gottingen, quando ancora mi ritenevo cattolico. Oggi, non più tale, ritoccherei alcuni punti. Insisterei sul carattere non specificatamente cattolico, ma pancristiano antico del pilastro niceno. Aggiungerei forse come crisi cruciale del pancristianesimo, il pelagianismo, sottolinenado quindi il ruolo cruciale e nefasto di sant'Agostino. Riconoscerei al cristianesimo molti meno meriti di quanto ho affermato fin qui per quanto riguarda gli aspetti più universalmenti condivisibili dell'etica e del diritto moderni. Aggraverei molto, in base all'uscita del catechismo del 1992 e tutto l'andamento del decennio 1990-2000, la diagnosi pessimista sulle possibilità al magistero pontificio e ai teologi cattolici di conciliare la storia del cattolicesimo con la probità intellettuale (mi sembra quasi impossibile).

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 05/09/2009 alle 14:04
Comunione e dominazione

In epoca di prima Repubblica vigeva una rigida divisione del lavoro che più
o meno funzionava così. Alla Dc e ai cattolici la televisione, il servizio
pubblico, la Rai (vedi l'era di Ettore Bernabei). Al Pci e alla sinistra la
cultura, il cinema, l'editoria, l'università. Ai laici e alla massoneria i
grandi quotidiani del Nord, i giornali legati alla finanza e
all'imprenditoria.

Un codice da tempo saltato per aria, con l'irruzione di Berlusconi. E con
l'infiltrazione ai vertici dei media un tempo laici degli uomini della più
potente lobby politico-economico-ecclesiale che ci sia oggi in Italia: la
falange di Comunione e Liberazione.
Morto il fondatore don Luigi Giussani nel 2005 i ciellini hanno affidato la
cura delle loro anime a un prete spagnolo, don Carron. E loro si sono
buttati sulla coltivazione delle Opere.
La Compagnia delle Opere è la holding di Cl, un colosso economico che attira
banche, enti pubblici, lega cooperative. Oggi la Cdo è presieduta dal biondo
Bernard Scholtz, ma il vero leader è il rubizzo Giorgio Vittadini, il numero
uno della nomenklatura ciellina. Come si è visto all'ultimo Meeting di
Rimini, quando "Vitta" ha accolto alla Fiera il governatore di Bankitalia Mario
Draghi, esponente dei poteri laici. Sembravano due capi di Stato stranieri
chiamati a firmare un armistizio.
Potere politico: nel Pdl ci sono Roberto Formigoni, il vice-presidente della
Camera Maurizio Lupi che ha in mano l'organizzazione del partito, il
vice-coordinatore Giancarlo Abelli, l'europarlamentare Mario Mauro. Una
corrente in ascesa.
E poi soldi, tanti soldi. E tanta Expo. Anche sul registratore di cassa ci
siamo.
Ma per vincere le guerre che contano oggi servono le armate mediatiche. I
crociati ciellini lo sanno bene, si sono preparati da tempo ad Armageddon.

Ricapitoliamo. Ciellino è Luigi Amicone, direttore del settimanale "Tempi"
che circola allegato con il "Giornale" berlusconiano, ed editorialista del
"Foglio". Nella squadra di Giuliano Ferraraè appena arrivato il
vaticanista Paolo
Rodari, ciellino anche lui, in arrivo dal "Riformista".
Ciellino è il vice-direttore vicario del foglio arancione di Antonio Polito,
Ubaldo Casotto.
Al "Giornale" c'è l'ex agente Betulla, Renato Farina, in questi giorni tra i
più scatenati all'attacco del confratello di fede Dino Boffo. "Dino, Dinettodì
la verità", lo ha stuzzicato nei giorni scorsi l'onorevole Farina, come un
gattone con un topolino: lui ne sa qualcosa, della verità.
In quota "Libero" c'è il giornalista che parla con la Madonna di Fatima Antonio
Socci. E sta per arrivare il vice-direttore Franco Bechis, oggi alla guida
di Italia Oggi, altro ciellino di ferro, maritato a Monica Mondo, volto
della tv della Cei Sat2000, fino a ieri diretta da Boffo.
Finito? No, perché alla "Stampa" di Mario Calabresiè appena sbarcato
l'editorialista Michele Brambilla.
Un devoto del Movimento spunta perfino nel ponte di comando dell'ammiraglia
laica, "Repubblica": il vice-direttore Angelo Rinaldi, l'ombra di Ezio Mauro,
il cui matrimonio fu celebrato da don Giussani e che in morte del Fondatore
si autosospese dalla carica per protesta contro un articolo di Francesco
Merlo considerato irriverente nei confronti dell'aspirante Santo.
Ai vertici dei media confindustriali c'è Gianfranco Fabi, vice-direttore del
"Sole" e direttore di Radio 24. In corsa per sostituire Boffo.
Al "Corriere", ascoltata l'antifona, si è avvicinato ai sacri testi
giussaniani l'inviato Aldo Cazzullo, autore durante l'ultimo meeting di
Rimini di un salmodiante diario quotidiano, una lode mattutina per Com.&Lib.
Perfino un laicissimo come Giampaolo Pansa è andato a Rimini a confessare di
sentirsi cattolico, acclamato da migliaia di ciellini.
Anche alla testa del Tg1 sta per arrivare un altro ex ragazzo di don
Giussani, il formigoniano Enrico Castelli, con i galloni di vice-direttore.
C'era un solo giornale che finora aveva resistito all'assalto. Per
paradosso, il quotidiano dei vescovi "Avvenire". Boffo era attento alle
ragioni di Cl per ragioni di fede e di cassetta, ma espressione di un'altra
banda curiale, quella legata al cardinale Camillo Ruini che con i ciellini
ha sempre avuto un rapporto di diffidenza.
Ma ora anche "Avvenire" potrebbe finire in mani cielline: diretto da Fabi o
da Roberto Fontolan, ex braccio destro di Gad Lerner al Tg1, ex direttore
del Velino, oggi direttore di Oasis, la rivista della diocesi di Venezia
voluta dal cardinale Angelo Scola.
E qui si aprono nuove, magnifiche prospettive.
Il progetto di Ruini-Boffo è sempre stato quello della Chiesa-lobby, attenta
a inserire un drappello di fedelissimi di qua e di là per giocare sui tavoli
dei due schieramenti: i teodem alla Paola Binetti e la Margherita di
Francesco Rutelli di qua, l'Udc di Pierfurby Casini di là. Il bel Pier era
il prediletto di Ruini-Boffo: quando si spezzò l'alleanza con il Pdl
di Berlusconi
in Laterano fu Quaresima, digiuno e astinenza.
I ciellini, invece, si sono piazzati armi e bagagli dentro il Pdl. Non amano
il Cavaliere ma sperano di ereditarne l'Impero con il loro uomo di punta:
l'ex casto Roberto Formigoni.
E poi c'è la partita che conta di più. Il Soglio più alto. L'Anello del
Pescatore. La Cattedra di Pietro. C'è un uomo che si prepara da anni alla
successione di papa Ratzinger, quando verrà il momento. È il patriarca di
Venezia cardinale Angelo Scola, il prediletto di don Giussani, nato e
cresciuto a Lecco con l'amico Formigoni, di poco più giovane.
Potere ecclesiale e potere politico.
Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Scola papa, Formigoni presidente e Giussani santo subito.
La Santa Trinità di Comunione e liberazione che punta a governare la Chiesa,
l'Italia e le chiavi del Paradiso. Con l'aiuto di Dio, delle Opere e dei
media.

Da Dagospia

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 06/09/2009 alle 11:01
Nera luce seconda parte (I)

Modelli speculari di sessualità: libertinismo sadico, cattolicesimo


Riesco sempre meno ad usare le parole dei filosofi, anche se spesso mi ci costringo, perché il mio ruolo sociale e il mio stipendio lo richiede. Però il mio corpo-mente preferisce il sentire al filosofare, il parlare allo scrivere, il fantasticare al teorizzare; tanto più in materia di sesso.
Non descriverò i due modelli di sessualità, perché il primo è già stato sviluppato in precedenti lavori, il secondo invece lo esporrò con qualche completezza, ma per raggiungere anche il massimo di brevità, in stile molto sintetico.

1) Modernità: il modello destrutturazione-estasi e i suoi inquietanti bagliori (il testo originale sempre di L.L.Vallauri è "Terre" 1989: Il pensiero moderno sulla sessualità umana e Per una filosofia del piacere.)

2) Cattolicesimo: il modello monogamia-verginità ed i suoi inquietanti baluardi

L'antagonista del modello libertino (praticato forse da sempre, ma reso teorizzabile forse solo dal moderno) è il modello sessuofobico cattolico, vigente almeno fino alla prima metà del Novecento, di cui può considerarsi "summa" la Teologia morale di sant'Alfonso de' Liguori, pubblicata nel 1753-5, una trentina d'anni prima di Sade; modello senza il quale l'universo di Sade è difficilmente pensabile.
Tutto l'edificio poggia su di un assioma fondamentale, che tutti i moralisti cattolici dànno per certo: La polluzione volontaria è peccato mortale.
Da questo assioma deriva il teorema che in materia venerea non esistono peccati veniali e venereo va definito insieme a sensibile, sensuale ed orgasmico.
Il sensibile (non sensuale) è la pura e semplice percezione cognitiva: di una donna guardo ed ascolto quel tanto che mi basta per capire che non è un uomo.
Il sensuale (non venereo) è il piacere prodotto dal guardare, toccare, odorare un corpo sessuato come se non fosse tale; per esempio nell'accarezzare una donna provo e accetto un piacere simile a quello che possono dare un cuscino di seta o un petalo di rosa.
Il venereo (non orgasmico) è quel piacere sensuale che, pur senza orgasmo, produce emozioni sessuali.
Dunque "l'escalation", in ordine di gravità crescente, è: sensibile, sensuale, venereo, orgasmico in base al seguente sillogismo.
Premessa maggiore: la polluzione volontaria è peccato mortale
Premessa minore: qualunque emozione, anche incoata, è un inizio di polluzione.
Conclusione: il piacere venereo volontario, comportando un inizio di polluzione, è peccato mortale.
Conseguenze il procurarsi una polluzione non è lecito, nemmeno per evitare la morte, guardare un qualunque oggetto erotico per diletto è peccato mortale, toccare per lo stesso motivo è p.m. ad es. premere anche leggerissimamente il piede della donna.
Tutto questo vale anche per i fidanzati; sono concessi loro solo baci superficiali ed istantanei, non sono concessi altri atti, perché vi è sempre il pericolo di cadere nella polluzione

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 08/09/2009 alle 09:15
Nera luce parte seconda (II)

Applicazioni in ordine sparso


Sono peccati mortali:

a) guardare i propri genitali con applicazioone, a lungo e senza motivo
b) i baci amichevoli, quand'anche fossero dati in modo paterno, se si hanno con indugio o trasporto
c) gli sguardi sulle parti "meno oneste", ma non *turpi* della donna, quali petto, braccia, gambe ... nelle persone propense alla lussuria
d) dire parole "turpi" dilettandosi del pensiero delle stesse
Invece non sembra p.m. il nominare le pudenda del proprio sesso ad altri dello stesso sesso.

Interiorizzazioni

Assioma: Non solo è peccato mortale fare, ma anche il solo proposito o addirittura il desiderio di fare, in altre parole "L'operazione esteriore non aggiunge essenzialmente nulla al peccato (di già) interiore", ovvero il pensiero ha la stessa gravità dell'atto. Questa dottrina del pensiero rendeva terribilmente complicata e angosciosa la confessione, perché il concilio di Trento obbligava a confessare tutti i peccati mortali.

altri peccati mortali

a) i pensieri relativi per es. amare tanto la moglie da pensare che si copulerebbe con lei anche se non si fosse sposati
b) il peccato di mollizie, già in sé mortale, può cumularne anche molti altri a seconda dei pensieri che eventualmente lo accompagnino. Se in quel tempo (dell'atto fisico) si immaginasse una vergine sarebbe *stupro*, se una coniugata *adulterio*, se fosse una monaca *sacrilegio*, consanguinea *incesto* etc.

Infine l'ultimo passo

Assioma: Chi si espone volontariamente al pericolo commette un peccato altrettanto grave di chi effettivamente pecca, perché Dio ha dato all'uomo due comandamenti altrettanto vincolanti: uno proibisce il peccare contro la castità, l'altro che proibisce il mettersi in occasione di pecccare contr la medesima castità.

Sembra chiaro che l'equiparazione produce uno stato di allarme sessuale mortale permanente, quasi tutto essendo prodromico ad un p.m. di occasione o di pensiero e conduce così ad una erotizzazione completa della mente e dell'esperienza, facendo nascere un tipo originale di sensibilità estremamente repressa (nota mia: l'esempio più calzante è la Binetti con il suo cilicio ).
Pertanto ci sembra chiaro che libertinismo patologico (alla de Sade) e sessufobismo cattolico altro non sono che "speculum" uno dell'altro, un inferno chiama l'altro

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 11/09/2009 alle 14:15
Nera luce parte seconda (III)

Qualcuno potrebbe chiedere perché ho presentato due modelli così inattuali, come quelli di san'Alfonso e di Sade, potrei rispondere che, sul piano teorico, trovo gli estremi più interessanti delle mediazioni, ma vorrei anche mettere in dubbio, sul piano storico-socilogico, che questi due modelli siano davvero così inattuali. Per quanto riguarda il santo, ricordo che è tuttora dottore della chiesa in cose morali e che sembra meritare di rimanerlo anche in materia di sesto comandamento, se si considera dottrina attuale della chiesa un documento magisteriale come il catechismo del 1992, che mi limito a scorrere sui punti dell'inferno e dei peccati sessuali mortali.
Sull'inferno: "Ogni uomo, fin dal momento della morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna in rapporto con Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione (purgatorio) o entrerà immediatamente nella beatitudine celeste, oppure si dannerà immediatamente per sempre".
La chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità: "il fuoco eterno"! La prospettiva è spietata e orrenda: immediatamente dopo la morte si entra nel definitivo, è bloccata ogni possibilità di evoluzione!
Sui peccati sessuali mortali: sono almeno 13 e precisamente: la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione in chi paga (l'utilizzatore finale ), la prostituzione in chi vende, lo stupro, l'omosessualità tradotta in atto, l'impedimento della procreazione nel matrimonio, l'adulterio, il divorzio, il contrarre un nuovo vincolo nuziale dopo il divorzio, l'incesto, la libera unione. In sintesi, al di fuori del matrimonio, qualsiasi atto è ... ed esclude dalla Comunione sacramentale.
Ma ci sono peccati mortali anche nel matrimonio: la già accennata contraccezione e un eventuale non ripudio delle altre mogli di un poligamo, poi convertito al credo di Trento.
Dunque a me sembra che il modello cattolico prospettato non sia inattuale

 

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  postato il 13/09/2009 alle 10:11
Piccola parentesi tratta dalla cronaca.
L'arcivescovo di Napoli ha deciso che- nonostante i casi di influenza suina nel capoluogo campano- i fedeli potranno accalcarsi nel giorno di San Gennaro e baciare (come da tradizione) la reliquia. L'ha deciso dopo aver consultato degli esperti e aver ritenuto il pericolo d'infezione molto basso; inoltre, confida nella 'grazia del santo' per evitare il contagio.
Oh, meno male! Tutto risolto!
Migliaia di persone accalcate in un piccolo spazio, e oltretutto una gran parte di questi poserà le labbra sugli stessi cm quadrati. Non mi verrebbero in mente condizioni migliori per creare un'epidemia in grande stile, considerando poi che molti arrivano (o tornano) a Napoli da ogni parte d'Italia per l'occasione. Se in effetti ci sarà un'epidemia, vorrei ringraziare l'arcivescovo a nome degli atei, degli agnostici, dei valdesi, dei buddhisti, degli ebrei, dei musulmani, degli induisti, dei protestanti, degli evangelici, dei cattolici e degli ortodosii d'Italia.
Grazie.

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 13/09/2009 alle 10:38
Questa notizia, mi fa venire in mente l'ultimo libro di Ken Follett "Mondo senza fine" dove si narra come nei "secoli bui" per guarire gli appestati si mettevano i letti davanti all'altare

 

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  postato il 14/09/2009 alle 13:23
Notizie radicali

La situazione. Testamento biologico: il sottosegretario pontificio Roccella
detta la "linea": accelerare i tempi e strozzare il dibattito


di Valter Vecellio
Martedì prossimo riprenderà, in commissione Affari Costituzionali della
Camera, il dibattito sul testamento biologico. Il presidente della
Commissione Giuseppe Palumbo, del PdL, fa sapere che le sedute del 14, 15 e
16 settembre saranno dedicate al dibattito generale: "Gli iscritti a parlare
sono 35, procederemo senza fretta né intenzione di allungare i tempi".
Già dalle modalità adottate per il dibattito si coglie quale sarà la
"filosofia" di questo "senza fretta né intenzione di allungare i tempi". La
lista dei deputati iscritti a parlare è stata chiusa prima della pausa
estiva. Se un parlamentare non sarà presente al momento stabilito nel
calendario (e poco importa la ragione di questa sua assenza), perderà il
turno e di conseguenza il diritto di intervenire. Si prevedono interventi di
una decina di minuti. Un successivo ufficio di presidenza, fissato per il 16
settembre, dovrà decidere l'ipotesi di procedere, a conclusione del
dibattito, alle audizioni. Una volta scelto il testo base - la maggioranza
preme per il testo approvato dal Senato, quello che esclude che la volontà
del paziente sia rispettato, e considera idratazione e alimentazione
irrinunciabili; l'opposizione, sia pure con diverse sfumature, chiede un
nuovo testo - la Commissione lo voterà. Secondo gli auspici del presidente
Palumbo il testo dovrebbe approdare in aula entro la fine di ottobre. "Senza
fretta né intenzione di allungare i tempi".
In realtà, come riassume Maria Antonietta Farina Concioni, "c'è un'accelerazione.
C'è la volontà di stringere i tempi del dibattito per strozzarlo"; una
volontà ha buon gioco nell'incapacità (o nella non volontà?) di comprendere
quello che accade di una parte dell'opposizione; che, del resto, ha già
mostrato in Senato di cosa è (e non è) capace di fare. Non lascia ben
sperare quello che dice il capogruppo del PD Livia Turco: "Il calendario
stabilito è condiviso ed è rispettoso degli iscritti a parlare". Altro
pessimo segnale: alla riunione dell'ufficio di presidenza che ha adottato il
calendario "condiviso" e "rispettoso" erano assenti i rappresentanti dell'Italia
dei Valori, dell'UdC, della Lega e gruppo misto. I presenti: Paola Binetti
(PD), Melania De Nichilo Rizzoli (PdL), Domenico Di Virgilio (PdL), Maria
Antonietta Farina Coscioni (Radicali), Giuseppe Palumbo (PdL), Luciana
Pedoto (PD), Livia Turco (PD).
Di positivo c'è che le diverse anime del gruppo parlamentare del PD presenti
in Commissione Affari Sociali hanno bocciato unanimi l'ipotesi avanzata dal
ministro Maurizio Sacconi sul biotestamento. Intervenuto al meeting di
Comunione e Liberazione il ministro del Lavoro pontificio aveva detto che
"proprio per cercare un più vasto consenso sul testamento biologico, si
potrebbe intanto approvare la leggina che il Consiglio dei Ministri varò
unanimemente sulla vicenda Englaro. "Le scorciatoie non giovano a nessuno.
Mi auguro che il disegno di legge sul testo di legge segua i suoi tempi",
dichiara Paola Binetti, PD-Teo-Dem. "Una proposta orribile per cinismo e
disprezzo della funzione legislativa. Se si fa una legge sulle volontà del
paziente, fondamentale per l'alleanza terapeutica con il medico, non si
capisce perché questo punto non debba essere affrontato nel suo insieme",
incalza Livia Turco; e Maria Antonietta Farina Concioni: "Vogliono
utilizzare una strada ancora più corta per fare quello che già volevano fare
al tempo del decreto Englaro. Il dibattito deve riguardare tutto il tema
delle dichiarazioni anticipate di trattamento".
La volontà dei rappresentanti pontifici è ben espressa da quanto dichiara il
sottosegretario Eugenia Roccella: sì alle audizioni di associazioni, di
esperti, medici, alla Camera per l'esame della legge, "ma questo non deve
avvenire allungando i tempi in maniera eccessiva. Basta che non serva per
fare un ostruzionismo strisciante. Vorrei ricordare cosa è avvenuto al
Senato: sessanta votazioni segrete e tutti i risultati su punti delicati,
critici sono stati oltre la nostra maggioranza recuperando anche voti dall'opposizione.
I voti di dissenso della nostra maggioranza sono rimasti gli stessi, sia nel
voto palese che segreto. Anche se la Camera è totalmente autonoma, quello
che è successo al Senato ci dirà pur qualcosa su come la maggioranza si
comporta e sulla cultura politica di gruppo. Quello che è avvenuto al Senato
non deve essere un modello, ma fa capire quanto può essere compatto il
nostro gruppo".
Si vedrà. Forse nei prossimi giorni ministri e i sottosegretari pontifici
avranno qualche sorpresa. Il profumo di incenso non ha ancora ammorbato
tutti, come credono e sperano.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 15/09/2009 alle 13:14
Nera luce, parte seconda (IV)

Resterebbe da spiegare come due modelli teorici così manifestamente patologici abbiano potuto formarsi e soprattutto il secondo con ampiezza a caratteristiche addirittura istituzionali, in una cultura che dovrebbe essere evoluta . Io suggerisco una sola linea ermeneutica, anche se non certo esauriente. La duplice nevrosi ossessiva, quella sessuofila e quella sessuofobica ruota intorno all'estasi: Sade prescrive il sesso all'interno di un sistema il cui vertice è l'estasi orgasmica, sant'Alfonso danna il sesso all'interno di un sistema il cui vertice è l'estasi dell'unione divina. Ed allora, più che una risposta, sorge una domanda, perché l'uomo ha questo quasi terribile, compulsivo bisogno di estasi?
La lotta mortale del cattolicesimo al sesso per il sesso si spiegherebbe comunque in una lotta fra concezioni rivali dell'estasi.
Se il centro è l'incandescenza mistica uomo-Dio, è chiaro che chi vive questo rapporto osserva automaticamente tutti i precetti antisesso, o meglio non li percepisce nemmeno, in quanto sono cose fredde per lui. Ma il disumano sta nel prescrivere qualcosa che ha senso come efflusso naturale di un fatto mistico, in assenza proprio del medesimo (il misticismo non è pane per tutti i denti ). I baluardi della precettistica sessuofobica sono disposti tutto intorno all'estasi e diventano tanto più repressivi quanto più si è, appunto, distanti dall'estasi. L'innamorato di Dio o l'idiota (ad es. Binetti/Buttiglione) non si scontra mai con questa legge e gode anche del cilicio , mentre il "religioso" normale non conosce che questa legge ed il suo infernale terrore.
Mi chiedo anche se gli accennati rapporti fra mistica e precettistica non si verifichino anche al di là del sesso, la conseguenza in questo caso sarebbe che ad es. il problema etico non potrebbe porsi separatamente dal problema mistico, anzi che forse il problema etico ultimo è il confronto fra le mistiche.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 17/09/2009 alle 08:19
IL QUESTORE DI ROMA HA COMUNICATO CON ATTO FORMALE SCRITTO IL DIVIETO ALLA MARCIA DEL 19 SETTEMBRE RICORREREMO GLI STRUMENTI PREVISTI DALLA LEGGE, CON RICORSO STRAORDINARIO AL CAPO DELLO STATO. APPUNTAMENTO A TUTTI I CITTADINI A PORTA PIA, SABATO 19, A PARTIRE DALLE 14. DOMANI ALLA CAMERA QUESTION-TIME SULL’INTERROGAZIONE URGENTE PRESENTATA DAI DEPUTATI RADICALI.

Comunicato delle associazioni radicali Anticlericale.net e Certi Diritti

Il Questore di Roma, Giuseppe Caruso, ci ha comunicato nella serata di ieri, con atto formale scritto, il divieto a tenere la marcia anticlericale convocata per sabato 19 settembre, che si sarebbe dovuta svolgere da Porta Pia a piazza Pio XII, davanti al Vaticano. Sono stati autorizzati solo i comizi, che si terranno a Porta Pia a partire dalle ore 14.

La Questura ha altresì rifiutato di prendere atto della disponibilità delle associazioni radicali convocatici della manifestazione a svolgere la marcia “in fila indiana, camminando sui marciapiedi, rispettando i semafori”.

Consideriamo questa decisione gravemente lesiva dei diritti costituzionali dei cittadini italiani, e preannunciamo sin d’ora che ci opporremo con tutti gli strumenti previsti dalle leggi vigenti, compreso il ricorso straordinario al Capo dello Stato.

Confermiamo altresì che sabato 19 settembre, a partire dalle ore 14, saremo a Porta Pia per commemorare la data storica del 20 settembre 1870, quando la città di Roma fu finalmente liberata da quel potere temporale dei Papi che il fascismo prima e la partitocrazia poi hanno ormai pienamente restaurato.

Facciamo appello a tutte le associazioni, i cittadini, le personalità che hanno a cuore la laicità dello Stato ed i principi dello Stato di diritto a partecipare all’iniziativa con bandiere, striscioni, cartelli, fermo restando che “in qualche modo” commemoreremo ugualmente gli eventi simbolicamente identificati nei luoghi che la marcia avrebbe dovuto toccare.


Sergio Rovasio e Clara Comelli

(Segretario e Presidente di Certi Diritti)





Maurizio Turco, Carlo Pontesilli, Michele De Lucia

(Presidente, Segretario e Tesoriere di Anticlericale.net)





 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 17/09/2009 alle 15:05
Singolarità della salvezza cristiana e pluralità delle religioni

"L'extra ecclesiam nulla salus nec remissio peccatorum" è una nuvola nera non ancora completamente dissolta nei nostri cieli.
Devo subito fare una correzione al mio titolo, perché per noi italiani il termine cristiano in effetti deve tradursi in cattolico, è la chiesa cattolica la nostra realtà avvolgente dall'infanzia fino a ... e quindi leggerò e commenterò una scelta di proclamazioni magisteriali del dogma dal quale sono partito nella prima riga di questa parte.

a) Una sola è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale assolutamente nessuno si salva.
b) Crediamo col cuore e professiamo con la parola che c'è un'unica Chiesa non di eretici, la santa Chiesa romana, cattolica e apostolica, fuori della quale è nostra fede che nessuno si salva. (modo indicativo, non congiuntivo)
c) Nessuno fuori della Chiesa e dell'obbedienza ai pontefici romani potrà salvarsi nell'ultimo giorno.

potrei continuare per innumerevoli punti, ma mi limito ad aggiungerne un quarto che poi esaminerò più a fondo.
d) La sacrosanta Chiesa romana fermamente crede, professa e predica che nessuno di coloro i quali si trovano fuori della Chiesa Cattolica, non solo i pagani, ma nemmeno gli ebrei o gli eretici o gli scismatici, può aver parte alla vita eterna, ma essi andranno nel fuoco eterno ... se non si riuniranno ad essa prima della fine della vita ... E che nessuno, per quante opere di misericordia compia, anche se sparge il suo sangue per il nome di Cristo, può salvarsi, se non rimane nel grembo e nell'unità della Chiesa Cattolica. (Concilio ecumenico XVII di Firenze, approvato da Eugenio IV)

Questo dogma mi fa venire in mente le voci dei bambini che nelle sacrestie di paese scandiscono le risposte che indicano chi saranno i dannati ed alla voce più grossa del prete che completa se qualcosa manca e a Dio Padre, a Dio Gesù Cristo e a Dio Spirito Santo che approvano: tutti i non cattolici equiparati ai dannati!!!
Del resto tutti i bambini del mondo, anche i figlii di cristiani e di cattolici erano, per dottrina antica e costantissima, destinati all'inferno se non battezzati. Se aggiungiamo alle ipotesi di perdizione, quelle dei cattolici per peccato mortale, otteniamo una visione della storia dell'Essere quanto meno ... Dio lancia nell'infinito la rete delle galassie per riportare alle rive eterne un magro bottino di umani di religione cattolica, il resto si danna

 

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  postato il 18/09/2009 alle 14:48
Nera luce, parte terza (II)

Il dogma dell'extra ecclesia nulla salus ha poi subìto, da Pio IX al Vaticano II, violente oscillazioni, connesse all'elemento soggettivo della colpevolezza. Chi è fuori della chiesa non per sua colpa, per esempio i nati prima di Cristo, possono salvarsi? Mentre fino a Pio IX tutto era chiarissimo, oggi si ha l'imbarazzo della scelta fra varie formule con tutte le relative mediazioni ermeneutiche. Resta la solennità delle formule esclusiviste, senza attenuazioni per secoli e resta nel mondo di oggi, caratterizzato dalle informazioni su base planetaria, la difficoltà di ignorare la pretesa della chiesa cattolica di essere la vera Chiesa e quindi la difficoltà di salvarsi attraveso l'ignoranza non colpevole.
E infine resta la spiegabile riluttanza della chiesa a smentire tutto un passato durante il quale si è autocompresa come unica area in grado di salvare l'umanità dal diluvio della perdizione, ma soprattutto il problema logico di quanto valga come arrgomento a favore dell'indispensabilità della chiesa quello autoreferenziale consistente nell'affermazione della propria indispensabilità da parte della chiesa medesima???

 

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  postato il 19/09/2009 alle 16:22
Nera luce, parte terza (III)

Per me, filosofo del diritto, il punto più interessante è capire quali motivi possono indurre un "Dio di giustizia" a giudicare oggettivamente meritevoli di morte eterna i non cattolici? Sembra infatti evidente che il motivo non può essere la non-cattolicità in quanto tale, e sembrerebbe invece che ci dovrebbe essere un male intrinseco di natura più universale., altrimenti Dio cadrebbe in una sorta di razzismo o specismo clericale, come (più o meno) coloro i quali ritengono i neri o gli anaimali privi di diritti, proprio perché neri e perché animali :-((.
Cerchiamo allora quale privazione ontologica o quale male morale affligga agli occhi di Dio i non cattolici.
In primo luogo, essere non cattolici può significare essere non battezzati, ma questa spiegazione è imperfetta perché esistono cristiani battezzati anche fuori dalla chiesa cattolica (per esempio gli ortodossi e i protestanti) e poi c'è da dire che non sembra giusto che il peccato di Adamo, che ha contagiato per nascita tutti gli uomini, possa essere emendato solo con il battesimo.
In secondo luogo, essere non cattolici può significare essere privi dei sacramenti penitenziali attraverso i quali si può avere la remissione dei peccati mortali compiuti dopo il battesimo. Questa spiegazione serve effettivamente a discriminare i cattolici dai non cattolici, perché il sacramento della penitenza è riservato solo ai sacerdoti cattolici. Anche questa spiegazione però vale esattamente quanto i dogmi che presuppone e quindi per chi mette in dubbio che solo il sacramento cattolico può togliere i peccati mortali troverà molto debole anche questo tipo di giustizia divina.
Proviamo con una terza spiegazione, attinente piuttosto all'ambito della ragione teoretica, potrebbe essere la seguente: i non cattolici commettono un reato, non tanto di comportamento, quanto di opinione. Questa sembra di gran lunga la più calzante.
La domanda filosofico-giuridica si trasforma allora in quella se sia giusto che chi pensa erroneamente venga condannato alla morte eterna?
Ed a questo riguardo l'ipotesi più interessante è quella dell' "eretico-santo" il cui unico peccato mortale, in una vita cristiana altrimenti esemplare, è l'eresia in teologia dogmatica.

 

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  postato il 21/09/2009 alle 16:06
Nera luce, parte terza (IV)

Si noti che il peccato/reato di eresia e la sua feroce repressione, è sostanzialmente un'invenzione cristiana: l'eretico deve essere bruciato vivo, mutilato, espropriato, condotto ad abiurare, perché incrina la compattezza di un organismo storico e assetato di potere temporale. Pertanto si capisce bene il reato, ma un po' meno, sul piano dottrinale, asserire che è un peccato meritevole di morte eterna secondo dio stesso
Se infatti si colloca il momento decisivo per il destino eterno di un'anima in questa vita, allora l'errore in buona fede dovrebbe essere scusabile, data l'oscurità in cui è immersa la mente umana riguardo ai misteri divini. Se invece il momento decisivo si colloca subito dopo la morte, quando l'anima ricapitola tutta la sua vita in un atto spirituale di scelta di sé, supremamente lucido, alla presenza di dio. Allora l'errore in materia teologica sembra semplicemente impossibile: l'anima vede come stanno le cose e non potrà negare l'evidenza. Ci sarà probabilmente dannazione per chi ad es. abbia amato il sesso e non potrebbe di certo smentire (in buona fede) questo fatto anche davanti alla richiesta divina. Ma chi, per ipotesi, abbia negato dogmi come l'immacolata concezione, la verginità e/o la divinità di Maria, non può certo rifiutare di ammettere la "VERITA' " che gli mostra direttamente (con una visione divina) Maria concepita senza peccato originale di Anna e poi, vergine e madre di dio.
La convinzione erronea dell'eretico sembra dunque scusabile in questa vita, impossibile nell'altra e lo stesso sembra valere per l'ebreo, il musulmano, l'apostata, lo scismatico; ma allora, anche assumendo che la chiesa cattolica detenga la verità assoluta, anche Extra Ecclesiam Salus

 

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  postato il 22/09/2009 alle 17:20
Nera luce, parte terza (V)


E' appena necessario aggiungere che il ragionamento vale allo stesso modo per ogni religione esclusivista, che cioè neghi la salvezza agli altri da sé. A questo proposito, posso testimoniare per me stesso di essere passato dalla convinzione secondo la quale tutte le religioni salvavano a quella che nessuna religione, in quanto tale, salva. Ho fatto alcuni viaggi nel Terzo Mondo, ho visto luoghi sacri, riti di molte religioni esclusiviste e sembra proprio impensabile che dio salvi in base a quelle credenze, a quei riti. Ricordo per es. il quartiere delle chiese a Brasilia, una serie tutte di diversa estrazione, ma una accanto all'altra ed ognuna con i loro stendardi che sembrava una voliera di uccelli del paradiso . Le religioni poi si sono fatte la guerra sempre, perché guadagnano ad essere viste una per una e come dicevo prima il peccato peggiore per loro è l'eresia
E allora, se ci fosse un dio, non sarebbero certo per lui le religioni e le ortodossie che salvano, ma la condizione umana del vivere.
Resta infine da osservare su un piano decisamente più orizzontale che "extra ecclesia nulla salus" e la connessa persecuzione dei non ... contrasta con la vera religione, quella civile dei diritti dell'uomo, non a caso tenacemente combattuta anche in linea di principio e solo tardivamente recepita.
Termino con una battuta. Si può essere d'accordo con un Misantropo che trova detestabile l'umanità in genere, ma è duro esserlo con un altro Misantropo che fa eccezione per i cattolici .

 

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  postato il 25/09/2009 alle 08:30
Il vero errore è imporre come morire

• da Il Giornale del 24 settembre 2009, pag. 1

di Vittorio Feltri

Caro Renato, ignoro se l'ispiratore della lettera che sollecita un cambiamento della legge sul testamento biologico, già approvata dal Senato, sia stato Gianfranco Fini; quand'anche fosse così non avrei difficoltà a dichiararmi d'accordo con lui. Se ho ben capito, l'estensore e i firmatari della missiva chiedono una cosa liberale, molto ragionevole: le nuove norme rispettino la volontà di qualunque cittadino, credente o non credente. In altre parole. Non è lecito in una materia delicata quale il fin di vita trasformare in norma generale un principio della fede. Ciascuno di noi abbia piuttosto il diritto di accettare l'alimentazione «forzata» oppure di respingerla lasciando scritta nel testamento la propria decisione. Decisione, intendiamoci, non definitiva bensì revocabile come accade in ogni pratica testamentaria: oggi penso di donare i miei averi a Tizio, domani ci ripenso e li dono a Caio. Affari miei. Simmetricamente, non esiste ragione al mondo per cui debba delegare allo Stato la scelta se rimanere in vita a ogni costo o se morire. Perché la vita e la morte- sono mie. Tu, cattolico, sei convinto sia giusto restare immobile e incosciente in un letto con dei tubicini infilati dappertutto che ti facciano vegetare? Liberissimo di mettere nero su bianco: desidero questo. E guai se poi non ti accontentano. Ma se io la penso diversamente e ritengo più opportuno evitarmi la tortura di quei tubicini a te gradita, perdio autorizzami ad andare al- l'inferno e non provarci neanche a salvarmi l'anima; preferisco provvedere di persona anche a questa. Donne e uomini sono obbligati, dalla giovinezza alla vecchiaia, a cavarsela da soli; studiare, lavorare, assicurare il necessario alla famiglia, distinguere il male dal bene, pagare le tasse (nel mio caso, come in quello di tanti altri, ho svolto perfino il servizio militare). Chissà perché quando giunge il momento di tirare le cuoia, i medesimi individui non sono più padroni nemmeno di stabilire in quale modo tirarle. Scusa, ma in base a quale logica voi parlamentari vi prendete l'arbitrio di sostituirvi al cittadino in una soluzione che spetta soltanto a lui? Non c'è altro da aggiungere se non una precisazione. lo non ti impongo un determinato modello di comportamento davanti al bivio: crepo subito o più lentamente? Fai un po' come ti pare. Perché tu, viceversa, imponi a me la via da seguire? Sono consapevole. La religione cristiana è quanto di più serio, e per un cristiano è importante attenersi ai suoi insegnamenti. Non oserei mai impedirglielo. Però mi secca abbastanza se lui impedisce a me di agire secondo la mia idea, sia pur sbagliata dal suo punto di vista.

 

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  postato il 25/09/2009 alle 16:57
Nera luce, parte terza (VI)

Mi rendo conto di aver chiuso in chiave quasi solo "destruens" sia sul cattolicesimo che in generale sulle religioni ed in effetti credo proprio che l'esodo dalle religioni possa assomigliare ad una morte del seme nella terra per produrre frutti o all'abbandono del carapace da parte di un insetto per accedere ad una vita diversa, anche se penso sia difficile arrischiare previsioni.
Quindi è meglio lasciare le previsioni ai futurologi e cercare di additare invece quello che ci sembrerebbe invece più desiderabile.
Un'evoluzione delle religioni verso l'etica universalistica dei diritti/doveri dell'uomo sul piano della ragione pratica verso un radicale, anche se non per questo riduttivo, apofatismo fondato sulla grande scienza della meraviglia "laic(a)/ista", nel senso che tale meraviglia apofatica non ha bisogno di fede.
Penso in ogni caso che una leale, ma drastica "pars destruens" sia, oltre che un dovere di ragione, una premessa imprescindibile perché nel crepuscolo (per sempre, credo) delle certezze dogmatiche inaccettabili, l'uomo possa accendere *fuochi veri*

 

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  postato il 29/09/2009 alle 16:37
Nera luce, parte quarta (I)

L'inferno: problemi di esistenza e di oggetto.



Esso, come il paradiso ed ogni altro sito escatologico, ha il guaio di non essere stato visto, in modo da poterlo additare a qualcun altro ed è quindi gravato dai problemi di concepibilità ontologica. E' almeno possibile, se proprio vogliamo andar cauti e non usare verosimile, che enti immateriali come dio, gli angeli, i diavoli non esistano. E' inoltre verosimile (questa volta possiamo usare la parola) che strumenti di tortura escatologica (come il fuoco) non esistano. Ma anche volendo presumere che invece abbiano esistenza, sono comunque così irrappresentabili da giustificare il precetto (buddista, empirista, kantiano, wittgensteiniano) di mantenere su di essi un nobile silenzio.
Io mi occuperò dell'inferno solo sotto il profilo diceologico, attinente cioè alla valutazione, tralasciando se ...
Ho preparato io stesso l'obiezione: perché occuparsi del valore di qualcosa di irrapresentabile che verosimilmente non esiste di fatto?
Risposte:
a) L'inferno esiste in molte menti umane che ne hanno terrore ... a prescindere
b) L'inferno irrobustisce il potere dei capi di molti sistemi religiosi sugli animi, sui portafogli e talvolta sui corpi degli uomini e seconde me è bene che questo potere sia controllato.
c) Molte discipline che si occupano di enti ipotetici sono feconde di risultati utili alla conoscenza e quindi la critica all'inferno potrebbe essere utile alla critica di istituzioni giuridiche terrene che presentassero tratti infernali (ad es. la pena di morte )
Quanto all'oggetto, il mio inferno sarà principalmente quello cattolico, sia perché è il più spaventoso, ma soprattutto perché è il solo ad essere definito eterno dal dogma.
Ci sono inferni blandi, come l'Ade (greco-romano) o lo sheol ebraico: inferi, piuttosto che inferni e ci sono anche inferni spaventosi, come alcuni induisti o buddisti, ma temporanei ed evolutorii, funzionali cioè alla purificazione. Anche gli inferni cristiani (non cattolici) si consumano alla fine del tempo nell'apokatàstasis, la grande reintegrazione di tutte le creature all'originaria intenzione di dio: "essere tutto in tutti".
L'apokatàstasis è stata condannata già nel VI secolo e il Papa-boy (per me (Carlo) boia) ha definitivamente chiuso quella porta nel 1992.
Concentriamoci ordunque sull'inferno agostiniano-romano.

 

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  postato il 02/10/2009 alle 07:12
2 Ottobre 1870 Plebiscito popolare a Roma sull’annessione al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele: 133.681 voti a favore e 1.507 contrari.

2 Ottobre Il calendario cattolico celebra i Santi Angeli Custodi. Nel Medioevo era venerata come reliquia sacra una piuma dell’Arcangelo Gabriele. Peccato sia sparita, coi progressi della biologia oggi si sarebbe potuto appurare facilmente il sesso degli angeli che appassionò tanti religiosi e teologi in accese dispute, perfino a Costantinopoli assediata dai turchi. Oggi si potrebbe persino stabilire a quale razza di gallinaceo o altro volatile fosse appartenuto Gabriele (o almeno la penna). )

2 Ottobre Roma antica: Dies sextus ante Nonas Octobres = Ante diem sextum Nonas Octobres
= a.d. VI Nonas Oct. Sesto giorno prima delle None di Ottobre.
{ Nonas e Octobres sono 2 Accusativi plurali, retti da ante[sempre]}
(inclusi nel conto sia il giorno d’oggi, sia il giorno delle None).
Dies Fastus (F), dies mercatorius [C] ;

2 Ottobre -322 ante e.v. Aristotele muore (di indigestione).

2 Ottobre 1187 Saladino Sultano d’Egitto (di origine curda) conquista Gerusalemme ai Crociati.

2 Ottobre 1535 Jacques Cartier raggiunge (primo europeo) il luogo dove sorgerà Montreal (Mont Royal). [da qui si evince che la pronuncia giusta è monreàl, non montriol]

2 Ottobre 1608 Hans Jan Lippershey completa il prototipo del moderno telescopio riflettente (perfezionamento del cannocchiale) ed offre al governo d’Olanda la sua invenzione.

2 Ottobre 1678 Il Generale traditore Wu San-kuei che aveva fatto entrare i Manciù in Cina, aprendo loro una porta della Muraglia Cinese, muore cercando inutilmente di espellerli.

2 Ottobre 1833 A New York si organizza l’associazione anti schiavismo (Anti-Slavery Society).

2 Ottobre 1836 Darwin ritorna in Inghilterra a bordo della nave di sua maestà (HMS) Beagle.

2 Ottobre 1851 n. Ferdinand Foch (m.1929) Generale fr. comandante le forze franco anglo americane nella fase finale della prima Guerra Mondiale. Vinse risparmiando i soldati, al contrario dei suoi predecessori.

2 Ottobre 1853 Entra in vigore una legge Austriaca che proibisce agli ebrei la proprietà della terra.

2 Ottobre 1869 nasce Mohandas K. Gandhi (Mahatma, La grande anima), a Porbandar Kathiawad India.

2 Ottobre 1871 nasce Cordell Hull Segretario di Stato USA (M. Esteri 1933-44), abbassò le tariffe doganali (Nobel per la pace 1945).

2 Ottobre 1890 nasce Julius "Groucho" Marx nasce a New York, attore comico (il più noto dei fratelli Marx).

2 Ottobre 1904 nasce in UK Graham Greene, (convertito al cattolicesimo 1927), scrittore di romanzi di polizieschi e spionaggio (Il Potere e la Gloria, 1940; Il Terzo uomo, 1950; Il nostro agente all’Avana, 1958).

2 Ottobre 1910 Prima collisione in volo di due aerei (a Milano).

2 Ottobre 1935 L’Italia invade l’Abissinia dall’Eritrea e dalla Somalia.

2 Ottobre 1940 Frank, capo del Governatorato tedesco di Varsavia, istituisce il ghetto degli ebrei, espellendo 113.000 polacchi e rinchiudendoci inizialmente 138.000 ebrei (avranno una razione di 300 calorie al giorno). Sarà chiuso da mura il 15/11/40

2 Ottobre 1941 Attentati con bombe in 6 sinagoghe di Parigi occupata.

2 Ottobre 1950 prima apparizione su 9 giornali delle strisce dei fumetti "Peanuts"

2 Ottobre 1954 India, la colonia francese di Chandernagore annesso dall’ Unione Indiana, diventa parte del Bengala occidentale indiano.

2 Ottobre 1956 Esibito a New York il primo orologio atomico.

2 Ottobre 1967 Thurgood Marshall è il primo nero che giura come giudice della Suprema corte di Giustizia USA.

2 Ottobre 1971 Record per piccioni viaggiatori 133 Km/h di media in una gara australiana di 1100 km.

2 Ottobre 1984 Dopo 237 giorni in orbita (record di permanenza nello spazio), rientrano a terra 3 cosmonauti russi

2 Ottobre 1985 Rock Hudson attore muore 59enne di aids.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 02/10/2009 alle 07:24
Ho sbagliato discussione, potete cancellare il messaggio? Grazie

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 07/10/2009 alle 16:06
la Repubblica - 06-10-2009

"Quel che è di Cesare", il libro-intervista di Giovanna Casadio a Rosy Bindi
è la prova della tensione che deriva dalla doppia appartenenza allo Stato
democratico e alla Chiesa come potere disciplinare

Il paradosso dei CATTOLICI

GUSTAVO ZAGREBELSKY

L'esistenza nella galassia cattolica di "cattolici democratici" è di per sé
stessa la dimostrazione di una difficoltà non risolta nel rapporto tra
democrazia e cattolicesimo. Se la difficoltà non ci fosse, l'aggettivo
specificativo sarebbe superfluo. Il fatto che vi siano cattolici che si
auto-definiscono democratici significa sì che il cattolicesimo è compatibile
con la democrazia, ma anche che la democrazia non è coessenziale al
cattolicesimo, perché esso contempla anche l'antidemocrazia. Se poi
consideriamo che i cattolici democratici, per loro stesso riconoscimento,
nel loro mondo sono oggi minoranza, la conclusione preoccupante è che, dalla
maggioranza, le regole della democrazia, se sono accettate, lo sono non per
adesione, ma per sopportazione o per opportunità: se e finché non si
prospettino convenienze migliori.

Queste affermazioni possono sembrare temerarie, considerando il contributo
cattolico alla lotta di liberazione, all'elaborazione della Costituzione e
alla partecipazione alla vita democratica nei decenni che ne sono seguiti.
Ma, per l'appunto, il mondo cattolico è una galassia dove c'è di tutto e
quel contributo alla democrazia, che nessuno potrebbe negare o sminuire, si
accompagna al permanere di atteggiamenti d'altro genere, riserve mentali e
aperte contraddizioni. Una frattura profonda ha separato, fin dalle origini,
la democrazia moderna dal mondo cattolico e questa frattura, evidentemente,
non è completamente sanata. La ricorrente accusa di "relativismo" rispetto
ai "valori" è solo una denuncia aggiornata dei "deliramenti" democratici
d'un tempo (enciclica Diuturnum illud del 1881).

Nel contesto di questa diffidenza antica si sviluppa la testimonianza che
Rosy Bindi, una delle voci più impegnate a difendere l'identità e l'eredità
dei cattolici democratici, ha reso in un libro-intervista con Giovanna
Casadio (Quel che è di Cesare, Laterza, pagg. 144, euro 10). È una
testimonianza di quel che la fede cristiana può portare come contributo
all'ethos democratico. Ma è anche la prova della tensione che deriva non -
come talora erroneamente si dice - dall'essere cittadino e credente al tempo
stesso (come se la democrazia dovesse essere necessariamente atea o
agnostica), ma dall'essere al tempo stesso cittadino e membro della Chiesa
cattolica, quando essa - per così dire - si pone (in misura più o meno
stringente, si è sempre posta) come organizzazione dell'obbedienza nelle
cose temporali. Non sono le fedi, laiche o religiose, a creare difficoltà.
Esse, in quanto vissute nella libertà e nella responsabilità, non
impediscono la democrazia, anzi l'arricchiscono. È nella duplice
appartenenza allo Stato democratico e alla Chiesa come potere disciplinare,
la radice della difficoltà. Due lealtà possono entrare in conflitto; doveri
diversi possono contrapporsi. Il cittadino, per rispettare se stesso,
dovrebbe negare il credente; il credente, per non contraddire il suo vincolo
confessionale, dovrebbe negare il cittadino.

Non è vero, infatti, che le due appartenenze si completino a vicenda. Il
conflitto è in agguato. La democrazia presuppone l'apertura al dialogo
fecondo, cioè non per finta, in vista di accordi e, ove occorra, di
compromessi. Esige, in una parola, atteggiamenti non dogmatici ma laici.
L'appartenenza alla Chiesa può invece creare situazioni drammatiche di
aut-aut: o dentro o fuori, o obbedienza o tradimento e scomunica. Due
logiche che, quando si scontrano radicalmente, creano difficoltà e
sofferenze che possono risolversi solo con la capitolazione di una delle due
parti. Anche il famoso caso, citato anche nell'Intervista, di Alcide De
Gasperi che resiste al Diktat politico del Papa minacciando le dimissioni da
presidente del Consiglio, ne è la riprova. Fu Pio XII a recedere, cioè a
capitolare. Non fosse stato così, le dimissioni di De Gasperi, dal punto di
vista dei suoi doveri civili sarebbero state non una dimostrazione di
laicità, ma a sua volta una capitolazione di fronte a una pretesa clericale.
Tra i doveri civili, non c 'è infatti quello di lasciare il proprio posto,
se la Chiesa si inalbera.

La riflessione di Rosy Bindi tocca molti problemi, di teoria e di pratica
politica, e li tocca in modo tale da mostrare le possibilità d'integrazione
del cattolicesimo democratico nella vita politica comune, al di là dello
steccato confessionale. E mostra altresì il contributo di umanità, giustizia
e solidarietà ch'esso è in grado di dare, un contributo al quale i non
cattolici non possono essere indifferenti. Ma questa riflessione non tace le
difficoltà che derivano dalla posizione politica che la Chiesa Cattolica è
venuta assumendo negli ultimi anni, con l'allontanamento progressivo dallo
spirito del Concilio Vaticano II. È un regresso, le cui conseguenze sono
denunciate a chiare e brucianti lettere, con espliciti riferimenti alla
politica della CEI del cardinal Ruini: "Purtroppo, smarrita la memoria
storica e rimossi i fondamenti della Costituzione e del Concilio Vaticano
II, siamo finiti dentro la contraddizione strumentale che la destra sta
facendo della religione. C'è un ritorno al passato, abbiamo bruciato un
secolo di storia". C'è solo da aggiungere due cose: che "quest'uso blasfemo
della fede" non è solo della "destra" e trova spesso la calda riconoscenza
della gerarchia ecclesiastica.

Gli ambienti curiali, cattolici e atei, denigrano questo genere di
considerazioni come trita lamentazione sul "concilio tradito". Non è così. È
invece la puntuale registrazione di una strategia fatta innanzitutto di
irrigidimenti disciplinari nei confronti dei fedeli, frequentemente
richiamati all'ordine gerarchico perfino in occasioni elettorali, e poi di
accordi di potere tra vertici della Chiesa e vertici politici, dove
l'obbedienza prestata dai cattolici alla gerarchia diventa strumento di
pressione, se non di ricatto, nei confronti dell'autorità civile. Tutto
questo si è visto all'opera con i "non possumus", i "richiami impegnativi",
l'appoggio o il ritiro dell'appoggio a questa o quella formazione politica,
a questo o quel governo, fino a condizionarne l'esistenza o la
sopravvivenza. Una Chiesa così potrà pure richiamarsi, davanti al popolo dei
suoi credenti, alla propria funzione di traghettatrice delle loro anime nel
mondo che ha da venire; ma, per l'intanto nel mondo che c'è, essa è una
struttura di potere (cioè di peccato), che divide gli animi e fa della fede
religiosa, usata in quei modi, una ragione di conflitto.

Rosy Bindi cita un insegnamento di Pierre Claverie, il domenicano ucciso nel
1996 in Algeria, a causa del suo impegno alla comprensione tra i popoli, un
insegnamento che contiene la chiave per comprendere come una fede religiosa
può integrarsi nella democrazia, cioè in una "vita buona" per tutti: "Esiste
solo un'umanità plurale e quando pretendiamo di possedere la verità o di
parlare in nome della verità, cadiamo nel totalitarismo e nell'esclusione.
Nessuno possiede la verità, ognuno la cerca (...) spigolando nelle altre
culture, negli altri tipi di umanità, ciò che anche gli altri hanno
compreso, hanno cercato nel loro cammino, verso la verità: Sono credente,
credo che c'è un Dio, ma non pretendo di possedere quel Dio. Non si possiede
Dio. Non si possiede la verità e io ho bisogno della verità degli altri".

Questo è l'atteggiamento di umiltà e, al tempo stesso, di fiducia negli
esseri umani e di disponibilità al lavoro comune che costituiva l'anima del
Concilio Vaticano II, di cui la Gaudium et spes è l'espressione: la libertà
dei credenti in re sociali, accanto agli uomini di buona volontà, la loro
responsabilità di fronte a Dio e ai propri fratelli, il divieto di invocare
l'autorità della Chiesa a sostegno delle loro posizioni, divieto che,
simmetricamente, non poteva non implicare l'astensione della Chiesa stessa
da interventi vincolanti la coscienza dei cattolici. La presenza cattolica
nelle società umane era concepita come lievito che opera dall'interno,
dipendendo dalla forza persuasiva della testimonianza che può venire dalla
vita cristiana, vissuta con coerenza. C'è un'immagine, nell'enciclica
Ecclesiam suam (1964) del papa Paolo VI che esprime bene quest'idea: i
centri concentrici in cui si diffonde la testimonianza cristiana, fino a
raggiungere l'intera umanità.

Nell'insegnamento del Concilio, quella che, legittimamente, per i credenti è
verità si trasforma, nei confronti della società nel suo complesso, in
esempio, carità. È l'unico modo per porsi in posizione amichevole. Invece,
ora assistiamo, nell'insegnamento del papa Benedetto XVI, all'insistenza
sempre più marcata sulla verità unita in binomio alla ragione: la verità
della Chiesa è unica verità di ragione, e la ragione è universale. Così, la
verità cattolica pretende che non solo i credenti ma anche i non credenti
pieghino il ginocchio. Quest'audace operazione teologica si trasforma in una
pretesa universalistica della Chiesa. I non credenti, per così dire,
impenitenti, diventano nemici non solo della verità, ma anche della ragione.
Un innegabile capovolgimento del Concilio.

In questo contesto si spiega l'invito che il papa Benedetto XVI rivolge ai
non credenti affinché essi, per quanto privi di fede, si adattino ad agire
velut si Deus daretur, come se Dio (anche per loro) esistesse. Non sarebbe
la fede a esigerlo, ma la ragione. A questo detto papale Bindi, nelle pagine
finali, esprime la sua adesione. Questo è forse l'unico mio punto di
dissenso, tra le tante cose che l'intervista ci dice e che testimoniano
dell'appassionata ricerca dell'Autrice circa il modo d'essere, senza
contraddizione, cristiana e cittadina, insieme. Gli inviti al come se sono
inaccettabili. L'agire come se Dio esistesse è una provocazione nei
confronti dei non credenti. Essi dovrebbero contraddire la loro coscienza e
seguire non la loro ragione, ma quella proclamata dalla Chiesa come verità.
Il rispetto reciproco non è compatibile con questo genere di inviti.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 09/10/2009 alle 14:24
Critiche in termini di princìpi generali del diritto all'inferno cattolico

a) Peccato originale: è antigiuridico; la responsabilità penale riguarda i comportamenti, non i modi di essere, ed è personale. Punire con l'inferno gli esseri umani in quanto tali, perché discendenti da un criminale antichissimo, vìola il principio per cui nessuno risponde per fatto altrui. Nel caso di neonati e dei bambini, c'è anche il difetto di capacità. E' quindi antigiuridico anche il sacramento del battesimo degli infanti.
Inoltre nessun autentico reato può essere tolto versando acqua sulla testa del reo e pronunciando formule liberatorie; occorrerebbe o un risarcimento, o un pena o un ravvedimento operoso

b) Peccato di non cattolicesimo: una comunità (il paradiso) che discriminasse tra i cittadini in base alla religione, sarebbe antigiuridica sotto più profili e punirlo con l'inferno è antigiuridico per violazione del principio di proporzionalità della pena, rispetto al reato.

c) Peccati attuali: di comportamento e di opinione, nessuno degli atti elencati dai papi oggettivamente meritevoli dell'inferno, è colpito da una qualsiasi pena negli ordinamenti contemporanei. L'adulterio, la prostituzione, l'omosessualità sono stati anche gravemente puniti in passato, a causa anche dell'enorme influenza della chiesa. In ogni caso la pena dell'inferno costituisce una violazione macroscopica del principio di proporzionalità. Il danno che si può causare a qualunque numero di soggetti è necessariamente finito (anche quello derivato dagli atti di Stalin e Hitler), irrogargli l'inferno "ignis" equivale a causare infiniti danni di atroce sofferenza umana.
L'inferno è ... anche sotto il profilo della natura della pena; nemmeno per i reati più gravi sarebbe consentito dal diritto umanitario moderno il ricorrere al tormento prolungato del fuoco, previsto da Gesù in numerosi passi evangelici, per esempio Matteo 25 "Andate maledetti nel fuoco eterno".
L'I. è antigiuridico anche perché totalmente privo di effetti rieducanti ed infatti la definitività, ribadita dogmaticamente con l'esclusione dell'apocatàstasi, impedisce per sempre lo sviluppo della persona.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 10/10/2009 alle 05:21
Il flop praghese di papa Ratzinger

Tra le tante operazioni ideologiche che vedono impegnati i media,
inesorabilmente c'è l'esaltazione, comunque e dovunque, del viaggio papale.
Una specie di topos narrativo. E celebrativo. Così la tre giorni del papa
nella Repubblica ceca che avrebbe dovuto essere resocontata per il flop che
è stata, viene rappresentata invece come una specie di trionfo di Ratzinger.
L'ennesimo, del resto. Invece, al di là dei messaggi subliminali e delle
citazioni colte, proprio di un flop questa volta si è trattato.
Vediamo perché. L'Osservatore romano ha parlato di "confronto con i non
credenti", il portavoce del papa padre Federico Lombardi di "missione per
rilanciare la fede", Benedetto XVI stesso ha insistito sul ruolo di
"minoranza creativa" per i cattolici in terra di Boemia e Moravia, con un
messaggio ai giovani ("non fatevi ammaliare dai paradisi artificiali e dalle
false e alienanti prospettive del consumismo") e all'Europa - perché i
leader siano "credenti e credibili" - e si sprecano le interpretazioni sulla
parola del papa, per l'occasione all'assalto, improbabile, di Berlusconi.
Su tutte, emerge la preoccupazione del cardinale di Cracovia, già segretario
di Wojtyla che, accorso dalla Polonia, ha ricordato che questo è per il
vecchio continente "un momento cruciale. il comunismo è caduto ma adesso il
momento è più difficile e il nemico più pericoloso".
Messaggi a parte, chi ha davvero ascoltato la parola del papa e perché è
arrivato in missione a Praga? Papa Ratzinger, il pastore tedesco, è arrivato
nel cuore inconcluso d'Europa che, nonostante siano passati venti anni dal
crollo del socialismo reale nell'89, non ha ancora un concordato, un patto
politico, istituzionale e legale con il Vaticano e i suoi interessi nella
Repubblica ceca. Essendo fallita, tra l'altro l'operazione politica che
vedeva nel Partito dei popolari cattolici l'interlocutore diretto di questa
prospettiva quando scambiarono il loro voto di appoggio per l'elezione a
presidente della repubblica di Vaclav Klaus: ora quel partito è fuori dal
governo e si è scisso. E lo scambio, nonostante le promesse, non c'è mai
stato. Né risulta essere nelle prospettive politiche, tantomeno di quelle
presidenziali, visto che le autorità politiche che il papa ha incontrato di
questo non han voluto parlare.
C'è in gioco la rivendicazione da parte della Chiesa cattolica di una serie
di beni fondiari che ancora contraddicono l'autonomia amministrativa di
molti comuni cechi e, soprattutto c'è la richiesta dell'immensa Cattedrale
di San Vito che si trova all'interno del Castello di Praga. Il Vaticano la
rivendica al cattolicesimo, in un paese che istituzionalmente, dal
dopoguerra e fino ad oggi, non si dichiara nemmeno cristiano. Anche se è
forte il protestantesimo riformatore hussita - di Jan Hus che, poco prima
del protestantesimo di Lutero, pagò con il rogo l'idea di un "cattolicesimo
dal volto umano". E in un paese che, dai sondaggi recenti, si dichiara per
più del 66% agnostico e ateo. E che nella sua parte minoritaria e credente
ritiene che la chiesa di San Vito appartenga a tutte le comunità cristiane,
non a Roma - anche perché è stata costruita nell'epoca in cui i cristiani
erano uniti.
Tant'è che l'attuale primate della chiesa ceca, il cardinale, Vaclav Maly,
ha recentemente dichiarato l'intenzione di dimettersi perché l'obiettivo del
concordato che lui si era dato come ineludibile per il suo mandato, è stato
ormai fallito.
Veniamo ora ai richiami storici e alle greggi che sarebbero accorse alla
testimonianza papale. La folla di Brno è stata data per "130mila persone":
erano due settimane che si annunciavano dai media e dalla Santa sede che
sarebbero accorse proprio "130mila persone". Il numero è stato
incredibilmente indovinato. Senza però tenere conto del fatto che Brno,
prima tappa del viaggio, è alla frontiera di Austria e Ungheria, e la
cattolicissima Polonia è a 250 chilometri. Da tutti queste realtà infatti è
arrivata una multiforme presenza organizzata. Che è invece visibilmente
mancata il giorno dopo sulla spianata di Stara Boleslav, a soli 35 km da
Praga, ma ahimé in giorno non festivo e nonostante pullman arrivati anche
stavolta da Varsavia e Budapest. Per questo secondo appuntamento, le agenzie
locali e internazionali hanno oscillato a descrivere una presenza sulle
"15-20mila persone", per arrivare alla fine alle "30-50mila". Assai poco per
il Vicario di Roma.
Comunque, nei tre giorni di viaggio, ha ricordato i martiri del comunismo -
a dire il vero la maggior parte dei martiri del "comunismo" erano nella
repubblica Cecoslovacca unita soprattutto i comunisti, fin dalla fine degli
anni Quaranta. Purtroppo papa Ratzinger, ancora una volta, ha perso
un'occasione importante per denunciare e ricordare almeno due vergognose
malefatte della Chiesa cattolica romana. La prima, non avere detto mezza
parola sul terribile ruolo del Vaticano che mantenne nella Chiesa cattolica
monsignor Jozef Tiso, primo ministro della Slovacchia - prontamente
separatasi dai cechi dopo l'annessione dei nazisti della regione dei sudeti
e diventata con lui un regime nazifascista schierato con la Germania di
Hitler dalla fine degli anni Trenta fino al '41, favorevole inoltre
all'invasione della repubblica ceca. E, quindi ha mancato una denuncia della
corresponsabilità nella deportazione e sterminio degli ebrei slovacchi -
58.000 ebrei (il 75% degli ebrei slovacchi) furono inviati nei campi di
concentramento in questo periodo, sono sopravvissuti solo in 700 - e cechi.
Poteva incontrare, con questo peso di responsabilità, quel che resta della
comunità ebraica di Praga, invece si è limitato a stringere la mano a due
rappresentanti in fila tra gli altri esponenti delle religioni locali.
Alla fine non è nemmeno servito che, come ultimo tentativo di modernità, i
salmi adattati a musica rock e il silenzio del papa su "omosessualità e
preservativi": decine di giovani a piazza Venceslao - come la chiamano a
Praga, volutamente omettendo il "San" - hanno chiesto a Ratzinger proprio
sui preservativi proibiti dalla Chiesa romana: "Papa, non predicare la
morte". Più d'un flop. Un disastro, papale papale.

Il Manifesto

 

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  postato il 11/10/2009 alle 07:27
"Ecco come ho riprodotto la Sindone in laboratorio"
Luigi Garlaschelli presenta la sua ricerca all'XI Convegno Nazionale del
CICAP di Abano

Luigi Garlaschelli, chimico presso l'Università di Pavia, ha presentato la
sua ricerca che gli ha consentito di riprodurre una copia della Sindone in
laboratorio.
La Sindone è comparsa nel 1355 in Francia. Il Vescovo nella cui diocesi la
Sindone apparve la ritenne un falso proibendone l'ostentazione e una bolla
di Papa Clemente VII la qualifica come un'immagine. Un documento di quel
periodo sostiene peraltro che il Vescovo aveva scoperto l'artista autore del
telo, il quale aveva lavorato con un metodo particolarmente ingegnoso.
La datazione al radicarbonio eseguita nel 1988 ha consentito di confermare
che il telo fu prodotto proprio in quel periodo.
"Il mio interesse per la Sindone" ha spiegato Garlaschelli " rientra
nell'ambito degli studi che conduco da 20 anni su argomenti misteriosi. C'è
infatti chi dice che l'immagine non possa essere fatta da mano umana e che
non si riesce a spiegare da cosa è stata generata l'immagine".
Nel tempo sono state avanzate diverse ipotesi interessanti per spiegare le
caratteristiche del telo: l'immagine appare superficiale, non contiene
pigmenti, ma è data dall'ingiallimento superficiale dei fili e il negativo è
molto realistico.
Nel 1982 Vittorio Pesce Delfino, professore all'Università di Bari, ha
ottenuto un'immagine molto simile del volto che compare sulla Sindone
utilizzando un bassorilievo scaldato e posto sul lino. Il problema è che il
metodo utilizzato, se applicato all'intero corpo, si rivela molto complesso
e non ci sono testimonianze di utilizzo di quel metodo in quel periodo per
altri manufatti.
Un'altra ipotesi è stata avanzata da Joe Nickel alcuni anni dopo. Egli
ritiene che il telo sia stato ottenuto utilizzando un colorante naturale,
l'ocra, sfregato sul telo. Il problema è che la Sindone ora appare del tutto
priva di pigmenti.
"La mia ricerca" ha spiegato Garlaschelli "parte da quelle due ipotesi e
cerca di superare i problemi che rimanevano aperti. L'immagine che ho
ottenuto del corpo è infatti dovuta allo sfregamento dell'ocra con un
tampone su un telo appoggiato su una persona distesa. Per quanto riguarda il
volto, ho invece proceduto utilizzando un bassorilievo e poi ho aggiunto a
mano i segni della flagellatura e le striature di sangue che si vedono sulla
Sindone. Successivamente ho invecchiato il telo mettendolo in forno per far
staccare il pigmento e per simulare l'invecchiamento naturale del telo che è
avvenuto nei 700 anni passati dalla creazione della Sindone.
L'invecchiamento artificiale è simile ma non può essere identico da un punto
di vista chimico a quello naturale, per cui l'immagine superficiale appare
del tutto simile a quella della Sindone, ma chiaramente le caratteristiche
chimiche fini del telo non possono essere le stesse anche se sono
sufficientemente simili da essere accettabili".

 

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  postato il 13/10/2009 alle 16:05
Nera luce, parte quarte (III)

Critica in termini di folosofia della giustizia



I princìpi generali del diritto contemporaneo contengono, incorporata, una filosofia della giustizia, come giustizia dei diritti umani che è parte integrante di ciò che si può chiamare diritto naturale irrinunciabile.
L'argomento apologetico che è infinita l'offesa, perché è infinito l'offeso, cioè dio, porterebbe a considerare mortale ogni peccato, inoltre l'argomento sembra presupporre che un dio infinito sia anche infinitamente suscettibile, alla maniera dell'uomo d'onore mafioso, ma si potrebbe anche opinare il contrario e cioè può considerare trascurabili le offese degli esseri finiti. In altre parole, più uno è grande e meno se la prende.
Si potrebbe anche dire che merita una pena infinita solo l'atto che reca un danno infinito e che dio subisca un danno simile ci sembra impossibile, perché se così fosse, non svolgerebbe più la funzione per cui è stato pensato.
E' ingiusto (nel senso di asimmetrico) che il paradiso, come affermano tutte le teologie cristiane, non possa essere meritato per giustizia, ma possa solo essere erogato per grazia, mentre l'inferno è meritato per giustizia. Quindi o anche l'inferno viene erogato sovrannaturalmente, come una spaventosa "grazia nera", oppure anche il paradiso deve essere meritato "tertium non datur".
La giustizia cristiana viene presentata come quella di un padre, ma che padre è quello che esclude per sempre la riconciliazione? che infligge al figlio un male così totale, definitivo e irreparabile. Forse è il tipico padre-padrone?

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 16/10/2009 alle 15:48
Nera luce, parte quarta (IV)


Dire che di è padre potrebbe significare che la sua giustizia è pedagogica, ma che tipo di maestro è quello che di fronte all'errore del figlio o dell'allievo, lo chiude a chiave in una stanza buia per tutta la vita? Ma se il fallimento pedagogico può essere accettabile (forse) per la pena umana (che fra l'altro deve farsi carico anche di altre finalità, ad es. la difesa sociale), non è invece accettabile *MAI* per una pena divina, cioè del pedagogo supremamente efficace: Essa non può avere altro significato che o la retribuzione/espiazione giusta (nel senso di proporzionata) o la conversione/purificazione del punito. L'eventuale fallimento pedagogico di dio da un lato stupisce e dall'altro lascia sussistere sola e nuda la funzione afflittiva smisurata. Punire è raramente la reazione pedagogica più creativa; punire ingiustamente non lo è *MAI*. Punire con la morte eterna bambini non imputabili, punirli a morte per il solo fatto di essere nati mi sembra il più grande assurdo giuridico e pedagogico logicamente pensabile.
Il fallimento pedagocico si traduce anche profondamente in quello etico, perché il solo successo propriamente etico è la conversione del cuore, la "metanoia", infliggere la sofferenza ad un cattivo che resta tale è forse un successo giuridico, ma resta un insuccesso etico.

 

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  postato il 30/10/2009 alle 07:08
Giovedì, 29 Ottobre 2009
Quel mito ambiguo che attrae e spaventa
FRANCESCO MERLO PER LA REPUBBLICA

Non ci scandalizzano troppo i cibi geneticamente modificati, transgenici, né
l´ostia che si transustanzia in corpo di Dio. Non ci spaventarono il
transfert e i transistor e ora ci pare ovvio che il clima e l´economia siano
transnazionali. Ma nel secolo trans, nel trans-secolo, in un mondo dove
tutto è trans, noi ancora trasecoliamo (usciamo dal secolo) davanti
all´ambiguità di genere, alla polivalenza sessuale.

E difatti nel migliore (si fa per dire) dei razzismi, il trans diventa
prodigio da esibizione sino a convincerlo, «per il suo bene», a
mostrificarsi al cinema, al Grande Fratello, o in Parlamento. Più ovvio è il
razzismo da caserma - così evidente sui giornali nel "caso Marrazzo" - con
lazzi, battute salaci, doppi sensi, ma anche racconti e analisi cliniche di
presunti esperti sulla tecnica orinale dei trans, sulla forma delle pudende,
sul perché Brenda e Natalì sempre sognano di disputarsi uomini che per loro
lascino la moglie come fece Verlaine quando conobbe Rimbaud. Più sottile e
più cattivo è il razzismo femminile - talvolta femminista e pure gay - che
mette in dubbio il sentimento e riduce tutto al commercio di fantasie da
latrina, senza affetti.

Dunque nel trans il profumo di donna diventa puzzo di sentina e il profumo
di uomo tanfo da orinatoio. Benché non sia reato, frequentare un trans è
considerato il più rozzo e pesante sapore della vita, morbosità da fare di
nascosto, vizio da consumare nella trasgressione. E si sa che il buio della
notte protegge la reputazione ma espone al ricatto. Le ombre sono tollerate
come malati che hanno urgente bisogno di cure ma possono essere pedinate,
fotografate, filmate. Basta un flash, una cimice, un telefonino e il
disprezzo, anche di se stessi, esce dall´ombra e prende corpo: con la luce
la silhouette diventa uomo, padre di famiglia, impiegato di concetto,
professore, politico, insomma un facile bersaglio di minacce e di
estorsioni. E´ il razzismo intransigente che costringe i trans a rifugiarsi
in antri sordidi, è il giudizio del mondo che rende squallido e ricattabile
il sesso con loro. Il presunto uomo che c´è in "lei" è infatti considerato
un sottouomo e la presunta donna che c´è in "lui" è una sottodonna. Al trans
non si perdona, almeno nelle ore del giorno, di rinunziare alla identità
fissata per sempre dalla natura, la sola che nel Duemila non si vorrebbe
sotto assedio, quella sessuale del maschio che penetra e della donna che
accoglie, seccamente ribadita anche nell´omosessualità dove c´è sempre un
Rimbaud attivo, "lo sposo infernale", e un Verlaine passivo, "la vergine
folle".

A chi gli chiede perché non si sottopone all´operazione, uno dei più
fulminanti personaggi di Almodovar, il trans Agrado di Tutto su mia madre,
risponde così: «E poi come lavoro? I miei clienti mi vogliono donna col
pisello». Solo agli uomini, alle donne e ai gay sono permessi mestieri e
professioni. Non (ancora) ai trans. Chi dei lettori ha il dentista trans? A
nessuno capita di incontrare un trans allo sportello della banca o alla
guida di un autobus. Il trans lavora solo vendendosi, autoriducendosi a
zozzeria. Per procurarsi un po´ di legna da bruciare nella propria caldaia
psichica - un fidanzato, una fidanzata, un po´ di tenerezza, una "vera"
sorella - il trans deve vendersi ai viziati capricciosi che fanno qualcosa e
al tempo stesso la censurano. Ben più coraggiosi e veri dei loro clienti che
si vergognano di se stessi, i trans sono moderni uomini in fuga che cercano
di vivere fuori di sé e di coltivare il proprio doppio. Mister Hyde, che
Stevenson pensò come doppio cocainomane del Dr. Jekyll, nell´Europa di oggi
è mamma Hyde come doppio sessuale di papà Jekyll, la madre-padre immaginata
da Almodovar, il trans come antidoto alla depressione e alla infelicità
identitaria, moderno Rimbaud che scrive: «Io è un altro».

«Trans fu quel Dio che si fece uomo restando Dio» dice Almodovar, geniale
anticipatore dell´ambiguità di genere come problema sociale difficilmente
governabile.
E già ci sono, in alcuni paesi d´Europa, persone che chiedono
il congedo e il sussidio familiari sia come padri sia come madri, con un
retrogusto amaro dietro la giusta voglia d´amore perché nessun codice del
mondo prevede un padre di sesso femminile.

È cosi che il trans, la cui sessualità vale quella di chiunque altro, quando
contamina la famiglia e desidera un figlio non è più un trans che supera la
realtà, ma un "allakatalla", un sottosopra che la rovescia. Infatti è già
vero che i giudici e i legislatori di Olanda, Inghilterra, Belgio, stanno in
varia misura captando il mondo trans e non solo con la legge che rimborsa
con la mutua il cambio di sesso, ma adeguando la famiglia alle nuove
confusioni. È però duro spingere la liberalità sino a convincersi che i
figli di mamme-papà possano crescere sani e sereni, esemplari di un´umanità
nuova, transavanguardie della felicità. Se davvero il futuro, anche nella
riproduzione della specie, fosse trans, allora salterebbe tutta l´iconologia
della cristianità fondata su mamma e papà, su San Giuseppe e la Madonna,
e
bisognerebbe reinventare psicoanalisi e mitologia, riscrivere il Simposio di
Platone e l´assoluto femminile, adeguare la Bibbia e il Corano, e niente più
tabù dell´incesto, dolce stil nuovo ed Elena di Troia. Un po´ troppo anche
per noi.

Prima però di porsi il problema del transfuturo della civiltà occidentale,
l´Italia avrebbe finalmente bisogno di mettersi il disprezzo sotto i piedi,
a cominciare dai giornali. Ci vuole qualcuno che, pur violato nella privacy,
rivendichi quel che fa la notte, e sottragga all´ottica morbosa e suina se
stesso e l´inquietante figura del trans, il quale non fa danno a nessuno,
non vive una condizione subìta, e incuriosisce e attira tutti - ma proprio
tutti - forse perché prova che la realtà non è più spiegabile solo con i
vecchi codici della ragione e dell´illuminismo.


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 31/10/2009 alle 15:01
http://www.radioradicale.it/scheda/289909/presentazione-del-libro-di-massimo-teodori-contro-i-clericali-dal-divorzio-al-testamento-biologico-la-grande sfida dei laici

Interventi di M. Bordin, S. Folli e S. Rodotà

 

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  postato il 01/11/2009 alle 12:08
Nera luce, parte Quarta (V)

Oltre che etico, il fallimento è interpersonale. Per definizione il dannato è un non-riconciliato con gli altri e soprattutto con quelli che sono state le sue vittime durante la vita terrena e il dio dell'inferno organizza e si fa vanto addirittura tutto ciò, infatti spiega Abramo (dal cielo): " E' stato fissato un gran baratro (inamovibile) in modo che quelli che vorrebbero venirvi non possano." (Luca 16,26). Ogni progresso di comprensione reciproca e di perdono è volutamente impedito.
Si dirà che questo non concerne la giustizia, ma almeno a proposito della giustizia umana comincia a farsi strada anche nei tribunali, oltre che fra i filosofi del diritto, l'idea che l'accordo fra le parti possa estinguere, anche per reati importanti, l'azione penale (nota mia: monito per quelli che sostengono l'obbligatorietà della stessa) e soprattutto che la mediazione fra l'offensore e la vittima sia comunque un bene.
(nota mia, per i dipietristi: la mediazione è opportuna, secondo i teorici, quando tende alla risoluzione dei conflitti, non al contrario, quando le vittime dopo anni non vogliono nessuna clemenza da parte dello Stato.)
Il dio dell'inferno (come dIPIETRO :-) è l'avversario supremo della comunicazione, della riconciliazione, della mediazione, del perdono, della pace e dunque di una giustizia più alta (di quella meramente retributiva) che cerca l'inflizione di dolore e la sodisfazione della richiesta di vendetta come "extrema ratio" ed assume invece quelle ... finalità.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 03/11/2009 alle 09:35
Nera luce, parte Quarta (VI)

Oltre che per tutti i motivi già detti, l'inferno è un fallimento eudaimonistico totale (L'eudemonismo è una dottrina morale che identifica il bene con la felicità. Il nome deriva dal termine greco eudaimonia, che letteralmente vuol dire "essere con un buon (eu) demone (daimon)", intendendo quest'ultima parola, non nel significato negativo che ha oggi ma, nel senso di genio, spirito guida).
La giustizia di dio è presentata come parte integrante della beatitudine sua e degli eletti; ciò significa che le pene dei dannati, in quanto giuste, sono ornamento essenziale del paradiso: contribuiscono a rendere più beati i beati.
La mia opinione, invece, soggettiva evidentemente, ma basata sull'umanità, è che la malvagità, la solitudine, la tortura, anche di un solo condannato, non può non guastare la festa di un paradiso degno di questo nome, che dovrebbe essere un'unione di spiriti compassionevoli e non un club di aristocratici della virtù (qualcuno direbbe dei valori ) o di borghesi della giustizia farisaica o di moralisti del risentimento, deliziati dal poter finalmente assistere all'inflizione di crudeltà con buona coscienza.
Tutti i dannati umani hanno una mamma e può ella godersi la sua beatitudine al cospetto della dannazione del figlio, ancorché meritata?
In linea generale si può presumere che tutti i beati abbiano un "cuore" empatico come una mamma.
Pertanto il fallimento eudaimonistico implicherebbe nei beati anche quello retributivo, non ottenendo essi il premio eterno della felicità in quanto la sofferenza infernale si sarebbe propagata, per osmosi, al paradiso.
In conclusione si può dire che il modello diceologico proposto è inaccettabile, però i cattolici devono sapere che questo modello è intieramente formato da enunciati dottrinali solenni di papi e di concilii ecumenici, approvati dai papi. Ne segue, a rigore, l'inaccettabilità della tesi cattolica dell'autorevolezza degli enunciati dei papi in materia di fede.

 

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  postato il 04/11/2009 alle 14:08
Nera luce, parte Quarta (VII)

Basta leggere e sottolineare Matteo o Luca per rendersi conto della terribilità degli enunciati di Gesù sull'inferno (nota mia: L.L.V. dà per scontata l'esistenza di Gesù e che quel che dicono gli evangelisti debba attribuirsi, appunto, a lui). I passi sono talmente numerosi, fondamentali e differenziati da escludere che l'inferno sia un'invenzione successiva delle comunità cristiane. La mente di Gesù sembra completamente dominata dalla visione che alla fine del tempo una parte consistente dell'umanità sarà respinta da dio nelle tenebre, nello stridore di denti, nel fuoco eterno. La chiesa romana in questo caso non è stata infedele al vangelo con il sancire e ribadire, sino al catechismo del 1992, l'immediatezza e l'irremediabilità per sempre della dannazione, contro la dottrina dell'apocatàstasi.
Gesù non sa niente del peccato originale ereditario di tipo agostiniano (nota mia, anche perché è precedente al vescovo di Ippona ), ma con il peccato degli adulti è terribile. Se quella di Agostino e dei papi è la più spaventosa "novella" mai annunciata da una qualunque religione del mondo sulla condizione umana, quella di Gesù la segue a non troppa distanza (nota mia, con buona pace di quelli che pensano a Gesù come all'icona di ogni ... ).
Va detto però che Gesù, preso come un tutto, è ben più simpatico del cattolicesimo, tuttavia esiste, senza dubbio (nota mia, con i soliti limiti)
un nazareno difficilmente accettabile, che viene infatti accantonato e riformulato di certi credenti, motivati a cercare nel cristianesimo stesso la critica ai cristianesimi.
In questa sede preferisco lasciare aperta la questione, però se, per edificare il Gesù che si vuole, si sceglie "fior da fiore", sembra piuttosto ovvio che il Gesù che ne esce non è quello dei vangeli, ma un altro.

 

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  postato il 05/11/2009 alle 14:56
Via di uscite ermeneutiche?


Si conoscono le virtù ermeneutiche dei teologi. L'interpretazione di testi rivelati o comunque autoritativi avvicina teologi e giuristi, perché entrambi devono trovare risposte a tutto, traendolo da un "corpus" preesistente e limitato, che invece viene postulato potenzialmente completo. Sono costretti entrambi (quindi ) a straordinarie acrobazie.
La mia scarsa frequentazione dei teologi cattolici ha dato finora risultati sorprendenti.
(nota mia: nel libro ce ne sono molti, ma io riporto un esempio per tutti ).
La condanna della proposizione 33 di Lutero, diventa, "correttamente interpretata", che ha ragione Lutero. .
Oserei dire che forse tutti gli enunciati magisteriali, se "correttamente interpretati" significano il loro contario.
Lo sconcertante risultato ermeneutico vale per molti enunciati solenni dei papi anche fuori del campo diceologico e l'ipotesi di spiegazione più verosimile è che nel "corpus" rivelato ci sono talmente tanti elementi contradditorii da ...
Il prezzo da pagare per la soluzione acrobazie ermeneutiche è però il dover ammettere che l'interprete la sa più lunga dell'autore sacro e gli spiega cosa egli (autore sacro) veramente pensa

 

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  postato il 06/11/2009 alle 14:14
Nera luce, parte Quarta (IX)

L'inferno agostiniano-romano, che ha terrorizzato l'occidente e che volentieri si espanderebbe al mondo intiero, appare, per la consapevolezza diceologica evoluta, una specie di "monstrum", cioè l'ingiustizia infinita!
Da qui, i tentativi di riformularlo o attraverso le "acrobazie" interpretative, o liberamente, senza quasi più curarsi degli enunciati evangelici e magisteriali. Questa seconda è la tipica soluzione dei "filosofi cattolici".
Possiamo considerare le teorie esistenzialistiche degli avvocati di dio, che addirittura capovolgono il modello A-R (agostiniano-romano): non è più dio a respingere lungi da sé, ma è l'uomo stesso, contro la volontà amorosa di dio (resa impotente dal rispetto per la libertà), ad autodannarsi.
Ciò non può che abolire, ovviamente, la dannazione dei bambini non battezzati e rende impossibile tenere in piedi la casistica dei peccati mortali, codificata dai papi. Perché per auto-dannarsi occorre qualcosa di grave, come una "opzione fondamentale" contro dio. Ma per scegliere questa "opzione" si deve essere in piena conoscenza di causa, ossia nella piena luce della verità e questo avverrà solo dopo la morte, in presenza della luce-dio.
Inevece nella condizione corporea-vitale è ontologicamente impossibile ad un soggetto compiere un atto definitivo; può sempre cambiare sia in male (vedere la dottrina per cui nessun santo è "confermato in grazia") [nota mia: non conosco che significhi questa dottrina, se qualcuno sapesse spiegarmelo, sarei grato], sia in bene (vedere il buon ladrone sul Calvario).
In conclusione si può dire che l'uomo può compiere un simile atto a condizione di essere un puro spirito, esistente tutto in una volta ("totus simul") in un unico atteggiamento che viene fissato per sempre dal "flash" dell'eternità. L'uomo, così indurito, assume questo atteggiamento sotto lo sguardo costernato di dio, infinitamente buono, ma incapace di modificare la nuova ontologia eternale, simile ormai a quella dell'angelo-demonio.
Riporterò alcune critiche di L.L.V. a questo modello nella prossima puntata, per oggi mi sembra ci sia abbastanza per riflettere

 

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  postato il 07/11/2009 alle 14:34
Nera luce, parte Quarta (X)

Alcune critiche (promesse)

1) Sembra difficile che un uomo possa divenire puro spirito atemporale, rimanendo il sé stesso terreno.
2) Quale allora la rilevanza della biografia terrena per la decisione finale? Forse un uomo complessivamente buono sarebbe facilitato nel compiere l'opzione finale giusta, ma non si possono escludere dei capovolgimenti e nel caso, la discontinuità toglie comunque molto senso alla prova terrena.
3) La decisione finale è presa, per definizione, in presenza del Bene, tutto dispiegato. Ora, sembra difficile che al Bene venga opposto un rifiuto radicale da un'intelligenza e da una volontà razionali cui esso sia stato reso evidente. In altre parole, la più autorevole dottrina cattolica della libertà (quella tomista) è messa fra parentesi, perché chi vede faccia a faccia il Bene perde la libertà di scelta. Uno spirito che è fatto da e per dio, come può rimanere libero di fronte a lui, come può respingere il Bene che è felicità/amore/compagnia e preferirgli il Male, che è il suo contario? E' lo stesso problema irrisolto, di come abbiano potuto peccare gli Angeli?
4) E' proprio necessario che dio assista impotente, paralizzato dal suo infinito rispetto per la libertà? E se sì, può l'Onnipotente, subire uno scacco irreparabile?
5) Dio non dovrebbe poter proporre agli spiriti malvagi nuove opportunità? Perché quando si è fatta la cosa sbagliata e infelicitante ci si trova in uno stato tale che tende a far lavorare l'intelligenza e la volontà come un pungolo, foriero di ...
6) Se c'è il prima e il dopo per i beati purganti (appunto nel purgatorio), dovrebbe esserci anche per i dannati. Se c'è tempo per la purificazione, perché non per la conversione?
7) Uno che resta ontoligicamente capace di cambiare idea è più libero di uno che non può cambiarla. Forse è questa la libertà che non può non essere rispettata.
8) All'uomo spiritualizzato, che compie la scelta finale, manca l'esperienza delle conseguenze e forse proprio l'esperienza dell'inferno può innescare il mutamento.
9) Gli avvocati di dio, sostenitori della decisione finale, che vogliono mantenersi all'interno della resurrezione dei corpi, difficilmente possono negare il tempo escatologico, ma allora come possono mantenere la teoria dell'uomo che si immobilizza completamente bel "flash" eternale?

 

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  postato il 09/11/2009 alle 15:52
Nera luce, parte Quarta (XI)

Mi rendo conto con imbarazzo di aver lasciato il terreno della filosofia del diritto e della giustizia, per quello assai meno affidabile della fanta-ontologia, tuttavia l'incubo dell'inferno-eterno è al centro stesso del cattolicesimo e non è possibile criticarlo, isolando del tutto la diceologia dall'ontologia.
Resta comunque al filosofo della giustizia l'onere di fare almeno intuire il modello, che sul piano puramente diceologico, potrebbe convincerlo.
Ebbene il modello è semplicissimo: l'inferno è dio e con la morte tutte le anime vengono gettate nel fuoco eterno, perché dio (Esodo, 3,2) è un eterno roveto ardente di amore santo e l'incontro con dio è ineludibile.
Chi viene gettato in dio subisce un impietoso processo di esposizione alla verità del Bene e chi ha vissuto secondo questa verità, si troverà, per così dire, beato. Tremendo sarà invece l'impatto del fuoco sull'uomo di gelida pietra, dal cuore completamente chiuso alla comunicazione ed alla bellezza (ammesso che esista); dovra avvampare in una fiamma di auto-smentita, di radicale vergogna, non solo di fronte a dio, ma anche alle sue vittime, sebbene queste gli vengano incontro, perdonanti. Forse proprio il perdono, sarà il fuoco più bruciante.
E finché quest'uomo non si pentirà ...
L'indurimento potrà durare anche molto a lungo, l'essenziale è che nulla lo renda necessariamente eterno (nota mia: l'ergastolo?) e tutto invece cospiri alla necessaria finale apocàtastasi.
Come mi sembra chiaro, in questo modello il dio incontrato è unico: inferno, per alcuni, purtagatorio e paradiso per altri, ma fuoco eterno per tutti. Bisognerebbe togliere i tre nomi per far capire che esiste solo il "continuum" dell'esposizione trasformante a dio.
Il filosofo della pena vede in questo modo riuniti i tre fini: retributivo, preventivo, rieducativo. Il fuoco divino sarebbe infatti negli stati evolutivi peggiori, dura sofferenza (retribuzione) e per ciò stesso prevenzione temibile per il malvagio, che non teme gli uomini, ma deve aver paura del volto di dio. Ma soprattutto il fuoco sarebbe rieducazione.
Questo per me è un'ipotesi di inferno degno di dio: eterno, perché eterno è dio (eterno ed immutabile nel suo ardere), ma non senza mutamento l'ardere dell'uomo.
(nota mia: )

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 10/11/2009 alle 09:49
Il cattolico feroce

di FRANCESCO MERLO

da Repubblica.it

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi,
cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio
parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l'è
cercata quella fine perché "era uno spacciatore abituale", "un anoressico
che era stato pure in una comunità", "ed era persino sieropositivo".
Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: "diventano
larve", "diventano zombie". E conclude: "È la droga che l'ha ridotto così".

Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo "la lotta alle
tossicodipendenze" e la "tutela della famiglia", ovviamente sa bene che
tanti italiani - ormai i primi in Europa secondo le statistiche - fanno uso
di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e
anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che
molte persone "per bene", danarose e ben difese dagli avvocati e dai
giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere,
non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy...,
una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento
individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti
dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei
riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga
fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre
per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e
solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.

Ci sono, tra i drogati d'Italia, "i viziati e i capricciosi", e ci sono
ovviamente i disadattati come era Stefano, "ragazzi che non ce la fanno" e
che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore
dicono i cattolici che non "spacciano", come fa abitualmente Giovanardi,
demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla
violenza contro "gli scarti della società", alla voglia matta di sterminare
i poveracci; non scambiano l'umanità dolente, della quale siamo tutti
impastati e che fa male solo a se stessa, con l'arroganza dei banditi e dei
malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l'Italia. Ecco:
con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice,
politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico
misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il
processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.


Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un
vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti
italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce
particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri
poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo
avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe
subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un
conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità
dalla quale non è più uscito. Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli
zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l'hanno
protetto, i medici che non l'hanno curato, e ora i politici come lei che
sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare
anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e
comprensione nell'esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato.
È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione
moderna dei "ladri di biciclette". Davvero essere di destra significa non
capire l'infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato
e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie
politiche, ma "sniffa" astio. Come lei erano gli "sciacalli" che in passato
venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei
terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.

Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della
droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa
emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si "strafà" di
ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di
cadavere.
Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per
prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non
contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono.
Ma cosa c'entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le
oltranze giovanili si reprimono negando all'arrestato un avvocato e le cure
mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare
alimento all'intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più
selvaggia?

Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell'aborto e del
peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell'embrione?
È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si
professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi
rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che
dai Cucchi.


© Riproduzione riservata (10 novembre 2009)

 

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  postato il 10/11/2009 alle 15:47
Nera luce, parte Quarta (XII)

Il modello proposto elimina una buona parte degli scandali dell'inferno cattolico, ma presenta ancora difetti gravi sul terreno stesso della diceologia. Cosa significa ad es. essere gettati in dio per gli embrioni non nati, per i neonati morti prima di avere un'esperienza umana o per tutti i mediocri non particolarmente buoni, né cattivi? Un dio-purgatorio non è adeguato, perché il loro problema non è purificarsi dai peccati, ma anzitutto intensivamente esistere. Inoltre resterebbe perverso se la santità di dio si riverberasse sulle anime con la violenza di una luce non schermata, come una legge che "uccide". Forse la vera santità è comprensione e mitezza.
Ma il punto è un altro, perché anche un modello che eventualmente torni, non per questo diventa reale, e se anche riuscissimo a disegnare la diceologia perfetta, chi ci potrebbe garantire che dio è così? Prima di tutto, perché non siamo garantiti sull'esistenza stessa di dio.
Empiricamente non c'è un solo evento che si possa riconoscere con certezza come un atto di dio. E metafisicamente, se risaliamo a dio come all'essere "necessario", incontriamo nel concetto tali rompicapi, tali "koan", da non sapere se stiamo pensando qualcosa, è talmente "non questo" e "non quello" che si distingue difficilmente dalla vacuità. Insomma la ragione impone, se non l'ateismo, almeno l'apofatismo, perché la ragione esige che venga sempre stabilita una distanza infinita, invalicabile, fra le nostre proiezioni di dio e la realtà. Un dio autore con un "clic" volitivo dell'universo grande miliardi di anni luce è così distante dalle nostre dimensioni che la mente umana deve assolutamente evitare di credere di poterselo rappresentare.
Inoltre il ragionamente diceologico postula che dio, se esiste, è il massimo della bontà e della giustizia, ma se si giudica l'autore dall'opera, quel che si può dire è che è bravissimo, non certo buonissimo. Il mondo è una meraviglia ontologica, ma priva di giustizia, bontà e pietà.

 

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  postato il 12/11/2009 alle 14:25
Nera luce, parte Quarta (XIII)

Nota sul limbo (scritta nel 2000)

Questo sito infernale, perché sappiamo che non è una terza cosa tra il purgatorio e l'inferno, ma uno strato superficiale di quest'ultimo, serve come scappatoia diceologica per evitare ai bambini morti non battezzati (e quindi affetti da solo peccato originale), non la meritata dannazione eterna come privazione di ogni bene (poena damni), ma almeno il supplizio della combustione fisica senza fine (poena ignis).
Anche il limbo deve essere duramente criticato come antigiuridico, antietico ed antipedagogico.
Mentre il purgatorio è un'esigenza assoluta della giustizia in quanto "evolutorio", il limbo è piuttosto un "conservatorio", dove l'anima viene immobilizzata per sempre e non avviene alcun progresso. E' naturalmente antigiuridico per i soliti motivi ed è egualmente insostenibile che la condanna in base al peccato ereditario possa essere tolta con il battesimo. Come ogni sacramento il battesimo è privo di effetti sovrumani ed ottiene solo gli effetti umani, propri del rito, vale a dire l'accoglimento in una comunità confessionale, ma non è salvifico, ripeto è solo cristianizzante/cattolicizzante.
Ed appunto un dio di giustizia, se esistesse, non potrebbe assegnare un destino eterno (ETERNO!) radicalmente diverso ai bambini battezzati rispetto agli altri.
E l'idea che un peccato possa essere tolto da atti estrinseci è del tutto contraria ad ogni morale (seria)

Fine parte Quarta

 

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  postato il 13/11/2009 alle 14:38
La violenza istituzionale cristiana



Per economizzare energie e pagine, rinvio alla monumentale opera di K. Deschner "Storia criminale del cristianesimo", al quale possono essere rivolte riserve critiche, come per es. quelle di H. Kung, ma lo stesso H.K. ammette che in molti casi K.D. ha chiaramente ragione e questo può bastare. Leggendo quegli otto tomi si ha proprio l'impressione che la violenza dell'istituzione ecclesiastica cristiana è tale da far esitare nella traduzione del titolo, fra quella ufficiale e una più vicina alla mente dell'autore "Storia del cristianesimo, come criminalità".
Per quanto riguarda il diritto alla vita, la prassi e la teoria della cristianità hanno legittimato tutti i tipi di inquisizione e di persecuzione, di pogrom, di genocidio.
Ben poco il magistero ha fatto per attenuare lo "splendore" dei supplizi, criticare la tortura giudiziaria etc. per non dire dell'indifferenza di fronte ai massacri ed alle sevizie degli esseri senzienti non umani.
Quanto ai diritti di libertà, non solo i cristianesimi reali sono stati regimi fra i più illiberali ed intolleranti della storia, ma il magistero papale ha ribadito, almeno dalla rivoluzione francese agli anni cinquanta, la formale condanna dottrinale della libertà di culto, di coscienza, di stampa; ha oppresso le coscienze con liste incredibili di peccati mortali; ha legittimato l'asservimento di immensi territori "pagani"; ha tollerato, se non incoraggiato, lo schiavismo in America latina.

 

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  postato il 15/11/2009 alle 14:45
Nera luce, parte Quinta (II)

Una volta dato per "pacifico" che il cristianesimo dei fatti è stato uno dei soggetti collettivi più violenti della storia, si possono introdurre distinzioni, andando alle forme di violenza più comuni, nel senso di condivise con altri regimi, rispetto a quelle più specificamente cristiane o cattoliche.
I soprusi imperiali della cristianità (per esempio nei confronti dei territori colonizzati); le guerre fratricide fra Stati cristiani; la violenza interna degli Stati cristiani sui criminali comuni: tutto questo può anche farsi rientrare nella categoria estesa della disumana violenza del potere politico.
La sopraffazione, lo sfruttamento, la negazione dei diritti umani in campo economico e sociale, da parte delle potenze nazionali cristiane e degli operatori cristiani possono farsi rientrare nelle categoria estesa della disumana ingiustizia del potere economico.
Per il cristiano può essere doloroso constatare che i precetti e i consigli evangelici hanno operato così poco sulle cristianità, ma almeno fin qui non sembra rinvenibile una specifico "nefas" istituzionale cristiano, anzi credo ancora che il cristianesimo autentico sia stato sfigurato dai regimi cristianissimi.
Invece e purtroppo salta agli occhi che esistono forme di specifico "nefas" cristiano: violenze non solo insufficientemente impedite, ma proprio giustificate o promosse dal cristianesimo.
Il cristianesimo, come gerarchia e teologia ufficiali, ha legittimato, se non sacralizzato, i poteri politici che lo appoggiavano: dagli imperatori romani o medievali e dai re e prìncipi assoluti moderni, fino alle dittature torturatrici (per esempio sudamericane) contemporanee. :

 

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  postato il 16/11/2009 alle 14:54
Nera luce, parte Quinta (III)

Se le guerre fra Stati cristiani della stessa confessione (in particolare, cattolici) possono ancora vedersi come un caso tra i tanti del "nefas" politico puro, invece non si può dire questo per gli imperialismi cattolici in Sudamerica, con assegnazione papale di certe zone alla Spagna o al Portogallo, che hanno avuto la loro legittimazione teologica, proprio come propagazione della fede. Del pari le guerre di religione europee, tra gli Stati cristiani sono state legittimate o addirittura promosse dai rispettivi teologi, proprio con argomenti confessionali; lo stesso è valso per la cacciata di ebrei e musulmani dalla Spagna e, risalendo mel tempo: la strage degli Albigesi, dei Sassoni etc.
E basta un attimo di riflessione per capire che l'antigiudaismo, come prassi secolare dei regimi europei, è sul piano del pensiero un'invenzione logicamente e necessariamente cristiana, perché appartiene appunto ad un concetto teologico. (nota mia: con buona pace di chi sostiene che l'olocausto è avvenuto ...)
Ma lo specificissimo "nefas" è la violenza sull' "altro" teologico, direttamente gestita dalla stessa autorità ecclesiastica. Bruciato vivo, previa immobilizzazione della lingua, nello Stato pontificio, per decisione personale del papa e di un religioso (il gesuita Bellarmino) proclamato, poi santo. La sorte di Giordano Bruno può essere scelta come simbolo di questo "nefas", il cui profilo teorico-teologico era stato disegnato ottanta anni prima (1520) con la solenna condanna papale della tesi 33 di Lutero.
Gli eretici vengono bruciati vivi, perché è conforme alla verità cattolica, concernente la volontà dello spirito che vengano bruciati.



 

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  postato il 17/11/2009 alle 16:09
Nera luce, parte Quinta (IV)

"Ab uno disce omnes" nel senso che non occorre moltiplicare gli esempi. Sottratta ai pontefici, dal progresso civile, la forma gloriosa e didattica del rogo, la violenza ecclesiastica romana si manifesta oggi come violazione dei diritti umani concernenti il posto di lavoro, la libertà di ricerca e di insegnamento. Diritti certo sottili, rispetto a quelli violati un tempo, ma diritti pur sempre attinenti a beni cruciali, vicinissimi al nucleo intimo della dignità della persona.
Se la violenza è anche antigiuridicità, è chiaro che l'arretrateza giuridica della chiesa romana è affine, per citare Cotta, alle procedure della "giustizia" rivoluzionaria nella quale l'imputato è senza garanzie di difesa.
Se la violenza è imporre, impedendo ogni rapporto umano fondato sul raziocinio, la gerarchia sacerdotale cattolica risulta essere la più perfezionata macchina di violenza intellettuale in materia religiosa della storia umana.
Chi reagisse con fastidio a questo bilancio, è invitato a ripensarci un momento ed a segnalare a se stesso controesempi; la violenza nelle e fra le religioni è universale e certo le religioni sono tuttora una dei fattori più virulenti di violenza, ma in nessun caso, come nel cattolicesimo è centralizzata, perfezionata, intellettuale e si potrebbe aggiungere teologicamente e magistralmente asserita e giuridicamente canonizzata.
Tali aspetti violenti, aprirebbero il problema dell'interpretazione, ma mi pare meglio astenersi, perché il mio atteggiamento nei confronti del cristianesimo è simile a quello nei confronti del marxismo: se i marxismi e i cristianesimi storici sono marxiani e cristiani, mi dispiace per il marxismo e il cristianesimo essenze e al contrario ...
Ma l'importante è sapere cosa è buono e approvabile, non ciò che è marxiano o cristiano e credo che gli storici possano concordare sugli aspetti violenti e, diciamo pure, criminali dei marxismi e dei cristianesimi storici, senza bisogno di fondare il giudizio su criteri desunti interpretativamente o dal maxismo o dal cristianesimo autentici.

 

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  postato il 18/11/2009 alle 14:05
Nera luce, parte Quinta (V)

Sottopongo alla discussione due linee argomentative a sostegno della tesi che la violenza istituzionale cristiana non è stata solo un incidente di percorso di un'essenza non violenta, travisata dai cristianesimi reali. Faccio, per così dire, il pubblico ministero.
La prima linea argomentativa concerne la violenza intrinseca del "genus" cristianesimo, la seconda riguarda la "species" cattolicesimo romano.
Tutti conoscono il Gesù mite, non violento e misericordioso, ma accanto ad esso non mancano tratti psicologici e teologici di violenza che accenno brevemente, servendomi del solo Matteo.
Violenta è la sua polemica con gli "scribi", i "farisei", i "sadducei", i "dottori della legge" e i "grandi sacerdoti". Nessuno nella chiesa odierna oserebbe invettivare e insultare chi la pensa diversamente, come ha fatto lui.
Violenta è la sua polemica con i trafficanti del tempio! Non oso pensare che cosa farebbe oggi davanti a coloro che gestiscono santuari, luoghi di apparizioni, figure agiografiche offerte alla devozione di massa, giubilei, etc.
Violenta è la sua furia contro quelle città che, pur avendo ascoltata la sua parola e visto i suoi miracoli, non hanno fatto penitenza: esse precipiteranno nell'inferno! (nota mia: eterno e con le pene che sappiamo)
Violenta è la sua morale sessuale: se l'occhio o la mano ti scandalizzano sessualmente, devi tagliarli, perché il rischio è l'inferno; desiderare una donna è adulterio, sposare una ripudiata è adulterio, divorziare e risposarsi è adulterio ed anche qui la pena è l'inferno.
Violento è, sempre, il tono, lo stile delle sue drastiche condanne; delle sue drastiche richieste in campo morale e vocazionale.
Violenta è la sua morte, nel senso non banale per cui essa sarebbe stata cercata da Gesù stesso in angosciosa obbedienza ad un padre divino offeso, che l'avrebbe esigita (o esatta) come prezzo per rinunciare ad una vendetta spaventosa, estesa a tutti gli uomini!!!
Ma violento, fino all'irrappresentabile, è soprattutto l'inferno! E gli oltre venti passi di Matteo sono talmente fondamentali e differenziati da escludere che esso sia un'invenzione successiva delle comunità e non risalga a Gesù. La sua mente sembra completamente dominata dalla visione che alla fine dei tempi una parte consistente dell'umanità verrà precipitata da dio nelle tenebre, nello stridore dei denti, nel fuoco eterni.

 

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  postato il 19/11/2009 alle 16:23
Nera luce, parte Quinta (VI)

Se come ipotesi di lavoro si prova ad ammettere le due premesse:
a) il terrore genera terrore e la violenza, violenza;
b) le cose avvengono "sicut in coelo et in terra"; non dovrebbe essere diffcile inferirne:
c) non possono esserci terrore e violenza più totali di quelli promanati da un dio dell'inferno eterno.
Allora si può anche accettare, almeno come non manifestamente infondata, l'ipotesi che la endo- ed eso-violenza cristiana possa risalire all'insostenibile ed irrappresentabile terrore che l'idea evangelica, agostiniana e romana di dannazione eterna, ha fatto ardere e baluginare tutto intorno alle muraglie dell'occidente.
Nel "Dies irae" di Dreyer, la strega viene bruciata viva per risparmiarle, con il supplizio terreno, il rogo eterno e forse lo stesso tipo di misericordia presiedeva al rogo degli ebrei, dei "lapsi", degli omosessuali e di tutti gli eretici.
E' lecito dunque, almeno ipotizzare che un dio violento (nota mia: possiamo aggiungere, prima del cristianesimo le vigorose gesta di Giosuè che, secondo il libro, operò un vero e proprio genocidio (ispirato da ...) nei confronti delle popolazione di Gerico, Ai e Betel) generi in qualche modo (il "quodammodo" tanto caro a san Tommaso!) uomini violenti. E può darsi non avesse tutti i torti Sade, quando sosteneva: "Voi cristiani condannate i miei seviziatori, ma cosa sono essi, paragonati al vostro dio?"
Non si può allora neppure escludere che le sevizie infernali attribuite all "giustizia" di dio possano aver ispirato, almeno indirettamente, prima il cattolicesimo inquisizionale e poi il suo "rovesciatore" Sade.

 

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