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Autore: Oggetto: Fuori tema: Piccola storia delle religioni

Livello Greg Lemond
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  postato il 19/02/2009 alle 15:44
Originariamente inviato da herbie

intervengo per dire che il Dio "affabile e confidenziale" di Abramo ad un certo punto gli chiede di immolare l'unico figlio Isacco, - la promessa vivente della "generazione numerosa come le stelle del cielo" - come sacrificio (cosa che non ha precedenti nella Bibbia dove non è contemplato il sacrificio umano, ma solo quello divino). Solo quando Abramo ha già alzato la mano contro il figlio sarà fermato.
Il fatto è che il Dio della Bibbia ha "vie che non sono le nostre vie" si esprime nel "soffio di un vento leggero" e questo lo rende spesso incomprensibile, a volte razionalmente inaccettabile, spesso indica vie che di primo acchito sembrano l'antitesi di ciò che sembra buono giusto ed equo. Sarà forse che il più delle volte ciò che appare buono giusto ed equo in realtà non lo è?


Oppure sarà che la morale, coincidente con la forza, che poteva andar bene per chi ha scritto quel libro (ricavato da un insieme di leggende di vari popoli con cui gli ebrei sono entrati in contatto, per lo più in modo violento), ad un lettore moderno non suona più così bene?

 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
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e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Hugo Koblet




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  postato il 19/02/2009 alle 17:04
la mia era solo una domanda, può darsi che sia come dici tu. Però è vero anche che il buono il giusto il vero non appaiono di certo alla prima considerazione delle cose, e spesso nemmeno dopo lunghe indagini.
Volevo solo mettere un pochino in discussione l'immagine della divinità "dialogante" con Abramo contrapposta a quella "imperante" di Mosè, data nel precedente intervento. Se proprio bisogna assegnare questi aggettivi ad uno dei due direi che sarebbe più azzeccato dire il contrario.
Piuttosto c'è un carattere che accomuna il Dio della Torah, quello di uno che chiede di sperare ben oltre l'umana soglia della speranza, anche quando non ce ne sarebbe più ragione. Gli episodi in tal senso senso sono molteplici in tutta la Bibbia. Questo semmai è, esistenzialmente parlando, piuttosto difficile da digerire, perchè richiede un'azione, uno sforzo anche quando non si vede una speranza concreta di successo.

E' vero altresì che anche la Bibbia, ben al di là del problema (per me tutto sommato trascurabile, vista la distanza temporale e la difficoltà di reperimento di prove inconfutabili) della storicità del testo, rimane un testo che si prefigge di sondare le profondità del cuore umano, tentando anche di farne scaturire un'etica.
Naturalmente è lasciato al giudizio di ciascuno valutarne il valore, su un tale delicatissimo argomento direi che non si può dare nulla per scontato.

 

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su tutte le cime
v'è pace.

(Goethe)

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 20/02/2009 alle 07:37
Originariamente inviato da herbie

E' vero altresì che anche la Bibbia, ben al di là del problema (per me tutto sommato trascurabile, vista la distanza temporale e la difficoltà di reperimento di prove inconfutabili) ...


Le ricerche archeologiche sembrano dimostrare che non c'è mai stata una presenza numerosa di antichi ebrei in Egitto, come, invece, è esistita a Babilonia. Ergo si può dire "iuris tantum" che si hanno prove della famosa "cattività babilonese", mentre è da escludere (sempre iuris tantum) come reale tutto quanto è scritto nell'Esodo.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Hugo Koblet




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  postato il 20/02/2009 alle 11:23
infatti io parlavo di "prove inconfutabili", sappiamo che la scienza, a differenza della fede, non può prescinderne per affermare la verità di una cosa. A me non piacciono molto, (proprio per il fatto che indagare a fondo sulla Bibbia come se si trattasse di un libro di storia non coglie il cuore del problema, che è eminentemente esistenziale), ma se vai a leggerti i libri degli storici cosiddetti "apologeti" (cioè che vanno a cercare gli argomenti in difesa della storicità e veridicità dei testi sacri) di argomenti e prove archeologiche e filologiche ne trovano anche loro a iosa.
Non voglio dire che non sia un fatto culturalmente utile e bello che si vada ad indagare approfonditamente riguardo alle vicende narrate nella Bibbia, tuttavia mi pare più importante non perdere di vista il fatto che si tratti pur sempre di un testo che vuole (o pretende, a seconda di ciò in cui si crede) parlare di ben "altro" che delle reali vicende di un popolo numericamente assai esiguo rispetto alla grande moltitudune di persone che vive e continua a soffrire sulla Terra.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 20/02/2009 alle 15:52
Originariamente inviato da herbie

ma se vai a leggerti i libri degli storici cosiddetti "apologeti" (cioè che vanno a cercare gli argomenti in difesa della storicità e veridicità dei testi sacri) di argomenti e prove archeologiche e filologiche ne trovano anche loro a iosa.
Non voglio dire che non sia un fatto culturalmente utile e bello che si vada ad indagare approfonditamente riguardo alle vicende narrate nella Bibbia, tuttavia mi pare più importante non perdere di vista il fatto che si tratti pur sempre di un testo che vuole (o pretende, a seconda di ciò in cui si crede) parlare di ben "altro" che delle reali vicende di un popolo numericamente assai esiguo rispetto alla grande moltitudune di persone che vive e continua a soffrire sulla Terra.


Non credo che gli apologeti meritino il nome di storici (allo stesso modo dei negazionisti) così come non si possono considerare scienziati ad es. coloro che pensano che la vita umana coincida con la vita "tout court" o che scambiano un corpo per una persona
Confronta http://www.radioradicale.it/scheda/272838/verita-e-menzogne-su-eutanasia-coscioni-welby-englaro-sotto-il-dominio-violento-e-antidemocratico-della-partitocrazia
Per quanto riguarda gli scopi, penso proprio che gli antichi ebrei abbiano prodotto i principi teologici della Bibbia col fine primario (se non unico) di offrire una base adatta a creare e consolidare l'identità etnico-religiosa di quell'insieme di tribù che si era voluto far diventare popolo. Ma se tu hai altri pensieri, sarò ben felice di discuterne.

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 20/02/2009 alle 18:41
Intervengo nella discussione conoscendo bene il pensiero dell'utente herbie, che è molto vicino al mio, anzi mi chiede lui stesso di partecipare alla discussione. Sono stati citati gli "apologeti" giusto per fare l'esempio opposto, per dire che quando gli avvenimenti risalgono così lontano negli anni e la verità storica rimane così difficile da provare in maniera scientifica è molto facile fare ricostruzioni storiche adattando le cose a ciò che si vuole dire. Facciamo fatica a capire bene come e perchè si sono svolti gli avvenimenti di pochi anni fa, che dire con certezza quale fosse il reale intento degli autori dei testi sacri è perlomeno azzardato. Poi è giustissimo dire la propria anche sulla base di alcuni riscontri archeologici e filologici....
La mia idea è che questo lunghissimo testo che nell'intenzione degli autori stessi, chiunque fossero, doveva essere un testo meta-storico, nell'intento di narrare dei fatti come fenomeni dell'orizzonte della fede, vada valutato in base a ciò che dice riguardo all'esistenza della persona, alle sue sofferenze, al suo cuore. Tutto l'Esodo parla della liberazione dalla schiavitù, ma è un modo, figurato, di parlare delle catene di ogni genere che tengono l'uomo fisicamente e spiritualmente imprigionato. Sinceramente mi interessa poco capire cosa fossero in realtà le piaghe d'Egitto e quanto ci sia di reale nei dialoghi di Moseè con il faraone. Che poi la via indicata dall'Antico Testamento (il deserto, la fede in un Dio dalle vie imperscrutabili, lo spogliarsi di ogni specie di "idolo", un'etica molto precisa ed esigente) possa apparire disumana o illogica o psicologicamente deviante non c'è dubbio che si possa liberamente pensare. Però è in questa ottica esistenziale-spirituale che questo testo va interrogato fin nei più minuti particolari.
E riguardo a ciò già ce ne sono di intricatissimi e profondissimi problemi...

 

[Modificato il 20/02/2009 alle 18:45 by elisamorbidona]

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Livello Greg Lemond
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  postato il 21/02/2009 alle 13:05
Storia degli antichi ebrei

4. Abramo nello spazio e nel tempo.

4. a. Per quanto riguarda lo spazio:
La Genesi (11:27-31) lascia intendere che Abramo nacque (o comunque
visse per la prima parte della sua vita) in "Ur dei Caldei"
(Ur-Kasdim).
Tale località e stata tradizionalmente identificata con la città di
Ur della bassa Mesopotamia fondata e abitata dai Sumeri e
distrutta, e mai più abitata, verso la fine del III millennio a.C.
I Caldei dominarono la bassa Mesopotamia (Babilonia) nel I millennio
a.C., ovvero nell'VIII secolo e dal 626 al 539 a.C., e non abitarono
mai la suddetta città di Ur, da tempo ricoperta da sabbia e detriti.
Identificare quindi "Ur dei Caldei" con "Ur dei Sumeri" o è un
anacronismo del redattore biblico, come ritengono i commentatori
della Genesi che giudicano corretta l'identificazione, o è un errore
commesso dai primi studiosi che l'hanno proposto e non corretto
dagli altri, anche se ci sono state voci discordanti.

Tra i primi a dubitare della correttezza di tale identificazione
ricordiamo Eissfeldt e Franken (trad. it. 1976; ristampa 1988, p.
855): "i Settanta traducono Ur-Kasdim come "Terra dei Caldei" e non
è certo che l'accettata identificazione di Ur-Kasdim con la
sudbabilonese El-Muqayyar [cioè Ur dei Sumeri] sia in realtà
corretta, per cui dobbiamo forse cercare Ur-Kasdim nell'area
intorno a Harran" [cioè nell'alta Mesopotamia].

Nel 1988 F. Barbiero, dopo aver analizzato e confrontato il testo
biblico con altre fonti, giunse alla conclusione che "l'Ur del
Caldei" da cui era partito Abramo era l'Urartu meridionale. Tra le
indicazioni citate a favore della sua proposta abbiamo:
1. Giosuè, ricordando la terra di origine di Abramo (Gios 24:2)
disse che essa era situata "al di là" del fiume (Eufrate), mentre Ur
dei Sumeri, vista dalla Palestina, (cioè dal luogo in cui parlava
Giosuè), si trovava, e si era sempre trovata, "al di qua"
dell'Eufrate.
2. Quando Abramo mandò il suo amministratore a cercare moglie per
l'erede Isacco gli disse: «Vai al mio paese ... » e quello andò
nell'Aram Naharaym, alla città di Nahor (Gen 24:4-10). Anche se la
città di Nahor non è stata identificata essa era vicina ad Harran
(nell'alta Mesopotamia, quindi; "Naharaym " significa "terra dei
fiumi" e "Nahor" "città del fiume").
3. Senofonte. nel 400 a.C., riporta nell'Anabasi (IV: 3,4; V:5, 17;
VII: 8,25) che durante la loro ritirata i diecimila greci si
scontrarono, nell'Urartu meridionale, con una popolazione chiamata
"Caldea".

Anche Manacorda (1989), indipendentemente da Barbiero, ha notato più
volte che la zona da cui si faceva originare Abramo doveva essere
nei pressi di Harran.

Nel novembre del 1995 è stata comunicata una notizia che ha
confermato quanto sostenuto da F. Barbiero, anche al di là delle
migliori previsioni: gli archeologi Giorgio Buccellati e Marilyn
Kelly dell'Università della California a Los Angeles, hanno
annunciato di avere trovato nella Siria settentrionale, quasi al
confine con la Turchia, (ovvero nell'Urartu Meridionale), i resti di
Ur Kish capitale prima hurrita e poi Mitanni (Valenziano 1995).
Dove Barbiero aveva pensato ci fosse stato solo un territorio è
stata trovata una città il cui nome richiama molto da vicino Ur-
Kasdim.

Nel 1999, commentando il progettato viaggio del Papa Giovanni Paolo
II in Iraq, con sosta alle rovine di Ur dei Sumeri e visita
alla "casa di Abramo", l'assirologo italiano G. Pettinato fece
presente che la meta era sbagliata, in quanto era ormai certo dal
punto di vista archeologico che Abramo non aveva avuto niente a che
fare con Ur dei Sumeri e che la sua terra di origine andava cercata
da un'altra parte:
"Negli archivi di Ebla sono menzionate diverse città con il nome di
Ur e nel regno di Kharran [altra grafia per Harran] (dove Abramo
stava con suo padre prima di recarsi nella terra di Canaan) esiste
proprio una località chiamata Ur, che fa parte di questo regno". (La
Repubblica del 31/7/1999, p. 27).
Infine, nel 2000, una traduzione cattolica della Genesi (a cura di
Borgonovo) riporta, seppur in forma dubitativa, in una cartina, una
posizione della città di Ur dei Caldei nella Turchia meridionale
(anche se stranamente è posta a meridione di Harran anziché a
settentrione, come vorrebbero la logica e le nuove scoperte).

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 21/02/2009 alle 14:05
Originariamente inviato da elisamorbidona

Intervengo nella discussione conoscendo bene il pensiero dell'utente herbie, che è molto vicino al mio, anzi mi chiede lui stesso di partecipare alla discussione. Sono stati citati gli "apologeti" giusto per fare l'esempio opposto, per dire che quando gli avvenimenti risalgono così lontano negli anni e la verità storica rimane così difficile da provare in maniera scientifica è molto facile fare ricostruzioni storiche adattando le cose a ciò che si vuole dire. Facciamo fatica a capire bene come e perchè si sono svolti gli avvenimenti di pochi anni fa, che dire con certezza quale fosse il reale intento degli autori dei testi sacri è perlomeno azzardato. Poi è giustissimo dire la propria anche sulla base di alcuni riscontri archeologici e filologici....



Giusto, ma secondo me, non si può sostenere che quando non si è certi di una cosa, tutte le ipotesi sono equivalenti, perché altrimenti non si può mai discutere su niente. Pertanto fra chi sostiene che il Mar Rosso si è aperto per far passare gli israeliti, richiudendosi poi sugli egizi, e chi invece argomenta che non c'è mai stata una moltitudine di antichi ebrei in Egitto credo si possa scegliere.


La mia idea è che questo lunghissimo testo che nell'intenzione degli autori stessi, chiunque fossero, doveva essere un testo meta-storico, nell'intento di narrare dei fatti come fenomeni dell'orizzonte della fede, vada valutato in base a ciò che dice riguardo all'esistenza della persona, alle sue sofferenze, al suo cuore. Tutto l'Esodo parla della liberazione dalla schiavitù, ma è un modo, figurato, di parlare delle catene di ogni genere che tengono l'uomo fisicamente e spiritualmente imprigionato. Sinceramente mi interessa poco capire cosa fossero in realtà le piaghe d'Egitto e quanto ci sia di reale nei dialoghi di Moseè con il faraone. Che poi la via indicata dall'Antico Testamento (il deserto, la fede in un Dio dalle vie imperscrutabili, lo spogliarsi di ogni specie di "idolo", un'etica molto precisa ed esigente) possa apparire disumana o illogica o psicologicamente deviante non c'è dubbio che si possa liberamente pensare. Però è in questa ottica esistenziale-spirituale che questo testo va interrogato fin nei più minuti particolari.
E riguardo a ciò già ce ne sono di intricatissimi e profondissimi problemi...


A me la tua interpretazione "alta" di questo libro convice poco, per quel che ne so rispecchia fedelmente la mentalità "bassa" del pensare di allora e la volontà di costruire una ideologia, basata sulla fede che rappresenta il modo migliore per "incatenare" il popolo. Rammento che anni or sono ho smesso di leggerlo, quando vidi che c'era scritto: "Se una donna partorisce un maschio è immonda per, mi pare, una settimana, se invece fa nascere una femmina, lo è per tre!

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 21/02/2009 alle 19:18
beh se proprio dobbiamo dirla tutta c'era anche un rituale di purificazione ben preciso per tutta una serie di cose che oggi riterremmo pura superstizione. E naturalmente alla donna era riconosciuta una posizione sociale nettamente subordinata e spesso di semi-schiavitù. Naturalmente, nelle civiltà antiche medievali e moderne (ma in una certa misura anche oggi) la donna aveva quella considerazione sociale.
Certo se la Bibbia fosse stata scritta da una civiltà extraterrestre si potrebbe pensare di trovarvi un qualcosa di diverso rispetto ai costumi sociali dell'epoca. Non mi pare un buon motivo per smettere di leggere il libro dell'Esodo. Allora bisognerebbe smettere di leggere quell'arretrato credulone di un Galileo perchè non conosceva la relatività?
Che il Pentateuco non sia tout-court un libro di storia però non me lo sono inventato io...i libri più propriamente "storici" della Bibbia, sono quelli che raccontano le vicende posteriori a quelle dei patriarchi, ma anche là l'intento primario dell'autore non è quello descrittivo.

 

[Modificato il 21/02/2009 alle 19:26 by elisamorbidona]

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  postato il 21/02/2009 alle 19:51
Originariamente inviato da elisamorbidona

beh se proprio dobbiamo dirla tutta c'era anche un rituale di purificazione ben preciso per tutta una serie di cose che oggi riterremmo pura superstizione. E naturalmente alla donna era riconosciuta una posizione sociale nettamente subordinata e spesso di semi-schiavitù. Naturalmente, nelle civiltà antiche medievali e moderne (ma in una certa misura anche oggi) la donna aveva quella considerazione sociale.
Certo se la Bibbia fosse stata scritta da una civiltà extraterrestre si potrebbe pensare di trovarvi un qualcosa di diverso rispetto ai costumi sociali dell'epoca. Non mi pare un buon motivo per smettere di leggere il libro dell'Esodo.


Per quel motivo, ho smesso di leggere la Bibbia "tout court" e codesto "libro per antonomasia" mi pare sia stato proprio scritto dagli extraterrestri (almeno secondo gli interpreti "ortodossi")

P.S.

Secondo te e Herbie la bibbia a cosa è servita? Io, al di là di guerre, discriminazioni, razzismo etc. non riesco vedere niente, ma sei occhi ...

 

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  postato il 21/02/2009 alle 20:20
oggi al fianco delle popolazioni oppresse e sterminate dalle guerre nel terzo mondo non ci trovo i proprietari delle multinazionali del lusso...

Riprendiamo l'esempio della Rivoluzione francese. Se centinaia di persone anche del tutto innocenti (come, tra molti altri, anche interi conventi di suore) sono finiti sulla ghigliottina durante il terrore, significa che bisogna rigettare come sanguinario e reazionario il secolo dei lumi e i suoi moderati e illuminati padri? Evidentemente le situazioni, i giochi di potere, l'ambizione dei singoli personaggi hanno piegato l'idea alle proprie passioni, o forse è meglio dire che precisi interessi sono intervenuti sfruttando e distorcendo l'idea.
Così anche la religione (ogni religione) è stata piegata, violentata nel corso dei secoli dall'ambizione dell'uomo e dalla sua sete di potere. La Bibbia (come anche i testi sacri e no di tutte le religioni) contiene pagine che possono ridare vita a qualunque cuore spento, disperato e incapace di amare. Utilissime. Ma se ci si indispettisce del fatto che non siano contemplati i principi della democrazia in uno scritto risalente a molti secoli prima di Cristo di una civiltà non greca ma semitica....è come disprezzare le trenette al pesto perchè non sanno di cioccolato!

 

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  postato il 22/02/2009 alle 12:32
Originariamente inviato da elisamorbidona

oggi al fianco delle popolazioni oppresse e sterminate dalle guerre nel terzo mondo non ci trovo i proprietari delle multinazionali del lusso...

Riprendiamo l'esempio della Rivoluzione francese. Se centinaia di persone anche del tutto innocenti (come, tra molti altri, anche interi conventi di suore) sono finiti sulla ghigliottina durante il terrore, significa che bisogna rigettare come sanguinario e reazionario il secolo dei lumi e i suoi moderati e illuminati padri? Evidentemente le situazioni, i giochi di potere, l'ambizione dei singoli personaggi hanno piegato l'idea alle proprie passioni, o forse è meglio dire che precisi interessi sono intervenuti sfruttando e distorcendo l'idea.
Così anche la religione (ogni religione) è stata piegata, violentata nel corso dei secoli dall'ambizione dell'uomo e dalla sua sete di potere. La Bibbia (come anche i testi sacri e no di tutte le religioni) contiene pagine che possono ridare vita a qualunque cuore spento, disperato e incapace di amare. Utilissime. Ma se ci si indispettisce del fatto che non siano contemplati i principi della democrazia in uno scritto risalente a molti secoli prima di Cristo di una civiltà non greca ma semitica....è come disprezzare le trenette al pesto perchè non sanno di cioccolato!



L'illuminismo non è la rivoluzione francese e meno che mai il regime del terrore, quindi uno può benessimo accettare l'uno e rigettare l'altro/a, così come Marx non è Stalin. Quindi ti invito di nuovo a non fare, direbbe il preside de "La scuola" (visto che sei un'insegnante) "poesia" , bensì ad esemplificare casi in cui le religioni monoteiste hanno contribuito al miglioramento della società?
Bella e poetica, [si parlava di essa appunto ] l'espressione "ridare la vita a qualunque cuore spento", ma, scusa la domada di un vecchio laicista, che vuol dire?

 

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  postato il 22/02/2009 alle 12:36
I Gesù della storia, il Gesù della fede
di Franco Cardini - Fonte: francocardini [scheda fonte]http://notizielibere.myblog.it/archive/2009/02/21/i-gesu-della-storia-il-gesu-della-fede.html


Mi è pervenuta una lettera aperta a firma Andrea Carancini a proposito della personalità storica di Gesù; in seguito ad essa, ho avuto molti messaggi con richieste di chiarimento. Sono di solito persona educata e disponibile, quando non perdo la pazienza: e la perdo di rado, perchè il mio mestiere è l’insegnante. Prego solo i miei interlocutori di capire che la mia giornata è di 24 ore come quella di tutti, che la passo lavorandone circa 16-18 e non posso fare di più: anche perchè debbo pensare alla mia professione oltre che a vari argomenti su cui sono sollecitato, che vanno dalla Englaro a Israele. Grazie a tutti per la fiducia, ma forse qualcuno mi sopravvaluta. Quanto ai rilievi mossimi a proposito di Gesù, è inutile che io cerchi qui di approfondire una materia su cui esistono biblioteche intere: se scrivessi un trattato di 500 pagine, e non saprei nemmeno farlo, sarei comunque non esauriente. Tanto vale che riassuma in pochi punti quel che con molta modestia e umiltà penso:
1. Cerchiamo di non confondere il Gesù persona storica con il Gesù dell’ortodossia cattolica, cioè con quello della fede. Si tratta di due cose che ovviamente sono strettamente connesse tra loro e non vanno separate: ma distinte, sì.
2. Il Gesù storico lo conosciamo dalle fonti. Tra esse, quelle attendibili sotto il profilo della ricerca storica sono poche e per la stragrande maggioranza interne al mondo dei cristiani, cioè di quelli che, dal I sec. a.C., hanno creduto che Egli fosse il Messia atteso dal popolo ebraico e che, da quando la formula teologica imposta da Paolo di Tarso ha trionfato, lo hanno ritenuto non solo “Il Messia, Figlio del Dio vivente”, ma Dio Egli stesso, morto e risorto (il Messia atteso dagli ebrei non doveva essere né Dio, né vincere la morte). Quindi il cristianesimo scaturisce senza dubbio dall’ebraismo e ne mantiene le radici, ma diviene presto altra cosa.
3. Che la personalità di Gesu sia autenticamente storica, non è comprovato da sufficienti fonti. Voglio dire che, tradizione scritturale neotestamentaria a parte (sul cui valore storico è aperta una polemica vertiginosa), né Giuseppe Flavio, né Tacito, né Traiano ci forniscono prove storiche sufficienti a ritenere storica la figura di Gesù come riteniamo per esempio storica la figura di Giulio Cesare, sulla quale esiste una quantità di “prove incrociate” di tipo documentario (annali, ma anche documenti legittimamente ritenuti autentici di tipo epigrafico, archeologico, iconico ecc.).
4. Quel che come cristiani sappiamo su Gesù, lo sappiamo fondamentalmente per fede. Era chiarissimo ai Padri di Nicea, quando nel 325 essi hanno steso il loro “Simbolo”, il manifesto dell’ortodossia che è stato poi precisato nei successivi grandi concili, soprattutto quelli di Calcedonia e di Efeso. Si tratta di quanto noi cristianucci ripetiamo nel “Credo”: se vi fossero evidenze storiche, non avremmo bisogno di quel documento. Ma la fede no ha bisogno di essere comprovata dalla storia: né la storia serve a confutare la fede.

5. Gli ebrei che parlano del Gesù storico, partono dalle Scritture neotestamentarie, né altrimenti potrebbero essere; e le sottopongono ovviamente a critica sia antropologico-religiosa sia filologico-storica, com’è loro diritto. Questo è vero sia per quelli che in fondo continuano a considerare l’Appeso figlio di un legionario romano e di una prostituta, sia per gli “Ebrei per Gesù” che lo trattano con rispetto e affetto come uno di loro: e hanno ragione di farlo, alla luce della lettura storica che essi fanno dei Vangeli da cui emerge la figura di un Maestro della legge che si è posto in modo originale in discussione all’interno della polemica tra farisei e sadducei, cioè alla polemica sul valore o meno delle Scrittura veterotestamentarie profetiche. Come si comportino gli “Ebrei per Gesù” dinanzi alla risposta che Egli dà al Gran Sacerdote e che lo induce a strapparsi le vesti, bisogna chiederlo a loro.

6. Dire che “Gesu era cristiano” non vuol dire nulla. Cristiano è chi crede nel Cristo, cioè chi ritiene che Gesù di Nazareth fosse il Messia: ma qui la cristologia come parte della teologia non si esaurisce: è da qui che comincia.

7. I Vangeli dicono che per “gli ebrei” Gesu era “reo di morte” in quanto bestemmiatore. La Sua risposta alla domanda del Gran Sacerdote non poteva, per orecchie ebraich , che essere una bestemmia. Ma quelli che davvero ce l’avevano con Gesù erano i sacerdoti e i membri del sinedrio, sadducei, nemici della fede nelle profezie; e che c’erano all’ultimo momento, forse, con loro, anche gli altri, delusi perchè Gesu non aveva accettato la corona che gli avevano offerto dimostrando così secondo loro di non essere il vero Messia. Ma è al conflitto tra farisei e sadducei che bisogna guardare. Storicamente, è ovvio. La fede è un’altra cosa.

8. Mi si chiede se secondo me il Gesù storico è risorto oppure no. Singolare questione. Come cattolico, credo che sia risorto: cio è, appunto, articolo di fede. Come cattolico, credo anche che Dio possa operare miracoli, e risorgere e far risorgere è miracolo, vale a dire temporanea sospensione delle leggi naturali cui Dio di solito si sottopone (Potenza ordinata) pur avendo il potere di derogarne in quanto ne è Creatore e Signore (Potenza assoluta). Parlando da storico con altri storici non miei correligionari, posso solo premettere che la mia fede dice questo, ricordare che la fede non è suscettibile di dimostrazione razionale e tenere presente che i cristiani credono sia risorto e che tale fede è argomento testimoniabile, ma non razionalmente utilizzabile nel dialogo con chi tale fede non condivide: sono le regole del gioco. Dopo di che, se dobbiamo discutere delle evidenza storiche che riguardano tutto ciò, facciamolo pure tenendo presenti che esse non sono risolutive. Se lo fossero, non ci sarebbe bisogno della fede.
9. La 31 del Lamentabili non mi riguarda, perchè io non mi sogno nemmeno di contestare le risoluzioni conciliari nicena, efesina e calcedoniense in materia di fede appellandomi alla ragione storica. Storicamente, è Paolo di Tarso e i Padri conciliari che ci hanno spiegato come intendere gli insegnamenti di Gesù: che, dai testi evangelici canonici, non sono affatto così evidenti, chiari e lampanti come risulta dall’esegesi posteriori. La Chiesa lo sa bene: difatti respinge il Libero Esame delle Scritture ed esige che si usino testi annotati. Se nei vangeli ci fosse scritto tutto e in chiaro, non ce ne sarebbe bisogno.
10. Conosco qualcosa della critica biblistica ed evangelistica anche più recente: e non mi persuadono, come storico, le affermazioni di quanti si dicono sicuri che i testi evangelici siano assolutamente e totalmente attendibili dal punto di vista storico. M’inchino sempre naturalmente a chi ne sa più di me: ma, siccome la questione è controversia, mantengo le mie riserve. Una soprattutto, da credente: se quella è tutta storia, allora la fede non serve. Basta la conoscenza. Questa si chiama gnosi. Io non sono uno gnostico. Sono appunto un credente. E’ grave?
11. Attilio Mordini, mio venerato Maestro, mi ha appunto insegnato che nelle Scritture vi sono molti misteri, che solo la Chiesa è abilitata a sciogliere (quelli non destinati a restar Mistero per sempre, sino alla Fine dei Tempi). Egli mi ha altresì insegnato che la Scrittura per il cattolico non basta; è necessaria altresì la tradizione, che parte dall’insegnamento dei padri, quindi dal Magistero della Chiesa. Un altro mio Maestro, che amo un po’ meno di Mordini, Delio Cantimori, mi ha insegnato (perfezionando una cosa che mi avevano già spiegato al liceo), che la tesi secondo la quale il credente può arrivare da solo alla verità attraverso il personale libero esame della Scrittura è quella del dottor Lutero. Sostenere la totale attendibilità storica dei Vangeli equivale a sostenerne l’autonoma e intrinseca conoscibilità, senza l’aiuto della fede e del magistero della Chiesa. Io non posso giungere a tali conclusioni. Chi ne sa più di me, lo faccia. Sarà così facendo fuori dell’ortodossia cattolica: ma, dato che è detentore di un tale bagaglio di conoscenze, che se ne fa dell’ortodossia? Credo sia il caso di alcuni miei interlocutori.

12. Attenzione a giudicare dell’ortodossia altrui. Gli inquisitori lo facevano: ma erano in genere buoni teologi e uomini pii. Chi mi chiede continuamente se sono ortodosso ecc., col piglio del giudice inquisitoriale, ha in misura sufficiente entrambe quelle qualità? Se lo chieda; se non ce l’ha, perchè abusa del mio tempo?

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 22/02/2009 alle 18:00
beh "ridare vita da un cuore spento" vuol dire che quando le preoccupazioni, le sofferenze, le disgrazie tolgono la forza e la speranza se si trova in una persona, o in uno scritto o in una situazione quel senso di comprensione e magari una idea su cosa fare per tirare avanti giorno per giorno, questo da alla persona l'impressione di rivivere un pochino trovando consolazione e forse anche una via per migliorare la propria situazione. Mi preoccupa un pò che ci sia bisogno si "spiegare" una affermazione simile, probabilmente la tua domanda era un tantino ironica.
Anche oggi, come sempre, l'uomo è scosso dalle vicende più serie che lo coinvolgono, in cui si decide realmente della sua vita. Se vengono a mancare le parole per raccontare le vicende del cuore, quello che si sperimenta dentro, la solitudine diventa una tenaglia di acciaio anche nel mezzo di una festa di piazza.
Sulla vicenda illuminismo-rivoluzione: egalitè-libertè-fraternitè erano pur sempre il motto della rivoluzione e il terrore è stato imposto dagli stessi uomini che usavano quelle parole di pace. Non era per dire che l'illuminismo ha prodotto la violenza, ma per dire che quando gli uomini vogliono possono fare dell'idea più giusta e bella un pretesto per l'assassinio e la guerra.
Nemmeno il tribunale dell'inquisizione si deduce dal Vangelo, tuttavia in quella situazione storica colma di violenza e fanatismo furono persi di vista alcuni principi evangelici.
Come non si può rigettare l'illuminismo a causa del terrore, così è ingiusto identificare il cristianesimo con l'inquisizione, o l'islamismo con il terrorismo.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 23/02/2009 alle 10:35
Originariamente inviato da elisamorbidona

beh "ridare vita da un cuore spento" vuol dire che quando le preoccupazioni, le sofferenze, le disgrazie tolgono la forza e la speranza se si trova in una persona, o in uno scritto o in una situazione quel senso di comprensione e magari una idea su cosa fare per tirare avanti giorno per giorno, questo da alla persona l'impressione di rivivere un pochino trovando consolazione e forse anche una via per migliorare la propria situazione. Mi preoccupa un pò che ci sia bisogno si "spiegare" una affermazione simile, probabilmente la tua domanda era un tantino ironica.

Lemond

Appena un po', cara Elisa ed in questo (appena) non c'è ironia, ma solo stupore, perché non c'è bisogno di nessuna religione per quanto dici tu. L'uomo è un primate e per questo socializza, non è come i felini che devono stare quasi sempre da soli; è quindi naturale che ci sia il senso del gruppo. L'ideologia, di qualunque tipo sia, spinge invece verso la divaricazione, il predominio in nome di ... in una frase, citando Plauto, "homo homini lupus"


Elisa

Sulla vicenda illuminismo-rivoluzione: egalitè-libertè-fraternitè erano pur sempre il motto della rivoluzione e il terrore è stato imposto dagli stessi uomini che usavano quelle parole di pace. Non era per dire che l'illuminismo ha prodotto la violenza, ma per dire che quando gli uomini vogliono possono fare dell'idea più giusta e bella un pretesto per l'assassinio e la guerra.


Lemond

Non posso che ripetere che l'illuminismo era solo speculazione filosofica che ha lasciato il suo immenso dono all'umanità, non certo ai movimenti politici sedicenti rivoluzionari, che in realtà erano solo tentativi riusciti di colpo di Stato (come quello del 1917 che abbattè il governo Keremsky in Russia) ammantati di parole, parole, parole per ...
Non conosco una sola rivoluzione politica fatta veramente dal popolo e non da una "élite" che si dice autorizzata a conoscere quello che "tutti" vogliono. L'umanità non può certo sperare di migliorare con la violenza, il solo modo, secondo me, è cercare di ragionare (illuminismo) con gli altri, senza distinzione di sesso, razza, religione e quant'altro, in modo che ci si possa avvicinare con gradualità ad una massima di Hegel: "Ciò che è razionale è reale"




Elisa

Nemmeno il tribunale dell'inquisizione si deduce dal Vangelo, tuttavia in quella situazione storica colma di violenza e fanatismo furono persi di vista alcuni principi evangelici.
Come non si può rigettare l'illuminismo a causa del terrore, così è ingiusto identificare il cristianesimo con l'inquisizione, o l'islamismo con il terrorismo.


Lemond

Il "sillogismo" non vale, perché, come ho ripetuto sopra, l'illuminismo non è *la rivoluzione*, mentre la violenza si trova nella Bibbia e nel Corano ad opera quindi dell'extraterrestre che, dicono, l'abbia scritto o dettato. Alcuni esempi: Sodoma e Gomorra, le mura di Gerico, la guerra santa, l'uccisione per maleducazione del fratello di Aronne, il sacrificio di Isacco, la cacciata dei mercanti dal tempio ... (potrei continuare "ad iosa").
Che poi il senso religioso di molti fedeli dell'una o dell'altra religione sia tutt'altra cosa ed alberghino in loro sentimenti di grande nobiltà non lo metto in dubbio. Uno per tutti, in campo cattolico, don Franzoni che era alla manifestazione organizzata da Micromega a favore di un vero Testamento biologico e contro la tortura di Stato e che ad es. sostiene da tempo che la vita è un "dono di Dio" e quindi quando il soggetto decide di non volerlo più, basta che dica: " Ti ringrazio oh signore, ma ora ho deciso di restituirtelo"

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/02/2009 alle 10:55
Storia degli antichi ebrei

4. Abramo nello spazio e nel tempo.


4. b. Il tempo.
Per calcolare l'epoca in cui vissero Abramo e i suoi successori gli
studiosi hanno seguito tre metodi di calcolo che portano a
cronologie lunghe, medie e corte.

La cronologia lunga si ottiene in base ai numeri forniti dalla
Genesi e dagli altri libri della Bibbia: sommando tali numeri la
nascita di Abramo viene fissata intorno al 2018 a.C. e la sua
entrata in Canaan al 1943. I Testimoni di Geova e i Fondamentalisti
sono molto bravi in questo genere di calcoli e sanno integrare i
dati mancanti in modo da ottenere risultati "sicuri".
L'inconveniente di questo tipo di cronologia è che bisogna ammettere
che Abramo Isacco e Giacobbe vissero rispettivamente 175, 180 e 147
anni, e che per i 400 anni trascorsi in Egitto si ebbero solo 3 o 4
generazioni per ciascuno dei capostipiti delle tribù israelitiche:
strano che gli egiziani non siano rimasti stupiti, e non abbiamo
scritto, di questi uomini straordinari che iniziavano a far figli a
130 (o a 100) anni suonati!

La cronologia media si basa sulla versione dei Settanta. Secondo
Testa (1981, p. 161) "Partendo dalla fondazione del Tempio, avvenuta
nel 960 circa, ammette l'Esodo 480 prima ( I Re 6: 1) più o meno nel
1420.
Dato che gli Ebrei restarono in Egitto solo 215 anni (Es 12: 40) ne
consegue che essi entrarono in Egitto nel 1665, quando Giacobbe
aveva 130 anni, e siccome anche nel Canaan vi stettero altri 215
anni, vi entrarono nel 1870".
Con tale cronologia si ha qualche lieve miglioramento dal punto di
vista della razionalità: gli Ebrei in Egitto cominciavano a far
figli a circa 70 anni (cioè più giovani quasi del 50 % rispetto alla
età loro attribuita dalla Bibbia) anche se a Giacobbe nessuno riduce
i suoi 147 anni di vita.

La cronologia corta si basa sulle genealogie. Nei vari libri biblici
ne sono riportate diverse: importanti sono ad esempio quelle che da
Giuda vanno a Davide, da Giuseppe a Samuele o l'elenco dei
discendenti di Levi. I personaggi delle varie genealogie sono tra
loro corrispondenti e non si osservano netti salti generazionali,
anche se si deve tenere conto della differenza di età fra i
capostipiti: ad esempio le discendenze di Giuda o di Levi sono un
paio di generazioni avanti rispetto a quelle di Giuseppe e di
Beniamino, ma Giuda e Levi erano già adulti quando nacquero prima
Giuseppe e poi Beniamino.
Un esempio di tali cronologie è offerta da Testa (1981, p. 161) ed è
basato sulla genealogia dei Leviti, computando 40 anni per ogni
generazione. L'idea di far procreare la gente a un'età media di 40
anni può essere venuta solo a un prete cattolico, evidentemente
abituato a pensare che un po' di celibato o di astinenza sessuale
dovessero confarsi ai leviti che appunto costituivano la classe
sacerdotale ebraica.

Nella sua opera, Barbiero ha esposto un criterio semplice e
razionale per stabilire l'epoca in cui vissero Abramo e i suoi
successori.
Innanzitutto ha considerato la durata della vita dei vari
personaggi:
da dove potevano spuntare quei numeri spropositati? Egli ha notato
che nella Genesi mancano le quantità approssimative come "un paio",
"alcuni", "diversi", "parecchi", "molti", mentre abbondano i numeri
esatti 3, 7, 40, 70 e 400, ed ha supposto che tali numeri
indicassero le quantità approssimative sopra riportate e
corrispondenti nella realtà a quantità variabili anche se minori
(l'uso di numeri "tondi", ed anche esagerati, in più o in meno, al
posto di quantità indefinite è in effetti abbastanza comune nel
linguaggio ordinario, come si può rilevare se ci si fa caso.
Es.: "eravamo quattro gatti", "ti aspetto da tre ore", per un'attesa
di 15 minuti):

Lo schema proposto è il seguente:
3 un paio cioè da 2 a 3
7 alcuni " da 4 a 9
40 diversi " da 10 a 20
70 parecchi " oltre 20
400 molti " oltre 50

Pertanto Barbiero ha supposto che gli autori delle narrazioni da cui
poi prese corpo la Genesi avessero usato nei loro racconti i numeri
esatti al posto di quantità indefinite e approssimative e che i
successivi redattori, mettendo assieme i vari racconti, abbiano
semplicemente sommato i vari numeri che indicavano i periodi della
vita dei vari personaggi, ottenendo le cifre spropositate che
abbiamo visto assegnate alle loro vite, secondo il seguente schema:

Abramo: "70" + 5 + 25 + "70" + 5 = 175
Sara: "40" + "40" + "40" + "7" = 127
Isacco: "40" + "70" + "70" = 180
Giacobbe: "40" + 20 + "70" + 17 = 147

dove i numeri tra virgolette indicano le quantità indefinite per le
quali si può ricavare un valore approssimativo, ma attendibile,
dallo schema precedente.

Läpple (1981, p. 152) ha notato anche che gli anni di vita di
Abramo, Isacco e Giacobbe presentano alcune particolarità, ovvero
che essi sono rispettivamente:

175 = 7 x 5 x 5
180 = 5 x 6 x 6
147 = 3 x 7 x 7

Ebbene, la somma dei fattori è sempre 17, e si notano due serie, una
decrescente (7, 5, 3), e una crescente (5, 6 e 7). Tutto ciò
costituirebbe, secondo Läpple, "uno strano simbolismo numerico,
voluto e non ancora interamente chiarito".

Integrando le osservazioni di Läpple e di Barbiero possiamo dire che
il redattore, o i redattori, della Genesi, mettendo insieme le varie
tradizioni, oltre a sommare acriticamente i numeri che trovavano nei
vari racconti fecero anche qualche piccolo aggiustamento, al fine di
ottenere le quantità simboliche svelate da Läpple.

Considerando poi le liste genealogiche di vari personaggi, Barbiero
ha notato che esse non si contraddicono e sono armonicamente
correlate:
"Tutti i personaggi di cui viene riportato l'albero genealogico, che
hanno contatti reciproci, occupano sempre posizioni analoghe
[corrispondenti] nella lista. E quando appartengono a generazioni
diverse, la differenza di età risulta con evidenza" (p. 7).
Ragionando in termini di generazioni, e tenendo conto anche conto
della più o meno matura età in cui ogni personaggio generava il
successivo, ad esempio se si trattava del primo o dell'ultimo dei
figli, Barbiero ha stimato in poco più di duecento anni il tempo
intercorso tra l'Esodo e la nascita di Salomone (avvenuta verso il
1000 a.C.), ed in circa duecentotrenta quello tra la "chiamata" di
Abramo e l'Esodo, concludendo che Abramo "nacque nella prima metà
del XV o al massimo alla fine del XVI secolo a.C., quando in Egitto
regnava la XVIII dinastia" (p. 31).

Nello stesso periodo (1500-1470 a.C.) la regione di Harran e Nahor
faceva parte del regno dei Mitanni.

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 25/02/2009 alle 12:00
dalle queste ultime considerazioni riguardo al calcolo comparativo delle generazioni di diversi personaggi leggo che si dedurrebbe che tra la chiamata di Abramo e l'uscita dall'Egitto sarebbero passati 230 anni.
Tra i due eventi ci sono tre generazioni e mezzo (Abramo-Isacco-Giaccobbe-i 12 figli di Giacobbe) più un periodo di "schiavitù" in Egitto al termine del quale il figlio di Giacobbe, Giuseppe era già morto perchè ne furono riportate le ceneri in Canaan insieme all'arca dell'alleanza.
Dunque, considerando il periodo egiziano non molto lungo, tra i 50 e 100 anni, se ne dedurrebbe una durata media della vita dei patriarchi abbastanza "normale": tra i 40 e i 70 anni (sono tre generazioni e mezzo in poco più di 100 anni).
Tempo fa avevo letto di una usanza semitica nel computo degli "anni", che venivano conteggiati in base alle stagioni e non in base agli anni solari veri e propri, per cui le impressionanti cifre sulla lunghezza della vita dei patriarchi andrebbero per lo meno dimezzate e il motivo per cui compaiono quelle cifre sarebbe dovuto alla datazione dello scritto compatibile con quel modo di computare gli "anni" contando le stagioni (o per lo meno l'alternarsi dell'estate all'inverno). Tuttavia non saperei citare la fonte, se qualcuno ha modo di verificare questa informazione potrebbe farlo, lo ringrazio in anticipo.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/02/2009 alle 09:23
"Questa Chiesa diventerà una setta"
intervista a Hans Küng a cura di Nicolas Bourcier e Stéphanie Le Bars
in "La Stampa" del 25 febbraio 2009
Alto e magro, con il volto glabro e il ciuffo ribelle, Hans Küng,
considerato il massimo teologo
cattolico dissidente vivente, riceve nel suo studio di Tubinga dai
muri tappezzati di libri, dove i suoi
- tradotti in tutte le lingue - occupano il posto d'onore.
Professore, come giudica la decisione del Papa di togliere la
scomunica ai quattro vescovi
integralisti di monsignor Lefebvre, uno dei quali, Richard
Williamson, è un negazionista?
«Non ne sono rimasto sorpreso. Già nel 1977, in una intervista a un
giornale italiano, Monsignor
Lefebvre diceva che "alcuni cardinali sostengono il mio corso" e
che "il nuovo cardinal Ratzinger
ha promesso si intervenire presso il Papa per trovare una soluzione".
Questo dimostra che la
questione non è né un problema nuovo né una sorpresa. Benedetto XVI
ha sempre parlato molto
con queste persone. Oggi toglie loro la scomunica, perché ritiene che
sia il momento giusto per
farlo. Ha pensato di poter trovare una formula per reintegrare gli
scismatici i quali, pur conservando
le loro convinzioni personali, avrebbero potuto dare l'impressione di
essere d'accordo con il
concilio Vaticano II. Si è proprio sbagliato».
Come spiega il fatto che il Papa non abbia misurato la dimensione
della protesta che la sua
decisione avrebbe suscitato, anche al di là dei discorsi negazionisti
di Richard Williamson?
«La revoca delle scomuniche non è stato un errore di comunicazione o
di tattica, ma un errore del
governo del Vaticano. Anche se il Papa non era a conoscenza dei
discorsi negazionisti di monsignor
Williamson e lui personalmente non è antisemita, tutti sanno che quei
quattro vescovi lo sono. In
questa faccenda il problema fondamentale è l'opposizione al Vaticano
II, in particolare il rifiuto di
un rapporto nuovo con l'ebraismo. Un Papa tedesco avrebbe dovuto
considerare centrale questo
punto e mostrarsi senza ambiguità nei confronti dell'Olocausto.
Invece non ha valutato bene il
pericolo. Contrariamente alla cancelliera Merkel, che ha prontamente
reagito.
Benedetto XVI è sempre vissuto in un ambiente ecclesiastico. Ha
viaggiato molto poco. E' sempre
rimasto chiuso in Vaticano - che è assai simile al Cremlino d'un
tempo -, dove è al riparo dalle
critiche. All'improvviso, non è stato capace di capire l'impatto nel
mondo di una decisione del
genere. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che potrebbe essere
un contropotere, era un suo
subordinato alla Congregazione per la dottrina della fede; è un uomo
di dottrina, completamente
sottomesso a Benedetto XVI. Ci troviamo di fronte a un problema di
struttura. Non c'è nessun
elemento democratico in questo sistema, nessuna correzione. Il Papa è
stato eletto dai conservatori e
oggi è lui che nomina i conservatori».
In che misura si può dire che il Papa è ancora fedele agli
insegnamenti del Vaticano II?
«A modo suo è fedele al Concilio. Insiste sempre, come Giovanni Paolo
II, sulla continuità con la
"tradizione". Per lui questa tradizione risale al periodo medioevale
ed ellenistico. Soprattutto non
vuole ammettere che il Vaticano II ha provocato una rottura, ad
esempio sul riconoscimento della
libertà religiosa, combattuta da tutti i papi vissuti prima del
Concilio». L'idea di fondo di Benedetto
XVI è che il Concilio vada accolto, ma anche interpretato: forse non
al modo dei lefebvriani, ma in
ogni caso nel rispetto della tradizione e in modo restrittivo. Per
esempio è sempre stato critico sulla
liturgia. E ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, perché
non si trova a suo agio con la
modernità e la riforma, mentre il Vaticano II ha rappresentato
l'integrazione nella Chiesa cattolica
del paradigma della riforma e della modernità. Monsignor Lefebvre non
l'ha mai accettato, e
nemmeno i suoi amici in Curia. Sotto questo aspetto Benedetto XVI ha
una certa simpatia per
monsignor Lefebvre. D'altra parte trovo scandaloso che, per i 50 anni
dal lancio del Concilio da
parte di Giovanni XXIV, nel gennaio 1959, il Papa non abbia fatto
l'elogio del suo predecessore, ma
abbia scelto di togliere la scomunica a persone che si erano opposte
a questo concilio».
Che Chiesa lascerà questo Papa ai suoi successori?
«Penso che difenda l'idea del "piccolo gregge". È un po' la linea
degli integralisti: pochi fedeli e
una Chiesa elitaria, formata da "veri" cattolici. È un'illusione
pensare che si possa continuare così,
senza preti né vocazioni. Questa evoluzione è chiaramente una
restaurazione, che si manifesta nella
liturgia, ma anche in atti e gesti, come dire ai protestanti che la
Chiesa cattolica è l'unica vera
Chiesa».
La Chiesa cattolica è in pericolo?
«La Chiesa rischia di diventare una setta. Molti cattolici non si
aspettano più niente da questo Papa.
È molto doloroso».
Lei ha scritto: «Com'è possibile che un teorico dotato, amabile e
aperto come Joseph
Ratzinger abbia potuto cambiare fino a questo punto e diventare il
Grande Inquisitore
romano?». Allora, com'è possibile?
«Penso che lo choc dei movimenti di protesta del 1968 abbia
resuscitato il suo passato. Ratzinger
era un conservatore. Durante il Concilio si è aperto, anche se era
già scettico. Con il `68, è tornato a
posizioni molto conservatrici, che ha mantenuto fino a oggi».
Lei pensa che possa ancora correggere questa evoluzione?
«Quando mi ha ricevuto, nel 2005, ha fatto un atto coraggioso e io ho
veramente creduto che
avrebbe trovato la via per le riforme, anche se lente. In quattro
anni, invece, ha dimostrato il
contrario. Oggi mi chiedo se sia capace di fare qualcosa di
coraggioso. Tanto per cominciare,
dovrebbe riconoscere che la Chiesa cattolica attraversa una crisi
profonda. Poi potrebbe fare un
gesto verso i divorziati e dire che, a certe condizioni, possono
essere ammessi alla comunione.
Potrebbe correggere l'enciclica Humanae vitae, che nel 1968 ha
condannato tutte le forme di
contraccezione, dicendo che in certi casi l'uso della pillola è
possibile. Potrebbe correggere la sua
teologia, che data dal Concilio di Nizza (325). Potrebbe
dire: "Abolisco la legge del celibato". È
molto più potente del Presidente degli Stati Uniti! Non deve rendere
conto a una Corte Suprema!
Potrebbe anche convocare un nuovo Concilio».
Un Vaticano III?
«Permetterebbe di regolare alcune questioni rimaste in sospeso, come
il celibato dei preti e la
limitazione delle nascite. Si dovrebbe prevedere un modo nuovo per
eleggere i vescovi, che
contempli il coinvolgimento anche del popolo. L'attuale crisi ha
suscitato un movimento di
resistenza. Molti fedeli si rifiutano di tornare al vecchio sistema.
Anche alcuni vescovi sono stati
costretti a criticare la politica del Vaticano. La gerarchia non può
ignorarlo».
La sua riabilitazione potrebbe far parte di questi gesti forti?
«In ogni caso sarebbe un gesto ben più facile del reintegro degli
scismatici! Ma non credo che lo
farà, perché Benedetto XVI si sente più vicino agli integralisti che
alle persone come me, che hanno
lavorato al Concilio e l'hanno accettato».
Copyright Le Monde

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/02/2009 alle 15:44
mercoledì, 25 febbraio 2009
CATTOLICI, PENSIAMO A UN CONCILIO VATICANO III

di Vito Mancuso (da "La Repubblica" del 25/2/2009)

Sono passati cinquant'anni dal primo annuncio del Vaticano II da
parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul
significato di quell'evento. Io ritengo che il problema oggi in
realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano
III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla
politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che
coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come
principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la
Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità
di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto
su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate),
ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei
progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato,
mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di
progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la
diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti
desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa
trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu
e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a
mio awiso è necessario iniziare a coltivare nella mente l'idea di un
Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più
urgente c'è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e
della vita umana in essa. La svolta positiva che il Vaticano II ha
introdotto nel rapporto tra cattolici e storia deve essere estesa al
rapporto con la natura. Una volta fatto ciò, avverrà che, come oggi
i cattolici sono tra i piu equilibrati nell'interpretare le
questioni economiche e sociali, e tra i pochi ad avere una coscienza
profetica di fronte alla forza militare, lo stesso equilibrio
apparirà sulle questioni bioetiche. Si tratta solo di estendere alla
natura il medesimo principio di laicità applicato alla storia dal
Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal Concilio nel punto 7
della dichiarazione "Dignitatis humanae": "Nella società va
rispettata la consuetudine di una completa libertà, secondo la quale
all'uomo va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e non
dev'essere limitata se non quando e in quanto e necessario". Se
questa libertà, come insegna il Concilio, deve essere garantita agli
uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più prezioso che c'è), è
evidente che una sana teologia non puo non estenderla anche alla
deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il
principio di autodeterminazione. E' questo passaggio che la dottrina
della Chiesa, in fedeltà a sé stessa, è chiamata a esplicitare.

Tra gli storici cattolici (eminenti prelati compresi) fervono in
verita le discussioni sul Vaticano II, se abbia costituito davvero
una svolta rispetto al magistero precedente (un po' come la
Costituzione repubblicana rispetto allo Statuto albertino) oppure se
sia stato una semplice e naturale opera di riforma come altre. C'è
più discontinuità, o c'è più continuità tra il Vaticano II e i
pontefici preconciliari? A mio avviso non ci possono essere dubbi
che il Vaticano II abbia costituito una svolta, anche abbastanza
radicale, rispetto al magistero precedente. Riporto due episodi
emblematici. Nel 1832 Gregorio XVI scomunica Lamennais per aver
sostenuto la libertà di coscienza in materia religiosa, definita dal
pontefice "delirio"; nel 1965 il Vaticano II approva quel delirio
con la dichiarazione "Dignitatis humanae". Nel 1950 Pio XII condanna
la theologie nouvelle allontanandone dalla cattedra i principali
esponenti tra cui il gesuita Henri de Lubac, il quale, una volta
eletto papa Giovanni, torna in cattedra, partecipa al Vaticano II,
riceve lettere autografe da Paolo VI e nel 1983 viene nominato
cardinale da Giovanni Paolo II. Se già da questi due fatti è
difficile negare in buona fede che qualcosa sia radicalmente mutato
ante e post Vaticano II, la discontinuità appare in tutta la sua
limpida chiarezza quando si passa ai seguenti elementi
contenutistici: 1) la lettura della Bibbia, prima scoraggiata, viene
promossa a tutti i livelli, e scompare ogni diffidenza nell'utilizzo
del metodo storico-critico negli studi biblici; 2) in liturgia si
passa dal latino alle lingue nazionali, si sposta l'altare verso
l'assemblea, si restaura l'anno liturgico; 3) da una concezione
clericale della Chiesa si passa a una valorizzazione del sacerdozio
universale dei fedeli; 4) i cristiani delle confessioni non
cattoliche passano da scismatici ed eretici a "fratelli separati",
mentre Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli si tolgono
le reciproche scomuniche; 5) si rivede il rapporto con gli ebrei,
togliendo il "perfidi giudei" dalle preghiere del venerdì santo e
non considerandoli piu popolo "deicida"; 6) le altre religioni non
sono più pensate come idolatrie ma come vie di avvicinamento al
mistero divino e portatrici di salvezza; 7) il mondo moderno non
viene più condannato in blocco per ciò che di nuovo produce, in
particolare le libertà democratiche, ma si passa a un atteggiamento
di ascolto e cordialità.

Per quest'ultimo punto è sufficiente mettere a confronto anche solo
due righe del celebre Syllabus di Pio IX del 1864 con il documento
conclusivo del Vaticano II "Gaudium et spes" per rendersi conto che
c'è una differenza molto maggiore dei 101 anni che li separano nel
tempo. Pio IX parla di "scellerate trame degli empi, che, come
flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini", il
Vaticano II invece di "scrutare i segni dei tempi per conoscere e
comprendere il mondo in cui viviamo". A che cosa è dovuta la
notevole differenza? Al mondo, alla diversa idea del rapporto tra
cristiani e mondo. Col Vaticano II il mondo, da avversario con cui
lottare, è entrato a far parte della coscienza che il cristiano ha
di sé e della propria fede. Il che ha comportato che alcuni
concetti, prima condannati, siano poi diventati positivo
insegnamento dei papi. Oltre alla libertà religiosa si possono
ricordare le libertà democratiche, la salvezza universale, la
separazione Chiesa-Stato, la libertà di stampa. Con il Vaticano II
finisce l'epoca della Controriforma, cioè della Chiesa che è contro:
contro le altre chiese cristiane, contro le altre religioni, contro
il mondo civile. In questo senso io concordo pienamente con coloro
che colgono la principale novità del Vaticano II non tanto in un
insegnamento positivo quanto in un atteggiamento spirituale e
parlano di "spirito del Vaticano II". Tale spirito consiste in un
rinnovato rapporto della Chiesa col mondo, nel senso che nel leggere
la storia del mondo è subentrata la categoria di laicità, giungendo
così a riconoscere l'autonomia della storia, della politica, della
ricerca scientifica, dellasocietà civile. La mano di Dio non è più
pensata come direttamente coinvolta nella storia, la quale ha una
sua autonomia e deve essere lasciata libera di autodeterminarsi: è
da questa nuova teologia che è scaturita una relazione più serena e
più amichevole col mondo.

Se ai nostri giorni la Chiesa sembra talora tornata quella della
Controriforma (non a torto Marco Politi intitola il suo nuovo
libro "La Chiesa del no"), questo lo si deve in gran parte a
un'antiquata teologia della natura che ancora governa la dottrina,
incapace di assumere il principio di laicità introdotto dal Vaticano
II a proposito della storia. Come il Syllabus di Pio IX non coglieva
la necssità di una nuova teologia della storia, così i documenti del
magistero odierno non colgono la necessità di una nuova teologia
della natura, e conseguentemente della vita e della morte degli
uomini. Questo sarà il compito del Vaticano III, che ogni cattolico
responsabile deve iniziare a preparare dentro di sé, nella preghiera
e nell'esercizio vigile dell'intelligenza. Lo Spirito è sempre al
lavoro.


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/03/2009 alle 12:51
Dio, esiste? o non esiste? Boh! Mi sa anche che la risposta dipenda
da cosa s'intende qui per "esistere".
Come idea nelle mente degli uomini (che poi credano o non credono che
"esista" anche al di fuori dell'idea, è un altro discorso), esiste: è
semplicemente l'idea di una perfezione molto desiderabile e anche
cercata talvolta (non sempre!) dagli uomini, ma mai trovata né fra
gli uomini, né fra quanto li circonda.
E' accaduto allora che, pensando a qualcosa di simile a sé e al mondo
che li circonda, gli uomini abbiano pensato che la perfezione esista
non (o non soltanto) come idea, ma come una realtà, insieme uguale ed
estranea (e quindi diversa) alla realtà in cui vivono. Solo che
l'esistenza così intesa è concetto contraddittorio, perché è pensato
contemporaneamente come uguale e come diverso dalla realtà in cui gli
uomini vivono.
Si può credere in Dio come idea di perfezione desiderabile ma non
conseguibile, senza credere in dio come realtà. Dio sarà allora solo
un'idea di bontà, bellezza, verità assoluta nel cuore degli uomini.
"Considerate la vostra semenza / Fatti non foste a viver come bruti /
Ma per seguir virtute e conoscenza".
Oppure, come dice Gaber "È un Dio inconsueto, che non ha niente di assoluto è un Dio che non conosce il bene e il male figuriamoci il sociale
è un Dio severo che con magica ironia ci diede insieme il falso e il vero
è un Dio inventato, senza altari né vangeli ma è l’unica mia spinta in questo mondo di infedeli. È un Dio incostante che non ha mai fermato niente è un Dio che si rincorre senza scampo è l’immagine del tempo.
È un Dio un po’ strano che ci insegna la follia di ribaltare sempre il piano è un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero, la forza naturale che mi spinge verso il vero.


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 03/03/2009 alle 08:30
Storia degli antichi ebrei

4. Abramo nello spazio e nel tempo.

4. c. Conclusioni sullo spazio e il tempo della vita di Abramo.
La conclusione cui si può giungere in base a quanto esposto sui
luoghi e sui tempi in cui visse Abramo è che egli apparteneva al
Regno dei Mitanni.
Tale conclusione era stata in effetti ipotizzata, seppure in forma
dubitativa, da Keller (ed. riveduta da Rehovk, 1978, parte I, cap.
5).
I testi trovati nella città hurrita di Nuzi, e datati al 1500 a.C.,
che descrivevano usanze cui si attenevano Abramo e i suoi
successori, fecero porre a Keller la domanda: "Se i patriarchi si
attenevano alle usanze degli hurriti del XV secolo prima di Cristo,
potevano avere vissuto nel XVIII, nel XIX o addirittura nel XX
secolo a. C.? In altre parole: Abramo visse davvero "nel regno di
Mari [cioè intorno al 1800 a.C.] ?" O non dobbiamo piuttosto
cercarlo, secoli dopo, nel regno dei Mitanni?"
Infatti i testi della città hurrita di Nuzi, facente parte del regno
dei Mitanni, secondo Keller (cit.) "chiariscono non solo l'antico
diritto hurrita, ma ne rivelano anche la straordinaria consonanza
con le usanze dei patriarchi contenute nei testi biblici. Tre esempi
possono illustrarlo:
l. Abramo si lamenta che morirà senza figli e un certo Eliezer sarà
suo erede (Gen 15: 2). Dalle tavole di Nuzi veniamo a sapere: era in
uso che una coppia senza prole adottasse un "figlio", il quale
doveva occuparsi dei genitori adottivi e in compenso entrava in
possesso dell'eredità. In parte ciò poteva essere revocato, qualora
si fosse presentato un erede consanguineo.
2. Se un matrimonio era senza discendenza, la donna doveva procurare
all'uomo un'altra moglie. Così fece Sarai, quando dette Agar ad
Abramo (Gen 16: 2); e ugualmente si comportò più tardi Rachele,
dando la sua ancella Bala al marito Giacobbe (Gen 30: 3). La
medesima cosa era in uso a Nuzi.
3. Rachele, moglie di Giacobbe, portò via gli "idoletti" di suo
padre Labano (Gen 31: 19 e segg.) e Labano mosse cielo e terra per
riaverli.
Le tavole di Nuzi ce ne spiegano le ragioni: chi entrava in possesso
di questi idoli tutelari della casa (Teraphim) aveva diritto anche
all'eredità".

Un altro esempio di diritto hurrita nella Genesi ci è fornito da
Testa (cit.) nel suo commento all'episodio in cui Giacobbe si fa
benedire da suo padre Isacco al posto di Esaù: "La scena fra Isacco
ed Esaù rivela il mostruoso imbroglio di Giacobbe e il dramma
disperato del fratello.
La pericope [cioè l'episodio narrato] si fonda sulla legge
hurritica, che riconosce il testamento come irrevocabile e la
benedizione profetica del testamentario come immutabile.."

Le concordanze, su questi casi, fra quanto scritto nella Genesi e la
tavole di Nuzi avvalorano la conclusione che Abramo era un Mitanni
della prima metà del XV sec. a. C.
Il regno dei Mitanni aveva una struttura feudale, ed era costituita
da una federazione di vari principati semi indipendenti, popolati da
due popoli parlanti due lingue diverse, gli Hurriti, di lingua
urartea, non semitica (Drower, cit., p. 384) ed i Mitanni
propriamente detti, di lingua indoeuropea (Kupper, cit., p. 43)
Nel periodo che stiamo esaminando i Mitanni costituivano
l'aristocrazia guerriera dominante, che aveva come corpo l'élite i
combattenti sui carri, i mariyanna (Drower, cit., p. 386).
Lo status di mariyanna era ereditario, ma poteva essere acquisito
come concessione del sovrano: ad Alalakh diversi mariyanna avevano
nomi hurriti (Drower, cit., p. 469).
La federazione Mitanni aveva il proprio territorio nell'alta
Mesopotamia, tra l'Eufrate e il Tigri, ed estendeva la sua influenza
dominatrice sui principati ittiti verso Nord-ovest, sull'Assiria a
Sud-est e sulla Siria a Sud-ovest.
L'artefice della potenza mitannica, verso il 1480 a.C., fu il re
Saustatar, che, secondo diverse fonti, saccheggiò il palazzo reale
assiro di Assur. Il suo nome ha un'altra grafia, più estesa:
Shaushshatar. Secondo Barbiero questa grafia può interpretarsi come
"Shausha" Tar, ovvero come il "re dei re" Tar, tenuto conto che in
alcune lingue indoeuropee "sha" significa "re".
Il nome del padre di Abramo, in Genesi, è reso come Terach
(Nuov.Ver. della Bibbia, cur. Testa), Tera (T. di Geova), Tare
(Paoline), Thare (Vulgata).
Il nome del padre di Tare è Nahor, ed i suoi figli sono Nahor,
Haran e Abramo.
Secondo Barbiero, quindi, il Tare padre di Abramo, non sarebbe stato
altro che Shaushshatar, il "re dei re" Tar di Mitanni.

Si può osservare allora che il padre e un figlio di Tare si
chiamavano Nahor ed un altro Haran. Sembra allora che, più che nomi,
essi in origine fossero titoli come "il re di Nahor" e il "re di
Haran". Anche il nome Abramo, più che un nome proprio, potrebbe
essere stato un titolo, dato che, nella sua forma originaria Abam-
rama, significa "esaltato in quanto al padre" cioè "nobile" (Testa,
cit., p. 192) o, meglio ancora, "nobile per parte di padre". Anche
il nome della moglie di Abramo, Sarai (poi Sara), potrebbe essere
stato solamente il titolo, "principessa".

Bibliografia.

Barbiero, Flavio
1988 La Bibbia senza segreti. Milano: Rusconi.

Borgonovo, Gianantonio
2000 Traduzione e introduzione a Genesi, in: La Bibbia, vol. I.
Milano: Oscar Mondadori.

Drower, Margaret
1988 La Siria dal 1550 al 1400 ca., in: Edwards et al., rist.
1988.

Keller, Werner
1978 Und die Bibel hat doch recht. Ed. riveduta (Ia ed. 1955).
Vienna: Econ Verlag GmbH.
Trad. it.: La Bibbia aveva ragione. Milano: Garzanti, 1979.

Läpple, Alfred
1981 Messaggio biblico per il nostro tempo (11a ed.). Roma:
Edizioni Paoline. Trad. it. di: Biblische Verkündigung in der
Zeitenwend.
München: Don Bosco Verlag.


Manacorda, Mario Alighiero
1989 Lettura laica della Bibbia. Roma: Editori Riuniti.

Testa, Emmanuele
1981 Versione, introduzione e note alla Genesi. Nuovissima
Versione della Bibbia dai testi originali, vol. 1 (4a ed.; 1a:
1972). Roma: Edizioni Paoline.

Valenziano, Clara
1995 Trovata la città di Urkish capitale del regno urrita. La
Repubblica del 22/11/1995, p.37.

5. Una prima risposta al quesito fondamentale: quale personaggio
storico il redattore del Pentateuco ha trasformato in "Jhwh"?

Se Tare ed i suoi figli erano dunque Shaushshatar ed alcuni dei
principi Mitanni, chi era lo Jhwh che tanto spesso passava per la
terra di Cannaan e autore della promessa riportata nel cap. 12
versetto 1 della Genesi?

"Un possibile sovrano terreno", ha proposto, come abbiamo visto,
Yukiko Ueno[1]. Un sovrano terreno molto potente, di una potenza che
potremmo definire "divina", un re che si riteneva, o voleva essere
considerato, un dio in terra, padrone e signore della terra di
Canaan
al punto da poterla assegnare a chi gli fosse più simpatico.

C'era un solo uomo, in quel tempo e da quelle parti, che potesse
tanto:
Thutmosis III.

[1] Yukiko Ueno è una studiosa giapponese (non della Bibbia, ma più
verosimilmente di pedagogia) che è stata allieva di Manacorda e che
successivamente si è sposata con l'abate sospeso a divinis dom
Franzoni. Anche se può essere considerata ispiratrice delle lettere
che figurano con il suo nome in "Lettura laica della Bibbia", ella
non
ne è stata però l'autrice: infatti il suo nome non compare assieme a
quello di Manacorda sulla copertina nella qualità di coautrice.
(Sono
sicuro di questo fatto perchè Manacorda me lo ha detto personalmente
qualche anno fa).
Similmente a quanto fecero Montesquieu nelle Lettere persiane e
Leopardi in diverse poesie, Manacorda ha provato a guardare la
Bibbia
sdoppiandosi, e cercando di osservarla sia dopo essersi rivestito di
una cultura ad essa estranea sia dal punto di vista della cultura
occidentale. È significativo che le osservazione sulle
caratteristiche
degli Jhwh, El Elyon etc. che compaiono nelle storie dei Patriarchi
della Genesi, egli l'abbia fatta indossando gli occhiali giapponesi:
con gli occhiali occidentali difficilmente l'avrebbe fatta, o
l'avrebbe espressa, perché, consciamente o inconsciamente, si
sarebbe
adeguato alla cultura occidentale e per essa, e per i suoi
esponenti,
Jhwh, El Elyon etc. non potevano essere altro che Dio, creatore
trascendente ed "Essere Perfetto" (e cercare di conciliare certe
azioni di Jhwh o di El Shaddai con la perfezione di Dio è stato un
bell'esercizio per pii esegeti. Come gli astronomi tolemaici
ricorrevano agli epicicli per spiegare perché talvolta i "pianeti"
sembrassero invertire il loro moto attorno alla Terra , così i pii
esegeti hanno creato epicicli teologici per rendere degne di Dio
delle
autentiche carognate).

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 03/03/2009 alle 14:40
vado a memoria, tuttavia nell'antico Egitto mi pare che il monoteismo, che un famoso faraone tentò di introdurre, era visto alla stregua di una eresia.
Di più, il monoteismo era un carattere pressochè estraneo alle civiltà del tempo, pressochè impensato fino ad allora. La frattura netta tra le popolazioni stanziate nel medio oriente di quel tempo e l'ebraismo sta nella comparsa del monoteismo e nel rifiuto netto di qualunque tipo di culto legato a cose o animali (come invece avveniva nell'antico Egitto, grande e progredita civiltà, ma antropologicamente parlando agli antipodi dell'orizzonte religioso ebraico) per lasciare spazio al rapporto diretto e ad un primo abbozzo di dialogo anche polemico con Dio (cosa che fanno tutti i patriarchi interrogandosi sul perchè dei loro fallimenti...fino ad arrivare al caso emblematico del libro di Giobbe) che "misericordia vuole e non sacrificio". Naturalmente ogni osservazione va contestualizzata rispetto al tessuto storico in cui l'avvenimento si svolge, e in questo caso direi che il salto antropologico e concettuale tra la religione della Bibbia e quella delle popolazioni coeve è difficilmente riducibile. Fermo restando che mi sembra difficile pretendere che il redattore di un testo risalente a parecchi secoli prima di Cristo (o dell'anno convenzionalmente preso come anno 0, per non offendere nessuno ) possa ragionare con la mentalità democratica di un individuo del ventunesimo secolo.

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 03/03/2009 alle 16:15
Originariamente inviato da elisamorbidona

vado a memoria, tuttavia nell'antico Egitto mi pare che il monoteismo, che un famoso faraone tentò di introdurre, era visto alla stregua di una eresia.


Un po' di più di un eresia , fu una vera e propria rivoluzione, quella che tentò Akhenaton. La reazione dei sacerdoti fu tale che, dopo la restaurazione, si dovette, per legge, perdere anche la memoria di quell'imperatore. Per il resto ti rimando ad alcuni precedenti messaggi di questa discussione "Come nacque la bibbia" che cominciai ad inviare il 03/10/2008. Grazie per ogni tuo intervento passato, presente e ... futuro

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 05/03/2009 alle 10:17
6. Il conflitto fra l'Egitto e il Mitanni.

Il regno dei Mitanni si era scontrato con gli Egizi al tempo di
Thutmosis I (1506 - 1492) (1), che era giunto sull'Eufrate
all'altezza
di Carchemish, e vi aveva posto una stele. Sotto il regno di
Thutmosis
II (1493 - 1480), ed ancora più sotto quello della regina Hatshepsut
(Hasepsowe; 1479 - 1457), l'Egitto non si occupò di mantenere la sua
presenza in Asia e lasciò quindi lo stato di Mitanni libero di
espandersi ed estendere la sua influenza fin nella terra di Canaan.
Alla morte di Hatshepsut il suo nipote e genero Menkheperre
Thutmosis
(Thutmosis III) cambiò completamente politica e decise di riportare
il
dominio egizio in Asia allo scopo di prevenire una possibile
invasione
da parte dei popoli asiatici (in Egitto era ancora fresco il ricordo
del dominio degli Hyksos). Più di trecento principi cananei e
siriani,
appoggiati dal re Mitanni, avevano radunato i loro eserciti
(piuttosto
piccoli, in verità: possiamo calcolare una media di poco più di un
centinaio di uomini per principe) presso Megiddo la città che, posta
appena a nord delle alture del Monte Carmelo, controlla le vie che
dalla Terra di Canaan si dirigono verso Damasco, la Siria ed il nord
della mesopotamia. Le truppe erano schierate in parte ad 8 km in
direzione sud-est (presso la città di Taanac) e le rimanenti in
direzione nord-ovest (presso Iocneam): due blocchi lungo la strada
principale (l'unica percorribile da un esercito pronto a schierarsi
in
ordine di battaglia).
Thutmosis li sorprese facendo passare il suo esercito quasi in fila
indiana (e rischiando una sconfitta disastrosa se il nemico l'avesse
sorpreso nel tragitto) attraverso una stretta gola fra le colline,
sbucando nella pianura di Megiddo nel mezzo degli schieramenti
siriani
e prendendoli contemporaneamente alle spalle (Drower, trad. it.
1988,
pp. 414 - 15): ma il suo intento non era tanto quello di attaccarli
di
sorpresa, quanto quello di combattere in una pianura in cui i suoi
soldati, e principalmente i suoi carri, potessero manovrare
liberamente senza incontrare gli ostacoli che il nemico aveva
predisposto negli altri due luoghi.

Infatti diede al nemico il tempo per rischierarsi davanti a
Megiddo, e
dopo qualche giorno lo attaccò e lo sbaragliò: una parte del nemico
si
rifugiò all'interno delle mura della città sbarrando le porte. Il re
di Qadesh e il re di Megiddo, giunti sotto le mura con un po' di
ritardo, furono tirati su per le vesti (Drower, cit., p. 416), e
l'episodio divertì alquanto gli egiziani, che infatti provvidero a
raccontarcelo.
Megiddo cadde dopo sette mesi di assedio, e, nei confronti dei
principi sconfitti, Thutmosis dimostrò di essere un abile
diplomatico:
egli ne sostituì una parte con uomini fidati, parte li lasciò al
governo delle loro città portando con sé in Egitto i loro figli o
fratelli minori come ospiti cui far conoscere gli usi e costumi
della
sua corte ma nello stesso tempo, anche se non dichiaratamente, come
ostaggi (tali "ostaggi", educati all'egiziana, sarebbero stati poi
filoegizi quando sarebbe venuto il loro turno nella successione al
governo delle città d'origine. Gardiner 1971, p. 176).
La battaglia e la presa di Megiddo avvennero nel 23° anno di regno
di
Thutmosis (nel secondo effettivo, dato che nei precedenti 21 aveva
regnato Hatshepsut) e furono ricordati sempre con grande enfasi sia
dagli Egizi che dai Cananei (Megiddo in ebraico si chiama
Har-Magheddon, o Armageddon, un nome che simboleggia il giorno del
giudizio divino).
Nelle tre campagne successive Thutmosis consolidò il suo controllo
sulla terra di Canaan (il Retenu) e si rese conto che il suo
esercito
avrebbe raggiunto più rapidamente il fronte mitannico se, anziché
attraversare il Retenu, fosse giunto in Siria via mare. Per
raggiungere questo scopo doveva conquistare i porti siriani. Dopo un
paio di anni di preparazione, con la quinta campagna prese il
controllo di tali porti, in particolare quello di Ullaza. Fece anche
il tentativo di conquistare, all'interno, la città di Tunip. L'anno
successivo (30°) devastò la regione di Qadesh, ma anche stavolta non
riuscì a conquistare la città. Per il 31° anno gli annali di
Thutmosis
sono avari di notizie: poiché per il 32° anno viene riportata la
conquista di Ullaza, se ne deduce che nel 31° anno il re-dio
d'Egitto
aveva perso il controllo delle regioni di Tunip e Qadesh e di alcuni
porti siriani, tra cui Ullaza. L'esercito dei Mitanni era
evidentemente forte e in quell'anno aveva vinto. Thutmosis tornò
all'attacco nel 32° anno con la riconquista di Ullaza, stabilendo
una
solida testa di ponte in Siria e preparando la campagna (l'VIIIa)
per
l'anno successivo, il 33°. Sbarcato con un grande esercito nei porti
siriani Thutmosis attraversò le regioni di Tunip e Qadesh senza
incontrare grande resistenza e recando, smontati su grandi carri,
dei
grossi barconi fatti costruire nei porti fenici. Con essi varcò
l'Eufrate all'altezza di Carchemish, e cominciò a inoltrarsi nel
territorio mitannico. Vinse uno scontro con Shaushshatar catturando
tre prigionieri di una certa importanza, trenta donne e seicento
schiavi (Drower, cit., p. 424), ma non si addentrò oltre in
territorio
nemico e poco dopo ripassò l'Eufrate, sulla cui sponda eresse una
stele commemorativa della sua campagna vittoriosa (in verità avrebbe
preferito vincere un po' di più).

Secondo Barbiero l'età di settantacinque anni attribuita dal
redattore
della Genesi ad Abramo all'atto della sua partenza da Haran verso la
terra di Canaan risulterebbe dalla somma della quantità
indeterminata
di "70" e dei cinque anni di guerra tra l'Egitto e Mitanni, ovvero
dal
29° al 33° anno di regno di Thutmosis. Possiamo tentare la
ricostruzione delle mosse di Shaushshatar in base agli annali del re
egizio, che abbiamo sopra ricapitolato, ed agli ultimi versetti (31
e
32) del cap. 11 della Genesi.

Il re Shaushshatar e i capi del suo esercito, all'inizio del 29°
anno
di Thutmosis, avevano avuto probabilmente l'intenzione di andare ad
affrontare l'esercito egizio nella terra di Canaaan (Gen:11,
31a "Tare
prese Abramo, suo figlio, e Lot, figlio di Haran ... (31b) con loro
partì da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan"), ma la
conquista del porto di Ullaza da parte di Thutmosis li costrinse a
modificare i loro piani. Se fossero andati a sud, nella terra di
Canaan, il re egizio, sbarcando più a nord, in Siria, li avrebbe
presi
alle spalle, interrompendo i loro collegamenti con il Mitanni.
Perciò
essi mirarono a resistere in Siria (come abbiamo visto, Thutmosis
non
conquistò né Tunip né Qadesh) ed a riconquistare i porti (Ullaza).
Come abbiamo detto, probabilmente riuscirono nell'intento nel 31°
anno
di Thutmosis, ed avrebbero potuto riprendere la loro progettata
spedizione nella terra di Canaan se Thutmosis, nel 32° anno, non li
avesse preceduti riconquistando Ullaza e riacquisendo il controllo
della Siria occidentale. A questo punto ai Mitanni non rimase che
aspettare l'attacco di Thutmosis nel proprio territorio,
attestandosi
ad Harran, la fortezza più vicina all'Eufrate e da cui avevano
probabilmente condotto le campagne difensive precedenti ( Gen 11:31c
"ma giunti ad Harran vi si stabilirono.(32) Tare visse 205 [!] anni.
Egli morì ad Harran").
L'attacco fu sferrato, come abbiamo visto, nel quinto anno di
guerra,
il 33° di Thutmosis: la battaglia campale non fu decisiva ed il re
egizio non commise l'errore di addentrarsi nel territorio nemico.
Avrebbe dovuto cingere d'assedio Harran, ma se Megiddo era riuscita
a
resistere per sette mesi Harran sarebbe stata praticamente
imprendibile, senza contare che l'esercito mitanni doveva essere
ancora integro ed aveva soprattutto il fattore logistico a favore
(Napoleone in Russia non fu dello stesso avviso e sappiamo come gli
finì). Seppe contentarsi di aver costretto i Mitanni alla difensiva
e
di quei pochi prigionieri, ma non seppe mai (né avrebbe potuto
saperlo) di aver preso una decisione allo stesso tempo
misconosciuta e
cruciale.
Tre dei prigionieri che decise di portare con sé furono
importantissimi per la futura storia del mondo: Lot, Sarai e Abramo
(non sappiamo se corrispondessero effettivamente ai tre che citò
nella
stele commemorativa, ma questo particolare non è fondamentale). Lot
era un figlio del "re di Harran", Sarai era una principessa figlia
dello stesso Shaushshatar (Gen 20:12), mentre Abramo era
probabilmente
il meno pregiato del terzetto, essendo nobile soltanto "per parte di
padre".
Nel periodo storico che stiamo considerando in effetti si stava
passando da un sistema di discendenza matrilineare ad uno
patrilineare, e ciò era particolarmente evidente sia in Egitto che
nell'alta Mesopotamia. I cinque titoli principali del re-dio
d'Egitto,
ad ognuno dei quali era associato un nome, erano: 1) Horus, 2) Le
due
Signore, 3) Horus d'oro, 4) Re dell'alto e del basso Egitto, 5)
Figlio
di Ra (titolo cui era associato il nome di nascita). Come si può
notare il secondo titolo era femminile. I figli maschi del re erano
di
solito numerosi, e la diversità di rango fra di loro veniva
stabilita
in base alla differenza di rango fra le madri. Poteva succedere che
la
madre di rango più elevato avesse partorito solo femmine, e allora
diventava re il fratellastro che sposava la principessa di rango più
elevato. Nella XVIII dinastia il re Thutmosis I aveva avuto dalla
moglie principale Ahmes due figli, il principe Amenemes e la
principessa Hatshepsut, e dalla moglie di secondo rango Mutnefret il
principe Akheperure: morto il principe ereditario Amenemes, il
principe Akheperure salì al trono grazie al matrimonio con la
sorellastra Hatshepsut: si può dire che la moglie-sorella gli portò
in
dote il trono. Akheperure, più noto come Thutmosis II, regnò per
circa
14 anni e da Hatshepsut ebbe solo una figlia, Neferure, mentre un
maschio gli nacque da una moglie secondaria: tale principe sposò
Neferure (o meglio fu sposato con lei mentre era ancora un bambino)
e
subì la reggenza (anzi, venne degradato a coreggente senza potere)
della zia-matrigna-suocera per circa 22 anni. Si trattava proprio di
Thutmosis III, che alla morte della zia-suocera cercò perfino di
cancellarne la memoria, demolendone le statue e facendo scalpellare
i
rilievi in cui era rappresentata come re: questa contro i beni
artistici e culturali del suo paese a quanto pare risulta l'azione
più
esecranda da lui commessa.

I re d'Egitto sposavano le sorelle non perché avessero particolari
tendenze sessuali, ma per far sovrapporre il più possibile le linee
dinastiche paterna e materna, e ridurre così al minimo le contese
per
la successione al trono.
Similmente avveniva fra gli Hurriti ed i Mitanni.

Secondo Barbiero (cit., pp. 65-75) Shaushshatar fu sconfitto da
Thutmosis e costretto alla pace, sanzionata dalla costruzione della
stele sull'Eufrate e dalla consegna, quali ostaggi, di Abramo e Lot.
Ma le fonti da noi consultate (Drower, ad esempio) non parlano di
una
sconfitta completa di Shaushshatar, anzi affermano che il re Mitanni
continuò con l'Egitto una sorta di "guerra fredda", fomentando o
appoggiando rivolte in Siria. D'altra parte se Abramo e Lot fossero
stati degli ostaggi sarebbero stati portati a Tebe; invece furono
lasciati nella terra di Canaan in una specie di libertà vigilata.
Sembra dunque più probabile che Thutmosis si sia trovato con questi
prigionieri nelle mani senza aver potuto stipulare un vero trattato
di
pace con il Mitanni, ma avendolo semplicemente costretto alla
difensiva ed al confine "di fatto" dell'Eufrate, e dimostrando che
lui
poteva attaccare mentre il Mitanni non era in grado di fare
altrettanto verso l'Egitto, anche se doveva essersi reso conto che
non
poteva conquistare od occupare militarmente il territorio mitannico.
Cosa farne allora? Ucciderli sarebbe stato inutile e dannoso, veri
ostaggi non erano perché erano stati presi come prigionieri in
battaglia (la possibilità che morissero in guerra era già stata
presa
in considerazione, e, per la ragion di stato, poca differenza c'era
tra la loro morte sul campo di battaglia o nel campo nemico, anzi
sarebbero stati celebrati come eroi). Portarli a Tebe non sarebbe
servito, mica erano ragazzini plasmabili, ma adulti belli e
vigorosi.
Per la decisione che prese, dobbiamo ritenere che Thutmosis vagliò
attentamente la situazione e ne concluse che lasciare in semilibertà
Abramo ed i suoi poteva non solo non essere pericoloso ma perfino
utile.

Nel racconto biblico che riguarda Abramo si sottolinea fin
dall'inizio
(Gen 11:30) che Sarai, ovvero la principessa moglie di Abramo, era
sterile, e ciò costituiva il maggior cruccio di Abramo. È
comprensibile: Abramo era nobile solo per parte di padre ed i figli
che avrebbe potuto avere da mogli di rango pari o inferiore al suo
non
sarebbero mai diventati principi aventi diritto ad uno dei regni
della
confederazione governata dal nonno Tar.

Aveva avuto l'opportunità di sposare una principessa di primo
rango, e
questa era sterile. Abramo doveva essere proprio frustrato.

Thutmosis evidentemente lo capì e lo allettò con promesse in cambio
della sua fedeltà. Abramo d'altra parte non aveva molte scelte: non
accettare e correre il rischio di essere ucciso, o sperare in un
futuro scambio di prigionieri, nel caso in cui suo padre fosse
riuscito a vincere una successiva battaglia, e tornare ad essere un
principe secondario, o accettare l'offerta e tentare una nuova
carriera, anche al rischio di essere considerato un traditore dai
Mitanni. Accettò.

A questo punto possiamo rileggere Gen 12:1.

"La Sua Maestà Divina, il Re dell'Alto e del Basso Egitto,
disse ora al nobile Mitanni:
«Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
e vai verso la terra
che io ti mostrerò» ...etc.."

E poi ancora, quando vi furono giunti:

« (7) Alla tua discendenza
io darò questa terra».

Mica la dava subito a lui: alla sua discendenza, ed ovviamente se
lui
meritava di averne una (probabilmente intendeva dire che se lui
fosse
stato utile e fedele, egli (Thutmosis) gli avrebbe procurato una
principessa fertile: ma doveva guadagnarsela).



Nota 1: Le date di inizio e fine dei regni dei vari re sono desunte
da Grimal N. Storia dell'Antico Egitto. Laterza 1990.




Nota 2: Tabella delle campagne asiatiche di Thutmosis III

Anno Anno Campagna Avvenimenti
di a.C.
regno
23° 1455 I Vittoria e conquista di Megiddo.
24° 1454 II Viaggi di ispezione
25° 1453 III e di riscossione
26° 1452 IV di tributi.
27° 1451
28° 1450
29° 1449 V Conquista di Ullaza; devastazione del
territorio di Tunip.
30° 1448 VI Devastazione del territorio di Qadesh.
31° 1447
32° 1446 VII Riconquista di Ullaza.
33° 1445 VIII Campagna contro il Mitanni: superamento
dell'Eufrate e vittoria in battaglia
campale; riattraversamento dell'Eufrate.

34° 1444 IX Campagna contro Giahy e Nuges
35° 1443 X Spedizione a nord-ovest di Aleppo: gli Ittiti
pagano tributi.
36° 1442 XI Resoconti
37° 1441 XII perduti.
38° 1440 XIII Sottomissione di Alalakh.
39° 1439 XIV Repressione di una rivolta di beduini Shosu.

40° 1438 XV
41° 1437 XVI
42° 1436 XVII Presa di Arqata, saccheggio di Tunip e di tre
città della regione di Qadesh
con guarnigione mitannica.

54° 1424 Morte di Thutmosis.


Nota 3
Titoli (numeri dispari) e nomi (numeri pari)di Thutmosis III.

1) Horus: (2) Toro possente apparso in Tebe;
3) Le Due Signore: (4) Durevole di regno come Ra in cielo;
5) Horus d'oro: (6) Possente di apparizioni e signore di
potenza;
7) Re dell'Alto e del Basso Egitto: (8) Durevole di esistenza è Ra
oppure:
eletto di Ra (Men-keper-Re);
9) Figlio di Ra: (10) Thot mi ha generato, bello di esistenza

 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 05/03/2009 alle 14:24
Chiesa padrona, di Michele Ainis


di Valter Vecellio

da Notizie Radicali.it

C'è un libro coraggioso, che faremmo bene a sistemare nel nostro comodino, a
portata di mano: per una preziosa boccata rigeneratrice, contravveleno ai
momenti di depressione in cui ci fa precipitare il quotidiano bombardamento
clericale. Il libro, un pamphlet si sarebbe tentati di dire, si chiama
"Chiesa padrona", del professor Michele Ainis (Garzanti, pagg.115, 13 euro).

Fin dalle prime righe Ainis scopre le sue carte: "Il Vaticano, nei confronti
della Repubblica italiana, non sta certo con le mani in mano. Le usa
entrambe: una mano aperta a palma larga per chiedere quattrini, l'altra mano
svolazzante per suona ceffoni in faccia alla politica. Questo doppio
registro si consuma all'ombra del diritto, trova nella legge il proprio
schermo protettivo. Anzi: l'alibi perfetto è la legge più alta, quella
scolpita sulle tavole della Costituzione.".

Ainis, con rigore e chiarezza esemplare, smonta, pezzo per pezzo, quello che
definisce "un falso giuridico": ".Non è vero che le ingerenze vaticane siano
protette dalla libertà di parola o dalla libertà di religione; non è vero
che il Concordato sia protetto dalla Costituzione.".

Ventidue agili capitoletti per dire verità scomode: ".tutta la storia delle
relazioni fra l'Italia e il Vaticano è una storia di quattrini." (pag.15).
Poi lo sconcertante elenco di finanziamenti legali, ma al tempo stesso
surrettizi, di cui il Vaticano beneficia: una legge della regione Friuli per
finanziare oratori; un'altra della regione Veneto per finanziare luoghi di
culto "che siano testimonianza di tradizioni popolari e religiose"; una
della regione Calabria per finanziare gli oratori; e analoghe leggi della
regione Lazio, Abruzzo e Lombardia.Un enorme fiume di quattrini, mille
rivoli che convergono su un unico collettore: il Vaticano.

Già il Vaticano: uno Stato che "intrattiene relazioni diplomatiche con 176
paesi, è presente in oltre cento organizzazioni internazionali non
governative; è membro di sette agenzie del sistema ONU, osservatore in altre
otto e in cinque organizzazioni regionali; ha svolto in vari casi la
funzione di arbitro per risolvere conflitti tra Stati, dal 1964 invia un
osservatore permanente alle Nazioni Unite; dal 1970 ha un nunzio apostolico
accreditato presso l'Unione europea; dal 1974 nomina un rappresentante
permanente presso l'OSCE e un Osservatore permanente presso il Consiglio d'Europa."
(pag.78). Ainis ne ricava che il cattolicesimo è "l'unica confessione
religiosa il cui organo di governo è posto al vertice d'uno Stato sovrano".

La chiesa cattolica, dice in sostanza Ainis, "attinge abbondantemente alle
risorse pubbliche dello Stato italiano". Significa che il Vaticano ogni anno
beneficia di milioni di euro prelevati dalle casse del governo centrale o da
quelle regionali. E non basta: ci sono le quotidiane, pesantissime
interferenze e ingerenze nella vita pubblica del paese: "è pressoché
impossibile che un provvedimento legislativo venga approvato senza il
benestare del Vaticano; e quando accade le resistenze della Chiesa cercano
di impedirne l'applicazione".

E' ovvio, nessuno si sogna di minacciare il diritto della Chiesa cattolica
di esprimersi. Tuttavia dovrebbe risultare intollerabile a chiunque l'appello
di papa Joseph Ratzinger all'obiezione di coscienza di farmaci, medici, e
perfino giudici. E' del resto indicativo quello che Ainis annota a pagina
88: ".In molti casi gli interventi della Santa Sede vengono sollecitati
proprio da chi rappresenta lo Stato italiano: è accaduto, per esempio, ai
primi d'agosto del 2007, quando il presidente del Consiglio Prodi ha
auspicato che la Chiesa convinca i cittadini ad adempiere l'obbligo fiscale,
ottenendo dopo un paio di settimane una dichiarazione del Segretario di
Stato vaticano.

Appelli come questo rivelano tutta la debolezza della classe politica
italiana, annota Ainis: ".la crisi d'autorità e di consenso popolare; ma il
loro effetto è di legittimare le istituzioni di uno Stato straniero all'esercizio
di un anomalo ruolo di supplenza delle nostre istituzioni". Quelle dei
vertici della Chiesa insomma, si configurano come vere e proprie ingerenze
di uno Stato straniero nei nostri affari interni. Meglio non si sarebbe
potuto dire.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 16/03/2009 alle 09:27
Traggo da:
http://www.aduc.it/dyn/medicare/art/singolo.php

15 Marzo 2009
*L'Italia dei retroscena: quale Bibbia per la scuola? *
*di Giuseppe Parisi *


Ci volevano far credere che era il Paese dei Santi e degli Eroi, siamo solo
un Paese di pochi Navigatori (di Internet). Una bussola che ci indichi dove
ci stiamo precipitando è utile.

Parliamo dell'ultima.
Sapete che l'ora di religione nelle scuole, data per "facoltativa" ha
previsto da sempre il "libro di religione".
Ora, i testi per le scuole, non possono essere come un qualsiasi testo, come
un romanzo che scrive una persona. Essi devono soprattutto essere (o
sforzarsi di esserlo) imparziali, predisposti alla formazione che sia
equidistante da giudizi e storpiature ideologiche.
Che cosa è accaduto?
Una piccola casa editrice, la Editing & Printing, ha citato in giudizio la
Conferenza Episcopale Italiana, una trentina di editori cattolici ed il
Ministero della pubblica istruzione. Perché?
Nell'atto di citazione c'e'scritto "per manipolazioni e incostituzionalità"
della Bibbia Cei quale testo scolastico dell'ora di religione.
Per meglio comprendere ed affrontare l'argomento, sono andato nella sede
della E&P, a Napoli. Entro in una stanza avvolta di libri. Ci sediamo
attorno ad un tavolo e sorseggiando un caffè inizia l'intervista con Sonia
Morelli (redazione E&P) e Alfredo Ali' (editore).
Da subito, come di consueto sono abituato a fare, li provoco: non avete
timore di osare contro la "potenza" del Vaticano?

Morelli: Non siamo all'epoca di Giordano Bruno. E poi, il processo non è di
un Tribunale ecclesiastico, bensì un tribunale dello Stato italiano.

Parisi: Entriamo nel merito. Perché avete citato la Cei?

Morelli: Vuole assaporare qualche manipolazione?

Parisi : sono venuto fin qui per questo.
La dr.ssa Morelli prende dalla libreria un classificatore. Mi indica di
aprirlo, lo faccio su una pagina a caso e mi chiede di seguire la sua
lettura di raffronti tra Bibbia Vulgata e Bibbia Cei. La lettura del tutto
casuale cade sul brano di Ester (1,22) e di Numeri (21,14).
La tiepida voce della Morelli sulle due bibbie, non lascia dubbi, quella
della Cei non è uguale a quella Vulgata.

E chiedo loro: Quante sono le difformità come questa?

Ali': Centinaia e centinaia.

Parisi: E perché l'hanno fatto?

Morelli: Per smussare e ovattare o anche per depennare quelle parole di Dio
che non sono più degne di un Dio.

Parisi (con tono diffidente): ma. nella Bibbia ci sono altre frasi, non certo
divine, che tuttavia non sono state rimaneggiate dalla Cei. Come ve lo
spiegate?

Morelli: Le vie delle manipolazioni non sono infinite. Una certa
corrispondenza è pur sempre necessaria. La manipolazione non agisce sempre
e dovunque. A volte è microscopica, nei meandri delle frasi: una "e" al
posto di un "ma" per deviare il senso.

Parisi: C'e' un qualcosa, però, che non mi è chiaro: cosa c'entra
l'editore E&P con la Bibbia Cei?

Morelli: Con la nuova riforma della scuola, la Bibbia è entrata come libro
di testo nell'ora di religione. Anche noi stavamo per pubblicarla. Qui è il
nodo. Come può un editore pubblicare un libro di testo per la scuola
pubblica dopo aver riscontrato che la "Versione Ufficiale Bibbia Cei" non
corrisponde ai manoscritti in ebraico e greco? Lo stesso vale per i
raffronti con la Vulgata, tuttora testo canonico e liturgico per la messa in
latino. Siamo di fronte a un solenne paradosso: due Bibbie ufficiali in
contemporanea, ma discordanti tra loro. Quando si pubblica un testo alterato
come "testo ufficiale" ci sono responsabilità civili e penali. C'e' di
mezzo anche la legislazione sulla stampa. Tra l'altro, i libri di religione
(Bibbia compresa) ricevono il buono-contributo statale. Nel caso della
scuola, il vincolo sulla fedeltà è perentorio. Altra cosa è nel libero
mercato dove ognuno può pubblicare la Bibbia che vuole.

Parisi: Altri editori, però, stampano e vendono tranquillamente la Bibbia.
Cei per la scuola.

Morelli: E con questo? Una bugia ripetuta cento volte diventa una "verità".
Ciononostante, rimane una bugia. Ed ecco, allora, la responsabilità
editoriale e il processo.

Parisi: Capisco. Tuttavia, nell'atto di citazione avete inserito ed aggiunto
l'incostituzionalita' di 100 brani biblici. Cosa significa?

Morelli: Il problema è nella differenza fra testo di letteratura e testo
formativo.
La Bibbia è testo di formazione scolastica con principi incostituzionali da
insegnare come "giusti e sacrosanti".

Parisi : Per favore.. Per favore... mi aiuti, devo necessariamente capire
bene, faccia un chiaro esempio di incostituzionalità.

Morelli: Dio è a favore della pena di morte. Non accetta neppure la
moratoria. Dio legittima la schiavitù, sia nel Vecchio che nel Nuovo
Testamento, finanche nelle parole di Cristo.Questo significa che Barack
Obama-Presidente, è inammissibile: "la terra... non può sopportare uno
schiavo che diventi re" [Libro dei Proverbi 30,21]. C'e' poi la
sottomissione della donna, altro che uguaglianza e pari opportunità! C'e'
la xenofobia tra il popolo prediletto da Dio e gli stranieri. Finanche lo
stupro è ordinato da Dio.

Parisi: Euuemh.. Cosa intende dire?

Morelli: Guardi qui.
Mi mostra quattro brani della Bibbia Cei. Nel frattempo, estrae dalla
libreria un libro antico (Il Manuale dei Confessori) in cui è codificato il
peccato della donna violentata e non dello stupratore, facendomi ricordare
le recenti cronache Italiane, compresa quella più famosa della bimba
brasiliana di 9 anni.

Morelli: Questo è un Dio da quattro soldi! Lo dico non solo come donna, ma
anche per la miseria teologica di questa divinità antropomorfa.

Parisi: Scusate. scusate. scusate., ma a proposito di pena di morte, il
Decalogo non dice di "non uccidere"?

Ali': (sottrae la parola alla Morelli, con la forza di un
vulcano) Innanzitutto, dobbiamo distinguere tra il primo e il secondo
Decalogo. Una differenza che pochi conoscono. In secondo luogo, 10 righe
dopo il Decalogo (Esodo 21) Dio ordina di uccidere per ben 6 volte.
La frontiera biblica è tra non-uccidere un innocente e uccidere un
colpevole in base alle norme di Dio. Le impiccagioni sono legittimate dalla
stessa Legge divina: sia "messo a morte" chi compie adulterio, sia "messo a
morte" chi percuote il padre o la madre, sia "messo a morte" chi professa
altri dei, e via dicendo.
Tutti questi "comandi divini" sono confermati persino nel Nuovo Testamento,
nei meandri di alcune frasi ignorate dai fedeli. Il quinto comandamento non
E' un principio assoluto e il formulario della catechesi e' una colossale
mistificazione!

Parisi: (con tono provocatorio..) Sentendovi parlare, mi sta assalendo il
dubbio che voi, vorreste abolire la Bibbia dalla scuola.

Ali': Mai e poi mai la censura! Anzi, ben venga la lettura della "sacra
Scrittura", che aiuta tanto a comprendere il nostro pensiero antico e quello
attuale. La Bibbia è un componimento utilissimo, attenzione. il testo
storico, però, non quello edulcorato e camuffato, altrimenti, l'analisi ne
esce falsata. Per evitare ciò, si manipola per assolvere e far assolvere,
la Parola di Dio.

Parisi: E se fosse introdotto il Corano nella scuola pubblica, voi cosa
fareste?

Ali': Anche il Corano contiene principi incostituzionali e nelle traduzioni
in italiano ci sono alterazioni. Non le faccio l'elenco, ma un esempio
emblematico. Per volontà religiosa, in Iran, la traduzione della Divina
Commedia ha cancellato i 21 versi su Maometto all'inferno. Gli iraniani,
leggendo il romanzo dantesco, penseranno che Maometto non è menzionato.
Tutto falso! Insomma, stiamo in mano ai falsari. La più importante censura
E' quella religiosa proprio sulle cose religiose. Basta ricordare alcuni
affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina che sono stati ricoperti,
oggi sarebbe un reato penale, oltre che culturale. C'e' da dire, però, che
purtroppo, gran parte dei fedeli "crede" non sapendo cosa "crede ". Ognuno
ha in mente un suo Dio che nulla ha a che vedere col Dio biblico, pur
dichiarandosi cattolico o protestante.

Parlando di Bibbia e Corano, domando loro cosa ne pensano della Nuova Bibbia
Cei 2008, che soppianterà quella precedente del 1974.

Morelli: Ci saranno grosse sorprese.

Parisi: Quali?

Morelli: La Cei ha dichiarato che ci sono più di 100.000 differenze tra le
due versioni Cei. Una montagna! Diamo tempo al tempo. Si sta lavorando sulla
comparazione. Fra un anno realizzeremo la catalogazione completa. Ne
parleremo con dati alla mano.

Parisi: A proposito, a che punto è il vostro processo in Tribunale?

Morelli: Qualche settimana fa si è tenuta l'udienza collegiale presso la
Corte di Appello di Roma sulla competenza giurisdizionale. Passeranno anni o
forse decenni.

Parisi: (leggono in me un profondo smarrimento.) Nella Bibbia c'e' qualche
passo che possa fare riferimento al recentissimo caso Eluana Englaro?

Morelli: (con un fare tranquillo) certamente. Ecco un brano che parla da
solo. "Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia
cronica".

Parisi: Ma questo è un placet per il testamento biologico!

Morelli: Calma.calma.calma, è solo il 50%. Ecco l'antitesi in un brano
successivo. "Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed
egli ti guarirà". (Siracide 30,17 e 38,9).

L'intervista è durata più di due ore.
Quando sull'uscio della porta stiamo per salutarci, rivolgo un'ultima
domanda.

Parisi: Nel mio intimo pensavo sempre ad un particolare: hanno portato la
Cei in Tribunale per poi chiedere il risarcimento danni di 1 euro. E'
lusinghiero, ma anche inconsueto. Ditemi la verità, per favore, oggi sono
più smarrito che mai. cosa si nasconde dietro il processo che avete
promosso?

Ali' tace, fa un sorriso emblematico, allunga una mano dandomi una missiva.

Sul treno di ritorno, apro il bigliettino. Oltre a ringraziamenti, per me e
per il presidente di Aduc che mi ha autorizzato all'intervista, c'è qualcosa di più: l'indirizzo di un sito web www.utopia.it.
Quando a casa, vado subito su questo sito citatomi, e leggo le 700 antinomie
bibliche e i brani sullo stupro, comprendo quello sguardo

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 17/03/2009 alle 14:33
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-397ed797-d030-46dc-97fe-7a71783c467e.html?p=0

Odifreddi a Le storie di Augias " ... diavolo di un Darwin"

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 17/03/2009 alle 15:24
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d85a587e-cf27-43b7-9f22-8565c803111c.html

da le storie di C. Augias - M. Marzano "Tra sacro e profano"

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 18/03/2009 alle 11:11
7. La "fede abramitica".

Secondo una interpretazione corrente fra i fedeli delle "religioni
abramitiche", Abramo lasciò "Ur dei Caldei", o meglio Harran, perché
Dio lo faceva in questo modo separare dai suoi parenti idolatri e
gli permetteva di sviluppare o professare liberamente il suo
recente ed improvviso monoteismo. Ovviamente chi dice ciò afferma
anche che solo Dio sa perché il monoteismo potesse essere meglio
professato fra gli idolatri Cananei piuttosto che fra gli idolatri
Caldei. Se consideriamo che Giacobbe tornò fra i suoi parenti
idolatri a prendere moglie e visse assieme a loro per molti anni
senza per questo perdere la fede monoteistica, che, sempre secondo
questa interpretazione tradizionale della Genesi, possedeva, la
differenza fra l'ambiente cananeo e il caldeo non si nota
assolutamente e rimane quindi misteriosa.
Senonché nella Genesi non si parla affatto di un monoteismo di
Abramo e di un politeismo dei suoi parenti, né si fa cenno a
discussioni o diatribe teologiche fra di loro. In realtà non si
descrive né la religione di Abramo né quella dei suoi parenti. Si
racconta che Abramo seguiva fedelmente i dettami di un "Essere
potente", ma non era il solo a farlo: anche il suo nipote Lot, dato
che stava con lui, doveva essere dello stesso avviso, e, come
abbiamo visto, a Salem c'era un sacerdote di questo "Essere potente"
che non aveva certo aspettato Abramo per insediarsi. Il redattore
della Genesi è stato abile:
dicendo il meno possibile della "fede" di Abramo ha lasciato libero
sfogo alla fantasia teologica degli interpreti.

Come abbiamo detto precedentemente, mediante una ricostruzione
attendibile, concordante con i dati storici e soprattutto che non
mette in campo esseri soprannaturali (Dio e angeli, o, secondo gli
esoterici , extraterrestri di vario tipo, e che in effetti, nei
racconti riguardanti Abramo, non compiono alcunchè di
soprannaturale), questo "Essere potente" di cui Abramo era un fedele
servitore è identificabile col re d'Egitto Thutmosis III.

Paradossalmente il fatto che "Jhwh" fosse il re-dio d'Egitto,
anziché
Dio, fa diventare ancora più straordinaria la "fede abramitica", la
fiducia in lui riposta da Abramo.
Abramo doveva infatti lasciare la sua terra e la sua gente,
diventare,
se non del tutto almeno in gran parte, un traditore ai loro occhi,
mettendosi al servizio del nemico vincitore, un uomo che, poco
seriamente, essendo alto si e no 1 metro e 65, si faceva chiamare
Dio Altissimo (El Elyon) e andare in un territorio in cui sarebbe
stato guardato con sospetto sia dai filoegiziani che dai
filomitannici.

Abramo partì da Harran mentre suo padre Tar era ancora vivo. La
convinzione che egli partì da Harran dopo la morte di suo padre è
diffusa, ma non ha il suo fondamento nella Genesi (come ad esempio
ha creduto Voltaire, nel "Dizionario filosofico", alla voce "Abramo")
bensì, almeno per quanto riguarda i Cristiani, nelle parole che
l'autore degli Atti di Apostoli riferisce abbia detto Stefano poco
prima di essere lapidato.
Secondo Stefano (At 7:2) "Iddio della gloria apparve al nostro padre
Abramo mentre era nella Mesopotamia, prima che abitasse in Haran,
(3) e gli disse: «Lascia la tua terra e la tua parentela e va nella
regione che io ti mostrerò»".
Stefano evidentemente ricordava male, ed è comprensibile, perché
stavano per lapidarlo: secondo Genesi 12:1, "Iddio" quella frase la
disse ad Abramo dopo che egli era andato a Haran, non prima. Secondo
gli Atti, Stefano continuò dicendo: "(4)egli abbandonò il paese dei
Caldei ed abitò in Haran. E di lì, dopo la morte di suo padre, Dio
lo fece emigrare in questo paese che ora voi abitate". Secondo Genesi
11:31 invece il progetto di andare nella terra di Canaan era venuto
a Tare senza che nessun Dio glielo avesse suggerito (infatti, secondo
noi, Shaushshatar ci voleva andare con l'esercito), e non si fa
cenno assoluto ad una morte di Tare prima della partenza di Abramo
Ovviamente i Cristiani hanno preso per vere le affermazioni di
Stefano riferite dagli Atti, anzi per infallibili, essendo parte
delle Sacre Scritture (che hanno Dio come Autore e quindi non
possono contenere errori, almeno per le cose o gli avvenimenti
fondamentali per la fede), e perciò hanno prodotto un bel po'
di "acrobazie esegetiche" per conciliare quanto scritto nella Genesi
e quanto attribuito a Stefano.
Poiché invece non si fa cenno nella Genesi alla morte di Tar prima
della partenza di Abramo, anzi l'espressione "Vattene dalla casa di
tuo padre, dal tuo parentado..." suggerisce che il padre fosse
ancora
vivo (altrimenti sarebbe stata più corretta la frase "Vattene dalla
casa del tuo parentado"), per noi non ci sono dubbi: Stefano e/o
l'autore degli Atti si sono sbagliati, ricordavano male.

Il nome El Elyon, assunto da Thutmosis per tutta o parte della terra
di Canaan, trova la sua giustificazione nel fatto che egli non
poteva
presentarsi come la "Sua Maestà Divina il figlio del dio Thot", per
la semplice ragione che Thot non era un dio delle popolazioni
cananee. O meglio, egli avrebbe potuto presentarsi come "la Sua
maestà Divina il figlio del dio Thot" e i non egiziani avrebbero
percepito tale dio come estraneo, imposto a forza ed incomprensibile
(privo di un corredo mitologico appropriato e contestualizzato alla
regione). Thutmosis ritenne più utile presentarsi come un dio
comprensibile, come l'incarnazione di un dio locale, dimostrando
così una intelligenza politica straordinaria. Ce lo ha raccontato
lui stesso in una iscrizione del tempio di Karnak, come ha riportato
l'archeologa francese Claire Lalouette (1997, trad it. 1998):
nell'iscrizione viene dichiarato che Thutmosis voleva essere
venerato dai vari popoli posti sotto il suo dominio assumendo nomi
di dei locali.
Per quanto riguarda "El Elyon", non riteniamo importante sapere
esattamente se si trattasse di un dio già venerato o di un dio
inventato per l'occasione: un dio in più o in meno che differenza
poteva apportare in un pantheon politeista? In verità il re-dio
egizio
era l'unico "dio" di cui fosse certa l'esistenza, l'unico dio capace
di muoversi e di farsi vedere.
Se effettivamente Elyon voleva dire "Altissimo" ciò può indicare che
fosse capace di autoironia (dalla sua mummia sappiamo che non
superava 1,65 m) o avesse un forte senso dell'umorismo: anche i più
importanti re della Terra di Canaan di fronte a lui dovevano
prostrarsi, in ginocchio e con la faccia a terra, e da quel livello
non potevano che vederlo "altissimo".

Riferimento bibliografico.
Lalouette C. Mèmoires de Thoutmosis III. Calman-Lèvy, 1997.
Trad. it. Il romanzo di Thutmosis. Newton Comton, 1998.
Ripubblicato come "Thutmosis III" da Fabbri, 2001.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 20/03/2009 alle 09:39
L'ombra della Chiesa
di ADRIANO SOFRI


GIA' dall'alto dei cieli, sull'aereo che lo sta portando al prediletto
continente africano, il Papa proclama che l'Aids non si risolve distribuendo
preservativi, i quali anzi aggravano il problema. Si può rassegnarsi a che la
Chiesa ripeta le sue posizioni assolutiste, in nome della fedeltà ai principii,
ma c'è una gamma di sfumature possibili. Di occasioni, di toni. Invece no.
Invece vince l'oltranza. È la posizione di sempre della Chiesa, si obietta, è
stata del suo predecessore. (L'innovazione, annotano i filologi, sta nel fatto
che questa volta il Papa ha pronunciato proprio la parola: preservativo).

Ma c'è un di più, una troppa grazia, nell'inaugurare così il pellegrinaggio
africano. E non limitandosi a dire che i preservativi non bastano ad affrontare
il flagello - certo che non bastano - ma che lo aggravano. Dunque additando il
peccato e la colpa di chi i preservativi in Africa cerca di distribuirli, e
passa così per untore. C'è un'impressione di pazzia che ricorre attorno a queste
scelte, e non si capisce come la Chiesa voglia ignorarla, quando non si
compiaccia di fomentarla. Di dare scandalo.

Erano passati dieci giorni dallo scandalo per la bambina brasiliana. Quale
persona ragionevole e di cuore, cattolica o no, credente o no, può voler
costringere una bambina di nove anni e di trenta chili a partorire due gemelli,
frutto della lunga violenza esercitata su lei da un patrigno che l'aveva in
balia? Otto giorni dopo la notizia che la madre della bambina e i medici che
l'avevano soccorsa - questo è il verbo: soccorsa - erano stati scomunicati
dall'arcivescovo di Recife, e che il Vaticano ne aveva approvato l'operato, otto
giorni dopo, un prelato romano ha ritenuto di correggere quel gesto scandaloso.
E come l'ha fatto? Dicendo (cito il titolo, testuale, dell'Avvenire): "Scomunica
sì, ma serviva misericordia".

Una scomunica misericordiosa, questo serviva? "Prima di pensare alla scomunica
era necessario e urgente salvaguardare la vita innocente della bimba...". Non
"prima di pensare alla scomunica", ma "invece di pensare alla scomunica", era
urgente. Tuttavia la mezza marcia indietro può essere il modo della Chiesa di
fare una marcia indietro intera, e va almeno apprezzata l'insistenza sulla
necessità di trattare i singoli casi, perché nella casistica, e in una casistica
magari ipocrita ma intelligente, sta l'eventualità che la Chiesa di oggi riapra
l'occhio della misericordia.

Resta il fatto che il tentativo di restituire alla Chiesa un'aura di sensibilità
ha impiegato otto giorni, e nel frattempo si erano sguinzagliati i cani
arrabbiati, e non è poi facile richiamarli a cuccia. La dottoressa Fatima Maia è
la direttrice del Centro sanitario in cui la bambina brasiliana ha potuto
abortire, è cattolica, e ha avuto anche lei il tempo di riflettere, e poi ha
dichiarato: "Grazie a Dio, mi trovo fra quelli che sono stati scomunicati". Lo
ripeto, senza nessun compiacimento: un'impressione di non leggera follia.

C'è un'esasperazione attorno a questo Papa e alla sua Chiesa. E non si tratta
solo delle persone, di quelli che sanno immaginare di essere il padre o la madre
della bambina di Recife, e di quelli così bravi e infelici da saper immaginare
di essere quella bambina. E di essere un bambino o una bambina, una donna o un
uomo della prediletta Africa. Ieri sono piovute le proteste secche di una serie
di cancellerie. Non della pregiudicata Spagna di Zapatero, ma della Germania di
Ulla Schmidt e di Angela Merkel e della Francia di Kouchner e Sarkozy, e della
stessa Unione Europea. L'Unione Europea, gli impettiti e maturi rappresentanti
di un continente fortunato costretti a ribadire che la diffusione del
preservativo serve a salvare vite umane, in Africa e dovunque.

Questo non succedeva con "l'altro Papa", benché anche lui, papa Wojtyla, fosse
così rigido in ciò che tocca la sessualità. Non c'entra solo la diversa
personalità dei due uomini. C'entra il tramonto di quella che si può chiamare
l'"eccezione cattolica": una specie di accordo, metà rassegnato metà cortese,
sulla bizzarria per la quale la Chiesa cattolica si riserva delle licenze
paradossali per tutto ciò che riguarda il sesso, e di lì in poi si può averci a
che fare. È questo che tanti uomini di Chiesa (compreso quell'arcivescovo di
Recife) chiamano il primato della legge di Dio sulla legge degli uomini.

Legge di Dio è quello che attiene alla sessualità. Attenzione: alla sessualità,
e non alla "vita". Non si spiegherebbe se no la tiepidezza con la quale la
Chiesa ha maneggiato la questione della pena di morte. Ma la sessualità non è
più, ammesso che lo sia stata mai - come pretendeva un'epoca in cui i panni
sporchi si lavavano in famiglia, e all'orecchio del confessore - un terreno
riservato e appartato.

Il Papa può proclamare, sempre dall'alto di quel cielo, che la soluzione stia
nell'"umanizzare la sessualità, cioè innovare il modo di comportarsi verso il
proprio corpo": ma questo vuol dire ignorare il problema presente e urgente, e
sabotarne i rimedii parziali ma essenziali, com'è l'educazione all'uso del
preservativo e la sua distribuzione. Specialisti papisti dichiarano che l'uso
del preservativo è dannoso perché induce a una fallace sicurezza, e che dietro
la sua promozione stanno le ingorde multinazionali produttrici. Balle: al
complottismo dell'affarismo profilattico si risponda piuttosto rivendicando la
gratuità, e il rischio residuo dell'uso del preservativo è incomparabile con il
disastro dei rapporti non protetti, salvo che si finga di credere che davvero la
gente smetta i rapporti sessuali, e lo faccia per giunta in misura e tempo utili
a fronteggiare l'epidemia. Con una simile logica, se finalmente esistesse un
vaccino anti-hiv, bisognerebbe vietarne la diffusione. Che sensazione di non
lieve follia.

Il Papa ha lodato la gratuità delle cure, e ci mancherebbe altro. Ma a
condizione che si affronti la riproduzione allargata di malati da curare, gratis
o no. Le impazienti reazioni di governi e istituzioni internazionali, che vedono
offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e
volontari, restituiscono il Vaticano alla sua misura terrena e alla sua
responsabilità diplomatica, senza eccezione. Una stupidaggine è tale, anche se
venga pronunciata da un Papa, e in nome di un Dio. Oltretutto in questa
circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non con una Curia
intrigante, non con una qualche solitudine, non con "un difetto - anche lui! -
di comunicazione".

E l'Italia? Il suo ministro degli Esteri ha spiegato che lui non commenta le
parole del Papa. L'Italia è extraterritoriale. Per l'Italia, di gran parte del
centrodestra e di una mortificante parte del centrosinistra, l'eccezione
cattolica resta in pieno vigore. C'è una divisione del lavoro: alla Chiesa
competono la nascita e la morte, più alcune cerimonie dell'intermezzo - i
matrimoni, essenzialmente - alla maggioranza politica l'intermezzo vero e
proprio, la vita, cioè, se non dolce, ottimista.

La pietà dei credenti viene stirata tormentosamente. Muore Piergiorgio Welby e
gli viene rifiutato il funerale. Quando si tratta di Eluana, i rifiutatori
proclamano che "Welby era un'altra cosa". Lo vedemmo, che altra cosa era. Quando
si tratta di Eluana, si grida all'omicidio. Per vendicarsene, una maggioranza
pagana e sanfedista cambia il nome delle cose e confisca i corpi dei sudditi.
Lasciando libertà di coscienza: graziosa espressione, che vuol dire che la
coscienza è revocabile, e che la sua libertà è una cosa da "lasciare". Coscienze
in deposito, oggetti smarriti.

Può darsi che la gerarchia cattolica italiana sia contenta così: contenta di
galvanizzare le sue schiere militanti, e di mettere a tacere i suoi fedeli
dissidenti e amareggiati. Che addirittura questa faziosità le sembri una bella
ed evangelica intransigenza. Non è escluso, dato che anche dalla parte opposta,
di quella che si prende per sinistra, ci sono campionari simili. Ma che futuro
verrà da un tal presente? L'eccezione cattolica accompagna come un'ombra la
storia italiana, e in certe ore si allunga fino a inghiottirla. Ogni volta di
nuovo i cittadini laici - credenti o no, davvero non è il discrimine - si
chiedono se il saldo fra il dare e l'avere della presenza cattolica nella
società italiana sia in fondo positivo o negativo.

Se bisogni augurarsi di ridurla allo stremo, quella presenza, per diventare un
paese un po' più normale, a costo di perdere tanta carità e solidarietà e
premura per la vita indifesa, o se si ritenga ancora che quella presenza faccia
argine al peggio, al razzismo, al cinismo, all'esclusione. Finora, la gran parte
dei laici ha creduto, o almeno confidato e scommesso, sul secondo corno del
dilemma. Anche i mangiapreti. Marco Pannella e i suoi andavano a piazza San
Pietro per dare forza alla battaglia contro la fame nel mondo, o contro la
violenza delle carceri. Oggi molte persone laiche - non saprei dire quante, ma
molte - credenti o no, sono offese e respinte da una durezza della Chiesa che a
volte sembra ottusità, a volte cattiveria, e ci vedono una malattia inguaribile
della società italiana. A chi può far piacere?

 

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  postato il 23/03/2009 alle 09:00
8. Faraoni e angeli.

8.Se Jhwh era il re-dio d'Egitto, chi era allora il "faraone"? E chi
erano gli "angeli"?

Se nella storia di Abramo al posto dei termini Jhwh, El Elyon, e del
più generico Elohim, dobbiamo leggere "la Sua Maestà Divina il re-
dio dell'Alto e del Basso Egitto" come si deve interpretare il
termine "Faraone", che noi siamo abituati ad usare per indicare il
re d'Egitto?
Il nome "Faraone" significava "Grande Casa" e in origine indicava la
residenza del re, ovvero l'amministrazione centrale, e costituiva il
decimo titolo del re (in un paragrafo precedente sono stati
elencati i
primi cinque): solo dal tempo di Thutmosis III (ma secondo altri da
quello di Amenothep IV) si iniziò ad usarlo più
frequentemente per indicare la persona del re. Per i sostenitori
della
cronologia lunga (secondo cui Abramo nacque nel 2000 circa a. C. e
morì 175 anni dopo) sarebbe un po' difficile sostenere che "faraone"
potesse indicare, nell'Egitto del Medio Regno, il re-dio, appunto
perché non si usava riferirlo alla sua persona; paradossalmente, per
noi, sostenitori di una cronologia breve, sarebbe invece piuttosto
facile, dato che proprio dal tempo di Thutmsosis III prese piede
l'abitudine di chiamare "faraone" il re. Tuttavia il fatto che
potesse
indicarlo non significa che necessariamente "faraone" indicasse il
re.
Il termine "faraone" è l'analogo di quel tempo dei nostri "Casa
Bianca", "Cremlino", "Santa Sede" e simili. Se da un nostro
telegiornale apprendessimo che la "Casa Bianca" ha comunicato,
deciso
o annunciato qualcosa, non dobbiamo per questo ritenere che il
Presidente degli USA ha comunicato o deciso o annunciato di persona
quella tal cosa, come pure può essere definito "Casa Bianca" il
plenipotenziario del Presidente inviato per una specifica missione.
Nella Genesi non viene mai nominato, col nome personale, alcun re
d'Egitto: ciò è in pieno accordo con l'ipotesi di Barbiero, che noi
stiamo portando avanti, che tali re si presentavano come divinità,
mentre l'ipotesi sarebbe stata subito falsificata, o non sarebbe mai
stata proposta, se nel racconto biblico fossero stati trovati
episodi
con la contemporanea presenza di Jhwh (o di El o di Elohim) e di un
re
egiziano con il suo nome proprio. Un episodio in cui questo sarebbe
potuto succedere è raccontato in Gen 12:14-20: Il faraone si invaghì
di Sarai e la prese per moglie, dato che Abramo l'aveva presentata
come sorella. "(17) Ma Jhwh colpì il faraone (ed anche la sua casa)
con grandi piaghe, per l'affare di Sarai, moglie di Abramo". Ci
fosse
stato scritto il nome del "faraone", e fosse stato questo il nome di
un re d'Egitto, e l'ipotesi di Barbiero non sarebbe mai stata
formulata; viceversa intendere "Jhwh" come "il divino re d'Egitto" e
"faraone" come "governatore", "viceré" e simili, rende conto sia del
fatto che il faraone non si sia messo subito ad adorare il Dio di
Abramo, sia dello strano senso di giustizia di "Jhwh": il povero
"faraone" era in buona fede ed era stato ingannato da Abramo.
Punirlo
(anche la sua casa, che non c'entrava per niente) per un reato
inesistente è azione più logicamente attribuibile ad un adirato
essere
umano che non ad un Essere Perfetto.
Ma che il "faraone" di Gen 12:15-20 non fosse il divino re d'Egitto
è
dimostrato dalla stessa Genesi che, al cap. 20 versetti 1-17, ci
svela
cosa debbano intendersi per i termini "Egitto" e "faraone" del cap.
12.
Che Gen 12:10-20 e Gen 20: 1-17 riferiscano lo stesso episodio non è
dimostrato solo dalla trama, che è la stessa, ma anche dal fatto che
gli autori sono diversi: "J" per Gen 12:10-20 ed "E" per Gen 20: 1-
17.
Questa non è un'idea nostra, di dilettanti dello studio biblico, ma
è
chiaramente affermato da uno studioso, Massimo Baldacci, "formatosi
al
Pontificio Istituto Biblico sotto la guida autorevole di Carlo Maria
Martini, Luis Alonso Schokel e Mitchell Dahood", come recita il
risvolto di copertina del suo libro intitolato "Prima della Bibbia"
(2000). Alla pag. 110 l'autore dichiara infatti: "Il capitolo 20 "
(della Genesi) "è di certo un duplicato del capitolo 12 (vv. 10-
20)".
Forti di tale attestazione, riprendiamo il nostro commento.
Il redattore finale o non seppe decidere quale tradizione
conservare e
quale buttare e le accolse tutte e due, e per far figurare che erano
due episodi distinti frappose fra loro altri episodi (quelli dei
capp.
12 - 19), o non capì che erano due racconti di tradizione diversa
dello stesso episodio e li sistemò alla bell'e meglio (in ogni caso
i due testi subirono una importante modifica ciascuno: nel testo di
tradizione J venne appunto inserito il nome Jhwh, nel testo di
tradizione E il nome Abramo fu cambiato in Abrahamo. Poiché tale
cambiamento di nome era avvenuto in Gen 17:5, nel successivo cap. 20
si doveva necessariamente usare il nuovo nome). La sostituzione dei
nomi Jhwh ed Elohim con Signore e Dio fece poi sì che per secoli
nessuno notasse che i due racconti riferivano lo stesso episodio, e
che l'Egitto e il faraone del cap. 12 erano rispettivamente la città
di Gerar e Abimèlech suo "re": Gerar era "Egitto" perché sede di una
guarnigione egizia ed Abimèlech era "faraone" in quanto, anche se
non
necessariamente egizio, era re perché glielo consentiva Thutmosis e
governava a nome suo, era il suo rappresentante e godeva di una
certa
autonomia, anche se era controllato abbastanza da vicino.
Secondo J. A. Wilson (1980, p. 506) "per l'Asia Thutmosis costituì
un'organizzazione militare e politica affinché si potesse
controllare
l'attività dei principi asiatici con un alto commissario per tutti i
territori asiatici e con speciali plenipotenziari nelle città più
importanti. Centro di governo era Gaza ... Al tempo della battaglia
di
Megiddo, questa città non era insorta contro Thutmosis e ... aveva
una
torre fortificata ... (che) serviva come posto di osservazione e di
controllo nel tratto terminale della grande strada commerciale
siro-palestinese, ed era percorsa regolarmente dai messi del re in
tutte le terre straniere, i coraggiosi e intraprendenti araldi e
mediatori del sovrano che attraversavano quella regione piena di
pericoli sui loro carri da combattimento a due ruote. Tra Tebe e
Boghezzköi (la città che si trova sul sito dell'antica capitale
ittita), fra Tell el-amarna e Biblo, i veloci messaggeri del re
facevano continuamente la spola con le loro tavolette di argilla
segnate con la scrittura accadica cuneiforme, che in quel tempo era
il
mezzo di comunicazione della diplomazia".

Gli "Angeli".
Posto dunque che nei capitoli della Genesi che stiamo esaminando
Jhwh
sta al posto di "La Sua Maestà Divina, il Re dell'Alto e del Basso
Egitto", che i vari El erano i nomi propri da questi assunti e che
Elohim è un termine generico per "dio", e poteva quindi essere
rivolto
al re-dio egizio, gli "angeli di Jhwh" che compaiono in tali
racconti
non potevano essere altro che i messaggeri della Sua Maestà Divina
il
Re dell'Alto e del Basso Egitto, dato che "angelo" significa appunto
messaggero: essi potevano recare ordini scritti su tavolette
d'argilla
o avere affidato un potere più ampio e decisionale e agire perché si
effettuasse il volere del re-dio.

Riferimenti bibliografici.
Baldacci M. Prima della Bibbia. Mondadori, 2000.
Wilson J. A. Egitto. In: I Propilei, Grande Storia Universale
Mondadori, vol. I pp. 377-615. Mondadori, 1980.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/03/2009 alle 09:12
"Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire"

Sequestro di persona
di ADRIANO SOFRI

Duemila anni fa, a Roma, un capo che vedeva in grande si rammaricò che il genere umano non avesse una testa sola, per poterla mozzare di netto con un colpo solo. Ieri, a Roma, il Senato ha decretato un colossale sequestro di persona: 60 milioni di corpi in un solo colpo. E' così vendicato l'oltraggio sacrilego della morte di una donna dopo soli diciassette anni di persistenza vegetativa, e riscritto il vocabolario italiano, dove pretendeva che una sonda infilata in gola o nella pancia di una persona fosse un trattamento terapeutico, una cura, e non un'ordinaria colazione.

Vasta la maggioranza che ha realizzato l'impresa, ben più della stessa ingente maggioranza uscita dalle urne scorse, così da corrispondere, alla rovescia, alla vastissima maggioranza di cittadini italiani che dissente dal nuovo decreto, quando non ne è atterrita o scandalizzata. Quando se ne completasse il cammino, gli italiani, dal Presidente della Repubblica all'ultimo povero Cristo, finirebbero espropriati della libertà di disporre del proprio corpo, cioè di sé: e con gli italiani chiunque si trovasse ad agonizzare in Italia per qualche circostanza di passaggio. Era il paese della dolcezza del vivere, non è nemmeno un buon paese per morire.

Certo, resta la Corte Costituzionale, finché dura. Resta il referendum: ma ai referendum le Curie hanno escogitato da tempo l'espediente - furbizia con cui soppiantare intelligenza - che lo sventi. Se non si riesca a impedirne l'attuazione, si promuoverà l'astensione: il quorum proibitivo lavora per noi. Furbizia è ormai la risorsa metodica. Fino a poco fa le Curie dicevano no a qualunque legge sul fine vita. Assediate dall'iniziativa laica e dalla pressione popolare, decisero bruscamente di accettare che la legge fosse fatta: a loro immagine, un'antilegge. L'altroieri il cardinal Bagnasco ha chiesto che ci si sbrigasse a farla. Vedete dunque che non è vero che questa Chiesa non creda all'evoluzione. Ma non è ai cardinali e ai vescovi che si devono muovere obiezioni di parole e di coscienze.

La legge è l'opera di una classe politica molto votata, e del sostegno di un'altra parte meno votata.
Quello che succederà d'ora in poi somiglierà a quello che succedeva finora. Che pazienti, famigliari, medici e infermieri faranno quando e come potranno il loro officio pietoso, mutati solennemente in fuorilegge. Finché un'altra donna, un altro uomo deciderà di sfidare pubblicamente l'usurpazione della legge, in nome della propria libertà e della Costituzione italiana, e l'Italia assisterà di nuovo col fiato sospeso a una coraggiosa agonia da una parte, e alle mene affannate delle autorità riunite dall'altra. L'Italia sta imparando dolorosamente a maneggiare in pubblico questioni di vita e di morte finora confinate, e anche protette, nelle corsie di ospedale e nelle stanze da letto di case dalle tende tirate.

Non sarà la stessa Italia, non lo è già. Cartelli esposti in pronti soccorsi e ambulatori, in tante lingue, dicono: "Noi non vi denunciamo". Tante lingue, due Italie, due cartelli opposti. Anche nel maneggiare ottimismo e trepidazione, sanità e malattia. A Bologna, un medico ha sfidato i candidati sindaco a esibire il loro certificato di sana e robusta costituzione fisica. Il presidente del consiglio è, buon per lui, ottimista e in forma, e tratta le malattie come allegre metafore. Ma le metafore tratte dalla malattia, e dalla biologia, sono brutte e pericolose. Se vuole prendersela con l'America, faccia pure; ancora meglio se volesse prendersela un po' con la Russia del suo amicone. Ma se dice: "Il virus americano", non va bene. C'è un odore di caccia all'untore, e anche di peggio. Se vuole prendersela con la magistratura, libero di farlo, salve obiezioni. Ma se dice che "la magistratura - o una sua parte - è una metastasi", offende imperdonabilmente una professione importante e coloro che la professano, e offende ancora più imperdonabilmente chi è ammalato di cancro e sa nel proprio corpo che cos'è una metastasi. Una sciagura, ma la sua, la mia, la vostra sciagura. Con la quale mi misuro io, ti misuri tu, si misura ciascuno a suo modo, espellendolo da sé e combattendolo come un nemico, sentendolo come una parte di sé, ignorandolo, vincendolo, morendone. Si prendano altrove le metafore, e anche le magistrature, e le Americhe. Si lascino i virus e le metastasi a chi sa, per sé o per i propri, di che cosa si tratti.

La politica professionale non è granché, anzi spesso - per esempio oggi - è abbastanza disgustosa, ma non è "un cancro", "un virus", "una metastasi". E tanto meno l'Aids: il cui abuso metaforico e barzellettiere surclassa tutte le altre porcherie analoghe, peste contemporanea per chi ne parla senza esserne affetto, senza pensare di poterne essere affetto, senza pensare a chi ne è affetto, senza immaginare ogni volta che apre bocca di esserne affetto. Come si dovrebbe. Ora e nell'ora della nostra morte, amen.
(26 marzo 2009)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/03/2009 alle 12:38
In carcere chi stacca la spina


. da La Stampa del 25 marzo 2009, pag. 10


di Antonella Rampino
«Testamento ideologico», così lo chiamano i radicali Porretti e Perduca i
cui emendamenti a valanga non sono stati un ostacolo sulla via dell'approvazione
del primo dei nove articoli di cui consta il disegno di legge sul «fine
vita». Lavori in Senato a spron battuto, ogni tanto qualcuno si alza e
protesta «ma così non si capisce niente»: le mille e passa correzioni dei
radicali vengono sbaragliate con un complesso (e legittimo) meccanismo per
il quale si boccia il principio, e a seguire tutto quello che vi si ispira.
E voti incrociati invece sugli emendamenti del Pd, e qualcuno anche dal Pdl:
a Domenico Nania è riuscito di proteggere gli interventi medici da future
diatribe, a Francesco Rutelli del Pd di veder riconosciuto il principio di
sue proposte sulla centralità decisionale del medico. Deluso Ignazio Marino,
le cure palliative, proposte pure dal Pdl, sono solo un ordine del giorno,
un invito a fare una legge come, forse, si farà.
Sono iniziate ieri le votazioni in Senato sulla legge Calabrò che, ha
assicurato il presidente Schifani, sarà varata al massimo entro domani, si
dovesse pure far notte in Aula. Ma ieri è stata una giornata più importante
delle altre. Non solo perché il primo articolo, che in pratica garantisce il
consenso informato, vieta il suicidio assistito e l'eutanasia prevedendo il
carcere per il personale sanitario, è passato con voto segreto, la completa
contrarietà del Pd e l'astensione dei dipietristi. Non solo perché i sì son
stati 161 contro 95 no e 30 astenuti (che sono dei no, a termine di
regolamento di Palazzo Madama), e dunque s'è visto che il richiamo al «voto
di coscienza» e la protezione della libertà di mandato dei parlamentari poco
possono di fronte alle pressioni della Cei del cardinal Bagnasco e ai
richiami epistolari di Berlusconi. Ma soprattutto perché già ieri in Aula il
governo ha ribadito che non cambia la posizione sul vero nodo della legge, l'alimentazione
e l'idratazione forzata considerate non più come terapie. «Non si è liberi
di scegliere tra vivere e morire», ha detto il relatore Calabrò.
E il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella si è spinta fino ad
esemplificare quelle terapie alla stregua di «dare il biberon a un neonato»,
e fino a mettere in questione il concetto di qualità della vita. Emma Bonino
aveva chiesto di «fermarsi a riflettere, questa legge è pasticciona e
incostituzionale, cambierà il rapporto tra cittadino e Stato», ma la
proposta è stata rigettata, e votando per alzata di mano. Anna Finocchiaro
ha spiegato che i veri termini in cui la legge si muove sono «vita
artificiale e morte naturale». Il leghista Bricolo ha ringraziato l'opposizione,
che intanto a Montecitorio si asteneva sul federalismo, per non aver fatto
ostruzionismo.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 27/03/2009 alle 12:52
9.Fare affari con la moglie.

Riprendiamo il racconto delle vicende di Abramo dall'invito
rivoltogli
da Thutmosis.
Abramo seguì il re-dio che rientrava in Egitto attraverso la terra
di
Canaan; nei pressi di Sichem ricevette la promessa che quel
territorio
sarebbe stato dato alla sua discendenza (Gen 12:7), e dopo qualche
altra interessante cerimonia tra Beth-El ed Hai, egli si fermò a
Gerar
(Gen 12:10, da mettere in relazione con Gen 20:1) ed il re-dio
proseguì verso Tebe. A quel punto Abramo forse ebbe paura: i
principi
cananei l'avrebbero rispettato o, approfittando dell'autonomia loro
concessa dal re-dio egizio, l'avrebbero ucciso per prendere i suoi
averi (che non dovevano essere molti, dato che era un
quasi-prigioniero) e la bella moglie che si portava dietro?

Già, cosa aveva di bello la moglie?
La Genesi non descrive i tratti fisici di Abramo o di Sarai:
Barbiero,
basandosi sul fatto che erano mitanni, e quindi di ceppo
indoeuropeo,
ha ipotizzato che fossero di carnagione chiara, alta statura e
capelli
rossicci (sebbene solo una parte degli indoeuropei fosse così), ed
ha
avvalorato tale ipotesi con l'osservazione che tali caratteristiche,
inusuali fra i semiti, servirono, in un periodo successivo, per la
scelta dei re d'Israele: Saul perché era molto alto (I Sam 9:2) e
David perché aveva i capelli rossi (I Sam 16:12). Anche il nipote di
Sarai, Esaù, ebbe i capelli rossi, e per questo fu chiamato "Edom",
che significa "rosso".
Abbiamo detto che ebbe paura: più probabilmente, poiché era
un
tipo che aveva già preso una decisione rischiosa, pensò di mettere
alla prova la protezione che "Jhwh" gli aveva promesso e di far
capire
ai cananei che non avevano a che fare con un qualsiasi prigioniero
mitanni da dileggiare o angariare. Disse a Sarai (Gen 12:13): "«Di',
ti prego, che sei mia sorella, perché sia trattato bene a causa tua
e
grazie a te la mia anima viva»". (Abramo, come si può notare, era
gentile e ben educato con la moglie: aveva bisogno del suo consenso
perché lei era di rango superiore).
Quando Abimèlech, re di Gerar, attratto dalla bellezza esotica di
Sarai, mandò a prenderla perché facesse parte del suo harem, Abramo
avvertì dell'accaduto il comandante egizio e questi provvide ad
avvertire "Jhwh". Che si trattasse di Thutmosis ancora fermo a Gaza
o
del plenipotenziario ivi residente poco importa: rapidamente uno dei
"messi del re-dio in tutte le terre straniere" (ovvero un "angelo")
fu
inviato a Gerar con la tavoletta d'argilla o appropriate istruzioni.
Egli giunse da Abimèlech e lo buttò giù dal letto strapazzandolo per
benino (Gen 20:3 "Ma Elohim venne di notte da Abimèlech in sogno e
gli
disse : «Tu morirai a causa della donna che hai preso ...»").
Effettivamente proprio un brutto sogno per il povero Abimèlech.


E qui mi ero fermato.
Penso che mi tocchi continuare.
Per farlo trascrivo di seguito i passi biblici finora esaminati,
racchiudendoli tra parentesi con indicazioni relative
alla "tradizione" cui appartengono:
R, per Redazione finale, J per Javista, E per Elohista, P per
Sacerdotale. Un "?" indica l'attribuzione dubbia.
Ogni tanto inserisco un mio commento: CM.

Da Genesi, cap. 11
…(R 27 Discendenti di Thare:R)

(P Thare generò Abram, Nahor e Haran.
28 Haran generò Lot, ma morì quando era ancora vivo suo padre Thare,
nel paese di origine, a Ur dei caldei. 29 Abram e Nahor si
sposarono. La moglie di Abram si chiamava Sarai, la moglie di Nahor
si chiamava Milca, figlia di Haran, padre di Milca e Isca. 30 Sarai
però era sterile e non aveva figli. 31 Poi Thare prese suo figlio
Abram, suo nipote Lot, figlio di Haran, e sua nuora Sarai, moglie di
suo figlio Abram, e insieme uscirono da Ur dei caldei per andare nel
paese di Canaan. Ma giunti a Haran, vi si stabilirono.P)

(R 32 Thare visse duecentocinque anni e morì a Haran.R)

Cap. 12
(J 1 Jhwh disse ad Abram:
"Va' via dalla tua terra natale e dalla casa di tuo padre, verso la
terra che io ti mostrerò.
2 Farò di te un grande popolo, ti benedirò, renderò famoso il tuo
nome che diventerà una benedizione.
3 Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà: in
te saranno benedette tutte le famiglie della terra."
4 Abram se ne andò, come gli aveva detto Jhwh, e con lui si mosse
Lot. J)

(P Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Haran. 5 Abram
prese con sé sua moglie Sarai, suo nipote Lot, tutti i beni che si
erano acquistati e gli schiavi che avevano comprato in Haran.
Uscirono in direzione di Canaan e giunsero nella terra di Canaan. P)

(CM: Come si può notare, i numeri e i calcoli sono dovuti ai
redattori finali, probabilmente usando brani o racconti non
riportati nel libro della Genesi.CM)

(J 6 Abram attraversò il paese fino al santuario di Sichem, presso
la Quercia di More. Nel paese in quel tempo abitavano i cananei. 7
Jhwh apparve ad Abram. "Alla tua discendenza io darò questa terra"
gli disse. Egli costruì là un altare dedicato a Jhwh che gli era
apparso. 8 Da lì andò verso le montagne a est di Betel e vi piantò
la sua tenda, con Betel a ponente e Ai a levante. Vi costruì un
altare a Jhwh e invocò il nome di Jhwh. 9 Poi Abram, levando
l'accampamento di tappa in tappa, migrò verso il Negheb.
10 Nel paese vi fu una carestia, e poiché la fame infuriava nel
paese, Abram scese in Egitto per soggiornarvi.

(CM: La carestia è un luogo comune che serve come facile
giustificazione per viaggi di cui si vuol celare il vero motivo: che
si tratti di un espediente "letterario"si capisce dal fatto che sono
strane carestie che colpiscono piccoli gruppi di persone. Se ci
fosse stata una carestia generalizzata, l'Egitto avrebbe dovuto
essere invaso da migliaia di Cananei, e gli Egiziani avrebbero avuto
altro cui pensare che non notare la bellezza di una donna fra
migliaia di profughi. Come avrebbe potuto essere bella una donna
affamata e denutrita e pure un po'avanti negli anni costituisce uno
dei misteri cui ama credere ogni credino.CM)

11 Sul punto di entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: "So
bene che sei una donna di bell'aspetto. 12 Quando gli egiziani ti
vedranno, diranno: "È sua moglie". Così mi uccideranno e lasceranno
in vita te. 13 Ti prego, di' che sei mia sorella, perché sia
trattato bene per causa tua e grazie a te mi sia conservata la vita".
14 Quando Abram giunse in Egitto, gli egiziani videro che la donna
era molto avvenente. 15 Gli ufficiali del faraone la videro e ne
fecero le lodi davanti al faraone. E così la donna fu condotta nel
palazzo del faraone. 16 Questi fece del bene ad Abram per riguardo a
lei e Abram entrò in possesso di pecore, buoi, asini, servi, serve,
asine e cammelli. 17 Ma Jhwh colpì il faraone e la sua corte con
grandi piaghe a causa di Sarai, moglie di Abram. 18 Allora il
faraone chiamò Abram. "Che cosa mi hai fatto?" gli disse. "Perché
non mi hai detto che era tua moglie? 19 Perché hai detto che era tua
sorella, così che io l'ho presa in moglie? Se dunque è tua moglie,
prendila e vattene!"
20 Il faraone impose ad Abram una scorta e lo mandò via con sua
moglie e tutto quanto possedeva. J)

(CM: adesso riportiamo il racconto elohista, che il redattore ha
collocato, astutamente o ingenuamente, a distanza di alcuni capitoli
dal primo.CM)

Cap. 20 (E 1 Abramo levò le tende di là, dirigendosi verso il
territorio del Negheb. Dapprima si stanziò tra Kades e Sur; poi
soggiornò come straniero a Gerar. 2 Dal momento che Abramo aveva
detto di sua moglie Sara: "E mia sorella!", Abimèlech, re di Gerar,
mandò a prendere Sara. 3 Ma Elohim venne da Abimèlech in un sogno
notturno e gli disse: "Tu devi morire a causa di questa donna che ti
sei preso, perché lei ha già un marito." 4 Abimèlech però non si era
ancora accostato a lei. "Mio Signore" rispose "vuoi far morire gente
innocente? 5 E stato lui a dirmi: "E' mia sorella!". E lei stessa ha
detto: "E' mio fratello!". Io ho agito con cuore retto e con mani
innocenti!" 6 "Lo so anch'io che hai agito con cuore retto" replicò
Elohim in sogno "e sono stato io a preservarti dal peccato contro di
me; perciò non ho permesso che tu la toccassi. 7 Ora, però,
restituisci la moglie di quest'uomo: egli è un profeta! Pregherà per
te e tu vivrai. Ma se non la vorrai restituire, sappi che morirai di
sicuro con tutti i tuoi." 8 Abimèlech si alzò di buon mattino e
chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì queste cose, e quegli
uomini furono presi da grande timore. 9 Chiamò Abramo e gli
disse: "Che cosa ci hai fatto? Che colpa ho commesso contro di te
per esporre me e il mio regno al rischio di un peccato tanto grande?
Ti sei comportato con me come non si deve!. 10 Che intenzioni avevi
per agire in tal modo?" disse poi Abimèlech ad Abramo. 11 "Pensavo
che non ci fosse timore di Elohim in questo luogo" rispose Abramo "e
che mi avrebbero ucciso a causa di mia moglie. 12 Inoltre, lei è
veramente mia sorella, figlia di mio padre ma non di mia madre, ed è
divenuta mia moglie. 13 Quando dunque Elohim mi fece errare lontano
dalla mia casa paterna, le dissi: "Ti chiedo questo favore: in ogni
luogo dove arriveremo, dirai che sono tuo fratello" ".. 14 Allora
Abimèlech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad
Abramo e gli restituì la moglie Sara 15 dicendogli: "Ecco davanti a
te il mio territorio: stabilisciti dove ti pare e piace!". 16 A Sara
disse: "Ecco, ho dato a tuo fratello mille pezzi d'argento: questo
sarà per te come un velo sugli occhi di quanti sono con te, perché
tu sia in tutto riabilitata".
17 Abramo pregò Elohim e Elohim guarì Abimèlech, sua moglie e le sue
concubine, che poterono di nuovo partorire;E) 18 (R? Jhwh aveva
infatti chiuso il grembo di tutte nella famiglia di Abimèlech per il
fatto di Sara, moglie di Abramo.R?)
storia degli antichi ebrei (10): Abramo e Lot


Passiamo adesso al capitolo 13 di Genesi.

13 (J 1 Abram risalì dall'Egitto nel Negheb, con sua moglie e quanto
possedeva. Lot era con lui. J)

(CM: Lot rispunta in compagnia in Abramo: Egli però non era stato
menzionato nel precedente racconto Jahvista, e non compariva nemmeno
nella versione Elogista. Se fosse stato menzionato nella sola
versione Jahvista, tale fatto avrebbe confortato l'ipotesi
tradizionale che vede nel Faraone e in Abimelek due personaggi
diversi per due episodi analoghi ma diversi nello spazio e nel
tempo, se fosse comparso nella versione Elohista (cap. 20) sarebbe
stato imbarazzante: Lot si era separato da Abramo nel corso del cap.
13, non si era più ricongiunto con lui e quindi non poteva stare
assieme ad Abramo nel cap. 20.
La mancata menzione di Lot nel corso dell'episodio avvenuto in
Egitto/Gerar e avente protagonista il Faraone/Abimelek viene
spiegato da Barbiero in un modo semplice: Lot e Abramo si erano
separati prima che Abramo andasse in Egitto/Gerar. Osserviamo allora
cosa viene raccontato nel prosieguo del cap. 13.CM)

(J 2 Abram era divenuto molto ricco in bestiame, argento e oro. 3
Dal Negheb migrò a tappe fino a Betel, al luogo in cui aveva già
posto in precedenza la sua tenda, tra Betel e Ai, 4 quel luogo in
cui, un tempo, aveva costruito un altare. Là Abram invocò il nome di
Jhwh.
5 Anche Lot, che si spostava con Abram, possedeva greggi, armenti e
accampamenti.J)

(CM: in base ai versetti sopra riportati, la carestia era passata in
un battibaleno, e i due compari, ovvero lo zio ed il nipote,
rifacevano al contrario il percorso di prima. CM)

(P 6 Il territorio non bastava più per loro, perché avevano beni
troppo grandi e non potevano più stare insieme. P)

(J 7 Per questo scoppiò una lite tra i pastori del bestiame di Abram
e i pastori del bestiame di Lot. In quel tempo, i cananei e i
perizziti abitavano nel paese.
8 Abram disse allora a Lot: "Non ci deve essere contesa tra me e te,
tra i miei pastori e i tuoi, perché siamo fratelli! 9 Ecco, tutto il
paese sta davanti a te: separiamoci! Se tu vai a sinistra, me ne
andrò a destra; se tu vai a destra, me ne andrò a sinistra".J)

(CM: a quanto pare ignoravano il detto "l'unione fa la forza": un
gruppo di ricchi stranieri vagava con armenti e ricchezze in un
paese in cui ci sarebbe stata una recente carestia senza tema di
essere assalito da banditi o predoni, anzi dividendosi in due
gruppi, e questo per colpa di mandriani indisciplinati.
Andiamo alla spiegazione di Barbiero: zio e nipote si erano separati
fra Bet-El ed Ai, ma non nel percorso di ritorno, bensì in quello di
andata. La lite fra i pastori dei due a causa delle mandrie troppo
numerose sarebbe un escamotage letterario per giustificare la
separazione, e per far avvenire la separazione là dove era avvenuta
si è dovuto inventare un percorso di ritorno uguale a quello di
andata.
Abramo non costruì due volte un altare a Jhwh fra Bet-El ed Ai: lo
costruì una sola volta, e possiamo capirne il significato, se
teniamo presente che Jhwh era Thutmosi III. In pratica fra Bet-El ed
Ai, ovvero nel bel mezzo della Terra di Canaan, i due Mitanni fecero
una solenne dichiarazione di sudditanza e fedeltà al re-dio
d'Egitto, il quale li mandò a controllare per lui luoghi diversi di
quella terra. Non era un compito facile, essi stessi a loro volta
sarebbero stati controllati dagli emissari egizi, e avrebbero potuto
trovare l'ostilità dei "nostalgici" filo-mitannici, che li avrebbero
considerati dei traditori.
Il racconto biblico dice che Abramo lasciò la scelta a Lot. Gli
interpreti "credini" vedono in ciò un atto di magnanimità di Abramo
nei confronti del nipotino. Barbiero fa notare invece che Lot aveva
il diritto di precedenza nella scelta, perché era un principe,
mentre Abramo era solo un nobile. E adesso torniamo al racconto
biblico. CM)

(J 10 Lot alzò gli occhi e osservò tutta la valle del Giordano:
prima che Jhwh distruggesse Sodoma e Gomorra, era tutta irrigata fin
verso Zoar, come il giardino di Jhwh e come il paese d'Egitto. 11
Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e spostò le tende
verso oriente.J)

(P Così si separarono l'uno dall'altro. 12 Abram abitò nel paese di
Canaan. P)

(J Lot invece abitò nelle città della valle e giunse a piantare le
sue tende fino a Sodoma. 13 Ma gli abitanti di Sodoma erano perversi
e peccavano contro Jhwh. J):

(CM. E adesso diciamo due parole su Sodoma. Dov'era? La
tradizione "credina" afferma che si trovava nella piana a sud del
Mar Morto. Ci vuole una buona rinuncia alla razionalità per
accettare una simile ubicazione: Il Mar Morto è "morto" perché è
troppo salato, e la piana che è a sud di esso è la più bituminosa di
tutto il medio oriente costiero. In altre parole, il bitume affiora
dai pozzi e può essere facilmente raccolto: ciò ne faceva un'area
pregiata, perché il bitume era esportato (o era versato come
tributo) in Egitto, dove serviva per impermeabilizzare le
imbarcazioni. Nell'area a sud del Mar Morto potevano quindi
soggiornare squadre di estrattori di bitume che dovevano essere
riforniti costantemente di viveri ed acqua dolce, altro che città ed
agricoltura!
L'indirizzo dello sguardo di Lot ci dice dove era Sodoma: era al
centro della valle del Giordano; in epoca odierna c'è una città in
quella zona, e si chiama Gerico.
E adesso osserviamo che il nome ebraico di Sodoma è Sedom. Non si
capisce per quale ragione Greci e Latini abbiano trasformato Sedom
in Sodoma, ma hanno ottenuto un risultato non si sa se casuale o
voluto: hanno evitato che fosse evidente una parte del nome, Edom.
Edom, come abbiamo visto in qualche puntata precedente,
significa "rosso" (di carnagione), e poteva essere un modo per
indicare i Mitanni. A questo punto si capisce qual era la missione
affidata da Thutmosi a Lot, o quella che lui stesso aveva assunto:
andare nella città che era la principale colonia mitannica nella
Terra di Canaan.
E possiamo anche dare un'interpretazione logica all'affermazione
secondo cui gli abitanti di Sedom erano sospetti agli occhi di Jhwh:
essi erano guardati con sospetto da Thutmosi perché erano Mitanni.
Viceversa credere che non seguissero i precetti di Jhwh, inteso come
Dio, come ritengono i "credini", pone qualche problema logico-
giuridico: Jhwh, secondo i credini, era conosciuto solo da Abramo e
da qualche suo intimo, e di conseguenza gli abitanti di Sedom non
potevano essere accusati di non obbedire a un Dio che non aveva dato
loro nessuna legge. CM)

(J 14 Dopo che Lot si fu separato da lui, Jhwh disse ad Abram: "Alza
gli occhi e da dove stai volgi lo sguardo a settentrione e a
mezzogiorno, a oriente e a occidente: 15 tutto il paese che tu vedi,
lo darò a te e alla tua discendenza per sempre. 16 Renderò la tua
discendenza come la polvere della terra: se qualcuno può contare la
polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti! 17
Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a
te!". 18 Abram levò la tenda e andò a stabilirsi alle Querce di
Mamre, a Ebron, e vi costruì un altare a Jhwh. J)

CM: ad Abramo Thutmosi diede un compito più scomodo, essere una
sorta di ispettore vagante, ma non è detto che glielo abbia dato
dall'inizio. Può essere che prima gli abbia detto di stabilirsi a
Gerar e dopo l'infelicità di quell'esperienza gli abbia affidato un
compito da vagante.: un bel po'di promesse reboanti poteva
addlcirgli la pillola. CM)

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 04/04/2009 alle 14:08
Messianismo politico e religioso (prima parte)

Varie dottrine religiose, tra cui quella cristiana, interpongono, tra
l'odierna condizione dell'uomo e del mondo e la beatitudine ultima ed eterna
del Paradiso, un lungo Regno di Dio in terra che già anticipa e prefigura il
suo Regno celeste.

Secondo *l'Apocalisse di Giovanni *(20, 1-5) questa nuova era di felicità
terrena, già governata dalla divina provvidenza e tutta pervasa di gioia
celeste, durerà *mille anni. *Da qui sono nati i termini *Millennio, *che
indica appunto questa nuova era benedetta e felice, promessa da varie
religioni al termine del tempo storico (4) e *millenarismo, *che sta a
significare l'attesa e la predicazione di questa era meravigliosa, spesso
inaugurata dalla venuta di un salvatore o *messia * (e di qui anche il
termine *messianismo, *che indica appunto il messaggio millenaristico
imperniato sulla figura di un messia).

Proprio in quanto focalizzato su questo momento (*) della vicenda escatologica

(*) cioe' della vicenda relativa alle concezioni sui i destini ultimi
dell'uomo e del mondo - ndr - )

che è già felice e paradisiaco ma non è ancora ultra-terreno, il messaggio
millenaristico è, in sostanza,al tempo stesso religioso e politico.

Come rileva Desroche, «se la tradizione escatologica guarda solo alla fine
del mondo, la tradizione millenaristico-messianica guarda solo alla fine di
*un mondo* nel momento del Gran Giorno, che sarà a un tempo inizio di una
nuova era e di un nuovo mondo». (1) Ciò premesso, era inevitabile che
l'evidente affinità psicologica tra millennio religioso e utopia politica si
traducesse anche in concreta continuità storica.

In alcune famose pagine di una sua opera del 1929, Karl Mannheim ha indicato
le origini di questa affinità e integrazione tra utopia e millennio nel
periodo che vide la nascita dell'era moderna in Europa. In particolare,
questa integrazione si sarebbe prodotta nel XV e nel XVI secolo: anzitutto
presso gli Ussiti nel XV secolo e poi per opera di Thomas Munzer e degli
Anabattisti, nel corso del XVI secolo. (2)

Mannheim ha acutamente rilevato che «è assolutamente senza importanza (anche
se ciò può essere significativo per la storia delle variazioni dei motivi
che al posto dell'utopia temporale subentri un'utopia spaziale» (3) : in
altre parole, egli ha giustamente intuito che, sul piano psicologico, non
ha grande importanza che il millennio della tradizione religiosa sia
proiettato nel futuro (cioè in una dimensione temporale), mentre l'utopia
politica viene configurata in un luogo determinato (anche se le
implicazioni sociali del cambiamento saranno enormi).

A partire da Karl Mannheim la continuità storica tra millenarismo religioso
e utopismo rivoluzionario è stata sottolineata nell'ultimo mezzo secolo da
un intero filone di critica storico-culturale che, passando per Eric
Voegelin, giunge fino al nostro Luciano Pellicani. (4)

L'approccio psico-esistenziale consente tuttavia di mettere a fuoco
nell'angoscia di morte e nella elaborazione paranoicale il nucleo essenziale
del fenomeno (un nucleo appunto psicologico) al di là delle espressioni
particolari che esso assunse nelle varie epoche e nei vari paesi. In un'
ottica psico-esistenziale molti enigmi e molte contraddizioni trovano un
loro chiarimento.

Mi sembra significativo, per esempio, che Mannhein indichi nel '400-500 il
periodo di confluenza tra millenarismo religioso e utopia politica, perché
quel periodo storico, come si è visto, coincide anche con la crisi endogena
delle difese religiose contro l'angoscia di morte, che era stata scatenata
dal «sottoprodotto» ditali difese, cioè dall'angoscia di dannazione, nonché
con i primi colpi inferti al monopolio ecclesiastico della coscienza dalla
riscoperta del mondo classico, dal risveglio della ricerca scientifica e
dalla crescente autonomizzazione del potere politico europeo rispetto a
quello religioso.

Le premesse essenziali di una «secolarizzazione» del millennio religioso,
del resto, erano già tutte, secondo Eric Voegelin, nelle concezioni che il
monaco e mistico calabrese Gioacchino da Fiore era andato elaborando fin
dalla fine del XII secolo.

Reagendo alla predicazione agostiniana che, nel clima della decadenza
imperiale, aveva individuato il segnale dell'imminente fine del mondo,
Gioacchino da Fiore, figlio di un'epoca di crescente ricchezza e dinamismo,
sostenne che stava invece per iniziare l'era dello Spirito Santo, che
sarebbe stata caratterizzata dalla comparsa di un Capo a sua volta
annunciato da un Profeta. In Gioacchino, secondo Voegelin, troviamo quattro
simboli tipici di ogni successiva predicazione millenaristica anche
politica.

Il primo è l'idea di un Nuovo Regno, quello del Compimento.
Il secondo è l'idea del Capo carismatico.
Il terzo è l'idea del Profeta
(che nel processo di secolarizzazione diverrà l'intellettuale capace di
indicare la formula del riscatto).
Il quarto è la comunità degli eletti (che nella secolarizzazione diverranno i militanti della Vera
Rivoluzione).

Secondo Mannheim, comunque, una prima espressione concreta del connubio
tra millenarismo religioso e utopia politica si ebbe nel XV secolo col
*movimento degli Ussiti* (seguaci del teologo boemo Jan Hus, arso sul rogo per eresia
nel 1415) che nel 1421-22 tentarono di creare a Tavor una «città di Dio»
ispirata ai principi del Vangelo.(5)


Ma è soprattutto col movimento politico-religioso di Thomas Munzer e degli
altri Anabattisti (così chiamati perché negavano la validità del battesimo
dei neonati inconsapevoli e predicavano il battesimo degli adulti coscienti
e convinti, conforme all'esempio dello stesso Cristo) che la fusione tra
millennio biblico e riforma, anzi rivoluzione sociale, assume forma
esplicita e compiuta.

Munzer incitò i contadini oppressi alla rivolta contro i principi tedeschi e
proclamò che quell'insurrezione aveva lo scopo, appunto, di instaurare il
Regno di Dio, basato sulle virtù cristiane e sull'amore universale. Anche se
conclusosi tragicamente con la vittoria dei prìncipi, la sconfitta dei
contadini e la decapitazione di Munzer (1525), questo movimento segna una
prima, clamorosa saldatura tra millenarismo e utopia politica, della quale
è difficile esagerare il significato psicologico e storico.

Esso è infatti una dimostrazione lampante (cui molte altre ne seguiranno
durante gli ultimi quattro secoli in Europa e altrove) del fatto, già in
precedenza emerso ma in modo meno evidente, che fede millenaristica e
utopia politica, guerra e azione rivoluzionaria hanno una stessa matrice
psicologica (il sogno umano di sconfiggere la morte, la sofferenza, l'odio e
l'ingiustizia), anche se l'utopia rivoluzionaria, pur nata storicamente dalla
fede religiosa, tende gradualmente a distaccarsene, a soppiantarla e
infine a negarla e a perseguitarla.

Significativamente, questa nuova versione politicizzata del Millennio
presenta subito le stesse caratteristiche di intolleranza e brutalità del
fanatismo religioso e delle sue guerre sante, come del resto era inevitabile
data l'identica matrice psicologica di stampo paranoicale.

Fin dal 1532, un leader anabattista, Jan Bokelszoon, tentò di instaurare a
Munster, in Westfalia, una Nuova Gerusalemme che presto, in nome della «Vera
Fede», si trasformò in un regime intollerante e sanguinario e fu abbattuta e
saccheggiata ferocemente, due anni dopo, dalle forze fedeli alla «Vera
Chiesa»: questa volta, la cattolica.'

Da allora questo intreccio e parallelismo tra millenarismo religioso e
utopia politica è continuato a lungo. E anche se nel nostro secolo, come
vedremo, la componente politica ha finito per prevalere, la sua derivazione
religiosa, resa evidente dalle vicende storiche testé accennate, conferma le
sue Identiche radici esistenziali sul piano psicologico. Ma vediamo qualche
esempio concreto di questa precoce e crescente commistione tra millenarismo
religioso e utopia politica.

Si possono ricordare anzitutto i *levellers*, ala sinistra della rivoluzione
inglese del XVII secolo, le cui aspirazioni sociali si identifi-cavano con
l'avvento del Regno di Dio; o i *diggers * di Gerard Minstanley, di poco
successivi. 7

La versione politicizzata del millenarismo cristiano ebbe una funzione
rilevante anche nella conquista e nella colonizzazione delle Americhe. Nel
suo *Libro delle Profezie, Cristoforo Colombo sottolinea le finalità
millenaristiche della scoperta e conquista del Nuovo Mondo: la fine del
mondo deve, infatti, essere preceduta, secondo le Scritture,
dall'evangelizzazione di tutta l'umanità. Nella scia millenaristica si mosse
anche il missionario francescano Jeronimo De Mendieta, che tentò di creare
nel XVI secolo, tra gli Indi del Messico, il Regno di Dio e la Nuova
Gerusalemme. E anche tra i protestanti che colonizzarono il Nord America era
diffusa la persuasione di essere i fondatori della Nuova Gerusalemme. 8

Nel XVII-XVIII secolo, la dissidenza religiosa del *Raskol * fu il principale
veicolo del millenarismo politico nel mondo slavo e identificò il messia in
un nuovo, santo zar. 9

*Ma è con la Rivoluzione Francese che il millenarismo religioso ha la sua
prima, completa metamorfosi in senso spiccatamente politico e, almeno
apparentemente, ateo e antireligioso. Ed è tuttavia in essa che l'identica
matrice psicologica del millenarismo religioso e dell'utopia rivoluzionaria
atea emerge in modo lampante. Scrive significativamente Bronislaw Baczko, in
una monografia dedicata all'utopia:

Come ogni rivoluzione, anche la rivoluzione francese è inseparabile dalla
produzione particolarmente intensa della propria mitologia, del proprio
repertoriò simbolico e ideologico [...] Al centro di questo immaginario, e
segnatamente del mito rivoluzionario, è situata la rappresentazione della
cesura temporale, della scissura in tempo antico e tempo nuovo, che fu del
resto istituzionalizzata con l'introduzione del calendario rivoluzionario.
Tale rappresentazione è surrogata da tutto un sistema di simboli (Nazione
rigenerata, Uomo nuovo, Città nuova, ecc.) che, agendo a catena, si
rafforzano e convergono nella promessa di un avvenire diverso, promessa
indefinita di una vita nuova, felice e virtuosa, liberata da tutti i mali
del passato. Dire e immaginare la rivoluzione come rottura significa oppone
il passato, cui essa pone fine, al futuro da essa aperto. La grande promessa
rivoluzionaria e mobilitante altresì per il suo rovescio: la
rappresentazione della cesura nel tempo invoca la propria materializzazione
mediante la distruzione del vecchio, del *ci-devant*. 10

L'affinità tra la proposta rivoluzionaria e quella millenaristica è
evidente: l'umanità rigenerata e la città nuova sono corrispondenti puntuali
del popolo eletto e della Nuova Gerusalemme, esattamente come la
distruzione del vecchio e del *ci-devant è l'equivalente delta distruzione
delle forze del male, delle forze diaboliche. La saldatura tra «guerra
santa» contro gli eretici interni e gli infedeli esterni, da una parte, e la
«lotta spietata» contro i nemici interni ed esterni della «vera rivoluzione»
è anch 'essa trasparente.

Nel XIX secolo, assistiamo da un lato agli ultimi sprazzi del fanatismo
religioso a sfondo millenaristico, dall'altro alla rapida diffusione del
fanatismo politico a sfondo nazionalista e rivoluzionario.


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 06/04/2009 alle 09:36
INCOERENZA MORALE dei CATTOLICI*

*I cattolici ora contrari allo studio degli embrioni, quando grazie a esso
saranno approntate nuove cure, dovranno decidere se rifiutarle per rimanere
coerenti con la propria morale*

La Chiesa cattolica ha sempre avversato il progresso. Tra le sue
avversioni quella che sconcerta di più, e che ha le più profonde
implicazioni morali, riguarda lo studio e la pratica della medicina.

La Chiesa giudicò immorale lo studio dell'anatomia e peccatori
i medici che lo facevano, perché comporta sezionare i cadaveri. La Chiesa
giudicò immorale la vaccinazione e peccatori i medici che la facevano,
perché comportava inoculare fluidi animali nel corpo a immagine di dio. La
Chiesa giudicò immorale il trapianto di organi e peccatori i medici che lo
facevano, perché comporta introdurre in un corpo organi afferenti all'anima
di un altro corpo.

La Chiesa ha sempre sostenuto di agire per fini morali, ma in
tutto ciò non vediamo alcuna moralità. Comunque ammesso e non concesso che
tale comportamento fosse morale, occorre evidenziare che i cattolici non
sono stati coerenti con la morale della loro chiesa, infatti hanno cambiato
tutti i giudizi esposti: utilizzano per curarsi la medicina derivata dagli
studi anatomici, e se sono medici la utilizzano per farsi pagare le parcelle
dai loro pazienti; si vaccinano, e si vantano di vaccinare i bambini nel
terzo mondo; all'occorrenza si fanno trapiantare organi, e si vantano di
donarli.

Dunque la Chiesa, ammesso e non concesso che il suo
comportamento sia virtuoso, prima si mostra virtuosa condannando i medici
peccatori, poi lascia che i cattolici sfruttino il lavoro dei medici
peccatori: che grazie non a dio esistono, anche a vantaggio dei cattolici.

Ma forse la Chiesa ha compreso d'aver errato, forse è per
questo non per ipocrisia che i cattolici sono venuti meno all'insegnamento
della loro Chiesa. Forse l'opposizione alla medicina è una cosa del passato,
una storia conclusa, che non vale più la pena di rammentare, come la lotta
alle infezioni demoniache e i roghi delle streghe.

Purtroppo non è così, perseverando nell'errore la Chiesa adesso si
oppone alla ricerca medica sull'embrione umano. Vi si oppone perché equipara
l'embrione ad una persona nata, adulta e pensante, benché l'embrione in
questione sia una blastula composta al massimo da 8 cellule indifferenziate,
senza organi né tessuti, benché non sia ancora impiantata nell'utero, quindi
non sia ancora iniziata la gravidanza. Vi si oppone con tale pervicacia da
aver indotto il Parlamento a proibirla per legge.

Gli scienziati fanno notare che con tale ricerca si potrebbe
trovare terapie per curare la maggior parte delle malattie degenerative, che
si potrebbe curare decine di milioni di malati ora incurabili, quindi
salvare la vita a decine di milioni di persone, nate, macroscopiche e
pensanti. Ma la Chiesa persevera nell'occuparsi degli embrioni. Gli
scienziati fanno notare anche che si potrebbe utilizzare gli embrioni
congelati, quelli avanzati dalle fecondazioni assistite, e destinati a
essere gettati. Ma la Chiesa si oppone anche a questo, sostenendo che
utilizzare gli embrioni per la ricerca medica comporta ucciderli, mentre
gettarli comporta lasciarli morire: vedere una diversità morale tra questi
due casi riesce soltanto ai cattolici! Pare che i cattolici abbiano
sviluppato un amore per la vita che nei secoli passati non avevano, quando
uccidevano sui roghi le persone nate e pensanti, soprattutto quelle molto
pensanti.

La Chiesa si oppone al progresso, come sempre, ma, come sempre,
seppure ritardato, il progresso continua: i politici di obbedienza cattolica
hanno impedito per legge la ricerca medica sugli embrioni in Italia; ma
viene fatta all'estero, in Europa, finanziata dalla Comunità europea, quindi
anche col denaro italiano, negli Stati Uniti, in Giappone, in Cina,
eccetera. Quindi prima o poi le nuove terapie ottenute con la ricerca sugli
embrioni saranno disponibili anche in Italia, disponibili anche ai
cattolici; e i cattolici saranno tentati di rinunciare ai loro principi
morali, per curarsi con le terapie tratte dalla ricerca disapprovata dalla
Chiesa.

Il cattolico Sirchia, ha dichiarato che la ricerca in questione
è "un crimine contro l'umanità"; eminenti cattolici in politica, con una
logica tutta cattolica, hanno dichiarato che è giusto proibire questa
ricerca perché "la gente ha diritto a non curarsi con terapie ottenute in
modo immorale" (come se qualcuno la costringesse).

Riusciranno i cattolici a rifiutare cure ottenute commettendo un
"crimine contro l'umanità"? Riusciranno i cattolici a voler usufruire
del "diritto"
a non curarsi cristianamente concesso dai loro politici? Riusciranno i
cattolici a resistere alla tentazione?

Sono certo che cadranno in tentazione, come sempre, e peccheranno,
come sempre, per poi pentirsi, come sempre, e nuovamente peccare, e così via
"nei secoli dei secoli. Amen". Ma anche se fossero coerenti con la loro
morale, anche se preferissero il martirio alle cure, resterebbero comunque
colpevoli di aver imposto per legge la propria scelta morale agli altri. Se
nell'etica cattolica è contemplato il martirio, vadano pure i cattolici
incontro a una morte santa, ma rispettino le persone la cui etica si fonda
sul desiderio di vivere, e che per questo non negano cure ne a se stessi ne
agli altri.

Rolando Leoneschi: rolaschi@interfree.it

 

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  postato il 06/04/2009 alle 13:55
Notizie Radicali
lunedì 06 aprile 2009
Testamento biologico: se la politica abdica al Vaticano


di Andrea Trigolo
La legge sul testamento biologico (anzi, contro il testamento biologico) è
dunque passata al Senato. Alla Camera arriverà un testo che è l'espressione
più restrittiva e contro la libertà di scelta e l'autodeterminazione che ci
potessimo aspettare.
In questa battaglia, abbiamo pensato - noi laici, noi radicali - di avere a
che fare con avversari politici che possedessero un minimo di decenza.
Purtroppo non è così.
Ricordo quando Emma Bonino in più trasmissioni televisive svelava il
nocciolo del problema, vale a dire che ognuno deve poter essere libero di
scegliere le proprie cure, anche quando non in condizioni di farlo, in pieno
accordo con l'articolo 32 della nostra Costituzione. Purtroppo questo
Governo, pur di dedicarsi ai suoi affari economici anche in tempo di crisi
(e lo constatiamo dalle discussioni sul nucleare ai provvedimenti sul
cosiddetto piano casa), ha abdicato da tempo ogni questione etica al
Vaticano.
Il tema della libertà di scelta, l'unico fondamentale, è stato mutilato e il
piano della discussione, continuamente e scorrettamente, spostato. A
compiere queste oscenità, non solo i vari Quagliarello e Roccella della
maggioranza, tutti a proporsi per ricoprire il ruolo di primo chierichetto -
quello che suona la campanella durante l'Eucarestia - ma parlamentari della
minoranza, di quel Pd che, forse a causa dell'imbarazzo della presenza dei
Radicali al suo interno, non si accorge (bugia: se ne accorge, eccome) di
come alcuni suoi parlamentari sostengano su questi temi la destra
autoritaria e clericale. Basti pensare a Dorina Bianchi, la contestata
capogruppo Pd in Commissione sanità: che sostiene che «La vita non è un bene
che appartiene a uno solo, al singolo individuo, ma alla collettività.»
Ecco cosa intendevo prima, quando dicevo che il piano della discussione, che
deve avere come unico riferimento la libertà di scelta, viene spostato.
Ma c'è chi si è espresso in termini ancor peggiori, se non eversivi, come
Pieluigi Castagnetti, sempre del Pd: «Gli ex-DS fanno fatica a capire.
Quelli che per noi sono passi da gigante, come i passi fatti sul testamento
biologico, per loro sono passettini. [.] Noi abbiamo due appartenenze: una
alla Chiesa, l'altra alla politica. Per me, come per Franceschini, per tutti
noi cattolici, insomma, il vero "capo" è lui: il Papa. Per noi è il vicario
di Dio in terra, e questo gli ex-diessini dovrebbero alla fine comprenderlo»
Ma davvero si ritiene che si possa giungere a compromessi con questa gente?
Non è il caso di ridere in faccia alla Finocchiaro o a chi, tra le fila del
Pd, continua vergognosamente a difendere i parlamentari che con la loro
obiezione di coscienza obbligheranno ognuno di noi all'inferno di Eluana?
Davvero è concepibile scendere a compromessi con parlamentari così tanto
asserviti ai voleri della Chiesa? Davvero si può discutere con chi parla di
"valori non negoziabili"?
Mi si potrà dire che negli anni '70 la Chiesa era altrettanto forte e che la
dialettica fra cattolici e laici, ai tempi di divorzio e aborto, era
altrettanto animata. Sta di fatto che a quel tempo, leggi laiche passavano;
oggi no, oggi pare passare solo la linea della Chiesa cattolica e solo
quella.
Non so come ci si possa ribellare a questa situazione. Penso però sia utile
iniziare a chiamare le cose col proprio nome: e dire che il nostro Stato sta
diventando confessionale, che la Chiesa cattolica rischia, in questo preciso
momento storico, di essere nemica della democrazia e che molti parlamentari
cattolici non hanno alcuna credibilità politica, in quanto impossibilitati a
concepire la laicità.




 

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  postato il 10/04/2009 alle 11:55
Messianismo politico e religioso (seconda parte)



Nel XIX secolo, assistiamo da un lato agli ultimi sprazzi del fanatismo
religioso a sfondo millenaristico,
dall'altro alla rapida diffusione del fanatismo politico a sfondo
nazionalista e rivoluzionario.
Vediamo anzitutto le origini e gli sviluppi della
modalità nazionalista del millenarismo religioso.

Discepolo dello svedese Swedenborg, che nel '700 aveva annunciato con un
apposito programma di riforma sociale e morale la Nuova Gerusalemme e fu da
taluni salutato come il Giovanni Battista del nuovo Millennio, il poeta e
patriota polacco Adam Mickiewicz annunciò col suo Livre de la nation
polonaise (1832) l'ineluttabile insurrezione e liberazione nazionale della
Polonia dal giogo russo e, con essa, l'inizio di una nuova era di libertà e
fratellanza tra tutti i popoli.

«Come con la resurrezione di Cristo» - scriveva Mickiewicz -
«terminarono su tutta la terra i sacrifici di sangue, così alla resurrezione
della nazione Polacca le guerre cesseranno in tutto il mondo cristiano ».11

Quella di Mickiewicz era sostanzialmente una rielaborazione delle teorie di
Andrzej Towiànski, un esule polacco successivamente incontrato a Parigi da
Mickiewicz. Secondo Towiànski, la storia è una manifestazione della Grande
Opera di Dio, cui fino al XIX secolo solo i singoli hanno potuto
partecipare: ma dall'800 in poi, i nuovi protagonisti di quest'opera divina
saranno i Popoli e le Nazioni, che potranno finalmente realizzare una Chiesa
rinnovata e, con essa, il regno di Dio.
Le teorie di Towianski mi sembrano molto significative, non solo perché in esse
il collegamento tra mistica nazionalista e mistica religiosa è ancora molto evidente,
ma anche perché esse rivelano con estrema chiarezza e ingenuità quell'equazione
tra religiosità e storicismo, tra disegno divino e disegno della storia che in
Hegel e in tutta la filosofia storicista vera e propria (sia di stampo
idealistico sia di stampo materialistico) è agevolmente rilevabile in
un'ottica psicologica (come vedremo). ma resta spesso inconsapevole per gli
autori o da loro negata sul piano concettuale.

Quanto all'altra versione secolarizzata del Millennio, cioè l'utopia
rivoluzionaria internazionalista, sarà bene tracciarne anzitutto una breve
storia.

Il termine stesso di «utopia» deriva, come è noto, dall'opera omonima di
Tommaso Moro. In quel «libretto veramente aureo e non meno utile che
piacevole sull'ottima forma di Stato» (come lo definisce il frontespizio
della prima edizione del 1516), l'autore - un noto umanista inglese (amico
di Erasmo da Rotterdam) che sarebbe in seguito divenuto cancelliere del
regno - immagina e descrive un' isola, da lui battezzata Utopia, ove è stato
attuato e prospera un governo saggio e provvido e nella quale il popolo vive
felice e pacifico. Sebbene il nome dell'isola, Utopia, voglia significare
(dal greco ou'-tòpos, cioè «in nessun luogo») che essa è sita in un luogo
immaginario, il carattere molto terreno della vita sociale e politica
descritta da Moro vuole anche significare che quella società così felice è
concretamente realizzabile su questa terra.12

Beninteso, anche nell'utopia di Moro il collegamento col millenarismo
religioso, già evidente da quanto scritto fin qui, emerge con chiarezza
dalla personalità stessa dell'autore, che fu un uomo molto religioso e
giunse ad affrontare il patibolo pur di non venir meno alla sua fede
cattolica.

E tuttavia, con questo libretto, il sogno millenaristico cessa di avere i
suoi scoperti connotati apocalittici e religiosi e assume il carattere di
una progettualità concreta, anche se proiettata in un'isola ideale e,
quindi, in uno spazio astratto, Non è quindi casuale, a mio parere, che a
partire dall'opera di Tommaso Moro cominci a svilupparsi una forma di utopia
che si fa sempre più autonoma dal millenarismo religioso e finirà per
esserne antagonista. Ci sembrano pertinenti, a questo punto, alcune
osservazioni di Bronislaw Baczko nel citato saggio sull'utopia:

Nel corso del XVIII secolo, e in particolare nella sua seconda metà, si
profila sempre più nettamente la tendenza ad abbandonare i paradigmi del
discorso utopico fino ad allora dominanti: quello dell'utopia per una
società astratta. Questo mutamento va di pari passo con un altro: non è più
lo spazio, ma il tempo, a diventare luogo di investimenti massimali
dell'utopia.

Qualcosa di simile era avvenuto anche in campo religioso: al paradiso
geograficamente localizzato del Medioevo era subentrato un Paradiso
proiettato nel futuro. Ma il futuro utopico si distingueva nettamente da
quello paradisiaco per una sua maggiore storicizzazione. Continua Baczko:
Si constata la storicizzazione dell'utopia: l'utopia diventa ucronia [...]
Nella prima metà del XIX secolo, la continuità con le precedenti utopie
è certa: sono rappresentazioni di una società diversa, trasparente e
armoniosa [...3 Tuttavia le utopie vengono come soluzioni da applicare “hic
et nunc”, al fine di rispondere alla crisi che affligge la società. Sono
situate in un futuro immaginato, certo, ma per nulla chimerico. L'avvento di
queste utopie sarebbe assicurato dal cammino stesso della storia e dalle sue
«leggi».

Cambia dunque, se non il ruolo dell'utopista, l'idea che egli si fa di se
stesso: egli non è affatto il sognatore; possiede il sapere intorno alla
città futura, decifrato dalla sua opera.'3



A ogni modo, come vedremo tra poco, entrambi questi millenarismi -il
nazionalista e l'internazionalista -, pur nati come ideali generosi di
fratellanza umana, subirono nel XX secolo un processo degenerativo molto
acuto, significativamente parallelo al collasso della tradizione religiosa,
che nell'800 era rimasta ancora forte nelle classi borghesi e popolari.





Il millenarismo nazional-fascista. Oltre che nella teoria di Mickiewicz e di
Towianski, va ricordato che il millenarismo religioso aveva da sempre avuto
espressioni di tipo nazionalista, anche se non nel senso moderno del
termine.

La religione ebraica, così strettamente legata alle sorti del popolo
d'israele, è solo la testimonianza più antica di questa forma «nazionalista»
e razzista di millenarismo. Sì, anche razzista, perché nel concetto stesso
di Popolo Eletto è intrinseca la discriminazione nei confronti degli altri
popoli e la rivendicazione d'un ruolo privilegiato ed egemone nella storia
umana. L'orrore dei campi di Auschwitz e Buchenwald non apparirà certo meno
atroce, ma assumerà un significato più ammonitorio se ci renderemo conto che
a perpetrarlo e consumano fu un sistema politico che aveva inconsapevolmente
ereditato proprio dalle sue vittime sventurate il concetto di Popolo Eletto
destinato a dominare e popolare il mondo in nome di un millennio di
prosperità (non a caso Hitler proclamava che il Nuovo Ordine era destinato a
governare il mondo nei prossimi «mille anni»).

L'altro cruciale precedente del moderno millenarismo nazionalista è l'Islam.
In esso. infatti, la religione non fu solo un fattore determinante di
unificazione e organizzazione della nazione araba (come nella società
ebraica), ma anche una causa e un propellente essenziale della sua
straordinaria aggressività ed espansione. L'intreccio tra religione e
politica, inoltre, si concreta nell'Islam già nella figura di Maometto, che
fu al tempo stesso profeta e capo politico, e in quella del califfo, capo
temporale ma anche (come significa il suo nome) «ombra di Dio sulla terra».
Questo intreccio si concretò anzi nelle stesse lotte interne ed esterne dei
potentati musulmani che furono sempre condotte, anche a livello militare ed
economico, in nome di finalità religiose.

Soprattutto, esso si concreta nella multisecolare «guerra santa» che l'Islam
condusse con grande successo per espandere il suo dominio territoriale
dall'Oceano Indiano all'Atlantico, dall'India all'Europa e all'Africa nera.

Non sorprende, quindi, che ancor oggi il risorgente nazionalismo di molti
paesi musulmani medio-orientali e africani abbia una forte e spesso
dichiarata componente religiosa.

Nel caso dell'iran khomeinista, questo legame profondo tra bellicismo
nazionalista e millenarismo religioso emerge ancor oggi con estrema
chiarezza. Ai bambini di 10-12 anni lanciati da Khomeini e dalle famiglie
all'assalto dei campi minati e delle trincee irachene, le autorità di
Teheran consegnavano un foulard rosso (simbolo del martirio) e una piccola
chiave che servirà «ad aprire le porte del Paradiso».'4

Quanto al millenarismo cristiano, abbiamo già accennato alle dichiarate
motivazioni religiose di molte imprese espansionistiche dei più diversi
paesi cristiani nonché alle teorie nazionalistiche a sfondo religioso di
alcuni pensatori polacchi.

E' tuttavia con il nazionalismo tedesco e francese e con i suoi profeti del
XIX secolo (da Fichte a Hegel a Von Treitschke e a von Sybel, in Germania, e
da Barrès e da Gobineau a Marras, in Francia) che il millenarismo
nazionalista inizia, sotto l'incalzare della crisi religiosa aperta dal
pensiero scientifico e illuminista, a distaccarsi sempre più chiaramente da
ogni ancoramento formale alla dottrina cristiana e a darsi (o a cercare di
darsi) un fondamento ideologico autonomo, che potrà assumere anche connotati
anticristiani.

In un'ottica psicopolitica, però, il processo ha assai meno rilevanza di
quanto la storiografia ha preteso di dargli. In tale ottica (che, proprio in
quanto focalizzata sulle costanti dei meccanismi psicologici di base, può
vedere con chiarezza l'importanza secondaria e marginale delle varianti
ideologiche, economiche e istituzionali in cui si perde la ricerca storica
convenzionale di destra e di sinistra), ciò che conta è che il bisogno e il
fanatismo salvazionista cambiano semplicemente pretesto e razionalizzazione:
il nuovo millennio di felicità sarà assicurato al Popolo Eletto, d'ora in
poi, non piu' dalla Vera Fede e dal suo Profeta, ma dalla Vera Rivoluzione,
nazionalista prima. fascista poi, e dal suo capo indiscusso.

Non a caso il Capo sarà detto carismatico (cioè, con termine scopertamente
religioso: «illuminato dalla grazia divina»). E non a caso gli sarà
attribuita l'infallibilità dei grandi sacerdoti («Mussolini ha sempre
ragione»). E non a caso, infine, tornerà ossessivamente anche in questo
millenarismo politico (come in tanti miillenarismi religiosi) l'idea fissa
di contaminazione e purificazione.

E come in ogni religione fanatica e paranoicale, la responsabilità della
contaminazione verrà addossata a un gruppo di «infedeli» (nel caso del
nazismo, agli ebrei) e il merito della purificazione al Popolo Eletto (per
Hitler, quello germanico).

Anche la mistica del sangue, che stara' alla base delle teorie razziste di
AlJred Rosenberg e delle stragi che ne discesero, aveva una sua antica
tradizione rituale che si ricollega alla difesa religiosa contro la morte.

In varie religioni e culture il sangue è ritenuto sede e veicolo della Vita
stessa. Così, per esempio, nei poemi omerici, è col sangue che, attraverso
la ferita, l'anima vitale abbandona il morente. Simmetricamente, buona parte
dei riti sacrificali si basa sull'assunto che il sangue della vittima
restituisce vitalità ai malati, ai moribondi e perfino alle ombre degli
inferi.

Le origini stesse e l'identità dell'uomo sono racchiuse nel sangue: secondo
un passo del Corano, Dio creò l'uomo da un grumo di sangue, e secondo varie
religioni bere il sangue di un animale sacrificale o di un rivale ucciso
assicura l'acquisizione delle sue qualità. Di questa mistica del sangue sono
espressione vivente, anche nella religione cristiana, sia le parole di
Cristo all'ultima cena («Bevete, questo è il mio sangue»), sia la loro
rievocazione nel rito della Messa, sia il culto del Preziosissimo Sangue di
Nostro Signore, che ancor oggi è diffuso nella chiesa cattolica.

Come si diceva, tutta l'ideologia razzista di Rosenberg ruota intorno al
tema della purezza del sangue e della sua difesa dall'inquinamento e dalla
corruzione. Il sangue ariano è portatore delle forze più nobili, pure ed
eroiche dell'uomo occidentale e va pertanto difeso dalla minaccia che per
esso comporta il sangue degli ebrei e in genere dei popoli orientali,
portatori delle tendenze sensuali e animalesche, oltre che dell'infezione
luetica (cioè delle più perniciose tossine spirituali e corporali).'5

Wilhelm Reich e altri studiosi della psicologia del fascismo hanno ben
analizzato i significati sessuofobici di queste teorie,16 ma non quelli
esistenziali sottesi ai primi. Con la sua mostruosa politica razziale di
discriminazione e di sterminio, il nazismo cercò - come tanti millenarismi
religiosi - di difendere il Popolo Eletto dalle forze sataniche e di
condurlo all'avvento del promesso Millennio («un Popolo, un Regno, un Capo»)
sotto la guida di un profeta e di un capo carismatico.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 11/04/2009 alle 10:15
tuttavia credo che tutto si possa dire tranne che il nazismo facesse leva su testi, idee e credenze anche solo vicine a quelle della tradizione cristiana cattolica o protestante che fossero. Piuttosto sono proprio le tesi del nichilismo e del progressismo estremo che spesso i gerarchi e gli ideologi del nazismo richiamavano nei loro discorsi, oltre al demagogico richiamo alla superiorità del popolo tedesco (questa semmai affondante nelle antiche tradizioni celtiche).
Il problema degli eventuali appoggi indiretti avuti qua e là (ma più spesso no che sì, soprattutto fuori dai grandi centri urbani) da esponenti delle religioni cristiane è una questione di interessi politici ed economici incrociati, piuttosto che di visioni del mondo vicine. Anzi...
Capisco che questo tuo post parlasse più di altri peraltro interessanti argomenti, ma si affacciava questa idea nel finale, che mi pareva corretto precisare.
Si può discutere certamente sulla vetustà di alcuni precetti, sul rigore eccesivo di altre indicazioni morali, anche sulla cecità nei confronti di alcuni vissuti umani, ma se ora al cristianesimo si comincia ad attribuire pure il nichilismo morale e politico e la filosofia del nazismo, mi sembra un pò eccessivo!
Anzi, è proprio ciò che avvenne con l'avvento del nazismo che dovrebbe mettere un pò in guardia dal neopaganesimo di questi anni, dal rinato culto per la prestanza fisica, dalla progressiva svalutazione della cultura e del pensiero, dall'eccessivo valore dato al progresso tecnologico spogliato della riflessione sulle sue ricadute umane...tutte cose che precedettero e accompagnarono quell'epoca di grandi disgrazie...tutte cose che mi pare giusto sottolineare che non fanno parte del cristianesimo di qualunque confessione sia.

 

[Modificato il 11/04/2009 alle 10:45 by elisamorbidona]

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Livello Greg Lemond
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  postato il 11/04/2009 alle 11:20
Originariamente inviato da elisamorbidona

Si può discutere certamente sulla vetustà di alcuni precetti, sul rigore eccesivo di altre indicazioni morali, anche sulla cecità nei confronti di alcuni vissuti umani, ma se ora al cristianesimo si comincia ad attribuire pure il nichilismo morale e politico e la filosofia del nazismo, mi sembra un pò eccessivo!


Secondo me i cristianesimi (ma sarebbe meglio dire i monoteismi religiosi) hanno in comune con il nazismo e con tutti i regimi totalitarii, appunto quest'ultima parola: la credenza in qualcosa di assoluto, che trascende l'individuo. Che poi lo si voglia chiamare dio, fuhrer, capo carismatico, diamat, imperatore, televisione non ha molto valore, quel che mi sembra importante è che l'individuo e la sua Libertà non deve contare (ubi maior minor cessat)

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 11/04/2009 alle 11:54
direi che dipende anche dall'assoluto in cui si crede, se si crede nel bene assoluto, e se si cerca in ogni cosa di fare del bene, sarà ben diverso dal chiudere le persone nei lager.
Piuttosto, se si pensa che la realtà della cose se ne stia al di là del bene e del male, e dunque ogni valore o idea è relativa a ciascuno e a ciascuna cultura, sarà più facile forse giustificare certi crimini...è l'istinto distruttore infantile che riemerge prepotentemente, direbbe qualcuno, lasciamolo libero...
Quando anche la Libertà diventa un assoluto e la si mette al di sopra dell'attenzione all'umanità delle persone, c'è sempre pericolo.
OT: anche secondo il liberismo classico in economia deregolando tutto nel mercato si dovrebbe instaurare un circolo virtuoso che dovrebbe portare prodotti migliori e più economici per tutti. Questo in teoria...poi i più potenti si alleano e guadagnano miliardi sulla vita e sulla salute delle persone, senza alcun controllo...

 

[Modificato il 11/04/2009 alle 11:58 by elisamorbidona]

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Livello Greg Lemond
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  postato il 11/04/2009 alle 12:06
Originariamente inviato da elisamorbidona

direi che dipende anche dall'assoluto in cui si crede, se si crede nel bene assoluto, e se si cerca in ogni cosa di fare del bene, sarà ben diverso dal chiudere le persone nei lager.

>No Elisa, perché il bene, quando diventa assoluto, non si sa mai a che cosa porta, ed infatti c'è un adagio che sostiene che molte volte "il meglio è nemico del bene"


Piuttosto, se si pensa che la realtà della cose se ne stia al di là del bene e del male, e dunque ogni valore o idea è relativa a ciascuno e a ciascuna cultura, sarà più facile forse giustificare certi crimini...è l'istinto distruttore infantile che riemerge prepotentemente, direbbe qualcuno, lasciamolo libero...

>La realtà sta al di qua, non al di là e sono gli individui nella loro vita privata e pubblica a determinare ciò che è giusto ed ingiusto "hic et nunc" (lasciamo perdere il bene e il male) e quello che sembra oggi non è detto che lo sia anche domani. Ad es. la Costituzione italiana rappresenta un buon modo di intendere la libertà (il P.D.L. invece no ), ma quando regola la famiglia, ecco che lì appare il 1948.



Quando anche la Libertà diventa un assoluto e la si mette al di sopra dell'attenzione all'umanità delle persone, c'è sempre pericolo.

>Su questo sono d'accordo, per me la libertà non è un assoluto, bensì un punto di partenza, ma solo così si possono costruire società coese e solidali

OT: anche secondo il liberismo classico in economia deregolando tutto nel mercato si dovrebbe instaurare un circolo virtuoso che dovrebbe portare prodotti migliori e più economici per tutti. Questo in teoria...poi i più potenti si alleano e guadagnano miliardi sulla vita e sulla salute delle persone, senza alcun controllo...

>Ormai il liberismo assoluto non lo sostiene più nessuno [anche Adam Smith è un po' datato ]

 

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  postato il 11/04/2009 alle 15:21
non mi sembra obiettivo avallare il discorso secondo cui basti credere in un assoluto per fare del male all'umanità o anche solo a chi ci sta vicino. Madre Teresa credeva bensì in un assoluto, anche in più valori che di per sè si ritengono validi per chiunque, non per questo mi sembra che abbia fatto qualcosa di assimiliabile ai lager...
Esempio facile e clamoroso solo per dire che non è il fatto di credere o meno in un assoluto a fare la differenza. Anzi la storia ci insegna che molti problemi ci sono venuti anche da chi si annoverava tra le file del relativismo.
Soprattutto: di certo il nazismo da un punto di vista ideologico e culturale non si alimentava ad alcuna fonte riconducibile al cristianesimo (ma nemmeno agli altri monoteismi)- piuttosto rivalutava assai il politeismo pre-cristiano. Anche parlare di assolutismo per il nazismo va chiarito bene: non si trattava affatto di credere in alcunchè di religioso, come ad esempio accadeva con le monarchie degli stati europei dei secoli scorsi, qui anzi si trattava di liberarsi di ogni freno morale inibitore la naturale aggressività del popolo tedesco e finalmente aderire ad uno stato di potere instaurato da uomini in carne ed ossa con ben precise mire espansionistiche politiche ed economiche.

 

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  postato il 11/04/2009 alle 17:51
Originariamente inviato da elisamorbidona

non mi sembra obiettivo avallare il discorso secondo cui basti credere in un assoluto per fare del male all'umanità o anche solo a chi ci sta vicino. Madre Teresa credeva bensì in un assoluto, anche in più valori che di per sè si ritengono validi per chiunque, non per questo mi sembra che abbia fatto qualcosa di assimiliabile ai lager...

>Esempio proprio calzante, puoi leggerti quanto ho riportato a puntate di un libro scritto su codesta signora (fatta santa )


Soprattutto: di certo il nazismo da un punto di vista ideologico e culturale non si alimentava ad alcuna fonte riconducibile al cristianesimo (ma nemmeno agli altri monoteismi)- piuttosto rivalutava assai il politeismo pre-cristiano. Anche parlare di assolutismo per il nazismo va chiarito bene: non si trattava affatto di credere in alcunchè di religioso, come ad esempio accadeva con le monarchie degli stati europei dei secoli scorsi, qui anzi si trattava di liberarsi di ogni freno morale inibitore la naturale aggressività del popolo tedesco e finalmente aderire ad uno stato di potere instaurato da uomini in carne ed ossa con ben precise mire espansionistiche politiche ed economiche.

>Scusa, ma il popolo eletto [L'origine di ogni, secondo me, male-teismo] non l'à mica inventato Hitler, lui lo ha solo applicato "pro domo sua"
Il nazismo aveva come motto (mutuato dal fascismo): credere, obbedire, combattere ed a me tutto questo mi sembra una religione bella è pronta.
Credere in un solo capo (non avrai altro dio all'infuori del fuhrer)
Obbedire a tutti gli undici o più ordini (comandi) che lui e solo lui ti potrà dare.
Combattare la guerra (santa o ariana, che differenza fa?)
Per quanto riguarda i freni inibitori, quale miglior scusa di quella che "Dio lo vuole"?

 

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  postato il 12/04/2009 alle 07:50
"credere, obbedire, combattere"...."ama il prossimo tuo come te stesso"..."a chi ti chiama in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello". Mi pare che nelle tre citazioni la prima vada in una direzione un pò diversa. Invece sembra che per te siano la stessa cosa, giusto per il fatto che la seconda e la terza sono parole di una religione che pensa che esista un Dio solo.

Ricordo ancora una volta che il nazismo ben lungi dal richiamarsi ad alcun testo o citazione cristiana, musulmana o tantomeno ebraica, nelle sue opere pubbliche, grandi manifestazioni di piazza, discorsi alla nazione, reintrodusse il POLIteismo celtico e romano/greco classico. Esaltando naturalmente le divinità guerriere...

Se nutri dei sospetti sul bene fatto da Madre Teresa, legittimi, per carità, cambiamo santo...potremmo parlare di San Francesco d'Assisi ? Anche lui era monoteista direi, non mi pare che il Vangelo lo abbia portato a credere (nelle armi e nella sopraffazione),obbedire ( al più forte) e combattere. Piuttosto a credere - che ci possa essere amore anche per i disperati - obbedire - alle leggi della convivenza pacifica e operosa di una comunità di persone che scelgono di abbandonare le proprie cose per vivere insieme di carità e lavoro condiviso- combattere - la sopraffazione ponendo innanzi la propria debolezza e provando a convincere restitendo bene per male ricevuto.
Non mi risulta che qualche Bill Gates dei giorni nostri abbia dato il suo impero e la sua vita stessa per i poveri che oggi abbiamo in abbondanza nel mondo...
Certo i verbi sulla carta e sulla schermo sono gli stessi, ma non si capisce più niente se non li si traduce in sostanza di azioni ed effetti.

Per quanto riguarda i paralleli tra eventi accaduti a più di TRENTA SECOLI di distanza, tanto è il tempo che ci separa degli episodi narrati (non senza un chiaro intento parabolico e allegorico) nella Bibbia, prima di fare dei paragoni del tutto teorici, bisogna capire bene che cosa significava vivere nel 1200 avanti Cristo e che cosa nel ventesimo secolo dopo Cristo, basti pensare a ciò che veniva considerato "normale" nel relativamente vicino Medioevo e che cosa oggi.
Come spiegava con grande acume Michel Foucault, ogni epoca ha le sue parole. E i concetti-base (tipo: equità sociale, parità di diritti, convivenza tra popoli...) di una epoca possono anche essere al di qua dall'essere anche solo pensati in un altra - soprattutto a TRENTA SECOLI di distanza!

 

[Modificato il 12/04/2009 alle 07:57 by elisamorbidona]

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