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Autore: Oggetto: Fuori tema: Piccola storia delle religioni

Livello Greg Lemond
Utente del mese Gennaio 2009
Utente del mese Giugno 2010




Posts: 5660
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  postato il 30/11/2008 alle 11:01
I preti in cattedra (4)


di Luigi Rodelli
Abbiamo assistito ad un atto contraddittorio, di spiritualità - non libertà.
Quest'atto, ripetuto ogni mattina, non può non incidere sul processo
formativo dell'alunno in senso contrario alla spontaneità e alla interiorità
della vita spirituale. La scuola comincia così con un atto di passività e di
conformismo.

"Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e
governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Così sia". Se è vero
che la via più naturale e più facile dell'apprendere è per i fanciulli l'immagine
piena, la visione globale del reale, e che il significato delle immagini
offerte dai miti si imprime nella mente con la compiutezza dell'immagine
fisica, bisognerà chiedersi quali sono i significati delle immagini che le
preghiere e i dogmi imprimono nella mente dei fanciulli, nel momento e nel
luogo medesimo della loro formazione intellettuale e morale, cioè della
scuola.

La preghiera dell'Angelo Custode che gli alunni hanno recitato or ora è
forse la più semplice e facile. Il fanciullo che la pronuncia è indotto a
credere alla presenza reale di un essere che sceglierà per lui e lo condurrà
per mano nei più difficili passi della sua strada. Nella preghiera dell'Angelo
Custode c'è la rappresentazione più ingenua del metodo pedagogico dell'acquiescenza
all'autorità assoluta e della riposante fiducia in una guida esterna, cui
appartiene, per superiore decreto, il compito di guidarci. Nelle alte
preghiere del primo ciclo compaiono già gli elementi di una intera visione
del mondo dominata da un potere assoluto, presso il quale qualcun altro,
distinto da noi, sia pure la figura soave della Madonna, debba intercedere
in nostro favore. L'abito della ricerca, la spontaneità e gradualità della
conquista, la gioia della scoperta, tutti gli elementi attivi dell'educazione
alla responsabilità, cedono il passo alla dolce epifania dell'autorità di un
consiglio e di una verità inaccessibili alla ragione e irriducibili all'esperienza.
L'esperienza, a sua volta, si svuota del suo valore morale e il processo
formativo non giunge al suo compimento. Il rapporto dinamico tra esperienza
diretta e azione individuale è spezzato.

L'atto di culto che i fanciulli compiono recitando a scuola le preghiere del
catechismo li pone subito sul piano psicologico della colpa, in quell'atmosfera
di trepidante attesa in cui i contrastanti motivi della disperazione
apocalittica e della salvezza eterna prendono la forma di un terribile
giudizio finale e di una sconfinata graziosa speranza. I miti del peccato,
della catastrofe universale e della resurrezione futura, gli elementi
carismatici che hanno un significato catartico nell'atto della comunione del
fedele col suo dio, afferrano il fanciullo con le loro figurazioni corporee
e gli comunicano ad un tempo lo spavento dell'uomo primitivo di fronte alle
forze avverse della natura e la contrapposta speranza di uno scampo
miracoloso per opera di una potenza smisuratamente superiore all'uomo. Le
figure intermedie, tutte dolcezza e soavità, quelle che incarnano il
precetto evangelico dell'amore (il bambino Gesù, la madre misericordiosa),
lungi dal cancellare il senso della colpa e l'incubo della disperazione
originaria, li sospingono nel fondo della coscienza come una minaccia sempre
latente, che potrà essere tenuta lontano solo se ci si troverà sotto l
protezione benevola di quelle figure soavi. Il complesso mondo di
sentimenti, di fantasia e di immaginazione che rivive nel fanciullo come un
tratto della nostra umanità primitiva - nel senso indicato da Vico - invece
di essere avviato a quella graduale semplificazione individuante da cui esce
rafforzata la capacità ragionativi, è risospinto verso l'abbraccio disperato
e fidente di quelle rappresentazioni corporee di forze vendicatrici o
salvatrici in cui l'umanità primitiva ha espresso la propria visione del
mondo e che i culti misteriosofici hanno perpetuata.

Né vale osservare che quell figure sono entrate a far parte di una
concezione teologica che ha tentato di razionalizzare lo schema entro cui
esse si muovono, trasformando il loro contenuto mistico in una istanza
metafisica, perché - a parte il giudizio che si può dare di una tale
operazione intellettuale - l'astrattezza stessa dell'argomentare, che è
propria disimili giustificazioni teologiche, esula dalla capacità
intellettiva del fanciullo, il quale terrà per sé, conglobandole nel primo
fondamentale amalgama della coscienza, le forti suggestioni del castigo e
dell'autorità assoluta che lo infligge, dell'aiuto o della grazia da
ottenere per intercessione di altre potenze, delle quali occorre conciliarsi
il favore per mezzo della preghiera.

La fusione degli animi e la comunione religiosa che si determina fra coloro
che recitano una preghiera stabilisce un legame (religio) che affonda nella
coscienza e distingue da sé tutti coloro che non partecipano a quel processo
di rigenerazione salutare. Nella preghiera collettiva si ha una prima
esperienza vissuta di una separazione di gruppo religioso del resto degli
uomini: se essa ha una giustificazione nella chiesa, non ne ha alcuna nella
scuola. La separazione di gruppo, psichicamente acquisita nella pratica
della preghiera, si fa poi razionale e cosciente quando interviene un
giudizio di condanna degli infedeli, degli eretici e degli atei.

La presentazione che si fa di costoro come di insidiosi nemici della
religione e della morale, di uomini da evitare (vitandi) come se spargessero
la peste e da combattere con ogni mezzo, depone nell'animo dei fanciulli il
seme dell'odio e della diffidenza, prepara il terreno al fanatismo e allo
spirito di crociata. "Gli atei per la tua anima sono - leggiamo in un libro
di testo - un pericolo maggiore che non la peste o la lebbra per il tuo
corpo". E più oltre: "Dio aveva comandato a Mosé che i bestemmiatori fossero
subito lapidati. Oggi non vengono lapidati, ma presto o tardi saranno tutti
ugualmente puniti". Anche il Vangelo viene falsificato ignominiosamente per
insegnare non l'amore ma l'odio: "I Giudei si ritirano nelle loro case per
la cena. Alcuni sono pentiti. Si battono il petto esclamando: - Che cosa ho
mai fatto? - Altri no. Sghignazzano. E il loro turpe riso, tramandato di
generazione in generazione, è giunto fino a noi e tutti conosciamo questi
traditori che con le loro opere nefande ogni giorno uccidono un poco Gesù".
I sacerdoti che, con l'autorizzazione del provveditore agli studi, nel
novembre 1957 si sono recati a predicare una "Missione" di mons. Montini
nelle scuole elementari di Milano, hanno fatto disegnare agli alunni due
bambini, colorare in rosa il bambino "buono", battezzato e munito della
grazia divina, e lasciare in ombra o passare in nero l'altro bambino, il
bambino "cattivo", quello che non ha la grazia divina, non è battezzato, è
ateo.

4) Segue

 

____________________
Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/12/2008 alle 14:46
I preti in cattedra (5)


di Luigi Rodelli
Astenersi dall'insegnare un dogma e dal praticare un culto nella scuola non
significa combattere la religione o ignorare il fenomeno religioso:
significa coltivare nei fanciulli l'amore verso tutti gli uomini, insegnando
loro che gli uomini sono ugualmente degni di rispetto a qualsiasi religione
appartengano, credano o non credano in Dio, purché siano buoni e sinceri, e
che i riti e le credenze delle altre religioni, che possono apparire strani
a noi solo perché diversi dai nostri (i quali possono apparire altrettanto
strani agli altri), non devono essere oggetto di riso o di scherno da parte
nostra perché rispondono tutti in vario modo ad una tendenza comune agli
uomini di tutta la terra. Una buona educazione non deve forse cogliere a
preferenza i tratti che uniscono piuttosto che quelli che separano gli
uomini tra loro?

Cerchiamo nei programmi una risposta a queste nostre considerazioni e
leggiamo nella Premessa: "Una vecchia opinione popolare considerava la
scuola elementare come la scuola del leggere, dello scrivere e del far di
conto. Si può intenderla ancora oggi così, salvo una accurata determinazione
del significato di queste parole. Nell'auspicare una scuola che insegni per
davvero a leggere si esige che da essa escano ragazzi che ragionino con la
propria testa, giacché saper leggere è ben anche aver imparato a misurare i
limiti del proprio sapere e ad esercitare l'arte del documentarsi.
Analogamente saper scrivere vale saper mettere ordine nelle proprie idee,
saper esporre correttamente le proprie ragioni. Quanto a far di conto nel
nostro secolo, che è il secolo dell'organizzazione e delle statistiche, è
chiaro che una persona è tanto più libera quanto più sa misurare e
commisurarsi". Tutto ciò è assai ben detto.

Se l'intendimento del legislatore fosse quello espresso da queste parole e
se la meta che "si esige" che si raggiunga fosse veramente quella indicata,
noi avremmo già il quadro di tutta l'opera educativa della scuola nella
necessaria autonomia delle sue premesse scientifiche e delle sue finalità
umane. Dalle parole dei programmi si ricava l'immagine di un meraviglioso
giardino in cui il maestro cercherà "di ottenere dall'alunno la
partecipazione quanto più possibile spontanea e impegnativa alla ricerca e
alla conquista individuale di quelle esperienze, cognizioni, abilità, che
nel loro complesso concorrono appunto alla formazione integrale della
personalità in questo stadio dello sviluppo". Dove cercare infatti il valore
universale e il significato ultimo dell'opera educativa, il suo "fine", se
non in quel metodo educativo in cui essa si risolve completamente?

Ma ecco che il legislatore fa cadere nel vivo di questa metodologia
liberante - alla quale non si attribuisce, d'altra parte, carattere
normativo - il chiuso scrigno della dogmatica e della precettistica
cattolica. In quello scrigno deve trovarsi racchiuso "per dettato esplicito
della legge" il fine "assegnato all'istruzione primaria". Improvvisamente si
apre un passo che comincia così: "l'insegnamento religioso (cioè l'insegnamento
della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione
cattolica) sia considerato come fondamento e coronamento di tutta l'opera
educativa". Ciò significa che, mentre il metodo può essere quello della
libera ricerca, il fine è di dare per trovato in anticipo ciò che si cerca.
Il fanciullo non sa nulla di tutto questo ed è perciò tanto più grave il
prendersi gioco di lui.

Nelle classi terza, quarta e quinta, costituenti il secondo ciclo, "alle
preghiere precedentemente apprese - dice il programma - si aggiunga la Salve
Regina e si spieghi più particolarmente il significato del Padre nostro;
infine si guidi il fanciullo alla conoscenza e all'apprendimento del Credo.
Si continui nella narrazione facile ed attraente di episodi del Vecchio
Testamento (primo anno del ciclo) e del Vangelo. Nel secondo e terzo anno
del ciclo si tengano pure facili conversazioni sui Comandamenti e sui
Sacramenti, sulle Opere di misericordia corporale e spirituale, sul Santo
patrono, sulle tradizioni agiografiche locali, sui Santi la cui lettura
possa interessare particolarmente i fanciulli, sui periodi dell'anno
ecclesiastico e sulla Liturgia romana; si leggano e si commentino passi del
Vangelo accessibili alla mentalità degli alunni. Non si trascuri l'eventuale
riferimento a capolavori dell'arte sacra".

Anche nelle preghiere assegnate alle classi del secondo ciclo ritorna il
concetto della vita come di un esilio in una valle di lacrime, cui sovrasta
un regno celeste ordinato nella forma di una monarchia assoluta. Per l'assunzione
a quel regno si invoca l'intercessione della regina "avvocata nostra" presso
il monarca. La vita interiore del fanciullo è chiamata a "plasmarsi così su
un esempio di sudditanza sospirosa, che è antitetico all'appello alle forze
interiori e all'autogoverno. Le figure dogmatiche, del tutto sfuggenti al
dominio dei sensi, dell'Unità e Trinità di Do, dello Spirito Santo, della
Vergine-Madre contribuiscono a porre il fanciullo in uno stato di incertezza
e di timore reverenziale, cui si aggiunge l'inibizione causata dall'incubo
della tentazione del demonio, del peccato e delle fiamme (vere fiamme rosse)
dell'inferno.

5) Segue

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 02/12/2008 alle 10:40
I preti in cattedra (6)


di Luigi Rodelli
Gli insegnanti ed educatori non avrebbero occasione di occuparsi del
contenuto intellettuale e morale delle preghiere religiose - che sono parte
integrante di un tutto a se stante, la chiesa o comunità religiosa - se esse
non fossero state calate nel vivo dell'opera quotidiana della scuola, che
dev'essere volta - come gli stessi programmi suggeriscono - a creare le
condizioni dello sviluppo armonico delle facoltà del fanciullo e ad avviarlo
a "pensare con la propria testa" e ad esercitare "l'arte di documentarsi". A
nessuno verrebbe in mente di "documentarsi" o di "pensare con la propria
testa" nel momento in cui si accinge a compiere un rito o un atto di culto,
nel luogo, nell'atmosfera o nelle circostanze in cui può sorgere il bisogno
di una partecipazione religiosa dell'animo umano al mistero della vita. Ogni
uomo ricompone a suo modo i vari momenti della sua vita interiore e ne salva
la spontaneità e la ricchezza se ha imparato a distinguerne il significato e
il valore, a rispettarne i caratteri e i limiti. Sovrapporre e confondere
tra loro l'attitudine a cogliere e a sistemare i dati dell'esperienza con l'atteggiamento
religioso d'adesione a un tutto misterioso è errore colpevole se commesso
nel corso di svolgimento dell'opera educativa della scuola.

Gli episodi del Vecchio Testamento, anche quelli "accessibili alla mentalità
degli alunni", mal si prestano a fondare una educazione morale e civile
degna della nostra civiltà: essi sono lo specchio di momenti diversissimi
fra loro di civiltà e di barbarie, che la moderna critica biblica ha
dimostrato appartenere ad uno spazio di tempo di 10-15 secoli, rendendo
insostenibile la concezione tradizionale di una legge mosaica omogenea, di
una specie di oracolo della Sibilla. Né si vede come possa essere ancora
accolta senza riserve la figura stessa del Dio della Bibbia. Dio "geloso",
Dio di tribù, esclusivo e non universale, che ordina a Mosé di sterminare il
suo popolo: e Mosé sceso dal Sinai, vedendo che il popolo aveva adorato un
vitello d'oro, fa uccidere tremila uomini, risale sul Sinai, rabbonisce Dio
e placa la sua ira. E' il Dio che, quando intima la "guerra santa" comanda
di distruggere "al modo dell'interdetto" e di estirpare le nazioni dei
peccatori, di "non far patto con loro e non far loro grazia", e monta in
collera con Saul perché ha risparmiato il re degli Amaleciti catturato in
battaglia: allora il sacerdote Samuele fa venire il re degli Amaleciti e lo
fa squartare "nel cospetto del Signore". Dalla concezione ebraica primitiva
della vita morale, dominata dalla visione di un premio di prosperità
individuale, esula ogni carattere di universalismo etico.

Elementi magici, del tutto estranei alla morale evangelica, si trovano
elaborati nella dottrina dei Sacramenti, concepiti come oggettiva conferma
della fede "ex opere operato", indipendentemente dalla partecipazione
soggettiva del fedele: credenze che hanno dietro di sé la sanzione dogmatica
della Chiesa cattolica e possono trovare una loro giustificazione
psicologica ed emotiva nella mistica professione del culto, ma che,
inculcate nel corso del medesimo processo formativo in cui i fanciulli
costruiscono con le loro mani il mondo dell'esperienza, possono provocare un
fatale sdoppiamento della coscienza morale. Di elementi magici, di credenze
fallaci e superstiziose, di narrazioni di miracoli sono piene poi le vite
dei santi e le tradizioni agiografiche locali, mentre la liturgia romana,
sulla quale pure si dovranno tenere "facili conversazioni", consacra il
concetto antidemocratico - ignoto al Cristianesimo primitivo - della
distinzione del clero dal laicato e della superiorità del prete sui fedeli.

"L'educazione religiosa si ispiri alla vita e all'insegnamento di Gesù
esposti nei Vangeli" - prescrivono i programmi. Ma quale significato
educativo ha questa frase, incorporata com'è nella dogmatica, nella
precettistica, nella liturgia romana? "La vita religiosa -prescrivono sempre
i programmi - derivi da una sentita adesione dell'anima ai principi del
Vangelo e dalla razionalità dei rapporti fra tali principi e l'applicazione
della legge morale e civile". La frase è alquanto oscura. La legge civile
attiene al dominio del limite e del possibile; il Vangelo anticipa il Regno
di Dio, la "città celeste". Si può giungere, come vi si è giunti col Kant,
ad accettare una religione morale (che non è da riporsi in dogmi e in
precetti, ma nella disposizione del cuore a rispettare tutti i doveri umani
come precetti divini), entro i limiti della sola religione. Questi programmi
insinuano invece che vi sia un rapporto di razionalità, ad esempio, tra la
parabola degli uccelli che ricevono cibo e veste dal padre celeste, quella
del cammello e della cruna d'ago, il precetto evangelico del porgere l'altra
guancia e la applicazione della legge civile, la quale sancisce i diritti e
i doveri del cittadino. Di questi diritti e di questi doveri è necessario
che ai fanciulli sia data un'idea chiara e un fondamento certo; qui invece
si mira a confondere nelle menti i termini razionali con l'infinito
ineffabile.

6) Segue

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 02/12/2008 alle 13:04
ALCUNE OSSERVAZIONI SU CRISTO ED IL CRISTIANESIMO

di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it





Grazie alla numerosa letteratura al riguardo, su Cristo ed il cristianesimo mi sembra di poter esprimere alcune opinioni. Cristo non è esistito, il suo nome è fatto di due titoli, Salvatore e Messia, che non sono veri nomi; potrebbe essere esistito con diverso nome, come quello dsi Giovanni di Gamala, ad ogni modo, se fosse esistito, la sua vera vita e la sua natura sarebbero state diverse da quelle raccontate dalla chiesa e perciò si ricadrebbe in un caso d’omonimia.

Cristo fu assemblato, per la parte filosofica, attingendo al neoplatonismo, per la parte teologica, attingendo a Mitra, per l’organizzazione sociale dei primi cristiani si prese dagli esseni e, una volta che si decise di dare un corpo a Gesù, come accade nei romanzi storici, si prese dallo zelota Giovanni di Gamala (Cascioli); l’evangelista Luca trasformò i suoi fratelli nei fratelli di Gesù.

Per far posto nella storia a Cristo, non citato da storici di rango, come l’ebreo contemporaneo Giosefo, si falsificarono Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane. Lo storico ebreo romanizzato Giovanni Flavio, che accenna brevemente a Gesù nel “Testimonium Flavianum” (Antichità Giudaiche) è un falso interpolato nel testo, infatti, nei primi tre secoli il passo era ignorato dai padri della chiesa.

C’è da dire però che Flavio, come tutti gli storici di corte, fece anche delle falsificazioni da parte sua, soprattutto con delle omissioni, parlò bene dei romani, Vespasiano e Tito, suoi protettori e male degli zeloti rivoluzionari.

Apparentemente, lo storico Giuseppe Flavio era un ebreo appartenente ad una famiglia sacerdotale, nel corso della prima guerra giudaica (66-73 d.c.) fu comandante militare antiromano in Galilea, si arrese ai romani e divenne collaborazionista di Vespasiano al quale previde l’elezione ad imperatore, poi fu adottato dalla sua famiglia dei Flavi; Tito era figlio di Vespasiano e concluse la prima guerra giudaica.

Noi sappiamo che in politica esiste trasformismo, tradimento, collateralismo e collaborazionismo, però anche su Flavio possono persistere dei dubbi. Come oggi l’alta aristocrazia non vuole comparire in finanza e perciò si serve di prestanomi, anticamente non amava comparire in letteratura e perciò si serviva di pseudonimi, come facevano quelli che cercavano di sfuggire alla censura.

Secondo Adelard Reuchlin, con il nome di Flavio ha scritto l’aristocratico Ario Pisone, imparentato con gli imperatori. Questa famiglia, con l’aiuto d’esperti in cose religiose e di Plinio il giovane, adottò precedenti idee filosofiche e religiose e soprattutto lo gnosticismo cristiano egiziano, sorto nel I secolo. Nel 150 lo gnostico Marcione aveva portato la sua fede a Roma, fu lui ad inventare il personaggio Paolo, mai esistito come Cristo.

La famiglia Pisone voleva una riforma religiosa e intendeva utilizzare la religione per il potere. Alla fine del II secolo, con una riforma religiosa a quella di Marcione, nacque il cristianesimo protocattolico di Ireneo con il vangelo di Giovanni. Nel 150 a Roma esisteva solo il cristianesimo gnostico di Marcione che vedeva in Cristo un essere celeste e non corporeo, Marcione aveva un suo vangelo e le prime quattro lettere di Paolo; alla fine di questo secolo, il vescovo Ireneo impose il secondo canone protocattolico dei quattro vangeli.

L’arianesimo fu una riforma religiosa all’interno dello gnosticismo, intenzionata a contrastare il cattolicesimo nascente, all’inizio del III secolo cercò di dare un corpo a Cristo, lo considerava un superuomo, superiore agli uomini ma inferiore a Dio e di diversa sostanza da lui. Invece la teologia di Giovanni e Ireneo voleva Cristo uomo e Dio, della stessa sostanza del padre.

Nel IV secolo Costantino, per imporre l’unità all’impero, con la collaborazione del vescovo Eusebio, fece un’altra riforma religiosa, al concilio di Nicea impose il terzo canone definitivo cristiano, con la credenza nella trinità. Il cristianesimo divenne religione lecita, in precedenza erano stati perseguitati solo cristiani gnostici, il successore Teodosio I volle uno stato confessionale e perciò vietò le altre religioni. Tra le riforme cristiane successive più fortunate, vi fu, alla fine del medioevo, quella protestante, sostenuta da principi tedeschi ed europei in genere.

Sono state tante le religioni sponsorizzate dal potere, è accaduto con le riforme religiose ebraiche, a cominciare da Mosè, fino ad Esdra, al ritorno dalla cattività babilonese, fino alle riforme dei rabbini, all’avvicinarsi dell’era volgare.

Anche l’Islam subì riforme, nel VII secolo i califfi abassidi fecero una riforma religiosa del primo islamismo, il quale si era già ispirato ad ebraismo, cristianesimo e zoroastrismo. Anche Budda metabolizzò idee di altre religioni, nacque come riforma protestante all’interno dell’induismo; lo stesso Mitra aveva preso da altre divinità solari precedenti, lo zoroastrismo nacque come religione sincretica e così il manicheismo, che prese da gnosticismo, buddismo e zoroastrismo.

Con questa tecnica, nel XX secolo in Indocina, i servizi segreti francesi, per l’esercizio del potere, s’inventarono una nuova religione, il caodaismo, che fondeva cristianesimo, buddismo e altre religioni orientali, la quale però ebbe poco successo.

Se papa Paolo III ha affermato che Cristo non è mai esistito e che aveva preso il posto di Mitra, un imperatore d’Austria ha affermato che lo stato si deve reggere sulla religione e sull’esercito, Napoleone I ha affermato che quelli che s’intendono meglio sono i preti ed i militari.



Fonti:

“Nuove ipotesi su Gesù” di Davide Donnini – Macro Edizioni,

“Il segreto più nascosto” di David Icke – Macro Edizioni,

“La leggenda di Gesù” di Renato Souvarine – La Fiaccola Editore,

“Gli anni oscuri di Gesù” di Robert Aron – Mondatori Editore,

“Paolo, l’ebreo che fondò il cristianesimo” di R. Caimani – Mondadori Editore,

“Gesù e Gesù” di Daniel Unterbrink – Editore Alterego,

“Giovanni il nazireo, detto Gesù Cristo” di Emilio Salsi,

“La morte di Cristo” di Luigi Cascioli,

“Il metabolismo cristiano” di Nunzio Miccoli,

“I fratelli siamesi – lo stato e la religione” di Nunzio Miccoli,

“La croce di spine” di Giancarlo Tranfo – Chinaski Editore,

“La favola di Cristo “di Luigi Cascioli,

“ Il vero autore del Nuovo Testamento” di Adelard Reuchlin.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 03/12/2008 alle 10:47
I preti in cattedra (7)


di Luigi Rodelli

E’ questa una prova della cattiva coscienza con cui sono stati formulati questi programmi, che non sono destinati ad una comunità monastica, ma a creare le condizioni “per un’effettiva e consapevole partecipazione alla vita della società e dello Stato”. Quanto “alla sentita adesione dell’anima ai principi del Vangelo” – dalla quale pure deve derivare, secondo i programmi, la “vita religiosa” – come non osservare che qui, a parte il fatto che la “adesione dell’anima” non s’impone con una legge, i principi del Vangelo sono posti in relazione con la vita religiosa e con l’ “anima”, senza la mediazione della coscienza morale? Anche per i migliori pedagogisti cristiani, da Pestalozzi a Lambruschini, la coscienza morale è attività dell’io. Se per i principi del Vangelo il legislatore ha voluto intendere i puri principi etici che vi sono contenuti, il compito della scuola rispetto ad essi non è di farvi “aderire l’anima” del fanciullo perché ne derivi la sua vita religiosa, ma di offrirli come nutrimento della sua coscienza morale. La formazione della coscienza morale presuppone infatti una personale ad attiva rielaborazione dei sentimenti e dei principi morali.



Ora gli alunni sono passati alla lettura. Il libro di lettura è aperto sul banco. Han preso a leggere quasi in coro, con tentennamenti e scoppiettii di parole.



Il breve racconto (2 elementare) è intitolato: “I dentini di latte”.



Un moretto era stato portato alla Missione. Non aveva che cinque anni, ma scappava sempre nel capannone che serviva da Chiesa, per ascoltare la parola che il missionario rivolgeva ai fanciulli e alle fanciulle che si preparavano alla prima Comunione.

Il padre due o tre volte l’aveva mandato via:

- Tu non capisci niente e disturbi gli altri.

Ma il moretto, furtivo, veniva ogni giorno; e stava zitto ad ascoltare.

Alla vigilia del grande giorno, il moretto si presentò al Padre e gli disse:

- Sono pronto anch’io per la prima Comunione.

- Tu sei troppo piccolo, non puoi.

- E quando potrò?

- Quando non avrai più codesti dentini di latte.

Il moretto parve rassegnato e se ne andò.

Il mattino dopo, con gli altri comunicandi, il Padre vide comparire anche il moretto.

- Ancora qui?

- Certo Padre; ora non ho più i dentini di latte. Me li sono tolti per poter ricevere Gesù.

E al Padre, commosso e sbalordito, mostrò le gengive ancora insanguinate e senza dentini.

Anche nel suo piccolo cuore scese Gesù.



La maestra ha ripetuto l’ultima frase del racconto come per riassumere il senso. Ma qual è il senso? Che Gesù fu contento che il moretto si era tolto i dentini? Una bambina di quattro anni, alla quale è stato ripetuto questo racconto in un asilo di suore, all’uscita si è messa a colpirsi i denti con un sasso. Si sa che i bambini piccoli, sotto la suggestione dell’esempio, possono giungere a compiere su di sé atti di mutilazione fisica. Qui poi l’auto-asportazione dei dentini di latte è messa in rapporto con la discesa di Gesù nel cuore. Quale miscuglio di sensazioni fisiche e di stati d’animo si produrrà nei fanciulli?



La sovrapposizione di immagini reali, di simboli e di tesi dottrinali ai dati dell’esperienza quotidiana è assai frequente nei libri di lettura scritti dopo la pubblicazione dei nuovi programmi. Le illustrazioni a colori mettono in risalto il testo e ne anticipano l’effetto. In alcune di esse si vede campeggiare accanto al fanciullo che va a scuola la grande figura dell’Angelo Custode che lo guarda e lo guida:



fa che la mente e il cuore

io devoto t’affidi,



dice la poesia. E quest’altra, nel libro di lettura della quarta classe:



L’ANGELO CUSTODE

Dice il Signore all’angelo:

- corri da quel bambino

e restagli vicino.

Non lo lasciar giammai.

- Signor, cosa gli dico

se mi chiede chi sono?

- Digli: io sono un dono

di Dio. Sono l’amico.

- E se piange, che faccio?

- Fa come il pastorello.

Quel bambino è un agnello

e tu lo prendi in braccio.

- E se gioca? – Tu giochi.

I bambini innocenti

van felici di pochi

sassolini lucenti.

L’angelo via volò.

Ed era già lontano

nel ciel, che si voltò

per chiedere più piano:

- E se si ammala? Se muore?

- Riportalo al Signore.



Un grande angelo, la veste trapunta di stelle, riempie l’altra metà della pagina col suo moto ascensionale: porta nelle braccia il bambino morto. Chi non vede quanto sia dannoso, per non dire crudele, sgomentare, proprio nella scuola, il bambino, con rappresentazioni della sua vita e della sua morte avvolte in un senso di mistero, nella scuola dove tutto dovrebbe concorrere a creare quell’atmosfera di serenità che è indispensabile al naturale dispiegarsi dell’attività del bambino?



Un’altra illustrazione mostra l’Angelo Custode che si accompagna ad un bambino sotto il suo medesimo ombrello, appoggiandogli una mano sulla spalla. Ecco il racconto:



Gigi aveva ascoltato con gioia e con meraviglia la mamma, che gli parlava dell’Angelo Custode. Poi le aveva domandato:

- Ma dov’è, mamma, quest’Angelo, che non lo vedo?

- E’ uno spirito e non lo puoi vedere: ma lo hai sempre con te.

- Dove?

- Dalla parte del cuore. Egli ti camminerà sempre al fianco.

Dopo pochi giorni tornando dalla Messa, Gigi fu colto da un’acquazzone. Aprì l’ombrello e corse verso casa.

La mamma, appena lo vide, gli andò incontro e notò, meravigliata, che aveva tutta la parte destra bagnata.

- Ma perché non ti sei coperto bene con l’ombrello?

- Perché dalla parte del cuore dovevo coprire anche l’Angelo Custode – rispose Gigi.



Che cosa si deve pensare di Gigi? Che era un po’ grullo? O che era un esempio di celestiale innocenza, tale da dover essere imitato dagli altri bambini?



Molti racconti, dei quali si potrebbe fare un’ampia raccolta spigolando dai libri di lettura, hanno a protagonista il parroco o la suora e legano l’attenzione del piccolo lettore ai santi e ai miracoli.



I racconti hanno una grande importanza per il retto sviluppo del raziocinio e della sensibilità infantile, perché col loro carattere allusivo offrono ai fanciulli la possibilità di inquadrare liberamente i dati della loro esperienza. Assai dannosi sono perciò quei racconti che, deviando il corso naturale dell’osservazione, mirano a distorcere il significato del più banale fatterello della vita quotidiana per farlo rientrare in uno schema prestabilito.



7) Segue

 

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Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
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e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 03/12/2008 alle 16:01
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Sesta puntata



Esaminiamo il culmine della prova ontologica, ossia la versione di Godel (sulla “o” ci vorrebbe la dieresi). La prima idea del nostro fu di rimpiazzare le perfezioni, che non è ben chiaro che cosa siano, con le proprietà positive, di cui invece non si sa per niente che cosa siano. Il vantaggio sembrerebbe dubbio, ma è invece essenziale: si sostituiscono concetti consunti sui quali non si possono avere che idee nebulose, con concetti nuovi sui quali non si ha nessuna idea preconcetta.

Essendo un logico, G. decise di delimitare preventivamente la natura delle proprietà positive, enunciando esplicitamente alcune loro caratteristiche e limitandosi ad usare solo quelle.

1) Poiché il prodotto di due numeri positivi è positivo, anche la proprietà che è soddisfatta dagli elementi che soddisfano entrambe le proprietà date (intersezione), è una proprietà positiva. Es. se piccolo è positivo e nero pure, lo sarà anche “piccolo e nero”.

2) Poiché lo zero non è positivo, la proprietà vuota, che non è sodifatta da nessun oggetto, non è positiva.

3) Un numero o il suo inverso sono positivi. Es. se piccolo non è una proprietà positiva, lo sarà “non piccolo”

4) Un numero maggiore di uno positivo, è positivo, una proprietà più grande di una positiva, soddisfatta ciòè da più oggetti, è ancora positiva. Ad es. se “piccolo e nero” è positiva, allora lo è anche piccolo, perché sono di più gli oggetti piccoli, che quelli “piccoli e neri” [come Calimero ]



Possiamo ora definire Dio come un essere che ha tutte le proprietà positive, qualunque cosa siano, purché sodisfino le caratteristiche precedenti.



A questo punto possiamo già dare una prima versione dell’argomento di G. “In un mondo finito, Dio esiste ed è unico”. Le proprietà sono infatti insiemi di oggetti tratti dal mondo e se il mondo è finito, ci può essere solo un numero finito di proprietà e quindi anche un numero finito di proprietà positive.

La prima condizione è sodisfatta perché dopo aver intersecato le prime due qualità positive e poi, con la loro intersezione, una terza e cosi via, si arriverà all’intersezione di tutte che risulta essere ancora una proprietà positiva.

La seconda condizione assicura che una proprietà positiva non è vuota e quindi tale è l’intersezione di tutte le proprietà positive.

La terza condizione assicura che la proprietà di essere Dio è positiva, perché il suo inverso “non essere Dio” non lo è.

La quarta condizione non serve, ma permette di dimostrare che le proprietà positive sono esattamente quelle possedute da Dio, perché Egli possiede ogni proprietà positiva per definizione.



Naturalmente, l’ipotesi che il mondo sia finito è contingente e dunque non particolarmente attraente in un ambito teo(logico). Per vedere come sia possibile andare avanti, non ci resta che aspettare la prossima puntata.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 04/12/2008 alle 09:52
I preti in cattedra (8)


di Luigi Rodelli
Il "fondamento e coronamento".

Se il catechismo clericale è inaccettabile
Nella scuola laica, un catechismo laico
Sarebbe peggio che inaccettabile:
sarebbe stupido
Gaetano Salvemini

Gli alunni hanno riposto il libro di lettura e hanno aperto il libro di
studio o sussidiario, cioè il libro dove sono riunite le diverse materie d'insegnamento,
come la grammatica, la storia, la geografia, l'aritmetica. La prima parte
del sussidiario è riservata alla religione, considerata anch'essa materia d'insegnamento.
L'equiparazione può apparire un po' forzata.

(*) Nota: in V elementare, nell'anno scolastico 2008-09, mia nipote ha due ore settimanali dedicate alla religione

Il cattolico Tommaseo, che richiedeva l'insegnamento religioso domenicale ad
opera di un buon prete, ripeterebbe che "il farne cattedra accanto alla
geografia e alla grammatica è un farne pedanteria odiosa e sovente tediosa".
Ma i filosofi idealisti scoprirono che, consistendo la religiosità in un
momento dello spirito - nel sentirsi cioè partecipi di un assoluto - in essa
è da riconoscere un tratto fondamentale della natura umana, dal quale l'educazione
dell'infanzia non deve prescindere. Essi sostennero perciò - soprattutto il
Gentile e il Lombardo-Radice - che nelle scuole elementari si dovesse dare l'insegnamento
religioso. Per il Lombardo-Radice esso doveva avere un carattere di
universalità e di poesia, doveva essere immune da ogni dogmatismo e
sostanziato di puri principi etici, tali da essere riconosciuti di alto e
universale valore educativo, qualunque fosse la particolare credenza o il
particolare punto di vista dei non cattolici frequentanti le pubbliche
scuole. Senza vincolare le coscienze con un insegnamento dogmatico, da lui
ritenuto antieducativo, la lettura commentato del Vangelo avrebbe assolto a
questa funzione di elevazione morale e di educazione religiosa. In tal
senso - assai diverso da
Quello catechistico, per cui a giudizio del Tommaseo si sarebbe fatto della
religione una pedanteria - si poteva parlare di insegnamento religioso nelle
scuole elementari: in un senso cioè tanto elevato quanto difficile da
realizzare.

Ma il Gentile aveva dedotto dalla sua concezione storicistica, gerarchica e
autoritaria della vita dello spirito le conseguenze che vi erano implicite
e, da ministro, le aveva tradotte in decreto-legge. A lui, non credente, non
premeva affatto che s'insegnasse, ad esempio, il dogma della Vergine-madre;
ma, poiché quel dogma fa parte della religione "storicamente determinata" in
Italia e una visione generale del mondo - egli diceva - "o la dà la
religione o la dà la filosofia" e nelle scuole elementari non può darla che
la religione "storicamente determinata", egli doveva volere che s'insegnasse
anche il dogma della Vergine-madre. E così volle. Il decreto del 1923 poneva
a fondamento e coronamento dell'istruzione elementare l'insegnamento della
dottrina cristiana secondo la forma ricevuta nella tradizione cattolica". In
nome della libertà dello spirito e della filosofia liberatrice, di cui i
giovani delle classi liceali si sarebbero serviti per imparare a tener
soggetti i poveri diavoli che non vanno oltre la scuola elementare, il
Gentile chiudeva intanto tutti i fanciulli - anche quelli che non avrebbero
poi studiato la sua filosofia - entro il cerchio di una visione gerarchica e
autoritaria del mondo. Affermando che "ogni forza è forza morale", il
filosofo idealista plaudiva al manganello di Mussolini e insieme gli
conciliava il favore dei gesuiti, i quali videro accolte dal governo
italiano gran parte delle richieste formulate nel campo educativo dalla loro
rivista,"Civiltà Cattolica".

Il primo programma ministeriale non era molto dottrinale; ma già nel 1924 fu
prescritto l'imprimatur dell'autorità ecclesiastica per i libri di religione
da adottarsi. Le circolari Belluzzo del 1925 riconoscevano all'autorità
ecclesiastica il diritto di intervento nella scuola pubblica per la scelta
dei libri il testo di religione e degli insegnamenti di religione, nonché il
diritto di vigilanza e di ispezione per mezzo di sacerdoti delegati dall'ordinario
della diocesi, che poteva esercitarsi anche senza l'intervento del
provveditore agli studi.

L'eredità dei cattolici liberali del Risorgimento era tradita. Gioberti,
Capponi, Lambruschini avevano avuto un concetto dell'educazione religiosa
diverso da quello catechistico prevalso nella chiesa per opera della
controriforma; per essi la religione non era un rito né un formulario, ma
testimonianza interna, rigenerazione interiore: libertà spirituale, non
autorità.

Nel voltare le pagine del sussidiario dedicate alla religione cerchiamo di
capire come esse parlino all'animo dei piccoli lettori, per quali vie
suscitino in essi il senso religioso della vita e li portino a riconoscere
in ogni uomo il segno di una realtà spirituale a carattere universale. Tra
il cattolico Tommaseo, che non voleva la religione nella scuola perché vi
sarebbe divenuta odiosa, e il Gentile che ve la introdusse come "filosofia
inferiore" per favorire l'attività dello spirito che nello stesso fanciullo,
divenuto uomo, avrebbe superato questa fase puerile per mezzo della critica
e del pensiero, chi dei due aveva ragione?

La risposta dobbiamo cercarla in queste pagine spalancate davanti agli occhi
attoniti dei fanciulli. Essi sentono che son diverse dalle altre pagine del
sussidiario. Le illustrazioni accanto alle semplici figure ispirate alle
parabole evangeliche, introducono con insistenza elementi attinenti alla
sfera del sacro: chiese, altari, ostie, pissidi, aspersori. E' un processo
che muove dall'esterno - dalla vista di oggetti che racchiudono un
significato rituale, forse magico - verso l'interno. Un processo inverso a
quello della conquista interiore, che risolve in sé ed informa delle
necessità, proprie dello spirito di ognuno, i dati dell'esperienza.

Anche le parabole evangeliche, delle quali viene spesso accentuato l'aspetto
paradossale e miracolistico piuttosto che il valore-limite e il significato
morale, sono manipolate e riassunte in modo che lo spirito umanitario ed
altruistico del vangelo ne esce travisato in senso autoritario ed
ecclesiastico. Leggiamo ad esempio, sotto il titolo "Gesù buono e potente",
a commento della guarigione del paralitico: "Nessuno è mai stato e sarà mai
potente come Gesù. Egli ora è in cielo e ha la stessa potenza. Dobbiamo
avere fiducia in Lui. I Santi con questa fiducia sono stati anch'essi capaci
di operare miracoli". Quale idea si farà il bambino della bontà e della
potenza? Tutto s'annebbia nell'attesa del miracolo. Nel frattempo il bambino
dovrà scrivere nel suo quaderno: "Gesù fammi obbediente agli ordini dei
genitori e dei superiori". Ottimo sistema per educare un suddito. E se gli
ordini dei superiori saranno contrari alla voce della coscienza, che
bisognava risvegliare?

Sotto il titolo "Gesù capo della Chiesa", "per non disobbedire a Gesù
bisogna obbedire al papa e a quelli che ci trasmettono i suoi ordini. I
vescovi e i parroci. Cerca una bella immagine di Gesù Cristo Re e mettila
nel tuo quaderno. Aggiungi le effigi del papa, del vescovo e del parroco".
Ecco a che cosa si riduce la lettura del Vangelo. Sui principi etici del
discorso della montagna, quasi completamente trascurato, prevalgono i
discorsi e gli "ordini" del papa. Davanti agli occhi del bambino si fissano
le persone fisiche del vescovo e del parroco che sono là a comandare.

8) Segue

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 04/12/2008 alle 15:32
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Settima puntata



Occorre non farsi prendere troppo dall’entusiasmo, perché innanzitutto Dio è definito come un Essere con certe proprietà positive, ma le proprietà sono godute dagli oggetti del mondo; dunque Dio è un’entità che fa parte del mondo, un essere immanente e non trascendente.

Inoltre, l’unicità di Dio è solo relativa alla classe di proprietà positive considerate: ogni classe ha un suo unico Dio, ma le classi sono tante: più che un Dio, si dovrebbe forse parlare di un capoclasse.

Infine l’ipotesi che essere Dio è una proprietà positiva non è molto diversa dall’assumere direttamente che Dio esiste e quindi non è difficile dimostrare un risultato, assumendolo (quasi) come ipotesi.

In conclusione si può dire che se si passa la prova ontologica al filtro della matematica/logica, si può rammentare quanto Hume scriveva a proposito di Berkeley: “ I suoi argomenti non ammettono la minima confutazione, ma non suscitano la minima convinzione!” Sic transit gloria Dei

 

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  postato il 04/12/2008 alle 15:33
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Settima puntata



Occorre non farsi prendere troppo dall’entusiasmo, perché innanzitutto Dio è definito come un Essere con certe proprietà positive, ma le proprietà sono godute dagli oggetti del mondo; dunque Dio è un’entità che fa parte del mondo, un essere immanente e non trascendente.

Inoltre, l’unicità di Dio è solo relativa alla classe di proprietà positive considerate: ogni classe ha un suo unico Dio, ma le classi sono tante: più che un Dio, si dovrebbe forse parlare di un capoclasse.

Infine l’ipotesi che essere Dio è una proprietà positiva non è molto diversa dall’assumere direttamente che Dio esiste e quindi non è difficile dimostrare un risultato, assumendolo (quasi) come ipotesi.

In conclusione si può dire che se si passa la prova ontologica al filtro della matematica/logica, si può rammentare quanto Hume scriveva a proposito di Berkeley: “ I suoi argomenti non ammettono la minima confutazione, ma non suscitano la minima convinzione!” Sic transit gloria Dei

 

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  postato il 05/12/2008 alle 10:55
I preti in cattedra (9)


di Luigi Rodelli
Nella pagina seguente, sotto il titolo "Gesù giudice", si vedono le fiamme
rosse dell'inferno nelle quali Gesù precipita i dannati. Poi viene la
spiegazione del Comandamenti e, sotto il titolo "Sia santificato il tuo
Nome", ci sono due illustrazioni, una di qua una di là dalle righe
stampate: nella prima si vedono tre bambini che, tenendosi per mano, vanno
in chiesa, nella seconda si vede il frontespizio del Codice Penale e poi il
volume aperto alla pagina che contiene l'articolo 724, di cui si leggono
queste parole: "Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole
oltraggiose contro la Divinità o i simboli o le Persone venerate nella
religione di Stato, è punito". Di qua la chiesa, di là il carabiniere. Che
cosa penserà il bambino? La spiritualità decade di colpo al livello di un
calcolo di opportunità. Se ciò non importa alla gerarchia ecclesiastica,
importa all'educazione del senso morale. Non può dirsi infatti uomo morale
colui che si abitua fin da fanciullo a non trasgredire ai principi morali
(qui ridotti a un divieto della Chiesa) non già perché essi hanno un valore
assoluto, ma per non incappare nel codice penale (si tratta poi in questo
caso, di uno di quegli articoli del codice penale Mussolini-Rocco ispirati
al principio della "religione dello Stato" che la Costituzione della
Repubblica non contempla.

Questa visione autoritaria e gerarchica della religione, concepita come un
sistema di trasmissione degli "ordini" del "capo", questo ecclesiasticismo
istituzionale si fa sempre più insistente nei volumi del sussidiario
dedicati alle classi successive. Forse per dare maggiore autorità ai
"comandi" della Chiesa, questi vengono paragonati alle leggi dello Stato.
"Se voi andate a guardare l'albo della vostra Scuola troverete affissi dei
fogli contenenti degli ordini, firmati dal Signor Direttore. Al Municipio
sono affisse delle ordinanze firmate dal Sindaco o dasl Prefetto. Nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica vi sono dei decreti e delle leggi
firmate dai Ministri e dal Presidente della Repubblica. I Comandamenti
contenuti nel Decalogo sono decreti firmati da Dio che li consegnò a Mosé;
le leggi evangeliche della carità verso Dio e verso il prossimo e le
Beatitudini sono decreti firmati da Gesù Cristo che li affidò agli apostoli.
Ma ci sono anche leggi firmate dal papa come Capo della Chiesa e Vicario di
Gesù Cristo: sono i precetti della Chiesa". Il senso di questo discorso è
chiaro: il fondamento della legge morale non va cercato nella coscienza
morale, cioè nell'assenso interiore, ma nella forma, nell'essere la legge
morale formalmente perfetta, scritta e firmata dall'autorità competente,
come avviene per le leggi civili. L'alto insegnamento di Antigone che, nella
tragedia greca, si appella dalla legge scritta alla legge non scritta, dalla
legge civile alla legge della coscienza, è andato perduto per gli educatori
cattolici. La legge morale, una volta assoggettata e confusa con la
precettistica ecclesiastica, ha perduto non solo la sua autonomia ma anche
il suo primato: chiede aiuto alla legalità, ha bisogno perfino della firma
di Gesù Cristo!

L'illustrazione a colori fa vedere l'albo della scuola, l'albo del comune,
la copertina della Gazzetta Ufficiale e.il ritratto di Pio XII, quest'ultimo
con la seguente didascalia: "Il papa può fare le leggi"! Religione, morale,
precetti della chiesa, leggi canoniche e leggi civili sono confuse in un
unico imbroglio. L'insegnamento dell'educazione civica dovrebbe poi servire
a sbrogliare l'imbroglio creato dall'insegnamento della religione. Bel
metodo pedagogico! Ma la colpa è tutta della civiltà laica, la quale ha
inventato la democrazia. Se anche nello Stato, come nella Chiesa, le leggi
si lasciassero fare al papa invece che al Parlamento, tutti ubbidirebbero al
papa, visto che "può far le leggi", e non vi sarebbero inutili complicazioni
pelagiche. In ogni caso, i nostri scolari, i quali hanno studiato che
devono - in senso assoluto, naturalmente - obbedire al parroco, quando
saranno adulti e avranno bisogno di lumi e di consigli andranno da lui o dal
vescovo e sapranno, caso per caso, in qual conto tenere la voce della
coscienza, le leggi dello Stato e i doveri del cittadino. L'insegnamento
della religione avrà raggiunto così lo scopo che, evidentemente, si
prefigge: annebbiare le menti, confondere le coscienze, togliere il senso
della responsabilità.

Se il ragazzo avesse ancora qualche esitazione o qualche dubbio, in quinta
elementare apprenderà che "un Sacerdote non è più un uomo come gli altri.
Chi crede alla parola e alla potenza di Gesù sa che il Sacerdote ha la
potenza di Gesù stesso, che è un altro Gesù che dona alle anime la grazia e
l'amore di Dio". Le seguenti domande lo porranno di fronte a esigenze
insospettate e gli insegneranno a fare la spia: "Le persone che voi
conoscete che cosa dicono dei sacerdoti?...Se venissero a mancare i
sacerdoti cattolici [nota d.r. : ormai ci vorrà poco tempo :-)] che cosa
accadrebbe ai cristiani?".

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  postato il 06/12/2008 alle 14:06
I preti in cattedra (10)


di Luigi Rodelli

Non tutti i libri di testo, come questo di Gesualdo Nosengo, arrivano a queste insinuazioni e insegnano a fare la spia in nome di Gesù; ma tutti, nella parte dedicata alla religione, sono informati allo stesso metodo dogmatico-deduttivo, nonostante che fingano di infarinarsi dei metodi attivi: e intanto raggiungono lo scopo di mandare i ragazzi dal parroco per chiedergli quali miracoli hanno compiuto certi santi (agiografia locale!). “Non basta – leggiamo in un altro sussidiario – ascoltare la S. Messa. Un bravo ragazzo non manca al Catechismo perché soltanto istruendosi si impara ad amare e a servire il Signore: aggiunge inoltre qualche “opera buona”. Gli resta tempo anche per giuocare coi compagni all’oratorio e per divertirsi al cinema parrocchiale”. E poi sotto: “Scrivi nel tuo quadernetto come trascorri le feste”. Il fanciullo non sa che ciò che scriverà nel suo quadernetto potrà essere oggetto di inquisizione. Ma lo imparerà presto. Allora comincerà a scrivere qualche bugia.



C’è poi in ogni sussidiario la parte dedicata al vero e proprio catechismo. Domande come le seguenti: “Chi è Dio?”, “Qual è il peccato originale?”, “Che cos’è l’inferno?”, “Che cos’è l’eucarestia?”, con le relative risposte obbligate. Il contenuto dogmatico sfugge evidentemente al dominio dei sensi. Quel che importa sapere è il tipo di processo mentale a cui lo studio del catechismo obbliga l’alunno, il quale deve abituarsi a determinate domande. Se si trattasse di un puro giuoco o di una semplice convenzione, nulla di male; in tali casi infatti si sa che alle parole prescelte non corrisponde alcun valore sostanziale. Trattandosi invece di proposizioni, il cui significato logico si riferisce ad astruse definizioni teologiche, sulle quali si vuol fermare la attenzione del fanciullo, è naturale che egli – sempre che non lo consideri una macchina che produce risposte esatte – sia portato a ragionarci sopra con la propria testa, proprio come i programmi d’insegnamento prescrivono che gli alunni debbano essere educati a fare. Come si svolgerà allora il colloquio tra l’alunno e l’insegnante?



E’ quel che si è chiesto il professor Guido Calogero nel suo saggio “Il Catechismo di Stato”. Se un ragazzino dopo aver appreso che “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo” apprende altresì che “l’inferno è il patimento eterno della privazione di Dio”, e, più sveglio degli altri, osserva che se Dio non è anche all’inferno e nella coscienza stessa dei dannati, allora non è vero che sta dappertutto; mentre se davvero è dappertutto allora non esiste l’inferno in cui si sia privati di lui, che cosa succederà a quel ragazzino? La sua difficoltà verrà discussa o gli sarà semplicemente ordinato di stare zitto e di studiarsi a memoria quelle due formule, per rispondere esattamente alle rispettive domande “dov’è Dio?”, e “che cos’è l’inferno?” senza presumere di saperla più lunga dei grandi? E se, anche dopo una lunga e amorevole discussione, egli non si convince e rimane del suo parere, deve egli essere costretto a ripetere comunque quella formula? E’ chiaro che se lo scopo finale dello studio del catechismo è la ripetizione mnemonica di determinate risposte non verificabili, quel colloquio o non avrà luogo mai o rimarrà soltanto fittizio, e prima o poi cederà il passo all’invito autoritario a ripetere le cose così come stanno scritte nel libro. Eppure perfino S.Tommaso sapeva che la coscienza dell’individuo non si può coercire! Qui è il punto – osserva il professor Calogero – in cui non c’è sacralità di catechismo che tenga. Sul tema se ci sia o non ci sia l’inferno può avere competenza particolar e il papa, così come ogni spirito religioso anche in disaccordo col papa, ma sul punto che non si possa essere costretti a crederci quando non se ne sia più convinti la competenza non è più del papa che di chiunque altri. Quel ragazzino più sveglio degli altri potrà, se i suoi genitori si prenderanno cura di lui, essere dispensato per il successivo anno scolastico dalle lezioni di religione. Ma il guasto irreparabile è già avvenuto nella sua coscienza di scolaro, perché è stata minata la sua fiducia nella serietà della scuola e nell’autorità dei maestri, soprattutto se l’insegnamento della religione gli è impartito dal maestro di classe.



E’ giusto anche chiedersi che cosa avverrà degli altri fanciulli, di quelli che non hanno osato sollevare obiezioni e che hanno accettato in blocco in concetto di un Dio misericordioso, onnipotente e onnipresente che sia nello stesso tempo vendicativo e castigatore. Porteranno dentro di sé per tutta la vita questo Dio da tribù primitive, meno civile del tipo di educazione da essi ricevuta? Riusciranno a pensarlo liberamente o tenteranno di razionalizzare a tutti i costi la concezione inculcata loro fin dall’infanzia? Anche qui ciò che è dannoso non è tanto il contenuto di quella determinata concezione quanto il suo assolutismo. Dannoso è impiantare nella mente infantile – ha osservato lo psichiatra canadese dottor Chisholm, per sette anni direttore generale dell’organizzazione mondiale della sanità – quei concetti che non si debbono discutere perché discuterli è “peccato” e che persisteranno nell’età adulta. Così anche gli atteggiamenti e i principi pur sani che vi sono nelle religioni più assolutistiche e teocratiche risultano dannosi in quanto assolutistici, non discutibili, dal momento che non si deve mettere in dubbio la loro validità. Ciò che pregiudica tutto è l’opposizione al pensiero individuale, indipendente.



10) Segue



 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 07/12/2008 alle 12:11
I preti in cattedra (11)


di Luigi Rodelli
Se un principio pedagogico esce avvalorato dai metodi attivi è quello legato
al concetto di "interesse". Il fanciullo può trovare interesse, ad esempio,
nello studio della storia solo in quanto s'accorge che la storia ha fatto
nel passato quello che egli stesso farebbe per la trasformazione e il
miglioramento delle cose che egli conosce (case, mobili, mezzi di
trasporto). Per il fanciullo - ha osservato il Claparède - apprendere la
storia è in qualche modo collaborare col tempo nell'edificazione di questo
stato presente in mezzo al quale egli vive e che egli conosce: questa
collaborazione sarebbe fittizia se fosse sottomessa a un insegnamento. All'"insegnamento
storico" bisogna perciò sostituire il "lavoro storico": non "informare" il
fanciullo, ma fare in modo che in lui sorga il bisogno di "informarsi" della
storia delle cose, cominciando da quelle che sono più vicine alla sua
diretta esperienza e lasciando libero il fanciullo di condurre le sue
ricerche nelle più diverse direzioni. Il lavoro di ricostruzione storica
sarà completo per il grado di maturità del fanciullo se avrà soddisfatto
quegli interessi che in lui si erano manifestati spontaneamente. Ma se si
fissasse in anticipo il punto da dove il fanciullo deve cominciare le sue
ricerche e quello al quale si vuole che mettano a capo, si svuoterebbero i
metodi attivi del loro valore pedagogico e si ricadrebbe in una nuova forma
di indottrinamento autoritario. Questa involuzione si è rapidamente compiuta
nelle scuole tenute da enti religiosi, le quali, per non rinunciare ad una
patina di modernità, hanno adottato la terminologia dei metodi attivi
lasciando immutata la sostanza del più gretto e retrivo insegnamento.

Nei sussidiari adottati nelle nostre scuole vi sono alcune parti dedicate
espressamente alla "ricerca" del mondo circostante, che dovrebbe
gradualmente allargarsi dal presente al passato, dal villaggio o dal
quartiere alla regione, all'Italia, all'Europa e al mondo. Vengono proposti
alcuni temi. Ma le ricerche e la conversazione devono stare entro il binario
imposto. Tema: "La famiglia e la casa"; ricerca, domande. Primo punto: "A
Nazareth, Gesù fanciullo viveva in una piccola casa ordinata, amava i suoi
genitori, li aiutava, li obbediva. Tu come vivi nella tua famiglia?". Tema:
"Vita nel paese"; ricerca, domande. Primo punto: "Padre nostro.Siamo dunque
tutti fratelli. Paese e quartiere devono essere i luoghi dove la gente si
conosce, si comprende, si aiuta". Tema: "Vita nella città", ricerca,
domande. Primo punto: "Santuari nel cuore della città o in luoghi sperduti,
dove la tua gente confida al Signore le sue speranze. Ecco un primo aspetto
della tua provincia; un piccolo proposito di ricerca per te". Tema: "Chi
lavora per te"; ricerca, domande. Primo punto: "Il lavoro, redento da Gesù,
che lavorò per trent'anni fra gli uomini, è il mezzo più nobile per
dimostrare l'amore a Dio e al prossimo". Tema: "Terra madre"; ricerca,
domande. Primo punto: "Sia fatta la Terra.Da quel giorno cominciò la storia,
in gran parte misteriosa, della terra che noi abitiamo: anche di quel lembo
di terra, sulla quale vivi e che i tuoi avi hanno reso abitabile e feconda".
Tema: "Erbe, piante, fiori, frutta"; ricerca, domande. Primo punto: "Dacci
oggi il nostro pane quotidiano.La storia di Giuseppe Ebreo"; anche nella
storia sacra, i prodotti dei campi sono presenti come beni necessari".
Secondo punto: "Questo è il mio corpo.: scende Iddio nel mistero del pane e
del vino, del grano e della vite; io ti ungo con l'olio.; e l'ulivo
partecipa del divino mistero di grazia; Tema: "Gli animali"; ricerca,
domande. Primo punto: "La colomba dell'arca di Noé, il bue e l'asinello di
Betlemme, la colomba mistica del Giordano, gli uccelletti che ascoltavano
tacendo, S.Francesco d'Assisi; molte volte, vero o simbolico, l'animale è
presente nella storia sacra". Tema: "Storia e vita della mia terra";
ricerca, domande. Primo punto: "Cattedrale, basiliche, santuari, monasteri,
chiese della tua parrocchia; sono le case del Signore. Sai forse chi le ha
costruite? Di qualcuna potresti facilmente conoscere la storia".

Per i maestri che non vogliano sentir parlare di metodi attivi (dato e non
concesso che il formulario sopra citato abbia a che fare con i metodi
attivi), c'è poi la narrazione storica condotta secondo il metodo
tradizionale dell'opposizione diretta. Qui i fanciulli imparano a confondere
nuovamente i fatti storici,cioè i fatti accertabili per mezzo di documenti
storici, con le verità della fede. La resurrezione di Cristo, l'ascensione
al cielo, l'invio di un angelo da parte di Dio a liberare S.Pietro dal
carcere entrano nella storia allo stesso titolo con cui vi entrano Garibaldi
e Mazzini. Allo stesso titolo entra nella realtà della vita quotidiana del
bambino la guida dell'angelo custode e l'attesa dei miracoli, che i santi
sacerdoti possono fare per delegazione di Gesù. Se i santi possono fare
miracoli oggi, nulla di più logico che li facessero anche in passato. Per
imparare "l'arte di documentarsi" di cui parlano i programmi, basterà che
gli alunni chiedano notizie e immaginette al parroco, come abbiam visto
essere ormai abituati a fare nelle loro ricerche. Così, in nome dei metodi
attivi, si è tornati tranquillamente all'ipse dixit!

11) Segue

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 07/12/2008 alle 15:35
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi

Ottava puntata

La teologia naturale e la prova antologica sono ai due estremi del pensiero: la prima necessita la conoscenza del mondo ed è quindi sintetica ed “a posteriori”, l’altra analitica ed “a priori”. Ma sappiamo che nel mezzo ce ne sta una terza: sintetica “a priori” il che significa che presuppone l’esistenza di qualcosa, ma non la sua conoscenza e che altri hanno denominato “prova cosmologica”. Essa non è assoluta, e quindi rientra nel relativismo che tanto è in odio a BXVI , richiede un fatto contingente e si limita a dimostrare che Dio esiste se qualcosa esiste. Essa consiste nel seguente ragionamento: ”Definiamo contingente un essere che ha bisogno di qualche altro essere per esistere, ci si può fermare all’indietro solo introducendo un essere necessario, che esiste di per sé”. Kant provò in un primo tempo a difenderla, ma poi nella “Critica della ragion pura” dovette riconoscere che si trattava solo di una di quelle idee trascendentali delle quali la ragione non può trattare consistentemente.
L’ultima parola sulla teoria fu scritta nel 1942 dal logico H. Curry. Da questo punto di vista un essere necessario o causa prima si possono rappresentare mediante una formula A che equivalga alla formula “A implica B” per qualunque formula B.
Da una parte si può dimostrare che una tale formula A è vera ed essendo essa equivalente ad “A implica B”, basterà dimostrare che da A segue B. Supponiamo allora A e dunque anche A implica B, da esse segue B per modus ponens (o ragionamento diretto che dir si voglia).
Però non sfugge a Curry che B è una formula qualunque ed in particolare può essere scelta falsa .
In altre parole, l’assunzione di un essere necessario o di una causa prima è incompatibile con la logica. Diversamente dalla versione di Godel della prova di Anselmo, che si limitava a dissolverla nel formalismo, la versione di Curry della prova cosmologica (Avicenna) la inverte dunque in una vera e propria dimostrazione della NON esistenza di Dio.



 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 11/12/2008 alle 09:18
I preti in cattedra (12)


di Luigi Rodelli
A questo punto entra in classe il parroco in persona. Siamo in classe terza.
Non indossa la cotta bianca, non ha in mano l'aspersorio e non è seguito dal
chierico, come quando viene sotto Pasqua a benedire le aule. Viene a
svolgere il suo corso di catechismo. La maestra, che ha già fatto recitare
ai suoi alunni le preghiere giornaliere e ha tenuto loro le "facili
conversazioni", previste dai programmi, sui sacramenti e sulle altre parti
del catechismo, ha l'obbligo di assistere al catechismo del parroco. Non ci
pare di aver letto nei programmi che ci debbano essere due diverse lezioni
di catechismo, tanto più che il catechismo s'insinua dappertutto, nelle
letture, nelle ricerche, nella storia, nell'educazione civica, nella
geografia e forse anche negli esercizi di aritmetica!

Il direttore didattico ci racconta allora una curiosa storia vera. Bisogna
dunque sapere che c'era una volta l'O.N.B. (chi non se lo ricorda? L'Opera
Nazionale Balilla!) e i "balilla" e le "piccole italiane" che frequentavano
le classi terze quarte e quinte elementari dovevano si imparare a "credere
obbedire e combattere", ma con l'"assistenza religiosa". I cappellano dell'O.N.B.
impartivano loro venti lezioni, di mezz'ora ciascuna,durante il corso dell'anno
scolastico. Nel 1937 l'O.N.B. fu trasformata in G.I.L. (diamine! Chi non se
lo ricorda? La Gioventù Italiana del Littorio!): le venti lezioni rimasero
immutate. Poi successe qualche cosa - la caduta del fascismo, la lotta di
liberazione - che nei libri di questi ragazzi è raccontata in modo
estremamente ambiguo e tendenzioso ("certo Mussolini era un uomo
intelligentissimo, amava il popolo, amava l'Italia.L'ambizione lo condusse a
guerre in parte non giuste, forse, ma soprattutto non preparate a
sufficienza; la Resistenza al nazifascismo, che, combattuta da tutte le
forze democratiche del paese in nome dei più alti ideali di libertà, ha dato
all'Italia il suo titolo di riabilitazione internazionale, è definita "una
atroce guerriglia civile che desolò le regioni del centro e del nord con
vendette e rappresaglie sanguinosissime") scomparve la G.I.L., ma non
scomparvero le venti lezioni di religione per i "balilla" e per le "piccole
italiane". Non era ancora finita la guerra che il ministero della Pubblica
Istruzione (gabinetto Bonomi, ministro Arangio Ruiz), emanava la circolare
del 9 febbraio 1945, n.311, con la quale si provvedeva ad incamerare quell'eredità,
assimilando le venti lezioni alla normale attività della scuola pubblica -
come se in essa non fosse già compreso l'insegnamento della religione
cattolica - e affidandole ai sacerdoti "presentati" ai provveditori dell'autorità
ecclesiastica vescovile". Il ministro democristiano Gonella non ebbe altro
sforzo da fare: confermò la precedente circolare con una nuova (12, IV, 1947
n.41318) ricordando che le lezioni dovevano avvenire "alla presenza dell'insegnante
della classe". Una circolare - si dirà - non è una legge e quante circolari
sono disapplicate! Qui però c'è il vescovo che se ne cura l'applicazione, al
punto da pretendere, in qualche caso, che l'ispettore scolastico, assunte
informazioni dal direttore didattico, gli comunichi se il sacerdote da lui
"presentato" si reca o no alla scuola per le venti lezioni!

Per compiacere alla volontà del Vaticano, il ministro democristiano Ermini
non ha esitato invece a ricorrere a un sotterfugio, indegno della carica da
lui ricoperta. Prima che il decreto contenente i nuovi programmi fosse
firmato dal Presidente della Repubblica, egli aggiunse alcune righe, all'insaputa
della commissione che li aveva predisposti e della III sezione del Consiglio
superiore della pubblica istruzione che li aveva presi in esame. In quelle
poche righe è indicato il testo cui i maestri devono attenersi nello
svolgimento del programma di religione: la "Guida di insegnamento religioso
per le scuole elementari", pubblicata dalla Commissione superiore
ecclesiastica per la revisione dei testi di religione. Di questa "Guida" non
è indicato l'anno di stampa: ogni successiva edizione, anche diversa dalla
prima, sarà dunque valida per lo svolgimento dei programmi. Lo Stato ha
firmato un foglio in bianco. Il governo ha dimostrato la sua incapacità di
addivenire a qualsiasi accordo bilaterale.


12) Segue

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 18/12/2008 alle 14:02
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Nona puntata



Le prove logiche dell’esistenza di dio, esaminate, sono “eroi tragici” della storia della religione: i loro grandiosi propositi teologici infatti escono distrutti dallo scontro teoretico.

Le prove matematiche che esamineremo, a parere di chi scrive, ne rappresentano invece l’aspetto di farsa (Marx docet).

La matematica esercita la sua influenza sulle credenze religiose attraverso la numerologia e nella “Creazione del Mondo” il filosofo ebreo Philo Judaeus sostenne che Dio creò il mondo in sei giorni proprio perché il numero sei è perfetto (quei numeri che sono eguali alla somma dei loro divisori, incluso il numero uno) ed Agostino confermò nella “città di Dio”,

Dipoi con “Il libro dei ventiquattro filosofi” si pretende di dedurre dall’equazione 1 x 1 = 1 un’immagine aritmetica della trinità: il prodotto dell’unità moltiplicante (Dio Padre) e dell’unità moltiplicata (il Figlio) produce una nuova unità (lo Spirito Santo) uguale alle prime due.

Pascal si affidò alla sua maggiore abilità matematica per cercare metafore più adeguate e scrisse: “Si può sapere che Dio esiste, senza sapere che cos’è” (Pensieri). L’idea è che esistono numeri di cui si conosce l’esistenza, ma non le proprietà. Ad es. poiché ci sono infiniti numeri intieri, ma non si sa se se “l’ultimo” sia pari o dispari.

Oggi noi diremmo che il problema non è quello, bensì che non tutte le proprietà dei numeri finiti hanno senso per quelli infiniti. La metafora andrebbe dunque interpretata teologicamente dicendo che non a senso attribuire a dio le stesse proprietà che abbiamo noi, ed una delle proprietà insensate potrebbe benissimo essere l’esistenza e, a maggior ragione, la bontà, la giustizia etc.


 

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  postato il 19/12/2008 alle 15:41
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Decima puntata



Ci provò anche Leibniz a dare un Dimostrazione matematica della creazione e dell’ordinamento del mondo, che si basava sulla coperta della notazione binaria, condita però della solita metafisica, condensata nel motto “omnibus ex nihilo ducendis sufficit unum” (per generare tutto dal nulla, basta l’uno). In altre parole la possibilità di ridurre la rappresentazione di ogni numero a zero e uno, diventava un’immagine della creazione di ogni cosa a partire dal nulla e da Dio.

Un altro grande matematico che si interessò di teologia fu J. Wallis che propose la seguente immagine: come avere tre dimensioni distinte (ampiezza, profondità ed altezza) non impedisce ad un cubo di essere un solo cubo; così avere tre persone distinte non impedisce alla Trinità di essere un solo Dio.

La superficialità della metafora di Wallis viene smascherata dal passaggio ad una dimensione in più: basterebbe sostituire il cubo con un ipercubo a quattro (per accomodare la Lettera agli Efesini di Paolo che ivi parla di larghezza, lunghezza, altezza e profondità della carità di Cristo) per ottenere un dio uno e quartino, che presterebbe il fianco a spiritosaggini da osteria

Pascal ammise che nelle questioni religiose la matematica serve poco e per contro inventò quella che, per ironia della sorte, viene chiamata oggi “prova morale” dell’esistenza di Dio e che consiste nel far diventare la teologia una bisca in cui si gioca a testa o croce sull’esistenza di Dio.

Ci sono quattro casi possibili. Se si scommette che Dio esiste e si vince, si ottiene il paradiso; se si perde, si spreca la vita. Se si scommette che Dio non esiste e si vince, ci si gode la vita; se si perde, si finisce all’inferno. Ora, paradiso e inferno sono vincita e perdita infinite, mentre la vita …

La scommessa che Dio esista dà un premio maggiore e quindi da un punto di vista di guadagno puro conviene scommettere sulla prima.

Da un punto di vista teologico, la furberia di Pascal è squallida, ma se si considerano i cattolici odierni, nemmeno tanto

Nella prossima puntata vedremo che la scommessa non tiene neppure dal punto di vista matematico.


 

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  postato il 21/12/2008 alle 13:06
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Undicesima puntata



Dal punto di vista matematico, l’aspetto più evidente della “scommessa” è che Pascal confonde la probabilità che un evento accada con l’utilità ad esso associata. Volendo cercare di ricostruire razionalmente l’argomento del pur grande francese, conviene ricondurlo più alla teoria dei giochi che a quella delle probabilità.

Consideriamo due giocatori: dio e l’uomo, il primo dei quali ha la scelta se rivelarsi o no e il secondo se credere o no.

Il ragionamento di dio, secondo le scritture, è il seguente: la cosa migliore è che l’uomo creda, meglio senza rivelazione, ma, se necessario, anche con essa. Se però l’uomo sceglie di non credere, la cosa migliore è che lo faccia in mancanza di rivelazione, perché altrimenti dio sarebbe costretta ad osservare quanto ha scritto Marco “Chi non crederà sarà condannato” .

Per l’uomo l’interrogativo è decidere che cosa fare nel caso che dio non si riveli e Pascal suggerisce appunto che sia meglio credere.

La teoria dei giochi considera un’opzione irrinunciabile (dominante) per il giocatore, quella che per lui va bene qualunque sia il comportamento dell’avversario. Non rivelarsi è irrinunciabile per dio: se l’uomo crede avrà più merito, se non crede meno demerito. Il fatto che si sia messo a scrivere prima l’antico e poi il vecchio testamento ci pone di fronte ad una semplice alternativa:

a) il padre, il figlio e lo spirito santo non sono razionali

b) non sono DIO

Naturalmente è possibile che ci sia un altro Dio razionale, ma se c’è non verremo mai a saperlo, il che conferma il Vangelo secondo Giovanni: “Dio non l’à mai visto nessuno”

Credere è invece irrinunciabile per l’uomo se si accetta la posizione di Pascal anche nel caso che dio non si riveli, ma la sua posizione non è l’unica possibile, visto che persino un apostolo, Tommaso, preferisce quella contraria.

La scommessa di Pascal si rivela un cinico “bluff” teologico ed è molto migliore la conclusione di Gaber; “No, non fa male credere (nell’uomo), fa molto male credere male (in dio)”.

 

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  postato il 23/12/2008 alle 10:21
curiosità:

1. tra i vari miracoli del figlio di una vergine: Horus, c'è quello dell'aver
resuscitato un morto di nome El Azar us (Lazzaro). Veniva chiamato anche Iusa
("figlio prediletto"). Combattè per 40 giorni nel deserto contro il malvagio
fratello Seth, signore della tenebra. La lotta tra Horus e Seth era eterna.


2. I parallelismi si fanno ancora più evidenti se si prende in esame il culto di
Osiride, il padre di Horus, risalente ad epoca egizia anteriore. Il rituale dell'adorazione
di Atum-Amòn-Osiride, prevedeva che i fedeli mangiassero alcune focacce di
frumento che rappresentavano il "corpo" della divinità (le piantagioni di
frumento potevano crescere grazie al sole, rappresentando così la manifestazione
fisica di Dio). Nel corso del rituale veniva esibito un ostensorio
rappresentante il disco solare, che veniva sollevato in alto dinanzi ai fedeli
riuniti in preghiera. Il termine "ostensorio", contrariamente a ciò che si
crede, non è cristiano e non deriva da "ostia", ma da un etimo egizio, poi
adottato anche dal latino, che significa "mostrare, esibire". Fino al XV sec.
d.C., gli ostensori cristiani avevano la forma di un disco d'oro luccicante (il
sole). Fu San Bernardino da Siena a sostituire per primo, intorno al 1400, tale
disco
con la teca contenente l'ostia consacrata.


3. Le preghiere a Osiride erano intercalate e concluse dall'invocazione del suo
nome (Amòn), che ricorda in modo inequivocabile l'"Amen" che conclude le
preghiere cristiane.


 

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  postato il 24/12/2008 alle 12:51
Dodicesima Puntata



La prova ornitologica e la relatività



J.L. Borges immaginò di chiudere gli occhi e di vedere uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno e quindi non sa quanti uccelli ha visto. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell’esistenza di dio. Se Dio esiste, il numero è definito perché Dio sa quanti erano gli uccelli, altrimenti il numero è indefinito, perché nessuno aveva potuto contarli. Borges ad es. può aver visto un numero di uccelli che sta fra 1 e 100, ma non ne ha visti né 2, né 3, né novantanove: codesto numero intiero (indefinito) è inconcepibile e quindi il numero deve essere definito ed ergo: Dio esiste!

Però T. Skolem ha scoperto nel 1934 che ci sono universi aritmetici strani, chiamati “non standard” in cui esistono proprio numeri interi “indefiniti”, diversi da tutti i numeri definiti, ma aventi esattamente le stesse proprietà esprimibili nel linguaggio dell’aritmetica (che parla di somme e di prodotti).

L’affermazione di Borges che, se Dio esiste, allora ogni numero è definito, gli si ritorce dunque contro, essendo equivalente all’affermazione che se qualche numero è indefinito, come appunto succede negli universi “non standard”, allora Dio non esiste.

Nel 1920 lo stesso Skolem aveva dimostrato l’esistenza di quello che a lui sembrava un paradosso: gli universi “piccoli”. Ma un vero e proprio paradosso non sono, perché, da un punto di vista umano sono “grandi” e l’infinito che era sembrato un pensiero al limite, ridiventa ciò che era per i greci: “un limite del pensiero”.

In altre parole, parafrasando le parole del primo uomo sulla Luna: ciò che può essere un piccolo infinito per Dio, può apparire un infinito da gigante per l’umanità”; o come diceva Cusano dell’universo: ciò che appare infinito a noi, può benissimo essere finito in realtà. Dipende dunque dalla prospettiva, il che è come dire che forse Dio è un’illusione ottica e la sua apparenza trascendente e necessaria è solo il frutto della nostra natura immanente e contingente. Insomma dio potrebbe essere un vero e proprio figlio dell’uomo .

Cosa che aveva già intuito il “geomètra” Dante quando ammise nel Paradiso (XXXIII, 137-139):



“veder volea come si convenne

l’imago al cerchio e come vi si indova

ma non eran da ciò le proprie penne.

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/12/2008 alle 09:37
Il natale?

Anno 7 avanti l’era volgare, (oppure 6 oppure 5 oppure 4 avanti Cristo): secondo i moderni storici cristiani è l’anno in cui sarebbe nato Cristo (se è esistito storicamente, cosa messa in dubbio sempre piu’ da altri, data l’assenza di testimonianze contemporanee).

Anno 1 dopo Cristo: sarebbe la data del primo Natale di Gesu’ secondo il creatore della datazione calendaristica degli anni a partire dall’anno del concepimento e della nascita di Cristo, adottata oggi da quasi tutto il mondo non islamico. Egli fu Dionysus Exiguus monaco del VI secolo, abitante della Scytia minor, ovvero della attuale Dobrugia, regione costiera della Romania sulla costia del mar Nero..

(Secondo la sua datazione non esiste un anno zero, ma solo un anno prima ed un anno dopo.)

La nostra epoca è datata come “dopo Cristo” dai credenti cristiani e dagli indifferenti,, ma i non NON cristiani più attenti la chiamano “era volgare”. L’epoca precedente invece che “ avanti Cristo” può essere detta “prima dell’era volgare”
( o anche prima della nostra era)


IL NATALE FESTA DI TUTTI
Gli antichi romani il 25 Dicembre celebravano il gioioso dies Natalis, cioè ggiorno NATALE di Bacco, del Sole Invincibile, di Mithras e di altri dei solari.
I cristiani dei primi 4 secoli, invece, celebravano la nascita di Gesù (successivamente trasformato in loro Dio), il 6 di Gennaio.
Solo svariati secoli dopo ( fra il 337 ed il 450 dopo Cristo), per soppiantare le feste di questi dei solari, i cristiani spostarono al 25 Dicembre anche il natale del loro Dio per appropriarsi del significato del ben più antico NATALE dei POLITEISTI che era il Natale del solstizio e del ritorno della luce del 25 Dicembre, il natale di Dionisio-Bacco, del Sole invincibile, di Helios, di Mithras.

Chi non si riconosce nella tradizione cristiana, dunque non si senta fuori posto durante le festività natalizie, ma festeggi pure, con parenti ed amici e con la intera comunità italiana ed occidentale le feste del ritorno della luce, riconoscendole come proprie, come laiche o come pagane con tutti i diritti di priorità rispetto all’appropriazione cristana. Rivendichiamo come festa laica il ritorno di giornate di luce più lunghe, ottimo motivo per festeggiare.
E di fronte ai cristiani che alzano la bandiera del tradizionalismo, rivendichiamo le autentiche tradizioni autoctone romane precedenti alla loro e da loro snaturate.
Ed anche l’albero di Natale non ha niente di originariamente cristiano! La tradizione di festeggiare alberi era tipicamente pagana ed aspramente condannata già dalla Bibbia. L’abete poi (con precedenti romani), è di tradizione nordica, al solito tardivamente fatta propria dai cristiani eppoi più recentemente “laicizzatasi” quasi completamente nel sentire comune.
I laici reagiscano alla retorica religiosa ma NON estraniandosi dalla propria comunita’, bensì rivendicando orgogliosamente le proprie radici nella tolleranza e nella libertà di pensiero dei tempi “pagani”.
Se consideriamo (come fanno perfino i neopagani) che il paganesimo non è stato una religione, bensì un atteggiamento tollerante verso tutti i modi di pensare e tutte le tradizioni, non avremo difficoltà a mantenere intatto il nostro laicismo pur recuperando pienamente il folclore gioioso delle nostre radici più profonde.
*
25 Dicembre NATALE : il giorno della rinascita della luce : è una data sicuramente importante, visto che sembra abbia dato il NATALE a molti Dei !
1. Dionisio o Bacco o Libero, dio del vino della gioia e delle orgie di Grecia e Roma. Moltissime sono le similitudini fra i misteri di Dionisio (conosciuto da 13 secoli prima di Cristo) ed il "mito cristiano": Dioniso (uomo che divenne dio), era venerato come "dio liberatore" (dalla morte) perché, defunto, discese agli inferi ma dopo alcuni giorni tornò sulla terra. Proprio questa sua capacità di resurrezione offriva ai suoi adepti la speranza di una vita ultraterrena tramite il suo divino intervento. Anche per essere ammessi al culto dionisiaco era necessario essere battezzati, introdotti al tempio e sottoposti ad un rigido digiuno. Altra somiglianza fra il culto di Dionisio e quello ben più tardo di Gesù è nel rituale che prevedeva l'omofagia (consumazione della carne e del sangue di un animale, identificato con Dioniso stesso), come segno di unione mistica con il suo corpo ed il suo sangue. Dioniso inoltre era strettamente connesso con i cicli vitali della natura alla quale venivano legati il concetto di resurrezione (primavera) e morte (autunno) proprio come manifestazione della morte e la resurrezione del dio. Anche i simboli di Dioniso: la vite, il melograno l'ariete corrispondono perfettamente (vite e melograno) o approssimativamente (ariete - agnello) ai simboli attribuiti dai cristiani a Gesu’. Robert Graves in Greek Myths ha scritto: "... Dioniso, anche detto «colui che è nato due volte» una volta affermato il suo culto in tutto il mondo, ascese al cielo e ora siede alla destra di Zeus come uno dei Dodici Grandi "

Oltre a Dionisio fra i nati verso il solstizio d’inverno ci sono anche;
2. Ercole ( Eracles nato il 21/12 per i greci, ma il 1°/2 per i Romani)
3. Sol Invictus dio indigete cioè fra le divinità delle origini romane piu’ antiche, ricevuto da ancor più lontani cicli di civiltà cioe’ dalla tradizione indoeuropea, identificato poi con Mithra ed anche col dio solare siriano Elio Gabalo
4. Elio Gabalo (o El Gabal) di cui un gran sacerdote omonimo divenne (pessimo) imperatore per breve tempo.
5. Mithras, nato in una grotta (da una roccia), sotto gli occhi di pastori che lo adorarono, culto dei militari di Roma e quindi diffuso in tutti gli angoli dell’impero dalle legioni, (e diverso dal numero 6 Mithra di Persia)
6. Mithra di Persia, nato da una vergine morto e risorto (sembra dopo tre giorni), e diverso ancora dal num. 7
7. Mitra indiano, dio della luce e del giorno.
Poi, sempre nati insieme all’allungarsi delle ore di luce ci sono ancora :
8. Adone (o Adonis) di Siria, e forse anche il suo corrispondente di Frigia,
9. Attys (nato da una vergine, morto a titolo di sacrificio, e che inoltre risorge il 25/3 in corrispondenza anche di data, oltre che di significato di rinascita della vegetazione, col periodo della pasqua) eppoi
10. Atargatis di Siria, grande dea madre, dea della natura e sua rinascita, chiamata dai romani anche Derketo e dea Syria (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita).
11. Kybele (o Cibele) dea della Frigia amata da Adone (il 25 Dicembre era festeggiata insieme ad Adone: ma che tale data fosse considerata la nascita in questo caso non è certo, è solo presunto).
12. Astarte (o Asteroth) della Fenicia, dea suprema, nonché dea della fecondità e dell’amore. Venerata anche dal re Salomone a Gerusalemme (la sua festa risulta al 25 Dicembre, quasi con certezza come data di nascita). Anche essa scese agli inferi e risorse.
13. Shamash il dio solare babilonese e Shamash del Vicino Oriente, e
14. Dumuzi (detto Tammuz a Babilonia) il dio sumero Dumuzi (detto Tammuz a Babilonia) la cui morte periodica rituale (corrispondente a quella di Adonis) era pianta anche alle donne ebree (Ezechiele VIII,14).
15. Baal – Marduk, dio supremo del pantheon Babilonese.
16. Osiride dio supremo egizio della morte e rinascita della vegetazione, e per estensione della rinascita dell’uomo. La resurrezione è il tema centrale del mito trinitario egizio di Osiride, Isis ed Horus dal quale pare proprio che sia stata presa l’ispirazione per una successiva famosa resurrezione in ambito ebraico. Anche Osiride muore con l’inverno e rinasce di primavera.
17. Horus, dio falcone solare, figlio di Osiride ed Iside con cui costituiva una popolarissima triade che (insieme alle tante altre triadi di dei popolarissime in tutto il mediterraneo) è stata d’ispirazione alla triade cristiana non ufficiale di Dio padre, Madonna e Bambino Gesu’, nonché al raggruppamento ufficiale della trinita’, che esclude l’elemento femminile. La sua nascita era celebrata il 26/12
18. Ra, il dio Sole egizio corrispondente ad Helios, la cui nascita era celebrata il 29/12 nella città -tempio di Heliopolis a lui dedicata nella zona dell’attuale Cairo.
19. Krishna, (attualmente il dio più importante dell’India) che inizialmente appare nel testo sacro Mahabarata come reincarnato dal dio padre Visnù come un uomo eroico o semidio, ed infine si rivela come dio. Era venuto al mondo per riconquistarlo dai demoni. ( Avete notato qualche parallelismo?). Infine Krisna muore ucciso (da una freccia, non sulla croce), ma, tranquilli, rinascerà anche lui. Fra l’altro anche lui come babbo natale porta doni nel cuore della notte!
20. Joshua Ben Josef (detto Gesu’, Gesu’ bambino, Nazareno [o Nazireo], Galileo, Cristo = unto, Messia e il Salvatore) che arriva buon ultimo nella serie di dei di ambito mediterraneo orientale ed indoiranico .
(alcuni aggiungono alla lista dei nati intorno al solstizio d’inverno anche Zaratustra in Media e Buddha India;
In ambito Nord Europeo vi sono 2 dei:
21. Freyr dio solare Scandinavo, patrono di pace e della fecondita’ della natura (n. solstizio d’estate, m. inverno)
22. Baldur (o Baldr, o Palatar il padrone) dio Scandinavo della primavera e della bellezza figlio di Odino
23 Scing-Shin in Cina
In ambito Centro Americano Messicano pre Colombiano troviamo 3 dei:
24. Bacab (Balam Acab giaguaro della notte) dio dei Maya dello Yucatan (Guatemala e Messico Sud Est), eppoi
25. Huitzilopochtli dio azteco solare signore del mondo e della guerra e simbolo del Sud del sole e del cielo
26. Quetzocatl (Quetzalcoatl) dio serpente piumato azteco (di origine Tolteca), simbolo dell’Oriente e del Mais.

Non solo Gesù ma molti altri eroi semidei e dei discesero agli inferi e da lì’ fecero ritorno: (in totale sono sei fra quelli elencati come nati verso il solstizio d’inverno Dioniso, Adone, Attis, Tammuz, Baal-Marduk, Osiride.
(Poi separatamente ne contiamo almeno altri 10 fra quelli nati in altri periodi o di cui non si conosce la data:
Teseo, Orfeo, Enea, Zagreo, Sabazio, Apollonio di Tiana, Chuchulain, Gwydion, Amathaon, Ogier danese, ma la lista è certo incompleta di molti altri personaggi antecedenti o contemporanei a Gesù Cristo).

Alcuni di questi 26 dei sono morti attorno all’equinozio di primavera (che è il periodo della Pasqua) e risorti dopo qualche giorno, a volte proprio dopo 3 giorni, come per Gesù (ma il dio Baldur, forse più pigro, è risorto dopo quaranta giorni).

Ad alcuni di questi dei, (sembra una mezza dozzina, la maggior parte di quelli orientali dal 6. al 15.) è stata attribuita dai seguaci la nascita da una vergine (così come è attribuita una nascita da una vergine anche il non dio Buddha.
Anche Buddha, come Gesù, è stato deificato da parte dei seguaci in aperto contrasto col suo insegnamento che non giustificava niente di simile.
Nel mito di Gesu’ si possono poi riscontrare talune attinenze col mito di Asklepio o Esculapio figlio di dio (Apollo) guaritore e resuscitatore di morti ed altre attinenze col mito di Ercole figlio di dio (Zeus) soccorritore di uomini, e che raggiunge l’immortalita’ ed ascende al cielo tramite la sofferenza (morte sul rogo).

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 26/12/2008 alle 15:16
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Tredicesima puntata



Opzioni per il terzo millennio



In questo capitolo finale, resta da aggiungere qualche considerazione sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendano perseverare (diabolicum est) sulla via della fede. Fermo restando che non può essere ragionevole ammettere anche solo come ipotesi provvisoria e assurda la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione dalle sue stesse caratteristiche .

La prima è il dogmatismo in generale, che la rende incompatibile con la dignità umana (almeno quella occidentale figlia di numerose rivoluzioni culturali).

La seconda riguarda nello specifico l’elenco dei dogmi che determinano il potersi dire cattolici:

a) Dio uno e trino

b) Duplice natura e volontà di Cristo

c) Purgatorio

d) Transustanziazione

e) Immacolata concezione da parte di Marta che generò Maria che …

f) Assunzione in cielo della Madonna, e non in senso metaforico

g) Infallibilità pontificia

Come si possono credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire ad es. quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”. Per quanto siamo in grado di sapere e comprendere, nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce e quindi dovremmo pensare che la Madonna sia, al più, a 1950 anni-luce da noi e dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia e provare a localizzarlo con il telescopio?

Il cattolicesimo si impicca dunque con la sua stessa corda: escludendo dalla comunità ecclesiale coloro che non ne accettano tutti i dogmi, si autodefinisce come una fede in cui nessuno può credere!

 

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  postato il 26/12/2008 alle 15:17
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Tredicesima puntata



Opzioni per il terzo millennio



In questo capitolo finale, resta da aggiungere qualche considerazione sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendano perseverare (diabolicum est) sulla via della fede. Fermo restando che non può essere ragionevole ammettere anche solo come ipotesi provvisoria e assurda la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione dalle sue stesse caratteristiche .

La prima è il dogmatismo in generale, che la rende incompatibile con la dignità umana (almeno quella occidentale figlia di numerose rivoluzioni culturali).

La seconda riguarda nello specifico l’elenco dei dogmi che determinano il potersi dire cattolici:

a) Dio uno e trino

b) Duplice natura e volontà di Cristo

c) Purgatorio

d) Transustanziazione

e) Immacolata concezione da parte di Marta che generò Maria che …

f) Assunzione in cielo della Madonna, e non in senso metaforico

g) Infallibilità pontificia

Come si possono credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire ad es. quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”. Per quanto siamo in grado di sapere e comprendere, nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce e quindi dovremmo pensare che la Madonna sia, al più, a 1950 anni-luce da noi e dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia e provare a localizzarlo con il telescopio?

Il cattolicesimo si impicca dunque con la sua stessa corda: escludendo dalla comunità ecclesiale coloro che non ne accettano tutti i dogmi, si autodefinisce come una fede in cui nessuno può credere!

 

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  postato il 27/12/2008 alle 14:09
Dal politeismo al monoteismo * (prima puntata)

di *Mario Alighiero Manacorda*

*Questo articolo è lo sviluppo della relazione introduttiva al Convegno su
"2004: una Costituzione laica per l'Europa", tenutosi nella sala della
Protomoteca in Campidoglio a Roma, sabato 9 febbraio 2002, per iniziativa
della Società laica e plurale.*


da "*Lettera Internazionale*"


Parlerò del quarto secolo, ma intendendo fare un discorso attuale, perché in
quello si svolse e si risolse il conflitto tra "paganesimo" (una parola per
me positiva, che userò da ora in poi senza virgolette) e cristianesimo.
Nasce allora l'antagonismo dei due poteri, ignoto al mondo
classico, che, attraversando tutto il Medioevo e l'età moderna, è ancora
oggi presente come rapporto conflittuale tra Stato e Chiesa.



*Il breve secolo IV *

Mi sia consentito rievocare brevemente i dati minimi della storia di questo
secolo breve, entro il quale inquadrare gli elementi della grande battaglia
ideale.

Il secolo si apre con la vittoria di Costantino contro Massenzio a Ponte
Milvio, nel 312, quando il cristianesimo, religione di pace, innalzò contro
il labaro imperiale di Ercole la croce di Cristo come vessillo di guerra: *In
hoc signo vinces!* Possiamo forse ignorare che l'esercito vincitore
non eracerto cristiano, dato che fino al giorno prima non sapeva nulla
della
visione cristiana del suo comandante? E che ambedue gli eserciti erano
composti di mercenari? Al momento del congedo i veterani acclameranno
Costantino* *col grido rituale:* "Dei te nobis servent*", al plurale: e solo
due secoli dopo il *Codice* di Giustiniano lo correggerà al singolare. Come
è noto, subito dopo la vittoria, nel 313, Costantino promulgò il suo famoso
editto: non cristiano, si badi, ma pagano, almeno nella forma, e perciò
politeistico, "di tolleranza"; ma presto il suo esito pratico sarà
l'intolleranza, una religione imposta a forza, grazie all'alleanza tra
potere imperiale ed ecclesiastico. Poi, nel 330, trasferiva la capitale
dell'impero a Costantinopoli, lasciando quella Roma che era la roccaforte
dell'aristocrazia senatoria pagana, e dove si affacciava nel papato un
potere alleato ma rivale.* *Intanto, non a caso solo ora, sotto l'egida del
potere imperiale, nei primi concilii ecumenici di Nicea nel 325 e di
Costantinopoli nel 381, il cristianesimo definiva la sua teologia e la sua
struttura autocratica.

A questo consolidarsi del cristianesimo come potere si oppose, tra il 361 e
il 364 il breve tentativo di Giuliano "l'Apostata", cui dopo la nuova
repressione cristiana seguì, qui in Roma ma anche in Atene e Alessandria,
una breve rinascita pagana, che ebbe nel circolo romano dei Saturnalia una
sua alta espressione. Ma nel 396, mentre la repressione imperiale si
esprimeva in una serie di duri editti, nella battaglia sul fiume Frigido, ai
confini nord-orientali d'Italia, il "pacifico" cristianesimo con Teodosio
vinceva ancora una volta in guerra; e nel 409, il sacco di Roma a opera dei
visigoti cristiani di Alarico metteva l'ultimo sigillo.

Questi gli eventi essenziali di quel secolo, decisivo anche per noi: e con
millenni di storiografia, archeologia, antropologia culturale, sociologia
eccetera, ancora non sappiamo spiegarci compiutamente perché il
cristianesimo abbia vinto, e perché in guerra. Scartando, ovviamente, la
vacua ipotesi dell'intervento divino con le sue miracolose visioni e i
massacri in guerra, dobbiamo domandarci: quali furono queste cagioni? Forse,
entro le complesse questioni socio-economiche della crisi generale
dell'impero, la forza di attrazione della iniziale connotazione
rivoluzionaria del cristianesimo? O, di là dalla casualità delle guerre, la
sempre più profonda divisione tra intellettuali e popolo, che lasciava gli
intellettuali pagani in una solitaria difesa della tradizione,
dall'apparenza conservatrice? O una superiorità culturale e morale del
monoteismo cristiano sul politeismo pagano?

 

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  postato il 28/12/2008 alle 12:22
Dal politeismo al monoteismo *

di *Mario Alighiero Manacorda* (seconda puntata)

*Dal mito al dogma

Cerchiamo di capire come si svolse la battaglia delle idee in quel decisivo
quarto secolo.

Una vulgata storiografica, che ancora rispecchia le idee dei vincitori
cristiani, continua a tramandarci un'immagine dominante: da una parte
politeismo, dall'altra monoteismo: romani politeisti e intolleranti,
cristiani monoteisti e tolleranti; romani persecutori e cristiani
perseguitati; romani dediti ai circensi e cristiani dediti alle chiese, gli
uni feroci e gli altri miti, e così via. Che gratificante immaginazione
storica! Ma è credibile? In realtà questa vulgata è da rovesciare: ma per
farlo dobbiamo cominciare dal chiarirci le idee su politeismo e monoteismo.

Riprendendo la paradossale definizione delle idee platoniche che Croce
riferiva di aver ascoltato da un vecchio filosofo napoletano, potremmo
suggerire una cautela preliminare: non fare di politeismo e monoteismo dei
"caci cavalli appisi", cioè non elevare questi nomi o astrazioni a enti,
dando loro la consistenza materiale di cose reali, appese sopra le nostre
teste. Questi nomi o etichette altro non sono che allusioni, di cui ci
serviamo in ogni campo della ricerca culturale, presupponendo un comune loro
significato nelle menti dei nostri interlocutori. Ma guai a dimenticare che
sotto di essi vivono, in determinate condizioni sociali e culturali, persone
vive, diverse tra loro, e in sé contraddittorie; e guai ad attribuire loro
una connotazione positiva o negativa. Tuttavia continueremo a usarli, magari
tra virgolette ideali, purché con questa consapevolezza.

Il politeismo si presenta in duplice aspetto: da una parte come
culto di una molteplicità di presenze o forze naturali, cielo e corpi
celesti, terra e mari, monti, laghi, fiumi, sorgenti, boschi, e le
manifestazioni atmosferiche e così via, premesse della nostra vita,
concepite come manifestazioni divine; dall'altra, come molteplicità diffusa
di culti etnici monoteistici, in cui ogni popolo venera i propri progenitori
o fondatori o eroi eponimi, in perenne confronto, competitivo o no, tra
loro. Anche il monoteismo presenta una sua duplice natura, da una parte
come rinvio, di là dalla moltitudine delle manifestazioni naturali, a un
loro principio unico; dall'altra, come una forma intollerante del politeismo
diffuso, ma "geloso" (la definizione è di Mosè), per cui il proprio dio
appare a ciascuno superiore agli altri, quindi l'unico vero. In questo caso,
la superiorità intellettuale e morale, nelle menti degli uomini reali,
dell'una o dell'altra versione della religione, quella politeistica o quella
monoteistica, sarebbe tutta da dimostrare: né, d'altronde, si scriverebbe
così la storia della filosofia.

Tipico, in concreto, l'esempio dell'incerto procedere degli ebrei tra
politeismo e monoteismo. Sì, c'è nella *Genesi* la presenza di un dio unico,
ma talmente confusa che in realtà si vedono due dèi diversissimi,
l'uno creatore per la forza della parola, l'altro un signore di terre
aride, che attende chi gliele irrighi e coltivi. E’ politeista anche il patriarca
Abramo che si confronta con gli dèi di altri re, ricevendone la benedizione
e pagando loro le decime. E tra gli ebrei compaiono perfino piccoli dèi
etnici, lari o penati, come tra Labano e Giacobbe, zio e nipote, che
dichiarano: "Il dio di Abramo e il dio di Nacor siano giudici tra noi". E
Mosè, dovendo dare alla "masnada promiscua e raccogliticcia", fuggita con
lui dall'Egitto, un dio etnico e "geloso" che ne facesse un popolo, impone,
con una guerra civile, il precetto "Non avrai altro dio fuori che me", che è
tutto meno che monoteistico. E durante la monarchia il culto del dio unico -
evidente proiezione in cielo del monarca terreno, si affermerà con le armi
nella lotta contro i culti delle alture, dove si veneravano gli dei etnici
dei clan. E l'ambiguo processo dal politeismo al monoteismo si compirà al
ritorno dalla cattività babilonese, quando, con Esdra e Neemia, sotto
l'influsso del dio unico dei persiani di Ciro, Jahvè sarà insieme il dio
unico del cielo e della terra e il dio geloso del popolo ebreo e,
purtroppo, sarà anche l'emblema di un razzismo teologico che spingerà a
ripudiare mogli e figli dei connubii babilonesi.

Come per gli ebrei, politeismo e monoteismo appaiono sempre variamente
intrecciati, e possono mostrarsi ora tolleranti ora intolleranti. Resta
comunque che, in generale e fuori dai momenti conflittuali, il politeismo è
convivenza di più dèi, e perciò tendenzialmente tolleranza religiosa e
accoglienza di culti altrui; il monoteismo è troppo spesso un culto geloso e
magari aggressivo (o missionario). In che modo, allora, una società
politeistica come quella romana, abituata ad accogliere nel proprio Pantheon
tutti gli dèi, sarebbe stata intollerante? E in che modo, invece, un culto
monoteistico avrebbe rappresentato una nuova e più profonda libertà?

Venendo a Roma, la sua storia mostra un ininterrotto susseguirsi di quelle
che Cicerone chiamava "*insitivae** doctrinae*", cioè culture o religioni
trapiantate o importate, a cominciare dalla etrusca e dalla greca.
Anche il cristianesimo era una *insitiva doctrina*, un mito straniero, *peregrinus*:
che però fu respinto. Perché diverso dagli altri? E in che cosa? Per il suo monoteismo,
per i costumi, o per che altro?

Il paganesimo ellenistico-romano, almeno al livello colto degli
intellettuali, tende sempre più, magari anche sotto la spinta cristiana, ad
essere altrettanto monoteistico; mentre a livello popolare, e non solo, il
cristianesimo appare fin troppo politeistico. Pagani e cristiani non si
differenziavano molto, anche perché non c'era, se non nell'oleografia, un
tipo unico dell'uno e dell'altro, e molti esitavano nel decidere quale nome
o etichetta darsi, e magari si ricredevano. E gli stessi cristiani si
dividevano in sètte, definite a vicenda eretiche, che si combattevano con
ferocia pari a quella usata contro i pagani. E credevano anche loro nella
reale esistenza degli dèì pagani, sia pure come idoli o demoni: Tertulliano
definiva il circo tempio di tutti i demoni, e di fronte a questa mentalità
il più riflessivo Cipriano dové scrivere un libro per spiegare che gli idoli
non esistono, *Quod idola non sint*. E allora, dov'era la diversità?

Sembra a me che la diversità tra pagani e cristiani stia non
tanto nell'opposizione tra i due "caci cavalli appisi" del politeismo e del monoteismo,
quanto in un diverso atteggiamento
mentale nei riguardi della religione, dell'uno o dell'altro tipo.
Ciò che per i pagani è mito, per i cristiani è dogma: e qui è il discrimine tra
tolleranza e intolleranza. Per dirla con Platone, il mito, cui si ricorre
quando la ragione non basti a spiegare le cose, è una immaginazione
plausibile, che comunque lascia aperta la ricerca, anche se poi "solo Dio sa
se questa immaginazione risponda a verità". Questo gli intellettuali pagani
lo sanno bene: Giuliano l'Apostata, discutendo con Eraclio, spiega che i
miti "vanno intesi in misura più che umana, non credendo semplicemente ma
indagandone il significato riposto"; e del suo stesso discorso lascia
incerto se "sia mito o discorso vero"; e si mostra addirittura insofferente
di dover ricorrere al mito: "Costringi anche me a farmi inventore di
miti". Il mito è fantasia e ricerca, e perciò tolleranza; il dogma,
ignoto alla tradizione classica, è immaginazione cristallizzata in verità assoluta, è
preclusione di ogni fantasia, e perciò intolleranza. Ma i cristiani
trasformano il mito in verità, la verità in dogma, e il dogma in imposizione
a tutti con la forza del potere. È questa, storicamente, la differenza
essenziale tra paganesimo e cristianesimo.

 

____________________
Fanno festa i musulmani il venerdì
il sabato gli ebrei
la domenica i cristiani
...
e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

Non riesco a comprendere perché Morris non sia assunto da nessuna rete telvisiva come opinionista

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 28/12/2008 alle 12:23
Dal politeismo al monoteismo *

di *Mario Alighiero Manacorda* (seconda puntata)

*Dal mito al dogma

Cerchiamo di capire come si svolse la battaglia delle idee in quel decisivo
quarto secolo.

Una vulgata storiografica, che ancora rispecchia le idee dei vincitori
cristiani, continua a tramandarci un'immagine dominante: da una parte
politeismo, dall'altra monoteismo: romani politeisti e intolleranti,
cristiani monoteisti e tolleranti; romani persecutori e cristiani
perseguitati; romani dediti ai circensi e cristiani dediti alle chiese, gli
uni feroci e gli altri miti, e così via. Che gratificante immaginazione
storica! Ma è credibile? In realtà questa vulgata è da rovesciare: ma per
farlo dobbiamo cominciare dal chiarirci le idee su politeismo e monoteismo.

Riprendendo la paradossale definizione delle idee platoniche che Croce
riferiva di aver ascoltato da un vecchio filosofo napoletano, potremmo
suggerire una cautela preliminare: non fare di politeismo e monoteismo dei
"caci cavalli appisi", cioè non elevare questi nomi o astrazioni a enti,
dando loro la consistenza materiale di cose reali, appese sopra le nostre
teste. Questi nomi o etichette altro non sono che allusioni, di cui ci
serviamo in ogni campo della ricerca culturale, presupponendo un comune loro
significato nelle menti dei nostri interlocutori. Ma guai a dimenticare che
sotto di essi vivono, in determinate condizioni sociali e culturali, persone
vive, diverse tra loro, e in sé contraddittorie; e guai ad attribuire loro
una connotazione positiva o negativa. Tuttavia continueremo a usarli, magari
tra virgolette ideali, purché con questa consapevolezza.

Il politeismo si presenta in duplice aspetto: da una parte come
culto di una molteplicità di presenze o forze naturali, cielo e corpi
celesti, terra e mari, monti, laghi, fiumi, sorgenti, boschi, e le
manifestazioni atmosferiche e così via, premesse della nostra vita,
concepite come manifestazioni divine; dall'altra, come molteplicità diffusa
di culti etnici monoteistici, in cui ogni popolo venera i propri progenitori
o fondatori o eroi eponimi, in perenne confronto, competitivo o no, tra
loro. Anche il monoteismo presenta una sua duplice natura, da una parte
come rinvio, di là dalla moltitudine delle manifestazioni naturali, a un
loro principio unico; dall'altra, come una forma intollerante del politeismo
diffuso, ma "geloso" (la definizione è di Mosè), per cui il proprio dio
appare a ciascuno superiore agli altri, quindi l'unico vero. In questo caso,
la superiorità intellettuale e morale, nelle menti degli uomini reali,
dell'una o dell'altra versione della religione, quella politeistica o quella
monoteistica, sarebbe tutta da dimostrare: né, d'altronde, si scriverebbe
così la storia della filosofia.

Tipico, in concreto, l'esempio dell'incerto procedere degli ebrei tra
politeismo e monoteismo. Sì, c'è nella *Genesi* la presenza di un dio unico,
ma talmente confusa che in realtà si vedono due dèi diversissimi,
l'uno creatore per la forza della parola, l'altro un signore di terre
aride, che attende chi gliele irrighi e coltivi. E’ politeista anche il patriarca
Abramo che si confronta con gli dèi di altri re, ricevendone la benedizione
e pagando loro le decime. E tra gli ebrei compaiono perfino piccoli dèi
etnici, lari o penati, come tra Labano e Giacobbe, zio e nipote, che
dichiarano: "Il dio di Abramo e il dio di Nacor siano giudici tra noi". E
Mosè, dovendo dare alla "masnada promiscua e raccogliticcia", fuggita con
lui dall'Egitto, un dio etnico e "geloso" che ne facesse un popolo, impone,
con una guerra civile, il precetto "Non avrai altro dio fuori che me", che è
tutto meno che monoteistico. E durante la monarchia il culto del dio unico -
evidente proiezione in cielo del monarca terreno, si affermerà con le armi
nella lotta contro i culti delle alture, dove si veneravano gli dei etnici
dei clan. E l'ambiguo processo dal politeismo al monoteismo si compirà al
ritorno dalla cattività babilonese, quando, con Esdra e Neemia, sotto
l'influsso del dio unico dei persiani di Ciro, Jahvè sarà insieme il dio
unico del cielo e della terra e il dio geloso del popolo ebreo e,
purtroppo, sarà anche l'emblema di un razzismo teologico che spingerà a
ripudiare mogli e figli dei connubii babilonesi.

Come per gli ebrei, politeismo e monoteismo appaiono sempre variamente
intrecciati, e possono mostrarsi ora tolleranti ora intolleranti. Resta
comunque che, in generale e fuori dai momenti conflittuali, il politeismo è
convivenza di più dèi, e perciò tendenzialmente tolleranza religiosa e
accoglienza di culti altrui; il monoteismo è troppo spesso un culto geloso e
magari aggressivo (o missionario). In che modo, allora, una società
politeistica come quella romana, abituata ad accogliere nel proprio Pantheon
tutti gli dèi, sarebbe stata intollerante? E in che modo, invece, un culto
monoteistico avrebbe rappresentato una nuova e più profonda libertà?

Venendo a Roma, la sua storia mostra un ininterrotto susseguirsi di quelle
che Cicerone chiamava "*insitivae** doctrinae*", cioè culture o religioni
trapiantate o importate, a cominciare dalla etrusca e dalla greca.
Anche il cristianesimo era una *insitiva doctrina*, un mito straniero, *peregrinus*:
che però fu respinto. Perché diverso dagli altri? E in che cosa? Per il suo monoteismo,
per i costumi, o per che altro?

Il paganesimo ellenistico-romano, almeno al livello colto degli
intellettuali, tende sempre più, magari anche sotto la spinta cristiana, ad
essere altrettanto monoteistico; mentre a livello popolare, e non solo, il
cristianesimo appare fin troppo politeistico. Pagani e cristiani non si
differenziavano molto, anche perché non c'era, se non nell'oleografia, un
tipo unico dell'uno e dell'altro, e molti esitavano nel decidere quale nome
o etichetta darsi, e magari si ricredevano. E gli stessi cristiani si
dividevano in sètte, definite a vicenda eretiche, che si combattevano con
ferocia pari a quella usata contro i pagani. E credevano anche loro nella
reale esistenza degli dèì pagani, sia pure come idoli o demoni: Tertulliano
definiva il circo tempio di tutti i demoni, e di fronte a questa mentalità
il più riflessivo Cipriano dové scrivere un libro per spiegare che gli idoli
non esistono, *Quod idola non sint*. E allora, dov'era la diversità?

Sembra a me che la diversità tra pagani e cristiani stia non
tanto nell'opposizione tra i due "caci cavalli appisi" del politeismo e del monoteismo,
quanto in un diverso atteggiamento
mentale nei riguardi della religione, dell'uno o dell'altro tipo.
Ciò che per i pagani è mito, per i cristiani è dogma: e qui è il discrimine tra
tolleranza e intolleranza. Per dirla con Platone, il mito, cui si ricorre
quando la ragione non basti a spiegare le cose, è una immaginazione
plausibile, che comunque lascia aperta la ricerca, anche se poi "solo Dio sa
se questa immaginazione risponda a verità". Questo gli intellettuali pagani
lo sanno bene: Giuliano l'Apostata, discutendo con Eraclio, spiega che i
miti "vanno intesi in misura più che umana, non credendo semplicemente ma
indagandone il significato riposto"; e del suo stesso discorso lascia
incerto se "sia mito o discorso vero"; e si mostra addirittura insofferente
di dover ricorrere al mito: "Costringi anche me a farmi inventore di
miti". Il mito è fantasia e ricerca, e perciò tolleranza; il dogma,
ignoto alla tradizione classica, è immaginazione cristallizzata in verità assoluta, è
preclusione di ogni fantasia, e perciò intolleranza. Ma i cristiani
trasformano il mito in verità, la verità in dogma, e il dogma in imposizione
a tutti con la forza del potere. È questa, storicamente, la differenza
essenziale tra paganesimo e cristianesimo.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 28/12/2008 alle 14:45
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Quattordicesima puntata



Uno dei motivi più popolari addotti per l’esistenza di dio, talmente superficiale che … è l’appello al senso comune: “Dio esiste perché lo dicono tutti!”

Questo argomento “ad popolum” non ha bisogno di confutazione e poi non è nemmeno vera, perché molte fedi della popolazione mondiale sono incompatibili fra loro, fino al punto che non sono d’accordo neppure sull’esistenza di almeno un dio! [il Buddismo ad es. è una fede senza dio e il cristianesimo non si è mai saputo se è monoteista o no ]

Una prova eguale e contraria, fa appello al senso particolare: “Dio esiste perché lo dice qualcuno”

Nel caso che il qualcuno in questione sia proprio chi parla la prova si riduce al “delirio di potenza del Messia” [Lei non sa chi sono io!!! ) ) ) ] o a quello del mistico [Dio esiste, perché lo sento io, come Saul sulla strada di Damasco ]

Il caso del messia diventa naturalmente problematico in presenza di più pretendenti, come successe nel famoso episodio del manicomio di Ypsilanti, nello stato del Michigan

Il caso del mistico è più interessante, ma resta pur sempre un caso clinico: epilessia o altro.

Il qualcuno della prova per appello al senso particolare è, però, in generale “qualcun altro”. In questo caso si ha un argomento “ad autoritatem” : “Credo perché lo dice Lui”.

Nella situazione più comune la “logica” è circolare :”Credo che Dio esista perché lo dice la Bibbia o il Corano e credo a questi Libri, perché sono parola di Dio”.

Ciascuno può comprendere che non esiste nessuna prova al di fuori del circolo vizioso e tentativi ancor più ridicoli sono quelli in cui il testo riporta, a sostegno delle sue affermazioni, varie testimonianze, che ovviamente, facendo parte del testo, sono esse stesse interne e quindi …

Tipico è l’esempio del libro di Mormon di J. Smith. Costui dettò la traduzione di quanto aveva ricevuto da un angelo a due segretari e i tre si recarono poi da un notaio a depositare la loro testimonianza congiunta, come se non si potesse mentire in tre ad un notaio

Un secondo modo per tentare di uscire dal circolo è la verifica della consistenza interna di un testo: interpretare ciò che è scritto, disinteressandosi dei riferimenti esterni, come fanno gli ebrei e i protestanti [e per altro verso i “cattolici” italiani, che però non leggono il testo ].

Ciò conduce naturalmente a religioni personalizzate, a filosofie di tormentato dubbio, più che a tronfia certezza, a metodologie di irrequieta ricerca, più che di sodisfatto ritrovamento una volta per tutte. Non a caso il tipico scienziato credente è ebreo o protestante e può essere anche “cattolico”, ma non Cattolico

 

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  postato il 28/12/2008 alle 14:47
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



(Quindicesima Puntata)



Una risposta definitiva ad ebrei e protestanti, la dette però Gospel che nel 1931 dimostrò il suo famoso teorema, che dice semplicemente: potrà anche darsi che non ci sia niente al di fuori dei testi (matematici o teologici), ma se così è, allora non esiste neppure alcuna loro consistenza, perché essa non è dimostrabile senza uscire dal testo. Dipoi, come notava Frege, non basta che un testo sacro sia consistente affinché automaticamente esista cuò di cui esso parla e non si può neppure sapere che il teso è consistente se non si accetta di guardare altrove. In altre parole nessuna Rivelazione può autogiustificarsi .

L’affermazione che non c’è niente al di fuori del testo ammette anche un’interpretazione più forte, nel senso che il testo è effettivamente tutto ciò che esiste: non c’è proprio nulla al di là.

In questo caso, ogni riferimento a entità trascendenti viene lasciato cadere. Si potrebbe pensare che una religione esplicitamente di questo tipo (c.d. decostruzionista) sia una contraddizione in termini, un ossimoro teologico, invece non solo è possibile in teoria, ma esiste in pratica: il buddismo è infatti una religione senza dèi, senza profeti e senza testi sacri.

Il Buddha storico non è una persona eccezionale in alcun senso, è solo un uomo che cerca, sperimenta, sbaglia e infine trova la via per la liberazione dalla sofferenza. E, dopo averla trovata, la insegna a chi si dimostri interessato: “Io ho fatto così, se vuoi prova anche tu”. La ricerca del Buddha si basa su una fenomenologia affatto scientifica: la genesi del dolore e i possibili mezzi per eliminarlo. Il buddismo dunque è una religione del tutto umana, democratica e scientifica ed il capo spirituale ogni due anni dedica un’intiera settimana (ogni due anni) ad un incontro con scienziati, nella sua residenza in esilio a Dharamsala.

Queste considerazioni sembrerebbero portare ad un’unica conclusione: se proprio l’uomo volesse essere religioso, farebbe bene ad essere buddista. Il condizionale indica però la presenza di possibili controindicazioni (che vedremo nella prossima puntata), quelle stesse che hanno fatto dire al Dalai Lama nella sua autobiografia che è meglio se ciascuno si tiene la fede che ha.

 

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  postato il 30/12/2008 alle 08:35
*La tolleranza politeistica dei pagani*

Tollerante era la religiosità romana: e lo mostrerò con le parole dei suoi
protagonisti. Comincerò anzi da tre testimonianze risalenti al III e al II
secolo a.C., provenienti dagli stessi romani, dai greci, e dagli ebrei.

Se è vero che in Roma, come presso tutti i popoli, non mancarono sacrifici
umani in nome della religione, come quelli delle vestali sacrificate per le
loro inadempienze rispetto al rito, è pur vero quanto ci narra Plinio il
vecchio, che nel 287 a.C. i romani, primi tra tutti i popoli, nell'emendare
l'antica legge delle XII Tavole, abolirono "quei sacrifici mostruosi nei
quali era considerato cosa religiosissima uccidere un uomo", sancendo "che
nessuno fosse immolato" (*ne** homo immolaretur*), cioè condannato a morte
per motivi di religione. Un grande principio, mai rispettato dal
cristianesimo dalla sua ascesa al potere in questo IV secolo fino a ieri,
quando il potere statale gli è stato finalmente tolto. E anche più chiare
sullo spirito di tolleranza dei romani le testimonianze greche ed ebraiche.
Gli ambasciatori della Locride, teste Livio, li onorarono perché "non solo
veneravano i loro dèi, ma accoglievano e veneravano con anche maggiori onori
gli dèi degli altri". E gli ebrei, nei due libri dei Maccabei,
deuterocanonici ma storiograficamente di grande interesse, li ammiravano non
solo per la loro potenza, ma anche "perché accordano amicizia ai popoli, e
non c'è in loro né invidia né gelosia": cosa che, detta da cultori di un dio
"geloso", si riferisce chiaramente alla religione. Ma è da dire che, in
una città che Livio definiva "religiosissima" soprattutto nei momenti duri
delle guerre, in generale gli intellettuali romani furono, semmai, piuttosto
scettici o indifferenti: consideravano la religione un insieme di miti
tradizionali da rispettare come la propria irrinunciabile eredità culturale,
ma da ripensare in privato liberamente. Si pensi, come esempi del loro
atteggiamento, all'epicureo Lucrezio, il quale cominciava il suo poema con
la stupenda invocazione a Venere, insieme "genitrice degli Eneadi" e
immagine della rigogliosa natura, ma denunciava poi ogni mentalità
religiosa, al punto di esclamare: "Quanti mali la religione poté
persuadere!"; e laicamente pensava: "Dio è che il mortale aiuti il mortale,
e questa è la via verso l'eterna gloria". Si pensi al sentire panteistico di
Virgilio, col suo evocare lo *Spiritus* vivificante e la* mens *che* "*diffusa
per le membra, agita l'intera mole e si confonde con gran corpo". O
aOvidio, che all'inizio del gran poema sulle
*Metamorfosi*, capolavoro del politeismo come fantasiosa lettura analitica
della natura, ripercorre i due miti orientali delle origini con formulazioni
identiche a quelle della *Genesi* biblica, ma segnandone apertamente la
diversità: "Sia vero questo racconto o l'altro". E qui c'è da domandarsi: ma
perché ci siamo dimenticati di Ovidio e abbiamo voluto ricordare soltanto
quel grandioso ma stupido mito della Genesi, e farne un dogma? E si pensi
poi a Seneca e alla sua riflessione morale, alta indagine interiore della
coscienza, che gli stessi cristiani vollero accaparrarsi. Semmai, il limite
di questi atteggiamenti è che segnalano una divisione tra intellettuali e
popolo, che sarà non ultima cagione della sconfitta del paganesimo.

Ma, per venire ad aspetti più concreti sulla diversità tra pagani e
cristiani, ecco Cicerone disposto a credere negli dèi e in un cielo per le
anime grandi (*si quis piorum manibus locus...*), che non credeva però negli
aruspici. E Livio, un grande conservatore, che nella sua storia registrava
attentamente le manifestazioni religiose in occasione di guerre e di ludi, e
di fronte all'indifferentismo dei suoi tempi dichiarava: "A me, mentre
scrivo di queste cose vetuste, non so come, l'animo mi si fa antico, e mi
forza a ritenere degne di esser riferite nei miei annali le cose che uomini
saggissimi intesero venerare pubblicamente". Religiosità, dunque, solo in
quanto rispetto per la tradizione. Perciò era loro incomprensibile il
settarismo (oggi diremmo fondamentalismo) giudaico e cristiano, una *
superstitio*. Plinio il vecchio, accomunando la religione di Mosè alle
"sètte magiche", parlava degli ebrei come di "un popolo insigne per il suo
disprezzo verso gli dèi";* *Svetonio di "una razza di gente di una nuova e
malefica superstizione"; Tacito di "un popolo incline alla superstizione e
contrario alle religioni", che "nella sua ostinazione religiosa e nel suo
odio accanito verso tutti... considera empio tutto ciò che da noi è sacro...
disprezza gli dèi e ha a vile la patria". Dove patria significa ormai
quell'impero che, ai tempi di Pretestato, Rutilio Namaziano esalterà
dicendo, rivolto a Roma: "Hai dato a genti diverse una patria comune" (*
Fecisti** patriam diversis gentibus unam*). Ciò che appare intollerabile ai
pagani è l'intolleranza degli ebrei e dei cristiani. E questi loro giudizi
ci saranno ampiamente confermati dagli stessi cristiani, che se ne faranno
anzi un vanto.

Più tardi, la battaglia delle idee tra pagani e cristiani ci è testimoniata
egualmente dagli uni e dagli altri: sia dai neoplatonici come Plotino e
Porfirio, che dai cristiani Tertulliano e poi Lattanzio e Arnobio, i quali
riferiscono l'accusa rivolta dai pagani ai cristiani, di "venerare un uomo,
per di più torturato e crocifisso da uomini", di "sostenere che un essere
nato uomo e morto in croce era un dio", di praticare nell'eucarestia, in cui
il corpo mangiato preserverebbe l'anima nella vita eterna, un rito
cannibalico, non giustificato nemmeno dalla sua intenzione mitologica o
allegorica. E dai pagani, come ricorda Arnobio, veniva la domanda: "Se vi
sta a cuore il culto divino, perché non venerate con noi gli altri dèi e non
praticate in comune i riti religiosi?". E il pagano Simmaco, amico di
Pretestato nel circolo romano dei Saturnalia, nel chiedere la restituzione
in senato dell'altare della Vittoria che l'imperatore Costanzo II aveva
rimosso nel 357, chiariva il senso della religiosità pagana di fronte a
quella cristiana riconoscendo che "ognuno ha i suoi costumi, la sua
religione", spiegando che "quasi tutti gli dèi, greci e romani e dei culti
orientali, altro non sono che rappresentazioni del Sole", e ammonendo che a
comprendere "un segreto così grande non si può giungere per una sola via": e
infine, altro non chiedeva se non di "ripristinare quella condizione della
religione che ha giovato a lungo allo Stato".

Tale era il modo di vedere dei pagani, che proprio non capivano perché si
volesse cancellare l'antica religione e imporne d'autorità un'altra.

 

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  postato il 01/01/2009 alle 13:36
*La tolleranza religiosa nella Roma imperiale *

Mi si dirà: d'accordo per gli intellettuali, ma il potere imperiale? Ebbene,
anche il potere romano era rispettoso, anzi curioso delle religioni altrui:
del resto, ciò faceva parte non solo del costume, ma anche di un progetto
politico generale, di accaparramento del favore possibile di tutte le
divinità, come avevano ben visto gli ambasciatori della Locride. E anche qui
possiamo citarne alcune testimonianze.

Secondo il racconto dello storico ebreo Flavio Giuseppe, già nel 64
a.C.,Pompeo, espugnata Gerusalemme ed entrato nel tempio di
Jahvè, non solo si astenne dal toccarne i tesori, ma reintegrò i sacerdoti e
ordinò riti espiatori per la violazione compiuta. Cesare rinnovò l'antica
amicizia del tempo dei Maccabei, e Augusto non solo consentì che gli ebrei
"seguissero i loro costumi rispettando la legge dei loro padri", ma concesse
franchigie per le rendite del tempio. Adriano meditò di innalzare un tempio
a Cristo e "dispose che in tutte le città si facessero templi senza
immagini, detti appunto di Adriano". E anche Severo Alessandro, che venerava
Abramo, Cristo e Orfeo, voleva innalzare templi senza immagini, ma ne fu
dissuaso dai consiglieri che lo ammonirono che il risultato sarebbe stato
che alla fine tutti sarebbero andati ai templi cristiani. E, ancora, secondo
il cristiano Paolo Orosio, nel 244, a celebrare il primo millennio dalla
fondazione di Roma fu un imperatore cristiano, Filippo l'Arabo che, a quanto
pare senza troppo scandalo, avrebbe perfino trascurato i riti pagani
tradizionali.

Dunque, anche l'impero era incline a riconoscere libertà religiosa per
tutti. E anche dopo Costantino e i suoi successori, duri persecutori dei
pagani, Giuliano l'Apostata operò formalmente nel solco della tolleranza
costantiniana, quando riaprì i templi pagani senza perciò chiudere le chiese
cristiane. Vero è tuttavia che, nel ridar vita alla tradizione classica,
egli impose che nelle università "tutti coloro che richiedono di
insegnare... abbiano convinzioni non contrastanti con quelle che
professano": non si può, diceva, commentare poeti che parlano di Giove, e
credere in Jahvè o in Cristo. Chiedeva, insomma, coerenza, lasciando ai
professori cristiani la scelta "di andare nelle chiese dei galilei a esporre
Matteo e Luca". Moralmente ineccepibile: anche se c'è da temere che proprio
questo suo intervento possa essere servito ai cristiani come un precedente
da portare a conseguenze estreme di intolleranza.

Mi si dirà ancora: sì, d'accordo, non solo gli intellettuali romani saranno
stati tolleranti, ma anche alcuni imperatori che possiamo definire
intellettuali saranno stati rispettosi, ma le persecuzioni imperiali ci sono
state, e sadiche, e feroci. Ahimè, sì: anche se la loro ferocia è parte non
di una persecuzione religiosa, ma di una repressione politica in forme
comuni a tutta l'antichità. E sorvolo qui non certo per reticenza: sono cose
che sanno tutti a memoria, dato che, se non altro, fanno parte della vulgata
storiografica. Ma non si possono trascurare altri aspetti, meno noti e
certamente più veri.

Non si possono chiamare persecuzioni religiose le prime repressioni
occasionali da parte di Tiberio, Claudio e Nerone, rivolte contro ebrei e
cristiani che si azzuffavano continuamente tra di loro (*adsidue**
tumultuantes*): del resto, l'impero li conosceva assai poco, confondendo le
due sette, ebraica pura ed ebraico-cristiana. Le persecuzioni ricorrenti
verranno in seguito, nel generale inasprirsi delle tensioni sociali, di
fronte alle insurrezioni legate spesso al nome cristiano, divenute
endemiche; e soprattutto di fronte all'incomprensibile rifiuto cristiano
degli dèi degli altri: un'offesa a tutti gli altri uomini, prima che una
ribellione al potere. La persecuzione imperiale, feroce come tutti i
rapporti di pace e di guerra allora (solo allora?), non è religiosa, ma
politica: come quella già avvenuta in piccolo contro i baccanali, proibiti
nel 186 a.C. col *Senatus** consultum de bacchanalibus*, rivolto non certo
contro Bacco, ma contro una licenziosità contraria al *mos** maiorum*. Non
si perseguitava la religione, bensì l'intolleranza cristiana verso tutte le
altre religioni, il rifiuto di far parte della patria comune. Erano i
cristiani a non volere gli dèi degli altri, non gli altri a non volere il
dio cristiano: e di questa intolleranza, ripeto, i cristiani si vantavano.

 

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la domenica i cristiani
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e i barbieri il lunedì

"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 01/01/2009 alle 14:14
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Diciassettesima puntata



L’elenco delle prove dell’(in)esistenza di dio è ancora incompleto e da esse manca proprio l’argomento che sembra essere il più convincente per l’uomo comune: perché c’è l’universo?

La risposta che dànno in molti (compreso Leibniz) è “C’è qualcosa perché Dio l’à voluto”.

Ovvero è quella la tipica che si dà ad un bambino petulante: “Perché sì” .

Una riformulazione più precisa della domanda sarebbe: perché i valori costanti della fisica sono quelli e no altri? E perché una serie improbabile di coincidenze permette la presenza della vita?

Un primo tipo di risposta è che l’universo è un evento possibile, come mostra il fatto che si è verificato, ma ci rendiamo conto che non è molto esaustiva . Un tentativo più serio è l’ipotesi dei molti universi. Tale ipotesi è compatibile sia con una loro simultaneità che con una loro successione, com’è tipico delle probabilità: ad es, dire che si ottenga 5 quando si tira un dado è 1/6 significa che in media un 5 esce quando si tira un dado 6 volte consecutive o quando si tirano sei dadi contemporaneamente.

All’estremo opposto della casualità sta la necessità, cioè i particolari valori delle costanti fisiche fondamentali potrebbero essere gli unici possibili e ciò apparirà chiaro quando gli scienziati in un futuro (più o meno prossimo) conosceranno meglio tutte le leggi fisiche.

Nell’attesa qualcuno si contenta della prova teleoologica: come l’orologio, richiede un orologiaio, così …

Tale argomento non è per nulla convincente, se si considera che il problema fondamentale riguarda la nozione stessa di ordine. Supponiamo che qualcuno segni su una carta una quantità di punti a caso, ebbene i matematici sanno che è possibile trovare una curva geometrica definibile in maniera uniforme mediante una regola e che passi proprio per quei punti, nell’ordine in cui la mano li ha tracciati! Ciò significa che in qualunque modo si fosse creato il mondo, esso sarebbe stato sempre regolare e fornito di un ordine generale. Se quindi ogni universo, per quanto caotico, sarebbe ordinato in senso astratto, allora il particolare ordine di questo universo non dimostra nulla. Quindi al massimo Dio, sarebbe la descrizione matematica dell’universo, ovvero (conclusione un po’ più logica dell’esistenza di dio) la matematica ha natura divina .

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 02/01/2009 alle 08:41
Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi



Diciottesima ed ultima puntata



Il secolo XX ha portato una novità nel rapporto fra natura e matematica: nel momento in cui la scienza si addentra nel microcosmo, il linguaggio antropomorfo non è più in grado di svolgere la sua funzione e quella realtà può essere descritta solo con la matematica. Il decrostruzionismo moderno, secondo il quale la realtà ultima è matematica, fornisce dunque una inequivocabile risposta alla domanda di partenza.

Poincaré: “L’universo è un’equazione differenziale”

Heisemberg: “Le particelle sono soluzioni di un’equazione differenziale”

Turing: “La scienza è un’equazione differenziale e la religione una condizione di contorno”

Alla fine della storia, riscopriamo dunque ciò che già Pitagora sapeva benissimo; che la vera religione è la matematica, il resto è superstizione. O, detto altrimenti: la religione è la matematica dei poveri di spirito :-).



Qui possiamo fermarci, aggiungendo soltanto che non di pane spirituale (matematica) vive l’uomo e, come scrive Jung in Psicologia e alchimia : “Le persone farebbero qualunque cosa, per quanto assurda, pur di evitare di affrontare la propria coscienza”. E allora dobbiamo rassegnarci ad una teologia basata su un’imperfetta conoscenza della natura e contraria alla ragione [basti vedere a riprova il caso Englaro, quando le apparecchiature per far vegetare quel povero corpo, vengono fatte passare per “pane e acqua” ]


 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 02/01/2009 alle 09:22
*L'intolleranza monoteistica dei cristiani*

Cristiani remissivi e pacifici? Un'altra appagante immaginazione storica!
Stavano davvero così le cose? Anche qui è necessario correggere la vulgata
cristiana. Di fronte alla durezza delle persecuzioni, la risposta cristiana
fu dura: in quegli anni i cristiani non saranno da meno dei pagani, dapprima
nell'immaginare la vendetta, poi nel praticarla.

Ma, anzitutto, che voleva poi dire essere cristiano? In quel secolo di
conflitti si poteva a lungo esitare tra le due visioni della vita. Gli
intellettuali pagani potevano credere in un dio padre, e gli intellettuali
cristiani potevano essere pagani per la loro formazione culturale, se non
anche per i costumi: è nota l'angoscia di san Gerolamo, che avendo
dichiarato in sogno a Dio: "*Christianus** sum*", si sente rispondere*: *"*
Ciceronianus** es, non es christianus*". La stessa teologia cristiana si
viene spesso determinando di fronte alle accuse dei pagani, come
risposte dalle quali nascono i dogmi dei
concilii ecumenici di quell'età.
Comunque, le etichette né li distinguono sicuramente, né dicono tutto su di loro. Sicché, per mostrare l'animo dei cristiani citerò, come ho fatto per i pagani, testi precisi: anch'essi non marginali, ma una costante del loro atteggiamento.

Nel 202, Tertulliano, avendo sperimentato le persecuzioni, sogna
sadicamente, nel libro *De spectaculis*, la punizione dei persecutori nel
finale giudizio di Dio: "Che spettacolo immenso allora! Che cosa ammirerò?
Di che riderò? Dove godrò, dove esulterò vedendo tanti re, che si
celebravano accolti in cielo, gemere con lo stesso Giove e i suoi testimoni nelle tenebre più profonde? E, come loro, i magistrati che perseguitavano il nome del Signore, struggersi su fiamme più spietate di quelle con cui avevano incrudelito sui cristiani, insultandoli?". Ammira, ride, gode, esulta, come nessun intellettuale pagano si era mai sognato di fare.

E, un secolo dopo, Lattanzio, nel 316, gode anche lui, sadicamente elencando nei loro atroci particolari le *Morti dei persecutori*, tutti finiti male per l'*Ira di Dio *(sono titoli di suoi libri), e commenta: "Quelli che avevano insultato Dio giacciono, quelli che avevano abbattuto il sacro tempio caddero con rovina maggiore, e quelli che avevano scarnificato i giusti, profusero le loro anime malvagie sotto i colpi celesti e i meritati tormenti".
Già, i meritati tormenti: non è dunque l'idea in sé dei tormenti
che disturba i cristiani, ma l'idea che siano applicati a loro e non agli
altri.

Ed Eusebio, vescovo di Nicomedia e biografo di Costantino, gode nel
prefigurare la vendetta divina: "Così possano perire i nemici di Cristo!".
E Firmico Materno, nel *De errore profanarum religionum*, così esorta gli
imperatori cristiani a perseguitare i pagani: "La legge del sommo Dio esige che la Vostra severità perseguiti in ogni maniera il delitto di idolatria",
e sui modi della persecuzione cita il *Deuteronomio*, che prescrive che se
un fratello o un amico ti spinge all'idolatria, "lo accuserai, e la tua mano sia la prima a levarsi su di lui per ucciderlo... E anche intere città, se mai sono còlte in questo peccato, è stabilito che periscano".

E il santo Gerolamo, autore della vulgata del *Nuovo testamento*,
intervenendo nella polemica sul culto delle pietre (le statue degli dèi) da parte dei pagani, e delle ossa (le reliquie dei martiri) da parte dei
cristiani, usava nelle sue *Lettere* questo affettuoso ed elegante
linguaggio: "Vigilanzio apre di nuovo la sua fetida bocca e butta il suo
schifosissimo fiato contro le reliquie dei santi martiri e contro di noi,
che le conserviamo"; perciò piamente suggeriva che il vescovo "lo consegni
alla morte della carne, affinché sia salvo lo spirito..., e che i medici
taglino la lingua... a quel mostro..., pazzo furioso".

E Prudenzio, nel suo *Peristephanon*, celebrando i martiri cristiani, così
fa parlare la vergine Eulalia durante il processo: "Eccomi, io sono nemica
della vostra religione demoniaca (*daemonicis** inimica sacris*), e ne
calpesto gli idoli sotto i miei piedi"; e quando il pretore le chiede non di rinunciare al suo dio, ma di rispettare gli dèi degli altri, freme e sputa negli occhi al tiranno, poi rovescia i simulacri e calpesta col piede il farro versato nei turiboli"; e poi, torturata, "canta lietamente", finché la sua anima vola visibilmente al cielo in forma di colomba, lasciando tutti sbigottiti.

La sola certezza in questa leggenda dai toni aspramente sadomasochistici è
il disprezzo cristiano verso le altre religioni: e non risulta comunque che poi qualche pagano, dichiaratosi nemico del demoniaco culto cristiano, sia stato piamente perdonato. E a Simmaco, che abbiamo sentito dichiarare l'impossibilità di capire i grandi misteri della vita per una sola via, un altro santo, Ambrogio, risponde superbamente: "Ciò che voi ignorate, noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con le vostre ipotesi (*suspiciones*), noi lo abbiamo per certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità".
È, da parte di chi sente di avere ormai vinto, il rifiuto di ogni
dialogo e l'imposizione del dogma; e la sua conclusione è un secco rifiuto:
"Le vostre idee non si accordano con le nostre", cui seguirà, a differenza
di quanto aveva fatto Giuliano, la chiusura dei templi e la fine di ogni
culto pagano.

La stessa intransigenza troviamo nella rilettura ideale della storia di
Roma, sul merito o il demerito degli dèi pagani nelle sue vicende. Già
Arnobio citava l'accusa pagana ai cristiani che "da quando al mondo cominciò a esserci la gente cristiana, l'orbe terrestre era andato in rovina"; e abbiamo sentito Simmaco invocare rispetto per la religione che "aveva giovato a lungo allo Stato" (i cristiani rovesceranno questa accusa, facendone anzi un cavallo di battaglia).

Tra l'altro, ci fu allora un rifiorire della storiografia pagana, con le *
Storie* di Ammiano Marcellino, amico di Giuliano, e coi compendi di Eutropio e Festo o della *Historia** Augusta*, destinati a creare una coscienza romana nella nuova, ignara, burocrazia bizantina: e vi si accompagnava un rifiorire della poesia in Claudiano, Rutilio Namaziano e altri, stanca e imitatrice quanto si vuole, ma non priva di una sua dignità e di umani affetti.
Ebbene, proprio a quelle accuse, a quell'accenno di Simmaco e a
quella storiografia sembra replicare Agostino, quando nella *Città di
Dio* addita in tutta la storia di Roma nient'altro che una serie
ininterrotta di disastri dovuti alla impotenza dei suoi falsi dèi. Affermazione, a dir poco, paradossale, dopo il sacco di Roma del 409, a opera dei visigoti cristiani:
ma per lui quella era stata una vittoria sul paganesimo.

Non pago di questo, Agostino volle affidare la riscrittura cristiana di
tutta la storia romana al suo discepolo Paolo Orosio, che premurosamente si accinse al grave compito: "Ai tuoi comandi ho obbedito, o beatissimo padre, Agostino. Mi avevi comandato di mostrare quanto negli annali dei secoli passati avessi potuto trovare di grave per le guerre, di corrotto per le malattie, di triste per la fame, di terribile per i terremoti, di insolito per le inondazioni, di tremendo per le eruzioni vulcaniche, di feroce per le cadute di fulmini e della grandine, di miserabile per i parricidii e le scellerataggini". Che sadico inventario dei mali del mondo, per dimostrare che la trionfante Roma pagana, creatrice del più straordinario impero della storia, aveva subìto sconfitte peggiori di quelle che il desolato impero cristiano stava soffrendo nei nuovi, sventuratissimi tempi! Che modo idiota, bisogna pur dirlo, dato che era tale anche per la cultura di allora, di scrivere la storia come storia degli orrori! Un modo obnubilato dall'odio teologico, sconosciuto agli storici pagani e a ogni altra storiografia.

Leggendo questi testi, non sembra davvero che il monoteismo, e tanto meno il cristianesimo, abbia reso migliori gli uomini.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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  postato il 03/01/2009 alle 13:27
Metafisica

di Luigi Corvaglia


"La mia mente è libera!". Quando un matematico riceveva questa comunicazione
da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata
libera per un pezzo. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella
di Erdos. Questo ungherese, genio assoluto della matematica, che si teneva
sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un'equazione e che fu in
grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi, viveva
libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel
suo ricco vocabolario alternativo donna si diceva "capo"), non aveva una
casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi
che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti,
venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva
ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava
alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua
disponibilità al lavoro congiunto con la formula "la mia mente è libera!".
Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di
rara eleganza, usava dire "questa è scritta nel libro". Si riferiva ad un
ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più
belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una
mente libera quale quella che si faceva annunciare prima di bussare alle
porte degli accademici ha, infatti, la capacità di non confondere metafora e
realtà. Erdos diceva "Dio" e intendeva "razionalità", "capo" e intendeva
"donna", "schiavo" e intendeva "uomo", "ypsilon" e intendeva "bambino",
"predicare" e intendeva "tenere una conferenza". Uno psichiatra che avesse
creduto alla lettera dei suoi discorsi lo avrebbe fatto ricoverare. Una
simile tendenza all'interpretazione letterale, così comune nella media
cultura, rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone
mentalmente "oltre". E' il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in
questi giorni rivivendo l'esperienza del "tiro della giacchetta" in due
differenti direzioni da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei
credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei
tempi moderni scrisse: "Non ho trovato nessun termine migliore di
"religiosa" per qualificare la fiducia nell'esistenza di una natura
razionale della realtà" e, ancora, commentando la teoria quantistica
proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase "Dio
non gioca a dadi" (Bohr rispose che "non solo gioca, ma bara"). Eppure,
ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli
entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di
fede, quanto segue: " Quella che mi è stata attribuita come convinzione
religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera
sistematica. Non credo in un Dio personale e non l'ho mai nascosto, anzi
l'ho detto a chiare lettere". Sentenziò: "Sono un non credente profondamente
religioso". Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio.

Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire
che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi.
Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita *teismo
* la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che
partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore
delle religioni istituzionali, il SF, che stava per "Sommo Fascista". E'
invece nota come *deismo* la concezione di un Dio in disparte, un Ente
Supremo da cui origina l'universo ma che non partecipa alle vicende del
mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il
deismo sarebbe "una forma annacquata" di teismo. Come dire che il Sommo
Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che
fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula "Deus, sive
Natura" (*Dio,
cioè la Natura*) è nota come *panteismo*. Si tratta di una concezione,
generalmente *immanentistica*, che fa coincidere la divinità con le leggi
dell'universo, con l'ordine, la razionalità, il *Logos*. Pitagora chiamava *
logon* il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di
misura. L'ordine è *logico, *matematicamente logico. E' probabilmente a
qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le
leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è "ateismo
ornato". Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli
disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa.
Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio
onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo
necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto.
Cionondimeno, questi ultimi lo venerano. Bene. Anch'io vado matto per
l'antiquariato. La gente riesce a venerare ogni cosa.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 04/01/2009 alle 12:16
*I cristianissimi concilii ecumenici *

Mentre gli intellettuali cristiani manifestavano così la dubbia superiorità
del loro dubbio monoteismo, si veniva consolidando la difficile alleanza tra
potere imperiale e Chiesa cristiana, quale intanto si definiva nei
concilii ecumenici. Non si possono leggere questi
concilii come astratta elaborazione intellettuale, avulsa dalla realtà
circostante: questi concilii sono incomprensibili senza gli evidenti
riferimenti al contesto del tempo.

I primi concilii ecumenici, cioè di tutta la cristianità (di Nicea nel 325 e
Costantinopoli nel 381, cui seguì quello di Edessa nel 431), che tennero
dietro a una ventina di concilii locali dei secoli precedenti, furono
pesantemente condizionati dalla supervisione imperiale. Essi stabilirono
anzitutto la dottrina, ma anche, al suo riparo, la posizione della Chiesa al
di sopra dei fedeli e, naturalmente, di tutti. Ma è soprattutto alla
polemica pagana che essi intendono rispondere: facendo delle accuse un
vanto, e trasformandole orgogliosamente in dogmi apertamente irrazionali.

Si sa che non solo i pagani, ma anche molti cristiani, come Ario,
rifiutavano l'assurdità di un uomo-dio e l'identità del Figlio col Padre,
necessaria alla fondazione divina della Chiesa. Ecco allora a Nicea un
Simbolo o Credo che poneva fine alla disputa approvando i dogmi sulla
Trinità divina (qualcosa di simile già in Plotino), fatta di un Dio Padre,
creatore del cielo e della terra; del Figlio unigenito, "generato ma non
fatto", il quale, "incarnato di Spirito Santo e da Maria Vergine, si è fatto
uomo"; e infine dello Spirito Santo, del quale per allora non si disse
niente, sicché più tardi a Costantinopoli si dovette aggiungere che "procede
dal Padre" (senza peraltro definirlo figlio, dato che Cristo è figlio
unico), ma dimenticando di dire che procede anche dal Figlio, sì che si
dovrà provvedervi più tardi dicendo "che procede dall'uno e
dall'altro" (*procedenti
ab utroque*), dirà san Tommaso nel *Pange** lingua*. E l'aggiunta che lo
Spirito "parla per bocca della Chiesa" significava consacrare un potere che,
in quanto disceso non da un uomo, ma da un "vero dio e vero uomo", è
autocratico, anzi teocratico; e significava confermare la *immunitas* del
vescovo di Roma, "sottratta alla possanza dei re, dei principi, dei popoli
interi, conoscendosi, in chi vi siede, rappresentato Cristo Signor nostro,
principe supremo ad ogni foro e ad ogni principato", sancita dal concilio di
Roma di un anno prima.

Era il preludio alla sua infallibilità: la Chiesa si poneva così al di sopra
dei suoi stessi fedeli, come potere teocratico, al pari di quello
dell'Impero. Tutte queste teologiche insensatezze, frutto di compromessi
raggiunti attraverso conflitti sanguinosi, e imposte come dogmi, valsero
comunque a definire quell'ambiguo sistema di convivenza conflittuale di due
poteri, impero e papato, cioè Stato e Chiesa, incerto tra cesaropapismo e
teocrazia, ignoto al mondo antico, e che segnò tutto il Medioevo e pesa
ancor oggi sulla nostra vita politica.

 

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  postato il 07/01/2009 alle 09:40
*La condanna della gioia di vivere *

Se tali erano la durezza dei grandi intellettuali cristiani e
l'intransigenza dogmatica della Chiesa contro tutta la tradizione pagana,
occorre dire che altrettanto duro fu anche l'orientamento dell'impero ormai
cristianizzatosi. Dalla iniziale tolleranza costantiniana, pur solo
formalmente dichiarata, si passò presto a una intolleranza peggiore di
quella del potere imperiale pagano.

In questo processo c'è un aspetto tanto vistoso quanto di solito trascurato:
che esso si rivolge contro le manifestazioni non solo della vita culturale
ma anche, e forse più, della vita ludica, fisica e intellettuale, cioè
circensi e teatri. Può sembrare un paradosso, ma la polemica cristiana ha
insistito in forme maniacali contro la vita ludica, dando fra l'altro luogo
a un'altra inaccettabile vulgata storiografica, cioè che i romani altro non
facessero che darsi a teatri e circensi, e che nell'eccesso dei circensi
fosse la principale causa della caduta dell'impero. In realtà, la società
politeistica pagana aveva mostrato una totale coerenza tra l'ideologia e il
costume di vita: la vita ludica era mimesi gioiosa della vita impegnata
delle armi e della cultura; teatro e circensi, ludi dell'uno e dell'altro
genere (*ludi* *utriusque** generis*), intellettuale e fisico, erano atti
religiosi, per il culto degli dèi e il piacere degli uomini (*cultus**
deorum et hominum voluptatis causa*). Per questo, cosa lontanissima dalla
cultura di oggi, Varrone ne aveva parlato nelle *Antichità divine*, e ora
Macrobio confermava, tra l'altro, che "i culti si celebrano quando si fanno
ludi in onore degli dèi". Ebbene, proprio per questo, non solo gran parte
della polemica cristiana si rivolge contro i ludi, ma anche gli imperatori
si accaniscono contro di essi: la cancellazione dei ludi è una persecuzione
religiosa.

Già alcuni concilii locali avevano fulminato pene gravissime contro quanti
"nei ludi dei circhi, dei teatri e delle arene si scomponessero nel guidar
cocchi e atteggiarsi da buffone". A queste condanne della Chiesa si
aggiunsero in modo risolutivo, a fine secolo, quelle dell'impero: gli
imperatori* *Valentiniano, Arcadio, Teodosio e Onorio, nel 392, 394 e 399,
rovesciando la tolleranza costantiniana e distorcendo la lezione morale di
Giuliano, proibirono tutte le manifestazioni pagane, intellettuali e
fisiche, nei templi, nei teatri e nei circhi. E pochi anni dopo, nel 409,
l'imperatore d'Oriente, Teodosio II, ribadiva la condanna con le stesse e
anche più precise parole: "Di domenica, primo giorno della settimana, e a
Natale, Pasqua e Quinquagesima, è proibito ogni divertimento dei teatri e
dei circensi, tutte le menti dei cristiani e dei fedeli siano occupate nei
culti di Dio". Si badi, le menti: dalla politeistica e pagana libertà di
culto, si è ormai passati alla monoteistica e cristiana costrizione non solo
dei comportamenti (i *mores*), ma anche delle menti (la *doctrina*). Si
doveva essere cristiani per forza, pensare come volevano la Chiesa e
l'impero. Con queste, che ad Agostino parevano "misericordiosissime leggi",
minaccianti punizioni divine ed umane, si attuava una cosa nuova e tremenda,
ignota al politeismo pagano: si creava un dualismo dei poteri, uno dei quali
addetto al dominio sulle menti.**

Paradossalmente, tutto ciò si manifestava nella polemica contro la vita
ludica, mimesi gioiosa della vita reale. Eppure, anche su questo punto c'è
una vulgata storiografica, che "da queste feste i cristiani si tengono
lontani per ragioni di ordine morale". Che appagante immaginazione storica,
anche questa! I pagani empi e tutti dediti ai teatri e al circo, i cristiani
pii e riservati in chiesa! Fatto sta che le proibizioni imperiali la
smentiscono: non si proibisce se non ciò che si suole fare, e in generale la
prima lettura che si dovrebbe fare delle leggi nella storia, è che ci informano
sul contrario di quello che prescrivono o proibiscono: in particolare,
queste leggi cento volte ripetute contro teatri e circensi ci mostrano come
esse fossero normalmente trasgredite dagli stessi cristiani. Del resto, sono
più volte gli stessi padri della Chiesa a mostrarci i cristiani impazzare e
sputtaneggiare (*bacchari** et moechari*) nei teatri e nei circhi. E
Agostino ci narra che, dopo le grandi persecuzioni durante le quali molti
cristiani erano ricaduti, *lapsi*, nel paganesimo, molti che sarebbero
voluti tornare cristiani "rimpiangevano queste pericolosissime e tuttavia
antichissime voluttà".

Che fare, allora? Semplice: "Parve opportuno celebrare altri giorni festivi
in onore dei santi e dei martiri, non con tale sacrilegio quantunque con
simile lusso". Insomma, si cambiò il nome delle divinità cui dedicare le
"voluttà": ma così si perse l'antica coerenza tra ideologia e vita, si
tolse ai ludi il loro valore religioso di mimesi della vita seria, che era
l'altissima virtù del paganesimo. D'ora in poi, tra ludi e religione, tra
svaghi e morale si instaura una contraddizione insanabile, e ne risulterà un
inguaribile spirito di ipocrisia, un divaricarsi tra predica e pratica, che
accompagnerà tutta la civiltà cristiana.

Più tardi, negli anni intorno alla caduta dell'impero d'Occidente, Salviano,
vescovo di Marsiglia, tornerà su questo tema definendo, con amaro gioco di
parole, "i pubblici ludi ludibrio della nostra vita"; e, dando ai circensi
la colpa della decadenza di Roma (confondeva, semmai, la causa con
l'effetto), aggiungerà: "Tutto il mondo romano è misero e lussurioso. Chi,
domando, è povero e scherza; chi, aspettando la prigionia, pensa al circo;
chi teme la morte e ride? Noi anche nel timore della prigionia giochiamo e,
posti nel timore della morte, ridiamo. Potresti credere che tutto il popolo
romano si sia saturato di erbe velenose: muore e ride". Questa strana idea
cristiana di una Roma che muore ridendo è un'altra vulgata storiografica,
seriosamente ripresa anche da tanta moderna storiografia, a cominciare dal
grande Gregorovius. Eppure, come non vedere che nei ludi, mimesi gioiosa
della *virtus* romana, si esprimeva la nostalgia dell'antica grandezza?


 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
Utente del mese Gennaio 2009
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  postato il 09/01/2009 alle 08:36
*L'odio teologico e i suoi guasti *

La polemica infuria ancora contro questa Roma prostrata. Agostino, vissuto
nel momento in cui Teodosio celebrava i fasti della sua intolleranza,
esultava perché l'imperatore "dall'inizio del suo stesso impero non cessò di
aiutare la Chiesa travagliata per mezzo delle sue giustissime e
misericordiosissime leggi contro gli empi": dove gli avversari sono tali
perché empi, e diventa misericordia il minacciare pene perfino alle
coscienze. Ma, ad additare l'incoerenza delle accuse cristiane, valga la
polemica di Agostino sulla pena di morte. I pagani, diceva, sogliono
uccidere, mentre "i cristiani non uccidono nessuno". Peccato che subito dopo
aggiungeva una tremenda riserva, che ricorda le minacce di Teodosio e
risuona tanto più torva dopo le tremende stragi gotiche di Roma,* *che lui e
i suoi cristiani avevano rimpianto che non fossero state totali, una *shoah*,
contro i pagani: "non uccidono nessuno, eccetto quelli che Dio comanda di
uccidere" (*exceptis** his, quos Deus occidi iubet*). E, a scanso di equivoci,
ripeteva e precisava: "Eccetto dunque quelli che o una legge giusta *
generaliter* o la stessa fonte della giustizia, Dio, *specialiter* comanda
di uccidere...". E che altro è questo presunto comando di Dio, se non
l'arbitrio di quelli che si autoproclamano suoi rappresentanti in terra?

Questo sadismo teologico, che uccide negando di uccidere, è cosa
esclusivamente cristiana: si ricordi il decreto romano, citato da Plinio il
vecchio, *ne** homo immolaretur*. Ma in Agostino c'è anche dell'altro.
Quante volte si è scritto che il cristianesimo ha abolito la schiavitù?
Ebbene, eccolo ancora: "Si comprende che la schiavitù è imposta a buon
diritto al peccatore... La prima causa della schiavitù è il peccato". E il
peccato, secondo lui e comunque da Teodosio in poi, è anzitutto il credere
in un dio diverso da quello predicato dal beatissimo apostolo Pietro, e
imposto a tutti dall'imperatore. E pensare che già Seneca aveva scritto, e
Macrobio ripetuto: "Ma perché tanta ingiustificata avversione per gli
schiavi? Come se non fossero uguali a te... Sono schiavi, anzi uomini. Sono
schiavi, anzi compagni di servitù, se rifletti che la sorte esercita sugli
uni e sugli altri il suo potere in ugual misura". Agostino è stato uno dei
grandi padri della Chiesa, che da lui ha appreso per secoli le ragioni della
sua fede e dei suoi comportamenti, anche su queste due questioni di
principio, quali la pena di morte e la schiavitù.

E se, a riprova, mi è qui concesso un diretto riferimento a quell'oggi, che
ho cercato di dimostrare nato in quel IV secolo, ecco il nuovo *Catechismo
della Chiesa cattolica*, dell'11 ottobre 1992, sancire il diritto e il
dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate
alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la
pena di morte: una sentenza pubblicata nel fervore delle iniziative mondiali
per abolirla. E sarebbe poco, se poi non si intendesse giustificare questa
tesi spiegando che "nei tempi passati, da parte delle autorità legittime si
è fatto comunemente ricorso a pratiche crudeli per salvaguardare la legge e
l'ordine, spesso senza protesta dei pastori della Chiesa, i quali nei loro
propri tribunali hanno essi stessi adottato le prescrizioni del diritto
romano sulla tortura". Come dire che la colpa è del diritto romano: eppure
la Chiesa, mentre lo assumeva tranquillamente per questa parte omicida, ne
stava cancellando ogni traccia nella tradizione culturale e nella sua mimesi
ludica. Ma il paragrafo del *Catechismo* continua: "Accanto a tali fatti
deplorevoli, però, la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza e
della misericordia: ha vietato al clero di versare il sangue": certo,
lasciandolo materialmente versare per secoli, su sua indicazione e sotto la
sua supervisione, al braccio secolare dello Stato, e addirittura
santificandolo come *auto da fé*, atto di fede.

E a proposito del diritto romano, come non ricordare che il cristianesimo
dove non ha potuto distruggere tutto ciò che era pagano, se lo è
accaparrato? Giustiniano, questo imperatore che, secondo Procopio, era
"praticamente analfabeta, cosa che non si era mai vista nell'impero
romano..., e che nella lingua, nell'aspetto esterno e nella mentalità si
comportava come un barbaro", ordinata la raccolta delle leggi romane (c'è
forse qualcosa di più pagano?) la intitolerà al nome di Cristo: *Prooemium**de
Confirmatione Institutionum, In nomine Domini nostri Jesu Christi...*". * *Che
impudente falsificazione storica! Il cristianesimo o cancella o si accaparra
quanto di vitale c'è nel paganesimo: accoglie l'eredità delle sue leggi,
proibisce o santifica i suoi ludi, trasforma i templi in chiese, come in
"Santa Maria sopra Minerva", sostituisce gli dèi con angeli e santi, chiama
il papa Pontefice Massimo, occupa la sua sede, fuori della quale e senza la
quale il vescovo di Roma non sarebbe papa.

Certo, la società imperiale romana, che già ai tempi di Livio "soffriva per
la sua stessa grandezza", era ormai giunta al culmine di una gloriosa e
tremenda parabola storica. Eppure, essa ha conservato agli occhi della
storia un suo fascino, non solo per la sua grandezza, ma anche per una virtù
che la fece apparir bella agli uomini del Rinascimento, e che le successive
società cristiane hanno per sempre perduta: la coerenza tra l'ideologia e il
costume di vita, tra la *doctrina* e i *mores*.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 25/01/2009 alle 10:59
Non l'avevo inviata "a suo tempo"

Da “Il Vangelo secondo la Scienza” di P.G. Odifreddi
Quinta puntata

Intuendo che gli argomenti della teologia naturale non portavano molto lontano, il monaco benedettino Anselmo d’Aosta si rivolse alla logica. Nel 1077 elaborò e diffuse la sua famosa “prova ontologica”. “Definiamo Dio come un essere del quale non si può pensare uno più grande: Se esso non fosse unico, potrebbe pensarne uno più grande che comprendesse entrambi. Se esso non esistesse, si potrebbe pensarne uno più grande che esistesse: Dunque Dio esiste ed è unico”.
La prima e definitiva critica alla c.d. P.O. venne da Gaunilone, un ottantenne monaco dell’abbazia di Marmoutier :” L’essenza di Dio non può essere intesa dall’uomo e le supposte definizioni di tale essenza sono puri giochi verbali”.
Nel 1637 Cartesio cercò di riformulare la prova in due parole:” L’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza”. Ma in realtà questa non è che una versione dell’autocertificazione divina rivelata “Io sono colui che è”. Ma anche Cartesio si rese conto che come prova non è granché e infatti si premrò di riportarne altre, fra cui quella famosa della “scommessa”.
Quando entrò in scena Kant, “fece giustizia di tutti”. Kanto notò che non è possibile dimostrare l’esistenza di un concetto puro mediante argomenti empirici: tutte le prove devono quindi fare appello ad un argomento di natura ontologica. Ma l’esistenza non è una proprietà, bensì la copula di un giudizio e non può far parte dell’essenza di un oggetto. La prova ontologica è dunque soltanto un’invenzione della sottigliezza scolastica e gli sforzi impiegati intorno ad essa sono “fatica sprecata”. Egli spiegò, in un altro capitolo della Critica, che era impossibile ogni dimostrazione: l’idea stessa di Dio porta ad un’inconsistenza della ragione, nel senso di poter trattare del trascendente senza contraddizioni. L’intiera impresa della teologia razionale risulta allora dimostrabilmente disperata!
Ma Kant sapeva che i suoi argomenti non avrebbero decretato la morte della teologia analitica, perché l’illusione non può essere sradicata da nessun insegnamento. Imperterrita, la prova ontologica continuò infatti ad apparire in filosofia.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Hugo Koblet




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  postato il 25/01/2009 alle 14:17
non ho ben capito se questo topic è una discussione, visto che non risponde nessuno...
provo io con la mia. A proposito di storia della religione, visto che la spiritualità occidentale (anche quella cristiana) affonda le sue radici nel pensiero semitico-giudaico ma anche in quello greco, riporto un interessante aneddoto riguardo ad un famoso pensatore greco, tale ( ) Eraclito, citato da Aristotele, che potrebbe fare un pò di luce anche su quella matrice greca a volte non ben interpretata .

Un gruppo di persone venne dal famoso pensatore per ascoltarne gli insegnamenti. Entrando in casa trovarono solo un vecchietto che si riscaldava alla fiamma di un fuocherello acceso in un angolo, era il maestro Eraclito. Profondamente delusi di non trovarlo assorto in alti pensieri o intento ad ammestrare una classe di allievi, stavano già per tornarsene indietro. Allora Eraclito provò a convincerli a restare con lui dicendo: " einai gar kai entautha theous" (trad. :"anche qui" - presso il focolare a cui ci si scalda - "sono presenti gli dei").
A questo aneddoto si accompagna efficacemente -ma questo non sono io a dirlo bensì un altro filosofo contemporaneo di cui non faccio il nome per evitare pregiudizi- l'altro celebre detto di Eraclito (dopo il "panta rei", naturalmente) : "ethos anthropo daimon", solitamente tradotto con "il carattere proprio è per l'uomo il suo demone" o "..il suo modo di congiungersi al divino (che è poi il fine proprio di ogni re-ligione)". Ma Ethos in senso più vicino all'espressività greca antica starebbe per "soggiorno" o "luogo abituale dell'abitare" e dunque si potrebbe rendere un pò liberamente con "l'uomo si congiunge al divino nel luogo dove abita"- "in ciò che gli è abituale, vicino".

Questo per dire che nel pensiero greco nasce la razionalità monderna (e da qui anche la teologia analitica di cui in parte è figlio S.Anselmo) in un senso molto molto lato e tutto da reinterpretare.

Cito una altra celebre frase, visto che è stato appena citato, di Kant che con la religione mi pare che c'entri un pochino:
"il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me" (Critica della ragione pratica), tanto per dire che anche il pensiero di Kant ha conosciuto una evoluzione nel corso della sua esistenza e andrebbe forse inteso in una ottica più fluida.

 

[Modificato il 25/01/2009 alle 14:34 by herbie]

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su tutte le cime
v'è pace.

(Goethe)

 
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Livello Greg Lemond
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  postato il 26/01/2009 alle 08:16
Grazie per il contributo.

P.S.

Se leggi tutta la serie, puoi accorgerti che, è intervenuto anche qualcun altro

 

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Livello Greg Lemond
Utente del mese Gennaio 2009
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Registrato: Mar 2005

  postato il 02/02/2009 alle 15:07
Ricevo ed inoltro

From: axteismo.press5@yahoo.it
Subject: Cristo, apostoli e sacra famiglia: Personaggi mai esistiti


CRISTO, APOSTOLI E SACRA FAMIGLIA:
PERSONAGGI MAI ESISTITI
A beneficio di chiunque desideri conoscere e approfondire, attraverso analisi
storico critiche, le verità evangeliche senza basarsi sulla esclusiva propaganda
clericale di stampo medioevale, ripresa dai media in modo fazioso, la redazione
di Axteismo ritiene doveroso informare con il massimo rigore nel metodo della
ricerca le reali vicende legate alle Origine del Cristianesimo. A tal fine
abbiamo chiesto al cristologo Emilio Salsi l'autorizzazione a pubblicare i suoi
studi avanzati nel nostro sito. In tali studi vengono illustrati i personaggi
denominati Gesù Cristo, apostoli e "Sacra Famiglia". A questi documenti al top
di studi laici di cristologia gli abbiamo dato il titolo:
CRISTO, APOSTOLI E SACRA FAMIGLIA:
PERSONAGGI MAI ESISTITI
Sono Emilio Salsi, uno studioso di storia dell'Impero Romano, autore di una
ricerca sui personaggi teologici descritti nei documenti neotestamentari
cristiani intesa a verificarne l'effettiva esistenza attraverso una analisi
comparata con la storiografia ed accertare, attraverso le loro gesta, se i Santi
fondatori del Cristianesimo furono piuttosto rappresentanti ideologici di una
dottrina che, giocoforza, doveva essere "incarnata" in uomini prescelti e
ispirati da Dio.
Ratzinger Benedetto XVI, gli esegeti cristiani ed i fedeli tutti dichiarano
apertamente che l'esistenza di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli, come uomini, è
comprovata e documentata dagli storici dell'epoca.

Sin dall'inizio i Padri fondatori si sentirono obbligati a dichiarare ciò perché
i protagonisti del nuovo credo furono fatti interagire con persone famose,
realmente esistite, pertanto rintracciabili nella storiografia laica,
ufficialmente riconosciuta, supportata da archeologia, numismatica, epigrafi
ecc.
Da una ricerca fondata su avvenimenti datati e comprovati, si riscontrano, senza
ombra di dubbio, non solo semplici errori storici, ma numerose falsificazioni
mirate che obbligano lo studioso mettere in evidenza. Le manomissioni non sono
fini a se stesse ma volute e, attraverso i personaggi dei quali vengono
contraffatte le imprese, si possono individuare e riconoscere gli autentici
protagonisti di vicende reali dell'epoca la cui testimonianza è sopravvissuta
sino ai nostri giorni.
La dottrina cristiana è interconnessa con la vita di questi personaggi; quindi
con la storia. La Chiesa ne è consapevole pertanto, ad iniziare dal Papa, tutti
i suoi esegeti devono dichiarare che la vita di Cristo è una "Verità"
comprovata. Ma.se la storia riuscisse a dimostrare che i "sacri testi" furono
inventati, sino a scoprirne le falsificazioni introdotte per crearli, e da chi,
come e perché, allora.la "Fede" e i suoi contenuti dottrinali che fine
farebbero?

Se la storia, effettivamente, verificasse che Gesù Cristo e Apostoli non sono
mai esistiti e, non solo, che lo Spirito Santo e Dio stesso furono concepiti e
fatti muovere, da mistici creatori, in un teatro ideologico avente per fine la
costituzione di un nuovo potere terreno (fu chiamato Regno dei Cieli) basato
sulla persuasione e sul convincimento di altri uomini a poter sopravvivere alla
morte, risorgere nella carne e vivere felicemente per l'eternità.uomini e donne
che, per tale fine, ieri come oggi, hanno fatto propri i "codici di
comportamento" dettati dai ministri di tale culto ai quali si assoggettano,
riverendoli e riconoscendoli come loro capi, divenendo, nel contempo, la vera
base del potere secolare della Chiesa.
Stiamo per addentrarci in una ricerca critica storiologica tesa ad indagare se
gli avvenimenti descritti nei testi evangelici del Nuovo Testamento, oltre ai
nomi, trovano una effettiva corrispondenza con la realtà conosciuta di allora,
comparando gli "scritti sacri" fra loro stessi e con quelli degli storici
vissuti nel I e II secolo, compresi i patristici.
Prima di iniziare ho il dovere di mettere in guardia gli eventuali visitatori
credenti curiosi: se vogliono conservare intatta l'illusione della vita eterna è
bene evitino di approfondire la conoscenza in materia. La storia è neutrale ma
il suo innocente, lucido, candore verrà percepito come un pugno nello stomaco da
chi è uso inghiottire l'ostia consacrata convinto che il pasto teofagico del
proprio Dio gli possa aprire, un domani lontano nel tempo, le porte del
paradiso.
Dopo aver riprodotto la Bibbia, a fine '400, gli allievi di Gutemberg iniziarono
a diffondere il nuovo sistema di stampa che, a sua volta, accrescerà il
propagarsi della cultura, ma, anziché compiacersi ...
Concilio di Trento, di Papa Giulio III
(sessione IV, 8 Aprile 1546)
"Il sacrosanto concilio tridentino ecumenico e generale, seguendo l'esempio dei
padri della vera fede, con uguale pietà accoglie e venera tutti i libri, sia
dell'Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi". "darsi da
fare, in tutti i modi e con tutte le forze, affinché
a nessuno venga consentita, né oggi né in futuro, la lettura, anche solo
frammentaria, del Vangelo" (Regola Ecclesiastica).
Giulio III e gli alti prelati del clero, sin dal lontano passato, sapevano che i
Vangeli contenevano "verità" che non dovevano essere rivelate ai fedeli...tali
che avrebbero finito col distruggere la dottrina cristiana.
San Luca evangelista l'impostore
Atti degli Apostoli:
Dopo l'ascensione di Gesù sopra una nube, gli Apostoli, rimasti nella Città
Santa, danno inizio alla diffusione della dottrina predicata da Cristo al fine
di salvare gli uomini dalla morte e dalle fiamme
dell'inferno. Sotto il portico di Salomone e nelle piazze, emulando il loro
"Maestro", dimostrano le loro capacità miracolistiche esibendosi in guarigioni
straordinarie, esaltano il popolo e attirano la folla delle città vicine "che
accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti
venivano guariti". Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, "pieni di livore", li fanno
arrestare con l'accusa di "aver predicato in nome di costui " (Gesù) e,
convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il massimo Tribunale giudaico, avviano
l'atto processuale minacciando di "metterli a morte".
"Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge,
stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli
accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro
questi uomini. Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui
si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso,e quanti s'erano lasciati
persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il
Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli
perì e quanti s'erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto
riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini
(gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è
di origine umana, verrà distrutta; (come avvenuto a Tèuda e Giuda il Galileo
n.d.a.) ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di
trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in
libertà" (At. 5, 34-39).
Tutti i personaggi descritti erano veramente esistiti all'epoca ma la prima
considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è
verificato quando Re Erode Agrippa I era sempre vivo, cioè prima del 44 d.C.,
anno della sua morte.
Infatti i dodici Apostoli sono ancora tutti vivi e fra questi, oltre a San
Pietro, è presente anche Giacomo il Maggiore che, secondo San Luca, verrà ucciso
successivamente da Re Agrippa I, che regnò sulla Giudea dal 41 al 44 d.C.,
mentre Simone Pietro riuscirà a salvarsi grazie all'intervento di un angelo del
Signore che lo farà fuggire dal carcere (At. 12, 1 e seg.).
Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nel XX
libro di "Antichità Giudaiche":
97. (numerazioni dei versi usate nei codici) "Durante il periodo in cui Fado era
Procuratore della Giudea, (44-46 d.C.) un certo sobillatore di nome Tèuda
persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a
seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando
il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. (stile Mosè n.d.a.)
Con questa affermazione ingannò molti.
98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e
inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente
contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Tèuda
fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.
99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era
procuratore Cuspio Fado. (dal 44 al 46 d.C.)
100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro (Procuratore dal 46 al 48
d.C.), figlio di quell'Alessandro che era stato alabarca in Alessandria.
101. Fu sotto l'amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una
grave carestia, durante la quale la regina Elena comprò grano dall'Egitto con
una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra.
102. Oltre a ciò, Giacomo e Simone, figli di Giuda Galileo, furono sottoposti a
processo e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda
che - come ho spiegato sopra - aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i
Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea." (Ant. XX, 97/102).
Questi eventi, separati fra loro di due o tre anni, sono la prova che il
sacerdote Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio "quel discorso" a
difesa degli Apostoli perché in quel momento il Profeta Tèuda era ancora vivo.
Infatti, facendo attenzione alle date, seguiamo la storia.
Giuseppe Flavio ci porta a conoscenza che:
- nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I, ma, essendo il figlio troppo giovane per
governare, l'Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di:
Giudea, Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza .
- nel 44 d.C., gli subentra, come Governatore della Provincia, il Procuratore
Cuspio Fado che, durante il suo incarico (44-46 d.C.), fa uccidere Tèuda, la cui
testa viene portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse
seguire il suo esempio;
- nel 46 d.C., il Procuratore Tiberio Alessandro, sostituisce Cuspio Fado e, nel
corso del suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l'ordine di
crocifiggere Giacomo e Simone.
Pertanto, all'interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere
sulla sorte dei "Dodici", da quanto abbiamo letto in "Atti degli Apostoli", come
ha potuto San Luca far dire a Gamalièle che Tèuda era morto (prima del
censimento del 6 d.C. - At. 5, 36) mentre Erode Agrippa era ancora vivo? (lo
ucciderà dopo un angelo - At. 12, 23)... e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso
Tèuda), non era ancora subentrato ad Agrippa?.
Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle
non poté farlo perché il Re Erode Agrippa e Tèuda erano sempre vivi.
Se lo inventò in un futuro lontano San Luca e lo mise in bocca a Gamalièle,
importante membro del Sinedrio veramente esistito, per "discolpare", in un
processo del Tribunale giudaico, gli "Apostoli" arrestati, fra cui Simone e
Giacomo, dall'accusa di ribellione uguale a quella di Tèuda e Giuda il Galileo;
accusa che comportava la pena di morte.
Ma poiché il discorso era (ed è) un'assurdità è evidente che non fu fatto,
pertanto era falso sia l'arresto che l'assoluzione, quindi, a quella data,
nessuno degli Apostoli era ancora stato arrestato. Al contrario, al verso 102,
come sopra abbiamo letto in "Antichità", sia Giacomo che
Simone, figli di Giuda il Galileo, "furono sottoposti a processo" e fatti
giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo la morte
di Erode Agrippa).
Contrariamente a quanto risulta dalla storia, il vero scopo di San Luca era far
risultare ai posteri che il Sinedrio, supremo tribunale giudaico, aveva assolto
gli "Apostoli", fra cui Giacomo e Simone, dall'accusa, così come articolata in
ipotesi da Gamalièle, di essere equiparati ai profeti rivoluzionari Giuda il
Galileo e Tèuda; accusa, come abbiamo visto, smontata da un Gamalièle che nella
realtà non si sarebbe mai sognato di fare un discorso simile perché non poteva
prevedere né la morte, improvvisa del Re Agrippa I, né che questi sarebbe stato
sostituito dal Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Tèuda.
Questo "Atto del Sinedrio", inventato e riportato in "Atti degli Apostoli",
convocato mentre Erode Agrippa era sempre vivo, è un falso grossolano
finalizzato ad allontanare qualunque dubbio sulla venerabile condotta degli
"Apostoli" e ad introdurre l'altra menzogna correlata: la "fuga" di Simone
Pietro per opera di Dio e l'uccisione di Giacomo (ormai degno di essere
beatificato), ovviamente per colpa del Re, secondo l'evangelista.
Ovviamente, un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo, pertanto,
anche la sua datazione era ed è.nulla! Inoltre, introdurre negli "Atti degli
Apostoli" un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del
Sommo Sacerdote del Tempio, con funzioni giudiziarie ed amministrative (pur se
asservito al potere imperiale di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si
deve rispondere di fronte alla Storia.
Questa è una delle tante falsificazioni riportate nei sacri testi e non è fine a
se stessa, ma mirata, e attraverso i personaggi dei quali vengono contraffatte
le gesta si riconoscono i veri protagonisti di vicende reali dell'epoca la cui
testimonianza è sopravvissuta sino ai nostri giorni: basta scoprirne il nesso.
Emilio Salsi

 

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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente. Dopo 12 anni di carriera io so quello che devo fare e non voglio che una mia vittoria venga messa in dubbio dalla fantasia delle analisi".

(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 09/02/2009 alle 12:43
Sono passati quasi diciassette anni da quel lontano gennaio del 1992,
quando, causa un incidente stradale, Eluana entrò in coma profondo per un
trauma cranico grave.

Ora questi signori, che tanta violenza, torture e sangue hanno causato dai
secoli passati, vengono a voler profittare delle condizioni di vita
artificiali, assolutamente inconcepibili con la dignità di un individuo
della nostra stessa specie, qualsiasi essa sia, e questa è cosa di cui io
come individuo ho vergogna, ma intanto, si sa, le società vengono plagiate
fin dai primi anni di vita ed è così che continuiamo ad avere società
cristiane, islamiche, indu, e quante altre ancora ne vogliate; continueremo
a vivere le assurdità che ci vengono imposte per il nostro stesso essere
plagiati, per il nostro stesso essere liberi, ma succubi di queste autorità
che con le loro influenze egemoni godono di privilegi che a noi sono negati,
compreso quello di morire silenziosamente e dignitosamente.
Il concetto è orribile, ma è la conseguenza di sviluppi di quelle scienze e
tecniche che splendide sarebbero se non cadessero spesso in mani
terroristiche, sfruttatrici e impudiche. Scienze e tecniche che nella
storia, sappiamo, sono state osteggiate dalle Chiese, fino al punto da
produrre martiri, sono poi state da queste utilizzate (e tuttora lo sono)
quando hanno fatto loro comodo.
Le nostre ipocrisie vogliono che si dimentichino gli orrori di cui nel tempo
ci siamo macchiati; oggi consideriamo barbari i kamikaze, i lapidatori, i
tagliatori di teste, ma anche quei cerimoniali che sono al limite delle
torture e delle violenze corporali, come le infibulazioni, le circoncisioni
e vari altri. È incredibile come le cecità intellettuali indichino con
disprezzo certe pratiche magari non rendendosi conto di far parte di
categorie simili. Chi è circonciso critica gli infibulatori, chi imprigiona
e tortura critica i lapidatori, chi si fa scoppiare o bombarda lo fa
giustificando la lotta contro gli sgozzatori e così via è sempre stato.

Certo è che il coma irreversibile consente con respirazioni e nutrimenti
forzati ad alcuni organi di funzionare, ma tanto le cose che entrano nel
corpo per sostenerlo che quelle che ne vengono fatte uscire per evacuarlo
significano una situazione per cui l'aggettivo "ipocrita" non è sufficiente
e certamente non si può parlare di dignità o di qualità di vita.
Vogliamo in aggiunta suggerire un fatto di cui non si parla perché la
scienza è ancora lontana da certe scoperte. Cosa ne direste a chi vi
suggerisse che un corpo sostenuto, da macchine che ne tengono in movimento
la vita vegetativa, ma che per tutto il resto è come morto, inerte, non sia
immerso in alcune parti del suo cervello in una specie di sonno e che il suo
subcosciente abbia delle più o meno chiare percezioni, appunto come in un
sogno - incubo terribile? -, al quale sogno il corpo sia condannato a non
potersi ribellare e che questo coma profondo porti con sé una tortura di
percezioni subcoscienti, alle quali corrisponde un'impotenza assoluta di
reazione? Il solo pensiero di tale possibilità dovrebbe riempirci di orrore
e di pietà: certo sarebbe una delle più orrende torture.

Nemmeno esistono aggettivi per definire le campagne che i cosiddetti
credenti fanno, sfruttando casi simili a quello di Eluana, nel nome della
sacralità del corpo. Proprio questi credenti, e non sono solo i cristiani,
ma praticamente quelli di tutte le religioni, che tanto oggi parlano di
sacralità del corpo, dimenticano, dato che la memoria storica ha tempi
brevissimi, che nel passato il rispetto del corpo non era assolutamente
preso in considerazione. Parlando delle nostre religioni cristiane, ma vale
anche per molte altre, la necrofilia su cui si basano dovrebbe essere
ricordata; questa infatti viene usata quale propaganda, anche in questo
caso: le tecniche di queste scienze tanto osteggiate da tutti i prelati
producono un fenomeno nuovo per cui la vita in bilico con la morte sollecita
le paure ataviche del morire, con le speranze altrettanto ataviche delle
vite eterne. Queste propagande sono state sviluppate per aumentare il lucro
e il potere delle autorità religiose a scapito degli ingenui creduloni.
Questi stessi difensori della sacralità vogliono che si dimentichino gli
orrori di cui si sono macchiati fino all'Ottocento e poi ancora oggi. La
storia dei martiri cristiani, con cui la nostra necrofilia è stata
alimentata, continua con le antiche tradizioni di grandi monumenti funerari
per reliquie più o meno mummificate e con il moltiplicarsi delle chiese
dedicate allo stesso santo (quanti pezzi del cuore, o degli occhi o delle
dita di questi o questa dovevano moltiplicarsi per produrre le famose sante
reliquie!). Come ancora oggi avviene per il corpo di padre Pio nella chiesa
principale di San Giovanni Rotondo, dove c'è il corpo intero con tutti i
pezzi al loro posto, succede che, se c'è, si utilizza il corpo intero
conservato nella principale chiesa dedicata al santo, mentre nelle altre
dedicate allo stesso santo ci sono singole reliquie, che dunque dovrebbero
essersi moltiplicate.
Io dico: "Che schifo!", ma pure questo schifo quanto serve ad alimentare la
fede degli umili e poveri modesti credenti! Sono d'accordo che la mia possa
essere chiamata presunzione, ma di fronte a quella dei costruttori di
reliquie, di cadaveri e simili, visto che loro parlano nel nome di un Dio,
col quale non è certo dimostrata una linea di comunicazione diretta[1],
penso che non sia la mia, ma la loro, vera presunzione, oppure vera fede
cieca. La sacralità del corpo non ha impedito quantità di martiri molto
maggiori di quanti non sono i martiri subiti dai cristiani. Ma questi
martiri, da Ipazia d'Alessandria e ben prima di lei, a Giordano Bruno e ben
dopo di lui, assieme alle tante streghe, eretici e simili, per quanto
moltissimi, ben pochi sono nei confronti di coloro che erano considerati
selvaggi e senz'anima, per cui, se non si facevano battezzare, lavare da
chissà poi quali peccati, dovevano essere sterminati con quei genocidi che
hanno eliminato la quasi totalità degli indigeni delle Americhe e di tante
altre popolazioni ben lontane dal Vaticano. Ricordiamo qui che sembra che le
ultime tre condanne furono eseguite per conto di papa Pio IX nel 24 gennaio
1854; e vogliamo ricordare che fra le leggi - insindacabili - del Vaticano
la condanna a morte pare fosse cancellata solo alla fine del XX secolo!
Noi viviamo in una buona società dove ci preoccupiamo dei deboli, dei poveri
e dei sofferenti, perché siamo quasi tutti molto buoni e per dimostrarlo
nulla di meglio è che avere a portata di mano poveri, deboli, dei sofferenti
e dei disperati. Poi esiste la storia della sacralità, che va dall'ovulo,
allo sperma, all'embrione, fino a questi che, come Eluana, devono essere
chiamati, senza falsi pudori, "morti viventi".




[1] Ricordiamoci il simpatico Fernandel, in Don Camillo, che conversava col
crocifisso! Crocifisso che, se parla, non è certo più un simbolo, ma è
semplicemente questo poveraccio che da duemila anni sta appeso a una croce
mentre l'umanità, nient'affatto salvata, va allo scatafascio. Diciamo qui,
per inciso, quanto furono e sono ingenui, candidi, ovvero ipocriti questi
teologi che si sono inventati un dio che è così poco accorto o che ha così
poco potere da far sacrificare se stesso, ma nel suo figliuolo, per salvare
un'umanità che non viene affatto salvata, anzi. e che quindi hanno costruito
quel che hanno voluto essere: un potere onnisciente e onnipotente che non ha
certo in questa storia dimostrato tali caratteristiche.

di Vittorio Giorgini






 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 10/02/2009 alle 10:15
Storia degli antichi ebrei (prima puntata)
Comincio con l'esporre qualche problema posto dalla lettura della
Genesi.

Al cap. 12. versetto 1 leggiamo:

"Ora Jhwh disse ad Abramo:
«Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
e vai verso la terra
che io ti avrò mostrato ["ti mostrerò" nella maggior parte delle
traduzioni]» ...etc.."

A prima vista non c'è nulla di strano o che possa mettere in dubbio
l'interpretazione che ne danno i credenti: il dio Jhwh chiama
Abramo e gli fa delle promesse. Abramo ha fiducia in lui (la
famosa "fede abramitica") ed esegue le sue direttive. Anche se,
sulle prime, le promesse non sembrano mantenute.
Infatti sua moglie Sarai è sterile e la terra in cui viene a
trovarsi è abitata dai Cananei. Ciononostante "(7)Jhwh però apparve
ad Abramo e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra».
Sicchè egli costruì colà un altare a Jhwh che gli era apparso. (8)
Poi rimosse (la tenda) di là verso la montagna, ad oriente di Bet-El
e rizzò la sua tenda, avendo Bet-El ad occidente ed Ay ad oriente.
Ivi costruì un altare a Jhwh e invocò il nome di Jhwh. (9) Poi Abramo
sloggiò, levando, tappa per tappa, l'accampamento, verso il Negheb."
Come ha notato G. Borgonovo [1] la situazione di Abramo è
paradossale: egli, cui sono state promesse, e ripetutamente, una
folta discendenza ed una vasta terra, "va a stanziarsi senza figli
nel deserto".

Al cap. 14, versetti 18-20 leggiamo:
"(18) Intanto Melchisedech, re di Salem, fece portare pane e vino.
Era anche sacerdote di El Elyon (19) sicchè lo benedisse dicendo:
«Sia benedetto Abramo da El Elyon
Creatore/Signore del cielo e della terra!
(20) E benedetto sia El Elyon che ti ha dato nelle mani i tuoi
nemici!». E Abramo gli diede la decima di tutto."

Nel leggere questi versetti il lettore può avere qualche dubbio: El
Elyon e Jhwh sono due nomi dello stesso dio? Sembrerebbe di sì, sia
perché Abramo dà la decima parte al suo sacerdote, e questo è un
atto di adorazione che, se El Elyon e Jhwh fossero state due divinità
diverse, avrebbe messo in crisi il monoteismo abramitico, sia perché
al versetto 22 Abramo pronuncia tutte e due i nomi.
Però l'episodio si presta almeno ad una considerazione: Abramo viene
solitamente presentato come il primo monoteista in mezzo ad una
marea di idolatri, e qui invece il suo dio ha perfino un sacerdote;
in altre parole, il "Padre dei credenti" si rivela il "figlio" di un
certo Melchisedech di Salem.

Al cap. 17, versetti 1-3, troviamo:
"E Abramo aveva novant'anni quando Jhwh gli apparve e gli disse: «Io
sono El Shaddai; cammina nella mia presenza e sii integro. (2)
Stabilirò la mia alleanza tra me e te e ti moltiplicherò
grandemente».
(3) Subito Abramo si prostrò col viso a terra, ..."

Anche nel leggere questo passo il lettore può dubitare ed
interrogarsi: perché Jhwh dice di chiamarsi El Shaddai? Non era
stato invocato da Abramo (Gen. 12:8) con il nome di Jhwh ?
Si può capire che Melchisedech l'abbia chiamato El Elyon e Agar "El
Ro'i" (Gen. 16:13): può darsi che loro non conoscessero il nome
Jhwh.
Ma Abramo, secondo Gen 12:8 lo conosceva, perché dunque tale
presentazione?.

Facciamo un salto, andiamo a leggere il Cap. 6 di Esodo, versetti 2
e 3:
"(2) Dio[2] parlò a Mosè e gli disse: «Io sono Jhwh! (3) Sono
apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come El Shaddai, ma con il
mio nome Jhwh non mi sono manifestato a loro [oppure: ma il nome mio
Jhwh non feci loro conoscere] »".

Se quanto affermato in questo passo è vero, allora in Gen 12:8 è
stato affermato il falso: Abramo non poteva costruire un altare a
Jhwh e invocare il suo nome se non lo conosceva.
Se, viceversa, lo conosceva, allora in Es 6:3 si afferma il falso. I
due versetti non possono essere entrambi veri.
Più dettagliatamente, se fosse vero quanto si afferma in Gen 12:8
allora Gen 17:1 sarebbe contraddittorio ed Es 6:3 falso.
Se invece è vero quanto si afferma in Es 6:3 si possono formulare
due ipotesi:
1. Lo scrittore del libro della Genesi, raccontando la storia di
Abramo e degli altri Patriarchi, inventando i fatti narrati o
scrivendoli sotto divina ispirazione, è incappato in un anacronismo,
facendo pronunciare ad Abramo il nome "Jhwh" che invece, neanche
come personaggio mitico o inventato o ispirato, egli poteva conoscere
(questo è ad es. il convincimento espresso da Eliade [3]).
2. Lo scrittore del libro della Genesi, per raccontare la storia di
Abramo e degli altri patriarchi, ha utilizzato racconti
preesistenti, orali o anche scritti (in questo caso, poi perduti,
fatti sparire o scritti in una lingua diversa dall'ebraico), in cui
evidentemente non poteva comparire il nome "Jhwh" e li ha
aggiustati, sostituendo con la parola `Jhwh' il nome che era
presente nel racconto originario. Avrà fatto questo aggiustamento in
buona fede, ma il risultato è stato unico: ha commesso una
falsificazione (questa è ad es. l'opinione di Manacorda [4]).

Lasciamo la prima ipotesi a quei fondamentalisti, o simili, che
credono che i libri del Pentateuco siano stati scritti da Mosè, e
procediamo discutendo la seconda.


Note.
1) Borgonovo, G. Traduzione e introduzione a Genesi, La Bibbia,
Oscar Mondadori, 2000.
2) Elohim nell'originale ebraico.
3) Eliade, M. Storia delle credenze e delle idee religiose. Vol. I
(p.191), Sansoni, 1979.
4) Manacorda, M. A. Lettura laica della Bibbia (p. 219).Editori
Riuniti, 1989.
I brani della Genesi sono tratti da "Genesi" a cura di E. Testa.
Edizioni Paoline, 1981.
Il brano dell'Esodo da La Bibbia, testo integrale CEI, Piemme,
1988.(Nella citazione è stato sostituito l'originale Jhwh alla
traduzione "Signore").""

 

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Livello Greg Lemond
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  postato il 12/02/2009 alle 08:42
Storia degli antichi ebrei

2. La critica vetero-testamentaria relativa al Pentateuco.

L'analisi critica del Pentateuco ha riconosciuto in questi cinque
libri l'apporto di quattro tradizioni diverse, indicate dalle lettere
J, E, P e D.
La tradizione, o il documento, "J" è caratterizzata dall'uso del
termine Jhwh come nome divino e si sarebbe formata nei secoli X e IX
a. C. nel regno di Giuda, dalla rielaborazione di racconti o
tradizioni precedenti.
Il documento "E", da "Elohim", si sarebbe formato nei secoli IX e
VIII a. C. nel regno di Israele, ovviamente utilizzando racconti
precedenti.
Il documento E non è anacronistico, in quanto utilizza il termine
"Elohim" come nome divino per tutti i racconti riguardanti fatti
avvenuti prima della "rivelazione" del nome Jhwh a Mosè.
Per i fatti successivi può però usare il nome Jhwh: gli esegeti e i
critici vetero-testamentari devono allora usare altri indizi per
stabilire se un brano, seguente Es 6: 3 e contenente il nome Jhwh,
appartenga alla tradizione J o E.
Per il libro della Genesi il problema, comunque, non si pone: il
documento E è sempre caratterizzato dall'uso del nome divino "Elohim".

Questo non significa che tutti i passi della Genesi in cui è presente
il nome "Elohim" appartengano alla fonte E. Ad esempio il primo
racconto della creazione (Gen 1:1 - 2:3), in cui il nome divino è
"Elohim", viene attribuito ad una tradizione posteriore sia a J che
ad E, e che è stata chiamata P (dal tedesco "Priesterkodex", codice
sacerdotale), e che si fa risalire ai secoli VI e V a.C.
Ad un periodo intermedio fra le due fonti più antiche, J ed E, e
quella più recente, P, si attribuisce la tradizione Deuteronomista,
D, che, come indica il nome, è presente nel Deuteronomio, scritto in
parte durante il regno di Giosia (intorno al 620 a.C.) e composto nei
secoli VII e V a.C. (Barbaglia 2000, p. 6).
L'identificazione di queste "tradizioni" è il risultato dello studio
critico del Pentateuco iniziato da Spinoza e proseguito da Witter,
Eichhorn e Astruc nel sec. XVIII. All'inizio del secolo XIX De Wette
identificò la fonte deuteronomistica; gli studi di Graf e Vatke sulle
fonti "J" ed "E" furono integrati con i precedenti da Julius
Wellhausen, che giunse a dare una chiara impostazione alle fasi di
formazione del Pentateuco.
In definitiva esso è considerato la combinazione di parti provenienti
da tradizioni diverse operate da uno o più Redattori finali, i quali
aggiunsero qua e là dei versetti per raccordare e integrare le varie
tradizioni (integrazioni o interpolazioni "R").
Per quanto riguarda il libro della Genesi, ed in particolare la
storia di Abramo, noi ci troviamo di fronte a passi attribuibili a J,
ad E e a P con qualche versetto di R.

Fino a non molto tempo fa le traduzioni della Bibbia non riportavano
le fonti cui erano attribuibili i vari passi, mentre "Elohim" veniva
tradotto "Dio" e "Jhwh" "Signore" (perchè gli Ebrei, non potendo
pronunciare il nome di Dio, dove è scritto Jhwh leggono "Adonai", che
si è convenuto significasse "Signore", mentre secondo alcuni studiosi
sarebbe una forma del nome del dio egiziano Aton).
Evidentemente una traduzione siffatta non permetteva al lettore non
esperto di capire che il nome "Jhwh" era stato usato in racconti
riguardanti un'epoca in cui era ignoto. Adesso vi sono traduzioni che
mantengono i nomi originali Elohim e Jhwh ed indicano passo passo in
nota a quali tradizioni sono attribuiti i vari versetti ("Nuovissima
versione della Bibbia", Ed. Paoline 1972), altre che rendono "Elohim"
con "Dio" ma mantengono Jhwh e danno indicazioni generiche sulle
varie fonti ("La Bibbia", Oscar Mondatori, 2000), ma nella maggior
parte dei casi si usano ancora i termini "Dio" e "Signore".

Il libro di R. E. Friedman "Chi ha scritto la Bibbia?" riporta in
Appendice una utilissima tavola riassuntiva dei vari brani del
Pentateuco con l'indicazione della fonte documentaria cui vengono
attribuiti. In questo lavoro faremo riferimento a Friedman e a Testa
(Versione, introduzione e note a Genesi, Ed. Paoline, 1981) per
quanto riguarda le diverse fonti.

Fonti citate:
Barbaglia S. Introduzione a La Bibbia.Vol. 1. Oscar Mondadori, 2000.
Friedman R. Chia ha scritto la Bibbia? Bollati Boringhieri, 1991.

 

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(Jacques Anquetil, 4 maggio 1966, intervista a L'Équipe)

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Livello Greg Lemond
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  postato il 14/02/2009 alle 13:50
Storia degli antichi ebrei

3. Un quesito fondamentale.

Fatta questa rapida premessa sul modo in cui sono stati raccolti e
assemblati i testi della Genesi, possiamo tornare alla domanda
principale: quale nome poteva esserci al posto di Jhwh nei racconti
che hanno per protagonisti Abramo, Isacco e Giacobbe? La risposta è
apparentemente facile: El Elyon, El Shaddai sono i nomi con cui
"Jhwh" si presenta o è chiamato, e quindi si può concludere che il
termine "Jhwh" abbia sostituito questi nomi nei discorsi indiretti
riportati nei vari racconti e talvolta anche nei discorsi diretti (es.
in Gen 15: 17, 18:14 e 19).

Tuttavia El Elyon, El Shaddai, "Jhwh", nelle storie che stiamo
esaminando presentano delle caratteristiche molto diverse dallo Jhwh
con cui avrà a che fare Mosè.

La studiosa giapponese Yukiko Ueno intrattenne una discussione
epistolare sui contenuti della Bibbia con Mario Alighiero Manacorda
nel 1987 - 88.

Nella lettera scritta da Tokyo il 3.7.1988 ella espose su Jhwh le
seguenti due osservazioni: "La prima riguarda il rapporto tra Dio e
il patriarca, e il significato dei suoi comandi e delle sue promesse.
Ebbene, El Shaddai (e non so se anche El Elijon) dava ad Abramo (e
meno agli altri) ordini come da padrone a un servo, sia pure
prediletto, e il servo doveva eseguirli personalmente:«Vattene dal
tuo paese....», «Non scendere in Egitto....», «Alzati e va...», e
agli ordini accompagnava le promesse: «Farò di te un grande
popolo.. » ecc.
Invece Jahvè dà a Mosè ordini come ad un proprio rappresentante
presso un intero popolo: ordini non tanto da eseguire personalmente
quanto da trasmettere e far eseguire ad altri, coi quali dovrà
comportarsi come dio con lui, cioè come un sovrano potente e
prepotente ....
La seconda osservazione riguarda i modi delle teofanie. Il dio di
Abramo, sia egli El Shaddai o Jahvè, gli appare in sogno o in visione
senza nessun accenno alla coreografia, e per di più nell'aspetto di
"un uomo" o magari di due o tre uomini. Invece con Mosè tutto cambia
e abbondano le apparizioni sovrumane e meravigliose: il roveto
ardente, che però non arde, il monte fumante e la discesa di una nube
di fumo o di un fuoco compongono una coreografia che, se ho ben
capito, è già una liturgia: cioè una religione trascendente,
confessionale ecc...ecc.., adatta a costituire un potere teocratico
nuovo e indipendente".
In definitiva Yukiko Ueno giunse a distinguere tre diversi tipi di
divinità in Genesi ed Esodo: "un dio cosmologico creduto vero" [la
divinità del primo racconto, di fonte sacerdotale, della creazione,
Gen 1:1 - 2:3]; "degli dei che sono dei possibili sovrani terreni"
[El Elyon, El Shaddai, "Jhwh" dei racconti dei patriarchi]; "un dio
che, creduto vero o inventato [da Mosè], è l'espressione della
nascita di un potere terreno del tutto nuovo...." [lo Jhwh del libro
dell'Esodo].

Possiamo aggiungere altre differenze tra lo Jhwh di Genesi e lo Jhwh
di Esodo.
Il primo ad esempio si fa vedere, parla con Abramo in diverse
occasioni (Gen 12:1; 17:1; 18:1-32), con Sara (Gen 18:15), mangia
alla mensa di Abramo (Gen 18:8), manda spesso dei messaggi per mezzo
di angeli (Gen 16:7-12; a Sodoma, Gen 19:1-22); il secondo non si
mostra nemmeno a Mosè, che lo può vedere soltanto di spalle, come è
scritto in Es 33:20-23:
"20)E Jhwh disse: «Non puoi vedere il mio volto,
perché l'uomo non può vedermi e vivere» 21) E Jhwh disse: «Ecco un
luogo vicino a me: ti terrai sulla roccia. 22) Quando passerà la mia
gloria, ti metterò nella fenditura della roccia; e ti coprirò con la
mia mano fino a quando sarò passato. 23) Allora ritirerò la mia mano
e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si vedrà»."

Chi era dunque lo Jhwh che così spesso passava per la terra di Canaan
durante la vita di Abramo, e che era così affabile e confidenziale,
almeno nei confronti di Abramo (e non invece verso gli abitanti di
Sodoma), diversamente dallo Jhwh di Mosè?
Per trovare una risposta dobbiamo innanzitutto cercare di situare la
vicenda di Abramo nello spazio e nel tempo.

Fonte citata:
Manacorda M. A. Lettura laica della Bibbia. Editori Riuniti, 1989.

 

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Livello Hugo Koblet




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  postato il 14/02/2009 alle 15:16
intervengo per dire che il Dio "affabile e confidenziale" di Abramo ad un certo punto gli chiede di immolare l'unico figlio Isacco, - la promessa vivente della "generazione numerosa come le stelle del cielo" - come sacrificio (cosa che non ha precedenti nella Bibbia dove non è contemplato il sacrificio umano, ma solo quello divino). Solo quando Abramo ha già alzato la mano contro il figlio sarà fermato.
Il fatto è che il Dio della Bibbia ha "vie che non sono le nostre vie" si esprime nel "soffio di un vento leggero" e questo lo rende spesso incomprensibile, a volte razionalmente inaccettabile, spesso indica vie che di primo acchito sembrano l'antitesi di ciò che sembra buono giusto ed equo. Sarà forse che il più delle volte ciò che appare buono giusto ed equo in realtà non lo è?

 

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su tutte le cime
v'è pace.

(Goethe)

 
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