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Autore: Oggetto: OT - Harry Winston Jerome, lo sprinter che amava l’immensità della natura...

Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 12/02/2005 alle 20:02
Questo racconto è dedicato a Joe, un amico di Montreal, conosciuto sul web. Un italiano che vive su una terra incantevole, ma che non perde occasione di far trapelare la sua nostalgia per i nostri luoghi, la nostra cultura e le nostre contraddizioni. In lui si distinguono i tratti che hanno accompagnato tanti uomini e donne d'Italia, emigrati lontano, alla ricerca di un lavoro e di una vita dignitosa.
Il Canada di Joe, è una terra dove convivono numerose etnie e dove l'emigrazione rappresenta una consistenza tangibile. I paesaggi sono da sogno e la democrazia canadese è una delle migliori del pianeta. Credo che anche nell'animo profondo del nostro amico, ci stia l'ammirazione per l'intorno e le essenze di questa sua nuova dimora. Ed anche la, in quel lontano ed esteso paese, ci sono state e ci sono figure che hanno innalzato i valori di quello sport che tanto piace a Joe.
Una di queste, per taluni aspetti la più significativa, è entrata da tempo nei miei viaggi di ricordo, di conoscenza e di racconto.......



Harry Winston Jerome, lo sprinter che amava l’immensità della natura...

...Un atleta che poteva essere ancor più grande, se non fosse stato sfortunato come pochi. Un uomo che ha lasciato una traccia indelebile, anche se ci ha abbandonati a soli 42 anni. Una storia che si muove sullo sfondo di paesaggi maestosi e fascinosi, patrimonio di uno degli angoli più belli della Terra: North Vancouver, nella regione della British Columbia, in Canada....


Il profumo dello sport ti si presenta vario, se lo sai apprezzare. Non ci sono solo le partecipazioni attive ad un gesto o uno sforzo, oppure le osservazioni di un avvenimento agonistico, o l’intensa emozione, che ti può coinvolgere mentre ai margini di un impianto, guardi un atleta o il suo allenatore, impegnati ad abbellire e raffinare la macchina-corpo del profeta. Ci sono tante altre variabili che, piano, piano, si possono incontrare e “gustare” fino a stamparle sulla memoria. A volte basta un incontro civile, senza tuta, fra due vecchi amici, entrambi con l’indole del racconto e del ricordo, oppure la conoscenza minima di almeno uno dei due e la curiosità dell’altro. Se poi costoro hanno qualcosa in più, si aprono pagine che non si sarebbero mai pensate come possibili di consultazione.
Spesso mi sono trovato nel ruolo di curioso, altre in quello di narratore, ma in entrambi i casi ho sempre provato emozione, soprattutto quando l’oggetto, attorno ad una birra o una semplice acqua minerale, erano gli orizzonti caleidoscopici ed intensi dell’atletica leggera. Grazie a questi incontri mi sono arricchito e spero di aver fatto altrettanto, quando il ruolo della favella spettava a me. Poi, con gli echi delle narrazioni ancora caldi e l’auto disponibile a sostituirmi con un pilota automatico avente le mie stesse forme esteriori, liberavo la musica mia fedele compagna e sognavo, immedesimandomi nel ricordo e nei soggetti di quel dialogo. L’arrivo a casa era solo lo strumento per prendere la tastiera e digitare quanto mi passava sulla mente. Così si sono aperti e riempiti i file dei miei racconti e di quei ritratti di campioni e personaggi che mi han fatto conoscere nel mondo del web.

Qualche sera fa, riprendendo un vecchio floppy, ho trovato le tracce di un ritratto, nato e vissuto schematico, a Trieste, in un tardo pomeriggio di giugno 1997. Anche in quella occasione ero stato fedele alla tradizione: avevo riportato sul disco un’emozione che, finalmente, mi schiudeva la mente per ricomporsi completa come un’oasi.
Incontrai Marcella per caso, mentre uscivo dal Centro Congressi della Stazione Marittima dove avevo svolto una conferenza. Dovevo andare in Municipio, in Piazza dell’Unità d’Italia, proprio a due passi. Non ci vedevamo da quindici anni. Fu lei a riconoscermi. E dire che nel 1979, fra di noi, c’era stata un’infatuazione che ci aveva avvolto per gran parte di quella lontana estate. Lei, romantica, loquace ed acuta osservatrice, sapeva come coinvolgermi verso voli di ricordo e stuzzicare la poesia che, sin da bambino, ho sempre ricollegato a tutto ciò che mi circondava o piaceva. Camminammo, mano nella mano, come fossimo ancora gli amanti d’un tempo, naturalmente, per sognare mentre scorrevano i sintetici racconti dei nostri giorni dopo l’ultimo incontro. Mi spiegò perché era a Trieste, un motivo banale, ma col pregio di averci fatto rincontrare, pur in un luogo sì distante dalle nostre dimore e dalle nostre terre. Il mondo è piccolo e grande, ed in ogni momento s’ha occasione di rendersene conto, magari spesso è la velocità del pensiero a confonderci. Ci fermammo in un bar vicino al Municipio e ci sedemmo a consumare due bibite. Dal mare arrivava una brezza che rasserenava la maestosità di una delle più belle piazze d’Italia.
“E’ bella Trieste vero Morris?”
“Già, ed è anche gradevole a giugno. Sicuramente non avrei detto la stessa cosa, se fosse una giornata di novembre con la bora, tipica di qui.”
“Sai che non amo tantissimo il mare, ma oggi lo trovo incantevole. Di solito m’incanto negli spazi ampi, dove l’orizzonte si perde nel paesaggio con i monti che gli danno un tocco di mistero”.
“Se sei quella d’un tempo, ti appresti a raccontarmi di un viaggio, immagino nei luoghi più strani e suggestivi”.
“Ti ricordi bene, perché era proprio quello che volevo. Sai sono ancora presa dal Canada. Sono tornata solo dieci giorni fa. E’ una terra bellissima Morris, ci sono sfondi da sogno. Lì ti divertiresti a raccontare, è la maestosità dell’intorno che ti spinge a farlo. Sono stata a Vancouver. La città è molto bella, ma l’ambiente che non scorderò mai sta a nord, dove il verde e le montagne in lontananza ti prendono fino a farti volare. L’aria è fresca e profuma di immenso. Un luogo che sembra la meta di una moltitudine di razze che si incrociano rimanendo se stesse e convivendo liberamente. E’ così splendido che non vedo l’ora di tornarci.”
“Sei la solita incorreggibile stupenda. Per fortuna almeno tu hai ancora la voglia di sognare e di volare con la fantasia.”
“Senti chi parla, proprio tu, ma dai…..si vedeva lontano un miglio quanto la tua mente volasse mentre raccontavo. A chi stavi pensando?”
“Ad Harry Jerome, era proprio di quei paesaggi che ricordavi…”
“Aspetta, aspetta, non sarà mica quell’atleta a cui han fatto monumenti. Penso ad uno dell’atletica, da come si vede nella statua!”
“Proprio lui Marcella. Un grande che non è riuscito a compiersi completamente, per la tanta sfortuna che l’ha sempre inseguito fino alla morte prematura, giunta per un incidente stradale a soli 42 anni.”
“I tuoi occhi brillano Morris, sembra che tu stia vivendo la sua storia…”
“E’ vero, penso che stasera scriverò qualcosa su di lui, per poi sviluppare il suo ritratto quando il tempo me lo consentirà. Vedi, un atleta può illuminare la sua terra, i suoi paesaggi. Anche lui è un’artista e va raccontato collocandolo nei suoi luoghi e in quei contesti che gli piacevano, perché è sempre quello che intimamente vorrebbe”.
“Quindi stasera lo racconterai?
“Sì scriverò i suoi tratti più significativi, l’ho fatto tante volte sai…Se potessi lo farei qui, ora. L’aria di mare e questa piazza stimolano, purtroppo non ho il computer.”
“Ci sono io però, e se non hai fretta, me la potresti raccontare a voce, così quando tornerò in Canada, di fronte a quel monumento e quei luoghi mi sentirò più piena, grazie ad un amabile pazzoide della terra dei poeti, rincontrato per caso a Trieste.”
“Lo farò, se non altro per il termine ‘amabile pazzoide’ che non me l’aveva ancora coniato nessuno, mia cara sognatrice euganea”.



Nella storia dell’atletica leggera, fatta di tante specialità, sono innumerevoli i personaggi che hanno lasciato una traccia, un segno immortalato fra i sacrifici e le bellezze supreme di questa disciplina. Già lo sfondo di questo sport, si colloca ideale come una cornice artistica, quasi un invito a tessere una tela peculiare e multicolore, ove pochi sanno spiegarne i significati e ancor meno a dipingerne raggi indelebili. Eppure gli eletti sono abbastanza per mettere in confusione le memorie, lasciando un senso di vergogna, o di vera e propria colpa, quando la dimenticanza diventa patrimonio dell’osservatore innamorato. Harry Jerome, rappresenta uno degli artisti che più di tutti ti fa correre questo rischio, perché la vita l’abbandonò presto, d’improvviso, in tempi che non gli consentirono di solcare il suo credo di uomo e poi perché il suo ricordo si perde lontano dai periodi tuttologi dell’odierno. Non ha vinto nemmeno molto per vari motivi, ma questa è consistenza meno importante per chi possiede il fine palato della comprensione. Lui però, era qualcosa che non si può cancellare dietro lo spettro dell’attualità, fatta di anime che si bruciano col battito d’una ciglia e col sospetto dell’innaturale scolpito con scienza orrida, dietro un fine che mortifica l’arte. L’atleta Harry era figlio del tempo che amo, anche se l’ho vissuto bimbo, non già per volontà di ricordarmi fanciullezza o per intrinseco crepuscolarismo, ma per l’immanente convinzione di un periodo migliore, ove l’uomo era più uomo e dove c’erano ancora ideali a spingerci verso un orizzonte in cui l’essere umano possedeva spazi. Il contrario di oggi, dove l’essere è un fantoccio e lo sfondo si copre con la fuliggine dell’aver perduto ragioni nelle criminali sciocchezze del profitto e del dominio. Gli albori degli anni sessanta erano aurore di sogni, di volontà, di speranze e di chiarori. L’atleta, viveva di sacrifici sopportabili, perché dentro c’era una idealità non forzata, naturale, esattamente come quel corpo che ancor non conosceva le potenzialità innaturali della chimica. Ciò che di retroverso poteva servire, possedeva i connotati di una caramella e l’amore verso gli altri essendo ancor palpabile, donava facoltà ulteriori all’intero complesso di quegli uomini e quelle donne che s’avvicinavano all’arte sportiva.
Harry era un bravo ragazzo prima, ed un bravo uomo dopo; un atleta che non s’allontanava da queste sue inconsce caratteristiche, al punto di elevarsi figura immagine, senza per questo scomodare confronti col gusto falso dell’odierno apparire, che è tutt’altra cosa. Lui era vero, ciò che trasmetteva si muoveva palpabile e non alterato da logiche scheggiate irrimediabilmente, da altri fini.
Harry Winston Jerome era nato nero. Il padre, Harry senior, veniva dalla Giamaica, ma aveva trovato in Canada tutto: l’amore di Elsie, poi sua moglie e madre dei suoi cinque figli, il lavoro, un’esistenza normale rispetto alla fame e alle immani discrepanze dell’isola. Il piccolo Harry, primogenito, non aveva dunque mai visto la terra del genitore e non si immedesimava in nulla che non fossero quegli sfondi suggestivi ed ampi del paesaggio di Prince Albert, cittadina dello Saskatchewan, la regione canadese nella quale era nato il 30 settembre 1940. Notava le differenze della sua pelle, come le morfologie di altri, anch’essi su quei luoghi emigrati, ma quella constatazione non gli forniva crucci, o le angosce tanto tipiche in altre zone del continente nordamericano. Cresceva vispo, intingendosi dell’ambiente fascinoso ed aperto di quella terra che, pian piano, si impossessava di lui. Era bravo a scuola e quel poco che la famiglia poteva dargli, era più che sufficiente per gratificarlo senza snaturarne la sempre più evidente capacità d’osservazione. E da quegli occhi che si orientavano acuti sia sui paesaggi freschi e maestosi che sulle decorose povertà di quelle genti così diverse, iniziavano le spinte per far crescere quell’insieme di valori che poi rimarranno immutati nella mente e nel cuore del piccolo Harry.
La famiglia Jerome si trasferì ad ovest, verso la costa del Pacifico, nella British Columbia, a North Vancouver, quando il futuro campioncino aveva dodici anni. I nuovi luoghi, ancor più suggestivi di quelli dello Saskatchewan, si legarono indissolubilmente alle volontà di Harry. Il ragazzino si fermava in mezzo ai boschi, giocava intagliando il legno che trovava, si costruiva archi, riprendeva la cultura dei giovani amici di origine indiana dei luoghi, in particolare gli haida, i chinook e i tlingit e dimostrava coraggio, tanto nei giochi, quanto al cospetto di una natura sì maestosa. E poi, chi poteva affrontarlo o prenderlo, così veloce com’era? Già, perché la sua grande velocità nel correre, aveva colpito più o meno tutti. Anche a scuola, grazie a questa dote naturale, riusciva ad eccellere negli sport che gli proponevano, in particolare il baseball, l’hockey su ghiaccio e il calcio. Ma come si poteva ingabbiare una simile gazzella in un gioco di squadra? Questo era il pensiero del suo professore di fisica, e poi bastava guardarlo, per rendersi conto che Harry Winston era nato per correre. A quindici anni passò, così, all’atletica leggera, ed i risultati si videro subito: vittorie su vittorie, primati studenteschi e giovanili canadesi che cadevano a fiotti. Il giovane Jerome, era un idolo dei giovani e lui faceva di tutto per non far pesare queste sue doti eccellenti, rimanendo il ragazzo che si confondeva col paesaggio, che si portava nei boschi per respirarne l’humus, che si lasciava andare a lunghe escursioni, fino a preoccupare i genitori per i ritardi nei rientri a casa. Ma come contestarlo, visti i risultati e la bravura in quella High School che lo vedeva come riferimento e leader?!
Originale, come pochi coetanei, ma timido, nonostante la fama crescente, il giovane Harry ci prese davvero gusto ad aggredire quella terra rossa che fungeva da fondo delle piste d’atletica. Una soddisfazione che diventava gratificazione, nel momento in cui poteva tradurre, con risultanze, le sue doti su quell’osservatorio che cominciò a vederlo come il successore dell’olimpionico, orgoglio canadese, Prince Williams. E proprio a questi, Jerome, poco prima di compiere i diciotto anni, tolse il primato sulle 220 yard, vecchio di 31 anni. Un sigillo importante che lo collocava fra gli emergenti, non solo del Canada, ma degli stessi confinanti Stati Uniti. Arrivò così una borsa di studio, che gli aprì le porte dell’Università dell’Oregon e con lei le basi per una carriera d’atleta. Tutto questo però, l’avrebbe allontanato dai suoi luoghi, da quel suo crescente bisogno di aiutare i più sfortunati e deboli dei suoi paesaggi, di quella terra che si stava progressivamente legando a lui in simbiosi.


Harry Jerome in azione

All’università il suo talento esplose compiutamente. Gli sprinter americani lo conobbero subito e, puntualmente, iniziarono a finirgli alle spalle. Stavano arrivando gli anni sessanta, gli anni del sole e della speranza, i tempi del sogno d’una umanità che intravedeva nuovi orizzonti e dove il quotidiano presentava contraddizioni nitide, facili da comprendere e affrontare, al limite, da aggredire. Anni subito bagnati da una Olimpiade che si vedeva come un segno di svolta, dai significati ben superiori a quelli dello sport, ed una città, Roma, bella come nessuna, culla della storia e di tanta civiltà, che alzava quel sipario per intingersi di nuovi colori, dietro lo sfondo dei suoi colli e di quelle opere le cui ermeneutiche, da secoli, profumavano l’aria fino a coinvolgere l’osservazione, in un condensato di emozioni e ammirazioni. Erano Giochi Olimpici che muovevano i cuori degli atleti, con quelle spinte suggestive e particolari che solo Roma, nel resto del mondo, esclusa proprio l’Italia, da sempre sa donare. Harry Jerome, avrebbe compiuto 20 anni proprio pochi giorni dopo le due settimane olimpiche, ma a dispetto dell’età sognava di andarci, perché si sentiva già competitivo e, da canadese, non avrebbe dovuto superare lo scoglio dei “Trials” che tanto preoccupavano i suoi colleghi d’università. Doveva solo dimostrare che l’Olimpiade non rappresentava solo un “viaggio premio”: insomma era chiamato ad un segno di possibilità, perlomeno per arrivare a superare le batterie. Invece, respirando l’aria di casa, in quel di Saskatoon, nella regione sua di nascita, lo Saskatchewan, il 15 luglio 1960, il suo grandissimo talento esplose nel modo più grande e inaspettato. Harry stravinse la gara sui 100 metri, correndo in 10” netti, primato mondiale eguagliato. Il paesaggio da sogno che circondava la pista echeggiò, nell’emozione generale, a salutare un proprio figlio, come fosse un elemento d’un intorno che accarezzava il sole mentre calava sull’orizzonte, irrorando di rosso i rilievi lontani e quelle poche nuvole che parevano damigelle della Terra. Harry respirò profondamente, lo sforzo non l’aveva annebbiato e mentre la gioia per l’impresa cresceva, si calò istintivamente a baciare quella pista. Era solo un passo, ritornando in piedi, orientò lo sguardo sull’immenso del luogo e si sentì di ringraziare intimamente quella natura che ricambiava il suo amore. Spuntarono due grosse lacrime, le voleva il suo cuore. Avesse dovuto scegliere una città o un territorio per fare un’impresa, non sarebbe mai uscito dai confini della maestosità del Canada. Era primatista mondiale e sarebbe andato a Roma con l’intento di raggiungere quella medaglia che nessuno, solo qualche mese prima, poteva pensare come possibile. Tornando in albergo, volle fermarsi e addentrarsi nel bosco come quando, bambino, s’immergeva in quei luoghi per parlare con gli alberi, gli uccelli e quegli animali che lo riconoscevano come uno di loro.
La fama del giovane Harry Winston Jerome varcò immediatamente l’oceano e giunse in Europa, dove, sui sentieri storici dell’Urbe, s’attendeva la fiaccola olimpica. Il grande ed antipatico tedesco Armin Hary, colui che pareva anticipare lo sparo dello starter, aveva così trovato l’avversario che lo poteva battere per l’oro. L’osservatorio e quei giornalisti che, a quei tempi, sapevano tradurre le penne in opere di racconto artistico, si resero conto che il giovane canadese, era in grado di segnare la finale più attesa dell’Olimpiade. Erano con lui, con la sua giovinezza, le sue speranze e quella timidezza che mostrò negli impatti coi taccuini, ed i larghi e mastodontici microfoni dell’epoca. Harry donava simpatia, pur nelle non certo numerose parole e la, dove queste non arrivavano, inteneriva gli interlocutori coi sorrisi. Ma i Giochi di Roma non furono felici per questo ragazzo che stava per incontrare la lunga serie di sfortune che costelleranno la sua carriera. La sua gara era quella dei cento, anche se si era guadagnate le selezioni pure sui 200 e, naturalmente, nella la staffetta veloce. Superate bellamente le batterie, non poté difendere le sue enormi possibilità a causa di uno strappo al polpaccio destro, rimediato durante il riscaldamento precedente l’ultimo turno prima della finale. Il dolore, lancinante, gli fece capire che oltre all’Olimpiade avrebbe compromesso anche la stagione successiva. Infatti, il 1961, fu per lui un anno quasi interamente dedicato al recupero di un infortunio, a quei tempi, assai pesante. Qualche acuto svolto con molta timidezza, ebbe comunque il pregio di convincerlo che non era rotto e poteva ancora diventare quello che le sue qualità meritavano. Arrivò così a fregiarsi di un altro primato mondiale, stavolta sulla distanza ibrida delle 100 yard, corsa in 9”2. Harry capì che c’era e nel 1962, inanellò una serie di vittorie nei meeting più importanti, soprattutto sui 200 metri, dove non venne mai battuto. Ma nel novembre di quell’anno, a Perth, in Australia, quando stava vincendo le 100 yard ai Giochi del Commonwealth, un lampo, nelle vesti di una strappo lunghissimo, gli spaccò la coscia sinistra. Finì sesto ed ultimo della finale, tagliando il traguardo per forza d’inerzia, rotolante, urlando per l’enorme dolore. Stavolta l’infortunio era davvero impressionante, tale da rendere pessimisti tutti i medici che lo visitarono. Si parlava della fine di una carriera appena iniziata, a soli 22 anni con già due primati mondiali all’attivo e la consapevolezza di non aver mai potuto portare a termine una di quelle grandi finali che fanno la storia e riempiono gli albi d’oro. Per sei mesi Jerome si trovò praticamente bloccato, con l’arto immobile e protetto. “Mai vista una ferita muscolare di queste dimensioni” – ebbe a dire il medico specialista che decise di curarlo attraverso un metodo nuovo al fine di allargare la pressoché nulla speranza di farlo tornare alle gare. A letto, Harry, richiamò se stesso dal profondo, sostituendo il tridimensionale della constatazione, con la ferrea volontà di sognare come se nulla fosse successo. Si argomentò, studiò, mise un tassello importante alla sua cultura allargandola verso le scienze, ripassò con gli occhi i suoi luoghi, riprese interiormente la sua volontà di donarsi agli sfortunati, ai deboli, a chi non aveva avuto le opportunità che lui si era conquistato. Coniò una frase che lo contraddistinguerà per sempre: “Mai mollare di fronte alla sfortuna”. Il giovane Jerome, era ancora intatto nella mente e mai una sola volta mise in dubbio la sua possibilità di rinascere in tempo utile per le ormai vicine Olimpiadi di Tokyo. Ed il 1964 giunse. Con la nuova atmosfera olimpica, arrivò anche lui. Riprese a correre passando per tutti o quasi come un miracolato. I compagni dell’Università dell’Oregon se ne accorsero subito: assieme a loro stabilì il primato mondiale della 4 x 100 yard. Il tempo era di assoluto pregio, pur con un Harry non al massimo della forma, ma bastava. Jerome non si fermò, perché si conquistò un altro record del mondo, stavolta nelle 60 yard indoor, dove corse in 6” netti.
Arrivarono le Olimpiadi. Nei 100 metri, il mondo aveva conosciuto l’americano Bob Hayes, il quale, dopo aver battuto il record di Harry sulle yard indoor, era poi andato a dominare i Trials. Qualcuno parlava di lui come del più grande centista della storia fin lì consumata, anche se la sua corsa era scomposta e non trasmetteva sulla pista tutta l’immensa potenza di cui disponeva. Jerome conosceva Hayes e sapeva che contro di lui, probabilmente, nemmeno nel pieno delle sue forze avrebbe vinto, ma era felice di essere a Tokyo, ed una medaglia la poteva conquistare. In fondo quello era il medesimo obiettivo di Roma. Si augurava solamente di poter correre tutti i turni di una manifestazione stressante come l’Olimpiade senza rompersi. Sapeva bene che a preoccupare non erano le gare singole oppure quelle con un solo turno precedente, ma i Giochi Olimpici vertevano su quattro tornate complessive, in due soli giorni. Alla prova della pista, i muscoli di Harry risposero bellamente, anche se in finale una certa fatica la sentì e gli costò l’argento. Vinse ovviamente Hayes, in un tempo, 10”06 elettrico sulla tennisolite, che valeva un 9”8 manuale. La straordinarietà di quella prestazione, non ha più avuto pari nella storia dei 100 metri. Dietro quel marziano sarebbe finito proprio Jerome, se nel finale non avesse avuto quel piccolo appannamento, che consentì al cubano Figuerola di anticiparlo di un’unghia. Ma Harry aveva più di un motivo per essere felice: era arrivato al bronzo, quando solo qualche mese prima era stato dato come un ex atleta. Il suo sogno s’era così concretizzato. Gareggiò pure sui 200 metri, dove si guadagnò la finale sfiorando il podio. Finì quarto, davanti ad un certo Livio Berruti, olimpionico uscente.


Olimpiadi di Tokyo - Finale dei 100 metri

All’indomani delle Olimpiadi, Bob Hayes, firmò un contratto per passare al football americano e per Jerome, si riaprirono le porte per divenire il numero uno. Nonostante una lunga serie di acciacchi, più che altro dovuti all’entità dei due gravi infortuni subiti negli anni precedenti, il 1965 confermò Jerome come un protagonista degno di fregiarsi del ruolo di velocista di massima evidenza.
Ancora una serie di disturbi, lo frenarono un poco in quella che sarà per lui una grande annata, il 1966. Subito un gran “botto” col primato mondiale sulle cento yard percorse in 9”1, indi con la vittoria ai Giochi del Commonwealth sulla medesima distanza. Fu quello l’ultimo anno in cui la manifestazione presentò quella prova, al posto dei cento metri. La medaglia d’oro conquistata, metteva un sigillo alla carriera travagliata di Harry, dopo ben sei primati mondiali, finalmente un successo che assumeva un particolare significato, per l’ancor giovane canadese. Finì settimo, invece, sulle 220 yard, ma anche su questa prova sentì il solito disturbo muscolare, che gli fece percorrere gli ultimi metri in riserva e senza spingere. Fu una gara chiave perché capì definitivamente quanto la sua fragilità muscolare, già sottoposta al recupero degli infortuni gravissimi passati, non gli consentiva di sostenere manifestazioni con più prove in rapida successione.
Il mondo stava respirando la compiutezza della rivoluzione musicale portata dai Beatles e nuove frontiere di pace e libertà si presentavano all’orizzonte. Harry sentiva quei richiami e li viveva nel suo sempre più forte personale bisogno di darsi a chi era stato meno fortunato. Il suo atteggiamento esteriore assunse i tratti di un timido leader, di un uomo che amava il pragmatismo e che non disdegnava l’impegno anche non remunerato. Aveva appena conseguito le sue lauree presso l’Università dell’Oregon e all’alba della stagione 1967, capì che si stavano riaprendo le porte verso le sue terre e quella gioventù sulla quale si sarebbe donato insegnando. Avrebbe chiuso la carriera all’indomani delle Olimpiadi del Messico, indipendentemente dalle risultanze in questa raggiunti. Si preparò per vincere i Giochi Panamericani, dove avrebbe raccolto la sfida dei rampanti sprinter statunitensi, ma solo sui 100 metri. Vinse correndo in 10”2, ma capì che una nuova leva di velocisti, cresciuti attorno al nuovo e forse più grande fenomeno di tutti i tempi, Tommie Smith, si stava affacciando con tangibilità sul palcoscenico mondiale. Ciononostante, il sogno di conquistare un’altra medaglia olimpica, prima di appendere le scarpette al chiodo, continuava a veleggiare in lui.


1967 - La vittoria di Jerome ai Panamericani

Poche settimane dopo il suo successo ai “Panamericani”, in Bolivia, veniva ucciso Ernesto Che Guevara, un’altra figura che aveva inciso sulle giovani generazioni del tempo e di quelle che verranno. Harry sentiva quegli anni come peculiari per risvegliare nell’animo umano la voglia di diminuire le distanze fra i singoli, avviare processi per raggiungere eguaglianze reali e non di solo annuncio fra le razze, per riequilibrare le vite fra le aree forti e quelle deboli. Un fermento che in lui cresceva come in tanti altri protagonisti dell’epoca, un flusso ideale che coinvolgeva anche l’artistico mondo dello sport e che poi le Olimpiadi di Città del Messico seppero sancire compiutamente.
Harry Winston Jerome gareggiò sull’altura già densa di smog della capitale messicana solo sui cento metri, dove fallì la medaglia, ma non il raggiungimento della finale. Finì settimo, correndo in 10”20 e fu soddisfatto ugualmente. Tre giorni dopo, quando già aveva annunciato il ritiro, applaudì l’impresa di Tommie Smith sui 200 metri e salutò, convinto, il significativo “pugno col guanto nero al cielo” e il capo chino, coi quali lo stesso Smith e il collega amico John Carlos (terzo), interpretarono la premiazione sul podio. Jerome condivideva quella loro protesta, così funzionale alle realtà statunitensi che aveva conosciuto. Si sentì fortunato di essere canadese. Tutto il mondo vide quel gesto che fece rimbrottare il conservatore e retrogrado mondo sportivo, di cui Brundage, presidente del CIO, era degna e sincronica figura. Harry aveva solo ventotto anni, ma fu contento di lasciare l’agonismo così. Erano i segni dei tempi e di nuove speranze che facevano da sfondo alla sua carriera certo densa di sfortune, ma illuminata a sufficienza per non essere dimenticata. Chiudere a quei Giochi sì importanti con una finale, lo gratificava, perché aveva sempre condiviso il gesto sportivo come legato ad aspetti più importanti della vita e come un messaggio di positività e amicizia verso l’intera umanità. Era arrivato il tempo di dedicarsi totalmente all’insegnamento, nella sua terra, a North Vancouver, in British Columbia.
La sua ellisse sportiva e quei lunghi segmenti di sfortuna che avevano percorso la sua carriera, costituirono un riferimento per l’intero movimento sportivo canadese, al punto di spingere il Ministero allo Sport, ad istituire un Premio a suo nome, avente lo scopo di dare segno di riconoscenza verso quegli atleti che avevano saputo superare grandi avversità con coraggio e determinazione. Naturalmente, la prima edizione, datata 1968, andò allo stesso Jerome. Nel 1971, Harry, fu insignito dell’Ordine del Canada, ed iniziò una proficua collaborazione di consulenza sullo sport, col governo del suo paese. La sua impronta, in particolare sulla regione della British Columbia, fu ben presto riconoscibile. Incentivò quella che era sempre stata una sua immanenza, aiutando i bambini più bisognosi, portandoli allo sport, spesso sostituendosi alle loro famiglie. Nel 1978 raccolse tutte le sue idee e le già fiorenti concretizzazioni, in quello che diverrà il perno sul quale continua, tutt’oggi, a gravitare gran parte del mondo sportivo canadese: lo “Sport Awards Program”. Senza la “patente” di politico, Harry, era diventato un riferimento nazionale di cui si riconoscevano le doti ideali, l’impegno e lo sforzo pragmatico, quasi dimenticando, o mettendo in lontananza, il suo passato di nota a livello agonistico. L’uomo Jerome, era dunque più importante, nella riconoscenza del suo multietnico popolo, del tempo in cui, calzando le scarpette chiodate, abbatteva primati mondiali di atletica leggera. La sua opera stava costruendo un solco di stima e gratitudine, quando, al crepuscolo del 7 dicembre 1982, mentre stava viaggiando verso l’orizzonte dei maestosi paesaggi di North Vancouver, la sua auto, di colpo, impazzì come i pensieri e l’arte nascosta nell’intimo messaggio verso la natura che sempre accompagnava Harry. Ma quell’involucro di latta, era troppo piccolo per perdersi nel sogno e nella tenerezza del suo gemello incanto. Come un copione scritto per forze diverse al voluto, quella che era un’automobile finì per accartocciarsi e, con essa, la vita terrena di Jerome. Lui, il figlio di quei luoghi era morto in mezzo a loro, vicino a quei boschi dove si nascondeva a rivivere i suoi richiami interni, come un indissolubile legame con la natura. Il cielo incrociò il rosso lontano del sole tramontato da poco, col plumbeo grigio d’un nuvolone pronto a scaricar pioggia. In lontananza, un tuono risuonò per ricordare al paesaggio l’arrivo di quell’uomo che, nei quarantadue anni di vita, aveva trovato modo di generare oltre l’alveo del proprio intorno. Il silenzio seguente, lasciò ben presto posto, al dolore dei tanti che stavan conoscendo le risultanze dell’ultima corsa terrena di Harry Winston Jerome. Ma i suoi echi continuano a vivere come un dipinto che si immola su quelle terre. A lui, a quel ragazzo timido, destinato, prima degli infortuni, a correre come il vento, che intagliava il legno, che amava della vita l’espressione più profonda chiamata convenzionalmente povertà, fecero un monumento. Attorno a quella statua che lo ritrae mentre corre sullo sfondo di quegli orizzonti tra i più belli del nostro globo, si respira la sua presenza nel fresco dell’aria e dei vicini corsi d’acqua. Nelle foglie degli alberi, ci sta il suo specchio e puoi vedere il suo volto. Lì, quanto nel meraviglioso impianto d’atletica, costruito a Prince Albert in suo onore, nel 1992, si trovano le tracce d’un uomo che ha posto un’effige indelebile sul Canada, come un suo immortale penate.


Vancouver - Il monumento ad Harry Jerome

Harry Jerome, dopo anni, ho finalmente messo mano sulla tua grandezza e sul tuo esempio e, con loro, mi son perso nel tuo ricordo, come fossi ai piedi del tuo monumento e sognassi, con te, l’immensità d’un mondo tracciato sui valori più semplici. Gli stessi che hai amato, ma che la mia epopea ha, forse, irrimediabilmente perduto. Almeno un grazie, per questa illusione ad occhi aperti, te lo devo.


Morris

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 25/06/2005 alle 11:28
Riporto in alto questa storia-ritratto, per una promessa fatta ieri notte, ai margini di un incontro pubblico.

Morris

 

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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 19/09/2006 alle 19:30
.......mentre ........ colui che era stato fino a quel momento il più regolare e forte nel seguire il passo del valenciano, diventò angelico come i suoi occhi azzurri. L’abruzzese, incentivò la sua andatura nell’incontro coi bianchi fiocchi e si involò lungo quei paesaggi così comuni nel ricordo della sua fanciullezza, vissuta fra i boschi ed i monti della Marsica. Passò leggero allo sforzo di quella che era una sua vocazione, nell’istmo che l’organizzazione aveva aperto sulla carreggiata, ed iniziò a scolpire il messaggio più grande della sua contorta storia nel ciclismo. Regale in bici e col sorriso gentile che s’era trasformato in una smorfia che accarezzava la fatica senza offenderla, ........, scalò solitario il Cereda e giunse, altrettanto in solitudine, là dove la tappa doveva per forza finire......

....Un protagonista che ho inseguito a lungo, potrei dire per anni. Ora, l'ho ritrovato. Là, in quella terra d'odierna sua dimora s'è espresso, senza mai dimenticare quei boschi che sono sempre stati una parte di lui. Luoghi, che gli appartengono come un incanto scolpito in simbiosi allo sguardo e per quel grande paese divenuto suo, ha voluto attenuare l'origine d'emigrante.
Per salutare la lunga ricerca di questo ex ciclista, le cui generalità non saranno sfuggite ai più anziani del forum, riporto a galla la storia di un campione, il cui tratto vide anch'esso alba da una storia d'emigrazione. Un atleta d'uno sport molto diverso, scolpitosi simbolo dei medesimi paesaggi, davvero tra i più belli del pianeta.
...Affinchè la famiglia dell'ex ciclista, in attesa del racconto sui sentieri percorsi dal proprio caro, possa ritrovare nel protagonista Harry, un segno di quanto non siano le lingue, le distanze ed il tempo, a dividere messaggi ed emozioni che ogni atleta lascia dietro si sé.

Morris

 

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  postato il 20/09/2006 alle 01:59
Originariamente inviato da Morris

.......mentre ........ colui che era stato fino a quel momento il più regolare e forte nel seguire il passo del valenciano, diventò angelico come i suoi occhi azzurri. L’abruzzese, incentivò la sua andatura nell’incontro coi bianchi fiocchi e si involò lungo quei paesaggi così comuni nel ricordo della sua fanciullezza, vissuta fra i boschi ed i monti della Marsica. Passò leggero allo sforzo di quella che era una sua vocazione, nell’istmo che l’organizzazione aveva aperto sulla carreggiata, ed iniziò a scolpire il messaggio più grande della sua contorta storia nel ciclismo. Regale in bici e col sorriso gentile che s’era trasformato in una smorfia che accarezzava la fatica senza offenderla, ........, scalò solitario il Cereda e giunse, altrettanto in solitudine, là dove la tappa doveva per forza finire......

....Un protagonista che ho inseguito a lungo, potrei dire per anni. Ora, l'ho ritrovato. Là, in quella terra d'odierna sua dimora s'è espresso, senza mai dimenticare quei boschi che sono sempre stati una parte di lui. Luoghi, che gli appartengono come un incanto scolpito in simbiosi allo sguardo e per quel grande paese divenuto suo, ha voluto attenuare l'origine d'emigrante.
Per salutare la lunga ricerca di questo ex ciclista, le cui generalità non saranno sfuggite ai più anziani del forum, riporto a galla la storia di un campione, il cui tratto vide anch'esso alba da una storia d'emigrazione. Un atleta d'uno sport molto diverso, scolpitosi simbolo dei medesimi paesaggi, davvero tra i più belli del pianeta.
...Affinchè la famiglia dell'ex ciclista, in attesa del racconto sui sentieri percorsi dal proprio caro, possa ritrovare nel protagonista Harry, un segno di quanto non siano le lingue, le distanze ed il tempo, a dividere messaggi ed emozioni che ogni atleta lascia dietro si sé.

Morris

Ho visto solo ora questo racconto di una bellezza commovente,come altrettanto bella è questa dedica ad uno dei figli della mia terra,Vincenzo Meco,di cui si ricorda quel giorno da leone concluso sul Passo Rolle e di cui ho trovato notizia in qualche breve racconto.Girando in Internet nei mesi scorsi ho potuto vedere seppur in poche righe quanto sia stato apprezzato e ricordato ancora oggi in Canada per le sue gesta.In Italia forse ha raccolto molto meno di quanto meritasse e chi a differenza mia ha avuto la fortuna di assistere alle sue gesta credo che lo possa testimoniare.

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 20/09/2006 alle 02:26
Il fatto che un giovane del 1984, abbia scoperto al primo colpo il corridore che volutamente avevo qui "nascosto", mi fa essere più ottimista, circa l'importanza della storia nella cementazione della passione ciclistica fra le generazioni più tenere. Un aspetto che non vede il proprio valore sminuito dal fatto che il protagonista fosse in origine un conterraneo.
L'altra sera, alla presenza di una ventina di giovani corridori romagnoli, ho colto l'occasione di una presentazione-conferenza per far fare passerella a tanti campioni o evidenti del passato ciclistico di quella terra. Bene, in tanti fra i più giovani presenti, compresi i corridori, non sapevano chi fossero quegli anzianotti del pedale.
Bravo Abruzzese!

 

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  postato il 20/09/2006 alle 04:00
Originariamente inviato da Morris

Il fatto che un giovane del 1984, abbia scoperto al primo colpo il corridore che volutamente avevo qui "nascosto", mi fa essere più ottimista, circa l'importanza della storia nella cementazione della passione ciclistica fra le generazioni più tenere. Un aspetto che non vede il proprio valore sminuito dal fatto che il protagonista fosse in origine un conterraneo.
L'altra sera, alla presenza di una ventina di giovani corridori romagnoli, ho colto l'occasione di una presentazione-conferenza per far fare passerella a tanti campioni o evidenti del passato ciclistico di quella terra. Bene, in tanti fra i più giovani presenti, compresi i corridori, non sapevano chi fossero quegli anzianotti del pedale.
Bravo Abruzzese!

Ti ringrazio Morris per le tue parole e visto che un pò d'Abruzzo ha fatto capolino in questo bellissimo thread volevo permettermi una piccola divagazione e chiederti(poichè non mi pare di averne trovato traccia nel forum)se ti è capitato di parlare di Silvestro La Cioppa,ciclista originario di Francavilla al Mare che si mise in luce alla fine degli anni Cinquanta e purtroppo venuto a mancare nel giugno scorso(al via del Trofeo Matteotti infatti lui e altri personaggi sono stati ricordati con un minuto di silenzio).Ricordo che prima del Giro 2001,quello che parti' dall'Abruzzo,fecero un giornalino e tra gli articoli che riguardavano l'Abruzzo e i suoi personali legami storici col Giro d'Italia ce ne fu uno che parlava appunto di La Cioppa ed era corredato da una foto storica:il corridore abruzzese impegnato in salita e circondato dai 2 mostri sacri della salita di allora,Charly Gaul e Federico Bahamontes(la tappa credo che fosse quella di Boscochiesanuova).
Un saluto!

 
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