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Autore: Oggetto: Oltre cento anni di Parigi Tours.

Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 13/10/2007 alle 00:17
Se il ciclismo, aldilà del fatto sportivo, può essere un mezzo per un incontro con la storia e la cultura, la Parigi Tours, è senza dubbio una delle classiche più affascinanti. Intanto, perché trattasi di corsa tra le più vecchie, nata nel 1896, quindi coetanea della Parigi-Roubaix, ed una delle prime in assoluto, ad incontrare e cementare il culto del biciclo. E’ poi l’unica che, dalla capitale di Francia, non si rivolge a nord, ma si spinge verso quel sud, che pare troppo dimenticato dal patrimonio di classiche che il ciclismo ha proposto, aprendo così le porte ad altri itinerari ed intrecci antropologici. Indi, per cospargersi ulteriormente di un fascino sottile, mai sufficientemente reclamizzato, fino a costituirne il limite maggiore in fatto di significati e traduzioni, l’itinerario di questa classica, si dipana su un lungo tratto storico di cui si respirano tangibili segni monumentali. Il finale poi, incontrando il cuore dei Castelli della Loira, ci riporta quello che un tempo era la meta di un corso della nobiltà di Francia, del Re stesso, della sua lunga corte e dei riferimenti intellettuali ed artistici che attorno ad esso si muovevano.



In chi scrive, non insistono di certo processi simpatetici da leggersi in chiave nostalgica, bensì solo l’amore verso quei tasselli di storia che hanno inciso, che vanno letti sempre, anche nelle esagerazioni di una ricercata imponenza. In altre parole, quando il percorso di una corsa ciclistica si poggia su tratti simbolo del cammino umano, dimenticarlo, sottostimarlo, o non trattarlo proprio, rappresenta una miopia, una perdita di specificità, ed un modo per non creare sull’evento un’attenzione più larga, o quel distinguo che uno sport itinerante come il ciclismo, dovrebbe sempre vedere compagno per darsi una ragione ulteriore.
Tours, non è una città qualsiasi, è stata la capitale del Regno di Francia nel XV e XVI secolo, è tuttora un centro ricchissimo di epigoni di cultura, ed è il riferimento capoluogo di una zona stupenda che, attorno al fiume Loira, s’è eletta meta nell’orizzontalità del Paese transalpino e non solo.
E’ la città di San Martino quando divise il suo mantello con un povero, e dalla cui leggenda si sono mossi verso Tours centinaia di migliaia di pellegrini. E la città di un genio della letteratura come Honoré de Balzac, di San Gregorio da Tours, colui che scrisse “l’Histoire des Francs”, del più recente Geoges Courteline, apprezzabilissimo per quel suo scrivere fra satira e drammaturgia, fino a sfornare tanti aforismi (memorabile questo: “Passare per idiota agli occhi di un imbecille è voluttà da finissimo buongustaio”…).



E poi quei Castelli che s’ergono nella regione, lungo quel fiume che ammorbidiva le penne e faceva fiorire intellighenzia e maestosità e su cui non vanno portati altri riferimenti, quei complementi oggetto superflui, visto l’incanto. Sono circa trecento opere d’arte che hanno spinto l’Unesco a dichiarare la valle che li ospita: “Patrimonio dell’umanità”. Come dire: “se hai i soldi per un viaggio, vai là, a toccare quei muri e rinfrescarti gli occhi nello stupore che accompagna la bellezza”.
Qui, in una valle cosparsa di humus e genialità, Leonardo da Vinci, forse il più grande genio multiforme della storia, scelse di passare gli ultimi anni di vita, trovando nell’intelligenza di Francesco I, che gli donò il Castello di Cloux ed un vitalizio di 4000 scudi annui, una considerazione superiore a quella avuta nella divisa, troppo papalina e contorta Italia.
Leonardo venne sepolto, per suo volere, nella chiesa di San Fiorentino ad Amboise, ma poi, qualche decennio dopo, le guerre religiose del XVI si portarono presso l’ulteriore tragedia materializzata nella stupidità delle profanazioni di tombe ed anche le sue spoglie sparirono senza lasciare traccia alcuna. Esse vagano nello spirito dell’intorno di questi luoghi, scelti dal suo genio per lanciare, con le ultime opere e gli avveniristici progetti, il monito ancor non completamente letto, di una ricerca continua. Fra Amboise, Cloux e Tours, nell’arco di un raggio lungo a trentina di chilometri, fra quei Castelli, di cui, in vita, era riferimento riverito d’attenzioni, gli echi di Leonardo si palpano, donando alla storia la fune della suggestione.



Tanto si potrebbe aggiungere, forse per attenuare la colpevole superficialità che ha cosparso gli organizzatori, nel non portare quel grandioso insieme, a peculiare patrimonio della corsa.
Cosa resta dunque di Tours e di quel magnifico scenario nell’impianto-proposta della classica? Poco, solo qualche eco appassito dal bruciore moderno di classica in decadenza, avente un percorso tecnicamente troppo piatto, per dissetare la foga. Che orrore!
Quante sono le classiche dal tracciato tendente al tavoliere, o senza storia, mal collocate, o con organizzazioni su generis o, addirittura, da neofiti, o assodati incapaci (se guardassimo questi aspetti in Germania non si correrebbe mai!)? E quante sono le classiche che si atrofizzano nel richiamo tipicamente moderno di un’asfissia da danaro?
No, cari signori, la Parigi Tours, sarà pur facile, avrà pure un albo d’oro più povero di grandi nomi, ma è un patrimonio del ciclismo e di ciò che la bicicletta e il suo romanzo, possono richiamare ed esportare. E’ una corsa che grida all’ASO, quell’organizzazione che l’ha spesso sfregiata, o tenuta nell’angolo della scopa con relativa polvere, a sviluppare fantasia, ed anziché ricercare una vergognosa riproposta di “Classica delle foglie morte”, brevetto (che schifo di termine, ma tanto è) patrimonio da sempre del Giro di Lombardia, sarebbe un passo avanti degno dell’onestà e del realismo, proporla sotto la voce di “Classica dei Castelli della Loira” o “Classica della nobiltà francese”.
Così, per iniziare a darle un’altra voce di quel fascino che s’è volutamente confuso con una strana miopia, forse per subdolo danaro, come sempre, come non siamo capaci di evitare, come segno della miseria più reale: quella che giace nella patria dell’acume e non nel portafogli.



Qualche accenno alla storia della “Classica dei Castelli della Loira”.
Non furono problemi organizzativi, come scritto in taluni testi e da giornali, anche la Gazzetta mi pare, a riproporre le prime tre edizioni a cadenza quinquennale, ma una precisa scelta degli organizzatori, al fine di donare all’evento un segno più marcato. In sostanza, anche per la Parigi Tours, si cercò di seguire l’iter che ha sempre contraddistinto una classica, poi divenuta, dagli anni cinquanta, “la Randonnè per eccellenza del cicloturismo”, ovvero la Parigi Brest Parigi. Nell’anno della nascita della Tours, il 1896, la lunghissima prova che portava i concorrenti da Parigi alla costa atlantica, giungeva alla sua seconda edizione, ed era costei ad ispirare gli organizzatori che, dalla capitale, si volgevano alla valle della Loira.
Un dualismo con la Roubaix, citato da più parti, non c’è mai stato: troppe diversità e, soprattutto, una vera volontà degli organizzatori, di fare della Tours, una classica che si volgeva alla storia. L’edizione d’esordio, fu anche l’unica rivolta interamente ai dilettanti, mentre con la terza, tenutasi nel 1906, si passò alla cadenza annuale e ad un primo spostamento della data, dalla primavera all’autunno.
Dopo cinque proposte a fine settembre, quindi in stagione calante anche a livello ciclistico, si pensò di ritornare, col 1911, ad una effettuazione in primavera. Gli scopi erano molteplici: dall’esigenza di mantenere una certa vicinanza con le altre classiche e, quindi, di favorire la partecipazione dei migliori, alla volontà di presentare i paesaggi della corsa, diversi già allora in grado di orientare il tenue turismo dell’epoca, alla considerazione di non trovare i giusti interessi, proponendosi dopo il grande richiamo del Tour de France (appena bagnatosi di un termine riassuntivo e significativo: la Grande Boucle).
Il ritorno a primavera fu un grave errore, vista la progressiva incapacità degli organizzatori, di riservare alla prova altri messaggi e filoni oltre a quelli prettamente ciclistici. Col ritorno, a date sempre mobili, fra marzo e la prima decade di giugno, ma con maggiore frequenza a maggio, la Parigi Tours, non si caratterizzò come meritava a livello tecnico, ed iniziò a subire la crescita ed il richiamo che accompagnava altre gare che si andavano a proporre concomitanti o vicinissime: su tutte il Giro d‘Italia.
Nel 1951, quindi molto dopo, ed a ciclismo già abbastanza cristallizzato, nonostante le due guerre, la Tours tornò all’autunno, senza più cambiare il periodo, quasi sempre collocato nella prima decade d’ottobre. Un certo rilancio, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta ci fu. Oddio, una buona presa è sempre stata patrimonio di questa classica, anche nei segmenti più bui, ma non come meritava l’originalità dell’itinerario di gara. Il declino di Eddy Merckx, il più forte ciclista mai esistito, divenuto richiamo e catalizzatore della corsa, poiché non riusciva a vincerla, nonché l’inizio nel ciclismo della specializzazione, con conseguente accorciamento della stagione di gare per un numero sempre maggiore di corridori, finirono per essere fattori di crisi e problemi per la Parigi-Tours e gli organizzatori ne aggiunsero dei loro. Già, perché non si limitarono a correggere un certo trend, cercando di rilanciarla con un convinto matrimonio verso altri filoni, ma scelsero la strada più banale e mortificante, interamente ciclistica, anticipando addirittura i tempi d’ingresso delle modifiche. Dal 1974, infatti, la classica cambiò nome e percorso, ma sull’unica variante, di fatto, di un’inversione, quindi da sud a nord. Così, senza vedere rilanci tangibili, la Tours divenne Blois-Chaville fino al 1977 e, dal 1978 al 1987, G.P. d’Autunno. Finalmente, dal 1988, il ritorno alle origini, senza però la valorizzazione di segno non ciclistico che l’itinerario da Parigi a Tours meriterebbe e che fa arrabbiare chi scrive. Oggi, si parte dalle porte della capitale francese e si giunge nel cuore di quella di un tempo lontano, nel viale di Grammont.



Brevissimi cenni sul tracciato
Il percorso della Parigi Tours è quasi interamente pianeggiante, non favorisce fughe, anche se il vento, ogni tanto, ha saputo sostituirsi alle asperità mancanti. Le cote presenti nel finale, stuzzicano poco, semmai possono valere come fattore di difficoltà ulteriore verso chi si trovasse in avanscoperta, nel tentativo, spesso vano, di eludere il volatone. Attenzione però, perché pur col suo tavoliere, la “Classica dei Castelli della Loira”, è colei che può presentare il successo più recente di uno scalatore pressoché puro: accadde nel 2001, con la vittoria di Richard Virenque. Classiche ben più dure, han visto vincere dei fortissimi in salita, ma nel loro bagaglio insisteva l’arma di quello sprint che non aveva Virenque. Oppure, quelle doti sul passo, che il francese difficilmente mostrava quando era necessario uscire di ruota. Come dire… che i percorsi vanno interpretati sempre, lasciando un piccolo segmento, a quel dono che è l’imprevedibilità. In ogni caso, anche uno sprint a ranghi folti, magari senza treni, rappresenta un’occasione di spettacolo e di fascino. Nel ciclismo di questi tempi poi….

Il profilo della Parigi-Tours:




Oltre cento anni di Parigi Tours, attraverso i vincitori.

1896 - Eugéne Prévost (Francia)
Nato a Lens il 15 novembre 1871, fu professionista dal 1897 fino al 1904. Fu proprio la vittoria nella prima edizione della Parigi Tours, riservata ai dilettanti, a spingerlo verso il professionismo, ma a differenza di chi riuscì a salire sul podio con lui quel giorno, dopo, non ebbe più occasioni di gioire.

1901 - Jean Fischer (Francia)
Nato il 30 marzo del 1967 a Brunstatt, fu professionista dal 1899 al 1905. Soprannominato “Le Grimpeur”, dopo la vittoria a Tours, la sua “chicca” di carriera, si segnalò nel Tour de France 1903, dove finì 5° e colse diversi piazzamenti di tappa. Chiusa l’attività, emigrò negli Stati Uniti.

1906 - Lucien Petit-Breton (Francia)



Per chi volesse conoscere ampiamente questo corridore, è possibile consultare:

http://www.cicloweb.it/graff022.html


1907 - Georges Passerieu (Francia)



Nato a Londra il 18 novembre del 1885, da padre francese e madre inglese, si trasferì giovanissimo nella capitale francese e fu ben presto chiamato “L’inglese di Parigi”. Passerieu, fu uno dei corridori più in vista nella prima decade del secolo scorso, per la sua completezza (era pure un grande pistard) e per i risultati raggiunti. Vinse nel 1905 i campionati di Francia nel mezzofondo dilettanti, ed immediatamente dopo passò professionista. Nel 1906, furono sue due tappe del Tour de France, chiuso poi al secondo posto, dietro Renè Pottier. Il 1907, il suo anno d’oro, con le vittorie nella Parigi Roubaix, nella Parigi Tours e in due tappe del Tour de France. Ottimo, anche nella stagione successiva con tre vittorie di tappa nella Grande Boucle e un nuovo podio: 3°. Nei primi tre anni nella massima categoria, a questi successi, aggiunse un’infinità di piazzamenti, poi, col 1909, iniziò il suo declino. Il secondo posto nell’amata Parigi Tours, colto nel 1913, fu il suo canto del cigno. Chiuse la carriera l’anno successivo. Morì nel 1928 a soli 42 anni per una malattia incurabile.


1908 - Omer Beaugendre (Francia)



Nato a Salbris il 9 settembre del 1883, fu professionista dal 1906 al 1921. Un corridore longevo e con una lunga alternanza fra strada e pista. Amava correre in Italia tra l’altro. Nel nostro paese, giunse secondo nella Milano Modena (1908) e nel Giro di Lombardia (1909), terzo nella “Tre Coppe di Parabiago” (la cittadina di Saronni) nel 1910. Ma le sue grandi vittorie, furono la Parigi Tours, la Parigi Lille nel 1908 e la Genova Nizza (allora molto prestigiosa) nel 1910.

1909 – 1910 François Faber (Lussemburgo)



Per chi volesse conoscere ampiamente questo corridore, è possibile consultare:

http://www.cicloweb.it/graff030.html


Morris

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 13/10/2007 alle 00:22
Una bella corsa che meritava un pezzo cosi... grande Maestro

 

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www.vcoazzurratv.it
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...- --- .-.. .- !!!!

LA CAROVANA VA..CONFINI NON NE HA..E TUTTE LE DISTANZE ANNULLERA'!!
"..Dinnanzi a me non fuor cose create se non etterne.. Ed io in etterno duro!!
Lasciate ogni speranza voi ch'entrate...!!!

"C'è Bugno in testaaaa!!! è Bugnoooo!!! ed è campione del mondo Bugno su Jalabert!!!"

"...ma ti sollevero' tutte le volte che cadrai
e raccogliero' i tuoi fiori che per strada perderai
e seguiro' il tuo volo senza interferire mai
perche' quello che voglio e' stare insieme a te
senza catene stare insieme a te"...

"Cascata ha un pregio non da poco. ama il ciclismo e però lo riesce a guardare con l'occhio dello scienziato. informatissimo, sa sceglire personaggi sempre di levatira superiore, pur non "scadendo" nello scontato.
un bravo di cuore.
(post di Ilic JanJansen, nel Thread "Un ricordo: Pedro Delgado, il capitano di Indurain")

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 13/10/2007 alle 02:14
1911 - Octave Lapize (Francia)



Nato a Parigi il 24 ottobre 1887, professionista dal 1909 al 1914. Lapize è stato il fenomeno dell’epoca prima della grande guerra mondiale. Corridore completo, nei poco più di cinque anni in cui corse fu capace di vincere dappertutto. Al debutto, nel 1909, vinse la Parigi Roubaix, a cui aggiunse anche le due edizioni successive: una tripletta che poi riuscì solo a Moser. Sempre nell’anno d’esordio trionfò nella Milano Varese e nella Parigi Dreux. Altre triplette le ottenne nella Parigi Bruxelles (1911-’12-’13) e, nelle stesse stagioni, nel campionato francese.Vinse quattro tappe e la classifica finale al Tour de France del 1910 e pur non concludendo le altre edizioni a cui partecipò, aggiunse al suo palmares altre due vittorie di tappa. Nel 1911 alla Roubaix, aggiunse la Parigi Tours, dove irrise il fortissimo belga Van Hauvaert. Richiami patriottici lo portarono ad arruolarsi volontario ed a combattere valorosamente durante la prima guerra mondiale. E dire che alla visita di leva, non era risultato idoneo. Ardimentoso con la divisa, come sulla bicicletta, trovò la morte in combattimento sulle rive del fiume Mosella il 14 luglio 1917: non aveva ancora 30 anni.


1912 - Louis Heusghem (Belgio)



Nato a Ransart il 26 dicembre 1882 e professionista dal 1911 al 1922. Una famiglia di ciclisti, la sua. Anche i fratelli Hector e Pierre giusero alla massima categoria, ma il miglior palmares lo raccolse proprio Louis. La vittoria nella Parigi Tours ed in due tappe del Tour de France, rispettivamente nel 1912 e 1920, sono il fiore all’occhiello di questo corridore che sopperiva con la tenacia e la resistenza la mancanza di talento. Notevoli anche i suoi due secondi posti alla Bordeaux Parigi e nella Parigi Bruxelles.


1913 - Charles Crupelandt (Francia)



Nato a Roubaix il 23 ottobre 1886, fu professionista dal 1906 al 1917. Soprannominato il “Toro del Nord”, per la sua stazza ed una forte predisposizione alla rissa, Crupelandt è stato un gran velocista, forse il primo di quelle dimensioni, perlomeno fra i francesi. I suoi grandi risultati: due Parigi-Roubaix (1912 e '14), nel 1913 la Parigi-Tours e nel '14 il campionato francese. Nei sette Tour de France disputati vinse quattro tappe. Nel 1917 dopo aver malmenato un poveraccio ed aver subito un’altra condanna per furto, fu praticamente costretto a lasciare il ciclismo. Nel 1951 gli furono amputate le gambe. Morì il 18 febbraio 1955.


1914 - Oscar Egg (Svizzera)



Nato a St Margrathen il 2 marzo 1890, professionista dal 1911 al 1926. Soprannominato “Uomo Treno” fu un corridore eclettico e di grande valore, sia su strada che su pista, il suo terreno di maggior impegno, dove seppe conquistare un incredibile pacchetto di record mondiali: 500 metri, chilometro, 5, 10, 30, 50, 100 chilometri. Nel 1914, 24 ore dopo aver vinto la Parigi-Tours, si tolse la soddisfazione, ineguagliata, di stabilire, il record mondiale del chilometro con partenza lanciata (in 1'10"2) e il record dell'ora con km 44,247. Per lui, il più nobile dei primati, era un’abitudine, lo aveva già stabilito nel '12 con 42,360 e nel '13 con 43,525. Nel suo palmares, diverse tappe al Tour de France, tutti i titoli svizzeri possibili, la semi-imbattibilità nell’inseguimento (perse una sola volta), la vittoria nella Bol d'Or ai danni dello specialista Leon Georget ed un’infinità di sfide vittoriose sui velodromi. Rissoso, polemico e poco disponibile alla sconfitta, pur di non perdere un primato era capace di tutto, compresi i ricorsi atti a far rimisurare le piste. Longevo e fortissimo sul ritmo, può considerarsi una delle figure più incredibili dell’epoca eroica del ciclismo.


1915 - Sospesa a causa della prima guerra mondiale

1916 - Sospesa a causa della prima guerra mondiale


Morris

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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Ottobre 2009




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  postato il 13/10/2007 alle 09:26
Grandissimo Morris! Grazie mille!

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 13/10/2007 alle 09:32
non vorrei dire una cavolata, ma mi sembra che in qualche stagione tra il 1910 ed il 1920 la Parigi-Tours fosse stata corsa a rovescio o addirittura in tutti e due i sensi.

 

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"L'uomo da battere è Gianni Bugno, e quasi certamente non riusciremo a batterlo" (Greg Lemond, Stoccarda, 24 agosto 1991)

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Utente del mese Agosto 2009




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  postato il 13/10/2007 alle 09:52
Bellissmimo! Grande Morris, meno male che c'è ancora qualcuno che ci ricorda l'importanza della memoria storica nel nostro sport.

 

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Vorrei morire in bici, in un giorno di sole, dopo aver scalato una di quelle montagne che sembrano protendersi verso il cielo, mi adagerei sull'erba fresca senza rimpianti, attendendo con serenità il compiersi del mio tempo. Non importa se sarà ...oggi o tra cent'anni, avrò in ogni caso trovato il mio giorno perfetto.

 
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Livello Gino Bartali




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  postato il 13/10/2007 alle 09:57
Bravissimo Morris, ma dove la prendi tutta sta roba!!!
 
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  postato il 13/10/2007 alle 10:20
Grazie Morris! Dopo il lavoro del Giro di Lombardia adesso Parigi-Tours!

Notavo che Lapize è morto il 14 Luglio. Per un patriottico come lui sarà stato un onore morire il giorno della Presa della Bastiglia.

 

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Un uomo comincerà a comportarsi in modo ragionevole solamente quando avrà terminato ogni altra possibile soluzione.
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 13/10/2007 alle 10:21
1917 - Philippe Thys (Belgio)



Per chi volesse conoscere ampiamente questo corridore, è possibile consultare:
http://www.cicloweb.it/graff025.html


1918 - Charles Mantelet (Francia)
Nato a Parigi il 27 dicembre 1894, fu professionista dal 1916 al 1924. Corridore misterioso, con un’attività ben poco intensa e qualche giornata di nota. Il successo nella Parigi Tours, rappresenta il suo acuto. Per il resto, si segnalò coi secondi posti nella Blois Chaville (il percorso inverso della Tours, che poi prenderà il posto di questa classica diversi decenni dopo) nel 1918, nel Circuito di Champagne (1921) e nel Circuito di Parigi (1923).

1919 - Hector Tiberghien (Belgio)



Nato il 19 febbraio 1888 a Pecq, fu professionista dal 1912 al 1924. Tanti piazzamenti anche di prestigio, soprattutto nelle tappe del Tour de France, ma la luce della vittoria, per questo corridore che fu fatto prigioniero durante la prima guerra mondiale, sta tutta nella Parigi Tours.

1920 - Eugène Christophe (Francia)



Nato a Parigi il 22 gennaio 1885, professionista dal 1904 al 1926. Una carriera lunghissima, in gran parte dovuta ad un fisico eccezionale al solo sguardo e ad una versatilità che gli ha consentito di risparmiare preziose energie, alternando gli impegni, senza mai scendere da una evidenza che segnò un’epoca. Eroe sfortunato di un paio di Tour, quando a vittoria ormai certa, guai meccanici lo costrinsero a perdere ore nella riparazione del mezzo. Nel 1913 ebbe un incidente nella discesa del Tourmalet, si sobbarcò una decina di chilometri a piedi, prima di trovare quel soccorso consistente negli arnesi per intervenire e, soprattutto, quei pezzi di ricambio che, però, fu costretto a montare sulla bicicletta da solo, come da regolamento dei tempi. Morale: perse 4 ore che gli costarono la Grande Boucle. Ancor più beffardo il suo destino nel 1919. Dopo esser stato il primo corridore della storia a vestire la maglia gialla, inventata da Desgrange per simboleggiare il primato nella classifica generale del Tour (avvenne nella Grenoble Ginevra del 19 luglio), si trovò nella penultima tappa, abbondantemente primo, a rivivere lo stesso guaio del Tourmalet. Anche in quella occasione, rottura del mezzo e due ore di lavoro per la riparazione. Finì il Tour al terzo posto. Ma “Il Gallo” o “Cri-cri”, come veniva soprannominato per la cura con la quale seguiva il suo aspetto e per la capacità di intenerire cuori e corpi femminili, non va ricordato solo per le sfortune. La sua fu una carriera davvero luminosa. Nel 1910 vinse la Milano-Sanremo, una corsa che amava ricordare e che considerò sempre la più bella della sua carriera. Nel 1920 conquistò oltre alla Parigi-Tours, anche la Bordeaux-Parigi, classica che bissò l’anno dopo. Notevoli i suoi successi nel Thropèe Polymultipliée del 1914 e nella Parigi Calais del 1909. Al Tour conquistò complessivamente tre tappe, tutte nel 1912. Forte su pista, dove era un assoluto richiamo, trovò però nel ciclocross il terreno d’elezione, collezionando ben 7 titoli nazionali (allora non c’erano i mondiali nella specialità), al punto di esser definito “il campionissimo del ciclismo invernale”.


1921 - Francis Pélissier (Francia)



Nato a Parigi il 13 giugno 1894, professionista dal 1919 al 1931. Nella celebre famiglia di ciclisti, Francis rappresentò la spalla peculiare per il più noto e prestigioso fratello Henri. Fisicamente molto forte e spavaldo nelle condotte, seppe costruirsi, nonostante il fratellone, un grosso palmares contenente una trentina di vittorie, davvero molte per quei tempi.
La Bordeaux-Parigi fu la sua classica: la vinse nel '22 e nel '24, ma finì secondo nel '23 e nel '30. Il suo successo nella Parigi-Tours del '21, conquistato in una giornata di tregenda ai danni di Mottiat e Christophe, evidenzia la media più bassa nella storia della classica: 22,893 kmh. Francis Pèlissier fu campione di Francia per tre volte ('21, '23, '24) e nel suo carnet sono finite diverse altre corse di livello, come la Parigi-Digione, colta nel '19, la Parigi-Nancy nel '19 e '20, il Gran Premio Wolber nel '26. Tanti, i successi nelle brevi gare a tappe del periodo, su tutte la Torino-Firenze-Roma del ’20 e il Giro dei Paesi Baschi nel '24. Finita la carriera, fu un grande direttore sportivo. Fra gli altri, guidò Anquetil, Kubler, Koblet e Darrigade.

Morris

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  postato il 13/10/2007 alle 10:33
Una domanda per Morris...
sul sito della corsa scorrendo il palmares mi pare di capire che nel 1917 e nel 1918 la Paris-Tours è stata "corsa due volte" e segnala anche le vittorie di Deruyter ('17) e Thys ('18).

È stato fatto per "recuperare" le edizioni del '15 e del '16 che non si erano svolte a causa della guerra?

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 13/10/2007 alle 13:59
Visto il persistere dei miei problemi con le foto che mi rallentano molto il lavoro, ne approfitto per rispondere ad Antonello e a Sebastiano. Le loro domande, in realtà sono figlie dell’ennesimo errore di chi, in questo caso addirittura l’ASO nel suo sito (bravi, non conoscono nemmeno la storia delle loro corse!) ha seminato confusione sulla Tours.
La Blois Chaville, prima di sostituire la Parigi Tours dal 1974 al 1977 compreso, era già stata corsa, autonomamente e con organizzatori diversi, specie nei primi trenta anni del secolo scorso. Poche edizioni, completamente distinte dalla Tours, ma ovviamente su un percorso che tendeva ad essere inverso a quello della “Classica dei Castelli della Loira”. Quindi Antonello non ricorda male, ma il suo ricordo è frutto della confusione che hanno fatto alcuni siti e taluni riporti: si trattava di due corse distinte, una era una classica, la Parigi Tours, e l’altra, la Blois Chaville, era una prova similare alle tante, di buon livello, che incontrerete in questa rassegna e che hanno visto come partenza, o arrivo, Parigi: ad esempio la Parigi Nantes, la Parigi Calais, la Parigi Menin ecc.
Alla domanda di Sebastiano, rispondo che il belga Charles Deruyter, vinse l’edizione del 1917 della Blois Chaville, davanti ai connazionali Hubert Noel e Charles Juseret. La Parigi Tours, la vinse Thys.

Saluti.

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 13/10/2007 alle 14:06
Morris, che dirti, se non grazie?

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 13/10/2007 alle 14:38
a proposito del casino su nomi e percorsi della Parigi-Tours, questo è quanto riporta il sito Memoire du Cyclisme:

S'est appelée :
- Tours - Paris en 1974
- Tours - Versailles en 1975
- Grand Prix d'Automne de 1976 à 1987 (Tours-Versailles en 1976 et 1977, Blois-Monthléry en 1978, Blois-Chaville de 1979 à 1984, Créteil-Chaville de 1985 à 1987).


mentre tra le corse scomparse nomina una Tours-Paris, con due sole edizioni (1917 e 1918) vinte da Charles Deruyter e Philippe Thys; corsa citata anche da Lamberto Righi nel suo primo Almanacco del Ciclismo (quello del 1980)

 

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"L'uomo da battere è Gianni Bugno, e quasi certamente non riusciremo a batterlo" (Greg Lemond, Stoccarda, 24 agosto 1991)

"Il rock è jazz ignorante" (Thelonious Monk)

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 13/10/2007 alle 14:51
Morris, fantastico!

Vorrei aggiungere, riguardo al percorso, che l'imprevedibilità di questa corsa è data, come successo l'anno scorso, più che altro dalle strade tutt'altro che ampie...non fosse così questa corsa, al giorno d'oggi, sarebbe più che inutile.

 

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...E' il giudizio che c'indebolisce.

 
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Livello Ottavio Bottecchia




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  postato il 13/10/2007 alle 18:12
Originariamente inviato da Subsonico

Morris, fantastico!

Vorrei aggiungere, riguardo al percorso, che l'imprevedibilità di questa corsa è data, come successo l'anno scorso, più che altro dalle strade tutt'altro che ampie...non fosse così questa corsa, al giorno d'oggi, sarebbe più che inutile.


Vero.Corsa spesso imprevedibile e per questo interessante.

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 13/10/2007 alle 22:47
1922 - Henri Pélissier (Francia)



Nato a Parigi il 22 gennaio 1889, professionista dal 1910 al 1928. Il maggiore per età e per tangibilità agonistica, dei tre famosi fratelli francesi. Sfruttò al massimo le sue doti e la sua completezza, vincendo ovunque, anche in Italia come vedremo in questa breve disamina. A differenza degli altri colleghi dell’epoca, Henri Pélissier, si mostrò capace di inquadrare il suo sport nell’ottica più ampia della società del tempo, capendone i limiti e, soprattutto, la disumanità che si richiedeva al ciclista. Un Pantani della fase eroica del pedale, potremmo dire... Infatti, per dimostrare quanto ci tenesse a non farsi schiavizzare, si ribellò, sostenuto solo dal fratello Francis e dal compagno di squadra Ville, al patron del Tour Henri Desgrange, ed in pieno Tour de France si ritirò. Era il 26 giugno del 1924 e proprio in quel giorno incontrando lo scrittore Albert Londres diede a questi i contenuti e la spinta per realizzare un reportage che fece epoca "I forzati della strada". Anche questo aspetto, contribuì a fare della figura di Pélissier, un punto fermo della leggenda del Tour de France e non solo. Il palmares di Henri, conta su una cinquantina di vittorie, fra le quali gli acuti sufficienti per farne un colosso del pedale dell’era eroica. A livello di classiche vinse il Giro di Lombardia (da sue dichiarazioni, la classica che preferiva) tre volte, nel 1911-’13-‘20, la Milano Sanremo nel 1912, la Parigi Roubaix nel 1919 e nel ’21, la Bordeaux-Parigi '19, la Parigi-Tours '22 e il campionato francese '19 (2° nel '20, nel '21 e nel '24; 3° nel '23). Nelle corse a tappe, vinse il Tour de France nel 1923, con tre tappe all’attivo, delle dieci conquistate nelle varie edizioni; indossò la maglia gialla 8 volte e finì secondo nella generale nel 1914.


1923 - Paul Deman (Belgio)



Nato a Rekkerm il 25 aprile 1889, professionista dal 1910 al 1924. Uno sprinter di valore ed un abile finisseur, forse in questo particolare, uno dei primissimi della storia, Dopo essere stato un grandissimo dilettante si segnalò subito anche fra i professionisti anche se la grande vittoria tardò un po’ ad arrivare. Avvenne nel modo più importante però, perchè a Deman andò la prima edizione del Giro delle Fiandre, nel 1912. Prima della guerra fece in tempo a vincere la terribile Bordeaux-Parigi nel 1913. Ardimentoso combattente durante il conflitto, tornò vincente nel ciclismo, trionfando nella Parigi-Roubaix del 1920 e nella Parigi-Tours del '23.


1924 - Louis Mottiat (Belgio)



Nato a Bouffioulx il 6 luglio 1889, professionista dal 1912 al 1925. Soprannominato l’Uomo di Ferro, Mottiat, è da considerarsi uno dei migliori corridori valloni di tutti i tempi, nonostante il forzato fermo della guerra che gli tolse annate di gran forza. Resistente, tenace e dal fondo inesauribile collezionò le corse più dure, ma non grandi giri per la sua difficoltà a tenere la concentrazione alta su più giorni. Poteva vincere, come vinse, prove lunghissime senza soluzione di continuità, ma quando fra una prova e l’altra insisteva il riposo era facile alle amnesie, o più propriamente a qualche incontro di troppo con le donzelle dalle dimore particolari. Prima del conflitto s’aggiudicò la Bordeaux-Parigi del '13, la Parigi-Bruxelles del '14 e il Giro del Belgio del medesimo anno. Dopo: la massacrante Bordeaux-Parigi-Bordeaux del '20 e la Parigi-Brest-Parigi dell'anno successivo (si trattava di due corse superiori ai 1200 chilometri, dove stracciò tutti gli avversari, lasciando i secondi, rispettivamente a 1h48’ e 23’); nuovamente il Giro del Belgio (dove conquistò complessivamente sei tappe) nel 1920, una formidabile doppietta alla Liegi-Bastogne-Liegi del '21 e del '22 e la Parigi-Tours nel 1924 a 35 anni. Al Tour de France vinse complessivamente 8 tappe. Non si contano i piazzamenti che raccolse lungo i 14 anni di professionismo.


1925 – 1928 Denis Verschueren (Belgio)



Nato a Berlaar il 2 febbraio 1897, professionista dal 1923 al 1939. Soprannominato “Il gigante di Itegem” era una vera e propria forza della natura, ma in bicicletta era brutto come pochi: un antesignano di Pollentier, insomma. In mezzo alla sua doppietta alla Parigi-Tours del '25 e del '28, vinse nel 1926 il Giro delle Fiandre e la Parigi-Bruxelles del '26. A livello di corse a tappe, fu vincente nel Giro del Belgio del 1925. Longevo, chiuse col ciclismo a 42 anni, dopo diverse stagioni passate a correre soprattutto su pista.


1926 – 1927 Heiri Suter (Svizzera)



Nato il 10 luglio 1899 a Granichen, professionista dal 1918 al 1946. Meno forte sul passo del connazionale Egg, ma con un ruolino su strada da brividi. Heiri, era il sesto di una famiglia dove tutti si dedicarono positivamente al ciclismo, ma nessuno raggiunse i suoi livelli, Completo come pochi, fu il primo non belga a vincere il Giro delle Fiandre nel '23, una stagione d’oro per lui, perché nell’anno vinse anche la Parigi-Roubaix. Altre classiche finite nel suo palmares furono la Bordeaux-Parigi del '25, la Parigi-Tours del '26 e '27 e quel Gran Premio Wolber (colto nel '22 e '25), che per l’osservatorio del tempo, era considerato come una prova iridata senza titolo. Campione svizzero nel '20, '21, '22, '26 e '29, vinse il Gran Premio di Zurigo, una gara semi-classsica che ha sempre avuto un grande cast, per ben sei volte ('19, '20, '22, '24, '28 e '29). Notevole pure la sua bravura su pista, dove fu campione nazionale nel mezzofondo nel ’32 e ’33, quando venne allenato dal fratello Paul che, dieci anni prima, era stato campione del mondo. Molto longevo, chiuse col ciclismo a 42 anni.


1929 - Nicolas Frantz (Lussemburgo)



Nato a Mamer il 4 novembre 1899, professionista dal 1922 al 1934. In un confronto prettamente lussemburghese, viene spontaneo dire: “Sì, Nicolas Frantz, non è stato grande come Charly Gaul, anche se rispetto all’Angelo della Montagna, può esibire un palmares forse più completo. Come dire che gli albi d’oro possono ingannare. In ogni caso, questo atleta, dotatissimo fisicamente, ha avuto una carriera straordinaria, con punte di valore raro. Fra le quaranta vittorie all’attivo, a testimonianza di completezza, si sono materializzate tutte le variabili del ciclismo. Nelle corse di un giorno, i suoi maggiori successi furono la Parigi-Bruxelles '27, la Parigi-Tours ’29 e la meno blasonata Madrid-Santander nel 1923 e….. ben 12 titoli nazionali, ininterrottamente dal 1923 al 1934. Fra le brevi corse a tappe, finirono nel suo carnet, il Giro dei Paesi Baschi '26 e il Giro della Lorena nel 1932. Ma la grandezza di Frantz si vide soprattutto al Tour de France, la corsa che più di ogni altra gli diede la possibilità di sfoggiare una completezza non comune. Il suo ruolino nella Grande Boucle è stato pazzesco: vinse nel '27 e '28, finì secondo nel '24 e nel ‘26, 4° nel '25, 5° nel '29. Chiuse anche il Tour del '32, ma finì 45°. Nelle edizioni citate s’aggiudicò complessivamente 16 tappe individuali e quattro a cronometro a squadre. Fu proprio grazie a quest’ultima prova, ovvero “il mostro del ciclismo” quando è collocata in una corsa a tappe, ad aprirgli la strada (era il capitano dell’Alcyon, la squadra più forte del mondo), nel 1928, per un record che eguagliava Bottecchia e anticipava Merckx: indossare la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa. La stampa al seguito della Grande Boucle, ebbe così modo di scrivere che l’edizione del ’28, non era del Tour de France, bensì de Frantz.


1930 - Jean Marechal (Francia)



Nato ad Orleans il 27 febbraio 1910, professionista dal 1929 al 1947. Solo tre vittorie e tanti piazzamenti. Oltre alla Parigi Tours, Marechal va segnalato per la vittoria nel GP de Thizy. Suo figlio Alain, è stato campione francese di mezzofondo nel 1965. Nel 1930 la “Legnano” lo assunse pensando potesse vincere il Giro d'Italia che Binda non corse “per manifesta superiorità”, ma fu autore di un flop. Nel dopo carriera, fu direttore sportivo, per un paio d’anni (1950 e ’51), di quella che era la squadra parigina al Tour.


1931 - André Leducq (Francia)



Nato a Saint Quen il 27 febbraio 1904, professionista dal 1926 al 1939. Un grande corridore, uno che ha lasciato una traccia molto forte nel ciclismo francese e non solo. Una leggenda del ciclismo pre Bartali e Coppi. Completo, tenace e corretto, visse la sua stagione di fama soprattutto per il suo protagonismo al Tour de France, ma il suo palmares, non si ferma alla Grande Boucle, va ben oltre. Iniziò vincendo a venti anni, nel 1924, il Campionato del mondo dilettanti a Parigi. Divenuto professionista, relativamente alle corse di un giorno, vinse nel 1928 la Parigi-Roubaix (finì 2° anche nel '35) e il Criterium International (che vinse anche nel ’33), la Parigi Caen nel 1930, indi la Parigi-Tours nel 1931. Ma fu come detto il Tour il suo grande palcoscenico e dove compì delle memorabili imprese. Qualche dato: su 9 partecipazioni, vinse due volte (1930 e ’32, finendo secondo nel ‘28), vinse 25 tappe (delle quali, 4 a squadre) e fu per 34 giorni in maglia gialla. Non furono successi uguali i suoi: nel primo rimontò con autentici colpi da corridore di razza, mente nel secondo, sulle ali di condizioni di forma strepitose, dominò, vincendo addirittura sei tappe. Di nota la sua amicizia con Antonin Magne, poi divenuto un ottimo direttore sportivo, i due, più volte posti nelle condizioni di attaccarsi, furono sempre uniti. Nel 1938, nel primo Tour vinto da Bartali, a carriera agli sgoccioli, i due amici arrivarono insieme al Parco dei Principi e per dimostrare la loro amicizia, tagliarono il traguardo simultaneamente, per giungere, come poi avvenne, ad uno dei rari ex-aequo della storia del ciclismo.


1932 - Jules Moineau (Francia)



Nato a Cliché il 27 novembre 1903, professionista dal 1927 al 1936. Un buon corridore che amava vincere dove in qualche modo c’era di mezzo Parigi. Già, perché fra le sette vittorie colte ben 5 hanno a che fare con la capitale francese. Se la vittoria alla Parigi Tours del 1932, rappresenta il fiore all’occhiello della carriera di Moineau, anche le altre sono di buon livello. Iniziò il suo incontro col successo da subito, nel 1927, vincendo la Parigi Le Havre, proseguì col Circuit de la Mayenne nel ’29, il Circuit du Forez nel ’32, e la notevole tripletta nella Parigi Limoges nel ’30-’32-’33. Fu secondo nella Bordeaux Parigi del 1935.


1933 - Jules Merviel (Francia)



Nato a Saint Beauzély il 29 settembre 1906, professionista dal 1929 al 1944. Un onesto pedalatore. Lo si deduce più dai suoi piazzamenti piuttosto che nelle vittorie, solo tre: la Parigi Caen nel 1929, la Parigi Tours nel 1933 e la prima tappa della Parigi Nizza nel 1934. Fini terzo nella Bordeaux Parigi del 1935.


1934 – 1936 – 1937 Gustave Danneels (Belgio)



Nato a Loos en Gohelle il 6 settembre 1913, professionista dal 1934 al 1946. Eccolo qua “Monsieur Paris-Tours”, per i suoi tre successi nella classica, ed eccolo qua il sosia per fisico e caratteristiche tecniche, di un italiano quasi contemporaneo a lui, Giuseppe “Gepin” Olmo. Danneels era elegante e veloce, poteva pure improvvisare un acuto a mo’ di finisseur e se non fosse nato in Belgio, ma in Italia, probabilmente lo avremmo visto bravo anche a cronometro. Insomma un “Gepin”, sicuramente più scarso in salita, ma con uno spunto veloce che poteva fare male come nessuno. Alla “Tours” ’34-’36-‘37, il palmares di Gustave, aggiunge altri riferimenti di nota, anche se minori rispetto a quello che avrebbe potuto se fosse stato più disponibile a viaggiare. Fu campione del Belgio nel 1935 (lo fu anche fra i dilettanti nel '31 e fra gli indipendenti nel '33), ed ha vinto tappe ovunque ha corso, in particolare alla Parigi Nizza, Giro del Belgio, Giro del Sud Ovest e….Tour de France. Notevoli i suoi successi sul ciottolato (anche se alla Roubaix e al Fiandre ha sempre fallito), a cominciare da Harelbeke, Aarsele, Lebbeke, Maldegem e Wilrijk. Nel 1934 vinse il GP d’Europa, con un ultimo chilometro così veloce, da togliersi di ruota…il gruppo. Nel '36, quando s’aggiudicò la sua seconda Parigi-Tours, corse per primo ad una media di grande rilievo per una classica internazionale: 41,455 km/h. Gustave Danneels, era lo zio di Guido Reybrouck, un nipote che come lui poi vinse tre volte la Parigi-Tours.


1935 - René Le Grèves (Francia)



Nato a Parigi il 6 luglio 1910, professionista dal 1933 al 1941. Un sosia solo fisico di un altro vincitore della “Tours”, Richard Virenque. Poche vittorie, solo 8, ma di buon peso, ed anche per lui con Parigi come denominatore. Vinse la Parigi Caen nel 1933 e nel ’38, la Parigi Sedan nel 1939, il Circuit de Paris e il Criterium International nel 1935, la prima tappa della Parigi Nizza del 1937, il campionato francese nel 1936 e soprattutto, la…Parigi Tours nel 1935.


1938 – Giulio “Jules” Rossi (Italia)



Nato ad Acquanera di San Giustina di Boccolo (Parma), professionista dal 1934 al 1951. Per 36 lunghi anni l’unico italiano vincitore della “Classica dei Castelli della Loira”, ma un italiano molto francese, anche se mantenne per tutta gli anni di attività, la nazionalità bianco-rosso-verde. Dopo essere stato buon dilettante nella terra natia, si trasferì in Francia, con la famiglia (per lavoro e per sfuggire al fascismo), ed oltralpe svolse completamente la sua attività professionistica. Due imprese suggellarono la sua carriera: nel '37 s'aggiudicò la Parigi-Roubaix (fu secondo nel ’44) e, l’anno successivo, alla fantastica media di 42,097 (record per quei tempi) vinse la Parigi-Tours (fu terzo nel ’42). Fra gli altri successi la Parigi-St. Etienne a tappe nel '36, la Parigi-Reims '41 e '43, il Gran Premio delle Nazioni nel '41. Fece parte della nazionale italiana al Tour de France nel ‘37 e nel ’38 dove vinse la tappa Bordeaux-Bayonne, ma in ambedue le occasioni si ritirò.


1939 - Frans Bonduel (Belgio)



Nato a Baasrode il 25 febbraio 1907, professionista dal 1928 al 1947. Un cacciatore di classiche medie con qualche grande lampo in quelle di prestigio. Insomma un evidente, capace di far rendere al massimo il suo spunto veloce e quello scatto che, se azionato al punto giusto, diventava letale. I suoi grandi successi di prestigio furono il Giro delle Fiandre nel 1930, la Parigi-Bruxelles, che vinse due volte nel '34 e nel '39 (arrivò tre volte secondo nel '31, '36 e '37) e la Parigi-Tours nel '39. in virtù della sua acuta punta di velocità e della sua non comune resistenza. Le classiche medie che finirono nel suo palmares furono la Tolosa-Barcellona del '29, il Giro del Morbihan nel '31, la Parigi-Lilla '30, la Coppa Sels nel '30 e '37, il Giro del Limburgo nel '33, la Marsiglia-Lione nel '37. Nonostante l’età, tornò alle gare dopo la guerra e riuscì ancora a vincere una tappa della Parigi Nizza (dove chiuse 3°) e due prove fiamminghe a Herstal e Spalbeeck.


1940 - Sospesa a causa della seconda guerra mondiale


Morris

continua...

 

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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 14/10/2007 alle 00:11
che bel racconto Morris!congratulazioni, c'è solo da inchinarsi ad un passo del genere che è un pezzo di storia del ciclismo.
 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 14/10/2007 alle 00:11
che bel racconto Morris!congratulazioni, c'è solo da inchinarsi ad un passo del genere che è un pezzo di storia del ciclismo.
 
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  postato il 14/10/2007 alle 05:32
Un thread bellissimo,spero di vederne ancora in futuro così
 
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Livello Ottavio Bottecchia




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  postato il 14/10/2007 alle 12:08

Bello!

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 14/10/2007 alle 15:14
1941 – 1942 – 1945 Paul Maye (Francia)



Nato a Bayonne il 19 agosto 1913, professionista dal 1936 al 1950. Piccolino e minuto, eppure seppe costruirsi un gran bel palmares, proprio là dove oggi si dice serva un gran fisico. Maye è un monito di tempi che dovrebbero far riflettere l’odierno…. Dopo la tripletta alla Parigi Tours, che resta la luce distinguo della carriera del “minuscolo di Bayonne”, a testimoniare la sua grandezza arrivò niente meno che la Parigi Rioubaix ‘45. Non è tutto, perché Paul vinse per due volte il campionato di Francia nel '38 e '43, la Parigi-Angers '39, il Circuit de Paris '41 e '42, la Parigi-Nantes '42 e il Circuit de la Vienne '47. Non amava molto le corse a tappe lunghe, ed infatti, al Tour de France, su sei partecipazioni si ritirò cinque volte, ma nell’unica occasione in cui riuscì a finirlo, il 1936, vinse un paio di frazioni.


1943 - Gabriel “Gaby” Gaudin (Francia)



Nato a Epesses il 24 agosto 1919, professionista dal 1942 al 1956. Un corridore che sapeva centellinare i suoi acuti e che non si è mai destinato più di tanto alla sofferenza che il ciclismo contempla. Nel suo palmares oltre alla Parigi Tours ’43, la Nantes – Les Sables d’Olonne nel ’42 e ’47, il GP Niort ’49, nel GP de la Redon.


1944 - Lucien Teisseire (Francia)



Nato a Saint Laurent du Var l’11 dicembre 1919, professionista dal 1941 al 1955. Fisicamente il contrario di Paul Maye e, nonostante l’imponenza, sapeva difendersi in salita e prediligeva le corse a tappe. Nel suo palmares aldilà della Parigi-Tours del '44, e di piazzamenti di rilievo alla Roubaix, alla Sanremo e al Mondiale di Vankenburg, troviamo 4 tappe vinte al Tour, G.P. de Provence ’44, G.P. Nice ‘44, G.P. du Pneumatique ‘48, G.P. de Cannes ’51, Critérium du Dauphiné Libére ’53, nonché tappe alla Parigi Nizza, al Giro del Marocco e al Tour della Manica.


1946 – 1947 Alberic “Brik” Schotte (Belgio)



Nato a Kanegem il 7 settembre 1919, professionista dal 1940 al 1959. Con"Brik" o “L’ultimo dei fiamminghi”, i principali nomignoli di Schotte, incontriamo davvero un monumento del ciclismo belga e non solo perché di monumenti a lui, in Belgio, ce ne sono ben sei. Di questo personaggio che poi seppe divenire pure un direttore sportivo di peso, sarebbe necessario scrivere un ritratto ben più corposo, ma visti gli spazi, è più opportuno lasciar scorrere il palmares. Il suo debutto fra i professionisti avvenne nel 1940 e fu subito terzo nel Giro delle Fiandre e vinse il Criterium di Ransart. Nel 1941 fu campione delle Fiandre e vinse il criterium di Merelbeke (una corsa non molto distante dalla semiclassica di oggi). Nel 1942 vinse il Giro delle Fiandre (la sua corsa) che rivinse nel '48, indi la Parigi-Bruxelles '46 e '52, la Parigi-Tours '46 e '47, la Gand-Wevelgem '50 e '55, i Campionati del mondo nel '48 e nel '50. Nei grandi giri pur frenato dalle sue difficoltà sulle salite lunghe, riuscì, nel ’48, anno in cui si fregiò pure del significativo premio Desgrange-Colombo, a giungere secondo, dietro Bartali, al Tour. Vinse poi il Giro del Lussemburgo del '46 (con due tappe). Altre vittorie di spessore: la Tielt - Antwerpen - Tielt 1945, la Mandel - Leie - Schelde 1946, Omloop der Vlaamse Gewesten 1946, i Campionati delle Fiandre 1954, l’Attraverso il Belgio nel 1953 e ’55, Scheldeprijs Vlaanderen 1955, De Panne e La Panne 1958.
Brik, amava la terra, si sentiva un contadino in tutto. Ha sempre accostato il lavoro nei campi a quello della bicicletta, la sua stessa traduzione sul mezzo era tipica di chi fa della fatica e della tenacia il pane quotidiano. Non era bello da veder pedalare, non era nato campione, eppure si elesse fuoriclasse.



1948 - Louis Caput (Francia)



Nato a Saint-Maur-des-Fosses il 23 gennaio 1923, professionista dal 1942 al 1957. Soprannominato “Petit Louis” era dunque un brevilineo. Anche per lui una più che onesta carriera ed una grande capacità di adattarsi ai capitani che incontrò e di sfruttare le sue doti fondate su una certa completezza. Nella sua trentina di successi, spiccano: la Parigi Tours ’48, il Campionato Francese 1946, il Circuit d’Auray nel ’42, la Parigi Alencon ’45, la Parigi Reims ’46, la Parigi Limoges ’48 e ‘55, il GP Eibar ’52, il Tour de Picardie ’53, il Tour de l’Oise ’56, due tappe al Tour de France, ed una miriade di altre in giri minori.


1949 – Albrecht “Albert” Ramon (Belgio)



Nato a Brigge l’1 novembre 1920, professionista dal 1941 al 1951. Val la pena scrivere un po’ di questo corridore dimenticato e sfortunato. Uno di quelli che ha visto le sue buone qualità generali trovare, dapprima un freno in quella guerra che, per lui, fu davvero tale, nel senso che abbracciò le armi e finì per subire il nazismo. Poi, quando dopo il conflitto stava raccogliendo i segni delle sue qualità, un incidente in corsa a Waarschoot, materializzatosi in un’auto che gli tagliò la strada, lo costrinse alla sedia a rotelle. C’è anche lui, dunque, fra coloro che han visto la propria carriera mozzata dalla pericolosità di certe prove, o dalla incoscienza di taluni automobilisti. Prima della guerra fece in tempo a mettersi in evidenza vincendo, nel ’42, ad Oostrozebeke, poi dopo la triste parentesi, ad Emelgem e Blankenberge nel ’45. Di qui un crescendo: nel ‘46 vinse il Giro del Belgio; nel ’47 la Rollegem-Kapelle, a Mortsel, nella difficile prova di Sluitingsprijs, di nuovo a Rollegem; nel ’48 vinse i Campionati delle Fiandre ed altre corse minori e raggiunse tangibilità internazionale coi secondi posti nel Giro delle Fiandre e nella Gand Wevelgem. L’esplosione delle qualità di Ramon, si videro nel ’49 dove alla vittoria nella Parigi Tours aggiunse una dozzina di successi in Belgio, compresa la semiclassica Bruxelles – Namen – Bruxelles, battendo con costanza lotti di corridori di peso. Nel 1950 si laureò Campione del Belgio e vinse ad Arras, nonché la semiclassica GP Beekcman e, nel suo ultimo anno, prima di essere coinvolto nel grave incidente citato, il Giro delle province fiamminghe, nonché altre quattro prove minori.



1950 - André Mahé (Francia)



Nato a Parigi il 18 novembre 1919, professionista dal 1945 al 1954. Passò alla storia per la sua vittoria ex-aequo con Serse Coppi, alla Parigi-Roubaix '49. Il tutto nacque per un errore di percorso, al quale lo stesso Mahé ed i diue compagni di fuga, che poi superò in volata, furono indotti dall’organizzazione. In un primo momento, la vittoria ufficiale venne attribuita a Serse, che aveva vinto lo sprint per il quarto posto sul gruppo che aveva percorso il tracciato regolare, ma in un secondo momento, il verdetto dell'UCI stabilì una vittoria ex equo fra i due. Ma il palmares di Mahé, non si è fernato a quella rocambolesca vittoria. Nel suo ruolino di corridore più che discreto ci sono: il Tour de Finisterre '46, la Parigi-Tours '50, il G.P. Eco d'Alger '51, il Circuito dei Due Ponti nel ’52, il G.P. Hennebont '54. Ottimi anche i suoi piazzamenti, come ad esempio il terzo posto nella Roubaix '52.


1951 – 1955 Jacques Dupont (Francia)



Nato a Lezat sur Leze il 19 giugno 1929, professionista dal 1950 al 1959. Corridore tozzo, si potrebbe dire gladiatorio, senza eccelse qualità, ma sempre pronto a giocare le sue carte con una generosità non comune, ed una potenza che gli diede, alle Olimpiadi di Londra, nel 1948, il Titolo Olimpico nel Chilometro con partenza da fermo. Dunque dopo un passato di gloria successi e titoli fra i dilettanti, passò con molte attese fra i prof. Gli inizi furino di grande nota, perché accanto a vittorie minori nel ’51 finì sull’Olimpo della Parigi-Tours (la foto sopra è stata scattata in questa occasione). Poi, prima di un secondo successo nella “Classica dei Castelli della Loira”, una flessione che, comunque, gli regalò successi come il Circuit de l’Indre nel ‘52, nel ’53 il GP de Echo d’Oran e, nel ’54, il Campionato Francese su strada. La vittoria nella Tours ’55, parve rilanciarlo, ma non fu così, anche se continuò a vincere corse di buon livello, come il GP Saint Raphael ed una tappa del Dauphine Lebéré nel ‘56, il Circuit des Boucles de la Siene nel ’57 e il Tour de Loiret nel ’58.


1952 - Raymond Guegan (Francia)



Nato a Laon il 7 dicembre 1921, professionista dal 1943 al 1957. Guardando la carriera di questo corridore dimenticato, si scopre che non era solo discreto come l’osservatorio lo considerava. Il suo successo alla Parigi Tours ’52, rimane il maggiore e più tangibile, ma in considerazione dei tempi nei quali corse, il resto del palmares, per numeri e qualità, è da corridore di buon valore (oggi sarebbe un mezzo campione). Nel suo ruolino solo citando i maggiori ci sono: la Parigi Alencon ’43, l’Attraverso Parigi ’44, il GP di Cannes ’47, il GP de la Soierie ’47 e ’48, il GP de Thizy ’48 e ’52, la Ronde Aix en Provence ’49, il GP des Allies ’50, il GP de Niort ’51, il Tour de la Charente Maritime ’51 e la Pargi Bourges ’57.


1953 – Joseph “Jos” Schils (Belgio)



Nato a Miskom il 4 settembre 1931, professionista dal 1952 al 1965. La settantina di corse vinte da questo belga, classico fiammingo per temperamento combattività e facilità di sprint, vanno lette come il ruolino di un corridore che oggi farebbe gridare al campione. Jos, corse al cospetto di fuoriclasse, dove i capitani erano tali e le corse in numero assai minore a quelle di oggi. Quindi, inchiniamoci a questo corridore sconosciuto ai più, e pensiamo per un attimo, a quanto siano alterati certi giudizi che accompagnano gli odierni commenti sui corridori contemporanei. Nel suo palmares fra decine di successi nei cosiddetti criterium fiamminghi (gare, sicuramente combattute da tutti, campioni presenti compresi), vanno scelte: Il Campionato Belga del ’52 (stagione al debutto per Schils), il GP del Brabante e di Vallonia nel ’53-’54-’60, la Parigi Tours nel ’53, la Bruxelles Bost (che vinse anche nel ’57) e la Bruxelles Couvin nel ’54, la Hoeilhaart-Diest-Hoeilhaart ’55, la Bruxelles-Ingooigem e la Escaut-Dendre-Lys nel ’56, la Flèche halloise ’57, la Houtem-Vilvoorde e la Tienen-Bost nel ’58, la Omloop der drie Provinicien nel ’59, il G.P. de la Basse-Sambre, la Cras-Avernas (che vinse anche nel ’62) il G.P. d'Isbergues e il G.P. Zottegem (che vinse anche nel ’62) nel ’60, la Hoegaarden-Antwerpen-Hoegaarden nel ’61, la Wezembeek-Oppem nel ’63.


1954 - Gilbert Scodeller (Francia)



Nato a Saint Laurent Blangy il 10 giugno 1931, professionista dal 1951 al 1961. Anche per questo francese non dottissimo, ma tangibile nelle sue giornate migliori possiamo parlare di una più che onesta carriera. Fra la trentina di successi che ha colto, evidenziamo questi traguardi: la Parigi Valenciennes nel 1952 e ’54, il G.P. de Saint-Omer ed una tappa del Tour della Manica nel ’53, la Parigi Tours nel ’54, la Ferrière-la-Grande 1955 e ’56, il Tour de Picardie nel ’56, il Tour de l'Ouest ’58 e il GP di Antibes ’61.


1956 - Albert Bouvet (Francia)



Nato a Mellé (Francia), il 28 febbraio 1930, professionista dal 1954 al 1964, con una trentina di vittorie fra strada e pista. Ottimo passista e corridore ardimentoso, ha saputo tagliarsi una fetta di notorietà nel ciclismo francese degli anni cinquanta, pur dovendo convivere con atleti di razza quali Bobet, Anquetil e Riviere. Dotato di buone progressioni diveniva anche veloce, soprattutto per arrivi giocati a ranghi ristretti a drappelli. Ciononostante, proprio con un arrivo di gruppo, vinse la corsa che gli diede notorietà, ovvero una classica come la Parigi-Tours, che fu sua nel 1956. Per 42 anni si poté vantare in patria di esser stato l’ultimo francese a vincere quella corsa. L’incantesimo fu poi rotto da Jacky Durand nel 1998. Tra le sue vittorie su strada il Tour de l’Orne (’54), la Manica-Oceano (’54), la Boucles du Bas-Limousin (’55), due tappe del Giro di Romandia (’59), nonché una lunga serie di criterium. Notevoli i suoi piazzamenti nelle gare contro il tempo, la sua principale qualità. Di nota i posti d’onore nel Gran Premio delle Nazioni '55 e '56 e nel Gran Premio della Svizzera nel ’55. Su pista ha vinto ben cinque titoli francesi nell’inseguimento ed è giunto secondo die volte ai mondiali sempre battuto dal connazionale Riviere nel 1957 e 1959. Per le sue doti sul passo, Bouvet fu inserito nell’italiana Ignis nel 1961, seguendo le ultime orme agonistiche di Luison Bobet, ed ha poi chiuso la carriera facendo il gregario di Bahamontes nella Margnat Paloma. Dopo aver appeso la bicicletta al chiodo è divenuto giornalista del “Parisien Libére” indi dell’Equipe. Successivamente, il principale giornale sportivo francese, lo inserì nello staff organizzatore del Tour e delle altre grandi prove della testata, con l’incarico di direttore tecnico. Per anni, è stato il ricercatore degli angoli più sparuti di pavè, da inserire all’interno della Parigi Roubaix.

Morris

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 14/10/2007 alle 19:24
Bravo Morris e grazie.
Ritengo la Paris-Tours una classica all'altezza di Sanremo, Fiandre, Roubaix, Liegi e Lombardia, sebbene sia poco considerata.
Il tuo lavoro le rende onore.

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 14/10/2007 alle 21:28
Grazie, Morris... thread splendido... la Parigi-Tours lo merita...

 

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E3 Prijs Vlaanderen - GP Harelbeke: 2°
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Ronde van Vlaanderen / Tour des Flandres: 3°
Rund um Köln: 1°
Liège-Bastogne-Liège: 1°
Giro d'Italia: Carrara - Montalcino: 2°
Tour de France: Sisteron - Bourg-lès-Valence: 1°
Tour de France: Longjumeau - Paris Champs-Élysées: 1°
Tour de France - classifica finale: 3°
Gran Premio Città di Peccioli - Coppa G. Sabatini: 1°

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  postato il 14/10/2007 alle 21:31
1957 – Alfred “Fred” De Bruyne (Belgio)



Nato a Berlare il 21 ottobre 1930, professionista dal 1953 al 1961. Bèh… sentire oggi il Bulbarelli che parla della vittoria di De Bruyne alla Parigi Tours ’57, come di un mezzo furto a Bobet, fa un po’ sorridere. Proprio a Bobet poi…. Fred era nettamente più veloce di Luison e che abbia giocato le sue carte era più che ovvio. La frase esternata da Bobet dopo l’arrivo, pur nella rabbia comprensibile per l’ennesimo secondo posto di quella sua stagione, non gli fa onore, perché nella sua storia, gli atti di furbizia sono stati copiosi, semmai in quella occasione ebbe di ritorno un po’ di quello che aveva sovente seminato. Chiusa la parentesi e tornando al comunque grande De Bruyne, val subito la pena ricordare quanto questo corridore abbia dimostrato valori da chiaro campione, attraverso un dato: nel triennio ’56-’57-’58 vinse la Desgrange Colombo, che era prestigioso campionato mondiale a punti (qualcosa di meglio delle classifiche a cui nell’odierno siamo abituati a vivere). Ed un altro aspetto non da poco, ci viene dalla considerazione che uno come Fred emerse un un’epoca, dove le leggi del gruppo nelle corse di un giorno e nelle classiche, vivevano sull’impronta gigantesca di due connazionali come Van Steenbergen e Van Looy.
Dopo esser stato un grande dilettante trasferì ben presto anche nella massima categoria le sue facoltà di corridore tatticamente perfetto, veloce e attento a giocare sempre al meglio le sue carte. La successione delle sue vittorie di maggior prestigio è impressionante. Nel ’53 vinse il Giro delle Fiandre per Indipendenti e, l’anno successivo, il primo da completo prof, vinse tre tappe al Tour, ed il Circuito delle Fiandre orientali. Dopo un ’55, dove comunque colse diversi bersagli nella sua terra, esplose compiutamente nel ’56, stagione nella quale vinse la Milano Sanremo, la Liegi Bastone Liegi, la Parigi Nizza, tre tappe al Tour de France e colse piazzamenti in tutte le classiche (notevole il secondo posto alla Roubaix, proprio dietro a Bobet). Nel ’57, si confermò un numero uno, trionfando nel Giro delle Fiandre, nella Parigi Roubaix, e nella Parigi Tours, corredandole di altre vittorie minori e diversi piazzamenti di prestigio. Ancora ottimo il suo ’58, coi successi nella Parigi Nizza e nella Liegi Bastone Liegi. Nel ’59, vinse per la terza volta la decana Liegi Bastone Liegi, ma nel ’60, a causa di un incidente accorsogli mentre era in auto con l’amico Willy Vannitsen che guidava, la sua carriera fu compromessa. Tentò di riprendersi e nella primavera del ’61, con la vittoria nella Kuurne-Bruxelles-Kuurne, recitò il suo canto del cigno. Amava l’Italia, paese che ha conosciuto bene grazie alla militanza in taluni suoi sodalizi (sapeva molto bene l’italiano). Dopo aver chiuso col ciclismo pedalato, divenne per un lungo periodo telecronista della TV belga di espressione fiamminga (frequenti i suoi duetti con De Zan), e poi, negli anni ottanta direttore sportivo. Morì nel ’94 per una malattia incurabile.


1958 - Gilbert Desmet I (Belgio)



Nato a Roeselare il 3 febbraio 1931, professionista dal 1952 al 1967. Anche per Gilbert, uno che fu “guardia rossa” di Rik Van Looy in seno alla Faema, si può parlare di un valore notevole, che oggi lo porterebbe sicuramente ad essere visto come un campione. Basti citare che nel suo palmares ci sono una settantina di successi e se anche molti di questi furono colti in patria, non va dimenticato il valore dei partecipanti a quelle prove, ed il fatto che nel Belgio, soprattutto ai suoi tempi, il ciclismo è sempre stato sport nazionale. Scorrendo il ruolino di questo corridore tenace, discretamente veloce e bravo anche nelle salita non lunghe, emergono: il Circuit du Port de Dunkerque ’52, il G.P. Zottegem ’54, il G.P. Desselgem ’55 - ’59 - ’60 e ‘63, il Trophée des Trois Pays e il Circuit de Flandre orientale nel ’56, la Chateau-Chinon nel ’57, due tappe del Giro di Spagna, la Parigi Tours e la Kuurne-Bruxelles-Kuurne nel 1958, la Heusden-Destelbergen ’59 e ‘63, Nokere-Koerse, Genova-Roma, Buggenhout-Opstal e Campionati delle Fiandre nel ’60, Beringen-Koersel e G.P. Industria e Commercio di Prato nel ’61, Giro delle Tre Province e una tappa del Giro di Svizzera nel ‘62, Woluwé - St Lambert e 2 tappe della Quattro giorni di Dunkerque nel ’63, la Freccia Vallona e la Quattro giorni di Dunkerque nel ’64, Omloop van het Houtland – Lichtervelde ‘65 e il G.P. d'Orchies ’66.
Se la Parigi Tours e la Freccia Vallone sono le stelle del suo palmares, la costanza dei suoi successi comunque di nota, sono dimostrazione di qualità che non si possono dimenticare.


1959 – 1967 Rik van Looy (Belgio)



Nato a Grobbendonk (Herentals) il 20 dicembre 1933, professionista dal 1953 al 1970.
Definirlo “Imperatore di Herentals”, fu una traduzione fedele di quanto imposto dal copione che si era dato nel ciclismo per tre lustri abbondanti. Un atleta determinato, forte, con un’indole da monarca, come raramente s’è visto nell’intero sport. Henry “Rik” Van Looy, rappresenta un esempio di come si possa migliorare, se si è in possesso di una feroce volontà. Già, perché questo fiammingo, non era stato dotato dalla natura di un talento sopraffino, in grado di rendere più facile il raggiungimento di una carriera dorata. Lui doveva inseguire e lavorare duro per mettersi al passo delle sue ambizioni e vi riuscì bellamente quasi dappertutto. Quasi, appunto. Nelle corse a tappe di tre settimane, ad esempio, non ha lasciato tracce di vertice primario, idem nelle singole gare a cronometro. Eppure, si difendeva così bene anche là dove non scendeva in strada col ruolo di favorito, da fungere ugualmente da faro, perlomeno di quel tanto da far dire a chi lo batteva: “Bèh, sono andato davvero bene, ho battuto Van Looy!”. Il suo ruolo e quell’autorevolezza che l’hanno eletto “Imperatore”, nonché, perché no, le fondamenta della sua leggenda, si sono mosse su quei punti che seppe raggiungere come nessuno, nelle classiche e nelle corse di un giorno, o brevi prove a tappe e lì, con la sola eccezione Eddy Merckx, gli altri possono solo guardargli la ruota. Personaggio a molti antipatico per il tono col quale tendeva a guardare e trattare gli avversari, uomo di parole pesanti come macigni, ed atleta asfissiante nella difesa del suo feudo, Rik Van Looy, rappresenta un fulcro della storia del ciclismo, uno su cui ogni osservatore è costretto a fare i conti e sul quale, forse, son state date letture a volte frettolose o ingiuste. Certo, perché diversi suoi gregari non lo hanno mai dipinto come despota, ma come uomo sì esigente, ma di parola e riconoscente anche dopo la fine della carriera. Altri, lo giudicano persona dal forte spirito di squadra, consapevole di essere fisicamente e psicologicamente il più forte del sodalizio, quindi naturalmente spinto a vedere gli altri, corridori e team, come nemici. Altri ancora, lo giudicano addirittura un tipo che ha visto nel ciclismo unicamente uno strumento per garantirsi una certa agiatezza, tanto è che a carriera chiusa, s’è allontanato dall’ambiente. Comunque, aldilà dei giudizi, più o meno suggestionati dalla posizione d’osservazione, restano le traduzioni agonistiche di Van Looy, e quelle parlano un linguaggio davvero eletto.
L’Imperatore di Herentals, dalla località di residenza (quella di nascita è Grobbendonk), nacque il 20 dicembre 1933, ed è stato professionista dal 1953 al 1970. Buon dilettante (vinse 68 corse in due anni!), decise di passare molto presto alla massima categoria convinto che fosse quello il “luogo” per fare il giusto apprendistato. Come da sue personali previsioni giunse ai vertici del ciclismo dopo tre anni di maturazione e di successi in prove di secondo piano. Dal 1956, quando vinse fra una miriade di gare, Parigi Bruxelles, Gand Wevelgem, GP della Scheda, Giro d’Olanda e Tre giorni di Anversa, il suo palmares, s’è ogni anno impreziosito di qualità e di una quantità che è la seconda dopo Merckx nella storia, ben 371 vittorie. Non è finita perché Rik è l’unico a poter vantare almeno una vittoria in tutte le maggiori classiche di un giorno del calendario internazionale (Merckx, ad esempio non ha mai vinto la Parigi-Tours). Vinse “soltanto” per due anni consecutivi il Campionato del mondo (nel '60 e '61), solo perché nel '62, quando il percorso era per lui adatto, si presentò ai mondiali di Salò, ancora convalescente per una grave caduta nel Tour de France (allora i mondiali non erano ad ottobre…). Nel 1963 poi, a Renaix, venne clamorosamente tradito dal giovane connazionale Benoni Beheyt, verso il quale si era prodigato per farlo selezionare per la prova iridata e dal quale non si sarebbe mai aspettato un gesto come quello che poi lo relegò ad un “beffardissimo” secondo posto. Comunque, aldilà delle due vittorie, per dieci anni è stato considerato il campione del mondo potenziale delle corse di un giorno. Se ai suoi tempi, vi fosse stata una Coppa del Mondo, o l’odierno ProTour, probabilmente ogni anno Rik Van Looy….avrebbe incassato l’assegno spettante al primo.
L'analisi delle 371 vittorie, aldilà dei due mondiali, comprende oltre 210 corse in circuito o criterium, 2 campionati nazionali, 16 classiche, 3 giri nazionali, 6 corse a tappe (max una settimana di durata), 100 tappe di giri (nessuna a cronometro), 29 prove in linea in Belgio e 3 all'estero. Da grande velocista trovò modo di emergere anche su pista vincendo il titolo belga dell'americana con Sercu nel '69 e, soprattutto, cogliendo il successo in 12 Sei Giorni. Il suo grande cruccio erano le corse a tappe della leggenda: per vincerle non disdegnò fughe da comprimario, al fine di reggere l’urto delle grandi montagne, dove sapeva di essere staccato dai grandi avversari della sua epoca. Lasciò il ciclismo il 22 agosto 1970 dopo aver disputato il Criterium di Valkenwaard, in Olanda. Nel dopo carriera, i suoi unici contatti col mondo del ciclismo, si sono consumati nel partecipare a qualche ricorrenza o festa. Chi lo ha visto nelle occasioni più recenti, scommette ….sull’inesattezza della sua anagrafe. Sembra un sessantenne, invece ha superato da tempo la settantina.


1960 – Johannès “Jo” De Haan (Olanda)



Nato a Klaaswaal il 25 dicembre 1936, professionista dal 1958 al 1966. Passò nella massima categoria da campione olandese dei dilettanti e la sua completezza, faceva pensare ad una buona carriera fra i professionisti, ma fu così solo in parte. Nei suoi otto anni di permanenza nell’elite, pur raccogliendo un bottino di 38 successi, si distinse a livello internazionale, solo agli inizi. La Parigi Tour del 1960 fu il suo gioiello. Altri successi di nota: il G.P. Flandria ‘59, il Tour de l'Oise e la Parigi Valenciennes ’60, il G.P. d'Isbergues ’61. Diverse le frazioni di brevi corse a tappe finite nel suo bottino.

Morris

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 14/10/2007 alle 22:22
Grazie Morris

 

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Michela
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Vita in te ci credo le nebbie si diradano e oramai ti vedo non è stato facile uscire da un passato che mi ha lavato l'anima fino quasi a renderla un po' sdrucita. Anche gli angeli capita a volte sai si sporcano ma la sofferenza tocca il limite e cosi cancella tutto e rinasce un fiore sopra un fatto brutto



http://www.adidax.com/
resisterai 5 minuti senza sport?

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 15/10/2007 alle 23:27
1961 – Joseph “Jos” Wouters (Belgio)



Nato a Wakkerzeel il 21 febbraio 1942, professionista dal 1961 al 1965. Uno dei più grandi incompiuti, non per colpa sua, della storia del pedale. A differenza dell’italiano Romeo Venturelli, che si giocò tutto da solo, Jos deve a due rovinose cadute, una dietro derny in un cambio con Van Steenbergen a Daumesnil nel settembre del ’62 e l’altra in pista alla Sei Giorni di Francoforte nel novembre del ’63, la sua prematura fine ciclistica. Wouters però, nel poco che poté far vedere si dimostrò straordinario e, per questo, anni dopo, mi incuriosì come pochi, ma non ha senso, in questo momento, andare di più sui “perché”. Solo qualche dato, che raggela tutti coloro che oggi scrivono fiumi di inchiostro o parlano sulla maturazione dei talenti…. Jos dopo aver colto un centinaio di vittorie fra i dilettanti (tutte le più importanti corse per “puri” finirono nel suo palmares), mostrò subito, nel ’61, da indipendente, degli autentici ruggiti. Veloce come pochi e già bravissimo sui muri, vinse tutto quel che si poteva vincere nella categoria di frammezzo, e quando poté correre coi migliori professionisti, se li mise dietro. Accadde dapprima nel Giro del Brabante e poi, proprio alla Parigi-Tours, la “Classica dei Castelli della Loira”, dove, a soli 19 anni, irrise il forte Gilbert Desmet I. Nel ‘62 si impose nella Parigi-Bruxelles (allora classica di rango primario), finì 6° nella Roubaix, nonostante un forzato inseguimento a causa di una foratura, nonché 4° alla Liegi-Bastogne-Liegi. Rivinse il Giro del Brabante e aggiunse altri sedici vittorie su traguardi minori. Un talento mostruoso. Dopo la caduta di Daumesnil, dove si ruppe in due parti la clavicola e si procurò una delicata ferita ad un ginocchio che interessò i legamenti, si riprese con molta fatica. Nel '63 pur senza forzare vinse la Freccia del Brabante, il Giro del Limburgo, due tappe del Giro del Belgio, la “De Panne” (la corsa antesignana dell’odierna “Tre Giorni”) ed altri tredici centri minori. E quando si preparava ad un 1964 esplosivo, la nuova ed ancor più rovinosa caduta nel velodromo di Francoforte, dove, alle fratture, aggiunse un ematoma al cranio, che fu, probabilmente, la causa di quei continui stati vertiginosi che gli pregiudicarono un efficace ritorno alle gare. Provò di nuovo a correre, infatti, ma nel ’65, come mi disse Gaul, che era suo compagno di squadra nella Lamot Libertas, era fin troppo ovvio vederlo come un ex. Un peccato, perché c’era da scommettere su una suo solco nel ciclismo.


1962 – 1963 Jo de Roo (Paesi Bassi)



Jo, vero nome Johan (detto anche Joop) era forte ovunque, salvo le salite lunghe. Nei primi anni sessanta fu un autentico winner. Nel 1962 vinse la Bordeaux-Parigi, la Parigi-Tour (alla media di 44,903kmh - per tantissimi anni record!) e il Giro di Lombardia. Si ripeté nel 1963, vincendo nuovamente la Tours e il Lombardia. Nel 1965, vinse il Giro delle Fiandre e nel ‘66 l'Het Volk. Fu campione olandese nel ‘64 e '65. Ha vinto pure tre tappe al Tour de France e una alla Vuelta. Tanti i suoi successi su corse di medio valore per un totale di 57 vittorie.


1964 – 1966 – 1968 Guido Reybroeck (Belgio)



Nato a Brugge il 25 dicembre 1941, professionista dal 1964 al 1973. Un gran bel velocista, soprattutto bravo negli ultimi settanta metri (allora i treni non esistevano, ed al massimo avevi un compagno che doveva farti strada e lanciarti la volata) dove sapeva sempre trovare lo spiraglio per giocare il suo guizzo. Era pure uno dei pochi velocisti che si rendeva utile alla squadra e per questo bagnò più di una volta le sue polveri. La Parigi Tours, fu la sua classica per eccellenza, la sentiva proprio come zio Gustave Danneels, riuscendo a battere i migliori con sprint davvero regali. Basti citare che nei primi due suoi successi (1964 e ’66) superò niente popò di meno che tal Rik Van Looy, e, nel terzo, l’accoppiata letale, formata da Walter Godefroot ed Eric Leman. Gli altri successi di nota fra le sue circa sessanta vittorie: furono il il Campionato di Zurigo '64, il Campionato Belga '66, l'Amstel Gold Race '69 e due Giri della Nuova Francia (Canada) nel 1971 e nel ’72. Nutritissimo il bottino nelle tappe dei Giri: 6 in Francia, 3 in Italia, 4 in Spagna, 1 in Belgio, 2 nella Parigi-Nizza , 1 in Picardia, 3 in Sardegna, 2 nel Catalogna, 1 nella Parigi-Lussemburgo, 1 nella Tirreno-Adriatico, 1 nell'Oise, 2 nel Levante (Spagna), 1 nella Nuova Francia (Canada). Amava l’Italia dive corse in seno alla Faema, la Germanvox e la Salvarani.


1965 - Gerben Karstens (Paesi Bassi)



Nato a Leiden il 14 gennaio 1942, professionista dal 1965 al 1980. Questo corridore mi piaceva veramente, era il mio preferito fra i velocisti. E poi, definirlo velocista forse era riduttivo. Poteva vincere molto di più e meglio se non avesse concepito il suo ruolo con quel filo di ribellione che tanto fece arrabbiare il padre, notaio, all’atto della scelta del ciclismo. Già, perché il giovane Karstens, arrivò al pedale a quasi diciannove anni, dopo esser stato un grande pattinatore di velocità su ghiaccio (era forte come Ard Schenk e chi conosce il pattinaggio, sa a che razza di campione mi riferisco), lo disciplina che voleva il genitore. Gerben lasciò le piste ghiacciate urlando ed inveendo verso il papà, ed abbracciò la bicicletta, pregandolo di non continuare ad urtarlo, pena l’abbandono della scuola. Ed il giovane Karstens si diplomò, mentre con la bicicletta che teneva sempre nel giardino di casa perché il padre la guardasse ad ogni sua uscita, si involò verso i cerchi olimpici. Infatti, dopo aver fatto razzia di traguardi e dimostrato di non essere solo veloce, ma un passista pieno di talento, ottenne la maglia “orange” per le Olimpiadi di Tokyo. Qui, assieme a Zoetemelk, Dolman e Piet, conquistò la Medaglia d'Oro nella 100 chilometri a cronometro. I quattro olandesi, sono stati per me, il più forte quartetto mai visto o di cui ho sentito gli echi.
Diventato professionista l'anno successivo, si dimostrò subito un grosso corridore. Fra la miriade di successi in Belgio e Olanda, s'impose nella Parigi-Tours e giunse secondo nel Giro di Lombardia vinto da Simpson, ma battendo il fior fiore del ciclismo italiano. Dal successo della Tours il suo palmares non s’arricchì più di classiche, almeno ufficialmente (lo vedremo dopo), ma giunse ugualmente ad una cospicua tangibilità: poco meno di un centinaio di vittorie, non una cinquantina come qualcuno ha scritto. I suoi maggiori successi furono: il Campionato d'Olanda del '66, il GP. Fourmies '68, il Giro del Waes '73 e soprattutto le tappe del Tour (6), del Giro (1, nel '73, davanti a Basso e Sercu), della Vuelta (14), del Giro della Svizzera (3) e del Giro del Belgio (1).
Contestatore, guascone, sempre pronto allo scherzo come a certe scorrettezze, anche perché sulla bici era un equilibrista incredibile, in possesso di una cultura ben poco ciclistica per i tempi del suo agonismo, sapeva incidere, volendo, sull’osservatorio. Mi son sempre chiesto perché i corridori non si sono rivolti a lui per difendere i loro interessi, poi ho scoperto che sono sempre stati dei polli e tutto mi si è chiarito. Resta il fatto che Gerben, era uno che al coltello tipico del ciclista che deve soffrire solo per arrivare, teneva in bocca anche quello della lingua. Prova ne fu la sua contestazione all’antidoping, un po’ come faceva Anquetil. “Lo sanno tutti che prendiamo anfetamine, come gli altri degli altri sport, con la differenza che da noi c’è da fare una fatica sovrumana e ci si aiuta per come si può. Basta non esagerare per la nostra stessa salute. Controllano i primi, poi se si viene beccati da quel ridicolo esame, che non contempla il fatto che si lavora, la vittoria la si concede ai secondi, che sono nelle stesse condizioni dei primi, ma hanno la fortuna di non essere controllati. Conviene arrivare secondi, dunque!” – diceva. E queste sue posizioni, che lui sapeva ben poco accettate da chi si doveva giustamente o ingiustamente coprirsi la bocca con l’ipocrisia, gli crearono non pochi problemi. Gerben Karstens, vinse infatti il Giro di Lombardia ’69 e un ’altra Parigi Tours nel ’74 (era la prima Blois Chaville), ma nella prima occasione fu trovato positivo e la vittoria andò a Jean Pierre Monserè, mentre nella seconda, non si presentò al controllo e il successo finì a Francesco Moser.
E dire che Gerben conosceva bene gli effetti delle pasticche….Già! Lui fu pizzicato, macchiato e additato, mentre quel suo compagno ed amico Henk Njidam, che un giorno, al Vigorelli (dopo un Baracchi, se non ricordo male, in coppia con Karsens), sotto l’effetto delle anfetamine, continuò a pedalare anche a gara finita (e fu proprio Gerben a doverlo fermare gettandolo a terra), è sempre stato lindo e nessuno, dopo quel fatto così chiaro, si sognò di controllarlo. Come dire: anche a quei tempi di doping per i neonati, chi era chiamato a controllare, faceva ridere come oggi…. Anzi forse Karstens ride ancora…


1969 - Herman Van Springel (Belgio)



Per chi volesse conoscere ampiamente questo corridore, è possibile consultare:
http://www.cicloweb.it/graff034.html


1970 - Jürgen Tschan (Germania)



Nato a Mannheim il 17 febbraio 1947, professionista dal 1969 al 1978. Forse il vincitore con minor tangibilità su strada della Tours. Il successo nella “Classica dei Castelli della Loira”, infatti, è il fiore all’occhiello di questo corridore, ottimo gregario e per lo più seigiornista di pregio. Nel suo palmares, solo tre gare nazionali tedesche, ed il titolo di Campione di Germania su strada nel ’71.

Morris

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  postato il 16/10/2007 alle 01:47
Originariamente inviato da Morris
quel suo compagno ed amico Henk Njidam


Mi scuso per la breve divagazione: ma questo Henk Nijdam è per caso il padre di Jelle Nijdam,che vinse 6 tappe al Tour e vestì anche la maglia gialla?

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 16/10/2007 alle 01:49
Originariamente inviato da Abruzzese

Originariamente inviato da Morris
quel suo compagno ed amico Henk Njidam


Mi scuso per la breve divagazione: ma questo Henk Nijdam è per caso il padre di Jelle Nijdam,che vinse 6 tappe al Tour e vestì anche la maglia gialla?


Esattamente!

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 16/10/2007 alle 01:55
1971 – 1973 Kamiel “Rik” Van Linden (Belgio)



Nato a Wilrijk il 28 luglio 1949, professionista dal 1971 al 1983. Molti l’han dimenticato ma all’anagrafe, il più famoso dei Van Linden (anche il fratello Alex correva, ma non era certo bravo come lui) si chiamava Kamiel. Divenne "Rik", perché il padre Jozef (anch’egli ex corridore professionista), prima di tutti intuì le sue doti di sprinter e lo inviò alle gare, con quel diminutivo così legato ai suoi idoli Van Steenbergen e Van Looy.
La strada fece poi il resto perché Kamiel, si dimostrò davvero uno a cui poteva benissimo calzare la scarpa dei “Rik”. Va subito detto che la carriera di Van Linden fra i professionisti, non è stata pari alle attese nate dagli oltre 350 successi ottenuti nelle categorie giovanili. Il tutto per un motivo che rappresenta la faccia sporca della sua stessa medaglia aurica: lo sprint. Rik, era spericolato oltre ogni limite e concepiva la volata come un rodeo, quando doveva usarlo come fendente finale delle sue altre buone doti. Fosse stato più tranquillo e senza l’angoscia di determinarsi velocista incredibile, da professionista, avrebbe vinto di più e meglio, del già tanto che vinse. Il figlio di Rik, è iscritto a questo forum, ed è pure intervenuto più volte: ed io avrei piacere se potesse dire al padre che nessuno nell’osservatorio del tempo, gli ha mai voluto sfregiare la purezza e la grandiosità delle sue fibre bianche, ma è indubbio che da lui ci si aspettasse la ponderazione che il traguardo prima di tutto va colto e poi, magari, lo si può dipingere con lo stupore e l’incanto. Cercare quest’ultimo aspetto da subito, soprattutto quando lo si deve fare nella variabile cerebrale dello sprint, può alla fine sfinire o contorcere il vero motivo-meta: la vittoria. Nel caso di Rik Van Linden, spesso, a sconfiggerlo non erano gli avversari, ma se stesso. Un peccato, perché la sua volata era completa, non gli mancava nulla, dalla potenza, alla scelta dei tempi dell’acuto, dal guizzo, alla progressione. Alla fine, con la sua confusione frutto dell’ingordigia cominciò a sbagliare, partendo o troppo lungo, o troppo tardi, o, peggio ancora, svolgendo sprint alla kamikaze, con tutto quel che ne seguiva, anche in termini di cadute. Era un grande, ma ha fatto di tutto per esserlo meno. Resta ai miei occhi uno degli ultimi velocisti totali, uno dei più belli per chi giustamente deve apprezzare le qualità. Fatto sta che nel suo albo d’oro, a parte i due stupendi successi alla Parigi Tours nel ’71 e ’73 e pur con altri 112 traguardi raggiunti, non ci sono quelle corse che erano alla sua portata, comprese altre classiche. E lo dico alla luce di un fatto: Rik non era solo uno che assorbiva i tavolieri, perché altrimenti non avrebbe vinto la maglia verde al Tour ’75, un’edizione battagliata, non solo per il duello Merckx-Thevenet, ma per la prorompente prima settimana di Moser, che rese dispendiosa quella Grande Boucle. Comunque i suoi maggiori successi dopo i due nella “Classica dei Castelli della Loira” sono: il Giro della Sardegna '74, la Milano-Vignola '75, '76 e '78, il Giro della Campania '76 e la Milano-Torino '77 oltre a 9 tappe del Giro d'Italia e le 3 al Tour de France '75, dove, come detto, conquistò la classifica a punti.


1972 - Noël Van Tyghem (Belgio)



Nato a Ypres il 9 ottobre 1947, professionista dal 1969 al 1974. Classico corridore fiammingo dell’epoca aurea per quella terra. Veloce e tenace, ma con minor talento rispetto a tanti altri connazionali. La vittoria nella Parigi Tours è la sua stella di carriera, nettamente. Gli altri successi, una ventina, sono venuti quasi tutti dalle kermesse belghe, ma non era un corridore scarso, era solo chiuso da una miriade di connazionali fortissimi. A Tours, sfruttò una fuga, dove era il più veloce, basti citare che alle sue spalle giunsero altrettanti belgi, di ben altro spessore, più completi, ma tra i meno veloci, come Jos Huysmans (un gregario di Merckx) e Willy De Geest.


1974 (Blois Chaville) - Francesco Moser (Italia)



Il primo dato che balza agli occhi parlando di Francesco Moser, ci viene dalla corposità del suo palmares: è infatti il corridore italiano più vittorioso della storia del ciclismo. Un altro aspetto ci giunge dalla sua longevità ai vertici, lunga almeno il 90% di una carriera che presenta sedici anni di permanenza fra i professionisti. Un terzo quadrante ci mostra un personaggio divenuto così popolare da far passare quasi per il contrario la sua mancanza maggiore: la tenuta in salita e la conseguente vulnerabilità nelle corse a tappe. Una vasta schiera di tifosi, dunque, che continuava a vederlo come un predestinato per quelle gare, quando al massimo poteva vincerle, come in effetti s’è verificato, per la congiunzione di determinati straordinari fattori.
Dal punto di vista tecnico un passista formidabile, che diventava veloce per l’eccelsa potenza che possedeva, ed una musicalità nel ritmo che sgorgava a fiotti dai suoi centri nervosi. Certo, pericoloso in volata, per le sue poderose progressioni, in grado di annichilire chiunque. In salita era solo discreto, ma recuperava una gran parte di questa sua lacuna, con una bravura in discesa che, relativamente alla sua epoca, non conosceva rivali similari. Sul piano mentale aggiungeva una qualità alle consorelle fisiche: una generosa ed infinita combattività. Grazie a tutto questo s’è eletto icona del nostro ciclismo negli ultimi otto lustri e chi batteva Francesco Moser se l’era comunque guadagnata. Nel suo palmares ci sono quasi tutte le più grandi classiche del calendario nazionale e internazionale (alcune vinte più volte) e, parzialmente e totalmente le maglie più prestigiose del grande romanzo ciclistico, anche se, ripeto, considerare Francesco un corridore da corse a tappe significa avere qualche appannamento alla vista.
Anche per Moser, un prossimo Graffiti… Per riferirmi al thread, come già detto, nel suo successo alla Blois Chaville, la prima nella moderna versione che sostituiva la Parigi Tours, non tagliò per primo il traguardo: aveva vinto Gerben Karstens, ma costui fu squalificato per non essersi presentato al controllo antidoping.


1975 (Blois Chaville) - Freddy Maertens (Belgio)



Per chi volesse conoscere ampiamente questo corridore, è possibile consultare:
http://www.cicloweb.it/forum/viewthread.php?tid=6651


Morris


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Livello Fausto Coppi
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  postato il 18/10/2007 alle 22:20
I guai alla mia vecchia caffettiera, alias computer, oltre al problema con le foto, ha aggiunto quello della tastiera che mi fa saltare alcune digitazioni e pure il mouse fa un gran casino. Morale, nel ritrattino di Gerben Karstens, avendo una finestra su quello di Zoetemelk, ho copia-incollato alla “viva il parroco” e ne è uscito un errore grossolano, con tanto di nome di un corridore mai esistito (Piet). Non rileggendo mai quel che scrivo, devo la scoperta della caz.zata commessa, ad una mail che mi chiedeva di taluni corridori olandesi. Riporto il passo:
“Qui, assieme a Zoetemelk, Dolman e Piet, conquistò la Medaglia d'Oro nella 100 chilometri a cronometro”.
Mi riferivo alla gara olimpica di Tokyo che Karstens vinse assieme a Dolman, Pieterse e Zoet.
Anche se nessuno l’ha notato, una doverosa precisazione. Chiedo scusa.

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Livello Eddy Merckx




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  postato il 18/10/2007 alle 23:00
Non c'é assolutamente bisogno di chiedere scusa.

Gratitudine e riconoscenza per il prezioso servizio di documentazione che ci stai offrendo!

Grazie Morris

 
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Livello Fausto Coppi
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  postato il 19/10/2007 alle 00:14
1976 (Blois Chaville) - Ronald “Ronny” Dewitte (Belgio



Nato a Wilrijk il 21 ottobre 1946, professionista dal 1968 al 1982. Eccolo qua un signor corridore capace di vincere corse importanti partendo dal ruolo di spalla di autentici fuoriclasse. Ronny, era un bel pedalatore che amava stare molto arretrato in sella (proprio come il compianto Kuum), non molto veloce, ma nemmeno fermo, in grado di tenere tutte le salite fino ai 6-7 chilometri, buono sul passo e dotato di un grande senso tattico. Popolarissimo in Italia per aver militato nella Brooklin e nella Sanson al servizio di diversi capitani: su tutti Roger De Vlaeminck e Francesco Moser. Fra le sue trenta vittorie le migliori sono: Bruxelles-Bievene e G.P. de Fourmies ’68, il Circuito del Brabante Occidentale ’72, la De Panne ’73, G.P. de l'Escaut ’75, Blois Chaville ’76, Putte-Mechelen, due tappe del Tour de France, una del Giro d’Italia, indi altre frazioni alla Parigi Nizza, al Giro di Sardegna e al Giro di Catalogna.

Morris

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  postato il 19/10/2007 alle 09:14
Veramente un bel lavoro morris.
il fascino del ciclismo è quello dei luoghi attraversati. ogni volta che vedo una gara in tv mi tornarnano alla memoria ricordi personali legati a quei luoghi oppure i ricordi di un bel libro, che sono un po' come ricordi personali, ambientato nelle stesse zone.
Una corsa automobilistica in un circuito oppure una partita di basket o tennis in un palazzetto non avranno mai lo stesso fascino. Poi hai perfettamente ragione la parigi-tours meriterebbe ben altra considerazione.
ciao,
gall

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 19/10/2007 alle 23:39
1977 (Blois Chaville) – 1979 (GP d’Autunno) Joop Zoetemelk (Olanda)



Nato all'Aja il 3 dicembre 1946, professionista dal 1970 al 1987 con 195 vittorie. Uno dei formidabili quattro della cronosquadre orange che conquistò le Olimpiadi di Mexico ‘68. Gli altri erano Jan Krekels, Fedor Den Hertog e René Pijnen. All’indomani dei Giochi non passò professionista come si poteva pensare e sfruttò un altro anno da dilettante, per arricchire il suo palmares: infatti vinse il Tour de l’Avenir, ma per il resto trovò in Den Hertog un avversario insuperabile. Il passaggio fra i professionisti avvenne nel 1970 e fu subito un bel modo di cominciare: finì secondo al Tour, seppellito da una montagna di minuti da Eddy Merckx, ma pur sempre al posto d’onore. Grazie ad una regolarità eccellente, chiuse al secondo posto, sempre dietro al belga, anche il Tour ’71, quello destinato ad Ocana. Proprio lo spagnolo, nella stagione successiva, non fu tenero con Joop, dichiarando: "Chiedere a Zoetemelk di attaccare è come ordinare a un paralitico di camminare". In quegli anni, per il tulipano, la fama di “succhiaruote”, raggiunse l’apice, ma è pur vero che i grandi dei GT del tempo, non lo consideravano come pericoloso, nonostante fosse sempre lì. Nel maggio del 1974, poi, per una caduta in volata in una tappa del Midi Libre a Valras-Plage la sua carriera pareva compromessa: un grave trauma cranico e meningite purulenta gli provocarono dolori tali da fargli tentate più volte il suicidio. Riuscì a salvarsi, ma nessuno avrebbe giurato su una sua ripresa. Invece, con tenacia incredibile, si ripresentò alle corse nel 1975, ed ancora una volta, grazie alla regolarità, chiuse bene il Tour: 4°. Deluse nel ’76, non già per l’ennesimo secondo posto, ma perché favorito su chi poi vinse Lucien Van Impe: non sfruttò le cronometro e fu sempre staccato dal rivale in salita. La Grande Boucle dell’anno seguente, portò a Zoetemelk un flop: solo 8° a sei minuti da un Merckx (6°) alla frutta e ad oltre 19’ dal vincitore, il non certo eccezionale Thevenet.
A 31 anni, il tulipano aveva incontrato il declino?
Gli anni seguenti in parte lo dimostrarono, anche se alla storia passerà il contrario, grazie al vistoso impoverimento di corridori tangibili e di qualità, per le corse a tappe. E così, nel ’78, tornò al suo affezionato secondo posto, battuto da colui che, pur grandissimo, ebbe la fortuna di ereditare la massima convenienza da quella povertà, Bernard Hinault. Idem nel ’79, quando comunque Hinault lo lasciò ad oltre 13 minuti. L’anno seguente però, il francese, in maglia gialla, fuggì in piena notte, avvolgendosi in uno dei più grossi misteri (mica tanto per qualcuno) della storia ciclistica del dopoguerra e Zoetemelk, a 34 anni, poté finalmente gustarsi la vittoria che aveva lungamente cercato. Nell’81 Hinault tornò, e Joop incocciò in un brutto Tour: 4° ad oltre 18 minuti, ma, soprattutto, dietro al coetaneo Van Impe (2°) e al “chi è costui” Alban (3°). Ma la modestia del panorama, lo fece risalire alla sua preferita posizione nell’edizione successiva: per la sesta volta secondo, anche stavolta dietro Hinault. A 37 anni, si lanciò ancora verso il Tour del 1983, ma rimediò una batosta: 23° a quasi 48 minuti dal vincitore Laurent Fignon. Il vento era cambiato per Joop: l’età pesava e gli avversari anche per Hinault erano arrivati nelle vestigia di due giovani che lo avevano accompagnato nei primi anni di carriera, come appunto Fignon e Greg Lemond. Ed in quel Tour ’84 Fignon diede una sonora lezione a Hinault, lasciandolo ad oltre 10 minuti, mentre Joop finì 30°, ad un’ora e sei minuti. Ma la corsa a cui Zoetemelk s’era donato anche troppo, doveva ancora riservare qualche soddisfazione al tulipano che, nel 1985, approfittando dell’assenza di Fignon, che avrebbe certamente posto la corsa su altri ritmi ed intensità, ritornò a respirare, a 39 anni, aria di buona classifica: finì 12° ad un quarto d’ora dal vincitore Hinault. Il suo ultimo Tour, a 40 anni, nel 1986: 24° a 57’ dal vincitore Lemond.
Certo,. Zoetemelk non è stato solo questa corsa, e lo si vedrà dopo, ma alla Grande Boucle era troppo affezionato (la Francia è più che una seconda patria per lui: sua moglie è francese e tuttora vive a Seine-et-Marne), lì ha colto il record delle partecipazioni (ben 16 volte al via e tutte portate a termine) ed alla vittoria nel 1980, i sei secondi, ha aggiunto la vittoria in 11 tappe.
Era un dovere soprattutto per lui, partire in questa disamina, dalla corsa che vedeva più cara. Ma qui, e mi perdonerà, non s’è visto il suo potenziale massimo, non è stato secondo me un grande: un po’ per il carattere così discreto, per una sua concezione nell’interpretare il ciclismo dei GT, dove l’osare gli era troppo lontano e poi, perché s’è trovato a correre nel suo lungo corso francese, anche su un segmento dove la modestia degli avversari era tangibile e lui poteva raccogliere almeno un’altra vittoria. Constatazione che non viene smentita più di tanto dalla vittoria nella Vuelta di Spagna ’79 (ne corse un’altra nel ’70, finendo sesto). In altre parole se la grandezza di Zoetemelk dovesse circoscriversi ai GT, non potremmo parlare di grande corridore, ma semplicemente, non senza una punta di generosità, di ottimo. Joop diventa grande per quel resto che, a mio giudizio, ha curato poco e solo nella fase calante della carriera con l’intensità dettata dalla volontà. Grandezza, che si determina nella longevità, nella straordinarietà di una vittoria al Campionato Mondiale a 39 anni, nel 1985, grazie ad un colpo di tattica e di lucidità da finisseur, che ne denotavano valori enormi, solo in parte posti sul tavolo di carriera. Grandiosità che si evince dalle 195 vittorie complessive, e da un palmares che vede, seguendo il susseguirsi delle sue stagioni: due campionati olandesi (1971 e ’73), il Thropée Polymultipliee ’72 e ‘79, Nizza-Seillans ’73, Parigi Nizza ’74-’75-’79, Settimana Catalana ’74, Giro di Romandia ’74, Giro d’Olanda ’75, G.P. d'Isbergues ’75 e ‘77, l’Attraverso Losanna ’75-’76-’77-’78-’79, la Freccia Vallone ’76, Tours –Versailles (GP d’Autunno) ‘77, Parigi-Camembert ’77, G.P. di Lugano ’78, Blois-Chaville ’79, G.P. Cerami ’80, Ronde van Pijnacker ’81, G.P. de la cote Normanne ’82, Tour du Haut Var ’83, Tirreno Adriatico ’85, Veenendaal-Veenendaal ’85, Amsterdam-Centrum ’86, Amstel Gold Race ’87. A questi traguardi vanno aggiunte tappe a tutte le manifestazioni di questa tipologia a cui ha preso parte.
Insomma, il buon Zoetemlek, con quattro classiche, di cui una, l’Amstel, colta addirittura a 41 anni, nonché quell’iride che fece piangere non poco i baldanzosi giovanotti Lemond ed Argentin, è stato un tangibile, anche in quelle gare di un giorno che ha troppo sacrificato per il Tour. Non è mai venuto al Giro, ed anche questa è una pecca non da poco. Tra l’altro, in questo modo, ha lasciato sul terreno dei possibilissimi successi: in Italia, quando non c’era Hinault, gli avversari si sarebbero chiamati Moser e Saronni, gente che non lo valeva di certo. Morale: Joop Zoetemelk è stato un grande, ma nonostante il raccolto, lascia una punta d’amarezza: poteva fare di più.



1978 – 1981 Jan Raas (Paesi Bassi)



Nato a Heinkenszand (Olanda) l'8 novembre 1952. Professionista dal 1975 al 1985 con 145 vittorie.
Grande cacciatore di classiche, ha contribuito, assieme ai connazionali della medesima generazione, ovvero Kuiper, Knetemann e Zoetemelk, a portare ai massimi livelli il ciclismo olandese, nonché ad alimentare l’interesse del suo Paese verso il pedale. In quel periodo le squadre orange aumentarono assai in numero e qualità. Raas è passato alla storia come un velocista, ma in realtà possedeva non comuni doti da finisseur, come dimostrò ampiamente nel suo successo alla Milano Sanremo del 1977. Di temperamento spesso generoso, ha saputo pure essere spietato, aggredendo le lacune o le difficoltà degli avversari. Portava gli occhiali, ma ci vedeva bene, soprattutto sapeva vedere il traguardo e le crisi degli altri, mentre le sue sapeva confonderle come pochi. Diveniva dunque spregiudicato e persino scorretto se il caso lo richiedeva. In occasione del mondiale corso in casa, a Valkenburg, nel ’79, non tardò a mettersi in combutta col disponibile Thurau, pur di togliersi di mezzo la ruota fastidiosa e pericolosa di un Battaglin, in forma smagliante. I due, in sincronia, con uno zig zag da killer mandarono a gambe levate il vicentino e Raas vestì senza problemi la maglia iridata. Ovviamente la giuria non prese provvedimenti….Ma questo non fu il solo episodio in cui il poulain numero uno di Peter Post (un maestro nell'arte di sfruttare i trucchi del mestiere .... ) ha giocato tiri mancini agli italiani. Nel Giro delle Fiandre dell'80, Raas, pur di far perdere Moser, che era stato il massimo protagonista della prova, preferì che fosse Pollentier a prevalere e arrivò 3°. In altre parole, si potrebbe definire l’occhialuto olandese, una “carognetta”. Il suo palmares comunque lo annovera fra le vedette di un decennio a cavallo degli anni ottanta. Fra i suoi successi i più importanti sono: la Besseges Ales ’75, il campionato olandese (’76, ’83 e ’84), la Sanremo ’77, il G.P. d’Autunno ’78-’81, cinque Amstel Gold Race (1977-’78-’79-’80-’82), il campionato mondiale ’79, il Giro delle Fiandre (’79-83), il Giro d’Olanda nel ‘79, il GP Harelbeke (’79,’80,’81), la Gand Wevelgem ’81, la Kurme-Bruxelles-Kurme (’80, ’83), l’Het Volk nel 1981 e l’Etolle de Besseges nel 1981.
Ha chiuso la carriera agonistica nel maggio dell'85, ed è immediatamente salito sull'ammiraglia della sua squadra, ottenendo in brevissimo tempo numerose affermazioni che confermano la sua abilità tattica e le notevoli risorse tecniche. Oltre ai successi in circuiti e kermesse, ha vinto tappe di vari giri: 10 al Tour, 1 al Giro della Svizzera, 2 di Germania, 2 del Lussemburgo, 4 d'Olanda, 3 del Belgio. Non ha invece mai corso il Giro d'Italia. Insomma, Jan Raas, con la sua faccia da professore carogna, è stato un gran corridore.

Morris


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Livello Fausto Coppi




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  postato il 20/10/2007 alle 00:40
a proposito di Raas, ho potuto rivedere il filmato del suo Campionato del mondo, ed è incredibile quello che ha fatto Thurau a favore dell'olandese: non so se si fossero messi d'accordo per buttare per terra Battaglin (Martini ha sempre sostenuto questa tesi, però bisogna dire che normalmente in volata Raas avrebbe battuto Battaglin con una gamba sola), però il lavoro fatto dal tedesco pro Raas negli ultimi chilometri, è stato qualcosa che neanche il più fidato gregario dell'olandese sarebbe riuscito a fare.

P.S. tra tutte le vittorie citate da Morris, va aggiunta la Parigi-Roubaix del 1982, anche questa ottenuta con un gran colpo da finisseur.

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 20/10/2007 alle 10:40
1980 - Daniel Willems (Belgio)



Nato ad Herentals il 16 agosto 1956, professionista dal 1978 al 1985 con 67 vittorie su strada. Da “puro” questo belga nato nel paese di Rik Van Looy, fece pensare molti come al possibile erede di Eddy Merckx. Nella sua ultima stagione da dilettante (il ’77), vinse qualcosa come 40 corse! Anche gli inizi da prof fecero ben sperare, poi a soli 26 anni, lo stop con le vittorie e un declino che apparve subito come un dirupo. Su di lui si aprirono dibattiti, qualcuno pensò ad una vota sregolata, ma la realtà era una sola: aveva gettato troppe energie fra i dilettanti. Una tragedia, questa, che il mondo del ciclismo non è mai stato capace di correggere ed è progressivamente divenuta fonte di altre sue specifiche storture. Nonostante l’anticipato pensionamento, gli anni buoni di Daniel Willems, presentarono un ottimo ruolino, basti citare il suo crescendo prima dell’improvviso buio: 3 vittorie nel '78, 13 nel '79, 21 nell'80, 17 nell'81, 11 nell'82, 2 nell'83. E fra i successi anche dei trofei di gran valore: Campionati delle Fiandre ’78, Henninger Turm, G.P. della Schelda, Giro del Belgio, Freccia del Brabante, Quattro Giorni di Dunkerque nel 1979, Giro del Limburgo, Ruta del Sol e Blois-Chaville '80, GP d’Antibes e Freccia Vallone '81, G.P. Merckx '82 e 4 tappe al Tour de France.


1982 - Jean-Luc Vandenbroucke (Belgio)



Nato a Mouscron il 31 maggio 1955, professionista dal 1976 al 1988 con 78 successi su strada. Anche per lo zio dell’attuale Vandenbrouke, ovvero Frank, si può parlare di una certa delusione dopo quello che aveva fatto vedere fino ai dilettanti compresi: 224 successi. Da professionista s’è ritagliato una lunga carriera, con delle belle vittorie alcune bellissime, ma non è riuscito a salire nell’olimpo al quale pareva destinato. Gran passista, in possesso di uno stile stupendo e…grande esordio nella massima categoria: fu l’unico a tenere fino a 200 metri dal traguardo, la ruota di Eddy Merckx nel suo canto del cigno, alla Milano Sanremo ’76. Poi si scoprì che Jean Luc aveva qualche anfetamina di troppo…. Fra i suoi successi vanno segnalati: il Gp Fourmies ’76-’77-‘79, il Gran Premio d'Autunno '82, 'Etoile des Espoirs '76, '77, '82, Giro dell'Indre et Loire '80, Quattro Giorni di Dunkerque '80, '85, Giro dell'Aude '86, G.P. delle Nazioni '80, Trofeo Baracchi '80 (con Fons De Wolf) e Gran Premio Merckx '83.


1983 – 1985 Ludo Peeters (Belgio)



Nato a Hoogstraeten il 9 agosto 1953, professionista dal 1974 al 1990. Con lui si incontra un corridore solido, di ottime qualità, regolare e con una grande capacità di fungere da cinghia di squadra. Ludo è da considerarsi a tutti gli effetti un passo obbligato della storia del ciclismo degli anni ’80, non solo per le 83 corse vinte, ma per quelle che ha fatto vincere ai compagni. Un inchino doveroso ed un approfondimento ben diverso da queste poche righe li meriterebbe e non è detto che non accada in futuro. Un uomo di valore, anche fuori dalle strade. I suoi successi principali: Parigi-Bruxelles '77 e '79, Gran Premio della Schelda '80, l'Henninger Turm '82 e '83, il Gran Premio d'Autunno '83, '85, il Campionato di Zurigo '85, il Tour de l’Aude e il G.P. di Midi Libre ’77, Giro del Lussemburgo '78, il Giro del Belgio '85 e, per finire, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne '87. A ciò ha aggiunto decine di semiclassiche e tappe dei vari Giri in cui ha preso il via.


1984 - Seán Kelly (Irlanda)



Nato a Carrick on Suir il 24 maggio 1956, professionista dal 1977 al 1994. Le vittorie di questo irlandese, da definirsi passista veloce, sono solo tre in meno di Saronni (192 totali) ma la sua carriera, s’è consumata con una longevità ed un equilibrio ben diversi. Corridore dato per vincente sin dagli inizi, parve ad un certo punto condannato ad accontentarsi di traguardi di secondo piano. Poi, nel 1983 la svolta proprio col suo primo successo al Giro di Lombardia. Per Sean quella vittoria fu come rompere il ghiaccio anche se il suo palmares era gia denso di decine e decine di traguardi. La “Classica delle foglie morte” aprì così la sua lunga stagione di cacciatore di classiche. Nel 1984 vinse la Parigi-Roubaix, la Liegi-Bastogne-Liegi e il Gran Premio d'Autunno, nell’85 di nuovo il Giro di Lombardia, indi la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix nell'86 e piazzamenti d'onore in quasi tutte le altre. Nel 1988 trionfò nella Gand Wevelgem e nel 1989 nella Liegi-Bastogne-Liegi, indi ancora il Giro di Lombardia nel 1991 e la Milano Sanremo nel 1992. Adattissimo per le corse a tappe di media durata, si specializzò nella Parigi-Nizza, che vinse sei volte dall'82 ininterrottamente sino all'88. S'è poi imposto nel Giro della Svizzera nel 1983 e nel ‘90, indi nella Tre Giorni di La Panne '80, nel Criterium della Strada '84 e '87, nel Giro dei Paesi Baschi '84, '86, '87, nel Giro della Catalogna '84 e '86 e nel Giro d'Irlanda '85, '86, '87. Ma il suo successo principe nelle corse a tappe, fu colto alla Vuelta di Spagna nel 1988. Anche sul finire della carriera, continuò dunque a vincere gare di grande qualità, risultando competitivo fino all’ultimo giorno di corsa. E’ stato il primo numero uno del Ranking UCI e se proprio vogliamo trovare punti amari nella sua splendida carriera, possiamo annotare il Tour de France, dove non fu mai tangibile e la mancanza di una maglia iridata, dove tra l’altro corse senza mai una squadra. Ciononostante, salì due volte sul terzo gradino del podio: a Goodwood nel 982 e a Chambery nell’89. Un grande.

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  postato il 21/10/2007 alle 14:20
1986 - Phil Anderson (Australia)



Nato a Londra (GB) il 12 marzo 1958, professionista dal 1980 al 1994 con 92 vittorie. Uno dei più forti corridori su strada della storia del ciclismo australiano, ma non il più forte come qualcuno ha scritto e detto. Tecnicamente completo, ma spesso scriteriato nelle condotte di gara, s’è costruito un ottimo palmares, ma è doveroso credere a ben altre risultanze, se non avesse lasciato su strada tante energie. La sua solidità e la sua abnegazione di primissima nota, potevano giungere ad altro. Certo è che Phil, “Il Canguro” come veniva definito, è stato spettacolare e, di conseguenza, popolare per la generosità agonistica che metteva in campo, ma ciò non deve deviare la disamina della sua carriera. Tra l’altro, e questo è un suo specifico grande merito, ha saputo superare una grave malattia, ritornando forte e tangibile, ed è riuscito nel suo anno migliore, il 1985, a raggiungere un ruolino di punti da farne il numero uno. Fra i suoi primati, l’esser stato il primo australiano ad aver indossato la maglia gialla. Nel suo palmares alcune prove di Coppa del Mondo come l’Amstel Gold Race ’83, il Campionato di Zurigo, l’Henninger Turm di Francoforte, ’84 e ‘85, ed anche corse a tappe di valore come Giro di Svizzera, il Giro del Delfinato, la Settimana Catalana, il Giro del Mediterraneo, tutte colte nel suo stellare 1985, il “Mediterraneo” lo vinse anche nel ’92, il Giro di Romandia ’89, il Tour di Bretagna ’91 e ‘93, il Tour de l’Aude ’81 e il Tour d’Irlanda ’92 e il Tour di Svezia ‘93. Dopo aver superato la malattia, seppe vincere a fine ’86 il G.P. d’Autunno (Blois-Chaville), forse la sua vittoria più bella per blasone e significati. Tra gli altri successi di peso, la comunque prestigiose semiclassica G.P. E3 Harelbeke ’85, la Milano Torino ’87, G.P. d'Isbergues ’92, G.P. Impanis ’93.



1987 - Adrie van der Poel (Paesi Bassi)



Nato a Hoogerheide il 17 giugno 1959, professionista dal 1981 al 2000 con 102 vittorie su strada. Questo è un corridore verso il quale bisogna inchinarsi, per due motivi: ha saputo lavorare per mantenersi ai vertici, pur non avendo come passista le doti dei grandissimi passisti, e, come ruota veloce, il rush che consente di avere una riserva inesauribile di possibilità. Eppure, Van der Poel s’è fatto gran corridore su strada e, per finire, la sua capacità di testimoniarsi sul mezzo bicicletta, gli ha donato un altro capitolo grandioso, eleggendolo a formidabile ciclocrossista. Questi sono fattori di classe, certo ricercata, studiata con la fatica, messa assieme con l’intelligenza, ma si tratta di classe, anche perché pedalava molto bene, e ci si deve inchinare. Qualcuno, visti gli inizi più che ottimi fra i prof, pensava ad un predestinato, in realtà non poteva essere così, proprio perché lui doveva lavorare e se si concedeva qualche libertà d’attenzione, anche il rendimento calava. In altre parole, quei qualcuno han speso parole di troppo circa una mezza delusione, ma sbagliano, così come sono in errore quando sostengono che nelle corse a tappe, non abbia mai raggiunto la maturità per rimanere concentrato, quando la realtà si muoveva su un recupero non eccellente: in altri termini non aveva il motore superiore dei grandi corridori da GT. Per questi motivi, Adrie, è per me il corridore colpevolmente più sottostimato dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Meritava attenzioni e studi, invece è passato con troppa sufficienza d’osservazione e nemmeno le prodezze che ha compiuto, sono riuscite a far riflettere. Dal suo palmares che, personalmente, vedo straordinario, emergono: il Campionato di Zurigo '82, il Gran Premio Scherens e il Gran Premio di Putte Kapellen '83; Draai Van de Kaai - Roosendaal ’84; il Gran Premio di Cannes, la Freccia del Brabante, G.P. d'Isbergues, G.P. della Schelda, Clasica di San Sebastian, Parigi-Bruxelles nel 1985; Giro delle Fiandre, G.P. Putte Kapellen nell’86, Campionato d'Olanda, G.P, d'Argovia a Gippingen, G.P.Fourmies, G.P. d'Autunno (Creteil-Chaville), Giro del Piemonte e, per la terza volta, il G.P. Putte Kapellen nel 1987; Etoile de Bessèges, Herald Sun Tour, Liegi-Bastogne-Liegi nell’88; Amstel Gold Race e, per la seconda volta, il G.P. d'Argovia a Gippingen, nel 1990; indi, Hengelo - Nacht van Hengelo ’92, Ronde van Made ’93, Zomergem-Adinkerke ’94, Beveren-Waas ’95. A questo lungo elenco, vanno aggiunte tappe in tutte le più grandi manifestazioni di tal tipo, esclusa la Vuelta. Numerosi pure i piazzamenti d'onore nelle maggiori classiche: a cominciare dal secondo posto nel Campionato del mondo '83 alle spalle di Lemond.
Altra carriera di gran pregio, come detto, nel ciclocross, dove fu Campione del mondo nel 1996, e, nel ’97, gli riuscì la straordinaria impresa di vincere Coppa del Mondo e Superprestige.



1988 - Peter Pieters (Paesi Bassi)



Nato a Zwanenburg il 2 febbraio 1962, professionista dal 1984 al 1996, con 32 vittorie su strada. Un pistard che s’è trasformato in ottimo stradista, più per necessità, che per vocazione. Su strada, alle vittorie non numerose, ma di buona qualità, parlano per lui i piazzamenti e la generosità con la quale ha assistito i compagni, mentre su pista, la sua qualità ha avuto modo di emergere un po’ di più, anche se alla fine, non avendovi potuto correre come avrebbe voluto, resta l’incognita su ciò che s’è giocato.
Da dilettante è stato cinque volte Campione d’Olanda su pista in varie specialità ed una volta Campione olandese su strada. Da professionista, sui velodromi, è stato Campione Europeo dell’Omnium nel ’95 e otto volte Campione del suo paese, vincendo pure la Sei Giorni di Brema. Su strada, la sua tangibilità s’è vista con le vittorie nel Giro delle Fiandre Orientali ’84, nella Parigi Tours, nel Campionato d’Olanda e nel Giro del Friesland ‘88, nel GP Liberation ’89, nella Grote 1-Mei Prijs ’93 e nella Ronde van de Haarlemmermeer ‘96. Uno dei tanti dunque troppo frettolosamente dimenticati.

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  postato il 21/10/2007 alle 17:34
1989 - Jelle Nijdam (Paesi Bassi)



Nato a Zundert il 16 agosto 1963, professionista dal 1984 al 1996 con 102 vittorie. Uno dei pochi casi del ciclismo e nello sport, dove il figlio è stato nel complesso superiore al padre. Figlio d’arte dunque: il padre Henk era stato iridato nell’inseguimento nel 1962, ed aveva comunque lasciato una traccia nelle prove contro il tempo. Jelle, ha ereditato dal genitore le doti sul passo ed una certa esplosività in quelle di breve durata, ma ha aggiunto capacità velocistiche più continue, un colpo d’occhio notevole, ed un senso dell’anticipo, che lo han fatto tangibile anche come ruota veloce e finisseur. Le sue vittorie sono spesso state spettacolari e la carriera di questi biondo e compatto atleta di Zundert è da considerarsi ottima. In successione i suoi principali successi: G.P. Impanis e Giro di Lussemburgo nel 1985, G.P. Maastricht nel 1986, l’Attraverso il Belgio e il Tout de l’Oise nel 1987, l’Amstel Gold Race nell’88, G.P. Strombeek-Bever, Parigi Tours e Parigi Bruxelles nell’89, Giro d’Olanda e Gouden Pijl - Emmen nel ’90, Tre Giorni di La Panne nel ’91, Ronde van Pijnacker, Giro d’Olanda e G.P. Eddy Merckx, nel ’92, G.P. Steenwijk nel ’93, i Campionati delle Fiandre ’94, Tour de l’Oise, Giro d’Olanda e Attraverso il Belgio ’95, Delta Ronde Van Midden Zeeland e Ronde van Pijnacker ’96. A questi successi, ha aggiunto sei tappe al Tour de France dove è stato anche maglia gialla, e tappe nelle altre manifestazioni a frazioni a cui ha preso parte escluso il Giro d’Italia. Ha chiuso la carriera quando ancora poteva essere vincente, ed anche questo gli fa onore. Un gran bel corridore.



1990 - Rolf Soerensen (Danimarca)



Nato a Copenaghen il 20 aprile 1965, professionista dal 1986 al 2002 con 48 vittorie su strada. Precoce, stilisticamente molto bello, ottimo finisseur, ed un palmares che non gli rende completamente onore, anche se è da considerarsi di ottimo livello. L’incostanza sulle grandi salite gli ha precluso possibilità nei GT, ma nelle gare di un giorno s’è fatto valere e, col tempo, per vittorie e piazzamenti nelle classiche, ha raggiunto il livello di un riferimento per l’osservatorio. Insomma il danese toscano, vale un posto fra i corridori d’evidenza degli ultimi venti anni. In successione i suoi principali successi: Tirreno-Adriatico e G.P. Cerami nel 1987, G.P. di Camaiore ’88, Coppa Bernocchi, Giro dell’Etna e Trofeo Pantalica ’89, Trofeo Laigueglia e Parigi Tours ’90, Torreno Adriatico e Parigi Bruxelles ’92, Milano-Torino, Coppa Bernocchi, Liegi-Bastogne-Liegi, Henninger Turm Francoforte e Giro di Romandia ‘93, Trofeo Laigueglia, Parigi Bruxelles e Trofeo Matteotti ’94, Giro d’Olanda e Kuurne-Bruxelles-Kuurne ’96, Tirreno Adriatico e Giro delle Fiandre ’97, Giro d’Olanda ’98. A questo ruolino sono da aggiungere tappe nei più importanti GT (Vuelta esclusa), ed in quelli di qualche giorno.



1991 - Johan Capiot (Belgio)



Nato a Rijkhoven il 12 aprile 1964, professionista dal 1986 al 2000 con 55 vittorie su strada. Potremmo chiamarlo l’amico del Brabante, visti i suoi ripetuti successi su quella terra. Capiot era un corridore veloce, temibile, ma amava la linearità di gara e pagava alla lunga gli sbalzi di ritmo delle classicissime. Sbalzi che molto spesso si chiamavano asperità, muri, cote. Oddio, non è che non riuscisse a digerirle, ma non come avrebbe voluto il suo sprint, per emergere come voleva. Una carriera dunque densa di pochi grandi traguardi, ma tanti medi, proprio come era il Johan Capiot corridore. In successione i suoi principali successi: GP André Defoort, Beveren-Waas e G.P. Alberic Scotte nel 1986, Veenendaal-Veenendaal nell ’87, Freccia del Brabante ’88, Freccia del Brabante ’89, Het Volk, Hengelo - Nacht van Hengelo ’90, Paris-Tours ’91, Het Volk e Freccia del Brabante ’92, Flèche de Liederkerke’93, G.P. Samyn e Clasica de Almeria ’94, G.P. Samyn ’95, Attraverso il Morbihan, Heusden-Destelbergen e Tienen-Bost '96, G.P. Wanzele '98.

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  postato il 21/10/2007 alle 21:44
1992 - Hendrik Redant (Belgio)



Nato a Ninove l’1 novembre 1962, professionista dal 1987 al 1997 con 41 vittorie su strada. Un buon corridore, frenato dalla sua tendenza ad ingrassare e da qualche caduta di troppo. In altre parole, valeva un tantino di più di quel che di buono abbiamo visto. Un più che discreto palmares (la Tours è la stella), ed una sostanzialità che s’è vista anche attraverso l’aiuto ai compagni quando ve ne è stato bisogno. In successione i suoi principali successi: Omloop van het Houtland - Lichtervelde ’87, Kuurne-Bruxelles-Kuurne ’88 e ’90, Bruxelles-Ingooigem ’89, G.P. Samyn ’89 e ’90, Tour de l’Oise ’90, Campionati delle Fiandre ’90, Omloop der Vlaamse Ardennen - Ichtegem ’91, G.P. Jef Scherens, Japan Cup e Parigi Tours ’92, G.P. Alberic Scotte ’94, G.P. Wanzele ’97.


1993 - Johan Museeuw (Belgio)



Nato a Varsenare il 13 ottobre 1965, professionista dal 1988 al 2004, con 102 vittorie su strada. L’ultimo grande cacciatore di classiche belga con una particolare predisposizione verso quelle sul pavé.
Corridore veloce, ma non velocissimo, resistente e capace di svolgere l’acuto sempre nei tempi giusti. Per la sua capacità di concepirsi negli appuntamenti che lo interessavano, un fuoriclasse. A livello assoluto, un corridore che nelle graduatorie merita un posto di rilievo, pur non avendo fatto mai vedere se stesso nella stagione calda; nel freddo però, era un super. Di lui si ricorderanno gli affondi che l’hanno lanciato verso autentiche imprese e... quel trapianto di capelli per nascondere l’incipiente calvizie, che gli rende un primato fra i ciclisti.
Sono 11 le prove di Coppa del Mondo che ha vinto e, se ben guardiamo, sono quasi tutte classiche monumento: tre Giri delle Fiandre (1993, ’95, ’98), tre Parigi-Roubaix (’96, 2000, 2002), due Campionati di Zurigo (’91 e ’95), una Parigi-Tours (’93), una Amstel Gold Race (’94) e una Cyclassics di Ambrurgo (2002). La Coppa del Mondo l’ha premiato due volte ('95 e '96) e l’iride è finito nel suo palmares, quando in pochi, per non dire nessuno, lo credeva capace di uscire vincente da quel duro circuito: Lugano ’96. Nell’occasione, seppe tenere benissimo la Crespera resa celebre dagli affondi arcobaleno di Fausto Coppi e, con irrisoria facilità, dispose dello svizzero Gianetti, nello sprint decisivo a due. Nelle corse a tappe ha fatto vedere di essere Musseuw solo al Tour, dove comunque il suo bottino si limita a due tappe, ed a 5 giorni in maglia gialla.
Chiamato il “Leone del pavé”, deve il suo nomignolo al fatto di aver vinto, come nessuno, un numero di classiche (Fiandre e Roubaix) su quel terreno: sei. Tutti gli altri, Van Looy, Merckx e De Vlaeminck si sono fermati a cinque. Altri successi importanti raccolti da Museeuw sono in ordine cronologico: G.P. Alberic Scotte ’88 e ‘99, Campionati delle Fiandre ’91 e ‘95, G.P. E3 Harelbeke ’92 e ‘98, Campionato Belga su strada ’92, Hengelo - Nacht van Hengelo ‘93, Kuurne-Bruxelles-Kuurne ’94 e ‘97, 4 Jours de Dunkerque ‘95, Freccia del Brabante ’96-’98-2000, Tre giorni di la Panne ‘97, Het Volk 2000 e ’03.


1994 – 2003 – 2005 Erik Zabel (Germania)



Nato a Berlino il 7 luglio 1970, professionista dal 1992. Essendo ancora in attività, nessun commento. Questo il suo principale palmares:
1994
Parigi-Tours
1995
Tour de France: 2 tappe (Dunkerque-Charleroi e Pau-Bordeaux)
1996
Tour de France: 2 tappe (Torino-Gap e Wasquehal-Nogent-sur-Oise), maglia verde
1997
Milano-Sanremo
Tour de France:3 tappe (Vire - Plumelec ; Marennes - Bordeaux ; Sauternes - Pau),maglia verde
1998
Milano-Sanremo
Campionato nazionale tedesco
Tour de France: maglia verde
1999
Rund um den Henninger Turm
Tour de France: maglia verde
2000
Milano-Sanremo
Amstel Gold Race
Tour de France: 1 tappa (Belfort - Troyes), maglia verde
2001
Milano-Sanremo
Tour de France: 3 tappe, maglia verde
Vuelta a España: 3 tappe
Numero 1 nel ranking UCI
2002
Tour de France: 1 tappa
Vuelta a España: miglior velocista
Rund um den Henninger Turm
Numero 1 nel ranking UCI
2003
Campionato nazionale tedesco
Vuelta a España: 2 tappe, miglior velocista
2004
Vuelta a España: miglior velocista
Medaglia d'argento al Mondiale di Verona
2005
Rund um den Henninger Turm
Parigi-Tours
2006
Vuelta a España: 2 tappe
Medaglia d' argento al Mondiale di Salisburgo



1995 – 1996 Nicola Minali (Italia)



Nato ad Isola della Scala il 10 novembre 1969, professionista dal 1993 al 2002 con una trentina di successi su strada. Classico velocista da gruppo, con la particolarità di possedere una sprint non esageratamente lungo, ed ultimi cento metri al fulmicotone. Una lama di rimonta, insomma. Per un lustro, è stato tranquillamente nel poker di ruote più veloci del circuito professionistico, ed il suo palmares lo dimostra compiutamente, attraverso quelle tappe che sono la quintessenza del suo ruolino. La doppietta alla Parigi Tours nel ’95 e ’96, resta la stella principale della sua carriera. Nel suo tratto un dato comunque raro: è uno dei pochi velocisti che ha saputo vincere più volte tappe nei principali GT: due nel Giro d'Italia (1995 e 1998), tre al Tour de France (1994 e 1997) e ben sette alla Vuelta di Spagna (1995 e 1996). E, sempre di tappe, è pieno il resto del suo curriculum ciclistico: ne ha vinte alla Tirreno-Adriatico, al Giro della Puglia, alla Settimana Catalana, al Giro di Romandia, alla 4 Giorni di Dunkerque, alla Vuelta di Burgos, alla Vuelta della Comunità Valenciana, alla 3 Giorni di La Panne e al Tour of Rhodes. Unica sua vittoria di nota, extra gare a tappe, oltre alle due Tours, il Giro della Provincia di Siracusa ’98.


1997 - Andrei Tchmil (Ucraina)



Nato a Khabarovsk il 22 gennaio 1963, professionista dal 1989 al 2002 con una quarantina di vittorie. Quando si costituì l’Alfa Lum di San Marino, prima squadra interamente composta da ex dilettanti sovietici, Andrei Tchmil era considerato uno dei più scarsi e con meno passato. Invece, è diventato il più forte di quella generazione, ed è l’unico ad avere fra gli ex sovietici, un palmares nelle classiche da fare invidia. Che poi abbia cambiato ben cinque volte passaporto: Sovietico, Russo, Ucraino, Moldavo, Belga, poco importa, nel linguaggio ciclistico lui è il finisseur Andrei Tchmil!
Nel suo palmarès sono finite varie classiche monumento (quasi tutte vinte con colpi di mano): la Parigi-Roubaix ’94, la Parigi-Tours nel 1997, la Milano-Sanremo nel 1999, il Giro delle Fiandre 2000. Ha poi vinto anche la classifica generale della Coppa del Mondo nel 1999.
Tra gli altri successi di prestigio annovera: G.P. Cerami, Paris-Bourges e i Campionato sovietici su strada nel ‘91, Campionatio delle Fiandre Orientali, ’92, G.P. E3 Harelbeke ’94 e 2001, G.P. Ouest France – Plouay ’94, Tour du Limousin e Paris-Camembert ’95, Veenendaal-Veenendaal ’96, Attraverso il Belgio ’97, Kuurne-Bruxelles-Kuurne ’98 e 2000, Trofeo Luis Puig ’98, Coppa Sabatini 2000, G.P. Beghelli 2001.
Tchmil, si è ritirato dalle competizioni nel 2002, a 39 anni. Una caduta alla Tre Giorni di La Panne, vista l’età e le difficoltà nel recupero, lo spinse ad abbandonare.
Dopo una breve esperienza sull’ammiraglia è oggi Ministro dello sport della Repubblica Moldava.


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  postato il 22/10/2007 alle 10:13
1998 - Jacky Durand (Francia)



Nato a Laval il 10 febbraio 1967, professionista dal 1990 al 2004 con 35 vittorie su strada. Un corridore battagliero, buono sul passo, ottimo in caso di sprint a ranghi ristrettissimi, nonché vero salvatore dell’onore francese, per aver tolto il ciclismo transalpino dall’impaccio di tabù umilianti. Certo, perché Jacky Durand, cavallo un po’ pazzo che si compiaceva di esserlo, riuscì nell’impresa di vincere il Giro delle Fiandre, nel ’92, trentasei anni dopo l’ultimo galletto, Jean Forestier. Ancora più bravo nel ‘98, quando, quarantadue anni dopo Albert Bouvet, riuscì a trionfare nella Parigi Tours. Con questi primati, era fin troppo naturale la sua popolarità in terra transalpina. Come atleta, diciamolo, è stato solo un buon corridore, non certamente un campione, ma il fatto di esser stato capace di inventarsi dei numeri, rende la sua carriera migliore e, come detto, relativamente alla Francia, indimenticabile. Nel suo palmares ci sono pure due vittorie ai Campionati Francesi su strada ’93 e ‘94, il G.P. d'Isbergues ‘91, la Bordeaux-Cauderan ‘93, Ronde Aix-en-Provence ‘99 e tappe al Tour de France (3, dove è stato anche maglia gialla), al Giro di Lussemburgo, del Delfinato e alla Parigi Nizza.


1999 - Marc Wauters (Belgio)



Nato ad Hasselt il 23 febbraio 1969 professionista dal 1991 al 2006 con una trentina di vittorie su strada. Atleta dotato di passo, ottimo a cronometro, divenuto spalla proprio per queste sue doti che marcò fin da ragazzino (fu infatti campione belga degli allievi a cronometro). La Parigi Tours ‘99 è la stella della sua dignitosa carriera. Nel suo palmares troviamo inoltre: Il Giro del Limburgo ’94, il G.P. Zottegem ’94, il Giro del Lussemburgo ‘96, il G.P. Eddy Merckx ’99 e 2001, il Prudential Tour ’99, Internationale Rheinland-Pfalz Rundfahrt ’99 e 2000, il Memorial Joseph Voegeli 2000 e una tappa del Tour de France nel 2001, dove, per un giorno, vestì la maglia gialla.


2000 - Andrea Tafi (Italia)



Nato a Fucecchio il 7 maggio 1966, professionista dal 1989 al 2005. “Tafone” o “il Gladiatore” come veniva chiamato, è stato professionista dal 1989 al 2005, ottenendo trenta vittorie, tra le quali cinque prove dell'ex Coppa del Mondo: Giro di Lombardia nel 1996, Rochester Classic nel 1997, Parigi-Roubaix nel 1999 (la corsa che più di tutte lo ha entusiasmato), Parigi-Tours nel 2000 e Giro delle Fiandre nel 2002. Altri importanti bersagli: il Giro del Lazio nel 1991, la Parigi-Bruxelles nel 1996, la Coppa Sabatini nel 1997, il Campionato italiano su strada e la Coppa Agostoni nel 1998, il Giro del Piemonte nel 1999. Dotato di mezzi fisici da passista adatto a far da treno per i velocisti, ha saputo crescere pian piano, fino a trovare, sulla soglia dei 30 anni, la via dei vertici. Un campione? Coi metri di oggi sicuramente, in assoluto, non saprei.


2001 - Richard Virenque (Francia)



Nato il 19 novembre 1969 a Casablanca, in Marocco. Professionista dal 1991 al 2004 ha ottenuto complessivamente 45 vittorie. Passerà alla storia per le sette maglie a pois di miglior scalatore al Tour de France (1994, 1995, 1996, 1997, 1999, 2003 e 2004), che è il record assoluto, ma considerarlo uno dei primi dieci scalatori di tutti i tempi, fa sorridere. Bravo nel cercare di battagliare al meglio ed anticipare chi andava più forte di lui in salita, con attacchi da lontano, ed è solo qui, che è stato di nota e di peso. Per il resto dopo una squalifica di sette mesi per il suo coinvolgimento nell’affaire Festina (la sua equipe storica), è stato bravo a riciclarsi, cambiando prospettiva, fino a divenire atleta tangibile e non solo il velleitario che voleva superare i per lui insuperabili in condizioni normali, Indurain, Ullrich e Pantani: dai quali lo divedeva una montagna di classe. Era uno da podio in un GT, non un vincente: non faceva buchi in montagna, era solo un discreto cronoman, mentre il pezzo tecnicamente migliore del suo repertorio, era la discesa.
La sua vittoria nella “impossibile” Parigi Tours 2001, grazie ad una azione delle sue al Tour, ed una tenuta degna di un finisseur nonostante i 190 chilometri di fuga, lo elegge come uno dei più tenaci corridori dell’epoca moderna del ciclismo. Quella vittoria, per me, vale quanto le sette maglie a pois. Nel suo palmares, spiccano sette tappe del Tour de France (maglia gialla per due giorni quando non era temuto da nessuno), una al Giro d'Italia ’99, la Chateau-Chinon ’96, il Giro del Piemonte ’96, la Ronde Aix-en-Provence ’98 e 2004, la Castillon la Bataille 2004. Un corridore dunque di evidenza, un campione di tenacia, uno che ha fatto bene al ciclismo, ma non lo scalatore che merita di stare davanti, per magliette divenute col tempo sempre meno significative, a grimpeur come Pantani, Gaul, Bahamontes, Fuente, Julio Jimenez, Van Impe, Herrera, Massignan, solo per citare i più famosi e recenti.



2002 - Jakob Storm Piil (Danimarca)



Nato ad Odense il 9 marzo 1973, professionista dal 1997. Essendo ancora in attività, nessun commento. Questo il suo principale palmares:

2006
1a tappa Settimana Ciclistica Coppi e Bartali

2003
Tour de France - Tappa n°10
CSC Classic
First Union Invitational

2002
Paris-Tours
Post Danmark Rundt
Post Danmark Rundt - Tappa n°1
Course de la Paix - Tappa n°5

2001
G.P. Herning Gade
Road National Championships - Denmark
Course de la Paix
Course de la Paix - Tappa n°7
Course de la Paix - Tappa n°3
G.P. d'Ouverture la Marseillaise

1999
First Union Invitational
Tour of Sweden - Postgirot Open
First Union USPRO Championships


Morris

continua.....

 

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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 22/10/2007 alle 17:24
2004 - Erik Dekker (Paesi Bassi)



Nato a Hoogevenen, 21 agosto 1970, professionista dal settembre 1992 fino al 2006, con 65 vittorie. Non posso dimenticare la sua Medaglia d’Argento alle Olimpiadi di Barcellona, perché quella fu la giornata dell’Oro di Fabio Casartelli, un ragazzo che era di casa per me, visto che sua moglie Annalisa, è di Forlì. Quel giorno, Fabio, dette un segno di classe purissima, ma dietro di lui, sia Erik, che il lettone Ozols, che con lo stesso Casartelli avevano inciso la corsa, alzarono le braccia per salutare come vittoria le loro medaglie. Era il successo di quelli che si piegano con onore all’atleta più forte, di chi sa di aver dato tutto e che saluta un principe. Quell’arrivo, e quelle tre coppie di braccia alzate, non le ho viste più e quando Erik Dekker, da professionista, si mostrava ottimo corridore, non potevo non ripensare a quella giornata che vissi sulle note, costantemente ripetute in cuffia, di un significativo “The One” di Elton John.
L’olandese, dunque, pur non giungendo ad una carriera leggendaria, è stato un ottimo interprete delle corse di un giorno, anche nell’elite. A parlare per lui, il suo curriculum e quelle doti che, quando giungevano al top, potevano essere pericolose per chiunque. Ciclisticamente, un passista veloce, con una capacità da finisseur non sempre provata come poteva, nonché cronoman di nota. Dekker, ha lasciato la sua bella traccia insomma, ed oggi, che non corre più, ci resta una punta di nostalgia per quel ruolo di improvviso protagonista che, ogni tanto, sapeva recitare.
Nel suo palmares si trova un po’ di tutto: dalle tappe del Tour de France, alle maglie di Campione d’Olanda, a quelle classiche che sanno impreziosire con un singolo acuto la carriera di un corridore, a quella Coppa del Mondo sempre vessillo di regolarità e completezza, fino alla vittoria nelle brevi corse a frazioni. Chiusa la carriera a fine 2006, è salito sull’ammiraglia della sua ultima squadra, la Rabobank.
Vista il recente abbandono, questo è il curriculum completo di Erik Dekker:

1994 (6): tappa di Mondragon al Giro dei Paesi Baschi; cronoprologo di Hisinge, una tappa a cronometro e classifica finale del Giro di Svezia; criterium di Surhuisterven; criterium di Zee;

1995(6): Giro di Colonia; cronoprologo, una tappa a cronometro e classifica finale del Giro di Svezia; criterium di Sweikhuizen; GP Scherens a Louvain;

1996 (4): Seraing - Aix - Seraing; campionato nazionale olandese a cronometro individuale; cronoprologo al Regio Tour; criterium di Almelo;

1997 (4): GP Klauterkoers; tappa di Denekamp e classifica finale del Giro d'Olanda; criterium di Stiphout;

1999 (4): GP Eddy Merckx (cronocoppie con Chris Boardman); due tappe al Giro di Renania; Criterium di Hengelo;

2000 (14): tappa a cronometro di Varganda e tappa di Eskilstuna al Giro di Svezia; tappe di Villeneuve sur Lot, Revel e Losanna al Tour de France; Classica di San Sebastian (CDM); Memorial Vogeli (cronocoppie con Marc Wauters); cronoprologo e classifica finale del Giro d'Olanda; campionato nazionale a cronometro; Criterium di Boxmeer, Heerlen, Emmen e Bavikhove;

2001 (11): classifica finale della Ruta del Sol; tappa e classifica finale alla Esperons d'Or; Amstel Gold Race (CDM); tappa di Pontarlier al Tour de France; tappa di Landgraaf al Giro d'Olanda; una tappa e classifica finale al Giro di Renania; GP Eddy Merckx (cronocoppie con Marc Wauters); criterium di Surhuisterven; classifica finale della Coppa del Mondo;

2002 (8): tappa di Magalluf al Challenge Maiorca; tappa di Granada alla Ruta del Sol; una tappa e classifica finale alla Due Giorni Sparoni d'Oro (Belgio); tappa a cronometro di Rieti e classifica finale della Tirreno-Adriatico; campionato nazionale a cronometro; criterium di Chaam;

2003 (1): classifica finale del GP Erik Breukink (Olanda);

2004 (5): una tappa e classifica finale del Giro d'Olanda; Ronde Van Drenthe; campionato nazionale in linea; Parigi-Tours (CDM);

2006 (2): tappa di Charleville-Mézières al Criterium International; tappa a cronometro di Schimmert alla Ster Elektrotoer.



2006 - Frederic Guesdon (Francia)



Nato a Saint Méen le Grand il 14 ottobre 1971, professionista dal 1995 con 10 vittorie. Ha chiuso ieri l’attività, perciò provo a dare un giudizio sintetico di Frederic, un ragazzone alto 1,85 x 73kg. Che dire? Se per raggiungere due vittorie in classiche monumento, come Parigi Roubaix ’97 e Parigi Tours ‘2006, servono solo dieci vittorie complessive, Frederic è un asso…. Diciamo che ha messo a frutto due giornate di grazia, in cui ha potuto esibire appieno il suo spunto veloce e la solidità del suo fisico, su finali non certo molto comuni per le classiche citate. Per il resto, Guesdon, è stato un semi-anonimo nemmeno troppo impegnato a fare il gregario di qualcuno. Una di quelle carriere, insomma, che faranno discutere a lungo e che non mi piace commentare… in “quel senso” che troppi si aspettano. Mi limito a dire che Frederic, è stato un corridore che meglio di altri ha saputo cogliere quei particolari momenti, dove la componente fortuna, che c’è sempre nella vita checché ne dica qualcuno, può giocare un ruolo un poco superiore. Certamente, uno come lui, è stata manna per un ciclismo francese che, dopo Hinault, ha potuto giocare solo la certa grandezza di Jalabert, la bella, ma poco tradotta, pedalata di Bernard, e quelle carte di giornata o di breve segmento, categoria di cui fa parte, a pieno titolo, Guesdon. Il suo curriculum è questo:

1997
Paris-Roubaix
Classic Haribo
1 étape du Tour du Limousin
Criterium Lamballe

1999
1 étape du Tour de l'Ain

2000
1 étape du Critérium du Dauphiné Libéré
1 étape du Tour di Lucca

2006
Paris-Tours
1 étape de la Tropicale Amissa Bongo

2007
Tropicale Amissa Bongo au Gabon



2007 – Alessandro Petacchi (Italia)



Nato a La Spezia il 3 gennaio 1974, professionista dal 1996. Essendo ancora in attività, nessun commento. Questo il suo palmares:

1998
1 tappa al Giro della Malesia

2000
Classifica finale al Giro della Provincia di Lucca
2 tappe al Giro del Lussemburgo
2 tappe alla Vuelta a España

2001
1 tappa al Giro di Polonia

2002
3 tappe alla Vuelta Valenciana
1 tappa al Giro del Mediterraneo
2 tappe alla Parigi-Nizza
3 tappe alla Settimana internazionale di Coppi e Bartali
1 tappa al Regio Tour
1 tappa alla Vuelta a España
1 tappa al Giro dei Paesi Bassi

2003
Trofeo Luis Puig
1 tappa alla Vuelta Valenciana
1 tappa alla Parigi-Nizza
3 tappe alla Vuelta d'Aragona
6 tappe al Giro d'Italia
4 tappe al Tour de France
2 tappe al Giro d'Olanda
5 tappe alla Vuelta a España

2004
9 tappe al Giro d'Italia, con 6 maglie rosa
3 tappe alla Tirreno-Adriatico
2 tappe al Giro della Provincia di Lucca
2 tappe alla Vuelta d'Aragona
1 tappa al Giro d'Olanda
4 tappe alla Vuelta a España

2005
GP Costa degli Etruschi
2 tappe alla Ruta del Sol
Trofeo Luis Puig
3 tappe e classifica finale della Vuelta Valenciana
3 tappe della Tirreno-Adriatico
Milano-Sanremo
2 tappe della Vuelta d'Aragona
Criterium del Levante
2 tappe del Giro di Romandia
4 tappe al Giro d'Italia
5 tappe alla Vuelta a España

2006
GP Costa degli Etruschi
2 tappe alla Ruta del Sol
2 tappe alla Vuelta Valenciana
Giro della Provincia di Lucca
7a tappa Tirreno-Adriatico San Benedetto del Tronto
5 tappe e classifica finale del Giro di Bassa Sassonia

2007
GP Costa degli Etruschi
3 tappe e classifica finale della Vuelta Algarve
1 tappa alla Vuelta Valenciana
3 tappe e classifica finale al Giro di Bassa Sassonia
5 tappe al Giro d'Italia
2 tappe alla Vuelta a España
Parigi-Tours




L’obiettivo di questo lavoro fatto in gran fretta - senza rileggerlo come si doveva, prolungato per giorni dal tempo e dagli impegni, ma, soprattutto, dallo stato di un computer che sta giocando gli ultimi fuochi, una tastiera claudicante, ed un mouse ancora peggiore - era quello di ridare una luce diversa ad una classica del ciclismo che si tende sempre a sottostimare. Forse perché adatta ai velocisti, o a causa del suo cammino contorto, oppure ancora, per l’abitudine di rimanere sul solito del fatto agonistico.


Castello di Chambord

In ogni caso inquadrare questa corsa, donandole quello che dovrebbe essere il secondo e significativo nome, farne riscoprire le specificità paesaggistiche, il fascino storico che si porta presso come nessuna, nonché la gravità della disattenzione su questi aspetti negli organizzatori, sono tutte facce del piacere che ho provato in questo viaggio. Un itinerario certo faticoso per la rabbia proveniente dei miei problemi di strumento, ma pur sempre qualcosa che mi ha coinvolto e, seppur senza darlo a vedere, capace di farmi sognare. Le stesse note riservate ai protagonisti che hanno illuminato la Parigi Tours, l’occasione di narrarne quel propedeutico momento che accompagna uno sport di movimento, m’han dato l’opportunità di ricordare una fase della storia lontanissima dal mio corso quotidiano.


Castello di Cheverny

Ora, se anche una sola persona in più, inizierà a chiamare o pensare a questa corsa, come “La Classica dei Castelli della Loira”, il mio lavoro non sarà stato vano e vedrò il ricordo di un amico francese, con luce diversa. Già, perché a lui debbo l’input che mi ha fatto vedere questa prova in un’altra prospettiva, quando, in un pomeriggio caldissimo dell’agosto 2001, in cima al Voujany, stazione sciistica a sud dell’Alpe d’Huez, passando dai racconti sul calciatore Dominique Rocheteau, mi disse che uno come me, doveva amare la Tours, in quanto classica dai paesaggi più belli e significativi dell’intero ciclismo. Mi disse di visitare quei luoghi e di liberare la fantasia. Non sono stato conseguente, perché per un motivo o per l’altro, non ho ancora avuto l’occasione di giungere nei dintorni dei Castelli a margine della Loira, ma almeno queste righe hanno preparato al meglio, l’intenzione di un prossimo start. Chissà. Intanto lui, l’amico francese con nove Olimpiadi alle spalle, che veniva dalla ginnastica artistica, amava Pantanì e che non perdeva mai l’occasione di dirmi quanto mi fosse grato per avergli risvegliato l’amore verso l’atletica, sarà già pronto, da qualche parte, a dirmi: “Mauvice, sei pevdonato, anche se ci hai messo più di sei anni, ti sei deciso a dave alla mia tevva un po’ d’attenzione. Cevto sarebbe stato divevso se ci fosse stata qualche salita pev favla dipingeve da Pantani, ma quei Castelli, Mauvice, ne valgono la pena…”


Castello di Chaumont

Certo, caro amico, si sono solo trasformati i cavalli in uno strumento a motore umano, ma quel suono leggero del fruscio delle razze e degli attriti sul fondo ora liscio e scuro delle strade, richiama ugualmente, senza sfregiarle, quelle elevazioni imponenti che sono da sfondo di una meta, per secoli segno di particolari perchè e di tantissimo ingegno. Ridonano un lampo di luce da prendere al volo, guardandone poi la mano per leggere un libro. Proprio come facevamo noi, ad ogni nostro incontro…..


Tours - Cattedrale di Saint-Gatian


Qualche aforisma di un celebre di Tours…

“Credete a tutto ciò che sentite sul conto del mondo, nulla è troppo brutto per essere impossibile”.

“Da quando le società esistono, un governo, per forza di cose, è sempre stato un contratto d'assicurazione concluso fra i ricchi contro i poveri”.

“Dalla mollezza di una spugna bagnata fino alla durezza di una pietra pomice, ci sono infinite sfumature. Ecco l'uomo”.

“Una delle sventure delle persone molto intelligenti è di non poter fare a meno di capire tutto: i vizi non meno che le virtù”.

“La burocrazia è un meccanismo gigante mosso da pigmei”.

“L'amore è la poesia dei sensi. O è sublime o non c'è. Quando esiste, esiste per sempre e aumenta ogni volta di più”.

“Le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano, mentre le piccole ci restano impigliate”.

“Nessuno osa dire addio ad un'abitudine. Molti suicidi si non fermati sulla soglia della morte per il ricordo del caffè dove vanno tutte le sere a fare la loro partita a domino”.

“L’arte è natura concentrata”.
(Honorè De Balzac )


Chi non ricorda e non riesce a vedere, pur guardando, oltre la crosta, perde un’occasione per vivere….

Morris

 

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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 22/10/2007 alle 21:03


Sembrava uno spettacolo di diapositive

Ps: ignoravo che Durand avesse vinto a 25 anni un Fiandre...avrà fatto discutere parecchio, ma come ha fatto? Il Durand che ho conosciuto io lo vedevo meglio per una Roubaix...

 

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...E' il giudizio che c'indebolisce.

 
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Livello Fausto Coppi




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Registrato: Nov 2005

  postato il 22/10/2007 alle 21:41
Originariamente inviato da Subsonico



Sembrava uno spettacolo di diapositive

Ps: ignoravo che Durand avesse vinto a 25 anni un Fiandre...avrà fatto discutere parecchio, ma come ha fatto? Il Durand che ho conosciuto io lo vedevo meglio per una Roubaix...


lo ha vinto con una fuga bidone.
Scappò assieme ad uno svizzero che si chiamava Thomas Wegmuller, che era un passista di prim'ordine (non a caso vinse anche un GP delle Nazioni a cronometro) e che in fuga non si risparmiava mai.
Il gruppo gli lasciò una ventina di minuti, ma sbagliarono i loro calcoli e quando cominciarono a menare sul serio ormai era troppo tardi: nel finale Durand staccò l'esausto Wegmuller e si portò a casa il Fiandre.

Da notare che Wegmuller fu protagonista quasi allo stesso modo della Parigi-Roubaix 1988: qui la fuga bidone (molto più corta però) favorì il belga Dirk Demol che lo battè in volata.

 

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"L'uomo da battere è Gianni Bugno, e quasi certamente non riusciremo a batterlo" (Greg Lemond, Stoccarda, 24 agosto 1991)

"Il rock è jazz ignorante" (Thelonious Monk)

 
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Livello Rik Van Looy




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  postato il 22/10/2007 alle 21:49
Ottimo lavoro Morris!
 
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Livello Fausto Coppi




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Registrato: Jan 2007

  postato il 23/10/2007 alle 20:40
ci ho messo parecchio a leggere tutto, ma è stato un piacere.
 
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