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Autore: Oggetto: Una leggenda: Fanny Blankers Koen.

Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 12/08/2005 alle 02:55
Leggendo il thread sull’atleta del secolo, ho notato quanto il grande Janjanssen, abbia dato lustro alla carriera di Fanny Blankers Koen. Accanto alla sempre precisa conoscenza di Jan, mi ha colpito il giovane Marco83, anch’egli capace di mettere, fra le immense, questa atleta che potrebbe essergli trisnonna. Per entrambi, riporto il riassunto di un ritratto della Blankers, che scrissi nel marzo del 2002, con lo scopo di destinarlo ad un mio prossimo libro.
La grandezza e l’unicità di Fanny (chiamata da tutti Francisca), morta il 25 gennaio 2004 ad ottantacinque anni, eletta “Atleta del secolo” scorso dalla IAAF (Organizzazione Mondiale di Atletica Leggera), non poteva ricondursi ad una sommatoria di dati. Un grande campione dello sport, come ho più volte sostenuto e scritto qui come altrove, è per me un artista (tanto più quando andiamo indietro nel tempo, nell’era che non conosceva le alchimie chimiche dell’oggi), esattamente come lo sono per la considerazione generale, pittori, scultori, musicisti ecc. Non c’è nessuna differenza, perché parliamo sempre di forme espressive. Anzi, lo sport, contenendo nel proprio seno elementi di oggettività, è sicuramente la parte più onesta del mondo dell’arte. L’unica, che si può permettere di azzittire un poco, quelle neoplasie camminanti ed urlanti, chiamate volgarmente “critici”.
Riassumere ciò che avevo scritto sulla Koen in tempi migliori e con spirito decisamente più luminoso, ha comportato uno sforzo ben maggiore rispetto alla prima stesura di getto. L’ho dovuto fare, non già per la lunghezza del testo originario, bensì per non ritrovarmi i medesimi problemi che mi ha creato qualche filibustiere dei forum. Adesso qualcuno potrà capire taluni perché.....


FANNY BLANKERS KOEN, LA “MAMMA VOLANTE”.
Francisca, non si è mai chiesta cosa fossero le stimmate della campionessa. Era troppo modesta come comportamento e contemplazione, perché un simile quesito non la portasse ad un confronto per lei sempre irriverente. Il suo sguardo e la sua mente guardavano oltre, sugli orizzonti di una battaglia che vedeva superiore e che sentiva come una ragione vera per cui spendersi. Lì, solo lì, era per lei giusto donarsi con grinta e determinazione. Le gare erano lo strumento, l’idioma sul quale portare un contributo. Le mete e le ragioni nate da un pulpito che s’era costruito con la storia, stavano nelle varie facce da unire insieme, sul tema propulsivo dell’emancipazione femminile. Per farlo, doveva essere donna in tutto: nella naturalezza della provenienza, nel dire al momento opportuno quanto, ogni singolo passo, dovesse far capire che sulle differenze ci doveva stare la verità della parità, fra le due versioni del genere umano. La sua vita, partendo dallo sport, è stata questo. Non si è mai adagiata al successo e alla fortuna di nascere, appunto, con stimmate rarissime. Lei era una via utile per costruirne altre, al fine di raggiungere una meta. Lo ha detto fino all’ultimo dei suoi tanti giorni.



Francisca, era il nome non ancora d’arte, che le avevano dato fin da quando, ancora bambina, a scuola, si permetteva di nuotare e correre più forte dei maschietti. Lei era Fanny Koen, una promessa dello sport per quei pochi figli del tempo sì maturi dal concepire, anche per le donne, questa forma d’arte. Lei, ormai ragazzina e col corpo che sbocciava massimo in ogni singola componente, sapeva benissimo quanto fosse rara, quasi un’intrusa per le leggi del periodo e nella sottovalutazione degli sguardi. Intanto, continuava a mietere vittorie sui coetanei, quasi fosse una missione. Un maschiaccio? No, una fanciulla che incontrò presto il menarca, la femminilità, il corteggiamento e quel sentito bisogno di essere una donna, ma con la medesima dignità dell’uomo. Battere i ragazzi era come urlare questa necessità che le amiche già non vivevano più, rassegnate com’erano al ruolo di inferiori, da destinarsi al servizio degli esseri del sesso dominante. Francisca ne era consapevole istintivamente.



Francisca, si sposò presto con Jan Blankers, insegnante di educazione fisica ed allenatore di salto triplo, ma anche giornalista. Doveva ancora compiere ventidue anni. Anche il ruolo di mamma le giunse veloce, poco più di un anno dopo, quando la guerra stava già dimostrando i suoi terribili segni. Nei rari momenti in cui l’angoscia ed il sangue del conflitto, lasciavano spazi all’oasi di un momento di luce, trovò il modo di deliziare con imprese sportive che apparivano, al risicato osservatorio dell’infausto momento storico, dei veri e propri inni alla vita. Coprì il suo innato ruolo d’esempio, scolpito nel corpo e nella mente, anche in quel tragico periodo. E quando gli echi e gli orizzonti della guerra si stavano afflosciando negli isolati colpi di coda, lasciando posto all’alba di una nuova vita, concepì una nuova maternità che si librò concreta nel tempo del sole della ricostruzione. Diede alla luce una piccina che l’accompagnò chiedendole latte, proprio durante il primo grande appuntamento agonistico del dopo conflitto: i Campionati Europei di Oslo nel 1946. Lei, Francisca, fra una gara e l’altra, continuava ad allattare la pargoletta, la quale, in braccio a papà, aspettava puntualmente il seno dell’imbattibile mamma, fra una batteria e l’altra. L’osservatorio, stavolta ben più gonfio dei tempi di guerra, le coniò, nell’emozione, l’appellativo di “Mamma volante”. Era sempre più un esempio, ma ancora in troppi non capivano.


1948 - Francisca dopo aver vinto i 100 ai Giochi di Londra

Francisca, all’alba dell’Olimpiade di Londra, nel 1948, subì il sempre crescente affronto del mondo imbrattato dalla pomposità maschile. Le si diceva che il suo dovere era accudire i suoi bambini, piuttosto che ambire alla medaglia d’oro. Altro affronto, quando Jack Crump, tecnico della Gran Bretagna, considerato colui che poteva allenarla al meglio per l’appuntamento, l’allontanò liquidandola con un giudizio lapidario: “Troppo vecchia per pretendere di vincere!”
Francisca aveva trent’anni, due figli e s’allenava con intermittenza, ma lei aveva le stimmate di nessuna. La previsione di Crump, fece una stupida fine: pochi giorni dopo, nello stadio olimpico, divenne la leggendaria “mamma volante”, vincendo, unica donna nella storia dell’atletica leggera, quattro medaglie d’oro nella stessa Olimpiade! Quando tornò ad Amsterdam, fu accolta come una regina. La gente comune era fiera di lei e il suo obiettivo di dare un forte contributo all’emancipazione femminile, sfogliò la sua pagina suprema.


1948 - La Koen trionfa sui 200 metri alle Olimpiadi, col distacco più corposo della storia, in una gara di velocità

Qualche anno dopo, quando era ancora capace di essere fra le migliori atlete del mondo, “Francisca” Fanny Blankers Koen, si lasciò andare ad una delle tante riflessioni-confessioni a cuore aperto che hanno contraddistinto la sua vita. Con dolcezza, arricchì i taccuini di quei tanti bravi giornalisti, che oggi son più rari di un tapiro nel centro di Milano. “L’atletica – dichiarò- è stato il mio strumento di donna, per dimostrare, nella diversità dei sessi, che abbiamo gli stessi diritti e le stesse bravure degli uomini. Non penso al danaro e non l’ho mai cercato o voluto, anche quando ero ai vertici. Mi piace l’atletica, perché è lo sport più completo e perché mi permette di vivere al meglio la mia natura. Mio marito lo sa da sempre, mentre i miei figli lo stanno imparando col linguaggio della loro età. Ognuno, uomo o donna che sia, possiede dei sogni, ed è giusto provare a renderli concreti. Quando c’era la guerra pensavo di non gareggiare più, per motivi superiori. Sono scampata al conflitto, ed era nella naturalità delle cose tentare di vincere un’Olimpiade, anche se l’età non era più verde ed ero mamma di due bambini”.
Era l’estate 1954. L’anno dopo vinse il suo ultimo titolo nazionale nel lancio del peso, a 37 anni.

La storia agonistica di Fanny Blankers Koen
Francisca naque ad Amsterdam il 27 aprile 1918. Fin da bambina, le sue qualità fisiche apparvero evidenti. Iniziò col nuoto, ma ben presto l’abbandonò per dedicarsi all’atletica leggera, grazie anche alla grande passione dei genitori verso questa disciplina. Le sue qualità emersero subito. Appena quindicenne (caso rarissimo nell’intera storia di questo sport), stabilì il suo primo record nazionale assoluto correndo gli 800 metri in 2 minuti e 29 secondi. Stupiva per polivalenza e coordinazione, ma se il primo acuto avvenne sul mezzofondo, furono le gare di velocità ed i salti, ad esaltare le sue formidabili fibre bianche. A diciotto anni, si presentò alle Olimpiadi di Berlino, dove giunse sesta nel salto in lungo.
Solo un anno dopo, era l’assoluta detentrice di tutti i primati nazionali nelle gare veloci, nel mezzofondo breve, sugli ostacoli e nei salti. Grazie a queste prestazioni, nel pentathlon, specialità non ancora ufficiale, era già, a soli diciannove anni, la numero uno del mondo. Non la fermò nemmeno la guerra, perché nelle rare occasioni di respiro lasciate dall’immane conflitto, Fanny Koen, nel frattempo divenuta signora Blankers, fu capace di stabilire diversi primati mondiali.
Ad Amsterdam, il 20 settembre 1942, corse gli 80 metri ad ostacoli in 11”3, eguagliando il primato mondiale dell’italiana Claudia Testoni. L’avvenuto raggiungimento della maturità atletica fu dimostrato, ampiamente, l’anno dopo.
Il 30 maggio ’43, sempre ad Amsterdam, stabilì il record mondiale di salto in alto, con la fantastica misura, per quei tempi, di 1,71 metri. Da notare che il miglioramento di 5 cm, rispetto al precedente primato, detenuto dall’elvetica Pfenning, rappresenta ancora il più grosso incremento “ognisesso”, in un colpo solo, della storia della specialità.
Il 19 settembre del medesimo anno, fece suo anche record mondiale di salto in lungo, raggiungendo i 6,25 metri. La valenza tecnica di questo primato fu poi dimostrata dalla sua imbattibilità per ben undici anni, un abisso per quei tempi. In quell’occasione eguagliò pure il mondiale dei 100, ma il risultato non fu omologato, in quanto nato da una corsa…….mista con gli uomini.
All’indomani del conflitto, si presentò agli Europei di Oslo, quando ancora allattava la figlia secondogenita. In quel ruolo così anomalo, partecipò a due gare, gli 80 ostacoli e la staffetta 4x100. Naturalmente vinse in entrambe, rispettivamente in 11”8 e 47”8. Nel 1948, a trent’anni, mentre si avvicinavano le Olimpiadi di Londra, stabilì, dapprima e nuovamente, il primato mondiale dei cento metri, ma anche stavolta non fu possibile l’omologazione, perché il tempo era stata ottenuto in una gara con gli uomini, indi, il 13 giugno, ad Amsterdam, riuscì finalmente a prendersi quel primato ufficialmente, correndo per l’ennesima volta in 11”5.
Una settimana dopo, il 20 giugno, stracciò se stessa, portando il suo mondiale sugli 80 ostacoli, da 11”3, a 11” netti.
Francisca, la “mamma volante”, diveniva così, a trent’anni compiuti, la logica favorita di quelle specialità per le imminenti Olimpiadi.
Superò il vergognoso giudizio dell’allenatore britannico Jack Crump che non la volle seguire perché “troppo vecchia” e col solo aiuto del sempre presente marito, si presentò ai Giochi. Per una come lei, la scelta delle gare non fu facile, poteva schierarsi nelle gare di velocità, sugli ostacoli alti e nei salti, nonché nella staffetta veloce. Solo alla vigilia, e per precauzione di fronte al possibile stress da competizione, scelse di non esibirsi nei salti. Alla luce di quel che poi avvenne, questo suo forfait fu la fortuna di altre atlete. Certo, perché le Olimpiadi di Londra furono i Giochi di Fanny Blankers Koen! L’olandese “mamma volante”, incantò al punto di oscurare i maschi, vincendo, unica donna della storia, quattro Medaglie d’Oro su quattro partecipazioni! S’aggiudicò i 100 metri nettamente, correndo, sulla lentissima pista londinese, in 11”9. Lasciò la britannica Dorothy Manley a tre decimi. Ancor più netta fu la sua vittoria sui 200, corsi in 24”4, ma infliggendo ben sette decimi alla seconda, l’atleta di casa Andrey Williamson. Un scarto come mai s’è visto nelle principali manifestazioni d’atletica, sia femminili che maschile! Più difficile fu il successo sugli 80 ostacoli, corsi in 11”2, un gran tempo, vista la pista. La graziosa britannica Maureen Gardner le giunse quasi a spalla, col medesimo rilevamento cronometrico. La differenza fu davvero minima, come si può vedere dalla foto sotto. L’ultimo oro per Francisca arrivò dalla staffetta veloce. Fu un successo sul quale nessuno avrebbe scommesso, in considerazione del disavanzo che separava, all’ultimo cambio, la Blankers-Koen dall’australiana King: ben sette metri. L’atleta degli antipodi era una delle più forti velociste mondiali, ma la “mamma volante si immerse nel vento e recuperò fino a superare e a lasciare l’avversaria ad un decimo. Fu un capolavoro. Francisca, eguagliò così il mitico Jesse Owens che, a Berlino ’36, aveva vinto quattro ori.
Colei che non doveva correre, perché era più giusto accudisse i suoi due piccoli, o perché era troppo vecchia, era così giunta al mito e alla leggenda.
Quando tornò ad Amsterdam fu accolta con onori mai visti. Percorse la città su una carrozza trainata da sei cavalli e le costruirono appositamente un monumento. L’Olanda era fiera di lei e grazie alle sue imprese, nel paese, la considerazione verso le donne, trovò quella svolta impensabile solo qualche tempo prima.

1948 - 80hs, la sua vittoria più difficile
Le grandi giornate londinesi, potevano rappresentare per Francisca il canto del cigno, o il modo migliore per lasciare l’agonismo, ma non fu così. L’atletica era una passione, non un mestiere, o una carriera verso la quale è necessario, in un dato momento, mettere il punto. La Blankers-Koen continuò, si divertiva troppo, ed il fisico rispondeva. Fece suo anche il primato mondiale sulla distanza non ufficiale delle 100 yarde e, agli Europei di Bruxelles, nel 1950, recitò un altro copione unico, vincendo 100 (11”7), 200 (24”), 80 hs (11”1).
La sua fama e la sua signorilità, avevano preso completamente il mondo dell’atletica. In ogni manifestazione, ogni atleta l’avvicinava per prendersi il suo sorriso e quella stretta di mano che, per Francisca, valeva come l’oro. Nel 1951 fu istituzionalizzato il pentathlon (allora composto da peso, alto, 80hs, 200, lungo), e lei, che di questo insieme di specialità, era la regina da quasi tre lustri, stabilì il suo undicesimo ed ultimo primato mondiale, totalizzando 4692 punti.
L’anno successivo si presentò alle Olimpiadi di Helsinki, debilitata da un’infezione curata malissimo, che non le precluse, comunque, il raggiungimento della finale sugli amati 100 hs. In finale però, non corse, in quanto le sue condizioni erano peggiorate fino al malore. Continuò a gareggiare per divertirsi, mettendo il punto alla sua leggendaria carriera nel 1955, all’indomani del suo ennesimo titolo nazionale, giunto stavolta nel lancio del peso.

Cos’era l’atletica leggera nell’epopea di Fanny Blankers-Koen
Una disamina completa delle differenze, nella disciplina, fra i tempi di Francisca e quelli odierni, sarebbe sufficiente per rendere entusiasmante un convegno di due giornate, o materia per una corposa pubblicazione. Mi limito qui, ad evidenziare i due aspetti più evidenti.
Gli allenamenti settimanali di Francisca erano un paio, raramente tre e non superavano mai le tre ore. Si lavorava soprattutto sull’atletismo di base, con pochi richiami al lavoro specifico sulla tecnica. Il lavoro di potenziamento era limitato ad un’ora settimanale e si svolgeva con piccoli attrezzi e, solo raramente, durante la ferma invernale, subentravano i bilancieri. Su una polivalente come la Koen, si cercava più che altro di esaltarne gli istinti. In poche parole, era il suo fisico a dettare l’allenamento oltre i limiti, logici e sempiterni, della giustezza di un lavoro atto a non snaturare l’atleta. L’attività e la vita quotidiana lontana dalle piste, non teneva conto del ruolo di agonista; l’alimentazione era spesso inversa a quella di oggi, in quanto basata sulla convinzione che fosse necessario arricchirsi di proteine per sostenere la “forza” e di vitamine per la “forza resistente”. Non si usavano integratori, allora totalmente sconosciuti, ed il doping eventuale, era fatto di stimolanti semplici. Oggi si svolgono 5 allenamenti settimanali con doppie sedute, mattutina e pomeridiana, differenziate negli obiettivi, ed un allenamento suppletivo, nella sesta giornata, con una tipologia dettata spesso dalla specialità: di solito si tratta di una seduta tecnica. In sostanza, il riposo si riduce ad un solo giorno la settimana (nemmeno sempre tra l’altro) e la ferma per “ferie”, ad un massimo di quindici giorni continuativi. A questo, si aggiunge un altro periodo di allenamenti “leggeri”, con unica seduta giornaliera per un massimo di altri quindici giorni l’anno. Si lavora sulla forza in maniera continua e si usano gli attrezzi più completi. Ogni seduta raramente scende sotto le due ore. Accanto all’allenamento, insiste una quotidianità dove è l’attività atletica a determinarne i regimi. L’alimentazione, sempre corretta e spesso esasperata come una metodica siamese alla vita stessa dell’atleta è un’altra costante. Si usano tutti gli integratori possibili, ed ogni particella dell’allenamento e dei suoi carichi, o della giornata dell’atleta, è studiata e curata su ogni particolare. Il doping eventuale, è sotto gli occhi di tutti, al punto di essere inconfrontabile con quello del tempo della Koen.
Volendo fare dei confronti percentuali, fra l’atletica nelle specialità e nel tempo di Francisca e l’odierno congruente, senza mettere sul piatto il doping, si può tranquillamente affermare che l’olandese viveva la disciplina, per non più del 20% rispetto ad oggi. Se poi mettiamo nel contesto il doping, la percentuale scende sotto il 10%.
Altro aspetto fondamentale, ed ovviamente evidente, di confronto, ci viene dalle piste o dalle pedane.
La terra rossa o “tennisolite” di Francisca, era ancora peggiore di quella di cui parlai lungamente nel ritratto di Vilhjálmur Einarsson. Le buche, l’instabilità degli appoggi (deleteria soprattutto nelle gare ad ostacoli), l’affaticamento muscolare ulteriore, (fortissimo in caso di pioggia o di umidità), avevano una ragione di fondo superiore agli anni cinquanta, poiché le piste non venivano trattate oltre la normale manutenzione. In particolare, non venivano passati con dovizia e frequenza, sulla tennisolite, i rulli. La stessa morfologia della terra era diversa, specificamente la granulosità: più evidente negli anni quaranta, rispetto a quella della seconda metà degli anni cinquanta.
Confrontare le piste o pedane della peggior terra rossa, col plastan di oggi, significa mettere sulla bilancia due “cose” diverse, la cui unica somiglianza viene dal colore rosso.
Ma in quanto potrebbe consistere la differenza in termini di decimi? Beh, non meno di tre decimi, grosso modo 35 centesimi.
Ora, tenendo conto dei due mondi messi a confronto, ben si capisce che una Francisca sarebbe stata una dominatrice comunque, con risultanze che, oggi, farebbero gridare di entusiasmo ogni singolo osservatore.

Le peculiarità fisiche della Blankers-Koen
Con una battuta dovrei subito dire: Francisca, la figlia delle fibre bianche! Già, la grande atleta olandese ne possedeva naturalmente in abbondanza. Le sue fasce muscolari erano una scultura. Cosce e polpacci da velocista naturale. Compasso lungo, anche se non lunghissimo, tronco altrettanto naturalmente portato ad aiutare e stimolare il prodotto del motore inferiore, ovvero le gambe. La corsa della Koen era lineare ed a passi frequenti, anche perché l’olandese era alta, ma non altissima. L’esplosività nelle partenze e nello stacco per ambedue i salti, le veniva dalle sue naturali fasce muscolari, ma le capacità coordinative e tecniche, erano un istinto che ha ereditato non in maniera totale dalla natura. Fu infatti la prima a provare la tecnica di permanenza in volo nel salto in lungo, la prima a studiare la corretta posizione delle braccia,nella gara ad ostacoli, e la prima a lavorare sulla coordinazione che le serviva per affrontare al meglio la curva nei 200 metri. Insomma, una donna baciata dalla fortuna di nascere grande, ma pure di migliorarsi attraverso la correzione dell’osservazione e di quello che dava il pur lacunoso allenamento dell’epoca.
Francisca, era una donna intelligente nella vita e lo è stata pure nel riporto della mente sul fisico. Inoltre, aveva capacità di concentrazione come poche volte s’è visto nella storia di questo sport. Esattamente sincronica alla passione che provava per l’atletica e all’obiettivo di essere uno strumento nella lotta per l’emancipazione femminile. Sembrano banalità, ma alla fine, anche ai suoi tempi, possedere una mente aperta ed attenta, con dei valori profondi.....contava parecchio.

Come si giudicò lei stessa nel 1960
“Devo i miei numerosi successi sportivi in un così lungo arco di tempo alla mia ottima costituzione, alla mia forza di volontà e al solido legame che mi unisce a mio marito, nonché ai sistematici allenamenti cui mi sono sottoposta sotto la sua guida sicura ed esperta. L’idea di guadagnare del denaro praticando lo sport mi è sempre stata del tutto estranea! Mi sono sempre dedicata all’atletica leggera per pura passione e l’atletica, che io ritengo la migliore di tutte le attività sportive, mi ha sempre dato molto. Mi bastava aver la possibilità di viaggiare e vedere il mondo. Sono stata tanto fortunata per questo.”
Successivamente, con l’arrivo del tartan prima e del plastan dopo, nonché dell’esasperazione dell’allenamento, nel 1992, dichiarò:
“Oggi, coi miei allenamenti bisettimanali, sicuramente non vincerei nessuna medaglia d’oro, al massimo raggiungerei una finale, ma queste sono le leggi della vita e del progresso della conoscenza. Avessi venti anni e non settantaquattro, sarei nelle condizioni delle odierne atlete, ma non mi chiederei mai cosa potrei vincere. Ognuna vive il proprio tempo.”

Aneddoti
Francisca, nella sua modestia, non ha mai perso il piacere di chiedere autografi. Nel 1972, durante le Olimpiadi di Monaco, andò verso Jesse Owens con foglietto e penna, come una delle tante. Lui la guardò intensamente, ed a quel punto, ella si presentò. Jesse sorrise e le disse: “Non si deve presentare, so benissimo chi è, e sono qui che tremo per l’emozione! Io le farò l’autografo, ma lei è obbligata a ricambiarlo con il suo!” Divisero il foglietto in due parti, si scambiarono il sigillo dei più grandi della storia e s’abbracciarono.
Nel novembre 1999, a Montecarlo, prima di un’importante cerimonia che tratterò dopo, la “vecchietta” ottantunenne Francisca, fu avvicinata da un ragazzone con le spalle di un armadio, era Maurice Greene, l’allora uomo più veloce del mondo e primatista dei 100 metri: “Signora – le disse – non si stupisca, ma io so tutto di lei. Sarei onorato se mi facesse un autografo.” Fanny, la divina dell’atletica, colei che respirò come nessuna, il profumo delle tante variabili di questo meraviglioso sport, scoppiò a piangere. Con la forza dei tempi di dominio, cercò di non allungare quell’emozione sì grande. In fondo, una gran parte di quella serata, era dedicata a lei e tutti avrebbero potuto fotografarla.....

Fanny Blankers Koen Atleta del secolo!
Agli sgoccioli del millennio, tutti gli sport si chiesero, aprendo le porte alle opinioni, chi era stato, disciplina per disciplina, l’atleta simbolo del secolo. La IAAF, l’organizzazione mondiale di atletica leggera, avviò come tutte un sondaggio, capace di coinvolgere ogni angolo di questo sport. In maniera plebiscitaria e senza bisogno di correzioni della dirigenza (com’è avvenuto scandalosamente nel calcio, a danno di Maradona), uscì un nome: Fanny Blankers-Koen.
La premiazione con tanto di investitura, avvenne nel novembre 1999 a Montecarlo. Francisca era già malata, ma la sua fibra ha saputo farle passare con dignità e lucidità altri quatto anni, su quel mondo che l’ha eletta immortale regina, del reame più vero degli sport.


1999 - Montecarlo, la IAAF premia Fanny Blankers-Koen come "Atleta del Secolo".


FRANCISCA
Era un giorno di sole
un momento di scoperta
che schiudeva
uno sguardo sorridente,
era la carezza di mamma.
Per lei
così unita e ricambiata a papà
nelle differenze e nelle parità
dell’unione e del credo
ho percorso la mia strada.
Insieme,
m’han dato lo strumento
perché unissi volontà e convinzioni
al fine dell’esempio che si può
e che tanto si deve.
Ho passato i tigli
incontrato i mari
spinto gli applausi
amato i figli e il marito
sublimata in una ragione più grande.
Il passo usato è stato veloce
il tempo ha salutato le realtà
e la paura della mia ebraica origine
divenendo ricordo immane
per dar fiori all’obiettivo.
Ho costruito il mio tassello
togliendolo dallo spettro del comune
sovente debole nel rifiuto dell’ignavia
l’ho ricondotto alla vita
come la fiaccola d’un pensiero.
Non sono stata vana,
spero d’aver donato brezza
alla fatica compagna del cammino
mentre attorno a noi
s’elevava perenne
il chiarore d’una dimensione
confusa nei miopi egoismi.

Morris

 

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Livello Fausto Coppi




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  postato il 12/08/2005 alle 11:48
Devo ammettere con onestà che alla lettura di questo meraviglioso ritratto mi è scesa una piccola lacrima, talmente tante sono state le verità e le emozioni che girano e hanno girato attorno a questa splendida figura di donna-madre-atleta, che ha segnato la leggenda dello sport.

Un grande campione dello sport, come ho più volte sostenuto e scritto qui come altrove, è per me un artista (tanto più quando andiamo indietro nel tempo, nell’era che non conosceva le alchimie chimiche dell’oggi), esattamente come lo sono per la considerazione generale, pittori, scultori, musicisti ecc. Non c’è nessuna differenza, perché parliamo sempre di forme espressive. Anzi, lo sport, contenendo nel proprio seno elementi di oggettività, è sicuramente la parte più onesta del mondo dell’arte.

Quanto è vero ciò che dici, Morris...
E pensare che c'è chi ancora oggi, nel mondo del consumismo e del capitalismo, non ha la forza e la sensibilità per apprezzare al meglio queste forme d'arte, perle abbastanza rare in una realtà dove i valori importanti spesso scompaiono.


Grazie ancora del prezioso racconto, grande Morris!!!

 

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Livello Fausto Coppi
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  postato il 11/08/2007 alle 01:47
Prima della notte di San Lorenzo di 59 anni fa, questa formidabile atleta, che ha aperto più di ogni altra le strade per l'emancipazione della donna nello sport, con una rimonta incredibile nell'ultima frazione della 4x100, vinceva il suo quarto oro alle Olimpiadi di Londra.
Per quei giovani del sito che, raramente, incontrano sulla Gazza, volti e consistenze della storia dello sport, Fanny (Francisca) Blankers Koen, rappresenta una tappa basilare... A loro è dedicata questa ricorrenza.

 

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  postato il 11/08/2007 alle 09:13
Grazie per aver risollevato questo 3D perchè, come a Marco due anni fa anche a me è scesa una lacrima.

 

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Un uomo comincerà a comportarsi in modo ragionevole solamente quando avrà terminato ogni altra possibile soluzione.
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