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Autore: Oggetto: Guillermo Timoner, il mito supremo degli stayer.

Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
Registrato: Oct 2003

  postato il 17/03/2005 alle 02:46
.....Quando immerso nel fascino dei velodromi attendevi l’acuto di quel condensato di velocità, coraggio e sfida, tornito nel rombo coinvolgente dei motori, aspettavi un nome, una leggenda che ti si presentava ancor prima del protagonista, come un suono armonico alle emozioni che stavi vivendo. Un’eco, che faceva l’amore col mistico e che cresceva in te a cadenze palpitanti, sul ritmo del cuore battente d’un bambino curioso e sognatore, che si fondeva in una maglia gialla, ed un casco che appariva come un elmetto dalle forme modificate di quel tanto, da non rimembrar la guerra sempre compagna dell’idiotismo umano. Lì, nell’involucro emozionale d’un evento che attendevi come un pegno di vita, ti sublimavi su un omino che pedalava dietro una motocicletta tanto grande, quanto strana, su cui si poneva ritto un uomo che appariva un palombaro dell’aria. Era quel trottolino che pedalava frenetico ad inseguire quel mezzo protetto da un rullo, il frutto monarca che ti scolpiva sull’alone della sua corte di sensazioni, tutta l’intensità ed il trasporto di quei momenti in cui toccavi ed accarezzavi le nuvole e spostavi la Luna. Per darsi un terrestre segno di riconoscimento, che risuonava quanto il suo attrezzo motore sulle strade del mito, quel quadro tinto coi colori che rendevano il tuo osservatorio invisibile, aveva un nome ed un cognome: Guillermo Timoner.

Eccolo qua un idolo di quel bambino sottoscritto, certo, uno dei tanti, ma uno dei pochissimi che si poteva fregiare dell’estasi data dalla specialità, in assoluto più affascinante del mio percorso sportivo: il mezzofondo o gli stayer.
La storia di Guillermo, è un continuo susseguirsi di stimmate uniche, che rendono il suo cammino sulla strada dell’ermeneutica del monumento ciclistico, davvero particolare. Ed era un omino apparentemente normale, come l’ortolano del negozio accanto. Un fenomeno dimenticato, che amo riportare alle memorie, perché il suo gesto non vada perduto sull’altare dei bavagli frenetici di vittime incontentabili dello stress e del presente vissuto come unico e totale tassello del proprio segmento.



La storia dell’ispanico volante.
Guillermo Timoner, è nato il 24 marzo del 1926, a Felanitx, località delle Isole Baleari. Di corporatura non trascendentale, un “mezzo tappetto” come diceva qualcuno, si costruì gioventù fra una passione, il ciclismo, e una necessità, il suo lavoro da carpentiere. Fra legni, chiodi e cementi sognava di arrivare sulle montagne di Vicente Trueba, ma amava anche quella velocità che gli scafi lungo i litorali delle Balerari richiamavano. Un condensato troppo forte per non fargli provare l’ebbrezza dei canti che potevano venirgli dalla bicicletta e dalle sue facce di competizione. Il padre, che mai aveva accettato i freni e le costrizioni del franchismo, sacrificò una parte di se stesso, per assecondare le speranze del figlio e trovò le 510 peseta per dare al “piccolo”, la gioia di tentare l’avventura. Del ciclismo, dunque, il giovanissimo Guillermo provò subito di tutto, mentendo sull’età il giorno della prima gara, naturalmente vinta, ma capì presto che il suo operare, era ancora troppo generico per arrivare a campare di solo pedale. E tale pensiero si confermò in lui anche quando si rese conto che sui velodromi, i pochi di Spagna, non erano in grado di tenerlo dietro. Ma la sua scelta d’orizzonte, nel sogno che voleva diventare realtà, permaneva chiara. Un giorno, per caso, dietro una moto derny, sulle fantasie della Bordeaux–Parigi, vide che anche gli stradisti più forti non reggevano il suo passo, ed intuì che il sentiero che poteva fargli abbandonare quei legni e quei chiodi, s’era allargato. All’alba dei suoi teneri 19 anni, la pista spagnola era già soprattutto Timoner, perché lui, l’isolano con la faccia da omino più matura della sua età, sui tondini vinceva tutto, tanto l’inseguimento, quanto la velocità e, soprattutto, quel mezzofondo che sentiva sempre più sincronico al suo volere. Il tempo intanto passava, ed il giovane Guillermo, fra le copiose vittorie racchiuse tutte entro confini che non aveva scelto e senza dimenticare quella povera gente costretta a lavorare senza sentire il vento della libertà, cominciò a preoccuparsi delle sue primavere, già avviate verso il quarto di secolo e lo fece a suo modo, andando incontro ad una sfida dietro le potenti moto degli allenatori dei migliori stayer del tempo. Un assaggio finalmente internazionale con atleti per lo più francesi, fra i quali il fortissimo Lemoine, che si concluse con un suo vero e proprio trionfo. Timoner, aveva capito di poter competere con tutti nel mondo, ma la Spagna franchista, era troppo povera e distante, per garantire un ingaggio professionistico ad un ragazzo “socialisteggiante”, che eccelleva su quelle piste che in terra iberica eran ancora troppo poco frequentate. Soffrendo, l’ormai maturo Guillermo, fu costretto a rimanere nel limbo del suo sogno. Ancora titoli su titoli nazionali, ed un disagio crescente, ma pure il rivolo ottimistico della breccia creata da un connazionale che, come lui, aveva pure corso in pista, tal Miguel Poblet, il quale, per competere da protagonista, s’era trasferito in Francia, in una squadra di giovani professionisti, fra i quali v’era un biondino dipinto come predestinato, Jacques Anquetil. Timoner, conosceva bene Miguel e lo prese a riferimento.
Nel ’53, con già ventisettenne anni alle spalle, la Federazione Spagnola accettò di dare l’opportunità a Guillermo di partecipare ad un paio di Sei Giorni e, l’anno successivo, senza un minimo di assistenza, al campionato mondiale fra gli stayer, allora solo professionistico.
Timoner, a dispetto dei disagi e dell’improvvisazione si guadagnò la finale, chiusa poi al settimo posto. Solo nel ’55, pur senza un contratto con una squadra professionistica, l’omino volante delle Baleari, tanto somigliante a Poblet e Picasso, poté svolgere un’attività con tinte d’internazionalità maggiori. Ben presto si capì che in cima ai suoi pensieri c’erano quei mondiali di mezzofondo, che si sarebbero svolti sulla magica pista del Velodromo Vigorelli di Milano. La risposta della prova sull’anello milanese, dopo tanti anni di attesa e di ansie vissute nei pochi guadagni di una attività quasi circense e con ancora soventi giornate fra i carpentieri, fu sublime. Il mondo degli stayer, poté osservare, ammaliato, la poesia di quel mezzofondista sconosciuto ai più, il quale, con ritmo indemoniato e con accelerazioni da mandare in visibilio l’allora attento, competente e numeroso pubblico meneghino, superò uno alla volta i migliori del mondo, fino alla conquista di una strameritata maglia coi colori dell’iride. Un titolo storico, perché Guillermo Timoner era il primo spagnolo a vincere un campionato mondiale in una specialità del ciclismo.

La grande vittoria però, non gli valse un ingaggio sicuro e questa sottostimazione la pagò nel 1956, quando, nella gara valevole per l’iride, i colleghi con contratto si coalizzarono, alla faccia delle rispettive nazionalità, per rendergli la vita durissima. Guillermò lottò, ma sulla ventosa pista di Copenaghen, pur giungendo all’argento, fu costretto a cedere il titolo di pochissimo all’australiano French. La strada comunque, era chiara e sulla scia di Poblet, raccogliendo l’invito di Lemoine, anche Timoner si trasferì in Francia, nell’Alcyon, in quella che diverrà la prima squadra professionistica di un mito.
Il 1957 però, fu un anno grigio per l’omino volante di Felanitx: una serie di acciacchi ed una caduta su strada, lo frenarono fino al punto di rendere quella stagione come l’unica, fra le ventuno della sua prima carriera, a non donargli nemmeno un tutolo nazionale. Corse pochissimo, ma ormai era lanciato e, nel ’58, pur passando in una piccola squadra italiana (la “Lube”), tornò ad essere il sire degli stayer, anche se al mondiale fu beffato dallo svizzero Walter Bucher.
Nel ’59, il gran passaggio alla Faema, uno squadrone italiano, ma, di fatto, internazionale, per nazionalità e qualità dei propri componenti. Fu un anno d’oro per Timoner, che vinse tutte le classiche del mezzofondo, compreso il G.P. delle Nazioni e, ad Amsterdam, trionfò al campionato mondiale, prendendosi una sonora rivincita sullo svizzero Bucher. Ancor migliore il 1960, dove alle classiche aggiunse la Coppa del Mondo. Quindi, sul velodromo di Karl Marx Stadt, nell’allora DDR, fu autore di un impresa che lo vede tutt’oggi ineguagliato: conquistò la sua terza maglia iridata, correndo i cento chilometri della prova, alla stratosferica media di 82,200 kmh!
Il commendator Borghi, titolare dell’Ignis, uno dei padri dello sport italiano del dopoguerra, amante come pochi del ciclismo, volle con sé il fenomeno della velocità dietro moto e, nel 1961, Guillermo Timoner entrò nei ranghi di quella che poi diverrà la sua squadra storica, l’Ignis appunto. Qui, tra gli altri, ritrovò sotto i medesimi gialli colori Miguel Poblet, colui che gli aveva aperto la strada per fare del ciclismo il tratto saliente della sua vita. L’esordio nello squadrone varesino però, non fu dei più fortunati perché qualche acciacco gli impedì di presentarsi al meglio delle competizioni più importanti, e chiuse l’anno col solito titolo spagnolo e qualche vittoria di secondo piano.

Si rifece nel 1962, ritornando a vincere le classiche della specialità, ad a Milano, fra un tripudio di spettatori attenti, trionfò per la quarta volta il titolo mondiale, ancora con una media da far venire i brividi: oltre 81 kmh! Nell’anno successivo, pur vincendo Coppa del Mondo e G.P. delle Nazioni, nonchè superando i postumi di una pesante caduta, fu protagonista di un episodio che ha fatto epoca....
(continua)

Morris

 
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Livello Tour




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  postato il 17/03/2005 alle 04:33
IMPRESIONANTE.
 
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Livello Miguel Poblet




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  postato il 17/03/2005 alle 17:39
però...quello che era la pista negli anni 50 per la federazione spagnola in italia l'hanno fatto diventare adesso!!!!!

 
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Non registrato



  postato il 17/03/2005 alle 18:57
Penso che per il settore pista tra un pò siamo da 3° mondo se non invertono la tendenza nettamente!!!

 

____________________

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




Posts: 4217
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  postato il 18/03/2005 alle 09:37
Riprendo il racconto....

Nell’anno successivo, pur vincendo Coppa del Mondo e G.P. delle Nazioni, nonché superando i postumi di una pesante caduta, fu protagonista in negativo di un episodio che ha fatto epoca. Teatro, la pista di Roucourt, proprio in occasione della finalissima del campionato mondiale. A pochi giri dal termine, Guillermo Timoner era in testa e si avviava alla conquista della sua quinta maglia iridata. Ancora una volta, era riuscito a superare gli avversari e resistere ai loro ritorni, soprattutto aveva respinto le velleità di colui che diverrà, di lì a poco, un sontuoso interprete della specialità, il belga Leo Proost. Ormai tranquillo, il campione spagnolo gridò al suo allenatore quel “non rapidamente” che, nel linguaggio cifrato degli stayer, significava di moderare l’andatura e di proseguire regolari: in fondo la gara era praticamente decisa. La confusione delle allora grosse moto in pista e le urla del pubblico che continuava imperterrito ad incitare gli astri di casa, Depaepe e lo stesso Proost, impedirono al pilota-allenatore una comprensione esatta della frase di Guillermo, e nell’uomo in tuta nera, sfuggì il “non”, lasciando all’azione e alle determinazioni conseguenti, solo il significato di “rapidamente”. La grossa motocicletta (2000 centimetri cubici con trazione a puleggia), iniziò così un’accelerazione per quello che l’allenatore aveva intuito come l’acuto finale del campione e lasciò le pur poderose gambe di Timoner, in esubero lattico facendogli perdere il rullo con tanto di vento in faccia. Nel mezzofondo perdere il rullo, ovvero il contatto col motore e la protezione dal vento che a quelle velocità è sensibile anche nelle giornate di brezza leggera, significa per il corridore subire una frustata insuperabile, specie se si concretizza sul finale di corsa. La stima della perdita di velocità in simili casi, non è mai inferiore ai venticinque kmh. Il grande Guillermo, si trovò così umiliato e predisposto alla rimonta, senza accelerazione o soverchi sforzi da parte degli avversari, ed a nulla valse la decelerazione dell’allenatore nel momento in cui questi s’accorse dell’errore. Il mondiale, andò così al pur meritevole Proost ed a Timoner rimase un umiliante settimo posto, l’ultimo della finalissima.
L’incomprensione che gli era costata una maglia iridata ormai sua, non fermò l’inseguimento alla storia del grande omino delle Baleari. Nel 1964 vinse il G.P. delle Nazioni e ai campionati mondiali di Parigi, si prese una sonora rivincita su Proost, conquistando il suo quinto titolo iridato. Ancor migliore il suo 1965, quando a 39 anni, si permise di vincere la Coppa del Mondo e, sul velodromo di San Sebastian, con una condotta regale senza il minimo segno di cedimento, trionfò per la sesta volta ad un campionato mondiale. Nell’occasione diede una lezione di ritmo, accelerazioni e senso tattico, ai nuovi principi del mezzofondo dei paesi più forti nella specialità, il belga Romain De Loof (2°) e l’olandese Jaap Oudkerk (3°). Vidi quella corsa stupenda in TV, trasmessa interamente in diretta, avevo undici anni. Quaranta anni dopo, quello spettacolo, che al confronto meramente televisivo da un segno chiaro delle modificazioni dei tempi, è ancora nitido in me, soprattutto rivedo coi medesimi cori partecipativi i sorpassi di Timoner, e quel suo stare incollato al
rullo come nessuno.
All’indomani di San Sebastian, quasi fosse ripagato da una carriera come nessun altro stayer, l’omino volante delle Baleari, tirò un po’ i remi in barca, il resto lo fece ….l’anagrafe. Con l’arrivo del 1966, infatti, la crescita degli acciacchi e l’età, portarono in dote a Guillermo il declino. Qualche piazzamento importante e, soprattutto, un’attività molto più moderata, sempre con la maglia gialla dell’Ignis. Nel ’67, si prese un “anno sabbatico”, portando le sue apparizioni ad una rarefazione semi assoluta. Nel suo intento, c’era quel riposo per riportarsi in auge l’anno successivo, quello che doveva essere l’ultimo della sua favolosa carriera. Ma i suoi piani furono sconvolti da un grave incidente stradale in cui fu coinvolto a Maiorca, proprio sulla sua terra isolana, ed a due passi da casa. Era la fine anticipata del suo luminoso segmento agonistico, senza aver potuto mostrare quel canto del cigno che era nei suoi piani. Per anni, dopo essersi ripreso per la vita normale, nell’animo dell’omino volante, continuarono a convivere i richiami di quel sogno, quella volontà di non chiudere così. Il tempo passava, ed in lui cresceva la spinta verso un atto che creasse clamore, anche per dimostrare che il contatto d’una vita passata vicino ai metalli dei motori, l’avevano trasformato davvero in uomo di ferro.
Guillermo pedalava, ed ancora stupiva. Già, perché sulle strade, i giovani a cui insegnava ciclismo, con l’età dei figli o dei nipoti, non riuscivano a tenere la sua alata ruota. E fu così che nel 1984, a 58 anni, decise di riprovare l’agonismo.

Timoner ai Mondiali di Bassano '85

La Teka, al tempo una delle formazioni più significative del mondo professionistico internazionale, gli offrì un ingaggio, ed il vecchietto omino di Felanitx, si ripresentò, fra lo stupore generale, alle corse. Gli echi del suo ritorno si raccolsero nel particolare e nel peculiare quando, a distanza di ventun anni e alla sua veneranda età di reale pensionato, rivinse il campionato spagnolo del mezzofondo. Aveva così ripagato la Teka della sua disponibilità, ma soprattutto aveva dato al mondo un’eco ancor oggi ineguagliata ed incredibile. Ma l’omino volante non si poteva accontentare, voleva ancora risentire l’ebbrezza di una partecipazione mondiale e, saltata la possibilità di provarla a Barcellona ’84 (anche a causa degli aspetti regolamentari del suo caso unico), vi riuscì nel 1985. Il suo canto del cigno, si consumò sul fondo di cemento della pista, in quei giorni iridata, di Bassano. Vederlo pedalare dietro una moto rappresentava ancora qualcosa di unico, per i nostri occhi di ammiratori e appassionati. Fu eliminato in semifinale, ma donò ai giovani avversari ed a chi poté raggiungerlo sul prato del velodromo, il premio di una stretta di mano… ad un mito ineguagliabile.
La sua leggenda però, ha continuato a tracciare nell’anonimato dei titoli non ufficiali, nelle gare per veterani e nell’insegnamento ai giovani che vogliono avvicinarsi al raggio immanente di una bicicletta che insegue una moto…
E continua ancora, a 79 anni, il prossimo 24 marzo.
Guillermo Timoner un Immenso!


Il grande campione nella sua officina, in una immagine di un paio d'anni fa

Morris

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 18/03/2005 alle 17:31
Ciao Morris, come quasi tutti in questo forum anche io non conosco granchè il ciclismo su pista.
Ti dirò di più, in casa mia lo sport non era minimamente seguito e solo in terza media, suggestionato dai miei compagni di classe, avevo cominciato a seguire il calcio, perchè era sulla bocca di tutti, a testimonianza già verso la metà degli anni ottanta l’Italia più giovane era già completamente pallonarizzata.
Ora seguo con molta distrazione il calcio, ma non voglio discuterne perchè l’argomento è un altro.
Ho iniziato a seguire il ciclismo su strada lentamente ma progressivamente, solo grazie al fascino connaturato in questo sport.
Tuttavia mi è estranea la cultura della pista (come del resto quella del ciclo-cross).
Non mi affascinano tantissimo le gare di velocità, ma devo dire che le gare sulle piste di 250 metri sono molto più telegeniche di quelle svolte sulle piste più lunghe (400 metri?).
Mi affascinano un po’ di più le gare ad inseguimento, ma non di molto.
Vorrei farti alcune domande:
1) Sarebbe praticabile il mezzofondo dietro motociclette in un tondino di 250 metri?
2) Ho letto che l’ultimo campionato del mondo fu disputato nel 1994 (e il tuo amico Danny Clark ha fatto in tempo a vincere l’iride nel 1988 e nel 1991), ma per quale motivo l’Uci lo ha soppresso? Mancavano i corridori, mancavano le strutture o le attrezzature, mancava il pubblico o che altro, è stata forse una scelta assolutamente arbitraria dettata da suggestioni politiche?
3) Il campionato del mondo dietro derny-bike (dove il tuo amico Danny Clark ha vinto 5 campionati del mondo) ha avuto vita breve, dal 1978 al 1990, vorrei sapere se si trattava sempre di gare di mezzofondo (quindi sui 100 Km) e quali erano le differenze rispetto agli stayer (a parte il mezzo ovviamente), e se le cause che hanno portato alla sua soppressione erano le medesime.
4) Abbi pazienza, ma non era pericoloso per il corridore respirare a stretto contatto con i gas di scarico della motocicletta per oltre un’ora?
5) Tempo fa in questo forum si era fantasticato sulla rinascita della Bordeaux Parigi, corsa alla quale hai accennato nel magnifico "graffito" dedicato a Van Springel.
Tu la riproporresti come corsa dietro a motori?

Ciao, e grazie ancora per i bellissimi ritratti che ci regali, sei la nostra memoria storica e un alto esempio di coscienza critica.

 
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Livello Miguel Poblet




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  postato il 18/03/2005 alle 18:36
Negli ultimi anni che si sono avute gare di mezzofondo bisogna ricordare le buone prove degli italiani...io so di Renosto,Fanelli e Brugna!
 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 18/03/2005 alle 18:38
Vorrei farti alcune domande:
1) Sarebbe praticabile il mezzofondo dietro motociclette in un tondino di 250 metri?


Il mezzofondo durante gli anni settanta fu riformato. Anziché le moto di grossa cilindrata azionate a puleggia, furono usate motociclette con caratteristiche minori e con particolari accorgimenti sulle marmitte (c’erano anche prima anche se più spartane). S’abbassarono le velocità, anche perché i nuovi mezzi, più piccoli, creavano minori effetti scia. Sulle piste da 250 metri s’è sempre corso, l’unica differenza stava nel numero più ridotto per ogni batteria o finale.

2) Ho letto che l’ultimo campionato del mondo fu disputato nel 1994 (e il tuo amico Danny Clark ha fatto in tempo a vincere l’iride nel 1988 e nel 1991), ma per quale motivo l’Uci lo ha soppresso? Mancavano i corridori, mancavano le strutture o le attrezzature, mancava il pubblico o che altro, è stata forse una scelta assolutamente arbitraria dettata da suggestioni politiche?


Ne parlai con Verbruggen, nell’unica occasione d’incontro in quel di Losanna, ma lui mi rispose con un sorriso… Forse ero stato troppo completo nella domanda…. Il motivo fu dettato dall’ormai esiguo numero di Paesi che contemplavano la specialità (lo stesso anche per il tandem), nonchè il peso sempre crescente degli allenatori di “truccare” i risultati, spesso in base ai “pacchetti” di riunioni che potevano esibire talune federazioni…. L’Italia pagò non poco questo aspetto, in particolare l’ultimo grande specialista, Fanelli. Il problema del pubblico aldilà della crisi complessiva della pista pesava di meno per gli stayer piuttosto che per altre discipline. Posso garantire che fra i pochi ancora vicini allo spettacolo della pista, i più, specie in Italia….cercano le gare di mezzofondo… Posso inoltre garantire che sulla soppressione degli stayer hanno pesato decisioni di politica sportiva, soprattutto per il tentativo di rendere…..più giapponese l’Europa. Comunque gli stayer continuano la loro attività come un’oasi a parte, ed ottengono ancora significativi successi durante i semiufficiali Campionati Europei. L’Italiano Sebino Cannone li ha vinti un paio di volte dopo il 1994.

3) Il campionato del mondo dietro derny-bike (dove il tuo amico Danny Clark ha vinto 5 campionati del mondo) ha avuto vita breve, dal 1978 al 1990, vorrei sapere se si trattava sempre di gare di mezzofondo (quindi sui 100 Km) e quali erano le differenze rispetto agli stayer (a parte il mezzo ovviamente), e se le cause che hanno portato alla sua soppressione erano le medesime.


No, le gare dietro derny sono assai diverse dagli stayer. Prima di tutto per le moto che sono poco più che dei “moschito”. Poi per le distanze (anche gli stayer da anno avevano abbandonato i famosi cento chilometri per passare all’ora e poi ai 40 minuti), ed infine per le più esigue protezioni del mezzo relativamente al vento e alla mancanza di un rullo. Diciamo che le gare dietro derny sono il toccasana delle Sei Giorni (anch’esse in crisi, purtroppo), ma come disciplina a sé non hanno mai potuto ergersi ad uno specifico spazio, in quanto apparse quando già la pista aveva imboccato la china della crisi. La soppressione poi, è dovuta al fatto che erano una espressione tipicamente europea….Fossero state inventate dai giapponesi…..All’uopo si veda la “curva” del Keirin (brutto e aleatorio anche per i drogati di pista come me!)....

4) Abbi pazienza, ma non era pericoloso per il corridore respirare a stretto contatto con i gas di scarico della motocicletta per oltre un’ora?


Le marmitte catalitiche e altri accorgimenti, compreso il carburante hanno permesso di limitare al minimo la pericolosità. Potrei dire che la massaia quando va con la bici per strada respira di molto peggio.

5) Tempo fa in questo forum si era fantasticato sulla rinascita della Bordeaux Parigi, corsa alla quale hai accennato nel magnifico "graffito" dedicato a Van Springel.


Questa è una corsa da riproporre immediatamente. Il ciclismo vive di aspetti eroici, ha bisogno come il pane di proporre quadro che facciano sognare e mettano il singolo di fronte all’impresa. Vedere proliferare le Gran Fondo e chiudere una Bordeaux-Parigi, fa ridere se non piangere. E’ una contraddizione palese che trova solo in parte una spiegazione nella minor volontà dei campioni di oggi di mettersi in discussione e di mostrarsi tutto l’anno….. La specializzazione, credimi, non è altri che la figlia del doping. Le lunghe cronometro, fuori dai grandi Giri, con percorsi duri, tutte annullate nei fatti, sono un altro versante che porta alle medesime conclusioni: specializzazione=doping.
La Bordeaux Parigi era uno dei pani supremi del ciclismo, certo pure in grado di far saltare certi meccanismo….e sono stati proprio anche questi a spingere verso la soppressione. Ecco perché anche dai forum dei tanti siti di ciclismo deve venire una voce di dissenso. Ci leggono credimi, ed a volte possiamo pure contare qualcosina.

Tu la riproporresti come corsa dietro a motori?


Certo. E’ questa la sua storia ed è questo quello che serve al ciclismo di oggi. Una corsa diversa, sarebbe come la Roubaix senza pavé.

Un abbraccio!

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 18/03/2005 alle 22:52
Per l'amico Teka che ci segue dalla Spagna e si dimostra un romantico del ciclismo....

Guillermo Timoner in maglia Teka



Caro Teka, metti questa foto nelle cornici della tua passione.

Un caro saluto.

Morris

 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 19/03/2005 alle 02:14
Ciao Morris, grazie per le risposte precedenti.
Su Radio 24 ho sentito Merckx dichiarare che Egli arrivava alla SanRemo in piena forma, perchè a differenza di molti suoi avversari faceva una normale attività agonistica anche in inverno, che gli permetteva di arrivare preparato alla classicissima.
Immagino che si riferisse all’attività su pista, e immagino che si riferisse al fondo ed al mezzo fondo piuttosto che alla velocità.

Pensando a Silvio Martinello, che su strada è stato un velocista poco più che discreto, quasi buono ad esser generosi, mentre sulla pista era un asso, ho concluso che, almeno in Italia, la morte del mezzo fondo e l’agonia della velocità hanno contribuito ad ingolfare le fila di coloro che non trovano sbocco nel professionismo di alto livello e che ora fanno sentire l’esigenza che si formi il cosiddetto circuito di serie B.
Mi spiego meglio, non penso affatto che la pista (e parallelamente il ciclo-cross) sia un ciclismo di rango inferiore, ma semplicemente un ciclismo diverso, come dimostra la storia di Martinello e tutto sommato anche quella di Giovanni Lombardi.
Le condizioni in cui versa la pista di fatto riducono le possibilità che numerosi ragazzi trovino la propria collocazione naturale nel ciclismo.
Ciao!

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 20/03/2005 alle 16:48
Il grande Aranciata ha scritto....
Su Radio 24 ho sentito Merckx dichiarare che Egli arrivava alla SanRemo in piena forma, perchè a differenza di molti suoi avversari faceva una normale attività agonistica anche in inverno, che gli permetteva di arrivare preparato alla classicissima.
Immagino che si riferisse all’attività su pista, e immagino che si riferisse al fondo ed al mezzo fondo piuttosto che alla velocità.


La pista è da considerarsi la scienza del ciclismo, nel senso che crea le condizioni affinché il corpo e la mente dell’atleta, si uniscano nell’affinare ritmo, scaltrezza, colpo d’occhio, ed è determinante nella cura di quelle fibre bianche che, in particolari fasi della carriera di un corridore, servono come il pane. E’ fondamentale da ragazzini frequentare i velodromi, anche se non si possiedono caratteristiche per sfondare in una specialità della pista. Sarebbe molto meglio che nei programmi delle squadre juniores ed under, vi fossero ben pochi viaggi negli ambulatori dei dottori, ed una frequentazione settimanale di un velodromo con allenamenti specifici, nonché partecipazioni a gare. Marco Pantani, l’esempio massimo dello scalatore moderno, fino ai sedici anni, frequentava il velodromo di Forlì e tutto ciò che in quel periodo la sua mente ed il suo corpo memorizzarono, gli servì non poco, da grande, nell’affrontare le discese. Molti sono portati a dimenticarlo, ma Marco, finita la salita non era fermo come un Bahamontes e un Fuente, giusto per citare due grandissimi grimpeur.
Altro corroborante per l’atleta stradista è lo stesso ciclocross, per quelle sue specificità ad aumentare la resistenza allo sforzo e pure l’abilità. D’inverno il corridore sano, lontano dalle nebulose infernali dei medici (vere tragedie!), dovrebbero frequentare i prati e cimentarsi anche in gara, indipendentemente dai risultati. Oltre tutto, il cross, aiuta a mantenere un tono muscolare più completo che sollecita quei muscoli, poi utili come riserve nello sforzo prolungato che la strada impone. Fra i tanti casi di grandi stradisti che hanno fatto del cross uno strumento, cito il caso di Roger De Vlaeminck. Che non lo capiscano gli allenatori di ciclismo non mi stupisce: oltre ad avere la colpa di essersi genuflessi ai santoni, sono scarsi, molto scarsi sul piano della conoscenza e, per buona pace di certi dirigenti illusi, non sono i corsi da terzo livello a costruire un vero tecnico di ciclismo. Proprio qui, attraverso una nuova cultura del ciclismo e delle sue componenti, insiste uno dei massimi strumenti per combattere il doping, ed uno dei miei cavalli di battaglia più convinti.….
Tu, Davide, hai citato Merckx. Bene, il belga non è diventato il più grande ciclista dell’era moderna del ciclismo (per me anche il più grande dell’intero sport) per caso. All’atletismo polidisciplinare sportivo di base (oggi la grande peculiarità o distinguo in positivo di Cunego), fatto di praticantato nel pugilato (è stato campione belga dei novizi ’61), nel podismo e nel calcio, ha poi aggiunto quando era nel pieno dell’attività tutto ciò che poteva aiutarlo a mantenere vivo il suo ineguagliabile tono agonistico e muscolare. D’inverno correva (e sovente pure vinceva) le Sei Giorni, aumentando la resistenza e trovando il colpo di pedale. Non svolgeva gare specifiche sulla velocità, ma le americane e le gare dietro derny erano essenziali. Quando arrivava alla Sanremo, era perfetto.
Merckx, è stato l’ultimo atleta ad allenarsi naturalmente come ci si deve allenare, non disdegnando nulla. Il suo limite, se così lo vogliamo chiamare, era la sua onestà di fronte al pubblico, perché mai si nascondeva: dava sempre tutto quel che poteva, anche in pista. Avesse centellinato le forze, avrebbe continuato a vincere come nessuno fino ai 40 anni. Se devo essere sincero è stato meglio così, perché nessuno potrà mai muovere critiche all’Eddy uomo. Il più grande di tutti gli sportivi, ripeto.

Pensando a Silvio Martinello, che su strada è stato un velocista poco più che discreto, quasi buono ad esser generosi, mentre sulla pista era un asso, ho concluso che, almeno in Italia, la morte del mezzo fondo e l’agonia della velocità hanno contribuito ad ingolfare le fila di coloro che non trovano sbocco nel professionismo di alto livello e che ora fanno sentire l’esigenza che si formi il cosiddetto circuito di serie B.
Mi spiego meglio, non penso affatto che la pista (e parallelamente il ciclo-cross) sia un ciclismo di rango inferiore, ma semplicemente un ciclismo diverso, come dimostra la storia di Martinello e tutto sommato anche quella di Giovanni Lombardi.


Hai detto benissimo, sono altre versioni del ciclismo che si posano su variabili e caratteristiche diverse. La crisi della pista l’han creata la miopia dei dirigenti e quei mostriciattoli diesse che non capendo una sonora mazza di quel ciclismo, nel loro torpore di mediocrità, anziché arguirsi e studiare per diventare allenatori veri, han scelto di fare i portaborse degli zambottini. L’esigenza di un cuscinetto di serie B, viene soprattutto dall’evoluzione di questa sottocultura.
Martinello, nel suo genere di corridore, era un asso stellare. Su strada, da persona intelligente qual è, ha capito che il suo compito migliore poteva svolgerlo mettendosi al servizio di un nuovo modo di svolgere e concepire gli sprint: quella dei treni, inventata da Maertens, ed oggi esemplare in Cipollini e Petacchi. Essere componenti di un treno, o l’ultimo riferimento di un compagno più dotato di quelle fibre bianche rimaste intatte nell’oceano di rosse che una gara su strada impone, è testimonianza di valori indubbi. In questi anni, molti atleti si sono distinti in questo ruolo, meritandosi lauti stipendi ed elogi.
Sarò un sognatore Davide, ma il nuovo ciclismo dovrà fare i conti su sfide globali, dove sarà basilare aumentare l’ampiezza culturale dei dirigenti. A costoro spetta il compito di un’azione orizzontale nella concezione e nel reclutamento di questo sport, ove le conoscenze delle variabili della bicicletta si devono fondere con quelle della fisiologia, fino a rideterminare, su basi più solide, la massima che vede la strada e la pista, rispettivamente mito e scienza del pedale. C’è molto da lavorare, credimi, anche perché per vedere i risultati, sarà necessario confrontarsi col resto delle discipline sportive. Rimanere chiusi nell’alveo delle proprie passioni e vedere il ciclismo come il centro del mondo, sarebbe deleterio.

Le condizioni in cui versa la pista di fatto riducono le possibilità che numerosi ragazzi trovino la propria collocazione naturale nel ciclismo.


Tempo fa formulai una proposta globale su questo argomento, prima o poi la ritirerò fuori. La tua fotografia, comunque, è fedele.

Un abbraccio!

Morris


 
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Livello Fausto Coppi




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  postato il 03/04/2005 alle 12:51
Caro Morris, fra i ciclisti che hanno fatto del ciclocross uno strumento di allenamento invernale (oltre che una specialità affascinante) ci stanno , accanto al grandissimo Gitano , il tedesco Rolf Wolfsholl (secondo ad una S.remo, primo ad una Vuelta tanto per dire) e l'olandese Van der Poel....Ricordo che diversi inverni il Tista Baronchelli si cimentava nel fango dei cross...
Riguardo il declino della pista....chissà quale è il motivo....
Le Sei giorni avevano un fascino grande per me...con specialisti fantastici, in grado di correre dietro mototi, sprintare, inseguire......vere trottole.
Sercu, Post, Pijnen, Kemper , Bugdhal, Severeyens, Peffghen, Pfenninger, Renz, De Witte hanno lottato nelle piste di tutta europa negli anni 60-70-80....grandi stradisti li accompagnavano (V.Steembergen su tutti), ma anche Motta, Adorni, Gimondi, Janssen, Merckx, Thurau (poi), Knetemann....Insomma, con la fine (o la crisi...) della pista, sono finiti i duelli invernali, le sfide all'inseguimento ....finisce un pezzo di ABILITA'........il ciclismo non èsolo rapporti, cardiofrequenzimetri, ma anche abilità, occhio, astuzia...tattica.
Bè..grande il pezzo su Timoner....lo spagnolo volante.
Ciao.

 

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pedala che fa bene.....

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 03/04/2005 alle 15:03
Cosa mi ricordi Jan!
Il tuo intervento lo incornicerei!
Penso che su Graffiti, uno spazio per il ciclocross e la pista, sarebbe doveroso e ne sarò conseguente.

Così giusto perchè i più giovani qui, possano magari andarsi ad argomentare sullo stretto rapporto fra ciclocross e ciclismo su strada aggiungo altri nomi che mi vengono in mente (sicuramente ne scorderò tanti). Tutti corridori di nota sui prati e sul fango e capaci di lasciare una traccia (in alcuni casi un solco) anche come stradisti.
Prima di tutti l'amico lussemburghese Charly Gaul, quindi i tedeschi Klaus-Peter Thaler, Raymond Dietzen; i francesi Jean Robic ("testa di vetro"), Jean-Pierre Ducasse (morto in un incidente quando cominciava a farsi notare molto anche su strada), Cyrille Guimard, Marc Madiot; gli svizzeri Pascal Richard e Beat Breu. Fra gli italiani, oltre a GB Baronchelli, coloro che sono stati più ligi alle esperienze crossistiche, sono Giuseppe Saronni e, soprattutto Franco Bitossi (vinse anche un paio di tricolori), ma è pur vero che il toscano lo fece sul finire della carriera....

Ciao!

 
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Livello Fausto Coppi
Utente del mese Luglio 2009




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  postato il 24/03/2009 alle 01:45
Riporto a galla questo ritratto vecchio di quattro anni, per due motivi:

1) Oggi, Guillermo Timoner, compie 83 anni!
(Eccolo in una sua recente foto, mentre stringe la mano al forte pilota di raid David Codina)



2) La pertinenza del dibattito che è seguito al topic, più attuale che mai, alla luce degli imminenti Mondiali su pista e del fresco successo di un corridore cresciuto su velodromi, nella Sanremo......

In ogni caso, ancora 1000 di questi giorni caro Guillermo!

 

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"Non discutere con gli stupidi, perchè scenderesti al loro livello e ti batterebbero per la loro esperienza".

 
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Registrato: Jun 2006

  postato il 24/03/2009 alle 09:34
Nel 2005 non ero ancora iscritta e mi ero persa il ritratto di Timoner! C'è sempre tempo per recuperare
Grazie Morris, e auguri Guillermo!

 

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Un uomo comincerà a comportarsi in modo ragionevole solamente quando avrà terminato ogni altra possibile soluzione.
Proverbio cinese

Jamais Carmen ne cédera,
libre elle est née et libre elle mourra.

 
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