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All'amico campione
Morris - 13/06/2005 alle 23:38

[b][i]Il racconto-riflessione che segue, risale a qualche anno fa. Non si tratta di un riporto di incontro, ma di un itinerario che si immedesima nella letteratura, forzando, con le tinte di questa, i contenuti di un rapporto, di un confronto sulle spesso contorte fasi della vita. Il campione e quel narratore che, in altre vesti, ha tracciato pure lui un suo tratto nello sport, al cospetto dei sottili sentieri del momento, mentre cercano altri angoli di se stessi, per riprendere un cammino, modificarlo radicalmente, o lasciarsi andare alle fauci del destino...... [/i] [/b] [img]http://www.antoniolionetti.it/tramonti%206%20file/tramonti%206.jpg [/img] [b]ALL'AMICO CAMPIONE [/b] Era tanto tempo che ci dovevamo vedere. Tanto tempo passato veloce, senza evitare di lasciare una storia, un solco, un indelebile segno dei nostri destini. Eravamo grandi entrambi. Lo dicevano per noi risultanze differenti nelle apparenze, sullo stuolo delle ambientazioni quasi opposte; lo dicevano le grida della gente, gli applausi, le strette di mano, le ragazze che ci volevano toccare, gli sguardi invidiosi dei figli dei fessi. Eravamo, magnifico campione! Eravamo, perché ci siamo appannati nei giorni che hanno fatto anni, dando a fisico e mente, quel copricapo che ci angustia e che non vorremmo nostro compagno di viaggio. Essere per essere, senza ferite, rughe, angosce e la crescente preoccupazione che nasce da un'osservazione che si lega al pessimismo della ragione offuscandoci l'orizzonte. Il nostro voler fermare il tempo, per sublimarci nelle soddisfazioni che l'arguzia nostra, pareva tracciare con la naturalezza delle migliori facoltà che ci avevan donate quando venimmo al mondo. Eravamo, carissimo amico campione, ognuno nel suo, nelle gioie e nelle lacrime. Ora ci sembra d'essere cenere, ma continuiamo a tracciare le nostre traiettorie, spesso con la forza dell'inerzia dettata dal ricordo, da quel sole che splendeva sui nostri epigoni, lungo i sentieri d'un correre che veniva a noi in tanti modi, ma tutti brillanti e radiosi, anche quando nascondevano tristezze o disagi. C'era, con noi, il sorriso del sentirsi sicuri, la tranquillità della forza e della concentrazione, lo stimolo di un sogno da costruire concreto e poi, dietro l'angolo, arrivavan sempre le carezze e i baci, a volte veri a volte civettuoli d'una ragazza che ci copriva d'attenzioni. Carissimo, abbiamo percorso un tratto del nostro segmento sullo sfondo d'una retta che, come tutte, non abbiamo visto partire e che mai vedremo morire. Siamo stati e siamo, forse potremmo essere ancora. Sai bene il significato di quel "forse", di quelle modificazioni che saremo costretti ad intagliare sul nostro legno; di quella premura, per non far emergere troppo la speranza. Resta il nostro quotidiano feroce, la paura che la nostra cornice cada di fronte all’inesorabile legge delle lancette, al bisogno di dare un senso alla ricerca di stimoli, quelli che non vediamo e sentiamo naturali perché coperti da specchi che giocano sulle nostre figure d’un passato recente e lontano, ma sempre illuminato. Esserci è già tanto, ancora con un “forse”. Una ragazza, carissimo, una che coi suoi ventitré anni, nella bellezza del suo corpo e della sua mente illuminata come poche volte ho visto lungo i miei itinerari, invece di chiamarmi “babbo”, o distendersi nello spesso ipocrita atteggiamento del “Lei”, m’ha fatto riflettere, donandomi quella verve sentimentale che solo i giovani posson dare con quell’intensità. M’ha recitato se stessa, imprimendosi nella mia confusa memoria. M’ha dipinto una tela di sgargianti colori e l’ha messa sulla mia vecchia cornice, accarezzando le mie rughe fino ad ergersi vera, sciogliendo di colpo il sospetto d’attrice per divenire autrice. Mi ama ancora coi suoi perché, senza preoccuparsi dei miei distacchi e del futuro che sa che mai le darò. Vive il sentimento come suo patrimonio di crescita, di elaborazione interiore, di vita. Carissimo, nessuna donna, matura o intellettuale, nessuna delle tante, forse troppe che si son incrociate col mio cammino, giovani o meno giovani che fossero, ha saputo amarmi così. Ha ricercato nella sua cultura, fino a donarmi lo specchio underground di uno dei suoi massimi esponenti, Charles Bukowski, dicendomi che c’era una sua poesia che s’integrava col mio confuso presente. Una poesia carissimo, che ti riporto, perché direttamente sincronica più a te che a me, e che voglio tu prenda come stimolo di riflessione e reazione. Per quelle spinte che solo noi due conosciamo e perché tu sappia che, aldilà del poeta, c’è sempre una musa a farci comprendere quella parte d’interno che non troviamo e temiamo d’aver perduto. C’è sempre una figura, qualsiasi essa sia che ci potrà spingere in un verso o nell’altro, perché poi, alla fine, saremo sempre noi a decidere “il che fare”. Leggila, caro amico, nella sua apparente chiarezza, perché dentro ci sta tanto di te, ed un po’ meno di me. Ma ci siamo e questo ci deve in qualche modo aiutare a capire il nostro frammezzo. Tornerò alla promessa che t’ho fatta ieri l’altro, dopo. Adesso leggi e concentrati come sai fare. " PUNTARE SULLA MUSA" Jimmy Foxx è morto alcolizzato in una stanza d'albergo dei bassifondi. Jack il Bello è finito a lustrar scarpe, come aveva iniziato. E ce n'è altre decine, centinaia, forse anche migliaia. Essere un atleta invecchiato è uno dei destini più crudeli, rimpiazzato da altri, non sentire più gli applausi e gli incitamenti, non essere più riconosciuto in strada, essere solo un vecchio come tanti altri vecchi. E' quasi da non credere ai tuoi occhi, riguardi l'album dalle pagine ingiallite. Eccoti qui, sorridente; eccoti, vittorioso; eccoti, giovane. La folla ha altri eroi. La folla non muore mai, nemmeno invecchia ma sovente la folla dimentica. Adesso il telefono non squilla, le ragazzine sono andate via, la festa è finita. Ecco perchè ho scelto di fare lo scrittore. Se solo vali poco più di niente riesci a tenere accesa la bagarre fino all'ultimo istante dell'ultimo giorno. Continui a migliorare invece di peggiorare, puoi continuare sempre a sbatterli contro il muro. Nelle tenebre, in guerra, buona e cattiva sorte fai girare la ruota, mettendoli al tappeto, il lampo abbagliante della parola batte la vita in vita, e la morte arriva troppo tardi per vincere davvero contro di te. (Charles Bukowski) Carissimo, sui significati di quello che hai letto, mediterai a lungo come ho fatto io. Ci voglion giorni sai…. e forse non bastano. Intanto il tempo scorrerà come quello che ci ha ferito, solo per il fatto di non fermarsi. Ricorderemo, ci arrotoleremo sulla polvere che ha lasciato il nostro passaggio. Ci arrabbieremo per le fesserie di quei narratori, tanti, troppi, che san sempre meno degli altri, soprattutto rispetto a quelli che chiamiamo dirigenti. Sono questi ultimi che possono conoscere le nostre verità, che sono le verità, perché siamo noi che le abbiamo tracciate. Ci arrabbieremo per le fesserie di seconda battuta che i lor lettori, inconsapevolmente fessi, distribuiranno fra la gente, ed è grave, caro amico campione, dover usare sempre la poco soddisfacente, o addirittura odiosa, arma del silenzio! Che delicato problema è la comunicazione, vero? Che tortura essere veri e pubblici, in un oceano di fotocopie, proiettati su un mondo, il nostro, dove impera il più grande costume delle scemenze, l’ipocrita e falso calcio. Magnifico campione, ti ringrazio per essere venuto a leggermi, fra la gente comune, perché anche noi siam gente comune. Qua, dove mai viene chi ogni giorno ti sgozza con quella sua ignoranza e quel suo egoismo, esaltati da un capo pecora e da quei divulgatori tanto simili ai più crudeli esecutori. Ti ringrazio per quello che m’hai detto, per l’amicizia immutata, nonostante il poco vedersi e le soventi lontananze fisiche, per aver capito, da subito, perché non potevo parlare di te e difenderti. Sarebbe stato vano, ed avrebbe alimentato odi ulteriori ad entrambi. Saremmo stati peggio. Sai però, quante volte avrei voluto prendere qualcuno a botte o sputi, per provare ad essere uguale a loro? Tante! Ultimamente sempre! Carissimo, mi hai detto di scrivere senza menzionarti, com’era ovvio. Lo faccio in questo modo non andando oltre al sottile confine che tracciano i nostri sguardi quando si incontrano, o alla regola che ci siamo inconsciamente dati quando parlai per primo di te, in questo sempre più brutto Paese, nei termini che, dopo altri tanti o tutti, t’han dato per prendersi le tue attenzioni. Invece ti pugnalavano alle spalle, come sempre fanno, perché non conoscono l’uomo, l’atleta, l’artista, pretendendo la credibilità di una maggioranza costruita, perché la maggioranza, spesso, è fessa e bovina, quando di mezzo c’è un gioco di potere. Siamo uomini, carissimo, lo siamo coi nostri pregi ed i nostri difetti, con le insicurezze ed i dubbi che ci hanno sempre accompagnato e quante volte ce lo siam detti, meditando sui nostri perché. Ma siamo veri e questo ci distingue e ci crea odi. E quante volte ci siam chiesti, quanto sia più importante l’immaginazione della conoscenza. Noi, del partito di quest’ultima, andremo sempre dritti di fronte a quel bivio che ci angustia oggi. Quella biforcazione di atteggiamento, soprattutto. Ma siamo noi che dovremo levarci le braci che ci ustionano i piedi. Quel cosmico disagio o reale dolore che il peso degli anni e l’equilibrio trasformato dal tempo, ci sta creando. Ieri, carissimo, t’ho pensato fortemente, anche quando, per tre ore e mezzo, in televisione, parlavo a mitraglia d’altro. Ero così concentrato sui nostri “acciacchi” ed i nostri perché, da dimenticare, tradito dalla lingua, di trovarmi all’estero. Una “gaffe” che ho coperto, ma nata da questo mio distacco. Rivedendo la registrazione, mi sono confortato dalla constatazione di non aver detto stupidaggini e di non aver preso in giro nessuno, ma sicuramente, in quelle ore, sono andato col pilota automatico e non ci ho messo il cuore. Pensavo a te, ripeto, ai tuoi guai che sono anche i miei, ai delicati passaggi che attendono le nostre vite, pur nelle differenziazioni apparenti che li accompagnano. A te servirebbe quella compagna che mi è caduta ai piedi e che ho allontanato, per non illuderla su passi che non mi troverebbero possibile. A me, più vecchio di te, servirebbe il coraggio di abbandonare le strade che ho voluto percorrere combattendo come un leone e che non hanno mai trovato attenuazioni e conforti in quell’egoismo, così raro nel mio vocabolario. Entrambi, senza questi sostegni, siamo più deboli e le preoccupazioni si circoscrivono nell’intorno di noi stessi. Quando mi leggerai qui, come hai voluto tu, in un consesso pubblico, anche se ci leggeranno in pochissimi, per caricare la tua determinazione scomparsa, ti farai altre domande e ti struggerai ulteriormente. Come t’ho detto a voce, è il dazio che dobbiamo pagare a noi stessi, per ritrovarci. E solo noi, possiamo riprendere la nostra via, o un nuovo sentiero, ammesso ci sia. Sappiamo che sono istmi che si dipanano nei contorti momenti che si susseguono nell’intorno del nostro presente, come ho cercato di scrivere sotto, con quella forma del mio linguaggio che ti piace tanto. Anche se vivo su contorni e paesaggi assai diversi da quelli che ha vissuto Bukowski, tu mi capirai. RIGEL Cerco la vivacità d’un brillio che rallegri il mio incontrare e sopisca l’agitazione nell’aver sentito parole posarsi pesanti sul cuore e sconosciute al cervello. Cerco l’irradiare d’una luce che attenui lo scuro di giorni passati a rimembrare il volo d’incontentabile vissuto sulle fredde ali d’un pensiero che vorresti lontano e che mai t’abbandona. Cerco il significato d’un brio che volga una carezza ai tanti guai d’un oggi che ha lasciato il nocciolo per fermarsi al derma proficuo tanto segnato d’incanto. Cerco l’ignoto d’una luce che riaccenda lo spirito e riponga il metodico per avviare l’empirico d’un sogno che bacia l’illusione d’un sorriso. Cerco il risveglio d’un trillo che mi ridoni due note ripetute e veloci d’un ricordo che non deve sparire sull’onda del confuso egoismo del presente voluto e involuto. Cerco il mistero d’una luce per sentirmi piccino a coccolarmi distrazioni che urlan vinte dal tuono pretese di possibile perdono giustificato e alterato. Cerco la rabbia d’uno sciupio per non sprofondare nella logica triste d’uno che si sente perduto e che mai potrà ribellarsi al gioco del solito. Cerco una luce, una semplice luce che mi ridoni una stella per capire ciò che non vedo e riscaldi le membra appassite nei lavorati metalli di giornate involute e troppo distanti dal mio volere. (tratto da "Segnali di fumo") Morris


aranciata_bottecchia - 15/06/2005 alle 00:43

Carissimo Morris, di fesserie ne avrai fatte tante, io delle mie ho persino vergogna a parlarne, e avrai pure dei meriti e delle qualità e chissà in quante occasioni avrai ricevuto complimenti, fino alla nausea immagino. Che scrivi bene è evidente, ma ce n’è di gente che scrive bene. La tua intensità invece è rara, se dovessi citarti ad esempio davanti a qualcuno, anche se vanti collaborazioni o vittorie che fanno paura, direi che l’intensità dei tuoi sentimenti sarebbe soprattutto degna di ammirazione. La vita umana poi si rifrange in mille rivoli di relatività, e ciascuno vive la sua vita a modo suo.